Angela SORDANO (socia argo)- FIABA, SOGNO E INTERSOGGETTIVITA'
Lo Psicodramma analitico con bambini e adolescenti
Bollati Boringhieri, Torino 2006. pp. 242.
a cura di Cinzia Miccinesi
INella letteratura che si occupa di psicoterapia di gruppo in età evolutiva solo recentemente si assiste ad un incremento di contributi scientifici che cercano di affrontare il complesso rapporto tra teoria, tecnica e pratica clinica.
Come sostengono Fonagy e Targhet (2003) “ il problema più cospicuo della costruzione teorica psicodinamica consiste nel suo rapporto con la pratica clinica” . Per poter affrontare lo spinoso problema dell'efficacia terapeutica in primo luogo credo si debbano creare le condizioni per poter permettere la condivisione tra contributi scientifici e queste condizioni sono costituite, tra le altre, da un rigorosa descrizione dei parametri di riferimento teorici e formali. In questo campo il lavoro psicoterapeutico di gruppo in età evolutiva, nonostante abbia ormai una vasta diffusione nelle istituzioni, inizia a muovere i primi passi.
Nel testo di Angela Sordano si coglie il tentativo, effettuato con chiarezza espositiva e spirito scientifico, di contribuire al confronto teorico-clinico sui parametri di riferimento (teorie, dispositivi, processi) e quindi sugli effetti della terapia di gruppo con bambini e adolescenti.
Il prezioso volume offre la possibilità al lettore di riflettere sul fatto che l'intervento terapeutico in gruppo in età evolutiva deve tener conto oltre che di aspetti specifici, che lo contraddistinguono dal lavoro con gli adulti, anche della complessità della mente infantile e direi, della responsabilità del conduttore nella sua funzione terapeutica con i bambini e gli adolescenti.
Una prima risposta data dall'autrice è il suo personale percorso di formazione: l'incontro tra paradigmi teorici diversi tra cui in primo luogo la formazione classica sullo psicodramma analitico e l'analisi personale di orientamento junghiano, ma anche l'attenzione, costante nelle pagine del libro, alle teorie dello sviluppo infantile come le teorie dell'attaccamento e della costruzione del Sé o le teorie dello sviluppo cognitivo.
Una seconda risposta si rintraccia in un filo rosso che pervade tutto il libro: l'immagine, in senso esteso, come codice comunicativo centrale nella costruzione di una relazione analitica in una fase, come l'età evolutiva, in cui il codice verbale non fornisce una esauriente chiave di lettura dell'esperienza emotiva. Secondo l'autrice le immagini sono dei testi visivi con delle proprie categorizzazioni logiche simili al codice linguistico. Hanno quindi il “ valore di rappresentazioni con le quali il soggetto sta organizzando i propri vissuti sollecitati dal gruppo”.
Nella letteratura psicoanalitica e nella psicologia dell'età evolutiva l'immagine, come il linguaggio del corpo e il gioco spontaneo, hanno una valenza narrativa. Ritengo che un importante contributo in questo senso sia stato dato da Dina Vallino (1999) nel lavoro psicoanalitico con i bambini: la narrazione del bambino avviene attraverso disegni, azioni e parole, talvolta con strutture piuttosto brevi ma comprensibili, “le storie nascono dalla sua creazione personale, dalla sua scelta, dalla libertà offerta nella terapia. Per aiutarlo a dare un senso è necessario porsi al livello del bambino che è quello narrativo”. Altro contributo importante si ritrova nella psicologia culturale di Bruner (1990) quando sostiene che lo scambio di narrazioni in un gruppo può consentire la trasmissione, la coordinazione e l'arricchimento dei contenuti mentali quindi la produzione della cultura di un gruppo.
Angela Sordano in gran parte del suo testo, ove peraltro non compare nel titolo la parola narrazione, compie a mio parere lo sforzo, attraverso un suo personale approccio tecnico e clinico, di comprendere e dare un senso alle narrazioni dei bambini e degli adolescenti in gruppo.
Analizzando nel particolare la struttura di questo testo vediamo quindi, che oltre a rappresentare un rigoroso contributo scientifico e clinico, costituisce anche un valido strumento per la formazione fornendo, nel succedersi degli otto capitoli, un quadro completo e ben organizzato.
Si nota infatti nel primo capitolo, l'intenzione esplicita dell'autrice di chiarire le basi teoriche che guidano il suo lavoro (lo psicodramma analitico junghiano) mettendole a confronto con altri differenti approcci allo psicodramma in età evolutiva. Viene infatti fornito sia un quadro storico, dall'introduzione dello psicodramma da parte di Moreno all'intreccio con la psicanalisi avvenuta proprio nell'ambito dell'età evolutiva ad opera della cosiddetta scuola francese, che un'analisi delle più recenti applicazioni della tecnica psicodrammatica, cui l'apporto di riferimenti teorici diversi come Lacan e Bion, ha provocato differenze sia nelle tecniche che nelle chiavi di lettura dei processi individuali e di gruppo. Fino a definire lo psicodramma analitico Junghiano in cui la teoria analitica si intreccia con la tecnica dello psicodramma moreniano.
Seguono quindi due capitoli che mirano a definire la cornice operativa in cui il dispositivo dello psicodramma analitico junghiano viene inserito all'interno dell'istituzione e come questo dispositivo gruppale possa a sua volta fare da cornice (il corsivo è mio) ad una migliore comprensione del soggetto e della sua “diagnosi”. Si nota la lunga esperienza dell'autrice in setting istituzionali quando pone l'attenzione, citando Bleger, al fatto che la definizione della cornice assume la funzione di consentire un processo riflessivo nei gruppi allargati.
Nel testo si ritrova quindi una dettagliata esposizione del dispositivo di cui cito la particolare attenzione prestata nel progettarlo, adattandolo alle caratteristiche proprie delle fasi dello sviluppo del bambino e dell'adolescente. Altro aspetto importante affrontato è la relazione con i genitori in particolare prevedendo gruppi che affiancano i gruppi di bambini: il bambino dipende dalle definizioni della realtà date dai genitori e non sempre i genitori hanno una chiara consapevolezza della dipendenza narrativa del bambino . Il gruppo dei genitori offre l'opportunità di superare il paradosso di una richiesta di cambiamento senza cambiare .
L'altra questione posta è quella della diagnosi e di come il gruppo offre una possibilità di conoscenza attraverso l'osservazione di relazioni orizzontali con i pari e verticali con gli adulti. Il vertice su cui si muove l'autrice è il tentativo di coniugare apporti di teorie diverse come la teoria dell'attaccamento, la teoria junghiana del Sé e la teoria dei ruoli alla base dello psicodramma. La lettura diagnostica all'interno del modello proposto dall'autrice è possibile attraverso “ l'analisi del grado di integrazione del Sé e della qualità delle rappresentazioni interne rese esplicite dalle competenze narrative”. Questo permette all'autrice di proporre degli indicatori specifici utilizzabili per la diagnosi in gruppo con la tecnica dello psicodramma analitico junghiano.
Per brevità espositiva raccordo tra loro i successivi tre capitoli che entrano nel merito degli strumenti utilizzati: il disegno, la fiaba, il racconto e l'azione psicodrammatica.
Si nota un approccio al disegno del bambino rispettoso e consapevole della valenza simbolica ed esplorativa che questo assume. In questo caso direi della valenza narrativa: l'approccio dell'autrice non è una interpretazione classica del disegno come può essere data in un test proiettivo. Si attesta su quello che lei chiama, riferendosi alla semiotica figurativa, secondo livello del figurativo: il motivo, il tema portato nel gruppo, la storia che vuole raccontare il bambino e non la storia personale del bambino. Il ruolo del conduttore sarà “ sostenere l'espressività, amplificare gli aspetti relazionali dell'immagine senza valutarne il contenuto, far emergere le risonanze emotive tra i membri lasciando aperto il processo assimilativo alla propria esperienza personale”.
L'analisi dettagliata delle funzioni delle fiaba , del racconto e del sogno (quando questo appare nel gruppo) che l'autrice offre, portano a riflettere sul rapporto ascolto/racconto e sul ri/narrare in gruppo. Dice Friedman riferendosi al racconto del sogno (2006) “la narrazione del sogno mette in azione processi di sviluppo attraverso il potenziamento della funzione alfa….. sembra che vi sia una forte interconnessione fra la narrazione di sogni e l'ascolto della narrazione”. Credo che per i bambini sia la struttura stessa della fiaba ove l'uso del “c'era una volta”, il tempo passato ma indefinito, e l'esplicitazione delle azioni ed intenzioni dei personaggi piuttosto che l'enfatizzazione dei sentimenti e delle emozioni, che permette una propria proiezione di senso. Come dice Hochmann (1996): spesso il bambino comprende solo una parte del racconto, alcune parole che lo hanno affascinato particolarmente e “se lo si interroga su ciò che ricorda, cosa che è meglio non fare, ci si accorge che l'ha ricostruita a proprio uso”.
Non è possibile in questo contesto entrare nel merito dei precisi riferimenti teorici citati da Angela Sordano che confrontano mito e fiaba o fiaba e racconto e sogno dei bambini esposti con chiarezza anche attraverso l'uso di tabelle esplicative, a cui rimando il lettore, quanto mi soffermerò su due aspetti sottolineati dall'autrice:la collocazione a temporale della fiaba e la depurazione dei contenuti affettivi. Entrambi questi aspetti permettono all'ascoltatore di operare un distanziamento (funzione schermo come definito dall'autrice) “ permettendogli di mettersi in una posizione di abbandono del controllo razionale sull'esperienza emotiva ed affidarsi a tante possibili identificazioni” .
La possibilità di ri-raccontare la fiaba o il racconto costruito in gruppo, offerta dal disegno e dalla messa in scena psicodrammatica, permette al bambino di integrare diverse identificazioni con elementi diversi operate dai membri del gruppo e di restituire una possibile costruzione di significati.
Infine soltanto alcune parole sul capitolo che affronta dettagliatamente la prospettiva intersoggettiva dello psicodramma Junghiano che l'autrice propone. L'aspetto centrale del tentativo dell'autrice di coniugare apporti teorici diversi si ritrova in particolare nel concetto di ruolo come un vero e proprio modello operativo capace di organizzare le azioni e di strutturare un suo sistema di significati. All'interno della rappresentazione psicodrammatica la distribuzione dei ruoli implica la possibilità di rappresentare tutte le funzioni necessarie a dare un senso di unità al Sé. L'energia trasformativa non è insita nel contenuto del racconto ma nelle azioni dei personaggi che vengono caratterizzati emotivamente dalla personalità dell'attore e dalla matrice intersoggettiva del gruppo.
In questo completo testo non poteva quindi mancare una ampia riflessione sui processi del gruppo esposta dall'autrice nel penultimo capitolo. Sappiamo che non vi è una vasta letteratura che approfondisce questi aspetti nei gruppi in età evolutiva. Per approcciarsi a questo studio anche l'autrice fa ricorso a teorie che sono state elaborate partendo dall'osservazione sui gruppi di adulti come, tra gli altri, Pichon-Rivière, Kaes e Neri. L'interesse dell'autrice anche in questo caso si rivolge alla relazione gruppo – soggetto, vista, come Pichon-Rivière in maniera dinamica e collocata in una immaginaria linea di continuità. Nel rapporto individuo gruppo si apprezza il tentativo di collocare fasi del gruppo in un ordine di continuità e verso la progettualità.
Il libro si chiude con le storie. Le storie dei soggetti e del gruppo. In effetti tutto il libro è pervaso da storie: storie personali di bambini e adolescenti, storie raccontate, storie disegnate e costruite in gruppo, storie rappresentate. Nei resoconti, che con generosità l'autrice offre al lettore, ogni storia è diversa come è diversa in ogni gruppo la rappresentazione della storia che ogni gruppo mette in scena.
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