|
Intervento presentato allo "Spazio
Psicoanalitico" di Roma
René Kaës
L'elaborazione di situazioni cliniche difficili attraverso
lo psicodramma psicoanalitico di gruppo
Caratterizzerò lo psicodramma come area d'incontro intersoggettivo
per mezzo del gioco. Ma non si tratta di una gioco qualsiasi.
Lo psicodramma è istituito dalla parola enunciatrice delle
regole dello psicodramma. Lo psicodramma non si istituisce attraverso
un gioco ma attraverso una parola che rende possibile il gioco.
Questo è un principio fondamentale, poiché instaura
un rapporto di doppia simbolizzazione: attraverso il gioco e attraverso
la parola.
La dinamica, la topica e l'economia dello psicodramma stanno nello
scarto tra il gioco immaginato, il gioco enunciato come tema e
il gioco ripreso nella drammatizzazione; è questa drammatizzazione
che mobilita il risveglio delle tracce mnestiche associando la
motricità, l'immagine e la parola. A questi tempi logici
differenti corrispondono anche delle specificità dello
spazio dove questo lavoro si effettua, e ciò a prescindere
dalle nostre tecniche e dai nostri obiettivi. Questa differenziazione
dei tempi e dei luoghi soddisfa alcune delle condizioni richieste
per il lavoro del Preconscio, per la sua (ri)messa in attività.
Parola, gioco e gruppo formano il triangolo che qualifica lo spazio
del Preconscio nello psicodramma psicoanalitico di gruppo. L'ipotesi
che sostengo è che lo psicodramma psicoanalitico di gruppo
è particolarmente adatto all'elaborazione delle situazioni
cliniche rese difficili in ragione del cattivo funzionamento del
Preconscio.
Per mettere alla prova questa ipotesi, esporrò una sequenza
di psicodramma messo in atto per elaborare una di queste situazioni.
Poi commenterò questa sequenza concentrandomi più
precisamente sulla raffigurabilità e sul lavoro del Preconscio.
1. Una sequenza di psicodramma psicoanalitico di gruppo
La sequenza che sto per esporre è tratta da un seminario
di psicodramma organizzato a Buenos Aires nel corso del Congresso
dell'Associazione internazionale di psicoterapia di gruppo. Disponevo
di quattro sedute di due ore ciascuna ripartite in tre giorni.
Il gruppo era composto da 15 persone. I partecipanti di diverse
nazionalità avevano per la maggior parte una lunga esperienza
di psicodrammatisti, alcuni di essi erano gruppoanalisti, terapeuti
di gruppo o terapeuti della famiglia o di coppia. Tutti avevano
un'esperienza personale della psicoanalisi, più della metà
la praticava.
Il metodo è il seguente: i partecipanti sono invitati a
riferire una situazione clinica che gli sia sembrata particolarmente
difficile da elaborare, poi a drammatizzare non direttamente uno
dei casi riferiti ma un tema inventato da loro, venutogli in mente
li e in quel momento. Io, dunque, non li conduco verso una drammatizzazione
diretta della situazione clinica problematica, ma verso la ricerca
di una situazione immaginaria, inventata in gruppo e che sarà
scelta e recitata secondo le regole e le procedure dello psicodramma
psicoanalitico di gruppo classico. Io detto le regole che governano
il gioco psicodrammatico, l'utilizzazione degli spazi dello psicodramma,
gli orari delle sedute, l'astinenza da qualsiasi relazione tra
loro e me al di fuori delle sedute. Sono le regole che la maggior
parte di loro detta in qualità di psicodrammatista.
Una volta scelto, il tema viene svolto nello spazio riservato
al gioco psicodrammatico, poi i partecipanti sono invitati a parlare
della scena ch'essi hanno drammatizzato o di cui sono stati spettatori:
le associazioni che gli vengono in mente li riportano regolarmente
ai casi, ma è possibile che questo ritorno alla clinica
del caso si verifichi nella seduta seguente. La situazione di
gruppo e lo psicodramma mobilitano le interferenze tra due tipi
di processi: la regressione verso i processi primari sollecitata
dall'invito ad associare liberamente, e l'elaborazione secondaria
evocata dal lavoro sulla situazione professionale, cioè
sulle difficoltà della clinica.
La deviazione attraverso il gioco di ruolo sollecita l'invenzione
immaginaria e non la drammatizzazione diretta del caso. Obbliga
i partecipanti ad allontanarsi dalla situazione clinica esposta,
spesso vissuta o riferita con un effetto traumatico intenso. Alcuni
partecipanti ricercano d'altronde questo effetto, proprio per
la sua funzione di adesione all'oggetto traumatico: l'affetto
soltanto è trasmesso da questa iniezione del trauma nella
psiche degli altri (o del gruppo). La deviazione che suggerisce
il ricorso all'immaginario e al gioco per mettere in opera una
doppia adesione: un'adesione all'oggetto traumatico e un'adesione
all'oggetto della controcarica traumatica, cioè il terapeuta
e/o il gruppo terapeutico. Da un lato l'evocazione di casi difficili
rimette i clinici in contatto con tutte le esperienze precedenti
nel corso delle quali, per l'appunto, la loro capacità
d'immaginazione e di metaforizzazione era particolarmente deteriorata.
Vale a dire in un momento della loro vita psichica caratterizzato
da un cattivo funzionamento dell'attività del Preconscio.
Non è strano che questa deviazione attraverso il distacco
dal gioco sia spesso accompagnata da angoscia.
1.1. La prima seduta
Dopo l'annuncio delle regole, vengono formulate molte domande
di precisazione sul dispositivo: per tutti il dispositivo è
nuovo, la maggior parte ha un'esperienza della drammatizzazione
diretta dei casi.
Le situazioni difficili evocate riguardano l'impotenza dei cimici
di fronte alla situazione economica e sociale degradata in tutti
i paesi dell'America latina. Altri partecipanti o gli stessi parlano
della loro impotenza davanti ad alcune forme di malattie biologiche
o mentali. Poi sono evocate più a lungo situazioni professionali
più precise: i pazienti che non pagano o che sono costretti
a lasciare perché non hanno più soldi - si evoca
di nuovo l'impotenza del terapeuta di fronte a questa difficoltà
-, o quelli che richiedono una transazione: qualche volta il terapeuta
accetta un compromesso o una dilazione del pagamento, ma si interroga
sullo statuto privilegiato che è attribuito a questi partecipanti
nel gruppo, e sul modo in cui si tratta, in questa evenienza,
l'indebitamento e l'aggressività.
Dopo molte esitazioni e numerose idee di gioco di molo, il tema
proposto è il seguente: una ragazza che studia all 'Università
vuole andar via di casa. La scena da drammatizzare sarà
l'incontro dei genitori e della figlia riguardo a questo progetto.
La giovane vorrebbe che i genitori le dessero dei soldi per viaggiare
e vivere giorno per giorno.
La drammatizzazione comincia: la madre si mostra estremamente
comprensiva di fronte alla figlia, pur mettendola in guardia sul
suo avvenire. La ragazza risponde che non c'è avvenire;
evoca in tono ironico il nome di numerosi gruppi di rock: "Rigidità
cadaverica", "No Futur", e altre formazioni dai
nomi ancora più disperati. Il padre entra in scena e si
mostra piuttosto fermo: sua figlia deve continuare gli studi oppure
guadagnarsi da vivere. Altri membri della famiglia entrano in
gioco: una zia, i nonni materni, poi il fidanzato della ragazza.
La famiglia è divisa: alcuni sono favorevoli all'evasione,
alla partenza per l'estero, alla buona idea di fuggire da quella
situazione; altri (i nonni) raccontano la propria storia, parlano
delle loro sconfitte, dei loro sforzi per rimettersi al lavoro
dopo periodi difficili. Il padre ricorda che la sua impresa è
sull'orlo del fallimento, che ci sono grosse difficoltà,
e si arrabbia con tutta la famiglia: qui non si fa che parlare
invece di lavorare seriamente. Il tono sale, i due giovani se
ne vanno, sono disorientati, non possono sopportare quel che succede
e lasciano la famiglia.
Due correnti di pensiero vengono alla luce dagli scambi dopo il
gioco: l'identificazione dei genitori con i giovani. I genitori
li comprendono bene, ma non sanno quali punti di riferimento devono
tenere fermi per la loro figlia; altri sono sensibili al carattere
rassicurante della presenza dei nonni che parlano della loro esperienza,
che hanno una storia da trasmettere. Allorché ritorna nella
discussione l'evocazione iniziale delle situazioni d'impotenza
di fronte al contesto sociale e specialmente di fronte all'indebitamento
dei pazienti, si precisa l'idea che se i genitori sono pronti
a comprendere tutto e ad identificarsi con le risposte dei loro
ragazzi, essi non fanno che coltivare la propria angoscia. Essi
non possono più pensare, agiscono o sono bloccati. Alcuni
terapeuti hanno accettato di lavorare gratuitamente per qualche
paziente: il gioco fa loro scoprire il vicolo cieco nel quale
si sono messi. E vero che anch'io lavoro per loro gratuitamente,
ma è la regola in questo tipo di attività e io l'ho
accettata "remunerandomi" con il guadagno di conoscenza
che mi aspetto. Il che non sarà senza conseguenze sullo
spazio transfero-controtransferale.
1.2 La seconda seduta
All'inizio della seduta i partecipanti esprimono la loro soddisfazione
di fronte a quello che si è drammatizzato e che ha potuto
essere mobilitato nel gioco, chiarendo alcuni aspetti della loro
vita professionale e personale. Alcuni pensano che io sia stato
probabilmente affaticato da quella seduta, mentre loro sono stati
invece dinamizzati da quello che è successo. La questione
dell'impotenza ritorna rapidamente: che fare di fronte ad una
situazione sociale traumatica? le vittime del terrorismo di Stato,
le vittime degli attentati, in particolare l'attentato contro
la comunità ebrea di Buenos Aires l'anno prima, ma anche
gli attentati e l'insicurezza negli altri paesi: in Israele, in
Algeria. Che fare? o piuttosto che pensare? La nozione di "mondi
sovrapposti" è evocata in riferimento ai lavori di
J. Puget e di L. Wender: la funzione analitica non è forse
minacciata allorché analizzato (partecipanti allo psicodramma)
e analista (psicodrammatista) sono immersi nello stesso contesto
sociale oppressivo? È in queste occasioni che si mobilitano
la confusione, le angosce di fronte alla perdita dei limiti, le
fantasie o gli atti di seduzione, la violenza condivisa, subita,
che incolla insieme pazienti e terapeuti.
Sono proposti alcuni temi di drammatizzazione che circolano, senza
successo, attorno all'impotenza politica davanti al Potere dello
Stato, senza connessione apparente con la questione clinica che
essi hanno evocato, quella dell'appartenenza del terapeuta e del
paziente agli stessi "mondi sovrapposti". Probabilmente
si tratta anche, nel transfert, della nostra comune appartenenza
a questo Congresso, di quello che ci unisce, loro e me, in questa
situazione, ora e adesso. Intervengo per dire loro che mi sembra
che essi stessi stiano vivendo una situazione d'impotenza a trovare
un tema da drammatizzare, e propongo loro di mettere a confronto
gli effetti di realtà e di vicolo cieco che può
produrre l'appartenenza dell'analista e dell'analizzato allo stesso
mondo, e la nozione che i mondi sovrapposti possono essere anch'essi
una creazione fantasmatica comune: a partire da elementi funzionanti
come indici comuni noi ci rimanderemmo allora a vicenda che partecipiamo
agli stessi mondi e che condividiamo la stessa esperienza. Li
invito dunque a prendere in considerazione la fantasia che è
stata relegata in secondo piano dall'aver preso in considerazione
la realtà sociale. Riprendendo in seguito l'elaborazione
di questa seduta, penso che in quei temi facesse ritorno la violenza
anticipatrice contenuta nel dispositivo del lavoro psichico che
avevo istituito per loro, rappresentando così la loro posizione
di psicodrammatisti. Non ho saputo stabilire come il tema della
violenza di Stato (accusata qui nei suoi sviluppi perversi) (1)
congiurasse con questa violenza fondatrice che, anche se organizza
un processo di simbolizzazione, non cessa per questo di essere
violenza.
Alcuni temi di drammatizzazione vengono nuovamente affacciati
intorno al blocco causato da un evento spaventoso, innominabile,
ma non sfociano nemmeno essi in un gioco.
I partecipanti mi fanno comprendere che la loro difficoltà
nel drammatizzare è precisamente quella che ciascuno prova
davanti a una situazione traumatica, che richiede un "fare"
anziché un "pensare", un'adesione anziché
il lutto per la cosa e per l'atto. Ma questa deviazione attraverso
il gioco mobilita resistenze che possono essere trattate soltanto
mediante l'interpretazione dei transfert: temono forse che, in
questo pre-congresso in cui ci troviamo insieme, li abbia convocati
per vivere una situazione eccezionale che li sedurrebbe e li renderebbe
impotenti? Proporre loro di drammatizzare non li condurrà
forse a smarrire le ragioni della loro collera? Non sto forse
facendo fare loro una deviazione pericolosa, come Cappuccetto
rosso che va a trovare la nonna? Manca il lupo in questa evocazione.
Lo faccio notare. Di nuovo vengono proposti diversi temi di drammatizzazione
intorno al lupo, alla paura e all'ammirazione che ispira. Al lupo
che, nella favola di Cappuccetto rosso, è allo stesso tempo
il grande seduttore e il grande divoratore. Inganna Cappuccetto
rosso e la nonna. Viene evocata allora la mia assenza durante
il pasto e viene supposto che io abbia passato quel tempo con
la traduttrice. Qualcuno canticchia una canzone imparata al Liceo
francese: "Promenons-nous dans le bois pendant que le loup
n'y est pas.. ." (2) poi viene loro l'idea che il lupo sia
forse il "lupo René" che ha corso troppo per
prendere Cappuccetto rosso. Si evoca quindi una scena con un cagnolino
attaccato da grossi cani - il cagnolino sfugge alla morte sottomettendosi
al capo della banda di grossi cani -, quindi una scena di lupi
che si divorano a vicenda. Questa irruzione della violenza, che
appare con la sessualità, fa molta paura. Una partecipante,
psicodrammatista in formazione, insiste molto perché si
drammatizzi al fine di superare la resistenza a drammatizzare
i temi proposti: questa controcarica del gioco è un effetto
tipico dell'adesione traumatica. La giovane evoca allora una situazione
di fronte alla quale si trova nella propria famiglia: è
madre di cinque figli, fra cui un neonato, e si sente fortemente
tirata in tutte le direzioni da tutte le esigenze dei suoi figli,
è "divorata" da loro, e propone che si drammatizzi
un tema a partire dalla sua esperienza: in altre parole si propone
come il caso difficile, per "nutrire" il gruppo. Il
tema scelto è quello di una famiglia che si riunisce nel
momento della colazione. Il ruolo del padre è giocato da
una donna (Ella), il ruolo della madre da colui che aveva giocato
il ruolo del padre nel gioco precedente (Tonio), il ruolo del
neonato è giocato dalla madre di famiglia numerosa; giocano
anche due bambini di 6 e 7 anni, e una ragazzina di 11 anni.
La drammatizzazione comincia con una scena di caos: il neonato,
sofferente, s'afferra a tutto ciò che ha a portata di mano,
reclama la presenza della madre e di attenzioni, s'innalzano grida
ovunque, nessuno sa più che succede, è il panico
e l'anarchia. Il padre (Ella) tenta di mettere un po' d'ordine,
ma senza grande convinzione. Suona alla porta l'esattore della
Compagnia per l'energia elettrica. Annuncia che taglierà
la corrente se la bolletta non sarà pagata. Il padre e
la madre s'accordano per dire all'esattore che c'è stato
un malinteso nella coppia: ciascuno pensava che dovesse essere
l'altro a pagare la bolletta. Chiedono una proroga, tentano di
guadagnare tempo. Mentre il padre negozia con l'esattore - intransigente
senza essere aggressivo - la madre (Tonio) racconta ai figli che
suo marito sta perdendo la testa, che non ha fatto quello che
bisognava fare. Discreditando il padre, cerca di far ridere i
figli in un gioco molto seduttivo nei loro confronti. Tutto allora
diventa estremamente confuso, i partecipanti sulla scena si voltano
continuamente verso i partecipanti spettatori, spiando le loro
reazioni, ricercando il loro accordo: propongo d'interrompere
il gioco.
L'interruzione del gioco sulla confusione (delle generazioni e
dei sessi) li sprofonda nel silenzio. Poi dicono che non hanno
saputo trattare la violenza se non mediante la falsificazione,
la furbizia e la seduzione. Su quale autorità, su quale
legge basarsi quando i genitori giocano ad essere come i loro
figli? Si aspettavano che il gioco permettesse loro di trattare
la violenza, la paura del lupo, le angosce di divoramento e le
fantasie di seduzione; ma tutte queste forme di violenza si sono
condensate nelle confusioni di sesso, di generazione che ne mascheravano
la posta in gioco. Suppongo che nel transfert auspicassero e temessero
che io fossi con loro nello stesso mondo sovrapposto, che li seducessi
e forse li divorassi, loro e l'interprete, che è la nostra
intermediaria condivisa.
Un'altra formulazione si collega con la prima seduta e con l'inizio
di questa: la degradazione del potere paterno conduce alla confusione
tra la legge familiare e la legge sociale, la confusione dell'autorità
con l'autoritarismo, come se ogni autorità fosse autoritarismo:
di qui lo sconforto del neonato, lo smarrimento della madre sopraffatta.,
lo sbando del pensiero. Mettono, forse, alla prova in questo modo
la capacità di contenimento del dispositivo? il loro smarrimento
di psicodrammatisti di fronte al non contenuto, all'impensato,
ai malfunzionamenti del simbolico?
1.3 La terza seduta
La seduta successiva permette di lavorare su una terza forma
d'impotenza: quella che provano i terapeuti, gli psicodrammatisti
e gli analisti di fronte alle resistenze ostinate e alle reazioni
terapeutiche negative di alcuni pazienti o l'irruzione durante
la seduta di un elemento esterno che non sia possibile controllare.
Un primo tema di gioco è proposto abbastanza rapidamente:
una tartaruga uscita dalla sua scatola attraversa alcune stanze
dell'appartamento di una terapeuta e s insinua nel suo studio.
La terapeuta si raggela allorché la tartaruga, avvicinatasi
lentamente a lei senza ch'ella sia potuta intervenire, comincia
a rosicchiarle le calze; la terapeuta non riesce a far uscire
la tartaruga e non può più ascoltare il suo paziente.
Viene proposta un'altra situazione: una terapeuta "dimentica"
che ha una seduta e va ad aprire la porta ad un suo paziente con
un grembiule e uno strofinaccio sulla spalla.
Un altro tema di gioco propone una consultazione di psicoterapia
di gruppo: il gruppo è composto da una giovane donna (Graziela)
che vuole giocare il ruolo della paziente che vuole interrompere
il trattamento e da altri due malati, una donna fobica (Marta)
e un impotente sessuale (Pablo). Appare difficile trovare qualcuno
che giochi il ruolo del (o della) terapeuta. Viene suggerito che
non ci sia, ma infine la partecipante madre di famiglia numerosa
si propone per giocare il ruolo della terapeuta. Tonio (che aveva
giocato il ruolo della madre) vuole giocare un molo, ma quello
della tartaruga: più d'uno pensa di giocare il ruolo d'una
tartaruga. Viene quindi proposta una nuova versione del tema che
associa elementi del primo a quest'ultimo.
La drammatizzazione comincia. Diverse tartarughe invadono lo spazio;
Graziela, trasformata in mulita (3) , si dirige verso la terapeuta
e si attacca a lei; la terapeuta si libera e la calma. Nel frattempo
alcune tartarughe, aggressive, mordicchiano la terapeuta e cercano
di sopraffarla. Graziela dichiara di aver deciso d'interrompere
il trattamento, senza indicarne i motivi. La terapeuta chiede
agli altri che cosa provino di fronte a questa metamorfosi. Marta
esprime innanzi tutto la rabbia: che se ne vada, che le lasci
sole, visto che abbandona il gruppo e rompe la solidarietà
tra i partecipanti. Pablo è più attento alla sofferenza
di Graziela, le chiede di precisare meglio la sua decisione, ma
Graziela non vuole sentire ragioni, si allontana dalla terapeuta
e va a raggiungere le tartarughe che approvano la sua decisione
e accusano il gruppo di essere responsabile di questa sconfitta.
Tonio, che per primo aveva proposto di fare la tartaruga, si fa
portaparola di Graziela: pensa che Graziela soffra, proprio come
lui, di non poter trovare risposta alla sua domanda di amore nei
confronti della terapeuta; essa si volge in odio. Graziela, ridiventata
donna, dice di aver temuto molto le interpretazioni della terapeuta
di fronte alla sua decisione d'interrompere il trattamento, di
aver cercato di farle provare ciò ch'ella stessa provava
senza poterlo nominare: quelli che la "mordicchiavano"
le procuravano un grande piacere, condividevano con lei questa
esperienza. Dopo la drammatizzazione il sentimento comune alla
maggior parte dei partecipanti è che si sia trattato dell'intrusione
della follia nello spazio psichico della terapeuta: questa dice,
infatti, che non ha saputo pensare quel che accadeva, ha esitato
fra ritiro, collera, seduzione, ma non ha potuto pensare, come
in una determinata situazione clinica in cui si era sentita sopraffatta.
Faccio notare che la "follia" è coltivata dall'insieme
del gruppo, gli uni seducendo e abbandonando aggressivamente la
terapeuta, gli altri sanzionando quelli che vogliono andarsene,
e facendo portare loro il peso del senso di colpa della separazione:
più viene detto a coloro che vogliono andarsene: "Vai,
ma andandotene ci farai del male)), più essi vogliono abbandonare
violentemente il gruppo e la terapeuta e più si mette in
atto e si coltiva una reazione terapeutica negativa persecutoria
condivisa, senza che il terapeuta, affascinato dalla propria reazione
controtransferale, sia in grado d'interpretarla nel gioco.
Dico loro che io stesso sono stato colto da questa paralisi: avevo
pensato d'intervenire nel gioco, dopo che Graziela, trasformata
in rnulita, avesse annunciato la sua decisione d'interrompere
il trattamento. Pensavo di giocare il ruolo del paziente inatteso,
che avrebbe parlato della sua angoscia davanti alla confusione
della terapeuta sorpresa. Ma non ero intervenuto, pensando che
sarebbe stato meglio lasciare che si raffigurasse nello spazio
psichico di ciascuno ciò che si ripresentava da diverse
sedute e qui in particolare come insorgente "dall'esterno":
l'affetto negativo. Di fronte a questa insorgenza bisognava proteggersi,
come animali corazzati. Ho anche pensato che non volevo mettere
la "terapeuta" in imbarazzo: questa si sentiva incapace
di fronte a questa partenza senza spiegazioni e alla difficoltà
di "contenere" le tartarughe. Nella fase successiva
alla drammatizzazione, mi appariva che, in realtà, io stesso
mi stavo proteggendo dai loro transfert negativi e che, proprio
come loro, di fronte a una reazione terapeutica negativa mi trovavo
minacciato nel mio narcisismo: come la "terapeuta" offrivo
un appiglio a ciò che i pazienti (in questo caso gli psicodrammatisti)
cercano per l'appunto di fare provare, riportando ciascuno alle
proprie fragilità.
Le associazioni ritornano sulla scelta della tartaruga come animale
rappresentante i pazienti: sono tartarughe folli, dicono alcuni,
sono la rappresentazione della regressione e delle difese psicotiche
dei pazienti di fronte ai traumi, alle intrusioni o al fallimento
del cadre: esse non pensano. Qualcuno dice che ho fatto bene a
non intervenire nella drammatizzazione: il mio intervento sarebbe
stato un'intrusione persecutoria, come quello delle tartarughe
che mordicchiano e mettono in scacco la terapeuta, come la paziente
che vuole abbandonare il gruppo. Penso che i processi di diffrazione
e moltiplicazione del simile sono una manifestazione delle difese
attivate contro questa rappresentazione persecutoria. Saremmo
stati, dunque, tutti delle tartarughe perseguitate, persecutrici,
io compreso? Infatti, dicono, sarei stato come il "maestro"
che sottolinea il difetto, poiché io conduco (senza difetti,
questo è ciò che credono) questo psicodramma per
perfezionare la loro pratica.
Alcuni partecipanti che non hanno giocato dicono allora che alcune
tartarughe, come Tonio e Graziela, hanno potuto pensare la loro
richiesta d'amore e i loro movimenti di odio, e parlarne: Graziela
è ridiventata un essere umano dopo quel che ha detto Tonio.
Possiamo allora parlare dei resti di transfert idealizzati e persecutori
sulla psicoanalisi e sullo psicodramma psicoanalitico.
1.4 La quarta seduta
La quarta seduta arriva su uno sfondo d'incertezza rispetto al
tempo di cui disponiamo per questa seduta a causa di problemi
tecnici legati all'organizzazione del Congresso. I partecipanti
ne sono turbati. Ottengo dagli organizzatori che questa seduta
sia mantenuta negli orari previsti. La maggior parte dei partecipanti
è sollevata e soddisfatta ma qualcuno prova della collera
per essere stato posto di fronte a questa incertezza. Le proposte
ditemi riguardano le reazioni di fronte ad una notizia catastrofica:
l'annuncio della morte di un parente, un assassinio politico,
un attentato (come quello dell'anno precedente contro la comunità
ebraica di Buenos Aires). Le situazioni cliniche che vengono allora
riferite evocano scompensazioni nelle sedute, un repentino cambiamento
di setting (uno studio inutilizzabile a seguito di un guasto,
l'irruzione di un paziente in una seduta di terapia di gruppo
con adolescenti, violente minacce d'un paziente nei confronti
del terapeuta o di un membro del gruppo).
Il tema scelto per il gioco è il seguente: mentre alcuni
pazienti sono riuniti in uno studio per una seduta di psicoterapia
di gruppo, si affaccia la minaccia di un attentato dinamitardo
in una scuola vicina.
La drammatizzazione prende avvio in modo abbastanza confuso e
violento, il terapeuta è preso da una reazione maniacale
e i pazienti sono al tempo stesso sopraffatti e aggressivi. Il
gioco termina cosi: un pompiere annuncia che c'è stato
un falso allarme. Happy end!
Dopo la drammatizzazione, i partecipanti lavorano sulle loro posizioni
controtransferali nel corso delle sedute difficili evocate all'inizio
della seduta: la loro fascinazione e la loro paura del gruppo,
la loro angoscia di fronte alla partenza improvvisa di un partecipante,
le ferite narcisistiche che suscitano le reazioni terapeutiche
negative, il loro sentimento d'impotenza di fronte alle minacce
sul cadre, come essi l'hanno provato prima di questa ultima seduta.
2. Il sogno, il gioco e il lavoro del Preconscio
Questa serie di sedute mostra come l'elaborazione del caso difficile
si effettui attraverso tre procedimenti principali:
- grazie al ricorso al tema immaginato, dopo la fase di esposizione
delle situazioni difficili e delle associazioni che vi si producono,
un transfert di transfert cerca e trova una raffigurazione scenarizzata
del conflitto e della paralisi del pensiero. Il tema è
una creazione del gruppo, una deviazione attraverso l'immaginario
che restituisce il fondale inconscio della mobilitazione controtransferale,
ordinando al tempo stesso in un momento transizionale il rapporto
difensivo in relazione con la posta in gioco personale della situazione
difficile.
- il lavoro dell'intersoggettività l'elaborazione mediante
l'apparato psichico degli altri e mediante ciò che si mette
al lavoro intrapsichico grazie a questo lavoro del legame, di
ciò che per un soggetto è momentaneamente indisponibile
al proprio pensiero e alla sua capacità di raffigurazione.
- il passaggio attraverso il fare finta, la mediazione della
finzione giocata permette di "fare del movimento un segno,
non un atto". Un segno, poi un senso: un raffigurare necessario
ad uno spazio di simbolizzazione. Quello che qui viene percorso
è il movimento che ristabilisce o restaura l'attività
del Preconscio, messo fuori uso dalla difficoltà di pensare
le aderenze traumatiche della situazione difficile.
Queste sequenze di analisi possono anche essere commentate a
partire da ciò che io avevo chiamato nel 1979 l'analisi
transizionale, che esige le seguenti condizioni:
- il mantenimento delle funzioni del cadre, in modo che possano
configurarsi le rotture e le trasformazioni che affettano questa
funzione o in un modo catastrofico o in un modo integrativo,
- la messa in opera della funzione di contenitore, che si manifesta
nell'accoglienza da parte dello psicodrammatista e dei membri
del gruppo nei loro spazi psichici, dei pensieri e degli affetti
liberati o non raffigurati e non simbolizzati, in modo che essi
possano essere trasformati. La deviazione attraverso la finzione
richiama la creazione di un contenitore nel quale si mette in
atto una funzione metaforica,
- l'instaurazione e la co-invenzione dell'area transizionale,
nella quale può stabilirsi un rapporto non conflittuale,
ludico, tra la realtà psichica interna, la realtà
psichica condivisa nel gruppo e la realtà esterna, fisica
e sociale,
- l'esercizio della funzione interpretativa propriamente psicoanalitica,
quella che poggia sui transfert, sulle resistenze e le ripetizioni,
che riguarda i partecipanti in situazioni di gruppo e il gruppo
stesso come creazione.
. |