| Il
mito, il sogno e le altre configurazioni linguistiche e ideative
che Bion prende in considerazione fra gli elementi della fila
C della sua griglia, sono descritti come elementi o categorie
letterarie, che interessano l'analista perché sarebbero corrispettivi
psicologici e linguistici di elementi e livelli della vita psichica
e mentale, che possono essere corrisposti nella seduta di analisi,
da livelli e funzionamenti mentali sintonici o trasformativi da
parte dell'analista.
Nel gruppo la narrazione mitologica, onirica, iconica ecc. ha
un particolare valore, perché aiuta lo sviluppo di un contenitore
semantico e rappresentazionale condiviso, ancorato a trame espressive
che sono abbastanza larghe, da includere elementi diversi e insaturi;
e però abbastanza distinte e sequenziali, da incoraggiare e mantenere
costante un piano comune di significazione simbolica. Gli elementi
presenti nel campo analitico di un gruppo, che per un individuo
singolo potrebbero essere angoscianti, possono essere elaborati
attraverso il mito. Il nucleo o i nuclei che sono rappresentati
nel mito non hanno qualità soggettivanti, ma restano più generali;
la loro natura teatrale e di azione drammatica li rende non saturi
e adatti per nuovi sviluppi tematici. Cosicché quel nucleo così
amplificato, tematizzato e articolato a diversi livelli di espressione,
potrebbe essere reso riconosciuto e rivissuto in una dimensione
"transizionale" (Winnicott) o sognante (Bion), o fantasmatica
(Anzieu), che ne faciliterebbe una elaborazione evolutiva. Il
carattere di sovraespansione e insieme di condensazione degli
elementi e delle vicende narrate nel mito, e l'amplificazione
del soggetto che agisce, producono nel gruppo una sensazione di
sollievo dal peso soggettivo dei contenuti più penosi e favorisce
un coinvologimento più libero. La fluidificazione delle rappresentazioni
messe in comune rafforza il senso di appartenenza e di coesione
del gruppo, ma anche facilita la fruizione individuale attraverso
i sistemi della risonanza, della diffusione, della comunicazione
affettiva e trans-personale (Neri) .
Mi soffermerei in particolare sull'idea di F.Corrao dell'amplificazione
tematica, come quella di una risorsa ideativa che aiuta a ricollegare
il dispositivo verbale e semantico del gruppo alle sue rappresentazioni
fondanti e di base. L'idea di amplificazione tematica è ripresa
da A.Correale, con particolare riferimento al trattamento in gruppo
dei pazienti borderline e fra l'altro è trattata anche sul piano
della conduzione e della tecnica. L'amplificazione tematica sarebbe
una "modalità d'intervento del conduttore che è centrata non tanto
sul tentare di arrivare troppo rapidamente ad una spiegazione
dei fatti, ma al contrario è centrata sul far sviluppare il tema
il più possibile.ogni argomento è dotato di valenze non tanto
inconsce ma nascoste, non considerate .e che è opportuno che ..vengano
alla luce.non nell'ambito di un riferimento ad una singola persona,
ma al contrario nell'ambito di un riferimento al tema stesso."
Un esempio chiarisce ulteriormente, nel quale si mette in chiaro
come un'affermazione che il conduttore potrebbe fare per svelare
un sentimento nascosto in una comunicazione di un partecipante
del gruppo, potrà meglio essere espressa amplificando il soggetto
stesso che fa l'affermazione e collegandolo ad un soggetto e ad
un'esperienza più generale. Dunque amplificazione del tema, per
evitare la saturazione e la dispersione dei pensieri e dei sentimenti,
e amplificazione del soggetto, svincolandolo dalla comunicazione
diretta, e utilizzando una modalità estensiva e una comunicazione
collettiva. La particolare pertinenza del tema trattato da Correale,
quello dell'utilità del gruppo per contenere i pazienti borderline,
cioè un tipo di pazienti che si presentano particolarmente frammentati,
interferiti e tendenti all'impulsività, mette il luce un aspetto
specifico della funzione del racconto mitico nel gruppo e della
amplificazione tematica: quello di una sua qualità coesiva, stabilizzante
e tonificante, che valorizza lo sviluppo e l'uso delle funzioni
mentali sane, per aiutarle a fronteggiare il trauma, l'interferenza,
l'intermittenza della parte border della personalità.
Prenderei ancora in considerazione, come una formulazione significativa
per questa area di pensieri, l'idea di Bleger, di "socialità sincretica",
nella quale la relazione di fusione e di indistinzione con l'altro
non ha bisogno di parole, ma di contatti fisici, come vedere,
udire,"stare con", partecipare, contribuendo a depositare nel
gruppo, nel suo setting anche materiale e nelle sue consuetudini
reiterate, impulsi, desideri, ricordi comuni. La socialità sincretica,
che contribuisce a creare la mentalità primitiva del gruppo, ci
avvicina alla possibilità di descrivere la comunicazione mitologica
o iconica e onirica, da un punto di vista diverso, che utilizzerebbe
il modello dell'attenzione alle esigenze e qualità del sé e all'idea
del gruppo come oggetto sé e come mediatore di queste esigenze.
Questo punto di vista mette in evidenza il valore creativo del
racconto mitologico, come un'esperienza di depersonalizzazione
e confusione identitaria fruibile, che precede le possibilità
di individuazione.
Le proprietà della comunicazione mitologica e del pensiero mitico
hanno valenze molteplici. Il lavoro di questo congresso contribuirà
a considerarlo, con una notevole ricchezza di pensiero e di entusiasmo,
per quello che il privilegio di avere seguito una parte del lavoro
organizzativo preliminare, mi ha consentito di vedere. Qui ho
solo parlato di un certo aspetto della sua presenza nel gruppo
come un importante veicolo di affetti profondi verso l'esperienza
di comunicazione e di oscillazione fra l'elemento collettivo e
indifferenziante e quello soggettivante.
Il mito tragico
Farò un accenno ad un particolare tipo di mito, il mito tragico
greco, legato ai cicli e alle saghe delle famiglie colpite dall'ira
e dalla vendetta divina, a causa della ubris, della superbia e
della tracotanza.
Questo mito nasce in un'epoca storica di lotta fra città e fra
gruppi familiari e sociali per ottenere il primato; vi era per
questo il bisogno di creare, sia nell'attualità sia retrospettivamente,
rappresentazioni di tali conflitti adatti a contenere le vicende
in modo temporale e storico, con la funzione di legittimare, celebrare
e semplificare la gravità degli elementi contenuti in esse, attraverso
l'amplificazione, e la teatralizzazione, che l'essere tramandate
avrebbe fornito.
Nel mito greco l'eroe perseguitato dal fato o dalla vendetta divina
è individuato come artefice responsabile e anche come vittima
fatale. Le sue gesta contengono il libero arbitrio e la sottomissione
alla legge e
alla volontà degli dei. La grandezza tragica e la possibilità
del teatro catartico stanno nel fatto che questi due elementi
sono compresenti e l'area della rappresentazione universale dei
sentimenti è contenuta dal
doppio versante dell'impersonalità e della soggettività. La soggettività
diviene partecipe di una trascendenza (Duez), e questa rende possibile
il contatto con il fantasma originario (ibid), reinscenato eternamente
dalla presenza dell'altro, e consente un affrontamento dell'elemento
primitivo. La comparsa degli elementi primitivi, per la loro profondità,
la loro complessità e la loro grandezza, mobilizza nel singolo
e nella relazione, la difesa, sia quella più primitiva, come la
scissione, la negazione, il mutamento nell'opposto o l'istituzione
dell'ambivalenza, dualistica oppure anche cangiante, mimetica
e anamorfosica (ibid); oppure può stimolare difese più evolute,
raffigurabili nell'icona o nel racconto - il sogno e il mito (v.
l'immagine trasformativa nel gruppo, con qualità oniriche e mitiche,
di R.Snell).
Nell'affrontamento irto di pericoli, dei conflitti più primitivi
e della loro qualità deindividuante e depersonalizzante, soltanto
la elaborazione collettiva del limite, del confine, della soglia
individuale, solo la partecipazione a più voci, come il coro del
teatro tragico greco ben mostra, aiuta a sentire un'appartenenza
salvifica e rafforzante, una solennità che rifornisce di legittimazione,
una ampiezza di riconoscimento sentita come idonea e capace di
contenere l'elemento multiplo, disperso, lacerato. Il limite può
essere confrontato allora con lo scenario filogenetico, che contiene
l'angoscia della trasmissione della colpa (Speziale Bagliacca).
Così, mentre il coro narra l'inaffrontabilità del destino umano
(Molte sono le cose terribili, ma più di ogni altra tremenda è
l'uomo, Antigone, Sofocle), l'individuo o l'eroe potrebbe collocarsi
tentandone una elaborazione e un contatto possibile verso la conoscenza,
la consapevolezza e l'ampliamento dell'angoscia dei limiti. Il
singolo uomo di fronte alla catastrofe o alla sfinge che la conosce
e potrebbe svelarla, è annientato. Ma il sacerdote che conosce
per lui, investito di potere regale e sociale, può interrogare
gli dei e il sapere della sfinge. O un eroe designato dal suo
gruppo, come Edipo stesso, che salverà Tebe dalla peste svelando
i misteri della sfinge, e con ciò incontrando il proprio destino,
connesso con lo svelamento delle colpe incestuose e parricide.
Nel mito tragico non vi è reversibilità, scambio del punto di
vista, né digressione possibile dal destino. A differenza della
fiaba, nella quale tutti gli elementi narrativi sono reciproci,
simmetrici e reversibili, l'eroe tragico e mitologico è un soggetto
singolo e non reversibile e così pure la sua sorte, che non lascia
spazio all'immaginazione. L'immaginazione è contenuta
all'interno del suo dramma. La responsabilità è soggettiva, e
vive sull'incommensurabile e maestoso sfondo della TuXe, la sorte,
la quale amplia i confini del contatto individuale con il male,
lo rende solenne e tremendo e individua con precisione inesorabile
il campo della colpa, che nella dimensione individuale diventa
schiacciante, e nell'azione manca.
Così nel gruppo, possono esservi rappresentazioni, sogni, pensieri,
sentimenti ed esperienze, che potrebbero circolare in un quadro
semantico del tipo della fiaba, o del tipo del mito, a seconda
dei contenuti da elaborare e del bisogno emotivo di amplificare,
restringere, chiarire,
sfumare una scena condivisa, un affetto, una rappresentazione.
A volte può essere di grande utilità riuscire a trasformare nella
immaginazione e nella
memoria un evento che era prima interno e confuso, in un evento,
o in una concatenazione di eventi, o in un personaggio, o insieme
di personaggi, che è diventato esterno, precisato e anche così
forte da essere quasi scolpito - come l'eroe tragico -. Possono
esservi nel gruppo bisogni tali, che si collegheranno meglio e
in modo più completo con figurazioni del tipo iconico o personificato
e che si adatteranno meglio in quella forma, a divenire interiorizzazioni
durature, sintetizzanti e significative, dotate
di valore coesivo, proprio perché ne è stata condivisa e solennizzata
la drammaticità, anche attraverso la costruzione e la nascita
delle icone, delle figure scolpite nella memoria del gruppo. Anche
per essere dimenticato e rimosso, un evento deve prima essere
stato affettivizzato e interiorizzato e aver fatto parte degli
elementi linguistici, narratologici e iconici di un gruppo. La
sua qualità inconscia deve essere divenuta accessibile per la
percezione, per l'affetto che le è legato e per la sua rappresentazione.
Il piano mitico sembra aiutare l'entrata nella memoria di tutti
quegli elementi che non erano ancora stati riconosciuti dal piano
generale dell'identità del singolo o del gruppo come "facenti
parte".
Successivamente, tenterò anche di chiedermi il motivo e il modo
per cui questo sembra avvenire e la funzione che ha in certi casi.
Prenderò alcuni esempi da quello che definirei il modo mitico
di trattare le rappresentazioni di sé, che si ritrova nella analisi
sia individuale sia di gruppo, dei pazienti con disturbo anoressico.
Vedremo in particolare proprio il mito analitico, o il mito del
gruppo che affronta la paura di soffrire, o di impazzire, e ha
dunque l'esigenza di organizzare una vicenda di sé che sia narrabile
o appunto mitizzabile e anche sentita come un rituale mitico,
tratto dal mito del gruppo.
Ma prima farò ancora un esempio di pensiero mitico.
Il mito dell'Eden
La possibilità' studiata dall'antropologia, di immaginare il mito
come mito delle origini e come una forma dell'eterna discesa nella
madre per ripetere la rinascita rigenerante, è un'idea indirettamente
presente o che si può dedurre in diversi orientamenti e modelli
della psicoanalisi. Bion in particolare, che ha valorizzato lo
studio del mito e delle sue risorse per la psicoanalisi, ha sottolineato
il grande valore del contatto della conoscenza con l'oggetto affettivo
e regredito e con l'oggetto reale O, verità ultima.
Credo che l'affetto che circonda un evento o un legame, o anche
la rottura di un legame, o l'affetto che conserva la traccia del
trauma che lo ha ferito, o di ciò che esso è divenuto dopo la
ferita traumatizzante, sia un affetto protagonista sulla scena
analitica, o per la sua presenza o per la sua mancanza. Esso non
è un veicolo per raggiungere una scena o un oggetto, forse lacerato
o annullato o mai esistito. L'affetto è il testo ed è il protagonista
stesso della ricerca, se sono date certe condizioni. A volte l'affetto
è l'unica cosa che abbiamo, mentre sembra - e il seguito della
analisi dimostra che non era così - che tutto l'apparato psichico
sia coinvolto in una sorta di sprofondamento. Ma se quell'affetto
che è il testimone e l'erede del trauma viene visto, rintracciato,
contenuto (Speziale Bagliacca) e aiutato ad esprimersi e ad evolvere,
allora anche ciò che era inabissato può risorgere e riorganizzarsi.
Questo rimanda all'idea di storicità del trauma: penso che il
trauma sia storico e definitivo. Altro è il lavoro di bonifica
del suo territorio e il metodo utilizzato (Giannelli).
Il mito e il sogno non sono solo la via regia verso l'inconscio,
ma verso l'inconscio perduto e mai esistito: è come se l'esperienza
e la riattualizzazione della discesa nell'origine primigenia che
l'individuo e la sua specie compiono nel mito, ricreasse le condizioni
primeve, verso una nuova nascita o rigenerazione del senso e del
percorso. In quelle condizioni iniziali infatti il mondo non era
ancora separato, violato, differenziato e le convenzioni del prima
e del dopo, del basso e dell'alto, dell'agente e dell'agito, del
dentro e fuori, che il linguaggio e l'organizzazione sociale hanno
successivamente convenuto, allo scopo di dare significati condivisi
e comunicabili agli eventi, non erano nè presenti nè
significative. All'interno della madre e del suo sistema, come
nell'Eden, l'abisso e la potenza della creazione della vita e
del suo sviluppo, promanano una quiete e un ordinamento che non
abbisognano di spiegazioni. E altrattanto potente e mortifera
sarà stata la rottura precoce o ingiustificata di quel sistema.
Quando in una seduta frammenti di queste memorie o identità perdute
si affacciano, abbiamo un ordito da tessere o le tessere di una
unità di mosaico.
Sembra che la ciclicità e la reiterazione, così come fanno parte
della malattia, possano invece far parte della sedazione del terrore
e del ristabilirsi dello sviluppo (Soavi Fusionalità, L'eterno
ritorno).
A volte nel gruppo, specie nelle fasi di guarigione o insomma
di maturità, riemergono a tratti le memorie dell'epoca mitica
e di quella che era stata a quel tempo la sua nominazione di oggetti,
eventi, condizioni,
personaggi ecc. La loro forza è scemata, il linguaggio sulla base
di bisogni nuovi che intanto sono venuti maturando, non ha più
nè quel senso nè quel valore o alone quasi mistico: la prospettiva
all'indietro però,
sembra che aiuti a rinforzare il confronto fra le diverse epoche
storiche e a seminare come di cippi stradali il percorso seguito,
rimitologizzando il presente.
Chi di noi non ha desiderato viaggiare in luoghi primigeni? Chi
non ha intuito il potere tranquillizzante del magnetismo terrestre
e dell'unità naturale inesplorata, come una forza primaria che
la misura e l'adattamento della comunità umana ancora non ha modificato?
Chi non ha sognato di
partecipare alla grande celebrazione della natura creatrice, come
ad una risorsa personale di vigore e di nutrimento? Credo che
tutti noi, viaggiando sotto l'equatore, abbiamo provato una forte
emozione a scorgere sopra di noi la costellazione dell'Orsa maggiore,
se prima vedevamo la
Croce del Sud nel cielo notturno. O viceversa. La forma indivisa
e circolare della natura primeva conteneva una divisione che solo
il tempo-spazio della trattativa sociale hanno reso discontinua.
L'unità iperdensa e appiattita che la società globale propone
adesso, con l'accelerazione dei processi economici e sociali e
con la nuova dimensione temporale dell'esperienza virtuale, è
una nuova unità che ancora non conosciamo. Però ora sappiamo che
l'identità che si trasforma e che si adatta ai bisogni completamente
nuovi del gruppo totale e produttivo e spesso fondamentalista,
ricorre al sogno e al mito, cioè ad un altro spazio-tempo, per
germinare funzioni nuove e per proteggere quelle minacciate di
estinzione, facendole rinascere.
Il mito come pelle mentale sostitutiva
La maggior parte dei pazienti che soffrono di anoressia mentale
o anche di bulimìa, quando riescono ad affrontare un percorso
evolutivo di gruppo o ancora meglio individuale, portano prima
o dopo nell'analisi, immancabilmente, un sogno o più sogni contenenti
elementi mitici. Il mito può essere scelto fra quelli legati all'antichità
classica del bacino indomediterraneo; o fra quelli appartenenti
alla religione cristiana, in particolare quello delle nozze mistiche
e del mistero della consustanziazione, o quello della crocifissione;
oppure fra le mitologie religiose orientali, a seconda dell'ambito
culturale di formazione. Oppure semplicemente le immagini del
sogno hanno una pretesa, una qualità emblematica, misterica e
compaiono in modo a prima vista enigmatico.
Quello che sorprende in queste narrazioni è la naturalezza con
la quale viene presentato un testo così ricco di caratteri evocativi,
come se facesse parte del normale arredo quotidiano e del comune
linguaggio espressivo. Un po' come un elemento spaesante e imprevisto
può comparire in una rappresentazione pittorica surrealistica,
trattato come normale.
Al contrario in altre circostanze l'elemento religioso e mitico
può restare segreto rispetto all'insieme del testo narrativo e
delle immagini presentate, come se vi fosse solo riverberato;
mentre i contenuti inconsci corrispettivi che intanto emergono
come brandelli isolati, irradiano senso su tutto il contesto narrativo
e sulle sue qualità mitiche e mistiche.
La relazione che possiamo ritrovare, al livello dei contenuti,
fra la scena "orale" di una analisi e la scena misterica di un
ambito mistico o mitico, qui non ci interessa e resta sullo sfondo
con le sue evidenze e i suoi interrogativi. Credo che ciò che
interessa maggiormente sia invece quale possa essere il motivo
del ricorso direi certo a questa rappresentazione (il Cristo crocifisso
e il Cristo tradito nell'Ultima Cena), come se si trattasse di
un rituale previsto e obbligatorio; e anche il motivo per il quale
il suo carattere suggestivo non venga facilmente riconosciuto
e venga scambiato per quello comune di uso quotidiano.
Nel gruppo con pazienti anoressici avevo creduto che si trattasse
dell'emergere di un rituale che derivava dall'essere in gruppo
e dal bisogno di proseguire per tappe evolutive, nella costruzione
collettiva di tratti identitari e di fondazione del Sé del gruppo.
A meno però di
reputare che i pazienti individuali di un analista si considerino
come membri di un suo gruppo interno (De Toffoli), idea che considero
estremamente valida e che ci aiuterebbe a costruire nuovi modelli
del funzionamento della mente e del legame fra le menti, dobbiamo
forse anche fare l'ipotesi che il ripetersi identico di una fenomenologia
comune, derivi da una caratteristica contenente un alto grado
di sensibilità fusionale, di tipo simbiotico e epidemico, che
appartiene allo "stile" di vita, o alla moda o all'automatismo
di una standardizzazione, (Corrao) e non al "fatto" bioniano,
del disturbo alimentare.
La mia personale ipotesi è quella che questi pazienti, come tutti
quelli che presentano disturbi borderline e/o psicotici della
personalità, siano costretti a servirsi di frammenti psichici,
o protopsichici, imitativi o sostitutivi, possibilmente simili
a quelli che sono loro mancati, o sono stati sottratti, o traumatizzati.
L'insistenza mitica e religiosa serve allora a ricucire, anzi
prima ancora a rintracciare e a fare confidenza, con quei brandelli
perduti delle origini, che hanno reso impossibile lo sviluppo
successivo sia dell'apparato psichico e della sua integrità, sia
dell'attività simbolica e dei processi di sublimazione che avrebbero
consentito di esprimerlo e renderlo produttivo.
Non è detto che rigenerando a monte queste lacerazioni e violenze
patite, non si possa recuperare quali siano stati gli errori di
sistema, e eventualmente ristabilire i suoi dati e i suoi funzionamenti,
o anche riavviare un nuovo immagazzinamento di altri dati che
non erano mai stati
inseriti - attenendoci ancora alla metafora informatica.
Sembra che il mito e il sogno mitico contengano in comune due
opzioni parallele, che aiuterebbero la possibilita di elaborazione,
specie per quei pazienti che hanno un senso di sé fragile, o vuoto
e inconsistente, o ferito; e che aiuterebbero quelle fasi della
vita del piccolo gruppo, in cui i processi di individuazione del
singolo sono in
secondo piano, a favore di uno stato di "socialità sincretica",
per dirla con Bleger. Questi due elementi sono da un lato la vicinanza
del mito con gli elementi inconsci, la quale fornirebbe senso
di appartenenza e di
comunicazione per la parte psicotica della personalità, per la
quale non vi è differenza fra dentro e fuori, fra conscio e inconscio
e fra realtà e simbolo. Dall'altro lato la composizione collettiva
e la forma storica del contenitore semantico del mito, offrirebbe
un senso di confluenza
e di rafforzamento e anche di scansione spazio-temporale, ancorché
elementare. Così la presa in prestito di tipo adesivo o imitativo
del mito e del sogno mitico, avrebbe il grande valore di produrre
una pelle contenente e insieme un'area intermedia fra sé e non
sé, o fra sé e l'altro
considerato come non sé, nella quale prendere confidenza con elementi
sconosciuti.
Mito del gruppo e rituale degli elementi procedurali del setting
di gruppo
Alla notizia del prossimo inserimento di un nuovo membro, per
la prima volta di sesso maschile, le donne anoressiche, o meglio
ex-anoressiche del gruppo, che ha già lavorato cinque anni e superato
vari stadi di guarigione clinica e non solo clinica, reagiscono
portando un particolare tipo di sogno, o meglio una triade di
sogni.
Nella prima seduta vengono narrati da due pazienti due sogni dall'apparenza
entrambi piuttosto personale. Sono sogni che sembrano legati alla
preoccupazione identitaria, al problema di ospitare un oggetto
estraneo: le donne temono di essere viste da "fuori", da uno sconosciuto,
il quale aumenterà certamente il peso delle richieste e rilancerà
il confronto con il pericolo della malattia, reinscenando il passato
e il suo dolore.
Il primo sogno diceva:
A) Giovanna, medico anche nella realtà, si presentava in ospedale
senza il tesserino medico, doveva tornare a casa, ritrovarlo e
ripresentarsi per entrare.
Il secondo sogno diceva:
A1) Clelia andava dal ginecologo, che trovava nella visita un
sarchiapone-tumore nel suo utero.
Vi era allarme; la medicazione veniva praticata ma mancava una
conclusione certa e il sogno restava pieno di suspense.
La percezione della potenza generativa dell'analista, che ha concepito
e dato al gruppo un nuovo figlio e fratello, è lenita dalla possibilità
di sentire che ella è parte del gruppo, è essa stessa il gruppo
comune, il suo medico, il suo ginecologo-levatrice. Questo convincimento
aiuterà il gruppo a fare una scelta: quella di lasciare che fra
le due sognanti della prima seduta, che parlano dell'identità
nuova e dei suoi pericoli, venga eletta, per continuare la serie
rituale delle rappresentazioni oniriche nelle prossime sedute,
fino a ciclo concluso, quella che includeva nel suo sogno l'aspetto
mitico, legato cioè al mito del gruppo. Il mito del gruppo sembra
essere in particolare quello legato alla capacità di trasformare
la fame dell'anoressia, e il suo corrispettivo genitalizzato in
termini di appetito sessuale e generativo, in pasto totemico,
quello che potrà generare una nuova società e nuove leggi in grado
di regolarla.
Da quella prima seduta tutto il gruppo segretamente si accordò
sul dare spazio ai sogni di Clelia; nessuno sognerà per tre sedute
se non lei. Porterà in sequenza un trittico di sogni che prendono
senso l'uno dall'altro, e dalla loro successione, e il resto del
gruppo ordinatamente vi lavorò compatto.
Il rituale è iniziato: l'invito a partecipare è stato dato dal
sarchiapone, che il gruppo ha sentito legato al teatro e all'ignoto.
Clelia è figlia di un notissimo attore di teatro-cabaret. Il sarchiapone
faceva parte delle gags del suo tempo, e non del tempo attuale
della paziente, che pure recita. Si trattava di una figurazione
non solo legata al passato generazionale, che omette il presente,
ma anche per sua natura misteriosa, inesistente: il sarchiapone
nella vecchia gag, nasceva in una conversazione casuale e di tipo
surreale fra due sconosciuti, che si incontravano in treno. Essi
intraprendevano una conversazione che li trascinava e si trovavano
in breve a gareggiare nel mostrarsi capaci di sapere ogni cosa,
e per non cedere alla ammissione di non conoscere quella strana
e misteriosa creatura, nata soltanto dalla nominazione, per caso
o per celia, o per desiderio, o per provocazione, le conferivano
via via una quantità di caratteristiche, attributi e definizioni,
le più fantastiche e contraddittorie.
Il sogno della seconda seduta narra che:
B1) Clelia va dal ginecologo e questi trova situato nel suo utero
un kalajhnikoff. Le dice che è pericoloso e tenta l'estrazione.
Nel sogno della terza seduta:
C1) Clelia viene definitivamente curata e guarita dal ginecologo.
E' incinta e deve partorire.
Se vediamo i contenuti dei tre sogni, ci accorgiamo che essi procedono
dall'indefinito (il sarchiapone) al meglio definito (il Kalajhnikoff)
all'oggetto individuato (la ferita, la cura, la nascita). Lo stile
inglobante della sognante o meglio di tutto il gruppo, adottato
a difesa del nuovo ingresso, tentando di ucciderlo prima e di
partorirlo dopo, non sembra destinato a dissolvere l'attesa, ma
ad assicurarle una temperatura affettuosa, purché siano viste
le minacce.
Se vediamo il tema dei sentimenti aggressivi e del loro attenuarsi
e risolversi, troviamo anche qui che le sequenze contengono come
una progressione, una evoluzione marcata, dalla violenza mortifera
del tumore che ammala l'interno, e della sparatoria che introduce
dall'interno anche una possibilità di attacco verso l'esterno,
fino alla medicazione della ferita interna, che aveva prodotto
tutti quegli elementi malati e violenti.
Un aspetto importante di questo sogno sta nel suo sforzo di comunicare
notizie nuove sull'idea del confine fra lo spazio interno e quello
esterno, e sulla sua reversibilità; e fra l'esperienza privata
e quella sociale; e anche notizie più precise sulla concezione
del bisogno di localizzare la violenza omicida in quel confine
profondamente interno, come è l'utero femminile, che una volta
visitato nella sua profondità diviene pronto a colpire, comunicando
con l'esterno, perché gli è riconosciuta una qualità, una profondità
e un luogo, quello dell'accoppiamento e della gestazione.
Ipotizzerei, in questa disposizione progressiva e concatenata
delle sequenze oniriche, la presenza di un elemento rituale, reiterante
e progressivo, che rievocherebbe un sentimento procedurale degli
elementi della cura e delle cadenze del gruppo, del suo setting,
delle sue regole, dei suoi cicli. La triade di sogni è ordinata
come una segnalazione rituale e mitizzante del setting e dei suoi
elementi procedurali. Un rito che rievoca i tempi e i ritmi evenenziali
di una comunità, ha un grande valore, legato alla rassicurazione,
alla continuità e alla conoscenza: sembra che possa trattarsi
di un momento identitario e evolutivo. Lo sforzo doloroso di accogliere
e riconoscere la prospettiva di un elemento nuovo e sconosciuto
(il nuovo membro), crea il regresso e il bisogno del rito e la
creazione di un gruppo mitizzabile. Con il nuovo arrivo vi sarà
una nuova identità finora sconosciuta del gruppo e potranno emergervi
configurazioni nuove, viste da un nuovo e imprevisto rispecchiamento.
Il passato potrebbe riemergere, mentre si credeva di averlo sorpassato
o immerso nella memoria del tempo trascorso. La previsione, legata
al nuovo ingresso, di imminenti esperienze di vuoti (o anche il
timore di spazi troppo pieni), di nuove e ulteriori regressioni
e di nuovi conflitti, sembra suggerire il ricorso al mito del
gruppo, come ad un elemento ricorrente e rituale, che ha la funzione
di rassicurare, di rifornire elementi identitari comuni e rafforzare
il senso di sé, e riattivare la produzione di sostanze coesive,
basate sugli elementi della consuetudine e della comunanza, che
può rafforzare gli individui al di là della loro fragilità personale.
La reazione mitica sembra come la reazione di un endometrio che
si organizza in modo diverso e si amplia per collaborare con un
evento e un elemento nuovi: questo può avvenire solo all'interno
di una concatenazione ciclica - quella del ciclo della fecondità
e della riproduzione.
Anche il gruppo stabilisce o aveva già stabilito una propria ciclicità
nella quale si riconosceva e ora si prepara a collocarvi l'evento
che lo rivoluzionerà nel futuro, e la sua portata di contatto
con la ripetizione del passato (Neri Gruppo, l'ingresso di nuovi
membri e il ritorno dei morti).
Clelia pochi mesi dopo farà una cesura definitiva con il suo passato,
che aveva contenuto ripetuti tentativi suicidari, e farà una gravidanza
rivitalizzante e rigenerante. La sua bambina prenderà il nome
della nonna amata, mentre sua madre aveva solo sfogato il proprio
odio su di lei percuotendola: un amore ritrovato, attraverso i
cicli e i miti generazionali e il mito del gruppo analitico.
Il mito moderno
Il mito contiene la narrazione favolosa delle origini (v. Zanasi;
Menghi; Corrente; Lombardozzi); l'epica delle gesta di esseri
divini e eroici e della loro epifania umana. Il mito è anche nella
saga nazionale e familiare. Il mito religioso tramanda elementi
mistici, pratiche misteriche, i cui significati restano fissati
nel tempo come icone che racchiudono il comando e il divieto divino,
la morale umana e il confine dell'ineffabile.
In tutte queste fonti della narratologia mitologica, troviamo
ricche sorgenti di ispirazione, di espressione e di rappresentazione
per la fantasia del gruppo, che viene orientata a concepire una
ricerca delle proprie esperienze di base.
Il tempo circolare della comunicazione onirica, come pure della
trasmissione mitologica (Fachinelli) ci immerge nel caos della
vita pre-logica - almeno nel senso della logica aristotelica,
basata sul principio di causa-effetto, per la quale le cause e
gli effetti sono categorizzati come appartenenti a funzioni diverse
fra loro e disposti in sequenza lineare.
Noi abbiamo l'esperienza di questo tempo circolare del sogno,
anche da svegli, come ci fa notare Bion quando parla della funzione
alfa; ma probabilmente le necessità della veglia e della realtà
da ordinare ci aiutano a tenere separati questi due stati, o a
creare una relazione organizzante di figura e sfondo, che ci consente
un ritmo di lavorazione adatto a mantenere l'ordine mentale e
la coscienza. In un senso analogo, abbiamo l'esperienza di un
tempo circolare anche nel mito.
Il mito antico corrispondeva probabilmente al bisogno di stare
in contatto con l'elemento grandioso delle origini, con il sogno,
con il rinnovarsi eterno della discesa dentro il corpo delle origini,
della madre, senza essere travolti distruttivamente dal richiamo
della regressione, ma potendone conservare il valore creativo
e rigenerante. Questo probabilmente aiutava le prime civiltà nel
compito di affermare la possibilità del progresso evolutivo e
nel fronteggiamento delle grandi difficoltà che questo comportava.
Al contrario il mito moderno sembra connesso con la necessità
di restituire senso umano, misura, spessore storico, competenza
e capacità ad una società potenziata ma anche minacciata dal suo
progresso, che rischia di sentirsi separata dai bisogni primari,
dal riconoscimento della vita biologica. I miti iconici, filmografici
e letterari, che iscenano oggetti alieni e violenti, spesso mostruosi
o molto elementari e caotici, e dotati di potenza sovrannaturale,
benefica e malefica, sembrano voler fornire un allenamento imitativo
di esperienze estreme, primitive, che stimolano il bisogno di
mediatori riorganizzanti e di accessi comunicazionali per la condivisione.
Anche il mito minimalista, che azzera nel nulla la rappresentazione,
sembra indicare lo stesso bisogno di un equipaggiamento mancante.
La malinconia del mito moderno, a fronte dei nuovi tesori e delle
nuove competenze, sembra rivolta alla nostalgia del passato, alle
difficoltà della superbia e al timore di essere senza radici,
come per un cambiamento terrifico. Nel passaggio di millennio
l'uso ostentato degli oggetti meccanici e tecnologici e dei materiali
sintetici, che sostituiscono l'erogazione della natura e l'adattamento
ai suoi ritmi, sembrano ricercare l'esperienza traumatica di una
rinascita identitaria. Ancora una volta, in un sogno rigeneratore.
Sognamo come individui e come popoli. Sognamo in gruppo anche
se siamo soli. Molte etnìe interne ed esterne ci richiedono di
essere riconosciute, invece di essere abolite o essere omologate.
Il mito e il sogno vanno loro incontro.
Il gruppo non è più quello tribale, vicino e corresponsivo con
il singolo. La cultura razionale e quella naturale sono non armoniose
e continue. Il gruppo sociale odierno ha una estensione globale,
il fantasma della sua gendarmeria vincolante ma incentivante,
è racchiuso nella tirannide della sua distanza reale e della sua
vigilanza dettagliata. La ricerca continua di nuovi vocaboli e
linguaggi e nuove (artificiali) integrazioni, non solo linguistiche
ma anche culturali, etniche, familiari ecc. ne fa fede. Sembra
che vi possa essere un lutto inelaborabile o inelaborato, come
pensieri indicibili o mai conosciuti, per i quali bisogna creare
sempre parole nuove, produrre nuovi significati certi, allacciare
altri legami che rassicurino sulla possibilità di accedere ad
altri mondi, da sentire come omologabili e omologanti e nei quali
si possa controllare l'elemento imponderabile.
Il gruppo a finalità analitica si troverebbe al suo interno questi
nuovi bisogni o miti, prodotti dal gruppo generale, nei quali
l'individuo fragile o più sensibile si è disorientato e chiede
che gli venga restituita comprensione e soggettivazione.
Freud aveva parlato di quei sogni che sarebbero prodotti dal paziente
non per comunicare nell'analisi elementi da elaborare, ma per
compiacere l'analista, o confonderlo. Bion aveva posto poi l'elemento
della verità al centro di una costruzione teorica, che prospettava
il lavoro della mente e delle sue funzioni durante la seduta di
analisi come una procedura particolarmente complessa, tendente
alla trasformazione in O, verità ultima. I sogni prefabbricati,
non prodotti dalla funzione alfa, erano allora riconosciuti come
falsi e incapaci di produrre nuovi elementi alfa e di arricchire
lo schermo alfa. In un lavoro presentato da Anna Nicolò e ..ricciotto?
al primo congresso sul Sogno e il Gruppo, si sottoilineavano alcune
qualità e bisogni del racconto del sogno all'interno del gruppo,
come quella di esibire un contenuto, di trasportarlo nella mente
di un altro, di confonderlo, di annullare un pensiero ecc.
Alla luce delle esperienze moderne, il modo di trattare il sogno
e la sua narrazione in seduta, a cui tanti autori hanno contribuito,
molti dei quali sono presenti qui, cambia la prospettiva classica.
Non si tratta di sognare con una funzione o un'altra, di un organo
che produce il sogno. Ora questi aspetti contengono qualcosa di
molto diverso: come il piacere di sognare, per sentirsi vivi e
coesi (Fossaghe, Lichtenberg). L'occasione di fare un insight.
Lo stimolo verso un'esperienza di racconto condiviso, di modulazione
del registro e della sintonia, e di contatto con altre menti che
sognano e ascoltano sogni. Sognare per aumentare la verità di
sentimenti vissuti, esperiti nella veglia. Desiderare di collegarsi
al mondo onirico e di sentimenti degli individui che compongono
un gruppo di appartenenza, familiare (Nicolò) o istituzionale
e lavorativo (Lawrence; Bernabei). La ricerca di nuovi orizzonti
e collegamenti, che accordino l'esperienza del passato e della
tradizione con le speranze di cambiamento e rinascita.
Sogni e miti si intreccerebbero alla ricerca della nuova intimità
soggettiva e del legame con un gruppo originario e compatibile,
non solo perché il ricorso alla grandiosità delle origini aiuti
a ridefinire la nuova identità. Ma soprattutto perché la grandiosità
del mito e la potenza emblematica della sua icona permanente,
contribuiscano a rassicurare sulla validità, la legittimità, la
continuità e la vitalità dei nuovi miti, che il tempo eroico del
mito antico, incorporato nella divinità angosciante e minacciosa
della potenza tecnologica, ha creato.
Sembra che si sia alla ricerca di una funzione nuova, quella che
nella concezione freudiana delle tre istanze, era indicata come
la funzione del preconscio: una funzione capace di mediare e di
trasmettere all'interno di un gruppo le istanze inconsce, che
l'elemento collettivo potrebbe rendere cieche e dipendenti dall'ideale
del capo-padre (psic. Delle masse e analisi dell'Io), tramite
una identificazione passiva, indifferenziante e onnipotente; e
le istanze consce e sociali, tendenti a ristabilire l'ordine morale
e la legge, tramite la rinuncia e il rinvio dell'appagamento,
per assicurare il perdono per le violenze affrontate e la stabilità
del progresso evolutivo. Questa funzione del preconscio, oppure,
nell'ambito del pensiero di Bion, la funzione gamma (Corrao),
che equivale ad un organizzatore della mente del gruppo, corrispondente
all'attività della funzione alfa della mente individuale, questa
funzione della quale i fondamentalismi e le avidità imperialistiche
dei gruppi che ai nostri tempi lottano per il primato etnico religioso
ed economico, sembrano denunciare la mancanza più esplicitamente
(Kaës), sembra doversi ora misurare con i nuovi bisogni dei nuovi
gruppi. I loro nuovi funzionamenti tentano, per sottrarsi all'esperienza
dell'annichilimento dell'individuo nel gruppo e della distruzione
dei gruppi fra loro, di generare una funzione nuova, intermedia,
che si sviluppi dall'esperienza anche cruenta della rigidezza
dei radicalismi e dal terrore della potenza distruttiva che la
superbia tecnologica e l'avidità del possesso delle risorse hanno
inscenato.
Il nuovo quadro della competizione del gruppo planetario e della
sua divisione in due metà, una estremamente dotata e certa, l'altra
estremamente misera e vulnerabile; oppure una molto evoluta e
la seconda eccezionalmente primitiva, ci viene proposto stabilmente
e reiteratamente, ravvicinato e appiattito dalle comunicazioni
di massa, e dalla loro qualità artificiale, pervasiva e intrusiva.
Ma invece si tratta di un sistema che cela al suo interno altri
sistemi di sottogruppi, reali e immaginari, nei quali la divisione
delle risorse, degli appannaggi, delle competenze e delle capacità
rigeneranti, è invertita. Soltanto una funzione intermedia nuova,
nata da una diversa configurazione del conflitto fra i radicalismi,
potrebbe ristabilire un funzionamento che possa trasformare i
bisogni prodotti dall'estremismo degli interessi, e delle loro
rappresentazioni.
Forse il mito e il sogni ci aiutano a generare queste nuove possibili
direzioni? Sembra che solo i poeti sappiano ridare loro la magnifica
potenza che essi ebbero nelle epoche primigenie e nei misteri
delle civiltà antiche. Noi narratori siamo come in un laboratorio
a scrutare, o in una filanda a tessere, o dietro le barricate
a medicare: ma siamo capaci di sognare dietro e vicino ai nostri
pazienti? Insieme ai nostri gruppi?
Forse spesso, forse talvolta, forse sempre, forse mai.
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