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Il mio obiettivo è fornire alcune informazioni sul “Social
Dreaming”, una tecnica di lavoro di gruppo che valorizza
il contributo che i sogni possono offrire alla comprensione, non
del “mondo interno” dei sognatori, ma della realtà
sociale ed istituzionale in cui vivono. Gordon Lawrence (1998b),
che ha scoperto questa tecnica, afferma che i sogni contengono
informazioni fondamentali sulla situazione in cui le persone stanno
vivendo nel momento in cui sognano. Il “Social Dreaming”
non vuole sfidare il grande valore dell’approccio ai sogni
della psicoanalisi classica, ma mette in rilievo la loro dimensione
sociale.
Questo scritto è diviso in alcune brevi sezioni. Fornirò,
prima di tutto, informazioni sul setting e sull’origine
di questa tecnica. Parlerò del suo impiego per esplorare
e migliorare il funzionamento di un’istituzione o di un’organizzazione.
Cercherò, quindi, di inserire il “Social Dreaming”
in una cornice storica. L’ultima parte dello scritto è
dedicata all’illustrazione di due mie esperienze di lavoro.
1. Definizione, setting e lavoro durante le sedute
Il “Social Dreaming” potrebbe essere definito come
un metodo di lavoro con i sogni, secondo il quale i sogni vengono
condivisi in un gruppo di persone che si riunisce per questo motivo.
Durante le sedute, i partecipanti presentano sogni che sono offerti
al gruppo in modo che sia possibile stabilire legami e connessioni.
(Armstrong, 1998; Lawrence, 1998a)
Le sedute di “Social Dreaming” solitamente durano
un’ora e mezzo. Ciascuna fa parte di un ciclo che può
essere breve, composto cioè da 3 a 5 sedute, oppure più
lungo. È consigliabile evitare un’unica seduta “rischiatutto”
di “Social Dreaming”, poiché lo sviluppo di
un processo è un aspetto importante del metodo. Il piano
di lavoro che viene adottato comunemente compatto: le sedute sono
riunite in due o tre giorni di lavoro. Sono stati impiegati, però,
anche altri piani di lavoro: ad esempio uno schema che prevede
lo svolgimento di una seduta settimanale per un periodo di quattro
o sei mesi. Le sedute possono essere condotte da un unico conduttore
o da un piccolo staff. La decisione dipende dal numero di persone
che compongono il gruppo, ma anche da preferenze personali del
conduttore.
È preferibile che il gruppo non sia eccessivamente numeroso:
non più di trenta o quaranta partecipanti. Il conduttore
ed i partecipanti sono seduti in cerchio o a spirale. Lo spazio
al centro del cerchio o nella spirale, è lasciato vuoto.
Ci può essere, come è anche possibile che non ci
sia, un breve discorso introduttivo in cui vengono comunicate
alcune informazioni di base. Il lavoro può cominciare in
qualsiasi modo: direttamente con la narrazione di un sogno, con
una comunicazione da parte di un partecipante oppure con una domanda
diretta al conduttore o al gruppo. Se il conduttore inizia con
una breve comunicazione introduttiva, spiegherà che i partecipanti
sono invitati a condividere i loro sogni, a fare associazioni
ed esplorare il loro possibile significato sociale. Fra le istruzioni
che vengono date all’inizio, una particolarmente importante
riguarda le associazioni ai sogni; il conduttore può sottolineare
che, almeno inizialmente, sarebbe meglio che i partecipanti non
offrissero associazioni rispetto ai propri sogni, ma che associassero
piuttosto sui sogni raccontati dalle altre persone presenti. Un
sogno può essere raccontato come associazione al sogno
di un altro partecipante. Questa è un’istruzione
particolarmente rilevante perchè fornisce implicitamente
il suggerimento che I sogni non devono essere considerati come
una proprietà privata del sognatore, ma piuttosto qualcosa
che è offerto perchè sia condiviso nel gruppo. (Hahn,
1998)
Altre poche regole possono far sì che la seduta proceda
bene: permettere ai singoli partecipanti di parlare per non più
di dieci minuti, evitare di rispondere a domande che sono poste
direttamente ed evitare di ingaggiarsi in una discussione con
un’unica persona. Queste regole hanno lo scopo complessivo
di aprire una discussione che fornisca a tutti l’opportunità
di parlare, piuttosto che andare verso un discorso centrato su
una persona o ristretto tra due o pochi.
Dirò adesso qualcosa sul lavoro che viene fatto durante
una seduta di Social Dreaming. Prima di tutto i sogni vengono
sviluppati attraverso le libere associazioni ed anche impiegando
la “amplificazione” emotiva e tematica dei contenuti.
Un secondo aspetto del lavoro, che implica il contributo di tutti
i partecipanti, consiste in:
• collegare tra loro immagini, sogni e fantasie;
• evidenziare la sequenza dei sogni che sono stati raccontati;
• mettere in luce come sogni differenti possano avere punti
in comune;
• riconoscere che un sogno raccontato da un partecipante
potrebbe essere stato sognato da un'altra tra le persone presenti;
• capire se i sogni e le associazioni forniscono elementi
utili per comprendere alcuni aspetti dell’ambiente sociale
e/o dell’organizzazione a cui appartengono i partecipanti;
• mettere in risalto gli elementi sociali dei sogni
Attraverso questo lavoro, ogni sogno rivela di avere non un solo
significato, ma molti che sono collegati tra loro.
Il lavoro nelle sedute di “Social Dreaming” implica
l’identificazione d’alcuni pattern, piuttosto che
l’interpretazione di contenuti.
Un risultato del modo in cui si affronta il lavoro, consiste nel
fatto che nelle sedute si produce un’atmosfera onirica.
Posso esprimere la stessa idea dicendo che durante le sedute di
“Social Dreaming” i sogni vengono sognati una seconda
volta.
Questa è la descrizione di alcune operazioni e momenti
che possono realizzarsi in una seduta di Social Dreaming, ma ciascuna
seduta ha un proprio sviluppo e potrebbe non necessariamente includere
tutte queste operazioni.
Per fornire un quadro più completo, dirò qualche
cosa anche su ciò di cui non ci si occupa durante una seduta
di “Social Dreaming”. I sogni non vengono messi in
rapporto all’infanzia delle persone che li raccontano, nè
a quella degli altri partecipanti. I sogni non sono utilizzati
per evidenziare qualche aspetto psicopatologico delle personalità.
I sogni non vengono impiegati per portare attenzione sulla vita
relazionale personale e privata dei presenti. È anche importante
evidenziare che le sedute di “Social Dreaming” non
hanno un diretto fine terapeutico. Come ho già detto il
fine del “Social Dreaming” è un impiego del
sogno per comprendere meglio la realtà sociale in cui vivono
le persone che prendono parte alle sedute. (Armstrong, 1998a)
Il conduttore del gruppo si fa carico che le regole del setting
siano rispettate. Egli lascia ai partecipanti il compito di associare,
trovare significati e identificare allegorie e simboli. Interviene
per facilitare il lavoro, ma non propone interpretazioni che riguardino
la dinamica di gruppo o la formazione di sottogruppi. I suoi interventi
sono sempre basati su ciò che è evidente, e sono
indirizzati ad aiutare il riconoscimento del significato sociale
dei sogni e delle associazioni.
2. Nascita del “Social Dreaming”
La data d’origine del “Social Dreaming” risale
agli inizi degli anni ’80. A quel tempo, Gordon Lawrence
faceva parte dello staff scientifico del Tavistock Institute of
Human Relations.
Lawrence, come condirettore del Programma delle Relazioni di Gruppo
dell’Istituto, sviluppa un approccio al gruppo centrato
sul concetto di “relazionalità” (“relatedness").
Intendendo con questo concetto: i modi in cui l’esperienza
ed il comportamento di un individuo riflettono e sono ordinati
da costrutti consci ed inconsci del gruppo o dell’organizzazione
che sono presenti nella sua mente.
Egli, insieme a Patricia Daniel concepisce poi l’idea di
“un gruppo di persone che sognano socialmente”.
Nel 1982, viene attuato il primo esperimento di “Social
Dreaming”, chiamato semplicemente: “Progetto di Social
Dreaming e creatività”. L’esperimento dura
otto settimane. Vengono tenute sedute settimanali, con tredici
membri che avevano vari background professionali, la maggior parte
dei partecipanti ha familiarità con la tradizione di studio
della Tavistock. Le sedute vengono chiamate “Matrici di
Social Dreaming”, dove la parola “matrice” ha
il significato di “luogo da cui nasce qualche cosa”.
3. Il “Social Dreaming” nelle organizzazioni e nelle
associazioni professionali
Lawrence ed altri ricercatori, successivamente, sviluppano in
modo graduale l’idea che per capire meglio le istituzioni,
è necessario prendere in considerazione anche la vita onirica
delle persone che ne fanno parte. Essi impiegano la tecnica del
“Social Dreaming” in vari contesti: consulenza aziendale,
corsi d’aggiornamento, congressi.
In certe fasi della vita di un’organizzazione, le tensioni
ed i conflitti raggiungono dei picchi. In queste fasi, spesso,
una grande quantità di energie è impiegata a trovare
delle “risposte”. Potrebbe risultare, invece, più
proficuo permettere che le “domande” presenti nell’istituzione
si sviluppino. Per fare questo, è necessario avere a disposizione
un “contenitore” adeguato. Un contenitore nel quale
le “domande” possano svilupparsi e che consenta alle
persone di mettersi in relazione con esse ed elaborarle. I sogni
possono rappresentare tale contenitore, ed il “Social Dreaming”
può essere la giusta tecnica. (Tatham e Morgan, 1998; Ambrosiano,
2001)
La vita delle organizzazioni e delle associazioni professionali
è spesso divisa in tre livelli. Il primo implica il lavoro
pratico, amministrativo ed anche quello burocratico; il secondo
ha a che vedere con gli ideali e le teorie; il terzo livello è
quello della vita fantastica ed onirica.
Il lavoro di sogno (o di gioco) in un’istituzione è
spesso poco evidente, riparato e quasi celato. Si può dire
forse che è ciò che rende possibile scherzare o
provare piacere durante il lavoro e con i compagni di lavoro.
Si può aggiungere che è quello che consente di prendere
sul serio, ma anche con una certa leggerezza ciò che accade
nella vita istituzionale. È più facile accorgersi
della mancanza o inadeguatezza che della attività di sognare
l’istituzione.
Il livello (o dimensione) della vita dell’organizzazione,
come un “luogo” dove si sogna continuamente e dove
l’organizzazione è costantemente sognata, d’altronde,
è spesso carente o comunque inadeguata. La inadeguatezza
del livello onirico allarga la separazione fra il livello pratico
dell’organizzazione e quello visionario, a detrimento di
entrambi. Il metodo del “Social Dreaming” aiuta a
portare l’attenzione e sottolinea l’importanza del
livello dei sogni ed attiva il livello onirico che dovrebbe essere
presente in ogni organizzazione. (Lawrence, 1998)
Il metodo del “Social Dreaming”, inoltre, aiuta a
vedere le persone che fanno parte di un’organizzazione o
di un’associazione nei termini del loro stile di pensiero
ed immaginazione, piuttosto che nei termini del loro ruolo e delle
loro psicopatologie.
Tale spostamento di prospettiva ha spesso l’effetto positivo
di spingere, almeno temporaneamente, sullo sfondo le questioni
di potere, per concentrarsi invece sul pensiero di gruppo e sulla
valorizzazione di modi di pensare “divergenti” rispetto
al pensiero dominante.
Le persone, infine, possono recuperare un senso di interezza e
di essere intimamente connesse con gli altri membri dell’istituzione.
Tale sentimento si era perso quando l’atmosfera dell’istituzione
aveva cominciato ad essere caratterizzata da conflitti e divisioni
“politiche”.
La tecnica del “Social Dreaming” è nata all'interno
di un’istituzione (l’Istituto Tavistock) e ha trovato
sinora applicazione soprattutto nel lavoro con organizzazioni
(gruppi strutturati che hanno delimitati scopi di lavoro, studio
o altro). Io ritengo che il “Social Dreaming” possa
venire impiegato utilmente anche con gruppi formati da persone
che non si conoscono o si conoscono poco. In questo caso, l'ambiente
comune è costituito dal fatto di condividere la stessa
realtà sociale, pur con l'ampiezza e la diversificazione
che ciò comporta. (Beradt, C. 1966) Un esempio può
essere il lavoro con persone che hanno subito un trauma, come
è stato l’attacco ed il crollo delle Torri gemelle
del World Trade Centre di New York. Un altro esempio può
essere il lavoro con persone che cono emigrate e vivono in un
paese diverso da quello di origine. Io ritengo, inoltre, che sarebbe
utile sperimentare la tecnica anche introducendo alcune variazioni
di setting - ad esempio, tenendo sedute settimanali per un periodo
di alcuni mesi – per poterne valutare le eventuali potenzialità
terapeutiche. (Beradt, C. 1966)
4. Profilo storico
Lawrence afferma che il “Social Dreaming” ha un passato
molto lungo ed una breve storia attuale. Non c’è
nulla di nuovo nella costruzione del materiale del “Social
Dreaming” – i sogni e le libere associazioni - ma
c’è qualche cosa di veramente rivoluzionario nel
metodo e nel campo di applicazione. Lo stretto legame stabilito
tra il sogno e l’individuo che lo ha sognato ha messo in
ombra, per molti secoli, le funzioni comunicative del sogno per
i gruppi o per le comunità. Dalla nostra prospettiva contemporanea,
vale probabilmente la pena di recuperare questo antico approccio
al sogno. (Selvaggi, 2001)
In molte culture tribali e nelle civiltà molto antiche,
i sogni - come i miti - erano raccontati e discussi nel corso
d’apposite riunioni collettive. Poiché i membri del
gruppo condividevano moltissimo dal punto di vista simbolico e
del linguaggio, essi avevano le chiavi per “leggere”
la maggior parte del significato simbolico di un sogno. I loro
“specialisti” (che erano specialisti dei rituali)
erano a conoscenza della molteplicità delle espressioni
e dei significati dei simboli ed il loro intervento era indirizzato
ad accentuare, illuminare, integrare ed elaborare il racconto
dei sogni, attraverso la risonanza poetica, piuttosto che “dis
incantare” tale racconto. L’interscambio onirico facilitava
il mettersi in rapporto e l’aggiustamento della comunicazione
tra i membri del gruppo. Ciò risultava particolarmente
utile e benefico in quelle aree della vita della comunità
nelle quali la cooperazione e l’interdipendenza dovevano
venire realizzate fluidamente, armoniosamente e con prontezza.
Ad esempio, in una piccola tribù - i cui membri si confrontano
quotidianamente con un mondo ed una vita molto dura – attività
quali cacciare e lottare implicano la necessità di operare
come un’unità. I membri della tribù, inoltre,
durante la caccia o un’azione di guerra, affidano reciprocamente
gli uni agli altri la loro vita.
Nel mondo urbanizzato del Mediterraneo classico - Mesopotamia,
Egitto, Israele, Grecia – l’impiego del sogno è
andato indirizzandosi verso scopi completamente diversi da quelli
che ho descritto. I sogni sono diventati immagini e messaggi che
riguardavano l’individuo più che il gruppo. Nel mondo
mediterraneo classico, infatti, i sogni erano considerati essenzialmente
come comunicazioni rivolte ai singoli sognatori. Il linguaggio
onirico, in precedenza trasparente e capace di influenzare il
vissuto condiviso, diviene più oscuro. Il sogno è
portatore di una comunicazione significativa, ma per comprendere
quella comunicazione è necessaria l’interpretazione.
I sogni non sono più uno strumento di armonizzazione inconscia
nell’ambito di un gruppo, ma piuttosto rivelano qualcosa
del destino di un certo sognatore.
Nel secondo secolo dopo Cristo, Artemidoro di Daldia - come molti
secoli dopo Freud - scrive un libro intitolato “L’interpretazione
dei sogni”. Sia Artemidoro che Freud sviluppano ipotesi
che conducono ad un “approccio individuale” ai sogni.
Questo approccio ha bisogno di un esperto capace di decifrare
il significato che è stato cifrato attraverso la condensazione
e lo spostamento. Gli esperti devono sapere come rintracciare
il residuo diurno contenuto nel sogno. Artemidoro afferma, parlando
del residuo diurno: “Un uomo non sognerà cose alle
quali non ha mai pensato”. Sia Artemidoro che Freud, inoltre,
impiegano l’idea che esiste una separazione fra ciò
che è inconscio e ciò che è cosciente; entrambi
privilegiano i sogni allegorici che contengono immagini che si
dispongono su più livelli. (Murray, 1999; Wilson de Armas,
1993)
5. Cenni su una tra le numerose evoluzioni dell’approccio
psicoanalitico al sogno
Freud ha posto i sogni al centro del progetto scientifico della
psicoanalisi. I sogni sono considerati specialmente nei termini
delle interpretazioni che rendono possibile capire il loro significato.
Nozioni come “censura” e “spostamento”
vengono sviluppate da Freud per spiegare i processi implicati
nel sognare, nel ricordare e nel dimenticare i sogni. È
stato uno sforzo straordinario grazie al quale la narrazione e
l’interpretazione dei sogni sono diventati aspetti rilevanti
del lavoro psicoanalitico.
Nel corso del tempo, psicoanalisti di considerevole levatura hanno
sviluppato la teoria di Freud e portato l’attenzione su
aspetti che egli aveva preso poco in considerazione. In particolare,
alcuni psicoanalisti hanno iniziato a guardare i sogni non come
presentazioni distorte dei desideri del sognatore, ma piuttosto
come autentiche e veritiere rappresentazioni dei suoi sentimenti,
desideri, fantasie e pensieri. È stata, inoltre, messa
in evidenza l’importanza di tali sentimenti e pensieri per
la vita affettiva del sognatore.
È stato segnalato, anche, che certi sogni forniscono un
efficace insight su un certo aspetto della personalità
del sognatore e/o su ciò che egli sta vivendo in quel momento
della vita.
Numerosi psicoanalisti ritengono che i sogni forniscano anche
informazioni rilevanti sulle paure, speranze, ideali presenti
nel ambiente sociale dove vive la persona che sogna. Ponendosi
in questa prospettiva, alcuni psicoanalisti italiani – Riolo
(1982), Corrao (1986), Gaburri (1992), Vallino Macciò (1992),
Ferro (1996), Correale (2001) – hanno affermato che il sogno
può essere considerato un’espressione di una data
situazione (o di un dato “campo”) e acquista significato
se viene collocato in riferimento a tale situazione (o “campo”).
Ponendosi all’interno dell’arco di orizzonte che ho
delineato, i sogni possono essere considerati non solo come espressione
di desideri e fantasie di un certo individuo, ma anche come “speciali
rappresentazioni” di punti di vista ed idee di quell’individuo
a proposito della comunità in cui vive e delle organizzazioni
a cui appartiene.
6. Workshop a Raissa
Dirò, ora, qualche cosa a proposito di due workshops che
ho condotto secondo la tecnica del “Social Dreaming”.
Il primo è stato tenuto in Israele a Raissa. Al workshop
hanno preso parte trentacinque partecipanti. La maggioranza era
costituita da Ebrei Israeliani; quattro partecipanti erano Arabi
Israeliani. I presenti erano tutti: psichiatri, psicologi o assistenti
sociali. Tutti appartenevano ad un’organizzazione che promuove
il dialogo tra gruppi e comunità in conflitto: Israeliani
e Palestinesi, Ebrei ed Arabi, Ebrei laici e religiosi, ecc. Ho
condotto il workshop in collaborazione con un collega israeliano.
L’organizzazione stessa è un gruppo assai conflittuale:
i suoi membri sono divisi dal punto di vista politico fra destra
e la sinistra. Questa divisione - dopo l’uccisione del premier
Rabin da parte di un’attivista di destra - è diventata
più netta e quasi irriducibile. I partecipanti “di
destra” e “di sinistra” hanno opinioni molto
diverse e conflittuali a proposito di molti problemi importanti;
ad esempio, del processo di pace con i Palestinesi e del futuro
dei coloni degli insediamenti ebraici nei territori dell’Autonomia
palestinese. Sentimenti molto accesi sono stati alimentati in
tutti dall’Intifada e dai recenti attacchi di kamikaze a
supermercati, stazioni d’autobus e ristoranti.
La guerra o guerriglia in corso fra Palestinesi e Israeliani è
stato il tema centrale delle tre sedute del “Social Dreaming”.
All’inizio della prima seduta, ho preso la parola molto
brevemente, presentando la tecnica. La seduta è stata caratterizzata
dal succedersi molto rapido e quasi frenetico del racconto di
sogni. Il racconto di un sogno seguiva l’altro in un modo
progressivamente sempre più rapido e con maggiore intensità
emotiva. Ad uno sguardo superficiale, sarebbe potuto apparire
che ognuno dei partecipanti era isolato in se stesso è
mosso soltanto dall’urgenza di comunicare, attraverso il
racconto dei sogni, emozioni e fantasie troppo compresse e sinora
trattenute. Si sarebbe potuto pensare che i partecipanti non riuscivano
ad associare rispetto ai sogni degli altri, e che potevano portare
al gruppo solamente il proprio sogno o incubo. Gradualmente, però,
è diventato sempre più chiaro che i sogni raccontati
erano essi stessi, associazioni e/o elaborazioni dei sogni che
erano stati presentati precedentemente nella seduta. Alcuni temi
comuni si sono presentati con una forza sorprendente e sono apparsi
come molto evidenti a tutti i presenti.
Tali temi erano centrati su:
- sentimento di essersi persi;
- senso d’insicurezza sulla strada da seguire;
- fantasie di essere abbandonati da genitori e figure dotate di
autorità;
- senso di colpa soprattutto rispetto ai propri figli.
Ecco, ad esempio, un sogno che mostra come una partecipante si
senta in colpa per il tempo e le energie che dedica invece che
alla figlia, all’associazione dove lavora come volontaria.
“Mia figlia sta comprando dei vestiti al centro commerciale
di Robinia. La donna che gestisce il negozio prende dal suo borsellino
380 Soldi e li dà in beneficenza. Mia figlia si arrabbia
moltissimo: vuole indietro i suoi soldi. La gerente le dice che
li può avere indietro, ma che per averli deve andare o
al “Centro della Sinistra” o alla scuola religiosa
di Robinia.”
Il successivo tema comune presenta attraverso una serie di sogni
centrati su:
- uccisioni, minacce e pericolo;
- desiderio di vendetta;
- senso di vergogna.
I partecipanti, come ho già detto, erano persone che si
erano schierate a destra o a sinistra nella politica in Israele.
La prima seduta ha consentito di mettere in luce e sperimentare
l’esistenza di un’esperienza affettiva comune. Tale
esperienza di base era rivelata dalla somiglianza dei sogni che
prescindevano dalla divisione a destra o a sinistra. Essi, poi,
nel corso della seconda seduta hanno avviato un dialogo che ha
comportato un intenso ed emozionante esame di se stessi e delle
posizioni politiche.
La terza seduta si è focalizzata sull’organizzazione
stessa. È stato qui che è emerso più disaccordo,
è stata espressa maggiore rabbia, i ruoli che alcuni dei
partecipanti ricoprivano nell’istituzione sono stati chiamati
in causa.
Proporrò adesso alcune considerazioni d’ordine generale
sul workshop.
1. Nel discorso “cosciente” (o “diurno”)
dei partecipanti la divisione fra Palestinesi ed Israeliani era
proposta come qualcosa d’ovvio. Era chiaro per tutti che
gli Israeliani ed i Palestinesi erano impegnati in un conflitto
e probabilmente in una vera e propria guerra. Opinioni diverse
venivano espresse rispetto a come gestire, su come “avere
a che fare” con il conflitto, ma solo su questo. Nessuno
metteva minimamente in dubbio che vi fossero conflitto e separazione,
che Israeliani ed i Palestinesi costituivano due fronti nettamente
contrapposti.
2. Nel discorso “del sogno” e nelle immagini oniriche,
invece, i Palestinesi non comparivano solo come nemici, ma anche
come figli, servi, persone che aiutano, persone umiliate ed oppresse
e molto altro. Una partecipante al workshop – ad esempio
- racconta un sogno nel quale un Palestinese era un Genio. Lei
lo ingoiava e in lei iniziava un processo che la portava verso
una trasformazione.
“Dalla mia bocca, veniva fuori un terribile Genio. Io lottavo
con lui, poi lo mangiavo.”
3. Il tema dei nazisti e quello dell’olocausto sono presenti
nei sogni, ma il dramma centrale condiviso dai partecipanti al
workshop è il conflitto tra Israeliani e Palestinesi. Il
conflitto attuale è sovrapposto e confuso con il terribile
ricordo e con il mito della persecuzione nazista, e con la sua
intera raccolta di sentimenti e fantasie. Il ricordo dell’olocausto
indirizza i presenti anche verso una forte e conflittuale identificazione
con il popolo palestinese.
4. Il tempo come è rappresentato nei sogni - in effetti,
molti sogni non sono veri sogni ma incubi - è un tempo
che non va in nessuna direzione. Non va in avanti e non va all’indietro.
Non è il tempo circolare del mito. Non è il tempo
dell’après coup, che può dà nuovo significato
all’apparizione d’antichi eventi. Il tempo dei “sogni
incubo” e della seduta del gruppo è un tempo ripetitivo
e statico. Nessuna azione può essere completata. Nessuna
azione può essere riconosciuta come veramente accaduta.
La stessa azione è agita ancora ed ancora di nuovo, oppure
è seguita da un’altra azione, che apparentemente
è il suo opposto, ma in effetti è identica.
5. I miei interventi durante le sedute si sono concentrati soprattutto
su questo modo di manifestarsi del tempo. In particolare, ho mostrato
l’influenza che questa qualità del tempo aveva, rispetto
a ciò avveniva nel gruppo. A tale fine, ho impiegato illustrazioni
tratte dai sogni e dalle associazioni ed ho usato un linguaggio
semplice e diretto.
L’apparizione dell’immagine di un “killer dotato
di dignità” ha fornito un notevole contributo nel
trasformare la ripetitività della sequenza di ciò
che si presentava nel gruppo. Una donna ha raccontato un episodio
che riguardava una donna incinta. Questa donna, abbandonando il
suo atteggiamento passivo, aveva ucciso una guardia nazista. Un
altro partecipante al workshop ha commentato che la donna aveva
avuto questa possibilità perché era incinta. La
donna aveva avvertito che uccideva non solo perché odiava,
ma anche per un motivo più valido ed universale. Un altro
membro ancora parla dei sentimenti che ha provato recentemente,
quando è stato di guardia durante la notte, armato di una
pistola, perché la sua famiglia era in pericolo.
6. In certe situazioni chi impugna un’arma ed anche chi
uccide non è semplicemente un criminale o un killer, ma
un “killer degno”. Un “killer degno” può
accettare il fatto di uccidere e di avere ucciso. La controparte
di un “killer degno” non è un persecutore o
una vittima, ma un nemico. Un “killer degno” è
molto diverso da un “killer professionista”. Un assassino
professionista, dopo avere ucciso, è pulito, senza macchie
di sangue, ben in ordine; tuttavia, è andato distrutto
qualcosa d’essenziale dentro di lui e nella sua vittima.
Un “killer degno” probabilmente può conservare
un po’ di onore in se stesso e nel suo nemico.
7. Workshop a Clarice Town
Il workshop di Clarice Town ha utilizzato un setting ed ha seguito
una distribuzione del tempo, simili a quelli di Raissa. Sono state
tenute quattro sedute.
I partecipanti erano venticinque. Tutti sono membri di un’associazione
che raggruppa psicoterapeuti che seguono nella loro pratica clinica
un approccio psicoanalitico ed hanno fatto un training psicoanalitico.
Vi può essere, però, differenza rispetto alla specifica
scuola e corrente teorica. Alcuni dei membri dell’associazione
seguono la Psicologia del Sé, altri una scuola ispirata
al pensiero di Melanie Klein, altri ancora alla Tavistock. La
decisione di convergere in una unica associazione è stata
presa perché il numero di psicoterapeuti che operano in
New Valdrade è molto limitato.
Riporterò un sogno, raccontato da una delle fondatrici
dell’associazione, durante la seconda seduta.
“Stavo facendo jogging, indossavo pantaloncini corti. Ero
molto più in forma di quanto non sia da parecchio tempo
e forse anche di quanto non sia mai stata. Mi sentivo piuttosto
sexy”.
La narratrice aggiunge:
“Anche se questo sogno sembra del tutto personale, penso
che si riferisca alla nostra associazione”.
Emergono numerose fantasie. Qualcuno associa le “ragazze
di Ashcombie road”, una strada famosa a Clarice Town per
i bar e le ragazze facili. Un altro partecipante dice che, all’inizio,
molti anni prima, l’atmosfera dell’associazione era
molto più calda. Tutti erano anche maggiormente attivi.
Una terza persona riferisce alcune immagini e stati d’animo
sorti dentro di lei all’annuncio che uno psicoanalista italiano
stava per arrivare a Clarice Town.
A questo punto, il discorso è mandato avanti soltanto da
alcuni tra i presenti, i soci fondatori. Ascoltando il loro discorso,
ho l’impressione – che poi si rivelerà esatta
- che stiano prendendo una decisione, senza però fare nessun
riferimento esplicito alla questione oggetto della decisione e
neanche al fatto che stanno prendendola. Uno degli associati a
questo sottogruppo improvvisamente chiede ad un altro dei soci
fondatori:
“Ti ricordi quando venivano i supervisori da Eudoxia?”
A poco a poco, con il contributo di quattro o cinque persone,
emerge la storia completa. Molti anni prima, tre “psicoanalisti
didatti” venivano a Clarice Town, una volta al mese, per
fare supervisioni, tenere seminari, ed in un certo senso per avviare
l’associazione. Gli psicoanalisti didatti di Eudoxia lavoravano
e rimanevano a Clarice Town durante il week end, dal venerdì
alla domenica. Alcune psicoterapiste giovani erano state invitate
a cena da loro; e poi, per un drink. Era successo qualche cosa
di “inappropriato”, di “non del tutto corretto”.
L’intera questione è stata passata sotto silenzio.
Non fu più chiesto agli psicoanalisti didatti protagonisti
di questa discutibile vicenda di venire da Eudoxia.
Immediatamente dopo che il racconto di questa vicenda è
stato completato, una donna, che è uno dei membri dell’associazione
che non appartiene al sottogruppo dei fondatori, ma neanche a
quello dei più giovani, interviene ribellandosi:
“Come avete potuto non parlarci di questo per più
di dieci anni!!”
Un’altra:
“Che bello!!! Voi avete avute vissuto un periodo animato
e divertente e noi?”
Un successivo partecipante:
“Ora capisco perché la sessualità, e anche
il più piccolo accenno di un amichevole flirt o di una
vicinanza fisica fra noi è stato messo completamente al
bando dalla vita della nostra associazione”.
8. Indicazioni metodologiche
a) Il primo commento è relativo alla straordinaria plasticità
e versatilità del sogno. Il sogno nelle sedute di “Social
Dreaming” svolge funzioni specifiche, e si adatta a questo
setting altrettanto bene di quanto si adatta al setting psicoanalitico
classico.
b) Il metodo del “Social Dreaming” mette in rilievo
l’importanza del raccontare e condividere i sogni per favorire
lo stabilirsi di una buona relazione tra i membri di un gruppo.
Io credo che, condividere il racconto di un sogno, prima di interpretarlo
o impiegarlo per capire, possa offrire un contributo anche per
una buona “accordatura” della relazione tra paziente
e psicoanalista nel setting tradizionale. (Friedman, 1999)
c) Il resoconto sul workshop di Raissa indica che è stato
utile paragonare le “immagini coscienti” del conflitto
tra Israeliani e Palestinesi con quelle nei sogni. Probabilmente,
può essere conveniente fare un uso analogo dei sogni anche
nel setting psicoanalitico.
d) L’ultima osservazione riguarda la psicoterapia di gruppo,
non la psicoanalisi. Nelle sedute di “Social Dreaming”
il significato che un sogno ha per il sognatore rimane sullo sfondo,
mentre l’attenzione è portata sul suo significato
sociale. Nelle sedute di psicoterapia di gruppo, la tecnica corretta
si differenzia da questa. In psicoterapia di gruppo è più
conveniente andare dal significato sociale di un sogno (o significato
“di gruppo” di un sogno) a quello personale e poi
nell’altra direzione, cioè dal significato personale
a quello di gruppo. Questo tragitto di va e vieni verrà
percorso più volte. (Neri, 2001)
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Claudio Neri
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