Contributi della psicoanalisi allo studio del gruppo
di Stefania Marinelli
Introduzione
Giulio Cesare Zavattini
Nel lontano 1935 Balint (Balint, 1935) chiedeva che fosse prestata più attenzione allo sviluppo delle relazioni oggettuali, nel senso che tutti i termini e i concetti psicoanalitici, a eccezione di “oggetto” e di “relazioni oggettuali” si riferirebbero all'individuo da solo, segnalando i limiti di una tradizione di lettura della personalità centrata su ciò che si chiama one-body-psychology , ossia la focalizzazione sulle caratteristiche della mente individuale vista come a sé stante rispetto non solo al contesto, ma anche al tessuto di relazioni che circonda una persona.
Sono note le trasformazioni di questa modellistica nel movimento psicoanalitico che a partire dalle teorie delle relazioni oggettuali ha rivisto ampiamente il paradigma freudiano sino ad arrivare alle recenti posizioni intersoggettivistiche (Mitchell, 2000) in cui viene ripreso il quesito relativo al rapporto tra la configurazione del mondo interno e quella che potremmo chiamare la natura e sviluppo delle relazioni interpersonali (Beebe, Lachman, 2002).
Tale linea di ricerca ha determinato, pur con varie differenze, un grande sviluppo nel movimento psicoanalitico internazionale e, nello specifico, nel panorama della psicoanalisi italiana (a partire dai saggi del Convegno di Taormina del 1980 della SPI, sino a saggi recenti tra cui, per esempio, Bezoari, Ferro, 1997; Ferro, 1996, 2004, 2007; Gaburri, 1997; Neri, 2007) con un'accentuazione del tema della coppia psicoanalitica come matrice da cui processualmente emergono i significati e vengono definite le vicende dell'incontro in seduta tra paziente e psicoanalista. Ciò ha implicato non solo la rilettura dei modelli e della teoria della tecnica, ma ha portato all'individuazione di una nuova tipologia di pazienti e ha aperto aree d'attenzione nuove che hanno come oggetto d'intervento più che il singolo la loro relazione, avvicinandosi in questo al lavoro congiunto genitori-bambini o quello con le coppie e le famiglie (Manzano, Palacio Espasa, Zilkha, 1999; Lupinacci, Zavattini, 2004; Lieberman, Van Horne, 2005; Santona, Zavattini, 2007).
Su un altro piano, come emerge nell'intervista di Hinshelwood (pag. 158 e seguenti) in questo saggio, ancora prima degli sviluppi succintamente sopra menzionati, con il lavoro di Bion (Bion, 1961, 1962, 1967) e di Foulkes (Foulkes, 1964, 1975) si è cominciato a chiedersi come le idee psicoanalitiche potessero adattarsi al setting di gruppo, oppure come le concezioni psicoanalitiche non combacino con il setting di gruppo. In altri termini, parafrasando l'osservazione iniziale di Balint, possiamo chiederci se l'individuo è un'entità differente rispetto al gruppo, che è costituito da un insieme di individui e, quindi le due entità, ossia quella individuale e quella collettiva, sono qualcosa di completamente diverso.
Si apre il quesito su cui Francesco Corrao (Corrao, 1998) ha dato contributi fondamentali nella cultura psicoanalitica, quando si chiedeva: “ Abbiamo bisogno di teorie del tutto differenti per ciascuno dei due livelli ?”. Temi che emergono anche dai tanti saggi, sia sul piano teorico che clinico, da parte di Claudio Neri (Neri, 1996, 2007) a proposito della definizione e dello statuto del Gruppo nell'ottica psicoanalitica che attinge al pensiero di Bion.
Quesito che implica leggere il problema in termini di continuità con il corpus teorico della psicoanalisi a partire da Freud, o accentuare i temi della discontinuità come per certi versi sostenuto da Bion e Foulkes, anche se – a mio avviso – ciò andrebbe inserito nel contesto storico del dibattito. Oggi, per esempio la tesi di un assottigliamento della distinzione tra soggetto e oggetto appare meno dirompente se consideriamo i contributi della neuroscienze (Gallese, Eagle, Migone, 2007) dell'infant research (Stern, 2004), le ultime posizioni intersoggettiviste americane (Bromberg, 1998/2001) o anche, come sopra accennato, il lavoro delle sedute genitore-bambino (Mayes, Fonagy, Target, 2007.
Questo ricco crogiuolo non solo di ‘fermenti', ma anche e soprattutto d'individuazione di un indirizzo di pensiero visto con particolare attenzione ai temi dell'essere in gruppo, per così dire, è presente in questo complesso saggio di Stefania Marinelli “ Contributi della psicoanalisi allo studio del gruppo ” che affronta vari livelli, o ‘domini' del sapere in primo luogo quello che chiamerei ‘lo statuto del gruppo', sia come area di riflessione teorica, come nel primo capitolo e nel secondo, già affrontata nel saggio del 2000, “ Sentire. Saggi di psicoanalisi clinica ”, successivamente l'intervento in campo clinico tramite i gruppi omogenei ed inoltre il tema intrigante relativo al domandarsi se la famiglia è un gruppo visto sia attraverso l'iconologia religiosa, sia rispetto ai miti tragici e ai delitti familiari. Nell'ultima parte relativa a ‘ Il contributo della psicoanalisi allo studio del gruppo ' il lettore troverà invece una serie di interessanti interviste e dialoghi con vari autori italiani e stranieri che affrontano il costrutto del “gruppo” da varie ottiche e vertici.
Venendo ora all'inizio del saggio viene illustrato il tema del Gruppo come spazio psichico, la funzione di pensiero e mente del gruppo ed il concetto di campo in una prospettiva processualistica con l'intento di cogliere l'aspetto multiforme e autocreativo del dialogo psicoanalitico, da vedersi come autogenerantesi ed illimitato nel suo divenire. Si potrebbe anche dire che il Gruppo va inteso come un teatro a più voci sottolineando l'aspetto polisemico e molteplice dello scambio terapeutico, nonché la pluralità degli aspetti del sé, ma va colta la trama non nel senso ricostruttivo, ma nelle senso delle forme o della forma del divenire nel suo dispiegarsi a spirale. Il punto che mi sembra qui rilevante è il limite nel trovare “subito” una spiegazione in modo razionale e con parole e di potere tollerare di stare nella “tempesta” dei sentimenti e nelle varie embricazioni dei significati.
Come l'autrice suggestivamente scrive nella premessa “… Scrivere e leggere, insegnare e apprendere, analizzare ed essere analizzati vanno insieme e il gruppo potenzia la profondità dei campi bilatereali e plurilaterali dell'esperienza di reciprocità: la circolarità dell'esperire e pensare se stesso in relazione all'altro e agli altri, e fare esperienza dell'altro in relazione a sé rende l'oggetto gruppo perturbante, ma forte e indimenticabile, ogni volta che ci accompagna nello sconvolgente incontro (a)temporale con lo sconosciuto – in cui ciò che prima era ignoto si presenta per essere collocato nello spazio-tempo ”.
Qui può essere individuata l'idea della psicoanalisi come un processo continuamente elaborativo e trasformativo di significati così cara a Corrao e alla lezione di Bion e alla sua idea del pensiero protomentale secondo la quale in situazioni di sviluppo disturbato nelle precoci relazioni di vita può emergere che un elemento di ordine apparentemente sensoriale può essere in effetti di ordine psichico e viceversa.
Aspetti che vengono del resto colti, come già accennato, nel capitolo terzo dedicato ad un'area d'intervento su cui Stefania Marinelli ha molto lavorato che riguarda la teoria e le applicazioni in situazioni di particolare gravità, i cosidetti gruppi omogenei su cui già precedentemente l'autrice ha dedicato nel 2004 un bel saggio, “ Il gruppo e l'anoressia”.
Qui il riferimento sul piano dell'assetto mentale in cui posizionarsi, - vedi in particolare l'interessante definizione della nozione di omogeneità , pag. 75 e successive - sia per quanto riguarda il gruppo omogeneo con pazienti anoressiche-bulimiche, sia nei gruppi di formazione con medici ed infermieri di reparti oncologici, è al poter tollerare e capire la componente d'indifferenzazione fra funzionamenti mentali e corporei quando la parola diviene svuotata del suo significato affettivo e sostituita da eventi somatici che divengono come indipendenti, oppure potere stare ‘in sospensione' rispetto a richieste immediate.
L'idea che con pazienti difficili, o nei casi d'impasse terapeutica, è bene ricorrere a metafore, immagini che riavviano lo sgorgare dei significati inseguendo e suscitando emozioni e sentimenti e che, sia per il paziente che per l'analista, rappresentino una base su cui incontrarsi, ossia “sentirsi”, apre la strada nel saggio al riflettere su come nell'iconografia religiosa venga colta e data forma estetica all'indistinto e all'impercettibile anche se qui, a mio avviso, vi possono essere posizioni diverse tra chi teorizza una sorta di simbiosi originaria e chi invece mette più in luce la capacità di stare tra gli spazi come Bromberg o la capacità di cogliere i momenti di passaggio e le velature delle emozioni come Stern. Parimenti si può comprendere l'importanza data al tema dell' inverosimile (pag. 144), da vedersi anche come non pensabile, impossibile da pensare come nel mito tragico di Medea.
In sintesi il lettore si troverà all'inizio a misurarsi tra campi diversi con la necessità prima di perdere un filo, confini, per poi approdare a quella capacità di inseguire un divenire del pensiero con un movimento di andare aventi ed indietro a spirale che è così vicino ai fenomeni che l'esperienza psicoanalitica ‘”costruisce” nel setting che coinvolge due persone o più, come nel caso del gruppo, in una stanza o in quello spazio d'intervento definito dal setting.
Bibliografia
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