Mito Sogno e Gruppo

I MITI DEL GRUPPO
Stefania Marinelli


Il mito, il sogno e le altre configurazioni linguistiche e ideative che Bion prende in considerazione fra gli elementi della fila C della sua griglia, sono descritti come elementi o categorie letterarie, che interessano l'analista perché sarebbero corrispettivi psicologici e linguistici di elementi e livelli della vita psichica e mentale, che possono essere corrisposti nella seduta di analisi, da livelli e funzionamenti mentali sintonici o trasformativi da parte dell'analista. 
Nel gruppo la narrazione mitologica, onirica, iconica ecc. ha un particolare valore, perché aiuta lo sviluppo di un contenitore semantico e rappresentazionale condiviso, ancorato a trame espressive che sono abbastanza larghe, da includere elementi diversi e insaturi; e però abbastanza distinte e sequenziali, da incoraggiare e mantenere costante un piano comune di significazione simbolica. Gli elementi presenti nel campo analitico di un gruppo, che per un individuo singolo potrebbero essere angoscianti, possono essere elaborati attraverso il mito. Il nucleo o i nuclei che sono rappresentati nel mito non hanno qualità soggettivanti, ma restano più generali; la loro natura teatrale e di azione drammatica li rende non saturi e adatti per nuovi sviluppi tematici. Cosicché quel nucleo così amplificato, tematizzato e articolato a diversi livelli di espressione, potrebbe essere reso riconosciuto e rivissuto in una dimensione "transizionale" (Winnicott) o sognante (Bion), o fantasmatica (Anzieu), che ne faciliterebbe una elaborazione evolutiva. Il carattere di sovraespansione e insieme di condensazione degli elementi e delle vicende narrate nel mito, e l'amplificazione del soggetto che agisce, producono nel gruppo una sensazione di sollievo dal peso soggettivo dei contenuti più penosi e favorisce un coinvologimento più libero. La fluidificazione delle rappresentazioni messe in comune rafforza il senso di appartenenza e di coesione del gruppo, ma anche facilita la fruizione individuale attraverso i sistemi della risonanza, della diffusione, della comunicazione affettiva e trans-personale (Neri) .
Mi soffermerei in particolare sull'idea di F.Corrao dell'amplificazione tematica, come quella di una risorsa ideativa che aiuta a ricollegare il dispositivo verbale e semantico del gruppo alle sue rappresentazioni fondanti e di base. L'idea di amplificazione tematica è ripresa da A.Correale, con particolare riferimento al trattamento in gruppo dei pazienti borderline e fra l'altro è trattata anche sul piano della conduzione e della tecnica. L'amplificazione tematica sarebbe una "modalità d'intervento del conduttore che è centrata non tanto sul tentare di arrivare troppo rapidamente ad una spiegazione dei fatti, ma al contrario è centrata sul far sviluppare il tema il più possibile.ogni argomento è dotato di valenze non tanto inconsce ma nascoste, non considerate .e che è opportuno che ..vengano alla luce.non nell'ambito di un riferimento ad una singola persona, ma al contrario nell'ambito di un riferimento al tema stesso." Un esempio chiarisce ulteriormente, nel quale si mette in chiaro come un'affermazione che il conduttore potrebbe fare per svelare un sentimento nascosto in una comunicazione di un partecipante del gruppo, potrà meglio essere espressa amplificando il soggetto stesso che fa l'affermazione e collegandolo ad un soggetto e ad un'esperienza più generale. Dunque amplificazione del tema, per evitare la saturazione e la dispersione dei pensieri e dei sentimenti, e amplificazione del soggetto, svincolandolo dalla comunicazione diretta, e utilizzando una modalità estensiva e una comunicazione collettiva. La particolare pertinenza del tema trattato da Correale, quello dell'utilità del gruppo per contenere i pazienti borderline, cioè un tipo di pazienti che si presentano particolarmente frammentati, interferiti e tendenti all'impulsività, mette il luce un aspetto specifico della funzione del racconto mitico nel gruppo e della amplificazione tematica: quello di una sua qualità coesiva, stabilizzante e tonificante, che valorizza lo sviluppo e l'uso delle funzioni mentali sane, per aiutarle a fronteggiare il trauma, l'interferenza, l'intermittenza della parte border della personalità.
Prenderei ancora in considerazione, come una formulazione significativa per questa area di pensieri, l'idea di Bleger, di "socialità sincretica", nella quale la relazione di fusione e di indistinzione con l'altro non ha bisogno di parole, ma di contatti fisici, come vedere, udire,"stare con", partecipare, contribuendo a depositare nel gruppo, nel suo setting anche materiale e nelle sue consuetudini reiterate, impulsi, desideri, ricordi comuni. La socialità sincretica, che contribuisce a creare la mentalità primitiva del gruppo, ci avvicina alla possibilità di descrivere la comunicazione mitologica o iconica e onirica, da un punto di vista diverso, che utilizzerebbe il modello dell'attenzione alle esigenze e qualità del sé e all'idea del gruppo come oggetto sé e come mediatore di queste esigenze. Questo punto di vista mette in evidenza il valore creativo del racconto mitologico, come un'esperienza di depersonalizzazione e confusione identitaria fruibile, che precede le possibilità di individuazione.
Le proprietà della comunicazione mitologica e del pensiero mitico hanno valenze molteplici. Il lavoro di questo congresso contribuirà a considerarlo, con una notevole ricchezza di pensiero e di entusiasmo, per quello che il privilegio di avere seguito una parte del lavoro organizzativo preliminare, mi ha consentito di vedere. Qui ho solo parlato di un certo aspetto della sua presenza nel gruppo come un importante veicolo di affetti profondi verso l'esperienza di comunicazione e di oscillazione fra l'elemento collettivo e indifferenziante e quello soggettivante.

Il mito tragico 

Farò un accenno ad un particolare tipo di mito, il mito tragico greco, legato ai cicli e alle saghe delle famiglie colpite dall'ira e dalla vendetta divina, a causa della ubris, della superbia e della tracotanza.
Questo mito nasce in un'epoca storica di lotta fra città e fra gruppi familiari e sociali per ottenere il primato; vi era per questo il bisogno di creare, sia nell'attualità sia retrospettivamente, rappresentazioni di tali conflitti adatti a contenere le vicende in modo temporale e storico, con la funzione di legittimare, celebrare e semplificare la gravità degli elementi contenuti in esse, attraverso l'amplificazione, e la teatralizzazione, che l'essere tramandate avrebbe fornito.
Nel mito greco l'eroe perseguitato dal fato o dalla vendetta divina è individuato come artefice responsabile e anche come vittima fatale. Le sue gesta contengono il libero arbitrio e la sottomissione alla legge e
alla volontà degli dei. La grandezza tragica e la possibilità del teatro catartico stanno nel fatto che questi due elementi sono compresenti e l'area della rappresentazione universale dei sentimenti è contenuta dal
doppio versante dell'impersonalità e della soggettività. La soggettività diviene partecipe di una trascendenza (Duez), e questa rende possibile il contatto con il fantasma originario (ibid), reinscenato eternamente dalla presenza dell'altro, e consente un affrontamento dell'elemento primitivo. La comparsa degli elementi primitivi, per la loro profondità, la loro complessità e la loro grandezza, mobilizza nel singolo e nella relazione, la difesa, sia quella più primitiva, come la scissione, la negazione, il mutamento nell'opposto o l'istituzione dell'ambivalenza, dualistica oppure anche cangiante, mimetica e anamorfosica (ibid); oppure può stimolare difese più evolute, raffigurabili nell'icona o nel racconto - il sogno e il mito (v. l'immagine trasformativa nel gruppo, con qualità oniriche e mitiche, di R.Snell).
Nell'affrontamento irto di pericoli, dei conflitti più primitivi e della loro qualità deindividuante e depersonalizzante, soltanto la elaborazione collettiva del limite, del confine, della soglia individuale, solo la partecipazione a più voci, come il coro del teatro tragico greco ben mostra, aiuta a sentire un'appartenenza salvifica e rafforzante, una solennità che rifornisce di legittimazione, una ampiezza di riconoscimento sentita come idonea e capace di contenere l'elemento multiplo, disperso, lacerato. Il limite può essere confrontato allora con lo scenario filogenetico, che contiene l'angoscia della trasmissione della colpa (Speziale Bagliacca). Così, mentre il coro narra l'inaffrontabilità del destino umano (Molte sono le cose terribili, ma più di ogni altra tremenda è l'uomo, Antigone, Sofocle), l'individuo o l'eroe potrebbe collocarsi tentandone una elaborazione e un contatto possibile verso la conoscenza, la consapevolezza e l'ampliamento dell'angoscia dei limiti. Il singolo uomo di fronte alla catastrofe o alla sfinge che la conosce e potrebbe svelarla, è annientato. Ma il sacerdote che conosce per lui, investito di potere regale e sociale, può interrogare gli dei e il sapere della sfinge. O un eroe designato dal suo gruppo, come Edipo stesso, che salverà Tebe dalla peste svelando i misteri della sfinge, e con ciò incontrando il proprio destino, connesso con lo svelamento delle colpe incestuose e parricide.
Nel mito tragico non vi è reversibilità, scambio del punto di vista, né digressione possibile dal destino. A differenza della fiaba, nella quale tutti gli elementi narrativi sono reciproci, simmetrici e reversibili, l'eroe tragico e mitologico è un soggetto singolo e non reversibile e così pure la sua sorte, che non lascia spazio all'immaginazione. L'immaginazione è contenuta
all'interno del suo dramma. La responsabilità è soggettiva, e vive sull'incommensurabile e maestoso sfondo della TuXe, la sorte, la quale amplia i confini del contatto individuale con il male, lo rende solenne e tremendo e individua con precisione inesorabile il campo della colpa, che nella dimensione individuale diventa schiacciante, e nell'azione manca.
Così nel gruppo, possono esservi rappresentazioni, sogni, pensieri, sentimenti ed esperienze, che potrebbero circolare in un quadro semantico del tipo della fiaba, o del tipo del mito, a seconda dei contenuti da elaborare e del bisogno emotivo di amplificare, restringere, chiarire,
sfumare una scena condivisa, un affetto, una rappresentazione. A volte può essere di grande utilità riuscire a trasformare nella immaginazione e nella
memoria un evento che era prima interno e confuso, in un evento, o in una concatenazione di eventi, o in un personaggio, o insieme di personaggi, che è diventato esterno, precisato e anche così forte da essere quasi scolpito - come l'eroe tragico -. Possono esservi nel gruppo bisogni tali, che si collegheranno meglio e in modo più completo con figurazioni del tipo iconico o personificato e che si adatteranno meglio in quella forma, a divenire interiorizzazioni durature, sintetizzanti e significative, dotate
di valore coesivo, proprio perché ne è stata condivisa e solennizzata la drammaticità, anche attraverso la costruzione e la nascita delle icone, delle figure scolpite nella memoria del gruppo. Anche per essere dimenticato e rimosso, un evento deve prima essere stato affettivizzato e interiorizzato e aver fatto parte degli elementi linguistici, narratologici e iconici di un gruppo. La sua qualità inconscia deve essere divenuta accessibile per la percezione, per l'affetto che le è legato e per la sua rappresentazione.
Il piano mitico sembra aiutare l'entrata nella memoria di tutti quegli elementi che non erano ancora stati riconosciuti dal piano generale dell'identità del singolo o del gruppo come "facenti parte".
Successivamente, tenterò anche di chiedermi il motivo e il modo per cui questo sembra avvenire e la funzione che ha in certi casi. Prenderò alcuni esempi da quello che definirei il modo mitico di trattare le rappresentazioni di sé, che si ritrova nella analisi sia individuale sia di gruppo, dei pazienti con disturbo anoressico. Vedremo in particolare proprio il mito analitico, o il mito del gruppo che affronta la paura di soffrire, o di impazzire, e ha dunque l'esigenza di organizzare una vicenda di sé che sia narrabile o appunto mitizzabile e anche sentita come un rituale mitico,
tratto dal mito del gruppo.
Ma prima farò ancora un esempio di pensiero mitico.


Il mito dell'Eden

La possibilità' studiata dall'antropologia, di immaginare il mito come mito delle origini e come una forma dell'eterna discesa nella madre per ripetere la rinascita rigenerante, è un'idea indirettamente presente o che si può dedurre in diversi orientamenti e modelli della psicoanalisi. Bion in particolare, che ha valorizzato lo studio del mito e delle sue risorse per la psicoanalisi, ha sottolineato il grande valore del contatto della conoscenza con l'oggetto affettivo e regredito e con l'oggetto reale O, verità ultima.
Credo che l'affetto che circonda un evento o un legame, o anche la rottura di un legame, o l'affetto che conserva la traccia del trauma che lo ha ferito, o di ciò che esso è divenuto dopo la ferita traumatizzante, sia un affetto protagonista sulla scena analitica, o per la sua presenza o per la sua mancanza. Esso non è un veicolo per raggiungere una scena o un oggetto, forse lacerato o annullato o mai esistito. L'affetto è il testo ed è il protagonista stesso della ricerca, se sono date certe condizioni. A volte l'affetto è l'unica cosa che abbiamo, mentre sembra - e il seguito della analisi dimostra che non era così - che tutto l'apparato psichico sia coinvolto in una sorta di sprofondamento. Ma se quell'affetto che è il testimone e l'erede del trauma viene visto, rintracciato, contenuto (Speziale Bagliacca) e aiutato ad esprimersi e ad evolvere, allora anche ciò che era inabissato può risorgere e riorganizzarsi. Questo rimanda all'idea di storicità del trauma: penso che il trauma sia storico e definitivo. Altro è il lavoro di bonifica del suo territorio e il metodo utilizzato (Giannelli).
Il mito e il sogno non sono solo la via regia verso l'inconscio, ma verso l'inconscio perduto e mai esistito: è come se l'esperienza e la riattualizzazione della discesa nell'origine primigenia che l'individuo e la sua specie compiono nel mito, ricreasse le condizioni primeve, verso una nuova nascita o rigenerazione del senso e del percorso. In quelle condizioni iniziali infatti il mondo non era ancora separato, violato, differenziato e le convenzioni del prima e del dopo, del basso e dell'alto, dell'agente e dell'agito, del dentro e fuori, che il linguaggio e l'organizzazione sociale hanno successivamente convenuto, allo scopo di dare significati condivisi e comunicabili agli eventi, non erano nè presenti nè
significative. All'interno della madre e del suo sistema, come nell'Eden, l'abisso e la potenza della creazione della vita e del suo sviluppo, promanano una quiete e un ordinamento che non abbisognano di spiegazioni. E altrattanto potente e mortifera sarà stata la rottura precoce o ingiustificata di quel sistema.
Quando in una seduta frammenti di queste memorie o identità perdute si affacciano, abbiamo un ordito da tessere o le tessere di una unità di mosaico.
Sembra che la ciclicità e la reiterazione, così come fanno parte della malattia, possano invece far parte della sedazione del terrore e del ristabilirsi dello sviluppo (Soavi Fusionalità, L'eterno ritorno).
A volte nel gruppo, specie nelle fasi di guarigione o insomma di maturità, riemergono a tratti le memorie dell'epoca mitica e di quella che era stata a quel tempo la sua nominazione di oggetti, eventi, condizioni,
personaggi ecc. La loro forza è scemata, il linguaggio sulla base di bisogni nuovi che intanto sono venuti maturando, non ha più nè quel senso nè quel valore o alone quasi mistico: la prospettiva all'indietro però,
sembra che aiuti a rinforzare il confronto fra le diverse epoche storiche e a seminare come di cippi stradali il percorso seguito, rimitologizzando il presente.
Chi di noi non ha desiderato viaggiare in luoghi primigeni? Chi non ha intuito il potere tranquillizzante del magnetismo terrestre e dell'unità naturale inesplorata, come una forza primaria che la misura e l'adattamento della comunità umana ancora non ha modificato? Chi non ha sognato di
partecipare alla grande celebrazione della natura creatrice, come ad una risorsa personale di vigore e di nutrimento? Credo che tutti noi, viaggiando sotto l'equatore, abbiamo provato una forte emozione a scorgere sopra di noi la costellazione dell'Orsa maggiore, se prima vedevamo la
Croce del Sud nel cielo notturno. O viceversa. La forma indivisa e circolare della natura primeva conteneva una divisione che solo il tempo-spazio della trattativa sociale hanno reso discontinua. L'unità iperdensa e appiattita che la società globale propone adesso, con l'accelerazione dei processi economici e sociali e con la nuova dimensione temporale dell'esperienza virtuale, è una nuova unità che ancora non conosciamo. Però ora sappiamo che l'identità che si trasforma e che si adatta ai bisogni completamente nuovi del gruppo totale e produttivo e spesso fondamentalista, ricorre al sogno e al mito, cioè ad un altro spazio-tempo, per germinare funzioni nuove e per proteggere quelle minacciate di estinzione, facendole rinascere.

Il mito come pelle mentale sostitutiva

La maggior parte dei pazienti che soffrono di anoressia mentale o anche di bulimìa, quando riescono ad affrontare un percorso evolutivo di gruppo o ancora meglio individuale, portano prima o dopo nell'analisi, immancabilmente, un sogno o più sogni contenenti elementi mitici. Il mito può essere scelto fra quelli legati all'antichità classica del bacino indomediterraneo; o fra quelli appartenenti alla religione cristiana, in particolare quello delle nozze mistiche e del mistero della consustanziazione, o quello della crocifissione; oppure fra le mitologie religiose orientali, a seconda dell'ambito culturale di formazione. Oppure semplicemente le immagini del sogno hanno una pretesa, una qualità emblematica, misterica e compaiono in modo a prima vista enigmatico.
Quello che sorprende in queste narrazioni è la naturalezza con la quale viene presentato un testo così ricco di caratteri evocativi, come se facesse parte del normale arredo quotidiano e del comune linguaggio espressivo. Un po' come un elemento spaesante e imprevisto può comparire in una rappresentazione pittorica surrealistica, trattato come normale.
Al contrario in altre circostanze l'elemento religioso e mitico può restare segreto rispetto all'insieme del testo narrativo e delle immagini presentate, come se vi fosse solo riverberato; mentre i contenuti inconsci corrispettivi che intanto emergono come brandelli isolati, irradiano senso su tutto il contesto narrativo e sulle sue qualità mitiche e mistiche.
La relazione che possiamo ritrovare, al livello dei contenuti, fra la scena "orale" di una analisi e la scena misterica di un ambito mistico o mitico, qui non ci interessa e resta sullo sfondo con le sue evidenze e i suoi interrogativi. Credo che ciò che interessa maggiormente sia invece quale possa essere il motivo del ricorso direi certo a questa rappresentazione (il Cristo crocifisso e il Cristo tradito nell'Ultima Cena), come se si trattasse di un rituale previsto e obbligatorio; e anche il motivo per il quale il suo carattere suggestivo non venga facilmente riconosciuto e venga scambiato per quello comune di uso quotidiano.
Nel gruppo con pazienti anoressici avevo creduto che si trattasse dell'emergere di un rituale che derivava dall'essere in gruppo e dal bisogno di proseguire per tappe evolutive, nella costruzione collettiva di tratti identitari e di fondazione del Sé del gruppo. A meno però di
reputare che i pazienti individuali di un analista si considerino come membri di un suo gruppo interno (De Toffoli), idea che considero estremamente valida e che ci aiuterebbe a costruire nuovi modelli del funzionamento della mente e del legame fra le menti, dobbiamo forse anche fare l'ipotesi che il ripetersi identico di una fenomenologia comune, derivi da una caratteristica contenente un alto grado di sensibilità fusionale, di tipo simbiotico e epidemico, che appartiene allo "stile" di vita, o alla moda o all'automatismo di una standardizzazione, (Corrao) e non al "fatto" bioniano, del disturbo alimentare.
La mia personale ipotesi è quella che questi pazienti, come tutti quelli che presentano disturbi borderline e/o psicotici della personalità, siano costretti a servirsi di frammenti psichici, o protopsichici, imitativi o sostitutivi, possibilmente simili a quelli che sono loro mancati, o sono stati sottratti, o traumatizzati. L'insistenza mitica e religiosa serve allora a ricucire, anzi prima ancora a rintracciare e a fare confidenza, con quei brandelli perduti delle origini, che hanno reso impossibile lo sviluppo successivo sia dell'apparato psichico e della sua integrità, sia dell'attività simbolica e dei processi di sublimazione che avrebbero
consentito di esprimerlo e renderlo produttivo.
Non è detto che rigenerando a monte queste lacerazioni e violenze patite, non si possa recuperare quali siano stati gli errori di sistema, e eventualmente ristabilire i suoi dati e i suoi funzionamenti, o anche riavviare un nuovo immagazzinamento di altri dati che non erano mai stati
inseriti - attenendoci ancora alla metafora informatica.
Sembra che il mito e il sogno mitico contengano in comune due opzioni parallele, che aiuterebbero la possibilita di elaborazione, specie per quei pazienti che hanno un senso di sé fragile, o vuoto e inconsistente, o ferito; e che aiuterebbero quelle fasi della vita del piccolo gruppo, in cui i processi di individuazione del singolo sono in
secondo piano, a favore di uno stato di "socialità sincretica", per dirla con Bleger. Questi due elementi sono da un lato la vicinanza del mito con gli elementi inconsci, la quale fornirebbe senso di appartenenza e di
comunicazione per la parte psicotica della personalità, per la quale non vi è differenza fra dentro e fuori, fra conscio e inconscio e fra realtà e simbolo. Dall'altro lato la composizione collettiva e la forma storica del contenitore semantico del mito, offrirebbe un senso di confluenza
e di rafforzamento e anche di scansione spazio-temporale, ancorché elementare. Così la presa in prestito di tipo adesivo o imitativo del mito e del sogno mitico, avrebbe il grande valore di produrre una pelle contenente e insieme un'area intermedia fra sé e non sé, o fra sé e l'altro
considerato come non sé, nella quale prendere confidenza con elementi sconosciuti.

Mito del gruppo e rituale degli elementi procedurali del setting di gruppo

Alla notizia del prossimo inserimento di un nuovo membro, per la prima volta di sesso maschile, le donne anoressiche, o meglio ex-anoressiche del gruppo, che ha già lavorato cinque anni e superato vari stadi di guarigione clinica e non solo clinica, reagiscono portando un particolare tipo di sogno, o meglio una triade di sogni.
Nella prima seduta vengono narrati da due pazienti due sogni dall'apparenza entrambi piuttosto personale. Sono sogni che sembrano legati alla preoccupazione identitaria, al problema di ospitare un oggetto estraneo: le donne temono di essere viste da "fuori", da uno sconosciuto, il quale aumenterà certamente il peso delle richieste e rilancerà il confronto con il pericolo della malattia, reinscenando il passato e il suo dolore. 
Il primo sogno diceva:
A) Giovanna, medico anche nella realtà, si presentava in ospedale senza il tesserino medico, doveva tornare a casa, ritrovarlo e ripresentarsi per entrare. 
Il secondo sogno diceva:
A1) Clelia andava dal ginecologo, che trovava nella visita un sarchiapone-tumore nel suo utero.
Vi era allarme; la medicazione veniva praticata ma mancava una conclusione certa e il sogno restava pieno di suspense.
La percezione della potenza generativa dell'analista, che ha concepito e dato al gruppo un nuovo figlio e fratello, è lenita dalla possibilità di sentire che ella è parte del gruppo, è essa stessa il gruppo comune, il suo medico, il suo ginecologo-levatrice. Questo convincimento aiuterà il gruppo a fare una scelta: quella di lasciare che fra le due sognanti della prima seduta, che parlano dell'identità nuova e dei suoi pericoli, venga eletta, per continuare la serie rituale delle rappresentazioni oniriche nelle prossime sedute, fino a ciclo concluso, quella che includeva nel suo sogno l'aspetto mitico, legato cioè al mito del gruppo. Il mito del gruppo sembra essere in particolare quello legato alla capacità di trasformare la fame dell'anoressia, e il suo corrispettivo genitalizzato in termini di appetito sessuale e generativo, in pasto totemico, quello che potrà generare una nuova società e nuove leggi in grado di regolarla.
Da quella prima seduta tutto il gruppo segretamente si accordò sul dare spazio ai sogni di Clelia; nessuno sognerà per tre sedute se non lei. Porterà in sequenza un trittico di sogni che prendono senso l'uno dall'altro, e dalla loro successione, e il resto del gruppo ordinatamente vi lavorò compatto. 
Il rituale è iniziato: l'invito a partecipare è stato dato dal sarchiapone, che il gruppo ha sentito legato al teatro e all'ignoto. Clelia è figlia di un notissimo attore di teatro-cabaret. Il sarchiapone faceva parte delle gags del suo tempo, e non del tempo attuale della paziente, che pure recita. Si trattava di una figurazione non solo legata al passato generazionale, che omette il presente, ma anche per sua natura misteriosa, inesistente: il sarchiapone nella vecchia gag, nasceva in una conversazione casuale e di tipo surreale fra due sconosciuti, che si incontravano in treno. Essi intraprendevano una conversazione che li trascinava e si trovavano in breve a gareggiare nel mostrarsi capaci di sapere ogni cosa, e per non cedere alla ammissione di non conoscere quella strana e misteriosa creatura, nata soltanto dalla nominazione, per caso o per celia, o per desiderio, o per provocazione, le conferivano via via una quantità di caratteristiche, attributi e definizioni, le più fantastiche e contraddittorie.
Il sogno della seconda seduta narra che:
B1) Clelia va dal ginecologo e questi trova situato nel suo utero un kalajhnikoff. Le dice che è pericoloso e tenta l'estrazione.
Nel sogno della terza seduta: 
C1) Clelia viene definitivamente curata e guarita dal ginecologo. E' incinta e deve partorire.

Se vediamo i contenuti dei tre sogni, ci accorgiamo che essi procedono dall'indefinito (il sarchiapone) al meglio definito (il Kalajhnikoff) all'oggetto individuato (la ferita, la cura, la nascita). Lo stile inglobante della sognante o meglio di tutto il gruppo, adottato a difesa del nuovo ingresso, tentando di ucciderlo prima e di partorirlo dopo, non sembra destinato a dissolvere l'attesa, ma ad assicurarle una temperatura affettuosa, purché siano viste le minacce.
Se vediamo il tema dei sentimenti aggressivi e del loro attenuarsi e risolversi, troviamo anche qui che le sequenze contengono come una progressione, una evoluzione marcata, dalla violenza mortifera del tumore che ammala l'interno, e della sparatoria che introduce dall'interno anche una possibilità di attacco verso l'esterno, fino alla medicazione della ferita interna, che aveva prodotto tutti quegli elementi malati e violenti.
Un aspetto importante di questo sogno sta nel suo sforzo di comunicare notizie nuove sull'idea del confine fra lo spazio interno e quello esterno, e sulla sua reversibilità; e fra l'esperienza privata e quella sociale; e anche notizie più precise sulla concezione del bisogno di localizzare la violenza omicida in quel confine profondamente interno, come è l'utero femminile, che una volta visitato nella sua profondità diviene pronto a colpire, comunicando con l'esterno, perché gli è riconosciuta una qualità, una profondità e un luogo, quello dell'accoppiamento e della gestazione.
Ipotizzerei, in questa disposizione progressiva e concatenata delle sequenze oniriche, la presenza di un elemento rituale, reiterante e progressivo, che rievocherebbe un sentimento procedurale degli elementi della cura e delle cadenze del gruppo, del suo setting, delle sue regole, dei suoi cicli. La triade di sogni è ordinata come una segnalazione rituale e mitizzante del setting e dei suoi elementi procedurali. Un rito che rievoca i tempi e i ritmi evenenziali di una comunità, ha un grande valore, legato alla rassicurazione, alla continuità e alla conoscenza: sembra che possa trattarsi di un momento identitario e evolutivo. Lo sforzo doloroso di accogliere e riconoscere la prospettiva di un elemento nuovo e sconosciuto (il nuovo membro), crea il regresso e il bisogno del rito e la creazione di un gruppo mitizzabile. Con il nuovo arrivo vi sarà una nuova identità finora sconosciuta del gruppo e potranno emergervi configurazioni nuove, viste da un nuovo e imprevisto rispecchiamento. Il passato potrebbe riemergere, mentre si credeva di averlo sorpassato o immerso nella memoria del tempo trascorso. La previsione, legata al nuovo ingresso, di imminenti esperienze di vuoti (o anche il timore di spazi troppo pieni), di nuove e ulteriori regressioni e di nuovi conflitti, sembra suggerire il ricorso al mito del gruppo, come ad un elemento ricorrente e rituale, che ha la funzione di rassicurare, di rifornire elementi identitari comuni e rafforzare il senso di sé, e riattivare la produzione di sostanze coesive, basate sugli elementi della consuetudine e della comunanza, che può rafforzare gli individui al di là della loro fragilità personale.
La reazione mitica sembra come la reazione di un endometrio che si organizza in modo diverso e si amplia per collaborare con un evento e un elemento nuovi: questo può avvenire solo all'interno di una concatenazione ciclica - quella del ciclo della fecondità e della riproduzione. 
Anche il gruppo stabilisce o aveva già stabilito una propria ciclicità nella quale si riconosceva e ora si prepara a collocarvi l'evento che lo rivoluzionerà nel futuro, e la sua portata di contatto con la ripetizione del passato (Neri Gruppo, l'ingresso di nuovi membri e il ritorno dei morti).
Clelia pochi mesi dopo farà una cesura definitiva con il suo passato, che aveva contenuto ripetuti tentativi suicidari, e farà una gravidanza rivitalizzante e rigenerante. La sua bambina prenderà il nome della nonna amata, mentre sua madre aveva solo sfogato il proprio odio su di lei percuotendola: un amore ritrovato, attraverso i cicli e i miti generazionali e il mito del gruppo analitico. 

Il mito moderno

Il mito contiene la narrazione favolosa delle origini (v. Zanasi; Menghi; Corrente; Lombardozzi); l'epica delle gesta di esseri divini e eroici e della loro epifania umana. Il mito è anche nella saga nazionale e familiare. Il mito religioso tramanda elementi mistici, pratiche misteriche, i cui significati restano fissati nel tempo come icone che racchiudono il comando e il divieto divino, la morale umana e il confine dell'ineffabile.
In tutte queste fonti della narratologia mitologica, troviamo ricche sorgenti di ispirazione, di espressione e di rappresentazione per la fantasia del gruppo, che viene orientata a concepire una ricerca delle proprie esperienze di base.
Il tempo circolare della comunicazione onirica, come pure della trasmissione mitologica (Fachinelli) ci immerge nel caos della vita pre-logica - almeno nel senso della logica aristotelica, basata sul principio di causa-effetto, per la quale le cause e gli effetti sono categorizzati come appartenenti a funzioni diverse fra loro e disposti in sequenza lineare.
Noi abbiamo l'esperienza di questo tempo circolare del sogno, anche da svegli, come ci fa notare Bion quando parla della funzione alfa; ma probabilmente le necessità della veglia e della realtà da ordinare ci aiutano a tenere separati questi due stati, o a creare una relazione organizzante di figura e sfondo, che ci consente un ritmo di lavorazione adatto a mantenere l'ordine mentale e la coscienza. In un senso analogo, abbiamo l'esperienza di un tempo circolare anche nel mito. 
Il mito antico corrispondeva probabilmente al bisogno di stare in contatto con l'elemento grandioso delle origini, con il sogno, con il rinnovarsi eterno della discesa dentro il corpo delle origini, della madre, senza essere travolti distruttivamente dal richiamo della regressione, ma potendone conservare il valore creativo e rigenerante. Questo probabilmente aiutava le prime civiltà nel compito di affermare la possibilità del progresso evolutivo e nel fronteggiamento delle grandi difficoltà che questo comportava. Al contrario il mito moderno sembra connesso con la necessità di restituire senso umano, misura, spessore storico, competenza e capacità ad una società potenziata ma anche minacciata dal suo progresso, che rischia di sentirsi separata dai bisogni primari, dal riconoscimento della vita biologica. I miti iconici, filmografici e letterari, che iscenano oggetti alieni e violenti, spesso mostruosi o molto elementari e caotici, e dotati di potenza sovrannaturale, benefica e malefica, sembrano voler fornire un allenamento imitativo di esperienze estreme, primitive, che stimolano il bisogno di mediatori riorganizzanti e di accessi comunicazionali per la condivisione. Anche il mito minimalista, che azzera nel nulla la rappresentazione, sembra indicare lo stesso bisogno di un equipaggiamento mancante.
La malinconia del mito moderno, a fronte dei nuovi tesori e delle nuove competenze, sembra rivolta alla nostalgia del passato, alle difficoltà della superbia e al timore di essere senza radici, come per un cambiamento terrifico. Nel passaggio di millennio l'uso ostentato degli oggetti meccanici e tecnologici e dei materiali sintetici, che sostituiscono l'erogazione della natura e l'adattamento ai suoi ritmi, sembrano ricercare l'esperienza traumatica di una rinascita identitaria. Ancora una volta, in un sogno rigeneratore.
Sognamo come individui e come popoli. Sognamo in gruppo anche se siamo soli. Molte etnìe interne ed esterne ci richiedono di essere riconosciute, invece di essere abolite o essere omologate. Il mito e il sogno vanno loro incontro.
Il gruppo non è più quello tribale, vicino e corresponsivo con il singolo. La cultura razionale e quella naturale sono non armoniose e continue. Il gruppo sociale odierno ha una estensione globale, il fantasma della sua gendarmeria vincolante ma incentivante, è racchiuso nella tirannide della sua distanza reale e della sua vigilanza dettagliata. La ricerca continua di nuovi vocaboli e linguaggi e nuove (artificiali) integrazioni, non solo linguistiche ma anche culturali, etniche, familiari ecc. ne fa fede. Sembra che vi possa essere un lutto inelaborabile o inelaborato, come pensieri indicibili o mai conosciuti, per i quali bisogna creare sempre parole nuove, produrre nuovi significati certi, allacciare altri legami che rassicurino sulla possibilità di accedere ad altri mondi, da sentire come omologabili e omologanti e nei quali si possa controllare l'elemento imponderabile.
Il gruppo a finalità analitica si troverebbe al suo interno questi nuovi bisogni o miti, prodotti dal gruppo generale, nei quali l'individuo fragile o più sensibile si è disorientato e chiede che gli venga restituita comprensione e soggettivazione.
Freud aveva parlato di quei sogni che sarebbero prodotti dal paziente non per comunicare nell'analisi elementi da elaborare, ma per compiacere l'analista, o confonderlo. Bion aveva posto poi l'elemento della verità al centro di una costruzione teorica, che prospettava il lavoro della mente e delle sue funzioni durante la seduta di analisi come una procedura particolarmente complessa, tendente alla trasformazione in O, verità ultima. I sogni prefabbricati, non prodotti dalla funzione alfa, erano allora riconosciuti come falsi e incapaci di produrre nuovi elementi alfa e di arricchire lo schermo alfa. In un lavoro presentato da Anna Nicolò e ..ricciotto? al primo congresso sul Sogno e il Gruppo, si sottoilineavano alcune qualità e bisogni del racconto del sogno all'interno del gruppo, come quella di esibire un contenuto, di trasportarlo nella mente di un altro, di confonderlo, di annullare un pensiero ecc.
Alla luce delle esperienze moderne, il modo di trattare il sogno e la sua narrazione in seduta, a cui tanti autori hanno contribuito, molti dei quali sono presenti qui, cambia la prospettiva classica. Non si tratta di sognare con una funzione o un'altra, di un organo che produce il sogno. Ora questi aspetti contengono qualcosa di molto diverso: come il piacere di sognare, per sentirsi vivi e coesi (Fossaghe, Lichtenberg). L'occasione di fare un insight. Lo stimolo verso un'esperienza di racconto condiviso, di modulazione del registro e della sintonia, e di contatto con altre menti che sognano e ascoltano sogni. Sognare per aumentare la verità di sentimenti vissuti, esperiti nella veglia. Desiderare di collegarsi al mondo onirico e di sentimenti degli individui che compongono un gruppo di appartenenza, familiare (Nicolò) o istituzionale e lavorativo (Lawrence; Bernabei). La ricerca di nuovi orizzonti e collegamenti, che accordino l'esperienza del passato e della tradizione con le speranze di cambiamento e rinascita.
Sogni e miti si intreccerebbero alla ricerca della nuova intimità soggettiva e del legame con un gruppo originario e compatibile, non solo perché il ricorso alla grandiosità delle origini aiuti a ridefinire la nuova identità. Ma soprattutto perché la grandiosità del mito e la potenza emblematica della sua icona permanente, contribuiscano a rassicurare sulla validità, la legittimità, la continuità e la vitalità dei nuovi miti, che il tempo eroico del mito antico, incorporato nella divinità angosciante e minacciosa della potenza tecnologica, ha creato.
Sembra che si sia alla ricerca di una funzione nuova, quella che nella concezione freudiana delle tre istanze, era indicata come la funzione del preconscio: una funzione capace di mediare e di trasmettere all'interno di un gruppo le istanze inconsce, che l'elemento collettivo potrebbe rendere cieche e dipendenti dall'ideale del capo-padre (psic. Delle masse e analisi dell'Io), tramite una identificazione passiva, indifferenziante e onnipotente; e le istanze consce e sociali, tendenti a ristabilire l'ordine morale e la legge, tramite la rinuncia e il rinvio dell'appagamento, per assicurare il perdono per le violenze affrontate e la stabilità del progresso evolutivo. Questa funzione del preconscio, oppure, nell'ambito del pensiero di Bion, la funzione gamma (Corrao), che equivale ad un organizzatore della mente del gruppo, corrispondente all'attività della funzione alfa della mente individuale, questa funzione della quale i fondamentalismi e le avidità imperialistiche dei gruppi che ai nostri tempi lottano per il primato etnico religioso ed economico, sembrano denunciare la mancanza più esplicitamente (Kaës), sembra doversi ora misurare con i nuovi bisogni dei nuovi gruppi. I loro nuovi funzionamenti tentano, per sottrarsi all'esperienza dell'annichilimento dell'individuo nel gruppo e della distruzione dei gruppi fra loro, di generare una funzione nuova, intermedia, che si sviluppi dall'esperienza anche cruenta della rigidezza dei radicalismi e dal terrore della potenza distruttiva che la superbia tecnologica e l'avidità del possesso delle risorse hanno inscenato.
Il nuovo quadro della competizione del gruppo planetario e della sua divisione in due metà, una estremamente dotata e certa, l'altra estremamente misera e vulnerabile; oppure una molto evoluta e la seconda eccezionalmente primitiva, ci viene proposto stabilmente e reiteratamente, ravvicinato e appiattito dalle comunicazioni di massa, e dalla loro qualità artificiale, pervasiva e intrusiva. Ma invece si tratta di un sistema che cela al suo interno altri sistemi di sottogruppi, reali e immaginari, nei quali la divisione delle risorse, degli appannaggi, delle competenze e delle capacità rigeneranti, è invertita. Soltanto una funzione intermedia nuova, nata da una diversa configurazione del conflitto fra i radicalismi, potrebbe ristabilire un funzionamento che possa trasformare i bisogni prodotti dall'estremismo degli interessi, e delle loro rappresentazioni.
Forse il mito e il sogni ci aiutano a generare queste nuove possibili direzioni? Sembra che solo i poeti sappiano ridare loro la magnifica potenza che essi ebbero nelle epoche primigenie e nei misteri delle civiltà antiche. Noi narratori siamo come in un laboratorio a scrutare, o in una filanda a tessere, o dietro le barricate a medicare: ma siamo capaci di sognare dietro e vicino ai nostri pazienti? Insieme ai nostri gruppi?
Forse spesso, forse talvolta, forse sempre, forse mai.


 

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