|
Introduzione
Rosa Romano Toscani
Le forme della violenza, il coraggio e la necessità di
parlare di violenza, di entrare nel vivo e all'interno di un tema
scottante che influenza gran parte dei comportamenti sociali.
Recenti Congressi stanno cercando di approfondire e definire i
diversi volti della violenza. Oggi, psicoanalisti e psicoterapeuti
non possono non occuparsi di questo tema e non analizzare gli
aspetti inconsci che determinano la violenza nei comportamenti
sociali e si esprimono in violenza nei confronti delle minoranze
etniche, degli anziani, dei bambini, dell'ambiente e dei diversi.
L'etimologia della parola "violentia", da "vis"
(lat.), originariamente indicante "forza, vigore, possanza,
prepotenza", è stata in seguito associata al concetto
di "far forza, opprimere, distruggere" (1).. Lo studio
dei meccanismi inconsci, che originano distruzione e violenza,
può essere oggi di grande utilità per chi opera
nel sociale e si interessa all'uomo e alla struttura "gruppologica"
della personalità. René Kaës si occupa da molti
anni di studiare i legami intersoggettivi, la realtà psichica,
la sofferenza e la violenza nei legami istituiti, cercando di
mettere a fuoco un'ipotesi sufficientemente forte per fondare
una teoria psicoanalitica del legame e dell'intersoggettività.
Ponendo l'attenzione sulla complessa costituzione del legame Kaës
propone di scrivere una storia della psicopatologia dei legami
istituiti con le sue implicazioni metodologiche, teoriche e cliniche
in termini psicoanalitici. Mantenendo vivo il rapporto con la
tradizione, Kaës sottolinea più volte l'interesse
di Freud per l'influenza della cultura nella vita psichica individuale,
l'influenza del gruppo e le sue relazioni con essa. Per Kaës
la vita psichica trova i suoi sostegni nei legami e negli oggetti
della cultura. Se essi vengono a mancare o non sono sufficientemente
stabili la vita psichica è a rischio. Le forze libidiche
delle identificazioni sono, quindi, materia prima di istituzioni
affidabili e durature, basi dei legami intersoggettivi con regole
entro le quali l'individuo può essere "il servo, il
beneficiario, l'erede". "La realizzazione di tale progetto
- egli dice - propone un certo numero di alleanze tra alcune formazioni
psichiche, che in ciascun soggetto trovano una corrispondenza
o una risonanza nell'altro, in modo tale che queste alleanze siano
sufficientemente investite e protette dall'uno o dall'altro, in
forza degli interessi comuni e specifici che ciascuno vi trova"
(2). Ma affinché ciò si realizzi è necessario
il riconoscimento, il sostegno ed anche la costrizione delle forme
sociali. Entro questi parametri si articolano varie forme di sofferenza,
di psicopatologia e di violenza. Il movimento psicoanalitico,
fondandosi sulla cultura del modello occidentale individualistico,
ha lasciato in ombra ciò che Kaës chiama "il
desiderio inconscio dell'altro". Nel suo lavoro egli suggerisce
dunque una doppia visione, una doppia metodologia: tenere in considerazione
sia "il soggetto dell'inconscio" (il soggetto del gruppo),
sia "gli insiemi intersoggettivi" che formano e reggono
una parte specifica della realtà psichica "in una
co-genesi e in una co-epigenesi di queste formazioni e di questi
processi". La complessità di tali intrecci comporta
un funzionamento psichico individuale o del legame istituito,
che può essere soggetto a vari gradi di sofferenza o di
violenza. L'istituzione, il legame istituito, è un punto
nodale che mobilita, canalizza, controlla funzioni e processi
psichici. Kaës propone di "pensare l'istituzione come
oggetto di pensiero" mettendo in luce le difficoltà
insite in tale approccio. Le istituzioni, in quanto gruppi istituiti,
possono infatti essere sedi di conflitti coscienti e inconsci
e possono dare origine a varie forme di violenza. I conflitti
inconsci possono produrre violenza nella stessa istituzione, che
non soddisfa il mandato per cui è stata creata, nella società
che si sente danneggiata da un cattivo funzionamento, negli individui
che ne fanno parte perché soffrono di mancate realizzazioni,
nei soggetti esterni all'istituzione che chiedono prestazioni.
Nell'istituzione il soggetto viene, infatti, messo a confronto
con la "violenza dell'origine" con un fondo di irrappresentabile
al di qua della rimozione. "Siamo posti di fronte al pensiero
- dice Kaës - che una parte del nostro Sé è
fuori di Sé e che quello stesso qualcosa che è fuori
di Sé è la cosa più primitiva, più
indifferenziata, lo zoccolo duro del nostro essere" (ibidem),
che ci può esporre alla follia, ma che alimenta tuttavia
anche la nostra creatività. Le riflessioni che Kaës
propone nella sua relazione riguardano quanto dell'irrapresentabile
e di ciò che non si può simboleggiare produce violenza.
Ho conosciuto René Kaës a Napoli, in occasione di
un Seminario organizzato dalla Sezione Campania e sono rimasta
colpita dalla sua sensibilità e dalla sua intuizione clinica.
In quella sede egli ha parlato di cure difficili, della violenza
del reale, del fantasma e del lavoro, del pensiero nei dispositivi
duale e di gruppo. Abbiamo quindi accolto volentieri la proposta
del prof. Claudio Neri, che qui ringrazio vivamente, di offrire
alla S.I.P.P., una mattinata di studio con Kaës. Ringrazio,
inoltre, la ASL RM A e la ASL RM E per aver aderito a questa iniziativa
e per lo scambio che ormai ci vede uniti in uno sforzo di approfondimento
di studio, di ricerca e di formazione nei riguardi dei concetti
psicoanalitici che costituiscono la base e la matrice metodologica
e clinica del nostro lavoro terapeutico.
Note 1. Pianigiani O. (1991). Vocabolario etimologico della lingua
italiana. Ed. Polaris, Genova.
2. Kaës R., ed altri (1996). Sofferenza e psicopatologia
dei legami istituzionali. Ed. Borla, Roma 1998.
Violenza Organizzatrice,
Violenza Distruttrice. Il lavoro di simbolizzazione della violenza
in una istituzione di cura***
René Kaës
Partirò da una situazione clinica per mettere in luce
la questione che la violenza distruttrice risulta da un difetto
di riconoscimento della violenza che opera nel momento della costituzione
di tutte le istituzioni. Distinguo tre forme di violenza: la violenza
che si origina (violenza dell'origine, violenza nell'origine),
la violenza che simbolizza e la violenza che distrugge. Questa
distinzione formerà il filo conduttore della mia esposizione
clinica; proporrò in seguito un'elaborazione che desidererei
sottoporre alla vostra discussione.
1. GLI EFFETTI NON SIMBOLIZZATI DELLA VIOLENZA ORIGINARIA IN UNA
ISTITUZIONE DI CURA: "I FONDATORI SPARISCONO".
Si tratta di un'équipe di medici in un day hospital che
funziona come unità di cura psichiatrica rivolta agli adulti.
Ho assicurato nel corso di molti anni la supervisione settimanale,
poi mensile di questi curanti, assistendoli nel lavoro di elaborazione
della loro pratica. La sequenza che riporto di seguito accade
dopo qualche anno di funzionamento, nel momento in cui l'équipe
si sente angosciata davanti alla scadenza di una ridefinizione
del proprio progetto terapeutico. I risultati sembrano essere
positivi, ma da qualche mese le cose non vanno bene, le crisi
sono continue: tutto avviene come se nessuno potesse far niente.
Durante molti mesi una violenta rivendicazione contro il capo
dell'équipe si era nutrita di tutti i motivi utilizzabili,
la sua autorità era contestata e rafforzata dall'idealizzazione
costante di cui era oggetto. Contemporaneamente, lati interi della
vita quotidiana sembravano essere tornati a una specie di anarchia
nei rapporti fra i curanti: si disputavano la "proprietà"
delle cure, ognuno rivendicava la superiorità della propria
capacità terapeutica, discreditando tutti gli altri. Anch'io
ero scoraggiato, con l'idea che tutto quello che noi avevamo fatto
non era servito a niente o a poco. Sognavo di essere altrove e
mi sentivo colpevole. Poi, durante un periodo precedente la seduta
che richiamerà la nostra attenzione, i medici manifestano
un abbattimento profondo, un'apatia o uno stupore ai quali subentrano
momenti di attivismo intenso. I biasimi contro il capo cambiano
oggetto e tonalità: come il padre dell'orda primitiva descritto
da Freud, lui si accaparrerebbe tutti i pazienti e tutti i risultati
positivi dovrebbero essergli attribuiti. Tutti dicono di sentirsi
molto a disagio sia nei rapporti, spesso tesi, con i pazienti,
sia fra di loro: molti dei curanti vogliono andarsene, il loro
lavoro li disgusta. L'Amministrazione chiede loro di ridefinire
il progetto terapeutico, e dunque la loro identità. Questa
si raffigura nel loro animo come un'immagine terrificante, arbitraria
e insufficientemente stabile. La seduta inizia, come spesso da
mesi, con un silenzio lungo e pesante: ognuno guarda gli altri
furtivamente e affonda la testa tra le spalle, verso "il
vuoto dei propri pensieri" come diranno alcuni. Un infermiere
chiede, aggressivamente, se si continuerà a dormire così
mentre i malati soffrono. "A che serve continuare" commenta
lo psicomotricista, in un movimento depressivo che lo caratterizza
da qualche seduta, "non siamo più in un day hospital,
ma in un ospedale di notte: dormire è il regime quotidiano
da più di quindici giorni, tutti dormono, come dai cronici".
"Ci sono troppi malati, veramente troppi - si lamenta un
infermiere - e ce ne sono alcuni che farebbero meglio a sparire!".
La violenza di questo augurio di morte parricida ed infanticida,
indirizzato sia al capo dell'équipe, sia ai malati, rafforza
il silenzio: ognuno si raggomitola ancora di più in se
stesso. Faccio notare che da qualche tempo ci sono state delle
assenze frequenti dalle sedute: "S" - dice l'infermiere
che si è dimostrato preoccupato dell'interesse dei malati
- ci sono stati dei cedimenti nell'équipe: dei colleghi,
sui quali non si può fare affidamento, che spariscono veramente
con vari pretesti, e altri che si scansano al punto che i pazienti
diventano nervosi". Alcuni fanno notare questo disinvestimento
dicendo che un paziente ha schiaffeggiato un membro dell'équipe
appena ieri. Chiedo cos'è successo nell'équipe:
"Contrariamente alla regola applicata abitualmente, l'acting
non è stato sanzionato, non c'è stata nessuna esclusione
temporanea dell'aggressore". "Perché questa deroga?
Nessuno èintervenuto, ci sentivamo veramente a disagio,
paralizzati, in ogni caso non protetti e in un certo senso colpevoli
di quello che era successo". Più tardi diranno che
non hanno potuto fare altro che lasciare le cose come stavano.
Il silenzio si stabilisce di nuovo e il marasma si prolunga, alcuni
lasciano temporaneamente la stanza, senza dire niente: faccio
notare queste partenze, ricordo senza essere in grado di interpretare
le "sparizioni" evocate, l'acting, il silenzio, i silenzi,
gli auguri di morte. Alcuni dicono di sentirsi sollevati dal fatto
che io dica qualcosa a proposito delle sparizioni, ma constatano
che non riescono a pensare a nulla in proposito, che c'è
il vuoto. Dicono che non possono associare niente quando io evoco
gli "auguri di morte". Sono anch'io turbato, non so
come pensare a ciò che accade; riesco tuttavia a fare un'associazione
con i biasimi che mi rivolgono, di non seguirli con lo stesso
ritmo di prima: tutto sommato anch'io li abbandonerei volentieri.
Mi chiedo che posto occupo nei loro transfert? Chiedo se viene
loro in mente un altro fatto in questo momento, che possa essere
così di chiarimento a ciò che succede, per esempio
le uscite dalla stanza e forse anche lo schiaffo. Subito viene
evocato, con un certo effetto di sorpresa, un episodio che era
stato dimenticato da molti di loro: tre settimane prima, era stata
organizzata dai malati una specie di cerimonia di fidanzamento
fra una paziente che detta un po' legge e un paziente molto sottomesso,
con l'accordo di alcuni curanti: ne avevano accettato il principio,
a condizione che si trattasse solo di un gioco. Tutti sottolinearono
il lato molto spettacolare della "cerimonia", ma anche
il fatto che non si trattava proprio di un gioco, dato che i due
interessati avevano confermato la loro intenzione di mettersi
insieme. Ne era scaturito un turbamento e un'eccitazione intensa,
nel momento in cui la cerimonia si era trasformata in un inquietante
miscuglio di carezze e di colpi fra i due "fidanzati".
Poi, all'improvviso, la fidanzata era sparita e tutti l'avevano
cercata per buona parte della giornata, era uscita dall'ospedale.
Dopo di che non si era più parlato di quello che era successo
quel giorno. Sottolineo quello che ha mobilitato la mia attenzione
ascoltando il loro racconto: ciò che loro evocavano riguarda
di nuovo una sparizione, quella della fidanzata. Significa qualcosa
per loro? I partecipanti parlano dell'inizio della seduta: le
sparizioni desiderate riguardano alcuni malati, le sparizioni
agite durante la seduta, e questa voce che serpeggiava prima della
seduta: che il capo servizio sarebbe stato forse assente. Un infermiere
si ricorda di qualcosa che lo stupisce; la sparizione della fidanzata
gli ricorda la sparizione violenta della coppia di medici che
avevano fondato l'istituzione. L'uomo era morto in un incidente
poco tempo prima della creazione del day hospital, la donna, che
era stata scelta dal fondatore, era partita subito dopo l'apertura
dell'unità di cura, senza darne ragione, e nessuno aveva
più ricevuto notizie da lei per molto tempo. Queste due
morti erano passate sotto silenzio da allora; i più giovani
non ne sapevano nulla. Mi dico che il racconto di questa morte
e di questa sparizione delle origini si associerà immediatamente
con i loro fantasmi di morte sul capo servizio e sui malati. Al
contrario questo ritorno ai fantasmi li affliggerà, li
sbalordirà per qualche tempo, prima che il lavoro di elaborazione
possa riprendere. Dico loro che se è probabile che i malati
soffrano per il disimpegno dei curanti dei loro vari modi di sparire,
i curanti non soffrono meno dei pazienti. Senza dubbio, intuendo
il mio scoraggiamento, sento che mi hanno messo al posto di quello
che potrebbe abbandonarli. Ecco cosa bisognava riconoscere per
primo, a partire dal campo transferale e controtransferale. Le
ingiunzioni del super-io a "svegliarsi" non avevano
altro effetto che rafforzare la loro apatia, ovvero la loro protezione
contro la sofferenza. Era la seconda cosa da riconoscere, come
il loro bisogno di ripiegarsi nel sonno, evocatore per certi,
successivamente, dell'ultimo sonno del fondatore e del silenzio
della cofondatrice. Dopo di che sarà possibile parlare
delle due scene che l'équipe ha lasciato svilupparsi: quella
dello schiaffo e quella del fidanzamento. I più confesseranno
la loro meraviglia di fronte a queste scene, il loro stupore di
fronte alle sparizioni e la paralisi del loro pensiero. Interpreto
che l'interesse di ciascuno, e forse di parecchi, era forse quello
di lasciare che si sviluppasse inconsciamente una quantità
di segni e di significati relativi alla scena per loro angosciante
e affascinante, cio è attraente e repulsiva, e di sistemare
contemporaneamente, attraverso le loro difese (l'inerzia, la frammentazione)
dei dispositivi di occultamento del senso. Tutti diranno di essersi
sentiti inspiegabilmente trattenuti dal punire lo schiaffo, e
allo stesso tempo impossibilitati di staccare il gioco dal valore
traumatico che la cerimonia stava prendendo: tutto si era svolto
come se avessero atteso e temuto questa scena, di cui erano con
i malati i registi, i testimoni e i destinatari, la scena fissa
di una vera-falsa promessa di matrimonio. Questa trasformazione
della scena di fondazione, fissata nel silenzio da tempo mantenuto
su un origine segnata dalla morte e dalla sparizione (in uno scenario
che porta il senso del loro profondo smarrimento, della loro incertezza
sul fatto di essere stati desiderati o meno), al momento di ridefinire
il progetto fondatore, rendeva ora intelligibile il loro comportamento:
avevano lasciato che si mettesse in scena l'enigma dell'origine
cancellata per poterne predisporre i riferimenti di senso. Più
si avvicinavano al senso inimmaginabile e più sprofondavano
nel marasma e nella confusione. Si è potuto così
portare avanti l'analisi sull'alleanza inconscia stretta tra i
curanti e i malati. Ognuno prendeva parte a questi acting per
il beneficio che ne poteva trarre, e l'équipe li lasciava
fare, ognuno trovandovi il proprio interesse, associato a quello
degli altri di non sapere ciò che sapevano. Una volta diventata
sufficientemente preconscia si potè precisare la portata
di questa alleanza: ciò che i malati agivano autonomamente
era anche destinato a esigere un senso da parte dei curanti. Questa
idea ha permesso di capire perché l'équipe era sempre
meno disposta ad ascoltare i malati: questi ultimi aspettavano
che l'équipe rinnovasse il contratto di cura che li "fidanzava"
entrambi. Al momento di pensare ad un nuovo progetto per l'istituzione,
occorreva da ogni parte ignorare e capire ciò che aveva
intaccato la fiducia nelle istituzioni delle origini. Il lavoro
con l'équipe si prolungò ancora per qualche mese
sempre su queste problematiche. L'analisi dei loro transfert su
di me permise di evidenziare quello che determinava la loro violenza
contro il capo, sostituto usurpatore della coppia di origine.
Si trattava di tornare al momento in cui l'atto di fondazione
aveva perso il suo valore simbolico e si era ritrovato prigioniero
nella ripetizione della scena omicida delle origini: ciò
rendeva incomprensibile la posta in gioco di tutta questa fase
di violenza anarchica, nella misura in cui condensava il desiderio
di morte dell'usurpatore, ma anche di qualunque figura di padre,
e la ricerca disperata di un totem in grado di ristabilire l'ordine
simbolico e il patto di fratellanza. E solamente al termine di
quest'analisi si è configurato quello che era rimasto nascosto
della loro richiesta iniziale indirizzata a me: dovevo rifondare
l'istituzione e rimanere con loro per l'eternità. Dopodichè
potemmo porre termine a questa seduta e separarci.
2. TRE FORME DI VIOLENZA: LA VIOLENZA ORIGINARIA, LA VIOLENZA
SIMBOLEGGIANTE E LA VIOLENZA DISTRUTTRICE.
Qualsiasi creazione istituzionale si fonda sul fantasma di una
"banda di assassini". In queste istituzioni noi veniamo
confrontati con varie forme di violenza che sorgono quando questo
fantasma è cortocircuitato della realtà traumatica
di una doppia scomparsa e ne rende difficile la simbolizzazione.
La maggior parte del lavoro di gruppo intrapreso con i medici
ha permesso di riconoscere nei malati gli effetti distruttori
di questa violenza non simboleggiata, che era in essi a loro insaputa.
Proverò a dare un contenuto a queste tre forme di violenza:
la violenza originaria, la violenza simboleggiante, e la violenza
distruttrice. Mostrerò in seguito come queste sono collegate
tra di loro in questa istituzione.
2.1. LE VIOLENZE DELL'ORIGINE.
La violenza dell'origine fonda il soggetto nella rappresentazione
di una scena originaria. Queste proposte valgono per descrivere
la violenza fondatrice dell'istituzione o del gruppo istituito.
La violenza dell'origine non è solamente quella di una
rappresentazione della violenza; essa è anche quella del
desiderio sessuale, quella del desiderio dell'altro e del desiderio
per l'altro. E' necessariamente associata a questa violenza l'investimento
o il disinvestimento dell'altro in quanto [egli è] il soggetto
dell'origine; essa include dunque il desiderio di sopprimere l'altro
e il non-desiderio dell'altro. Con ciò la violenza delle
origini si inscrive di primo acchito entro un legame intersoggettivo.
Ciò che Freud ha situato nella preistoria, si attualizza
nell'origine di tutti i legami e si rappresenta in una scena di
questa origine: l'intreccio dei desideri e dei fantasmi che essi
suscitano, formano la matrice dell'originario. Così descritta,
la violenza dell'origine comporta due componenti delle quali è
opportuno proporre una distinzione. La violenza anticipatrice
Piera Aulanguier ha messo in evidenza la nozione di una violenza
anticipatrice quando ha descritto la situazione nella quale un
neonato è pensato attraverso un racconto familiare e attraverso
i sogni dei genitori. E' della violenza del desiderio che si tratta
nella violenza anticipatrice: prima di tutto quella del desiderio,
di cui la madre anima il suo bambino, segna il suo corpo, e la
sua psiche. Senza questa réverie anticipatrice, senza questo
pensiero anticipatore e senza le assegnazioni di posti anticipatori
che precedono la nascita, senza la violenza che l'accompagna,
noi non potremo mai accedere all'ordine umano: saremmo lasciati
fuori dal campo del desiderio. In effetti, quando queste assegnazioni
anticipatrici non esistono, si può verificare per il bambino
una maggior difficoltà a nascere alla vita psichica. Vorrei
sostenere la tesi secondo la quale questa violenza originaria
anticipatrice riguarda la fondazione di tutte le istituzioni,
e senza dubbio di queste micro-istituzioni che sono i nostri dispositivi
di lavoro psichico (la cura, il gruppo, l'istituzione di cura).
La creazione di una istituzione e di un dispositivo, contiene
la necessaria anticipazione da parte di chi l'istituisce di un
divenire e di una forma per coloro ai quali essa è destinata.
L'anticipazione impegna una parte del loro divenire e costruisce
il loro passato. Essa si esprime nella presentazione di un universo
già presente, una certa disposizione dello spazio e del
tempo che si impone, prima di qualsiasi giustificazione preliminare.
Questa anticipazione implica evidentemente un desiderio sull'altro,
per l'altro, di qualche cosa che gli permetterà di esistere
in questo spazio-tempo, in questo mondo già presente del
quale egli è partecipe. E' questo desiderio che dovrà
essere riconosciuto. La violenza inclusa nell'anticipazione può
essere definita originaria, poiché essa si inscrive nell'origine
del soggetto, lo dirige, lo rende solidale di un desiderio che
lo precede. Questa posta in gioco, la ritroveremo in qualsiasi
incontro con l'altro, e soprattutto con più di un altro.
Il discorso di anticipazione e il dispositivo che rende possibile
tale avvenimento viene indirizzato prima di tutto ad un insieme
di soggetti immaginari, e non può essere altrimenti. Affinché
l'incontro abbia luogo dobbiamo prestarci mutuamente a questo
incontro di minima coincidenza. Da una parte l'altro prende forma
là dove è atteso. L'illusione, è essenzialmente
l'esperienza di questa coincidenza, e la specificità della
esperienza psicoanalitica è precisamente quella di rendere
possibile lo scioglimento dell'illusione e di riconoscerne le
poste in gioco iniziali. Nella sequenza che vi ho presentato,
la violenza dell'anticipazione si rivela al momento del ripristino
del progetto terapeutico dell'istituzione. Il rinnovamento fa
sorgere il passato: al contempo nella figura spaventosa di potenza
generatrice terrificante, inafferrabile, e nei movimenti di ritiro
di investimenti: l'uno e l'altro pongono la questione del desiderio
della fondazione e della violenza che vi è associata. Nel
caso di questa istituzione, essa si articola con la difficoltà
di mettere in opera il divieto della violenza diretta sulle persone,
ad ogni modo della sua sanzione. Il desiderio di morte diretto
contro il primario e contro i malati fa apparire una seconda dimensione
della violenza delle origini. La violenza dell'assassinio delle
origini. In Totem e tabù, Freud descrive il passaggio dalla
comunità naturale alla società istituita. L'intera
costruzione del "mito scientifico" proietta la questione
nella preistoria dell'umanità, dando così alla rappresentazione
la distanza necessaria per essere pensata. E' noto che la questione
trattata da Freud era un argomento scottante nella sua istituzione
(psicoanalitica) e nella contesa con il suo "principe ereditario".
La questione organizzatrice della violenza delle origini è
quella dell'incesto e dell'assassinio ripetitivo che essa suscita:
la tentazione dell'incesto ("un fatto antisociale al quale,
per farlo esistere, la civiltà ha dovuto a poco a poco
rinunciarvi"(1), è quella di un ritorno ad esso. Essa
mette in opera la pulsione di morte, dove l'oggetto centrale è
il mantenimento dell'identità (dello stesso). E' per questo
che la proibizione dell'incesto fa da ostacolo alla regressione
della società organizzata istituita nella società
naturale (l'orda, il gruppo, la massa nel gruppo). Freud scrive:
"Garantendosi così reciprocamente la vita, i fratelli
si impegnano a non trattarsi reciprocamente come hanno trattato
il padre. Al divieto di distruggere il totem, che è di
natura religiosa, si aggiunge ormai la proibizione di un carattere
sociale, del fratricidio". La rinuncia al fratricidio è
il complemento del divieto dell'incesto (2). Nell'istituzione
del day hospital, l'anarchia che presiede questo momento di avviamento
dei desideri di origine pone tre osservazioni: 1 - la tentazione
del fratricidio, che esprime la rivalità tra i medici a
proposito dei presunti accaparramenti del primario e il passare
sotto silenzio lo schiaffo tra i malati, è probabilmente
legato al desiderio di assassinio della figura del padre. Triplo
desiderio di morte, parricidio, infanticidio e fratricidio, che
la morte reale del fondatore ha evitato e congelato. 2 - La scena
del fidanzamento, ritorna come la scena delle origini: essa suscita
una eccitazione intensa, che nessun dispositivo contro-eccitatorio
potrà colmare e probabilmente vi si associano le rappresentazioni
di morte e di sparizione della coppia fondatrice. 3 - La violenza
originaria fondatrice dell'istituzione fa costantemente ritorno
nel processo dell'istituzione: "le istituzioni indicano tacitamente
la possibilità costante di assassinii di altri", scrive
E. Enriquez (3), ma anche, aggiungeremo noi, di loro stesse. Le
istituzioni si organizzano per opporsi a questi attacchi distruttori
fratricidi o parricidi costituendo dei meccanismi di difesa e
di simbolizzazione che servono ad impedire il ritorno all'inerte
(siderazione, impossibilità di pensare) o all'informe,
le proiezioni persecutorie e gli atti violenti.
2.2. LA VIOLENZA SIMBOLEGGIANTE.
In Totem e tabù Freud ha mostrato come il passaggio dall'orda
al gruppo organizzato, dalla natura alla cultura, è costituito
dal lavoro stesso della simbolizzazione di un assassinio fin qui
ripetitivo, fomentato nel patto stabilito tra i fratelli per uccidere
il padre. La simbolizzazione del desiderio di assassinio produce
i suoi effetti di strutturazione nella collettività. In
effetti, l'uccisione del capo dell'Orda diverrebbe una ripetizione
senza fine se al suo posto l'invenzione del totem non avesse trasformato
la violenza dell'origine in una violenza produttrice di simboli.
Un patto di rinuncia a favore di una forma sostitutiva si sostituisce
alla complicità assassina per finire con l'opera di morte:
questo patto e questa forma fondano la società. Si può
dire altrimenti che le violenze dell'origine, violenza dell'anticipazione
e violenza degli assassinii originari, acquisiscono il loro valore
istituente e la loro funzione simbolica solo essendo reciprocamente
riconosciute come tali. Per questo era necessario un desiderio
anticipatorio e un atto di fondazione. Nell'istituzione di cura
della quale ho proposto l'analisi, il divieto (e la violenza di
cui è il rappresentante) non è stato preso in carico
dei medici, nel nome della legge che li organizza. Nessun enunciato
garante del legame è stato ricordato, nessuno può
prenderne il posto. Il vero-falso matrimonio è, da questo
punto di vista, un effetto di questo intoppo nella simbolizzazione.
2.3. LA VIOLENZA DISTRUTTRICE
La violenza secondaria, o violenza distruttrice, proviene da tre
fonti. Da una parte, dal ritorno non trasformabile della violenza
originaria e della violenza produttrice di simboli; essa testimonia
quello che, in ogni incontro intersoggettivo, le due prime violenze
lasciano come residui non elaborati. Da un'altra parte, la violenza
distruttrice è sotto l'effetto della pulsione di morte,
che disgrega e tende a mantenere il principio d'identità.
Da un terzo punto di vista, essa è un esito del conflitto
fondamentale che Freud mette a margine in "Introduzione al
narcisismo" (1914) (lo ripeto ancora): "l'individuo
conduce in effetti una doppia esistenza: in quanto egli rappresenta
la propria fine e in quanto elemento di una catena della quale
egli è servitore perfino contro la sua volontà,
ad ogni modo senza l'intervento di essa". La violenza distruttrice
è l'effetto del conflitto tra questi due statuti della
"esistenza" del soggetto. Possiamo osservare qualche
effetto di questa violenza nelle istituzioni, quando le funzioni
simbolizzanti del quadro sono attaccate o sono deboli e quando
il ritorno della violenza fondatrice non può essere simbolizzato.
Nella sequenza clinica che ho presentato, il difetto di simbolizzazione
delle violenze dell'origine è all'origine delle violenze
distruttrici che si manifestano nell'istituzione. L'abbiamo osservato
quando si è trattato di riproporre il desiderio di anticipazione",
ritornato come ritiro di investimenti, quando i dispositivi di
simbolizzazione di desideri di morte non potevano essere mobilitati
dentro l'enunciato dei Divieti fondamentali (assassinio, incesto).
Abbiamo osservato lo stesso gli effetti: la regressione dell'istituzione
verso lo stato di massa, la confusione, l'ipercondensazione, il
diniego, la scomparsa delle origini e il dramma che l'ha inscritto
nel reale.
3. RIFLESSIONI SUL CAMPO TRANSFERALE-CONTROTRANSFERALE IN UNA
ISTITUZIONE DIFFICILE. Le analisi che ho condotto propongono una
questione ed un'ipotesi: come - e a quale condizione - il dispositivo
istituzionale e gli spazi che egli contiene, permettono la rappresentazione
e il lavoro di simbolizzazione di ciò che non ha potuto
essere elaborato nello spazio interno. Come deve essere trattato
ciò che rimane in sofferenza nella stessa istituzione?
L'ipotesi è che ciò che non arriva ad essere significato/interpretato/simbolizzato
della violenza delle origini ritorna nella relazione tra i soggetti
di una istituzione, nell'istituzione stessa, su una scena e nei
luoghi dove si legano, in una maniera intricata e confusiva, la
realtà psichica e altri ordini di realtà. Si delinea
così la nozione di genealogia istituzionale, il cui oggetto
è quello di descrivere le trasmissioni psichiche inconsce
che formano le cripte e i segreti di una istituzione, come dire
il non rappresentato della psiche degli antenati. Ho sperimentato
questa sequenza del mio intervento nell'istituzione come particolarmente
difficile ad essere vissuta ed elaborata. Sono arrivato alla seguente
ipotesi: negli interventi che noi forniamo nelle istituzioni,
l'analista è regolarmente collocato in uno scenario o in
una scena fantasmatica al posto del padre. Nel controtransfert,
questo posto corrisponde a un momento di grande confusione o a
un sentimento di perdita di confini. Questo momento è seguito
più spesso (o è preceduto) da un'intensa esperienza
di eccitazione pulsionale trattenuta insieme; in questa esperienza,
analisti e partecipanti sono confrontati con oggetti fino ad allora
impensati e che offrono la rappresentazione dell'impensabile,
proprio come la provoca una ferita traumatica. Tutto si svolge
come se la rappresentazione e gli affetti che accompagnano questa
messa a posto dell'origine non fosse assolutamente possibile comprenderla
al momento, ma solamente dopo, quando la rimozione (originaria)
effettuata insieme sarà svelata. Lo specifico di una situazione
clinica difficile, oltre al fatto che generalmente mobilita il
nodo traumatico di ciascuno, si caratterizza anche per il fatto
che nel transfert siamo messi al posto incontenibile che ha prodotto
il trauma e che, ben inteso, ci ha messo a nostra insaputa. A
nostra insaputa, ma non senza che noi fossimo stati sollecitati.
In questo lavoro con l'équipe di medici, io ero stato sollecitato
a mettermi, e io mi sono messo al posto del padre assassino, del
figlio assassino e del Padre scomparso: così posso comprendere
i miei ritiri d'investimento, la paralisi del pensiero che mi
ha reso alcune sedute particolarmente consonanti con il marasma
in cui si trovavano i medici. L'accesso alla violenza delle origini
non può essere dissociato dal posto che noi occupiamo nel
campo transferale e controtransferale dell'équipe, nella
scena della fondazione fissata, congelata, che ha reso impossibile
fino ad allora il collocamento nella storia.
* Traduzione a cura di Rosa Romano Toscani.
** René Kaës è psicoanalista, professore di
Psicologia all'Università di Lumiére - Lyon 2 -
è condirettore con D. Anzien della collezione "Inconscient
et culture" delle edizioni Diamond. Lavora da anni nel C.E.F.F.R.A.P.
(Cercle d'études Francaises pour la Formation e la Recherche
Active en Psychologie).
(1) Lettera a Fliess del 31 maggio 1897.
(2) La violenza introdotta dalla situazione edipica, qualifica
la violenza fondamentale come versione della violenza originaria.
La formulazione lapidaria come versione di G. Bergeret "lui
o io" deve concludersi con la formula, ma completamente garantita
"lui e io". Questa trasformazione èl'effetto
del lavoro della civiltà, le cui basi poggiano sull'elaborazione
dell'Edipo, considerato come configurazione che include genitori
e figli.
(3) E. Enriquez, 1987. Le travail de la mort dans les institutions,
in Kaës et al., L'instituzion et les institutions, Paris,
Dunod. Trad. italienne chez Borla. 1
. |