Carbone P. (20092). Le ali di Icaro. Capire e prevenire gli incidenti dei giovani. Bollati Boringhieri, Torino.

a cura di Raffaella Girelli

In concomitanza e in stretto collegamento tematico con l’uscita dell’edizione 23 della presente rivista, consiglio vivamente la lettura del volume Le ali di Icaro. Capire e prevenire gli incidenti dei giovani, nella sua seconda edizione, arricchita in maniera tale da risultare in più parti qualitativamente diversa rispetto alla prima, come ben documentato nella presentazione di Nino Dazzi.

Utilizzando in diversi capitoli una feconda e articolata lettura del mito del giovane Icaro, l’autrice trae così lo spunto per affrontare in maniera scientifica lo spinoso e toccante tema dell’incidente in età adolescenziale. Il vertice da cui la studiosa osserva e spiega il fenomeno è quello propriamente psicoanalitico, pur avvalendosi di osservazioni e dati provenienti da ambiti pluridisciplinari, come d’altra parte la complessità del tema richiede.

Lo sforzo intellettuale e l’impegno scientifico dell’autrice si dispiegano su più livelli di analisi, che attraversano il volume, in senso cronologico e non solo, perché in più parti alcune problematiche affrontate all’inizio sono poi riprese e arricchite in un circuito virtuoso alla luce di ulteriori riflessioni e apporti, di natura teorica e clinica. Tutto questo avviene in maniera tale che il lettore sia sempre accompagnato in un percorso caratterizzato da interrogativi critici e relative riflessioni, con un linguaggio e un ritmo di esposizione molto ben calibrati. Il primo risulta infatti sempre chiaro e accessibile, senza per questo che i contenuti risultino banalizzati, il secondo consente a chi legge di mantenere un proprio spazio di pensiero parallelo sugli argomenti via via trattati, senza subire un incalzare degli stessi. Il volume credo si presti anche per questo motivo molto bene non solo come strumento di conoscenza teorico-clinica ma anche come occasione di riflessione personale rispetto a un tema verso il quale è difficile, e forse nemmeno utile, mantenere l’assetto di semplice lettore-osservatore. Da questo punto di vista, è davvero un importante ausilio alla riflessione la lettura del mito che viene proposta nelle sue varie parti e sfaccettature: l’Icaro prima di andare a Creta (un ragazzo che aveva già creato dei problemi alla madre col suo comportamento, il ruolo di Dedalo, l’immagine di Icaro a cui il volume peraltro si ispira, quella «imprevedibile e rivelatrice […] di una statua romana della collezione capitolina, che rappresenta Icaro come un adolescente bellissimo, pensoso e infinitamente triste». Tornerò poco più avanti su quest’ultimo aspetto che rappresenta una delle ipotesi teorico-cliniche del lavoro, confermata dalla ricerca sul campo.

Un primo elemento su cui viene condotta l’attenzione del lettore è l’analisi della serie di idee malintese e di pregiudizi che aleggiano intorno al concetto di rischio e, a cascata, intorno a quello di comportamento a rischio e di incidente nell’immaginario collettivo, quindi sia da parte degli adolescenti, sia degli adulti (genitori, insegnanti, medici, operatori di aiuto vari). Il volume inizia infatti col voler dipanare qualche cosa di ambiguo e confusivo che riguarda la nozione di rischio, nella quale a partire dalla neutralità dell’originario significato in ambito matematico-probabilistico, si sono sommate sfumature diverse, fra cui quella morale della colpa, in riferimento all’intenzionalità del comportamento a rischio, e quella sociale del pericolo, che risente necessariamente del contesto culturale di riferimento. Nello studio e nella comprensione dell’incidente giovanile o – per meglio dire – del giovane incidentato, la studiosa si impegna in primo luogo a fare chiarezza terminologica nella condivisibile convinzione che «le parole non sono neutre convenzioni, ma indicatori della direzione delle nostre azioni e quindi dell’atteggiamento della nostra società nei confronti dei giovani e dei pericoli a cui sono esposti», suggerendo, tra le varie ipotesi, di dover distinguere fra: rischio inteso come calcolo probabilistico di un evento atteso e percezione soggettiva del rischio, sottolineando come sia quest’ultima la discriminante alla base del comportamento; un agire adolescenziale per sperimentare e un agire con connotati di fuga dalla consapevolezza (a parità di “comportamento a rischio” manifesto); l’incidente estremo, a cui la cronaca mediatica dedica grande attenzione, e l’incidente “di poco conto”, evidenziando come quest’ultima tipologia (sia esso stradale, sportivo, domestico ecc.) meriti altrettanta attenzione specialistica, dato che esiste una «maggioranza di giovani che rischia silenziosamente».

Un secondo elemento – che collocherei certamente tra le idee portanti e innovative che il volume espone – riguarda la prevenzione, ossia una disamina di come ad oggi si applica prevalentemente la prevenzione primaria e secondaria e con quale idea sottesa riguardo a tali interventi. La critica che viene posta dall’autrice è che gli interventi sono basati fondamentalmente sul fornire informazioni relativamente ai comportamenti cosiddetti a rischio e alle possibili conseguenze sul giovane e sulla sua sfera di relazioni. Tutto questo è ritenuto non sufficiente e nemmeno particolarmente efficace. Il motivo addotto non è tanto e non solo quello, per certi versi scontato, che forse può ipotizzare il lettore, e cioè che essendo la gamma di incidenti infinita, si pone comunque il problema di come fornire un’informazione che sia esaustiva per tutta la gamma e nello stesso tempo che raggiunga in maniera “personalizzata” il giovane che ascolta.

Il motivo addotto e molto ben giustificato è di ordine più profondo, metodologico, ed è condensato – a mio avviso – nel sottotitolo “Capire e prevenire gli incidenti dei giovani”.

I primi termini sono “capire e prevenire”, ossia l’idea espressa è che la prevenzione debba passare per la comprensione. Per comprendere da un punto di vista psicodinamico, occorre incontrare chi ha vissuto l’esperienza dell’incidente, parlare con lui/lei di quello specifico incidente, verificatosi in quella circostanza della sua vita, possibilmente nella minor distanza temporale possibile dall’accaduto (prima che le difese entrino troppo in campo).

La seconda parte del sottotitolo ha anch’essa il suo significato. L’interesse della comprensione è sugli incidenti (plurale) dei giovani, non sull’incidente stradale/sportivo/domestico/da comportamento sessuale non protetto, come se si potesse studiare un prototipo di comportamento per ognuno di questi casi e stabilire delle linee preventive generali (che invece abbondano nelle prevenzioni ad alto contenuto informativo sui singoli comportamenti a rischio). Nella prospettiva proposta dal volume l’interesse è rivolto a ogni incidente di quella persona, che è giovane e sta tentando di attraversare la sua adolescenza, per come ognuno di essi si è presentato e quasi sempre susseguito l’uno all’altro.

La prevenzione adottata dal gruppo di lavoro coordinato dalla studiosa si è realizzata infatti secondo un modello di ricerca coerente con queste premesse.

Una prima ricerca pilota ha voluto dare voce ai giovani sul tema, ha utilizzato il focus group, quale spazio relazionale privilegiato in cui essi potessero confrontarsi tra loro (quindi col proprio referente preferito per l’età: il gruppo dei pari), accompagnati da un ascolto attento e insieme discreto del conduttore adulto. Con le parole della studiosa: «Con questa metodologia non ci proponevamo di fornire indicazioni o modelli di comportamento; la speranza era piuttosto che il nostro sforzo di capire attivasse anche nei ragazzi una migliore capacità di porsi delle domande e di interrogarsi sul senso delle loro azioni [...] In questa prospettiva non ha tanta importanza l’argomento (si tratti di droga, incidenti o altro) su cui è focalizzato l’intervento; il vero focus della prevenzione è la persona dell’adolescente e la difficoltà fase-specifica di appropriarsi della sua vita e di riconoscersi come soggetto delle sue azioni».

In linea con molte ricerche nazionali e internazionali, un dato, tra gli altri, importante, emerso dalla ricerca è che la maggior parte degli incidenti giovanili avviene sullo sfondo di un umore triste, simil depressivo (come quello che trapela dalla scultura romana di Icaro); i ragazzi, a proposito dei propri incidenti, hanno parlato pochissimo nel focus group di «piacere», piuttosto di «vuoto, paura, pericolo, solitudine e follia».

Questa indagine è stata propedeutica a una ricerca-intervento, riferita nel dettaglio nel libro, che ha realizzato l’attivazione di uno Sportello Giovani, dove fosse possibile ricevere un ascolto specialistico da parte dei ragazzi incidentati che si fossero rivolti al Pronto Soccorso di un ospedale romano. In questo modo, proprio nei locali del Pronto Soccorso, si è offerta la possibilità al giovane di riflettere “a caldo” sull’incidente, rivisitandolo, potendolo collegare al proprio momento esistenziale, trasformando quindi – si potrebbe dire – un “banale incidente” in un episodio dotato di senso e così collocabile nel bagaglio della propria esperienza di vita. Questa formula di intervento che la studiosa definisce “prevenzione attiva”, caratterizzata dal fatto che vede il giovane coinvolto come protagonista, può lasciare un segno e una trasformazione.

Infine, come viene giustamente sottolineato nel volume, un modello di questo genere non può prescindere dall’integrazione di competenze complementari (nello specifico fra quelle del medico del Pronto Soccorso e quelle dello psicologo). Si può allora considerare la presenza nel volume della interessante appendice di G.F. Brunelli, “L’altro lato della strada: dalla parte del corpo”, in cui dalla prospettiva del Modello di Fisiopatologia Bio-Transazionale, l’autore si propone di «affrontare il senso di queste ferite [causate dall’incidente sul corpo] e delle loro memorie», un primo passo verso un fecondo dialogo operativo fra discipline complementari.

 


 
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