Figure del dialogo. Figure del fraintendimento

Virginia De Micco

‘Figure del dialogo’ si intitola il bel libro di Alfredo Lombardozzi dedicato ai possibili spazi di incontro e di confronto tra antropologia e psicoanalisi, terreno sul quale l’autore è impegnato da anni sia su un piano teorico che su un piano di possibile ‘applicazione’ e contaminazione pratica, possedendo tra l’altro una doppia competenza sia psicoanalitica che antropologica.
La storia dei rapporti tra antropologia e psicoanalisi è infatti costellata da grandi e reciproche curiosità e ‘fascinazioni’, e da altrettanto grandi incomprensioni e fraintendimenti: basti pensare alla suggestiva immagine di Marc Augè che le vede perennemente impegnate a ‘ scambiarsi i bigliettini da visita senza riuscire ad unire i loro destini’ e alle parole dell’antropologa Giordana Charuty che sottolinea i continui ‘appuntamenti mancati’ tra le due discipline. Un dialogo dunque che si intuisce potenzialmente fecondo e ritenuto da alcuni autori addirittura indispensabile soprattutto nell’era della cosiddetta globalizzazione, ma che, nondimeno, appare irto di difficoltà e continuamente esposto al rischio del fraintendimento.
Lombardozzi sceglie di sondare le risorse di un dialogo possibile tra le due discipline a partire da alcune ‘figure’ ritenute centrali nell’attuale dibattito psicoanalitico e antropologico (soggettività, identità-alterità, spazio-tempo, rito-mito, memoria-sogno, etc), che vanno quasi a costituire una sorta di ‘vocabolario’ a cui entrambe le discipline possono apportare un loro contributo originale. Anzi, sembra implicitamente suggerire l’autore, non è possibile costruirsi una descrizione ‘attendibile’ di queste nozioni cruciali per le cosiddette scienze umane applicate se non si considerano gli apporti provenienti da entrambe le discipline. Figure intese in senso barthesiano come figure coeografiche, dunque estremamente dinamiche ed evolutive, che intendono ‘descrivere un movimento’, un dia-logo, appunto, di avvicinamento ed allontanamento, in cui dunque, col necessario rigore epistemologico, vengono messe in luce sia le aree di convergenza e di affinità che quelle di divergenza e di frizione tra le due discipline, che Lombardozzi non nega né sottace: al contrario cerca di individuarne le ragioni profonde scegliendo però di lavorare ad un loro possibile superamento.
Dunque una lunga storia travagliata e controversa quella dei rapporti tra antropologia e psicoanalisi, segnata dalla controversia storica tra Jones e Malinowski sull’universalità dell’Edipo: negata da Malinowski per le società matrilineari sulla base della sua ‘osservazione’ empirica dei rapporti interpersonali e delle leggi della parentela in quelle società, ribadita da Jones sulla base delle conoscenze cliniche acquisite dalla psicoanalisi che insegnano a non fidarsi delle componenti esplicite e manifeste delle relazioni umane ma ad interrogarsi costantemente sui loro risvolti “inconsci”, appunto.
Una modalità di ‘fraintendimento’ tra psicoanalisi e antropologia che resta in un certo senso ‘fissata’ da questa prima controversia: con gli antropologi arenati a contestare agli psicoanalisti una presunta ‘indimostrabilità’ delle loro affermazioni e gli psicoanalisti incapaci di leggere i dati antropologici altrimenti che come casi particolari di presunte leggi universali derivate univocamente dalla clinica, considerata come luogo di emergenza privilegiato di una logica dell’inconscio, sul cui modello vengono ricostruiti i modi di funzionamento delle relazioni sociali.
La riflessione di Lombardozzi muove dalla necessità di ripensare il concetto di identità, concetto cruciale in questa fine millennio affacciata su molteplici traversamenti culturali, i quali attraversano non solo le relazioni umane sia tra gruppi che tra singoli ma anche le biografie individuali e le catene generazionali: nelle cosiddette società multiculturali non è più possibile cioè parlare -studiare o declinare- delle identità individuali al di fuori di una riflessione profonda sul legame strutturale tra identità e cultura, o meglio, al di fuori di una riflessione sull’influenza che le trasformazioni culturali hanno sul senso di identità individuale, dal momento che ogni singolo percorso individuale è inevitabilmente ‘contaminato’ da una dinamica di trasformazione culturale accelerata che coinvolge i rapporti interpersonali così come gli universi simbolici di riferimento e le loro inevitabili contropartite ideologiche e inconsce.
Diventa cioè sempre più immediata ed inevitabile la sovrapposizione tra i due ambiti disciplinari: in questo senso anche i fraintendimenti tra le due discipline possono, secondo Lombardozzi, restituire un senso nuovo, inatteso, allargare l’universo dei possibili e molteplici ‘sensi’ di avvenimenti ed esperienze, individuando la possibilità di accedere a nuove conoscenze nella capacità di “sostare ai margini del caos”, con le parole dell’autore, senza lasciarsi travolgere da una babele caotica né irrigidire da un repertorio immutabile di interpretazioni.
Inevitabile risulta poi il riferimento alle attuali migrazioni dai cosiddetti paesi in via di sviluppo verso l’Europa, formidabile attivatore di mutamenti antropologici e psicologici, capace non solo di modificare in profondità la auto-percezione collettiva ed individuale ma anche di influenzare gli stessi processi di ‘costruzione’ della soggettività. Il tema ‘classico’, per così dire, posto dai rapporti tra antropologia e psicoanalisi, rappresentato dalla necessità di declinare le differenze culturali tenendo ferma la dimensione universalistica della psiche, viene in quest’ottica in un certo senso ribaltata dalla necessità di riflettere su come differenti ‘ancoraggi’ culturali possono contribuire e per così dire confluire nell’evoluzione psichica individuale.
E’ così che il terreno più attuale e concreto di confronto tra le due discipline si concentra sull’analisi dei processi di costruzione dell’identità, che è possibile effettuare sia nella clinica individuale che nei gruppi terapeutici ad indirizzo analitico che nei contesti socioculturali allargati. Si tratta in tutti i casi di processi simbolici all’opera che per realizzarsi necessitano di strumenti culturali e psichici, cognitivi ed affettivi, di una langue ( a livello socioculturale) e di una parole ( a livello individuale), volendo parafrasare il lessico saussuriano. E’ solo l’iscrizione in una langue collettiva, ovverosia in un contesto di significazione e di simbolizzazione trans-soggettivo, che permette di articolare significativamente la propria parole, la propria esperienza soggettiva cioè, così come sono poi le parole individuali, ovverosia la capacità psichica di riempire di significato personale e di conferire rilevanza affettiva ai vocaboli, a rendere ‘viva’, e dunque efficace anche linguisticamente, una langue. E’ proprio questo quel “punto essenziale” in cui, secondo Foucault, etnologia e psicoanalisi si incrociano perpendicolarmente: laddove la catena di significanti sociali incontra la capacità di significazione individuale, trovando esattamente in quel ‘punto’ la possibilità di acquisire significato.
L’intreccio tra ricerche antropologiche e clinica psicoanalitica svela inoltre il ruolo centrale dell’alterità, dell’esperienza e del concetto di ‘alterità’, nella costruzione dell’identità collettiva ed individuale. Da questo punto di vista le due discipline possono essere viste come “tematizzazioni diverse e complementari del tema dell’altro” (De Micco, 2004). Lombardozzi sottolinea ampiamente la consapevolezza presente nella recente letteratura antropologica relativa all’impossibilità di separare il processo di formazione del ‘noi’ da quello del ‘loro’, ovverosia che la possibilità di identificarsi in un gruppo culturalmente ‘coerente’ deriva direttamente dal fatto di escludere alcune scelte culturali possibili, che sono poi quelle degli ‘altri’, dei ‘loro’, spingendo quindi a vedere nell’altro culturale piuttosto una possibilità alternativa che una opposizione radicale. Viene riscoperta in questo la fondamentale lezione demartiniana e il suo invito a “tematizzare il proprio attraverso l’estraneo” come il fine principale del viaggio etnologico. Ancora più radicale in questo senso l’ottica psicoanalitica per la quale ‘l’altro’ abita addirittura il cuore dell’essere umano: senza un altro che si prenda cura del sé immaturo del bambino è impensabile la possibilità di uno sviluppo e della stessa sopravvivenza psicofisica, così come poi, in seguito, senza la capacità di riconoscere e tollerare ‘l’alterità’ dell’altro, il fatto che appunto si tratta di una persona diversa da sé, risulta altrettanto impossibile poter costruire una propria identità ed una propria soggettività.
E’ dunque una visione dell’identità come precaria costruzione costitutivamente esposta al rischio del travolgimento quella che si ricava dalle analisi offerte dalle due discipline, intimamente contaminata dal rapporto con un’alterità contemporaneamente inconoscibile fino in fondo eppure assolutamente indispensabile. Una concezione dell’identità che si confronta dunque con gli aspetti “lacunosi” dell’esistenza piuttosto che con aspetti di ‘pienezza e di compiutezza’, aspetti che invece una visione dell’identità come sentimento di coerenza e di continuità di sé tenderebbe ad accreditare. Da ciò l’auspicio di Lombardozzi che progressivamente l’antropologo possa occupare sempre più, come lo psicoanalista, quegli “spazi nel processo epistemologico” che si occupano esattamente degli aspetti lacunosi dell’esistenza e della conoscenza (p.98-99).
Una particolare attenzione merita poi il capitolo sul sogno che sottolinea la centralità dell’esperienza del sogno nelle società tradizionali, acutamente Lombardozzi evidenzia le differenze con la concettualizzazione analitica del sogno: innanzi tutto l’esperienza onirica rappresenta una dimensione estremamente socializzata nelle società tradizionali piuttosto che ‘la’ dimensione intrapsichica per eccellenza, l’esperienza più solipsistica immaginabile che scaturisce da un vero e proprio ritiro degli investimenti dal mondo condiviso, come invece la descrive Freud. Il sogno nelle società tradizionali è al contrario ‘il’ mezzo per eccellenza che consente di entrare in contatto, per così dire, con le stesse fondazioni simboliche del patto sociale. Sia nelle società tradizionali che per le concezioni analitiche l’attività onirica è una specifica forma di pensiero e di rappresentazione dell’esperienza individuale, Lombardozzi evidenzia bene la vicinanza di alcune concezioni tradizionali con alcuni degli sviluppi più interessanti del pensiero analitico: ad esempio la sostanziale continuità tra attività psichica relativa al sogno e alla veglia presente nelle concezioni tradizionali e il concetto bioniano di funzione onirica della mente e il sogno come forma di rappresentazione dello stato attuale del sé di ispirazione kohutiana. Ma quella che appare come la suggestione più interessante, e da sviluppare, è che mentre nelle società tradizionali l’attenzione è concentrata su ciò che “ si vede” in sogno, ovverosia su un registro iconico che è tout court ‘il significato’ del sogno, per l’analista il focus è sul ‘racconto’ del sogno, sappiamo bene come l’analizzato possa avere costantemente la sensazione che il suo racconto del sogno non riesca a rendere pienamente ciò che ha visto nel sogno e che anzi in questo spazio tra visione del sogno e racconto-ascolto si situa precisamente il ‘lavoro’ analitico, spazio che, non a caso, appare per così dire collassato nella concezione tradizionale del sogno.
Direttamente collegato al tema del sogno che, nelle società tradizionali, consente di affondare direttamente nelle radici mitiche di fondazione di un popolo è un altro tema centrale del testo dedicato ai rapporti tra narrazioni mitiche, apparati rituali ed esperienze nei gruppi analitici.
Lombardozzi, sulla scorta anche della lezione di Corrao, sottolinea il legame strutturale esistente tra narrazioni mitiche ed apparati rituali, evidenziando in particolare la fondamentale dialettica tra ripetizione e trasformazione messa in atto in ogni sequenza rituale, ivi comprese quelle che si realizzano nei gruppi ad indirizzo analitico. E’ proprio questa dialettica tra ripetizione e trasformazione, di diversa intensità a seconda dei diversi contesti rituali o ritualizzati, che consente agli apparati rituali di funzionare da un lato come strumenti di riaffermazione e rifondazione dell’identità di un gruppo sociale, e del posto del singolo al suo interno, e dall’altro di promuovere elementi di cambiamento e di trasformazione profonda dei singoli. Trasformazioni che possono essere ampiamente previste ed ‘attese’, in un certo senso ‘prescritte’ dalle regole trasformative riconosciute da un gruppo sociale, come avviene ad esempio nei rituali di iniziazione o in quelli di passaggio, oppure trasformazioni più aleatorie e difficilmente predicibili, relative alle possibilità individuali ma sempre ‘attivate’ dal contesto rituale in quanto specifico contesto di simbolizzazione, come accade ad esempio nelle esperienze nei gruppi analitici.
Da segnalare infine la bella intervista-dialogo con Claudio Neri in cui i diversi temi affrontati nel testo vengono rivisitati alla luce della lunga esperienza clinica dell’intervistato, in particolare nei gruppi, e della sua passione di vecchia data per le tematiche antropologiche.
Resta quasi come una sorta di ‘convitato di pietra’ il destino dell’inconscio, per così dire, in questo dialogo tra le due discipline. Tutti i fenomeni sociali studiati dall’antropologia infatti ‘passano’ necessariamente attraverso l’incontro etnografico tra l’antropologo e i ‘nativi’, così come le singole configurazioni culturali vengono sempre indagate a partire dalle relazioni interpersonali significative all’interno delle quali possono essere colte. La profonda e ‘costitutiva’ contaminazione della conoscenza antropologica con la relazione con ‘l’altro culturale’ è ormai ampiamente riconosciuta nella stessa letteratura antropologica. Nell’antropologia dialogica di matrice nordamericana si riconosce, infatti, da tempo la centralità dei ‘movimenti transferali’ presenti all’interno delle relazioni etnografiche nell’influenzare e addirittura nel determinare le modalità delle acquisizioni conoscitive in campo antropologico. Ma secondo un’ottica psicoanalitica rigorosa non si può indicare così genericamente l’inevitabile flusso emotivo che pervade tutte le relazioni, ivi comprese quelle etnografiche, dal momento che si intende specificamente sottolineare come esse siano costantemente intercettate da emergenze inconsce che, per definizione, possono essere ‘sciolte’ soltanto attraverso un ‘lavoro’ analitico. Il ‘riconoscimento’ delle modalità inconsce continuamente all’opera in tutte le transazioni sociali e in tutti i fenomeni culturali costituirebbe allora, come sottolinea Assoun, un formidabile incremento della capacità conoscitiva delle scienze sociali che sarebbero finalmente in grado di cogliere quel “rovescio inconscio” del sociale che ne costituisce la verità più profonda.
L’auspicio, e il proposito, di Lombardozzi è allora che “un’antropologia che si colloca in questa area epistemologica non contesta i ‘contenuti’ dell’inconscio, ma entra con i suoi elementi ‘culturali’ nel discorso dell’inconscio ‘costitutivamente’…” (p.110).

BIBLIOGRAFIA

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-De Martino E. (1977), La fine del mondo. Contributo allo studio delle apocalissi culturali, a cura di C. Gallini, Einaudi, Torino.

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-Neri C., (2000) Il calore segreto degli oggetti, a proposito di un saggio di Ernesto De Martino, in Algini M. L. e Lugones M, (a cura di), Emigrazione e sofferenze d’identità, “Quaderni di psicoterapia infantile”, n.40, Borla, Roma




 
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