Rivista “Psychoterapies”nel vol XXVII-n.1 dell'anno 2007

a cura di Giuliana Amorfini

La Rivista “Psychoterapies”nel vol XXVII-n.1 dell’anno 2007 presenta cinque interessanti articoli che si snodano lungo un filo conduttore che li definisce e li contiene.: la necessità di integrare costantemente alla teoria la pratica clinica, al fine di non ridurre la discussione al narcisismo delle piccole differenze, ma di aprirla ad un vero dialogo fra le diverse letture teoriche.
Nell’editoriale da cui parte questo filo conduttore,il Dott. Luc Michel sottolinea la necessità che vi sia uno scambio continuo tra teoria psicoanalitica e pratica clinica come processo che avviene anche all’interno dell’apparato psichico dell’analista La moderna visione della cura,alla luce del concetto di campo analitico,non vede solo come luogo di investimento e di trasformazione la psiche del paziente,ma coglie le interazioni complesse tra paziente ed analista e le modificazioni dello psichismo di quest’ultimo Così soltanto il corpo teorico può essere autenticamente d’aiuto nell’incontro analitico e le teorie nutrite dall’esperienza clinica, possono offrire la possibilità di pensare il rimosso e il non pensato Se questo continuo processo tra una teoria imperfetta che tenta di afferrare il materiale clinico trasformandolo in un contenuto trasmissibile, e l’ esperienza clinica, non avviene, la teoria allora, funziona da blocco al servizio delle difese dell’analista e rischia di bloccare anche il processo analitico invece di nutrirlo Occorre che vi sia un costante andirivieni tra l’immersione nel flusso affettivo della seduta ed il ritorno alla “carta” dei riferimenti metapsicologici. In questo modo anche la “carta” analitica è in costante trasformazione poiché le conoscenze passate sono integrate dall’ esperienza attuale. Gli analisti possono così avanzare con lo spirito degli antichi cartografi che si avventuravano in territori più o meno sconosciuti correggendo e completando i rilievi dei loro predecessori alla luce delle nuove scoperte .
René Roussillon, muovendosi coerentemente lungo questo filo, partendo da una lettura freudiana fa notare come Freud non opponesse tanto la psicoanalisi alla psicoterapia, bensì alla suggestione intesa come una forma di influenza che circonda il libero arbitrio del paziente. La suggestione non si può superare per “petizione di principio”; è il processo stesso del lavoro psicoanalitico che ne rende possibile il superamento. Contraddire le aspettative dell’analista nate dalla teoria, è la grande opportunità di questo processo. Senza questa possibilità, la teoria può essere usata come una macchina influenzante. Poiché la pratica psicoanalitica non può essere il risultato dell’applicazione di una teoria psicoanalitica ad un soggetto, ma la psicoanalisi deve potersi reinventare con ogni soggetto in funzione della singolarità di questi, allora occorre una sorta di “sospensione” della teoria per incontrare ed accettare l’inatteso. Paradossalmente, più la teoria dell’analista ha raggiunto un certo grado di sviluppo, e più è facile la sua sospensione mentre il tentativo di ritrovare la teoria nel materiale clinico (degli analisti più giovani) rischia di intralciare l’ascolto fluttuante.
Nell’ organizzazione concreta dell’ incontro, occorre una teoria “organizzatrice dell’ascolto e delle condizioni dell’incontro analitico,”quindi c’è un dispositivo di base contenente quella parte di teoria inevitabile, che non può essere sospesa, ma deve essere “muta”,secondo il termine di J. Bleger. E’ materializzata nella trama stessa del dispositivo, non è processuale,è la condizione del processo, è quella parte di suggestione non diretta che è inevitabile. Da qui si organizza la situazione analitica e se l’analista ha cura di non utilizzare la suggestione diretta,ma di utilizzarne solo la parte inevitabile per permettere al soggetto di uscirne,si crea uno spazio che contribuisce all’emergere dei movimenti transferali ed al loro dispiegarsi. Il pericolo della clinica psicoanalitica viene dall’ applicazione di una teoria totalizzante, di un pensiero unico che segna la trasformazione della teoria in ideologia. Piuttosto che considerare la teoria psicoanalitica come compiuta e quindi come potenzialmente chiusa,è più euristico secondo l’autore, considerare la psicoanalisi come un processo teorizzante che riflette sul suo percorso di mano in mano che si sviluppa.
L’articolo di Juan Manzano, propone “in parallelo”continuità e rotture tra la teoria e la clinica e nella relazione terapeutica. Poiché il modello operativo di ogni analista,è per sua natura conscio, ma con molti elementi impliciti, non coscienti o preconsci, l’autore traccia una sorta di mappa degli elementi che contribuiscono allo stabilirsi per ciascun analista, della propria teoria operativa. La struttura della personalità, l’esperienza della propria analisi, l’autoanalisi, l’apprendistato e la formazione teorico clinica, l’esperienza terapeutica con i pazienti,…hanno un peso sulla costituzione del modello teorico e spingono il terapeuta ad un costante sviluppo della sua personalità e della sua teoria. Ci può essere una continuità nella crescita dell’esperienza clinica e del modello teorico, ma c’è necessariamente una rottura tra teoria e clinica. Come secondo Bion accettare l’assenza dell’oggetto è all’origine dello sviluppo psichico del bambino, all’origine di un buon incontro nella clinica vi è per il terapeuta accettare l’incertezza. Del resto, ogni teoria personale è investita narcisisticamente; ne deriva una tendenza alla chiusura e talvolta una negazione di altre teorie che possono essere in contraddizione con la propria. Anche nella relazione terapeutica la continuità che si è stabilita può venire interrotta. Ci può essere una temporanea rottura, una interruzione decisa unilateralmente o concordata, seguita da una ripresa della relazione. Comprendere il ruolo del narcisismo nel processo terapeutico contribuisce a comprendere il senso della continuità o delle rotture nella relazione poiché è la parte narcisistica del transfert che garantisce la continuità se viene soddisfatto il fantasma della fusione, ma determina turbolenze e rotture clamorose se questo equilibrio viene minacciato.
L’ articolo di Claudio Neri, riprendendo i due temi proposti dall’ editoriale:il superamento della distinzione tra soggetto e oggetto e la possibilità di accettare l’incertezza e l’eventuale modificazione della rotta nell’avventurosa navigazione dell’analisi, introduce la nozione di “campo” comprendente il paziente l’analista e le teorie. Gli autori italiani hanno rivolto la loro attenzione al costante monitoraggio di ciò che accade in seduta:al mutare delle sensazioni, delle atmosfere, dei vissuti corporei…..Le percezioni annotate nella mente dell’analista. Trasformate in immagini fantasie e narrazioni,possono venir condivise con il paziente,non sostituiscono l’interpretazione,ma la affiancano ridefinendone la posizione e l’importanza. La teoria del campo è utile se non la si considera come una teoria esaustiva,ma se si associa ad altre teorie o modelli. Bisogna intenderla e inglobarla in altre nozioni che la completano, come il concetto di funzione alfa, funzione narrante, trasformazione ed evoluzione in”O” L’autore distingue il concetto di campo da quelli di atmosfera, setting e relazione, definendo il primo come l’insieme delle condizioni che fanno sì che altre funzioni proprie dell’analisi, (empatia,attenzione, ricettività,)…interagiscano positivamente o siano bloccate e inibite. Al contrario del settino che rimane relativamente invariato, il campo presenta degli elementi più o meno stabili e degli altri che possono variare di momento in momento influendo su paziente e analista e sulla qualità della loro relazione. Il campo è differente dalla relazione benché vi siano degli aspetti comuni. Il significato essenziale di relazione si riferisce all’interazione di individui, centro di attività psichiche organizzate e relativamente autonomi in se stessi. Ma benché ciascun individuo impegnato nella relazione sia relativamente autonomo, lo sviluppo ulteriore della relazione stessa ed il suo preservarsi,dipendono dal fatto di restare nel campo affettivo, sociale e culturale proprio di questa relazione. Allora il campo esercita una attività nutritiva e di sostegno. A volte invece può esercitare un’azione sfibrante, inaridente e paralizzante. Contribuiscono a creare il campo, gli elementi più disparati: tratti del carattere, elementi affettivi e culturali dell’analista e dell’analizzando…empatia e simpatia…è il prodotto di un meticciato e si avvicina al concetto di terzietà o terzo analitico di Green e Ogden. Non si può comprendere il concetto di campo se non si tiene presente quello di funzione alfa, cioè la capacità di operare delle trasformazioni sulle esperienze sensoriali, le tensioni, le emozioni, in definitiva su tutti gli elementi esterni e interni che sollecitano la psiche e la personalità di un individuo. Trasformare le emozioni in narrazione, significa realizzare una trasformazione attraverso la quale vissuti troppo “densi” sono espressi con parole, scene o narrazioni. La messa in parole non corrisponde ad una interpretazione,classica; essa ne è piuttosto un precursore o un sostituto La trasformazione che porta all’espressione delle emozioni, può a sua volta rendere possibile l’emergere attraverso la narrazione di nuove emozioni disperse o percepite solamente come tensioni. Se la situazione è ad un punto morto e diviene impossibile parlare attendere troppo a lungo in silenzio non serve: può diventare un inutile braccio di ferro che crea nuove tensioni inesprimibili. Spesso è controproducente anche un’interpretazione;è meglio reintrodurre una discorsività, ponendo ad esempio qualche domanda su di un soggetto familiare e non conflittuale o riempiendo lo spazio-tempo del silenzio di parole che non hanno una grande importanza ma che permettono a paziente ed analista di creare delle piccole isole di contatto e di condivisione che a loro volta promuoveranno la ripresa del discorso. Dopo due esempi clinici, questo articolo di grande complessità e rigore scientifico, in una veste piana e discorsiva,si conclude riprendendo il tema di tutta la rivista:la tolleranza dei limiti della conoscenza. Niente a che vedere con il fatalismo o il distacco;tolleranza è cercare di non dare sempre un senso a ciò che accade rispondendo a domande interne ed esterne, implicite ed esplicite, Quando viene esercitata tenacemente, la tolleranza permette di far emergere pensieri inediti e nuove ricerche di senso. Durante la navigazione lungo i fiordi norvegesi, quando la nave si allontana dalla costa verdeggiante per dirigersi verso le isole Lofoten c’è un tratto di mare aperto spesso avvolto nella nebbia. Ci si può annoiare… si legge, si passeggia, si chiacchiera… si vorrebbe arrivare… Poi dalla nebbia emergono le isole e man mano che ci si avvicina il paesaggio cambia fino a svelare le vette piene di neve, i villaggi dei pescatori con le loro casette rosse, i pescherecci alla fonda. Qualcosa di nuovo ed inaspettato si propone alla vista.
L’articolo seguente, di Florence Quartier e Javier Bartolomei, ripropone nella sostanza la tolleranza al dubbio e all’ incertezza. Nella pratica psicoanalitica - sostengono gli autori,- è necessario lasciare spazi di riflessione incolti; aprire la mente a questioni disturbanti,dare spazio al proprio mondo interno e all’interiorità di ogni paziente… a ciò che è sconosciuto e che lo resterà. Poiché la psicoanalisi propone una teoria globale del funzionamento dell’essere umano,lavora più sull’inclusione che sull’esclusione. Per questo molti analisti si interrogano sulla possibilità di includere i pazienti difficili e le problematiche incomprensibili nel legame transfert- controtransfert.in previsione di modificare e trasformare quelli che appaiono come movimenti di ripetitività distruttiva.
Il pensiero freudiano, storicamente sviluppato qualche decennio dopo che Darwin aveva espresso la sua teoria sull’ evoluzione,propone uno stile di osservazione sempre curioso, attento, spesso meravigliato o spaventato, ma in ogni caso aperto e senza “a priori.”Utilizza il modello della fisiologia e la dinamica conscio- inconscio come dinamica degli scambi. Come per la fisiologia le trasformazioni sono in parte dipendenti dall’ambiente e dalle sue risposte. Questo modo di pensare contribuisce al piacere di lavorare nel campo della psicoterapia ed alla possibilità di non privare nessuno delle potenzialità terapeutiche che offre la concezione psicoanalitica anche se il sistema psichico respira particolarmente male o il narcisismo si dispiega in forme particolarmente tossiche per il soggetto e per chi lo circonda..
Questa concezione basata su una analogia con la fisiologia,crea un’unità tra il lavoro della psichiatria e il lavoro della psicoterapia e dell’analisi. Come la medicina, la psicoanalisi può essere utilizzata anche con pazienti gravi, incomprensibili,e con reazioni improbabili, per costruire delle ipotesi, su coke un certo paziente è arrivato fin là…. Su come il suo passato. impregni la sua vita presente. Si tratta di un’attitudine della mente di un modo di procedere, non di una tecnica interpretativa pianificata. A questo proposito dopo due esempi clinici , gli autori concludono proponendo di”non pensare in termini lineari”. Come nella pratica clinica è opportuno rifiutare una messa in forma cronologica,ma è meglio lasciare che la narrazione nel fluire dei ricordi proceda a sprazzi colorita emotivamente di seduta in seduta,così anche nella teoria pensare in termini lineari toglie la complessità del pensiero teorico che va e viene, si meraviglia e si interroga……..
L’articolo conclusivo di Yves de Roten, Luc Michel e Daniel Peter rispondendo al rimprovero formulato più sovente al riguardo della ricerca in psicoterapia: che sia carente il legame con la clinica e che ricercatori e clinici lavorino in mondi separati,cercano di dimostrare con un esempio clinico come possa instaurarsi un dialogo fruttuoso tra le due parti. L’esempio è costituito da una ricerca sullo sviluppo dell’alleanza terapeutica nel di due psicoterapie psicodinamiche brevi,valutato attraverso due distinti questionari per il paziente ed il terapeuta, letti poi dal ricercatore. Cercare di definire un’alleanza terapeutica permette di contribuire allo studio del processo terapeutico stesso. L’alleanza si definisce in termini di mutua collaborazione ed implica degli aspetti di negoziazione….Secondo Sandler il paziente è pronto ad accettare che il terapeuta lo aiuti a superare difficoltà interne. L’alleanza agisce come un catalizzatore che potenzia l’effetto degli interventi del terapeuta. Gli autori studiano i momenti della rottura dell’alleanza e la loro risoluzione nei due casi clinici proposti, uno a riuscita più favorevole, l’altro meno favorevole. Il ricercatore anche se non può tirare delle conclusioni su questi due casi, constata tuttavia che le sequenze rottura- risoluzione dell’alleanza,mettono in evidenza dei processi terapeutici differenti. Il clinico è meravigliato dalla messa in evidenza sotto forma grafica e quantificabile dei movimenti relazionali che egli percepisce intuitivamente. E’ difficile oggi non concordare sulla necessità per la psicoterapia ed in particolare per la psicoanalisi, di sviluppare delle attività di ricerca. Le buone ragioni non mancano: riesaminare e far progredire le conoscenze; rassicurare il pubblico sull’efficacia delle nuove pratiche sviluppate; rinforzare le relazioni con le discipline vicine ed il mondo accademico. La questione che si pone se si ammette la necessità della ricerca è quella della continuità possibile tra clinica e ricerca. Così, per avanzare nella conoscenza della psicoterapia è indispensabile una buona alleanza tra ricercatore e clinico come è indispensabile una buona alleanza tra paziente e terapeuta per far progredire il lavoro della psicoterapia. Il concetto di doppia descrizione che si fonda sul principio cooperativo che “due descrizioni sono meglio di una”,sembra rappresentare lo spirito di collaborazione che dovrebbe prevalere. In questo quadro i dati della clinica e della ricerca rappresentano due descrizioni di una stessa realtà e l’elaborazione delle differenze permette di creare una descrizione complementare.
La lettura di questa rivista, può rivelarsi particolarmente utile a quegli psicoterapeuti, in genere giovani, per i quali è più difficile “abbandonare temporaneamente la teoria” per aprirsi all’ascolto ed al dubbio che ne segue. Talvolta, un vuoto improvviso di pensiero durante una seduta…un silenzio particolarmente carico di tensione, portano a desiderare nell’immediatezza dell’ascolto il riferimento teorico più immediatamente fruibile….L’insegnamento che ci viene da ogni articolo è di attendere, stare nel mezzo del ciclone senza perdere la speranza di dare un senso all’accadere, ma senza vedere subito in quanto accade, questo o quel “riferimento teorico” immediato.

LUC MICHEL è psichiatra e psicoterapeuta. Responsabile dell’Unità di Insegnamento di Psicoterapie Psicoanalitiche, all’Istituto Universitario di Psicoterapia a Losanna.

RENE’ ROUSSILLON è professore di psicologia e patologia clinica, direttore del Dipartimento di Psicologia clinica all’ Università di Lione 2 , psicoanalista ,membro della Società Parigina di Psicoanalisi.

JUAN MANZANO è Psicoanalista didatta della Società Svizzera di Psicoanalisi, Professore di Psichiatria dell’infanzia e dell’adolescenza all’Università di Ginevra .Direttore del Servizio medico-pedagogico di Ginevra.

CLAUDIO NERI è psicoanalista didatta della Società Psicoanalitica Italiana e dell’International Psychoanalytic Association, membro dell’ International Associatin of Group Psycoterapy e del London Institute of Goup Analysis Professore titolare all’Università “La Sapienza”a Roma e professore invitato alle Università “Lumière Lione 2 e René Descartes Parigi5.

FLORENCE QUARTIER è psichiatra e psicoterapeuta F:M:H:, psicoanalista membro didatta della Società Svizzera di Psicoanalisi, medico-aggiunto all’Ospedale Universitario di Ginevra.

JAVIER BARTOLOMEI è psichiatra e psicoterapeuta F M H ,capo reparto aggiunto al Servizio di Psichiatria Adulti dell’Ospedale Universitario di Ginevra.

YVES de ROTEN è dottore in Psicologia, Responsabile dell’ Unità d’Insegnamento di Psicoterapie Psicoanalitiche all’ Istituto Universitario di Psicoterapia a Losanna.

DANIEL PETER è psichiatra e psicoterapeuta a Losanna.

 

Giuliana Amorfini psichiatra, psicoterapeuta, C.S.M. Az. U.S.L. RM E membro associato S. I. P. P.

 


 
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