| Una prima
parentesi sembra imporsi. Si tratta infatti di permettere al lettore
di visualizzare al più presto, in modo concreto, come si svolge
una seduta Photolangage.
La
presentazione del dispositivo e la sua specificità saranno precedute
da alcuni cenni sulla storia del metodo e dalla presentazione
dei dossier di foto.
Storia del Photolangage.
Questo
metodo è stato creato nel 1965 da un gruppo di psicologi e psicosociologi
lionesi che lavoravano con gli adolescenti. Inizialmente, in modo
del tutto intuitivo, proposero di utilizzare delle foto al fine
di costituirsi come supporto alla parola, a quei giovani che presentavano
difficoltà ad esprimersi e a parlare in gruppo delle loro esperienze
diverse e a volte dolorose sul piano personale. Le prime foto
erano di vari autori stampate su carta fotografica in bianco e
nero. Gli animatori furono molto colpiti dal risultato di questa
prima esperienza. Gli scambi si svilupparono e le storie si legavano
con spontaneità e interesse reciproco. Sembrava possibile provare
piacere ad ascoltarsi. Molto presto, l'idea fu applicata nel dominio
della formazione degli adulti ed è ancora in questo settore di
attività, nell'impresa e nel campo sociale che Photolangage è
maggiormente utilizzato, sia in Francia che all'estero. Ascoltando
gli animatori che lo usano, sembra che questo metodo faccia loro
molto comodo. In ogni caso sono unanimi nel sostenere che lo apprezzano
soprattutto quando si tratta di iniziare
un gruppo, o di chiudere un gruppo usando il Photolangage
come tecnica di valutazione.
Al
di là di questi campi e situazioni tipo in cui Photolangage trova
classicamente il suo utilizzo, è nel campo della cura che da più
di quindici anni applichiamo questo metodo insieme ad un gruppo
di clinici lionesi.
Con
gli adolescenti difficili, gli psicopatici, i tossicomani, i pazienti
psicotici, l'ospedale diurno, i dispensari, i CATTP
e le prigioni abbiamo messo su un numero crescente di gruppi animati
da psicologi clinici e infermieri psichiatrici.
Principali aspetti del dispositivo.
Nel
campo della salute mentale
un gruppo è costituito da cinque a otto pazienti e si svolge una
volta a settimana per una durata di un'ora, un'ora e un quarto.
In
formazione degli adulti
si lavora con un gruppo ristretto che va da dodici a quindici
partecipanti con durata di due ore minimo per seduta.
In
formazione si conta un animatore per un gruppo ristretto e due
animatori per un gruppo largo (25-30 persone). Con i pazienti
lo psicologo deve assicurarsi che due o tre persone, sempre le
stesse, garantiscano con lui la continuità del lavoro di gruppo
(psicologi, psichiatri, infermieri). Nella cura il numero dei
curanti è maggiore proporzionalmente al numero dei pazienti.
I
gruppi settimanali, a luogo e ad ora fissa nell'istituzione, danno
al gruppo la sua dimensione terapeutica tenendo presente che i
gruppi si fermano solo qualche settimana l'anno in occasione delle
grandi vacanze. Questo processo di gruppo, di settimana in settimana,
permette ai curanti di preparare la seduta successiva in funzione
dell'evoluzione del gruppo, dei pazienti e dell'istituzione. Nel
tempo della messa a punto della domanda che sarà posta al gruppo la settimana successiva, si concentra,
in modo particolare, tutta l'attenzione degli animatori nell'assicurare
una continuità nel filo delle associazioni e dei pensieri di gruppo.
La
diversità delle patologie è una preoccupazione condivisa da tutti
i curanti, psichiatri compresi, i quali, a volte, fanno della
partecipazione al gruppo Photolangage una prescrizione all'interno
del progetto terapeutico messo a punto per un paziente. Si
comprende facilmente l'interesse per il gruppo dato che ci sono
dei pazienti più capaci di esprimersi con una certa spontaneità
di altri grandi cronici. In alcune istituzioni si può pensare
di raggruppare dei pazienti con la stessa patologia, come ad esempio
gli alcolisti e i tossici.
Ogni
seduta inizia con una domanda accuratamente preparata dall'animatore
la quale, una volta posta al gruppo, determina la scelta delle
foto. La scelta della domanda fa parte del dispositivo. L'esperienza si
è affinata col tempo per le diverse équipe che preparano con cura
la scelta delle parole, la costruzione della domanda e il grado
di implicazione che suscita. Ogni settimana in terapia la domanda
cambia. In formazione le domande poste al gruppo sono induttrici
di un'evoluzione, segnano le principali tappe della sessione.
L'esperienza
ci ha insegnato che il punto più delicato del dispositivo è qui,
quello che chiede agli animatori la più grande cura e la più grande
creatività. Infatti le domande poste all'inizio della seduta non
devono essere né troppo dirette né troppo lunghe né troppo complesse.
La scelta delle foto:
il metodo Photolangage è costituito da un insieme molto preciso
di consegne e da un certo numero di dossier di 48 foto in bianco
e nero. Queste foto sono raggruppate per tema.
In
passato erano disponibili in libreria, attualmente bisogna indirizzarsi
ai fondatori del metodo
e agli animatori che li utilizzano regolarmente.
Corpo e Comunicazione, Dalle scelte personali
alle scelte professionali, Salute e prevenzione sono
tra i dossier più recenti.
La messa a punto dei dossier.
Abbiamo
appena parlato del modo in cui i curanti selezionano un numero
limitato di foto tra tutte quelle pubblicate in commercio sotto
il nome Photolangage. È necessario dire qualche parola sulla modalità
con la quale sono "fabbricati" i dossier, visto che questo metodo
mantiene una parte empirica e artigianale. Per illustrare il nostro
proposito partiremo dall'esempio dell'ultimo dossier pubblicato
dal titolo Salute e prevenzione.
Questo è stato elaborato su richiesta di alcuni colleghi americani
che lavorano con gruppi di malati di AIDS; la richiesta di messa
a punto di un dossier viene spesso da una richiesta sociale.
C. Belisle è all'origine di tutti
i dossier ed ha coordinato le diverse équipe che hanno lavorato
alla
loro
messa a punto. In un primo tempo si tratta di visualizzare tutte
le rappresentazioni sociali ma anche individuali esplorabili in
questi nuovi gruppi sperimentali di volontari interessati al soggetto.
Gli scambi che si fanno sotto forma di brain-storming permettono
di elaborare una tipologia di rappresentazioni. A partire da questa
tipologia si ricercano le fotografie di fotografi nelle agenzie
o nelle esposizioni. Queste foto sono allora sperimentate in nuovi
gruppi come se si trattasse di un Photolangage abituale. Ai volontari
viene richiesto di riempire un questionario complementare dopo
la seduta. Partendo dai risultati quantitativi e qualitativi dei
questionari si stabilisce la lista delle foto più spesso scelte
e le ragioni per le quali sono state scelte in funzione della
domanda posta. Quando 48 fotografie sono definitivamente scelte,
i diritti d'autore sono pagati ai fotografi e le foto vengono
stampate secondo tecniche che rispettano la qualità della foto.
Quest'ultima tappa precede la diffusione dei dossier.
Tutta
questa procedura richiede diversi anni prima di giungere alla
pubblicazione di un nuovo dossier.
Lo svolgimento di una seduta
Una
seduta Photolangage si svolge in due tempi:
-
un primo tempo di scelta delle fotografie
-
un secondo tempo per gli scambi in gruppo
Primo tempo, scelta delle fotografie.
Dopo
aver annunciato la domanda che dà inizio alla seduta di gruppo
e che origina la scelta di una o più foto, l'animatore dispone
con cura le foto sui tavoli, in una disposizione sufficientemente
aerata in modo che tutti i membri del gruppo possano circolare
nella stanza, passare di tavolo in tavolo e guardare liberamente le foto senza ordine prestabilito.
L'animatore si preoccupa di precisare che:
-
questa scelta si fa in silenzio,
al fine di rispettare la riflessione e la scelta degli altri
-
questa scelta si fa con
lo sguardo, al fine di lasciare tutte le foto a disposizione
di tutti i partecipanti, visto che ognuno sceglie secondo il proprio
ritmo
-
è consigliato di segnalare all'animatore, mettendosi da un'altra
parte della stanza un po' da una parte, che la propria scelta
è stata fatta, in modo che possa capire quando tutti hanno scelto
la loro foto
-
è importante non cambiare
la scelta, se due o più persone hanno scelto la stessa foto.
L'animatore precisa in questo caso: "ritroverete
la vostra foto nel gruppo" .
Si
propone di lasciarsi interpellare dalle foto, di guardarle attentamente
per sensibilizzarsi a quelle che ci parlano
di più. L'animatore
dice esplicitamente al gruppo, durante l'annuncio di tutte le
consegne, che lui stesso
sceglierà una foto e parteciperà agli scambi in gruppo come
gli altri membri. Questa consegna è importante per varie ragioni.
Il fatto che l'animatore partecipi al gioco attraverso
la sua scelta della foto è una specificità del metodo. Nel campo
della cura, questa disposizione ha un'influenza capitale sul modo
in cui questo lavoro è percepito dai pazienti. Al proposito, diversi
anni fa ho avanzato l'ipotesi che se i gruppi Photolangage ingranano
in modo così rapido, in parte è dovuto al coinvolgimento degli
animatori che permette ai partecipanti la percezione di non
pericolosità. In più, il coinvolgimento favorisce grandemente
la possibilità per i pazienti di identificarsi ai curanti e di
identificarsi al piacere che i curanti hanno nel giocare, cioè
ad associare, a fare dei collegamenti attraverso il pensiero.
È facile immaginare l'effetto su un paziente nel momento in cui
constata che ha scelto la stessa foto di uno dei curanti e che
di questa stessa foto possono esprimere l'uno e l'altro dei punti
di vista simili e differenti.
Poi
arriva il secondo tempo della seduta.
Il tempo degli scambi in gruppo.
Questo
tempo è limitato alla durata della seduta. I partecipanti sono
invitati dall'animatore a dividere questo tempo in gruppo. Viene
detto: "ognuno presenterà
la propria foto quando lo desidera, articolandosi eventualmente
su quello che è stato detto. Ascolteremo attentamente colui o
colei che presenta la propria foto. Non faremo nessuna interpretazione
nel senso psicoanalitico del termine, ma siamo invitati, dopo
la presentazione, a dire ciò che vediamo di simile o differente
su quella foto".
Questa
consegna è importante perché delinea lo spazio di uno scarto dal
più simile al più diverso. Il tempo della presentazione di colui
che parla della propria foto permette al soggetto di appropriarsi
della propria scelta, di ascoltarsi mentre formula ciò che è la
propria visione personale e irriducibile della realtà, così come
la vede. Si constata, in questo metodo, la qualità dell'ascolto
mentre un partecipante presenta la propria foto. Non è raro che
il supporto fotografico e la sua portata simbolica, favoriscano
in colui che ne parla una formulazione vicina alla poesia. Questa
dimensione contribuisce al piacere condiviso di parlare e ascoltare
parlare delle foto. Spesso ci sorprendiamo nello scoprire, attraverso
la parola dell'altro, una visione nuova e creatrice, un punto
di vista diverso sulla realtà, che sembra aprirci nuovi orizzonti.
Infine, la presa di parola di coloro che desiderano intervenire
su di una foto, contribuisce ad alimentare la catena associativa.
Colui che ascolta gli altri parlare della propria foto percepisce
lo spazio di gioco tra la foto che è propria e che è anche un
po' lui stesso, nella misura in cui rappresenta la sua scelta
senza essere totalmente lui perché si tratta di una foto.
Ognuno
si riconosce più o meno nella propria scelta, ma soprattutto in
quello che gli altri ne dicono, gli sguardi degli altri fa evolvere
sensibilmente la percezione della propria foto. Può succedere
anche l'inverso, quando ad esempio un paziente esprime con violenza
un movimento pulsionale mortifero rispetto agli altri. Altre volte,
quali che siano gli scambi e le associazioni che si sviluppano
sulla base di una foto, colui o colei che l'ha scelta esprime
con forza il carattere irriducibile della propria percezione,
la permanenza della propria rappresentazione, qui vediamo bene
il legame tra la sistemazione
dell'affetto e l'immagine sensoriale. In questo caso, non
cambierà niente, anche il modo in cui l'oggetto è tenuto, guardato
attraverso diversi sé, testimonia l'attaccamento del soggetto
alla "sua" foto e il
possessivo non è una semplice figura di stile. A tutti questi
dati si aggiunge l'indicibile particolarità del metodo che produce
piacere a scambiare, ad essere in gruppo, a funzionare e a pensare.
Questo metodo facilita enormemente la presa di parola di fronte
al gruppo, aiuta il soggetto ad avvenire, sostiene il suo pensiero,
la sua creatività. Sostiene, inoltre, gli scambi, in particolare
le produzioni immaginarie nella loro dimensione individuale e
gruppale, favorendo anche gli scambi identificatori.
La specificità del metodo.
La
specificità del Photolangage riguarda da una parte gli elementi del dispositivo e dall'altra i processi gruppali, tali che si presentano e possono essere identificati
nel loro svolgimento.
Per
quanto riguarda il dispositivo, una delle particolarità del metodo
è determinata dal fatto che l'animatore pone una domanda al gruppo,
alla quale propone di rispondere con l'aiuto di una foto. Questa
componente è essenziale perché definisce uno spazio di gioco tra
la mobilitazione del pensiero
in idee, pensiero logico, organizzato e secondarizzato in vista
di rispondere ad una domanda e la mobilitazione del pensiero
in immagini, che fa reagire associativamente il soggetto a partire
dalle proprie immagini interiorizzate e dagli affetti che le accompagnano
secondo l'analogia o piuttosto l'ana-logica
del processo primario. Questo spazio di gioco è segnalato
in modo molto definito nella misura in cui il dispositivo delinea
i limiti del lavoro sia da parte del pensiero in idee che da quelli
del pensiero in immagini. Questo aspetto del metodo è molto importante.
Definisce, infatti, gli stretti limiti del lavoro che è possibile
svolgere nel quadro stesso delle consegne. Il dispositivo quadrante
è immediatamente interiorizzato dai partecipanti.
Questa
particolarità del metodo ha due effetti principali sullo svolgimento
di una seduta. Da un lato, l'effetto
di contenimento è evidente, data la consistenza di quello
che chiamo spesso "i due
garde rail ", la domanda e la foto. Dall'altro, lo
spazio di gioco così definito si struttura tra il processo
primario ( il pensiero in immagini) e il processo secondario (il pensiero in idee). Le condizioni di gioco
risiedono nello scarto così determinato, costituendo in sé una
vera e propria area di gioco.
In questa stessa area di gioco ogni partecipante potrà esprimersi
sulla foto dell'altro sapendo che ognuno, quando commenta una
foto, che si tratti della propria o di quella di un altro partecipante,
ha in testa la domanda posta. Questa area di gioco intermedia
tra il processo primario e il processo secondario favorisce il
processo di legame tra i due registri così specificati assicurando
la doppia articolazione tra l'intrapsichico e l'intersoggettivo.
Adesso
bisogna affrontare in modo più specifico la natura di quei processi
che sono più specificatamente sollecitati da questo tipo di dispositivo.
Per esprimere il mio proposito, farò riferimento alla mia pratica
clinica di gruppo con il metodo Photolangage.
In
questa tecnica, la mediazione è la fotografia scelta da ogni membro
a partire da una domanda posta dall'animatore all'inizio della
seduta.
Una
partecipante evoca mostrando la foto di una casa di campagna,
le vacanze passate da sua nonna quando era piccola. Questa casa
le ricorda che la nonna metteva dei mazzetti di lavanda negli
armadi della biancheria, ricorda l'amore per quell'odore che sentiva
ogni volta che la nonna apriva le porte cigolanti. Ed eccoci tutti
presi, nel gruppo, da un'evocazione visiva, uditiva e olfattiva.
S. Freud ha concettualizzato
(1900) in termini di rappresentazione
della cosa, la cui traduzione
rappresentazione-cosa
sembra più giudiziosa. La cosa di cui si tratta è l'immagine e l'affetto, ai confini del corpo e della pulsione. Questa
è la ragione per la quale preferisco parlare di immagine, non
solo perché la mediazione di cui parlo si appoggia su immagini
fotografiche, ma anche perché l'immagine sensoriale, che sia teorizzata
in termini di pittogramma
da Piera Aulagnier (1975) o in termini di significante
formale da D. Anzieu (1987), è come lo dice lo Freud stesso,
il modo di pensare più vicino ai processi inconsci. Insomma, "il
pensiero in immagini" come lo dice in L'Io
e L'Es (1923) è un pensiero, in cui le modalità di figurazione
sono inscritte nell'esperienza corporea. Si tratta
di ancoraggi percettivi e sensoriali, iscritti in quella
che possiamo chiamare la memoria del corpo.
Se
ritorno al mio esempio, ciò che ci appare più importante, in questa
semplice scena di vita di una
bambina che fa parte dei ricordi della donna adulta davanti
a noi, è che gli affetti accompagnano questo concatenamento percettivo.
Immagine e affetto sarebbero indissolubilmente legati? Come non
constatarlo ogni volta che un partecipante ci dice che solo quella
foto lo ha interpellato, che non è stato lui a sceglierla, ma
che è stata lei, la foto, che si è imposta a lui: "Non ho visto che lei" e non è raro che aggiunga: "non
so bene perché, non so che dirne". Quando una foto si impone
a noi, accade che non è più una semplice fotografia, quella di
un determinato fotografo che ha colto un'istantanea, in una certa
epoca, con tutti i dati oggettivi di quello che la foto può denotare,
come testimonianza di una realtà. Quando una foto ci parla,
ci sceglie, è diventata un'immagine, allora ha per noi la capacità
di connotare ben altro
che una semplice realtà storica, socioculturale. Ci fa pensare,
evoca uno scenario, metaforizza una situazione del tutto diversa,
ci ricorda per analogia un ricordo, o a volte ci confronta soltanto
ad un ambiente affettivo. Una foto
scelta come oggetto mediatore diventa, attraverso l'investimento
di cui ne è l'oggetto, un'immagine
atta a mobilitare le nostre immagini interne, associate e legate
attraverso l'affetto che lo sottende. Dunque, siamo invitati a
presentare la nostra foto davanti al gruppo e ad esporre il nostro
immaginario, esponendoci agli sguardi degli altri. Con questa
mediazione, non parlo di me direttamente, come in un gruppo parola
senza mediazione, parlo di me attraverso una fotografia, partendo
da lei e da quello che ci vedo associativamente. Gli altri mi
ascoltano, hanno visto la foto, li sollecitano oppure non li dice
niente. La mia presentazione li familiarizza con la mia visione
delle cose. A loro volta, potranno dire quello che sentono dopo
avermi ascoltata parlare di quella foto e, esprimendosi sulla
mia foto, parleranno di loro stessi e di me a loro insaputa. Attraverso
le loro diverse evocazioni, sarò confrontata a immaginari diversi,
che si oppongono al mio, o lo sostengono o lo alimentano. Il gruppo
produrrà un immaginario comune, fatto di molte faccette che ognuno
porta in sé e le diverse immagini di cui siamo portatori individualmente
e gruppalmente si sistemeranno, si organizzeranno e si trasformeranno.
Spesso si sente dire nel gruppo: "è vero, non vedevo le cose così, adesso vedo la mia foto un po' diversamente".
Sappiamo bene che la foto non è cambiata, anzi quello che è cambiato
sono le immagini interne, quelle del nostro pensiero in immagini, che sono state toccate, mobilitate sul versante
del processo primario e
che, in questo modo, hanno determinato un cambiamento di ambiente,
di clima affettivo.
Se
il pensiero in immagini è più vicino all'inconscio, cosa dire
dello spazio psichico mobilitato in questo lavoro? Ogni volta
che proponiamo un oggetto mediatore sollecitiamo l'immaginario
al quale dobbiamo attribuire uno spazio psichico. È nel nostro
Preconscio che l'immaginario si dispiega, si esprime e si produce.
Il Preconscio da un punto di vista topico ha questo di specifico,
ha un versante vicino all'inconscio che si esprime secondo le
figurabilità del processo primario, è "il
pensiero in immagini", e un versante Preconscio-Conscio che
si esprime secondo le modalità del processo secondario. Questa
bipolarità del Preconscio ne fa la sua ricchezza, la potenzialità
di essere uno spazio di transito, cioè uno spazio transizionale,
lo spazio intermediario degli scambi, scambi di immaginari che
si esprimono e si svolgono grazie alle rappresentazioni intermediarie
del soggetto e del gruppo.
La foto ha raggiunto uno statuto, le immagini
sono costitutive di un certo immaginario, gli affetti che accompagnano
queste immagini ci permetteranno di accedere ad un'altra dimensione.
Infatti,
sotto le produzioni rese manifeste attraverso e nell'immaginario,
si trovano altre produzioni psichiche, per loro stessa natura
inconsce. Queste produzioni sono i fantasmi, fantasmi la cui origine
è inconscia, fantasmi originari e organizzatori della vita psichica.
Dunque, fantasmi di seduzione, di castrazione e della scena primitiva
si trovano figurati nel gruppo, attraverso l'intermediario delle
foto e di quello che se ne dice. Da qui, l'animatore non parlerà
in termini classici di interpretazione nel senso psicoanalitico
ma interverrà come gli altri partecipanti, scegliendo lui stesso
una foto, solo così può autorizzarsi a dire quello che vuole della
foto presentata da ogni membro del gruppo, accontentandosi di
dire quello che vede come gli altri partecipanti.
Sono
i nostri interventi sulla foto degli altri ad avere un valore interpretativo, e non è raro sentire la violenza dell'intervento
interpretativo, nel nostro rifiuto di vedere ciò che l'altro ha
percepito nella nostra foto. È a questo proposito che una donna
rifiutava la visione di un altro partecipante, che vedeva un bambino
morto nel deserto, a partire da una foto che per lei era quella
di un bambino che dormiva tranquillamente al contatto della sabbia
calda, sulla spiaggia in estate. I nostri immaginari si urtano,
portatori di pulsioni, pulsioni di vita e pulsione di morte.
I nostri immaginari non saranno
solo dei contenuti rivelati, come se i ricordi, le esperienze,
la storia di ognuno fossero all'origine del suo immaginario, come
un serbatoio immutabile di immagini per sempre segnati dall'impronta
di Eros o Thanatos, ineluttabilmente inscritte nel nostro funzionamento
psichico?
Con
le tecniche mediatrici, come il Photolangage, apprendiamo che
l'immaginario non fa altro che rivelarsi in termini di contenuti,
ma che è anche una funzione
psichica. È funzione nella misura in cui si trasforma, evolve,
cambia perché si scambia. Da un punto di vista economico, scambiando
i nostri immaginari, scambiamo dei movimenti pulsionali ma anche
dei potenziali identificatori. Il gruppo a mediazione offre al
soggetto un'opportunità di incontrare nuovi modelli identificatori,
attraverso nuovi dati di cui gli altri sono portatori, attraverso
la diffrazione.
Attraverso i personaggi, messi in scena, figurati e messi in scena
nella catena associativa gruppale, il soggetto percepisce la parte
che lo riguarda e si appropria un po' di più della propria storia
e della propria gruppalità psichica interna. Dopo essere transitate
attraverso l'intermediario dell'immaginario degli altri, alcune
faccette o immagini di lui ritornano al soggetto, disintossicate,
trasformate all'insaputa di ognuno e del gruppo.
L'oggetto
foto è mediatore, malleabile e trasformatore di immaginari. Contribuisce,
per questo, a favorire la funzione
integratrice dell'immaginario. È grazie a quest'ultimo che
l'inconscio può divenire conscio. L'oggetto mediatore serve da
supporto, supporta le proiezioni, sostiene le produzioni, tollera
le contraddizioni, non è né me né l'altro, supporta tutti e due,
è terzo tra l'altro e me, inter-mediario. Ha una doppia polarità
tra l'oggetto e il soggetto, il dentro e fuori, ha anche una doppia
polarità tra il suo versante inscritto nella realtà, nella materialità,
visibile, tangibile, manipolabile e il suo versante di rappresentatività
metaforizzante un'altra realtà. L'alterità si dispone sul versante
della rappresentatività nel legame intersoggettivo, perché l'immagine
fotografica è percepita in diversi modi ed è messa in scena da
molteplici racconti. Dalla coesistenza di questi due versanti
dell'oggetto mediatore, la materialità
e la rappresentatività,
nasce la simbolicità dell'oggetto. In altre parole, la mancata
simbolizzazione è un difetto del pensiero nel fare legami tra
il vissuto corporeo, il percepito sotto forma di immagini sensoriali
(propri del processo primario alla rappresentazione della cosa)
e la messa in parola che rappresenta una tappa nella capacità
di dire e nominare il proprio vissuto di rappresentazione trasformata
in parola. Il processo di
simbolizzazione apparirebbe come il risultato di un lavoro psichico
di legame tra processi primari e processi secondari, attraverso
l'intermediario del "processo terziario", concetto proposto
da A. Green.
La
prima tappa di questo percorso psichico è quella del contenimento dell'universo pulsionale, che minaccia il soggetto di
esplodere, in un agire aggressivo o violento o che lo minaccia
di esplodere provocando la frantumazione interna, la somatizzazione
o la depressione. Si tratta prima di tutto di ricostruire o di
restaurare i contenitori di pensieri al fine di contenere le pulsioni,
canalizzarle, mettere alla prova il quadro, il gruppo che anche
se viene attaccato non verrà distrutto, rassicurando così il soggetto
sui rischi che la propria distruttività implica.
Si
capisce bene come la foto, oggetto mediatore, possa essere il
ricettacolo di una violenza verbale trasportata sulla
foto, che può essere commentata negativamente, criticata,
demolita in parole, senza che l'altro si senta distrutto, dato
che continua a pensare che si
tratta solo di una foto, anche se si tratta di quella che
ha scelto. Si constata allora che lo scarto tra la foto
oggetto-esterno e la
foto immagine-interna, crea uno spazio di gioco. Si tratta
di un gioco serio, perché la foto oggetto-esterno raccoglie i
movimenti pulsionali distruttori da parte della pulsione di morte.
Tuttavia,
essendo solo una foto, non viene distrutta e ne deriva la pulsione
che avrebbe potuto o dovuto essere trasferita sull'altro. In questo
modo il soggetto tutela la foto immagine-interna. Ci arriva meglio
se gli altri membri del gruppo vi hanno deposto a loro volta,
le loro diverse rappresentazioni controbilanciate dalla pulsione
di vita. La sua foto immagine-interna accede, così, ad una più
grande ambivalenza, né totalmente fecalizzata, né idealizzata
all'estremo, può allora riappropriarsene. Nella ricchezza e pluralità
degli immaginari scambiati può trarre ciò che ad insaputa propria
e altrui gli ritorna.
Soltanto
quando il soggetto avrà sentito l'altro indirizzargli in eco una parola che gli ritorna e questo a sua volta avrà rinviato
a specchio un'immagine
che gli appartiene, il soggetto interessato potrà accedere ad
una vera e propria presa
di coscienza. Questa è la condizione necessaria e preliminare
a tutto il lavoro psichico d'integrazione nell'apparato psichico
attraverso la simbolizzazione.
Il
gruppo a mediazione attraverso l'immagine fotografica pone da
una parte la gruppalità
del dispositivo nella sua esteriorità e dall'altra, la
mediazione di un oggetto in posizione intermedia. L'uno e
l'altro sono necessari per facilitare il passaggio non solo dai
processi primari ai processi secondari, in una prospettiva topica,
favorente la regressione formale e temporale, ma anche in una
prospettiva economica, facilitante gli scambi degli immaginari
fra i gruppi interni e esterni, i gruppi diacronici (familiari)
si riattualizzano nella sincronia del gruppo "qui e ora". Da un
punto di vista dinamico, il
gruppo e l'oggetto mediatore favoriscono un contenimento migliore
della dinamica violenta dei soggetti alle prese con i loro conflitti
narcisistici primari, del tipo lotta per la vita e per la morte.
I gruppi a mediazione assicurano un miglior contenimento, perché
la mediazione propone uno spazio di gioco e di scarto, staccando
la realtà dall'immaginario, spostando il soggetto dai propri oggetti,
l'oggetto esterno, la foto rimobilita gli oggetti interni investiti
affettivamente.
In
questo modo ogni membro del gruppo investe "la sua" foto in un
modo da superare ampiamente il quadro di una semplice relazione
ad un oggetto culturale. La foto rappresenta una piccola parte
della nostra vita interna. Figura un momento, un ricordo, un personaggio,
una traccia che rimobilita attraverso l'intermediario delle immagini
percettive riattivate. Non è mai il riflesso esatto della nostra
realtà interna, è un'approssimazione, una forma contigua, un contorno
analogico, un'anamorfosi. Entra nel nostro mondo interno da una
finestra, quella della sensorialità. La vista primeggia sugli
altri sensi, ma la vista è associativamente legata all'udito,
l'olfatto e il tatto. Una foto può evocare una musica, un profumo,
un movimento, un contatto attraverso il tocco. Tutte le tecniche
mediatrici hanno la loro specificità, ognuna privilegiando una
porta d'ingresso nel mondo interno e intimo della nostra sensorialità.
Bibliografia
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Aulagnier P.1975,
La violence de l'interprétation.
Du pictogramme à l'énoncé, Paris, PUF.
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"Pour introduire le narcissisme", GW 10, tr. Fr., La vie sexuelle, Paris, PUF, 1969.1923, "Le Moi et le Ça", GW 13,
SE 18, tr. Fr. Essais de
psychanalyse, Paris, Payot, 1970.
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Kaës R.1985,
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