Silvia CORBELLA – Raffaella GIRELLI – Stefania MARINELLI
GRUPPI OMOGENEI
Teoria e clinica del campo mentale omogeneo

Borla, Roma, 2004

a cura di Mario Rossi Monti

 

Nel campo generale della psicoterapia di gruppo questo volume mette al centro della attenzione il tema (ed il problema) della omogeneità nei gruppi: i cosiddetti gruppi omogenei. Il volume si apre con tre interviste, curate da Francesca N.Vasta, a Howard Kibel, Robert Hinshelwood e Robi Friedman. Tutti e tre gli Autori intervistati (che provenono da differenti realtà culturali: Stati Uniti, Inghilterra, Israele) convergono nel sottolineare come la distinzione tra gruppi omogenei e classici gruppi non-omogenei (cosiddetti eterogenei) non sia affatto netta e precisa. Proprio perché la dimensione della omogeneità è in qualche misura comunque diffusa all’interno dei gruppi è necessario di volta in volta chiarire quale uso se ne vuole fare, in vista di una trasformazione in senso terapeutico. Dopo le prime considerazioni di carattere introduttivo svolte nelle interviste il volume si articola in cinque parti, con una notevole quantità di contributi, la maggior parte dei quali è dovuta ad autori che appartengono alla Associazione per la ricerca sui Gruppi Omogenei (ARGO). La prima parte del volume è dedicata a Il campo omogeneo di gruppo; la seconda a Il gruppo degli operatori psichiatrici; la terza a Gruppi omogenei in medicina organica; la quarta a Omogeneità e dipendenza; la quinta a Gruppi omogenei nelle istituzioni. Nel complesso il volume coniuga una riflessione di carattere teorico con un interesse clinico che si declina anche nel lavoro istituzionale.
Del resto, come sottolinea Livio Comin, la prospettiva dei gruppi omogenei ha il vantaggio di incentivare la fruibilità. In un’epoca in cui – almeno in Italia - le esigenze di politica gestionale delle istituzioni sanitarie sono state spesso applicate in maniera retriva ed amputate da una cultura di riferimento, tanto da essere spesso fatte oggetto di irrisione (soprattutto da chi adotta una cultura di riferimento psicoanalitica), il metodo di lavoro sui gruppi omogenei si propone come possibile punto di convergenza tra esigenze di ordine clinico ed esigenze di carattere gestionale.
Ma che cosa sono i gruppi omogenei? Howard Kibel, nella intervista riportata all’inizio del volume, sostiene che un gruppo è omogeneo quando ha un unico (o alcuni) obiettivi mirati, scopi o funzioni. Come accade nel caso di gruppi composti da vittime di traumi, persone malate di cancro, cardiopatici, altre patologie mediche; ma anche da persone “omogenee” rispetto all’essere tutti anziani, immigrati, alle prese con problemi legati al pensionamento o ancora – ad esempio - all’essere tutti genitori di bambini con gravi problemi caratteriali. Si tratta insomma di individuare un livello di omogeneità e di aggregare in maniera esplicita il gruppo sulla base di quel livello.
In ambito clinico il livello di omogeneità più immediato, ma anche più grossolano, è costituto dalla aggregazione in base alla diagnosi. Accanto a gruppi omogenei per diagnosi si possono costituire gruppi omogenei per identità di genere, per fase della vita o per specifiche problematiche relazionali o anche per omogeneità di formazione (gruppi omogenei di formazione per infermieri, assistenti sociali, educatori,etc.).
Il tema della omogeneità si dilata quindi in tutte le direzioni, a configurare una miriade di possibilità. Questo volume costringe a ripensare una dimensione conosciuta ma non pensata, nel senso che costringe a ripensare a situazioni di lavoro magari conosciute e sperimentate ma mostrandole sotto un diverso profilo: mettendo in primo piano i livelli di possibile omogeneità nell’ambito dei vari modi di lavorare con e nei gruppi. Questo particolare ambito di riflessione e di applicazione clinica ha in realtà sempre fatto parte della tradizione di lavoro con i gruppi, anche se da tempo era caduto a margine della riflessione psicoanalitica.
Howard Kibel sostiene che negli anni 50 e 60, anni in cui la psicoanalisi ha raggiunto la sua massima espansione, la contrapposizione tra gruppi eterogenei e gruppi omogenei si risolse a favore dei primi, soprattutto in virtù di motivazioni di carattere politico interne alla istituzione psicoanalitica. I gruppi omogenei furono declassati a gruppi di sostegno a causa del fatto – si sosteneva – che l’omogeneità condiziona lo sviluppo di difese omogenee che limitano l’approfondimento del lavoro terapeutico. I gruppi eterogenei invece furono considerati il vero campo di applicazione della psicoanalisi. Del resto gli psicoanalisti hanno sempre subito il fascino della profondità, quella che potremmo chiamare la vertigine dell’abisso: tutto ciò che si muove alla superficie viene tendenzialmente considerato non solo superficiale in senso svalutativo, parziale, e incompleto ma anche e soprattutto ingannevole: da guardare con sospetto. Così, in quella fase di sviluppo del pensiero psicoanalitico, proporre un lavoro di gruppo che prendesse in considerazione un elemento così superficiale e parziale come la omogeneità del gruppo stesso deve essere sembrato politicamente poco idoneo a rappresentare la vera essenza del metodo psicoanalitico. Il fatto è che, prendendo forse troppo alla lettera l'idea stessa di una psicologia del profondo, ci si è qualche volta troppo dimenticati della superficie: vale a dire del fatto che, anche per occuparsi del profondo, bisogna conoscere quali strade percorrere in superficie. Oltre che del fatto che qualche volta il profondo si nasconde proprio alla superficie.
Paradossalmente tuttavia, la storia della applicazione della psicoanalisi ai gruppi è segnata proprio dal lavoro con gruppi omogenei: basti pensare al lavoro pionieristico di Bion su gruppi di soggetti vittime di traumi di guerra. Dove la omogeneità in quel contesto era duplice: da un lato è una omogeneità di carattere clinico, dall’altro una omogeneità di ruolo. I gruppi erano composti da militari e Bion stesso era all’epoca ufficiale con il grado di maggiore. Molti degli autori che hanno sviluppato le prime riflessioni sulla psicoanalisi applicata ai gruppi appartenevano alla istituzione militare e firmavano i loro lavori facendo precedere il nome dal grado militare. Molte altre esperienze di lavoro di gruppo hanno trovato nella dimensione della omogeneità uno dei loro fondamenti. A volte questa omogeneità resta sullo sfondo, implicita, come una delle posizioni mentali del gruppo silente e non esplicitata; altre volte viene definita fin da subito dall’esterno come categoria costitutiva la identità del gruppo: assurge così al ruolo di figura che si staglia sullo sfondo.
In realtà in tutti i gruppi può essere individuata la dimensione della omogeneità: è importante però distinguere differenti omogeneità o diversi livelli di omogeneità: paradossalmente si potrebbe sostenere che anche la istituzione manicomiale funzionava per gruppi omogenei in base alle tradizionali categorizzazioni manicomiali fondata ad esempio su comportamenti (reparto agitati, acuti, cronici, lavoratori, sudici, etc.). Un altro conto ancora è la omogeneità che viene istituita dalla condivisione di un sintomo specifico (dismorfofobia per esempio o panico); diversa ancora è una omogeneità stabilita sulla base di una diagnosi descrittivo-categoriale stile DSM o di una diagnosi strutturale in base ai criteri di Kernberg, dove la omogeneità della categoria non è fondata sui criteri descrittivi fenomenici ma su criteri strutturali. Ed ancora un altro livello di omogeneità si crea in base ad una definizione dall’esterno (come nel caso di gruppi omogenei di familiari di pazienti schizofrenici) o invece a partire dalla qualità della esperienza vissuta, proposta come oggetto di identificazione omogenea per tutto il gruppo, come nel caso della esperienza traumatica, della perdita e del lutto.
In un gruppo omogeneo quindi un aspetto della identità dei partecipanti viene posto in primo piano e diventa l’elemento che definisce il senso di appartenenza e la identità del gruppo stesso. Quando vale la pena istituire questa condizione? Non tanto ad esempio nel trattamento delle psicosi, in quanto – come rileva Francesco Comelli - è difficile che gli psicotici percepiscano una loro omogeneità e possano metterla al servizio di un lavoro comune. E’ invece importante porre in evidenza la omogeneità tutte le volte che si vuole tentare di trasformare un elemento di rottura e di discontinuità in un elemento di continuità: trasformare qualcosa che separa ed emargina in qualcosa che unisce. In questo senso sono chiarificanti le precisazioni che Silvia Corbella e Stefania Marinelli svolgono nei rispettivi contributi e che riassumo qui di seguito:

-la istituzione di un gruppo omogeneo è particolarmente idonea alla presa in carico di situazioni psicopatologiche o sociali-esistenziali nelle quali sono presenti in maniera massiccia componenti di inadeguatezza vissuta come emarginante e vergognosa. Il setting del gruppo omogeneo facilita la espressione ed il riconoscimento di sentimenti che appartengono all’area della insufficienza e della impotenza e che è possibile cominciare ad elaborare attraverso processi di legittimazione e rispecchiamento.

- il gruppo omogeneo stimola il senso di appartenenza e la facilitazione di vissuti di condivisione e di fusione. Il sostare a lungo in queste fasi può tuttavia trasformarsi in una resistenza verso i processi di separazione individuazione. Per controbilanciare il rischio della componente stagnante insita nella fusionalità è necessario introdurre un correttivo. Come scrive Silvia Corbella, il modo più facile per controbilanciare il rischio di una stagnazione fusionale è quello di porre un limite temporale. Per questo motivo “ogni gruppo in cui vengono accentuati aspetti di omogeneità a scapito della predominanza di una composizione eterogenea dovrebbe essere a tempo limitato”.

Al fondo di queste considerazioni è insita una salutare rivalutazione della fusionalità non vista soltanto come elemento negativo e paralizzante o come abbraccio mortifero. In questo senso il lavoro con i gruppi omogenei conferma il fatto che la fusionalità – dopo gli importanti contributi di Pallier, Bolognini, Fonda - è stata in qualche modo “sdoganata” e non considerata soltanto nelle sue varianti patologiche: ha assunto piuttosto una diversa fisionomia fondata sul riconoscimento di un bisogno di fusione importante e fisiologico che ci accompagna più o meno nelle diverse fasi della vita:. Un bisogno quasi analogo al respirare e che si esprime nella tendenza a stabilire limitate e selettive aree fusionali in diverse aree del sé. Il recupero di questa componente nelle sue varianti non patologiche ha permesso di farne uno strumento di riflessione e di uso corrente nella prassi clinica: anche nel contesto del lavoro di gruppo.

Mario Rossi Monti
via G. Vico 13 – 50136 Firenze
rossimonti@alice.it



 
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