Studi ed esperienze a partire da Bion
cura di Stefania Marinelli, di AA.VV.
Secound Thoughts, di Giovanna Goretti

Second thoughts. Il titolo di uno dei primi folgoranti libri di Bion, quello, per intenderci, che contiene l'articolo che fece scandalo al Panel dell'IPAC di Edimburgo del 1961. Come racconta Paulo Cesar Sandler, descrivendo l'episodio (ma lasciando nell'ombra nome e cognome del chairman), riportando le fatidiche parole (con un margine di dubbio se siano state realmente pronunciate): ”questa non è più psicoanalisi” e il gesto infuriato e di disprezzo - gettare via con violenza i fogli da sé, facendoli sparpagliare sul tavolo e per terra - di chi non capisce e non tollera di non capire. La virtù laica di sopportare l'oscurità, Bion non aveva ancora cominciato a teorizzarla e doveva passare qualche anno prima che egli si ispirasse al rapporto del mistico col gruppo per spiegare il tipo di rapporto tra una nuova idea e l'ambiente culturale più o meno istituzionalizzato che l'accoglie: un sussulto di fascinazione ed orrore e, a seguire, un improvviso movimento di ricompattamento, chiusura e rifiuto. “Questa non è più psicoanalisi”. Sappiamo quante volte sia stato espresso lo stesso concetto e rispetto a quanti ambiti: il sublime Schumann lo disse della musica di Chopin e Einstein della fisica quantica… A rappresentare questo mai, una volta per tutte, superato problema - l'accoglimento del nuovo - Paulo C. Sandler racconta la travagliata odissea della pubblicazione della trilogia, la resistenza incontrata presso gli editori, lo stupore da lui provato di fronte al giudizio critico e alla franca ottusità -a suo avviso ancora più incomprensibile - di molti analisti, anche analisti noti come esimi conoscitori ed estimatori di Bion, il tentativo di capire che cosa, di se stessi, venisse così violentemente respinto in quei libri e di quei libri, la soddisfazione infine di un lavoro portato a termine, con la mappa dei paesi e delle lingue che hanno accolto la trilogia e accettato la sfida, non indifferente, di tradurla. Dimostrando che ogni mistico ha forse bisogno di qualcuno che faccia da tramite tra se stesso e il popolo, con il rischio che il tramite sia apprezzato più del mistico stesso. Paulo Cesar Sandler ci informa di avere scritto un libro che avrebbe dovuto avere la funzione di facilitare l'accesso alla trilogia: con qualche amarezza confessa che quel testo ha venduto più della Memoria del futuro. Ancona non si limita a parlare del problema che comporta accettare o riconoscere il nuovo, ma impone al lettore il problema stesso, obbligandolo a confrontarsi con un ostico passaggio di Cacciavillani (2003), rendendo così palese la differenza che esiste tra parlare di un problema e fare esperienza di esso. Che cosa avrà fatto il lettore di fronte a quell'ostico passaggio? Avrà scelto di sospendere il giudizio accettando di non capire subito (o forse mai)? avrà cercato, con qualche affanno e facendo ricorso all'una o all'altra delle sue più collaudate strategie cognitive di capire? avrà espresso una ammirata accettazione per timore di sentirsi incolto, illetterato e passatista? avrà espresso un incondizionato rifiuto nel sospetto, vagamente paranoide, di essere turlupinato dall'artista? le varie opzioni si saranno confusamente (e quasi omogeneamente, vedi S. Marinelli) conteso il campo della sua mente, in attesa di una “funzione alfa” in grado di discriminarle? Certa del genio dell'uno e dell'altro, e non intimorita da esso, Annie Anzieu emotivamente interroga il lungo reciproco abbraccio nel tempo tra Bion e Beckett, tra le idee dell'uno e dell'altro, lei stessa in intimo non negato abbraccio con Didier Anzieu e il suo lavoro con Beckett. Guardando nell'oscurità che abbaglia, Annie trae gemme commoventi: come la disperazione della separazione inevitabile, nel romanzo di Beckett “Mercier e Camper”, eco della separazione tra quei due straordinari compagni di viaggio? Scoprendo poi che le reciproche influenze sfumano in antiche somiglianze (non è sempre così ?): evocando il piccolo Bion immerso nei linguaggi multipli di chi si curava di lui nella prima infanzia in terra di India e creando un legame con la difficoltà di Beckett di mettere insieme parole e frasi. Sulla quale difficoltà, sembra che Bion abbia costruito l'ipotesi degli “attacchi al legame”.
La differenza tra parlare di e fare esperienza di corrisponde a qualche cosa di cui Freud divenne rapidamente consapevole e cioè che l'analisi non è un sapere su , ma un fare esperienza di , il transfert essendo l'area in cui questa esperienza può prendere vita. Nel linguaggio bioniano si esprime nel concetto di divenire O : ne torneremo a parlare.
Second thoughts. Il titolo di un libro di Bion, come ho ricordato. Che potrebbe essere tradotto con Pensieri secondi. Pensieri successivi. Pensieri che vengono dopo. O anche: ripensamento. Perché in quel libro Bion dedica l'ultimo capitolo precisamente a un “ripensamento” (non si chiamano così in pitture le correzioni apportate dal pittore al quadro, rese visibili dalle sofisticate tecniche radiografiche e serigrafiche?) relativo ai suoi primi scritti, che esistono ancora, ovviamente, nella versione originale, sulle riviste ove sono stati pubblicati la prima volta - come ci informa il risvolto di copertina di Second Thoughts, W. Bion, W.Heinemann, Medical Books - per chi volesse condurre un confronto tra le due versioni. Al centro dei problemi di Bion: la psicoanalisi e la sua trasmissibilità e l'irrimediabile distanza tra l'appunto scritto (recente o lontano nel tempo, non importa) e l'esperienza psicoanalitica, una distanza che rende possibile o necessaria la continua riscrittura di essa: senza che nessuna versione o l'ultima versione debba essere considerata necessariamente quella giusta. A un certo punto della vita di Bion, non si tratterà più soltanto di rivedere dei testi quanto piuttosto, come scrive Ancona, di una “radicale diversione”, che comporterà soprattutto la trasformazione di una sua trascorsa identità di comandante, eredità della prima guerra mondiale e di dure esperienze maturate durante la seconda. Come fa notare Ancona, gli assunti di base - accoppiamento, attacco e fuga - sembrano processi tipici di un gruppo militare in combattimento e Bion li sconfesserà e sosterrà che potrebbe nuovamente occuparsi di gruppi dopo aver studiato il pensiero schizofrenico. Influenze diverse - secondo Ancona, non è esclusa l'evoluzione della psicoanalisi contemporanea, non è esclusa l'influenza di Matte Blanco; secondo Giampà, non è esclusa l'influenza dell'immersione precoce nel pensiero millenario dell'India – imprimono e promuovono quella mutazione che si manifesterà negli scritti successivi: dalle Conferenze brasiliane alla Memoria del futuro. Alcuni analisti lo seguono, altri, anche eccellenti, restano perplessi. Ancona riporta il pensiero di Edna O'Shaughnessy che trova l'ultimo Bion “meno disciplinato, troppo aperto, troppo pro - ed e - evocativo, indebolito da significati enigmatici”. Il significato enigmatico di O, in primis, e del divenire O guardato con perplessità anche da molti “bioniani” che vedono in esso una possibile fuga di Bion verso una dimensione trascendente. Contribuisce a mio avviso all'ambiguità e favorisce timori di fughe nella trascendenza, equiparare O a Realtà Ultima, Assoluto Vero, Divinità o Cosa in SE', rispetto a parlarne come di una “ultimately unknowable but intuitable realm of unconscious-conscious system” (Sandler): questa ultima definizione è perfettamente compatibile con un pensiero laico (ed è anche piuttosto ovvia, in quanto implica la porzione inconoscibile di ogni realtà, a fortiori, se la realtà di cui si tratta è l'inconscio), le prime sembrano appartenere a un dominio incerto tra religione e filosofia e rimandano a una realtà trascendente, cui è difficile non dare il nome di Dio. Ottimi lavori nel testo - Ancona, Hautmann, Mello, Neri - si propongono di correggere certi fraintendimenti, ma rimangono a mio avviso, a fare da ostacolo al tentativo di una lettura laica del concetto, proprio quelle capital letters , che suscitano un certo imbarazzo in un discorso che si vuole scientifico, in formule che addirittura contraddicono a mio avviso il concetto stesso di inconscio, quell' “insieme di infiniti” in divenire, rispetto al quale mi sembra piuttosto coerente pensare che non può esistere una ultimate reality (esiste forse l'ultimo numero?) né un absolute truth. Claudio Neri, che fa della verità l'oggetto del suo testo - coniugando l'esigenza di verità con l'esigenza di pari intensità di una dimensione empatica di chi propone la verità nei confronti di chi la deve riconoscere e sostenere - non manca di segnalare che la verità è solitamente invocata da chi detiene il potere e vuole mantenerlo e parlare di verità può essere retorico o addirittura mistificatorio. Egli rifiuta inoltre l'idea di una unica verità. “Esiste - egli scrive - la verità di Tristano e la verità di Isotta”, ma anche, aggiungerei, la verità di Tristano (o di Isotta) è a sua volta luogo infinito di infiniti contrapposti, la maggior parte dei quali continuerà a rimanere al di là della conoscenza, e per ciò stesso continuerà a stimolare il desiderio di conoscere. Perché lo psicoanalista - e Bion lo sostiene nel primo volume della trilogia - desidera confrontarsi con i “fatti”, avvicinandosi ad un tempo, il più possibile al noumeno o, secondo le parole di Sandler, a quel “deposito senza tempo del noumeno trascendente che definisce la specie umana”. Molti analisti temono che queste parole annuncino dell'analisi un cambiamento di paradigma e forse vanno verso un cambiamento di paradigma anche le parole di Mello Franco Filho che scrive “la proposta della psicoanalisi non è decifrare la mente, ma collocare l'analizzando davanti al mistero della stessa.” Ed è in pieno cambiamento di paradigma, la psicoanalisi di Giampà così intimamente e profondamente intrecciata con precetti della spiritualità vedica e induista. Comprensibilmente non tutti gli analisti sono (ancora?) disponibili ad accettare questi vertici, anche quegli analisti che pure hanno condiviso con il paziente transitorie e significative esperienze, “di fronte al mistero” della mente. Per quegli analisti, l'antico impegno di decifrare la mente inconscia, continua ad essere sentito irrinunciabile, pur essendo profondamente consapevoli che la decifrazione non può che misurarci con “pallide estrazioni tridimensionali rispetto alla totalità multidimensionale emozionalmente sperimentata” (Oneroso, citata da Ancona). Chiamata in essere, in questa problematica area, è la fede. Mello Franco riporta un passaggio in cui Bion si domanda quale atteggiamento mentale (state of mind) è desiderabile per l'analista quando ”desires and memories are not” e conscio dei limiti del linguaggio - che non rende mai quello che uno vorrebbe dire - scrive: “A term that would express approximately what I need to express is “faith”(p.9). In questo contesto “faith” è l'approssimazione a uno stato mentale, a mio avviso, compatibile, anzi in un certo senso indispensabile, anche nella ricerca scientifica: il ricercatore deve pur credere che sia possibile arrivare da qualche parte per poter continuare a lavorare.
Nel linguaggio del commentatore, scompare il senso del tentativo di approssimare un concetto, scompaiono le virgolette e la parola ‘fede' compare, con la maiuscola, nell'espressione “Per la soppressione della memoria, desiderio etc si apre lo spazio per atti di Fede.” In seguito Franco Mello sostiene che “nozioni di Fede e Negatività non sono confinate al dominio religioso”: ma rischiano di diventarlo, a mio avviso, quando vengono scritte con la lettera maiuscola in un discorso che va ad approdare ai versi di Rilke (“Dio è la infinità oscurità”) e di Adelia Prado (“l'oscurità è Dio che si sforza di uscire da me”), dove mi sembra completamente persa l'idea che “oscuro” è l' “ultimately unknowable but intuitable realm of unconscious-conscious system”.
Il problema della maiuscola e del suo significato è sfiorato da Bion in una forma ellittica ed elusiva in Presentare il passato. P.A. nelle sue conversazioni con PRETE dirà che persone religione-dipendenti - fossero pure scienziati - rimangono attaccate a idee quale quella di Dio; poi continua: “la variabile viene sostituita da una costante che poi viene venerata come Costante”. Aggiunge che non vede il vantaggio di sostituire Dio a dio, sebbene possa capire il valore in certe circostanze di sostituire “D” con”d”. Più avanti nel dialogo, quando la parola verità appartiene al discorso di PRETE è scritta con la maiuscola, quando appartiene al discorso di Bion, è scritta con la minuscola: a indicare, a mio avviso, che la parola verità ha un diverso significato, una diversa portata, nel discorso - e sulle labbra - dell'uno e dell'altro. Se, come suggerisce Sandler, tutti i personaggi della trilogia possono essere pensati anche come aspetti di Bion, il discorso tra Prete e P.A. può deporre per un conflitto tra una parte religione-dipendente di Bion e una parte laica? tra il desiderio di venerare e far venerare certi concetti e l'esigenza di interrogarsi (e di invitare noi a interrogarci?) sul significato di una operazione che trasforma in Assoluto Vero, quello che più modestamente è da sempre, in psicoanalisi, quella parte di vero su se stessi cui analista e paziente possono pervenire? Quel vero di cui la tragedia di Edipo contribuisce a mostrare l'enorme peso che costituisce per la mente dell'uomo e le continue operazioni che vengono messe in atto per evaderlo: si può impazzire per non accedere al vero, si può impazzire perchè si ha avuto accesso al vero.
L'area sterminata del –K, e delle sue tremende conseguenze patologiche, tra cui la mente autistica, è indagata da Rezze nel suo impegnativo sforzo di trascrivere la griglia in –K. La mente autistica è sfiorata, in una sconcertante analogia, anche nell'affascinante teorizzazione di Hautmann che si sviluppa a partire dal concetto bioniano secondo il quale divenire O (o trasformarsi in O) segna un momento particolare dell'incontro con un oggetto presente, ma ignoto (come in gran parte ignoto è ogni oggetto di cui viene riconosciuta l'alterità, direi). In questa condizione “il sé si espande all'oggetto ignoto assorbendosi in esso”. Ma l' “ ignoto deve poter inglobare almeno una parte del sé che attivi una preconcezione illuminante”. Di una situazione in cui l'oggetto non offre stimoli in grado di “inglobare” una parte del sé, grazie a una pre-concezione fino a quel momento latente - per anomalia del sé o per una peculiarità dell'oggetto che si pone come incongruo rispetto alla preconcezione - Hautmann fa la condizione rappresentativa e generativa dell'autismo, il “buco nero” in cui il sé si perde (e il testo non permette di escludere possa trattarsi anche del sé dell'analista che si confronta con quell'inconoscibile del paziente, che non sembra generare nessuna pre-concezione). Questo contesto di discorso mi richiama le parole con cui Grotstein descrive il processo del conoscere: “the subject employs the projective identification of inherent and acquired pre-conception on the incoming stimuli emanating from the object”: il che comporta a mio avviso che se dall'oggetto non emana alcun tipo di stimolo su cui poter investire innate o acquisite preconcezioni, o se il sé, per un suo difetto non può disporre di preconcezioni innate o acquisite, non si dà neppure possibilità di conoscenza.
Hautmann suggerisce poi una analogia tra esperienza mistica e autismo. Di Teresa d'Avila egli riporta, tra le altre, le parole: “Dio e l'anima si godono in altissimo silenzio” ed avverte in queste parole l'affiorare di una condizione autistica ovviamente legata alla percezione di una tendenza verso l'immobilità e il non pensiero immanente alle parole di Teresa. Però mi sembra anche che quelle parole costituiscano il punto mai raggiunto eppure sempre nostalgicamente rimpianto in ogni intenso rapporto: l'autismo che si confonde e confluisce con l'asintoto dell'anelito comunicativo?
Le parole di Hautmann relative alle condizioni basilari del “divenire uno”, che sono anche la necessaria premessa del conoscere, creano la condizione per riflettere sul concetto di omogeneizzazione, oggetto del testo di Stefania Marinelli (una riflessione che si incrocia con il ricordo delle caratteristiche fonetiche articolatorie ritmiche del discorso di un paziente, a cui, come mi raccontò, una collega di lavoro aveva detto: dopo due minuti che parlo con te, mi sento affondare nelle sabbie mobili; che in altra occasione mi aveva detto che mentre parlava con un suo silentemente odiato “capo” notava con soddisfazione che egli, il capo, riusciva a stento a tenersi sveglio). Due sono i problemi che il testo mi pone. Il primo riguarda la possibilità di pensare che “il metabolismo di un elemento omogeneo possa produrre un elemento non omogeneo-con…”. In virtù di un processo autoctono? Per una specie di imponderabile mutazione genetica? Come parte di un “naturale” processo di sviluppo? Il secondo problema riguarda la possibilità che una mente esterna “non omogenea-con” possa imprimere una trasformazione verso la disomogeneità a partire da una situazione perfettamente e totalmente omogenea (la stessa riflessione facevo a proposito del modo di essere simmetrico: la totale simmetria non potrebbe mai evolvere, a mio avviso, verso la asimmetria). Penso all'immagine riportata da Ramachadan: macchie nere, in un disordine sparso, molto sparso, ma non abbastanza sparso, non abbastanza omogeneo, da non permettere, all'improvviso, l'emergere di una figura, che evidentemente esiste come preconcezione nella mente di chi guarda e che quindi può andare ad investire”incoming stimuli emanatine from the object”. Se i punti neri avessero una distribuzione diversa, totalmente simmetrica degli uni rispetto agli altri e fossero totalmente omogenei per dimensioni, intensità di colore ecc ho l'impressione che non potrebbe essere attivata nessuna preconcezione se non forse quelle che si riferiscono alla totale assenza di figurabilità, come, usando le parole di Ancona, idee di infinito, indefinito, assorbimento in un punto ecc. Ugualmente non potrebbe nascere alcuna preconcezione se non ci fosse l'idea (qui potremmo dire anche la fede) che qualche cosa deve-può emergere dalle macchie e non disponessimo liberamente di contenuti mentali per riempire questa preconcezione. Con ciò sto mettendo in discussione non solo la possibilità della totale omogeneità e simmetria dell' “apparato psichico” (anche la condizione altamente patologica e tremendamente contagiosa del mio paziente consentiva quel margine di asimmetria che permetteva il racconto intelligibile - ma a quale prezzo - di certe esperienze), supponendo piuttosto la presenza in proporzioni diverse dell'una e dell'altra fin dall'inizio della vita, ma anche la possibilità che l'assenza di memoria e desiderio sia la condizione che promuove la conoscenza, là dove la conoscenza comporta investire qualche cosa di esterno con preconcezioni - innate o acquisite - stimolate dall'oggetto da conoscere. Mello dedica una parte del suo testo ad una sorta di riscrittura di certi concetti “estremi”di Bion - parlo dell'assenza di memoria, desiderio e comprensione - attenuandone in un certo senso la portata. E nella versione discorsiva che egli ne dà, la posizione di Bion viene ad assomigliare quasi a sovrapporsi al Freud degli scritti sulla tecnica. Qualcuno lo ha notato?
Rezze e il –K . –K e il preconcetto. Nell'elaborazione di Castelo Filho anche il preconcetto mostra la sua funzione imprigionante antipensiero, utile, forse necessaria per combattere ansie psicotiche di disgregazione, ma che porta con sé il rischio di schiacciare e distruggere chi in esso si sostiene. Però, anche, il peso della mente: “la mente, un carico troppo pesante da portare per la bestia sensuale” scrive Bion nel secondo volume della trilogia e Ferro, che forse come nessuno, accoglie il protomentale e ce ne offre continue narrazioni attraverso le storie dei suoi indimenticabili pazienti impegnati come tutti a gestire più o meno rozzamente il carico emotivo (evitando, congelando, ruminando) e che anche arrivano a inaspettate ritessiture e metabolizzazioni, poi sgomenta i lettori presentando la mente più che come acquisizione evolutiva come “fattore di grande disturbo rispetto a un funzionamento pulsionale istintuale di per sé ben funzionante”. In questa prospettiva, è più facile capire quanti mezzi, farmacologici e non, possano essere usati per inattivarla, la mente: e tra questi la bugia, questo grande dispendio, che mostra nelle parole di Claudio Neri tutto il suo cupo metabolismo in perdita, che però anche può assolvere, nel pacato illuminato discorso di Ferro, a una funzione anestetizzante e diventare per ciò necessaria: “rinunciando ad essere paladini della Verità e godendo nell'essere artigiani del grado di sviluppo mentale tollerabile per i nostri pazienti e se stessi”. Un grado di sviluppo mentale che deve comunque affrontare la consapevolezza della propria fine: e per l'inaffrontabile della morte abbiamo bisogno, scrive Ferro, di non fermarci mai nella nostra narrazione. Non fermarci mai: dietro queste parole, l'ombra palpabile di una angoscia che può divorarci.
Second thoughts. Sono anche i molti pensieri che vengono dopo Bion, che Bion ha generato.
E' possibile costruire una mappa dei filoni di pensiero che da lui si sono sviluppati? Stefania Marinelli nell'introduzione si piega alle esigenze di una conoscenza “ad impianto” (tradizionale, illuministica, categoriale, secondo le parole di Ancona) tentando l'enumerazione: la conoscenza, la mente mistica, la creatività, i processi trasformativi, la concezione degli assunti di base, la dimensione temporale per poi riconoscere che queste diverse categorie che a livello macroscopico potrebbero essere assegnate a singoli autori, a un diverso livello sono in realtà compresenti nei diversi contributi. Ma possiamo anche riconoscere che ognuno di questi temi, come la luce, si scompone in diverse “bande”, dando luogo ad aggregazioni inedite che traversano spazi lontani fra loro: il gruppo musicale e la nursery , un concetto psicoanalitico e versi di ogni tempo. L'autore che scrive, avendo in qualche modo Bion come referente e come oggetto, non può insomma mancare l'incontro con i temi enumerati e le loro molteplici rifrazioni: e questo in qualche modo dimostra il continuo potere trasformativo dell'incontro con Bion.
Second thoughts. Alcuni dei miei pensieri, a lettura ultimata.
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