LEZIONI ROMANE


RENÉ KAËS

cura di
Stefania Marinelli, Sergio Stagnitta
Walter Iacobelli, Marco Tramonte, Raffaella Di Donato

 

LEZIONI ALL'UNIVERSITA' TRE GIORNATE DI STUDIO

INTERVENTO ALLO SPAZIO SPICOANALITICO

 
 

Intervento presentato allo "Spazio Psicoanalitico" di Roma

René Kaës

L'elaborazione di situazioni cliniche difficili attraverso lo psicodramma psicoanalitico di gruppo

Caratterizzerò lo psicodramma come area d'incontro intersoggettivo per mezzo del gioco. Ma non si tratta di una gioco qualsiasi. Lo psicodramma è istituito dalla parola enunciatrice delle regole dello psicodramma. Lo psicodramma non si istituisce attraverso un gioco ma attraverso una parola che rende possibile il gioco. Questo è un principio fondamentale, poiché instaura un rapporto di doppia simbolizzazione: attraverso il gioco e attraverso la parola.
La dinamica, la topica e l'economia dello psicodramma stanno nello scarto tra il gioco immaginato, il gioco enunciato come tema e il gioco ripreso nella drammatizzazione; è questa drammatizzazione che mobilita il risveglio delle tracce mnestiche associando la motricità, l'immagine e la parola. A questi tempi logici differenti corrispondono anche delle specificità dello spazio dove questo lavoro si effettua, e ciò a prescindere dalle nostre tecniche e dai nostri obiettivi. Questa differenziazione dei tempi e dei luoghi soddisfa alcune delle condizioni richieste per il lavoro del Preconscio, per la sua (ri)messa in attività. Parola, gioco e gruppo formano il triangolo che qualifica lo spazio del Preconscio nello psicodramma psicoanalitico di gruppo. L'ipotesi che sostengo è che lo psicodramma psicoanalitico di gruppo è particolarmente adatto all'elaborazione delle situazioni cliniche rese difficili in ragione del cattivo funzionamento del Preconscio.
Per mettere alla prova questa ipotesi, esporrò una sequenza di psicodramma messo in atto per elaborare una di queste situazioni. Poi commenterò questa sequenza concentrandomi più precisamente sulla raffigurabilità e sul lavoro del Preconscio.
1. Una sequenza di psicodramma psicoanalitico di gruppo

La sequenza che sto per esporre è tratta da un seminario di psicodramma organizzato a Buenos Aires nel corso del Congresso dell'Associazione internazionale di psicoterapia di gruppo. Disponevo di quattro sedute di due ore ciascuna ripartite in tre giorni. Il gruppo era composto da 15 persone. I partecipanti di diverse nazionalità avevano per la maggior parte una lunga esperienza di psicodrammatisti, alcuni di essi erano gruppoanalisti, terapeuti di gruppo o terapeuti della famiglia o di coppia. Tutti avevano un'esperienza personale della psicoanalisi, più della metà la praticava.
Il metodo è il seguente: i partecipanti sono invitati a riferire una situazione clinica che gli sia sembrata particolarmente difficile da elaborare, poi a drammatizzare non direttamente uno dei casi riferiti ma un tema inventato da loro, venutogli in mente li e in quel momento. Io, dunque, non li conduco verso una drammatizzazione diretta della situazione clinica problematica, ma verso la ricerca di una situazione immaginaria, inventata in gruppo e che sarà scelta e recitata secondo le regole e le procedure dello psicodramma psicoanalitico di gruppo classico. Io detto le regole che governano il gioco psicodrammatico, l'utilizzazione degli spazi dello psicodramma, gli orari delle sedute, l'astinenza da qualsiasi relazione tra loro e me al di fuori delle sedute. Sono le regole che la maggior parte di loro detta in qualità di psicodrammatista.
Una volta scelto, il tema viene svolto nello spazio riservato al gioco psicodrammatico, poi i partecipanti sono invitati a parlare della scena ch'essi hanno drammatizzato o di cui sono stati spettatori: le associazioni che gli vengono in mente li riportano regolarmente ai casi, ma è possibile che questo ritorno alla clinica del caso si verifichi nella seduta seguente. La situazione di gruppo e lo psicodramma mobilitano le interferenze tra due tipi di processi: la regressione verso i processi primari sollecitata dall'invito ad associare liberamente, e l'elaborazione secondaria evocata dal lavoro sulla situazione professionale, cioè sulle difficoltà della clinica.
La deviazione attraverso il gioco di ruolo sollecita l'invenzione immaginaria e non la drammatizzazione diretta del caso. Obbliga i partecipanti ad allontanarsi dalla situazione clinica esposta, spesso vissuta o riferita con un effetto traumatico intenso. Alcuni partecipanti ricercano d'altronde questo effetto, proprio per la sua funzione di adesione all'oggetto traumatico: l'affetto soltanto è trasmesso da questa iniezione del trauma nella psiche degli altri (o del gruppo). La deviazione che suggerisce il ricorso all'immaginario e al gioco per mettere in opera una doppia adesione: un'adesione all'oggetto traumatico e un'adesione all'oggetto della controcarica traumatica, cioè il terapeuta e/o il gruppo terapeutico. Da un lato l'evocazione di casi difficili rimette i clinici in contatto con tutte le esperienze precedenti nel corso delle quali, per l'appunto, la loro capacità d'immaginazione e di metaforizzazione era particolarmente deteriorata. Vale a dire in un momento della loro vita psichica caratterizzato da un cattivo funzionamento dell'attività del Preconscio. Non è strano che questa deviazione attraverso il distacco dal gioco sia spesso accompagnata da angoscia.

1.1. La prima seduta

Dopo l'annuncio delle regole, vengono formulate molte domande di precisazione sul dispositivo: per tutti il dispositivo è nuovo, la maggior parte ha un'esperienza della drammatizzazione diretta dei casi.
Le situazioni difficili evocate riguardano l'impotenza dei cimici di fronte alla situazione economica e sociale degradata in tutti i paesi dell'America latina. Altri partecipanti o gli stessi parlano della loro impotenza davanti ad alcune forme di malattie biologiche o mentali. Poi sono evocate più a lungo situazioni professionali più precise: i pazienti che non pagano o che sono costretti a lasciare perché non hanno più soldi - si evoca di nuovo l'impotenza del terapeuta di fronte a questa difficoltà -, o quelli che richiedono una transazione: qualche volta il terapeuta accetta un compromesso o una dilazione del pagamento, ma si interroga sullo statuto privilegiato che è attribuito a questi partecipanti nel gruppo, e sul modo in cui si tratta, in questa evenienza, l'indebitamento e l'aggressività.
Dopo molte esitazioni e numerose idee di gioco di molo, il tema proposto è il seguente: una ragazza che studia all 'Università vuole andar via di casa. La scena da drammatizzare sarà l'incontro dei genitori e della figlia riguardo a questo progetto. La giovane vorrebbe che i genitori le dessero dei soldi per viaggiare e vivere giorno per giorno.
La drammatizzazione comincia: la madre si mostra estremamente comprensiva di fronte alla figlia, pur mettendola in guardia sul suo avvenire. La ragazza risponde che non c'è avvenire; evoca in tono ironico il nome di numerosi gruppi di rock: "Rigidità cadaverica", "No Futur", e altre formazioni dai nomi ancora più disperati. Il padre entra in scena e si mostra piuttosto fermo: sua figlia deve continuare gli studi oppure guadagnarsi da vivere. Altri membri della famiglia entrano in gioco: una zia, i nonni materni, poi il fidanzato della ragazza. La famiglia è divisa: alcuni sono favorevoli all'evasione, alla partenza per l'estero, alla buona idea di fuggire da quella situazione; altri (i nonni) raccontano la propria storia, parlano delle loro sconfitte, dei loro sforzi per rimettersi al lavoro dopo periodi difficili. Il padre ricorda che la sua impresa è sull'orlo del fallimento, che ci sono grosse difficoltà, e si arrabbia con tutta la famiglia: qui non si fa che parlare invece di lavorare seriamente. Il tono sale, i due giovani se ne vanno, sono disorientati, non possono sopportare quel che succede e lasciano la famiglia.
Due correnti di pensiero vengono alla luce dagli scambi dopo il gioco: l'identificazione dei genitori con i giovani. I genitori li comprendono bene, ma non sanno quali punti di riferimento devono tenere fermi per la loro figlia; altri sono sensibili al carattere rassicurante della presenza dei nonni che parlano della loro esperienza, che hanno una storia da trasmettere. Allorché ritorna nella discussione l'evocazione iniziale delle situazioni d'impotenza di fronte al contesto sociale e specialmente di fronte all'indebitamento dei pazienti, si precisa l'idea che se i genitori sono pronti a comprendere tutto e ad identificarsi con le risposte dei loro ragazzi, essi non fanno che coltivare la propria angoscia. Essi non possono più pensare, agiscono o sono bloccati. Alcuni terapeuti hanno accettato di lavorare gratuitamente per qualche paziente: il gioco fa loro scoprire il vicolo cieco nel quale si sono messi. E vero che anch'io lavoro per loro gratuitamente, ma è la regola in questo tipo di attività e io l'ho accettata "remunerandomi" con il guadagno di conoscenza che mi aspetto. Il che non sarà senza conseguenze sullo spazio transfero-controtransferale.

1.2 La seconda seduta

All'inizio della seduta i partecipanti esprimono la loro soddisfazione di fronte a quello che si è drammatizzato e che ha potuto essere mobilitato nel gioco, chiarendo alcuni aspetti della loro vita professionale e personale. Alcuni pensano che io sia stato probabilmente affaticato da quella seduta, mentre loro sono stati invece dinamizzati da quello che è successo. La questione dell'impotenza ritorna rapidamente: che fare di fronte ad una situazione sociale traumatica? le vittime del terrorismo di Stato, le vittime degli attentati, in particolare l'attentato contro la comunità ebrea di Buenos Aires l'anno prima, ma anche gli attentati e l'insicurezza negli altri paesi: in Israele, in Algeria. Che fare? o piuttosto che pensare? La nozione di "mondi sovrapposti" è evocata in riferimento ai lavori di J. Puget e di L. Wender: la funzione analitica non è forse minacciata allorché analizzato (partecipanti allo psicodramma) e analista (psicodrammatista) sono immersi nello stesso contesto sociale oppressivo? È in queste occasioni che si mobilitano la confusione, le angosce di fronte alla perdita dei limiti, le fantasie o gli atti di seduzione, la violenza condivisa, subita, che incolla insieme pazienti e terapeuti.
Sono proposti alcuni temi di drammatizzazione che circolano, senza successo, attorno all'impotenza politica davanti al Potere dello Stato, senza connessione apparente con la questione clinica che essi hanno evocato, quella dell'appartenenza del terapeuta e del paziente agli stessi "mondi sovrapposti". Probabilmente si tratta anche, nel transfert, della nostra comune appartenenza a questo Congresso, di quello che ci unisce, loro e me, in questa situazione, ora e adesso. Intervengo per dire loro che mi sembra che essi stessi stiano vivendo una situazione d'impotenza a trovare un tema da drammatizzare, e propongo loro di mettere a confronto gli effetti di realtà e di vicolo cieco che può produrre l'appartenenza dell'analista e dell'analizzato allo stesso mondo, e la nozione che i mondi sovrapposti possono essere anch'essi una creazione fantasmatica comune: a partire da elementi funzionanti come indici comuni noi ci rimanderemmo allora a vicenda che partecipiamo agli stessi mondi e che condividiamo la stessa esperienza. Li invito dunque a prendere in considerazione la fantasia che è stata relegata in secondo piano dall'aver preso in considerazione la realtà sociale. Riprendendo in seguito l'elaborazione di questa seduta, penso che in quei temi facesse ritorno la violenza anticipatrice contenuta nel dispositivo del lavoro psichico che avevo istituito per loro, rappresentando così la loro posizione di psicodrammatisti. Non ho saputo stabilire come il tema della violenza di Stato (accusata qui nei suoi sviluppi perversi) (1) congiurasse con questa violenza fondatrice che, anche se organizza un processo di simbolizzazione, non cessa per questo di essere violenza.
Alcuni temi di drammatizzazione vengono nuovamente affacciati intorno al blocco causato da un evento spaventoso, innominabile, ma non sfociano nemmeno essi in un gioco.
I partecipanti mi fanno comprendere che la loro difficoltà nel drammatizzare è precisamente quella che ciascuno prova davanti a una situazione traumatica, che richiede un "fare" anziché un "pensare", un'adesione anziché il lutto per la cosa e per l'atto. Ma questa deviazione attraverso il gioco mobilita resistenze che possono essere trattate soltanto mediante l'interpretazione dei transfert: temono forse che, in questo pre-congresso in cui ci troviamo insieme, li abbia convocati per vivere una situazione eccezionale che li sedurrebbe e li renderebbe impotenti? Proporre loro di drammatizzare non li condurrà forse a smarrire le ragioni della loro collera? Non sto forse facendo fare loro una deviazione pericolosa, come Cappuccetto rosso che va a trovare la nonna? Manca il lupo in questa evocazione. Lo faccio notare. Di nuovo vengono proposti diversi temi di drammatizzazione intorno al lupo, alla paura e all'ammirazione che ispira. Al lupo che, nella favola di Cappuccetto rosso, è allo stesso tempo il grande seduttore e il grande divoratore. Inganna Cappuccetto rosso e la nonna. Viene evocata allora la mia assenza durante il pasto e viene supposto che io abbia passato quel tempo con la traduttrice. Qualcuno canticchia una canzone imparata al Liceo francese: "Promenons-nous dans le bois pendant que le loup n'y est pas.. ." (2) poi viene loro l'idea che il lupo sia forse il "lupo René" che ha corso troppo per prendere Cappuccetto rosso. Si evoca quindi una scena con un cagnolino attaccato da grossi cani - il cagnolino sfugge alla morte sottomettendosi al capo della banda di grossi cani -, quindi una scena di lupi che si divorano a vicenda. Questa irruzione della violenza, che appare con la sessualità, fa molta paura. Una partecipante, psicodrammatista in formazione, insiste molto perché si drammatizzi al fine di superare la resistenza a drammatizzare i temi proposti: questa controcarica del gioco è un effetto tipico dell'adesione traumatica. La giovane evoca allora una situazione di fronte alla quale si trova nella propria famiglia: è madre di cinque figli, fra cui un neonato, e si sente fortemente tirata in tutte le direzioni da tutte le esigenze dei suoi figli, è "divorata" da loro, e propone che si drammatizzi un tema a partire dalla sua esperienza: in altre parole si propone come il caso difficile, per "nutrire" il gruppo. Il tema scelto è quello di una famiglia che si riunisce nel momento della colazione. Il ruolo del padre è giocato da una donna (Ella), il ruolo della madre da colui che aveva giocato il ruolo del padre nel gioco precedente (Tonio), il ruolo del neonato è giocato dalla madre di famiglia numerosa; giocano anche due bambini di 6 e 7 anni, e una ragazzina di 11 anni.
La drammatizzazione comincia con una scena di caos: il neonato, sofferente, s'afferra a tutto ciò che ha a portata di mano, reclama la presenza della madre e di attenzioni, s'innalzano grida ovunque, nessuno sa più che succede, è il panico e l'anarchia. Il padre (Ella) tenta di mettere un po' d'ordine, ma senza grande convinzione. Suona alla porta l'esattore della Compagnia per l'energia elettrica. Annuncia che taglierà la corrente se la bolletta non sarà pagata. Il padre e la madre s'accordano per dire all'esattore che c'è stato un malinteso nella coppia: ciascuno pensava che dovesse essere l'altro a pagare la bolletta. Chiedono una proroga, tentano di guadagnare tempo. Mentre il padre negozia con l'esattore - intransigente senza essere aggressivo - la madre (Tonio) racconta ai figli che suo marito sta perdendo la testa, che non ha fatto quello che bisognava fare. Discreditando il padre, cerca di far ridere i figli in un gioco molto seduttivo nei loro confronti. Tutto allora diventa estremamente confuso, i partecipanti sulla scena si voltano continuamente verso i partecipanti spettatori, spiando le loro reazioni, ricercando il loro accordo: propongo d'interrompere il gioco.
L'interruzione del gioco sulla confusione (delle generazioni e dei sessi) li sprofonda nel silenzio. Poi dicono che non hanno saputo trattare la violenza se non mediante la falsificazione, la furbizia e la seduzione. Su quale autorità, su quale legge basarsi quando i genitori giocano ad essere come i loro figli? Si aspettavano che il gioco permettesse loro di trattare la violenza, la paura del lupo, le angosce di divoramento e le fantasie di seduzione; ma tutte queste forme di violenza si sono condensate nelle confusioni di sesso, di generazione che ne mascheravano la posta in gioco. Suppongo che nel transfert auspicassero e temessero che io fossi con loro nello stesso mondo sovrapposto, che li seducessi e forse li divorassi, loro e l'interprete, che è la nostra intermediaria condivisa.
Un'altra formulazione si collega con la prima seduta e con l'inizio di questa: la degradazione del potere paterno conduce alla confusione tra la legge familiare e la legge sociale, la confusione dell'autorità con l'autoritarismo, come se ogni autorità fosse autoritarismo: di qui lo sconforto del neonato, lo smarrimento della madre sopraffatta., lo sbando del pensiero. Mettono, forse, alla prova in questo modo la capacità di contenimento del dispositivo? il loro smarrimento di psicodrammatisti di fronte al non contenuto, all'impensato, ai malfunzionamenti del simbolico?

1.3 La terza seduta

La seduta successiva permette di lavorare su una terza forma d'impotenza: quella che provano i terapeuti, gli psicodrammatisti e gli analisti di fronte alle resistenze ostinate e alle reazioni terapeutiche negative di alcuni pazienti o l'irruzione durante la seduta di un elemento esterno che non sia possibile controllare.
Un primo tema di gioco è proposto abbastanza rapidamente: una tartaruga uscita dalla sua scatola attraversa alcune stanze dell'appartamento di una terapeuta e s insinua nel suo studio. La terapeuta si raggela allorché la tartaruga, avvicinatasi lentamente a lei senza ch'ella sia potuta intervenire, comincia a rosicchiarle le calze; la terapeuta non riesce a far uscire la tartaruga e non può più ascoltare il suo paziente.
Viene proposta un'altra situazione: una terapeuta "dimentica" che ha una seduta e va ad aprire la porta ad un suo paziente con un grembiule e uno strofinaccio sulla spalla.
Un altro tema di gioco propone una consultazione di psicoterapia di gruppo: il gruppo è composto da una giovane donna (Graziela) che vuole giocare il ruolo della paziente che vuole interrompere il trattamento e da altri due malati, una donna fobica (Marta) e un impotente sessuale (Pablo). Appare difficile trovare qualcuno che giochi il ruolo del (o della) terapeuta. Viene suggerito che non ci sia, ma infine la partecipante madre di famiglia numerosa si propone per giocare il ruolo della terapeuta. Tonio (che aveva giocato il ruolo della madre) vuole giocare un molo, ma quello della tartaruga: più d'uno pensa di giocare il ruolo d'una tartaruga. Viene quindi proposta una nuova versione del tema che associa elementi del primo a quest'ultimo.
La drammatizzazione comincia. Diverse tartarughe invadono lo spazio; Graziela, trasformata in mulita (3) , si dirige verso la terapeuta e si attacca a lei; la terapeuta si libera e la calma. Nel frattempo alcune tartarughe, aggressive, mordicchiano la terapeuta e cercano di sopraffarla. Graziela dichiara di aver deciso d'interrompere il trattamento, senza indicarne i motivi. La terapeuta chiede agli altri che cosa provino di fronte a questa metamorfosi. Marta esprime innanzi tutto la rabbia: che se ne vada, che le lasci sole, visto che abbandona il gruppo e rompe la solidarietà tra i partecipanti. Pablo è più attento alla sofferenza di Graziela, le chiede di precisare meglio la sua decisione, ma Graziela non vuole sentire ragioni, si allontana dalla terapeuta e va a raggiungere le tartarughe che approvano la sua decisione e accusano il gruppo di essere responsabile di questa sconfitta. Tonio, che per primo aveva proposto di fare la tartaruga, si fa portaparola di Graziela: pensa che Graziela soffra, proprio come lui, di non poter trovare risposta alla sua domanda di amore nei confronti della terapeuta; essa si volge in odio. Graziela, ridiventata donna, dice di aver temuto molto le interpretazioni della terapeuta di fronte alla sua decisione d'interrompere il trattamento, di aver cercato di farle provare ciò ch'ella stessa provava senza poterlo nominare: quelli che la "mordicchiavano" le procuravano un grande piacere, condividevano con lei questa esperienza. Dopo la drammatizzazione il sentimento comune alla maggior parte dei partecipanti è che si sia trattato dell'intrusione della follia nello spazio psichico della terapeuta: questa dice, infatti, che non ha saputo pensare quel che accadeva, ha esitato fra ritiro, collera, seduzione, ma non ha potuto pensare, come in una determinata situazione clinica in cui si era sentita sopraffatta.
Faccio notare che la "follia" è coltivata dall'insieme del gruppo, gli uni seducendo e abbandonando aggressivamente la terapeuta, gli altri sanzionando quelli che vogliono andarsene, e facendo portare loro il peso del senso di colpa della separazione: più viene detto a coloro che vogliono andarsene: "Vai, ma andandotene ci farai del male)), più essi vogliono abbandonare violentemente il gruppo e la terapeuta e più si mette in atto e si coltiva una reazione terapeutica negativa persecutoria condivisa, senza che il terapeuta, affascinato dalla propria reazione controtransferale, sia in grado d'interpretarla nel gioco.
Dico loro che io stesso sono stato colto da questa paralisi: avevo pensato d'intervenire nel gioco, dopo che Graziela, trasformata in rnulita, avesse annunciato la sua decisione d'interrompere il trattamento. Pensavo di giocare il ruolo del paziente inatteso, che avrebbe parlato della sua angoscia davanti alla confusione della terapeuta sorpresa. Ma non ero intervenuto, pensando che sarebbe stato meglio lasciare che si raffigurasse nello spazio psichico di ciascuno ciò che si ripresentava da diverse sedute e qui in particolare come insorgente "dall'esterno": l'affetto negativo. Di fronte a questa insorgenza bisognava proteggersi, come animali corazzati. Ho anche pensato che non volevo mettere la "terapeuta" in imbarazzo: questa si sentiva incapace di fronte a questa partenza senza spiegazioni e alla difficoltà di "contenere" le tartarughe. Nella fase successiva alla drammatizzazione, mi appariva che, in realtà, io stesso mi stavo proteggendo dai loro transfert negativi e che, proprio come loro, di fronte a una reazione terapeutica negativa mi trovavo minacciato nel mio narcisismo: come la "terapeuta" offrivo un appiglio a ciò che i pazienti (in questo caso gli psicodrammatisti) cercano per l'appunto di fare provare, riportando ciascuno alle proprie fragilità.
Le associazioni ritornano sulla scelta della tartaruga come animale rappresentante i pazienti: sono tartarughe folli, dicono alcuni, sono la rappresentazione della regressione e delle difese psicotiche dei pazienti di fronte ai traumi, alle intrusioni o al fallimento del cadre: esse non pensano. Qualcuno dice che ho fatto bene a non intervenire nella drammatizzazione: il mio intervento sarebbe stato un'intrusione persecutoria, come quello delle tartarughe che mordicchiano e mettono in scacco la terapeuta, come la paziente che vuole abbandonare il gruppo. Penso che i processi di diffrazione e moltiplicazione del simile sono una manifestazione delle difese attivate contro questa rappresentazione persecutoria. Saremmo stati, dunque, tutti delle tartarughe perseguitate, persecutrici, io compreso? Infatti, dicono, sarei stato come il "maestro" che sottolinea il difetto, poiché io conduco (senza difetti, questo è ciò che credono) questo psicodramma per perfezionare la loro pratica.
Alcuni partecipanti che non hanno giocato dicono allora che alcune tartarughe, come Tonio e Graziela, hanno potuto pensare la loro richiesta d'amore e i loro movimenti di odio, e parlarne: Graziela è ridiventata un essere umano dopo quel che ha detto Tonio. Possiamo allora parlare dei resti di transfert idealizzati e persecutori sulla psicoanalisi e sullo psicodramma psicoanalitico.

1.4 La quarta seduta

La quarta seduta arriva su uno sfondo d'incertezza rispetto al tempo di cui disponiamo per questa seduta a causa di problemi tecnici legati all'organizzazione del Congresso. I partecipanti ne sono turbati. Ottengo dagli organizzatori che questa seduta sia mantenuta negli orari previsti. La maggior parte dei partecipanti è sollevata e soddisfatta ma qualcuno prova della collera per essere stato posto di fronte a questa incertezza. Le proposte ditemi riguardano le reazioni di fronte ad una notizia catastrofica: l'annuncio della morte di un parente, un assassinio politico, un attentato (come quello dell'anno precedente contro la comunità ebraica di Buenos Aires). Le situazioni cliniche che vengono allora riferite evocano scompensazioni nelle sedute, un repentino cambiamento di setting (uno studio inutilizzabile a seguito di un guasto, l'irruzione di un paziente in una seduta di terapia di gruppo con adolescenti, violente minacce d'un paziente nei confronti del terapeuta o di un membro del gruppo).
Il tema scelto per il gioco è il seguente: mentre alcuni pazienti sono riuniti in uno studio per una seduta di psicoterapia di gruppo, si affaccia la minaccia di un attentato dinamitardo in una scuola vicina.
La drammatizzazione prende avvio in modo abbastanza confuso e violento, il terapeuta è preso da una reazione maniacale e i pazienti sono al tempo stesso sopraffatti e aggressivi. Il gioco termina cosi: un pompiere annuncia che c'è stato un falso allarme. Happy end!
Dopo la drammatizzazione, i partecipanti lavorano sulle loro posizioni controtransferali nel corso delle sedute difficili evocate all'inizio della seduta: la loro fascinazione e la loro paura del gruppo, la loro angoscia di fronte alla partenza improvvisa di un partecipante, le ferite narcisistiche che suscitano le reazioni terapeutiche negative, il loro sentimento d'impotenza di fronte alle minacce sul cadre, come essi l'hanno provato prima di questa ultima seduta.

2. Il sogno, il gioco e il lavoro del Preconscio

Questa serie di sedute mostra come l'elaborazione del caso difficile si effettui attraverso tre procedimenti principali:

- grazie al ricorso al tema immaginato, dopo la fase di esposizione delle situazioni difficili e delle associazioni che vi si producono, un transfert di transfert cerca e trova una raffigurazione scenarizzata del conflitto e della paralisi del pensiero. Il tema è una creazione del gruppo, una deviazione attraverso l'immaginario che restituisce il fondale inconscio della mobilitazione controtransferale, ordinando al tempo stesso in un momento transizionale il rapporto difensivo in relazione con la posta in gioco personale della situazione difficile.

- il lavoro dell'intersoggettività l'elaborazione mediante l'apparato psichico degli altri e mediante ciò che si mette al lavoro intrapsichico grazie a questo lavoro del legame, di ciò che per un soggetto è momentaneamente indisponibile al proprio pensiero e alla sua capacità di raffigurazione.

- il passaggio attraverso il fare finta, la mediazione della finzione giocata permette di "fare del movimento un segno, non un atto". Un segno, poi un senso: un raffigurare necessario ad uno spazio di simbolizzazione. Quello che qui viene percorso è il movimento che ristabilisce o restaura l'attività del Preconscio, messo fuori uso dalla difficoltà di pensare le aderenze traumatiche della situazione difficile.

Queste sequenze di analisi possono anche essere commentate a partire da ciò che io avevo chiamato nel 1979 l'analisi transizionale, che esige le seguenti condizioni:

- il mantenimento delle funzioni del cadre, in modo che possano configurarsi le rotture e le trasformazioni che affettano questa funzione o in un modo catastrofico o in un modo integrativo,

- la messa in opera della funzione di contenitore, che si manifesta nell'accoglienza da parte dello psicodrammatista e dei membri del gruppo nei loro spazi psichici, dei pensieri e degli affetti liberati o non raffigurati e non simbolizzati, in modo che essi possano essere trasformati. La deviazione attraverso la finzione richiama la creazione di un contenitore nel quale si mette in atto una funzione metaforica,

- l'instaurazione e la co-invenzione dell'area transizionale, nella quale può stabilirsi un rapporto non conflittuale, ludico, tra la realtà psichica interna, la realtà psichica condivisa nel gruppo e la realtà esterna, fisica e sociale,

- l'esercizio della funzione interpretativa propriamente psicoanalitica, quella che poggia sui transfert, sulle resistenze e le ripetizioni, che riguarda i partecipanti in situazioni di gruppo e il gruppo stesso come creazione.




 

 


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