| "Ho
sognato.", "ho fatto un sogno."
"Il giovane Giuseppe" pronuncia queste parole risvegliandosi dopo
un breve sonno. In quell'afoso pomeriggio, aveva insolitamente
lavorato nei campi con i fratelli, ma il caldo e la fatica, cui
non era abituato, lo avevano piegato: a lui la vita aveva riservato-
perché era bello, perché era il figlio della moglie prediletta
del padre, perché il padre lo aveva generato in età avanzata-
occupazioni più nobili ed elevate. Sentendosi per questo così
diverso dai fratelli, così lontano.
Aveva fatto un altro sogno, qualche giorno prima e lo aveva raccontato
a Beniamino, il fratello più piccolo, pregandolo di non ripeterlo
a nessuno, forse lui stesso atterrito dal suo contenuto, un contenuto
così pazzo e grandioso, così smisuratamente grandioso..Aveva sognato
infatti che mentre dormiva su una collina prono in mezzo alle
greggi, un'aquila lo aveva afferrato e portato, tenendolo tra
gli artigli, in alto, sempre più in alto; una ascensione che sembrava
non dovesse finire mai; fino a che, trapassando di cielo in cielo,
l'aquila lo aveva deposto davanti all'Unico e dalla Sua voce aveva
sentito che egli sarebbe stato nominato paggio di Dio; re, principe,
sovrano di tutte le schiere; ma anche aveva sentito un rumore,
come un muggito, che correva tra gli angeli invisibili e voci
levarsi astiose "ma chi è costui, che viene a prendere servizio
tra noi? Non è nato da bianca goccia di seme?" Unto dal Signore
e inviso agli angeli: la condizione della sua vita, su una scala
smisuratamente più ampia; e con più superbi privilegi, più diffuso
e moltiplicato sembrava l'odio e l'inimicizia. Quando Giuseppe
aveva finito di raccontare il sogno, lo aveva raggiunto la trepida
voce del fratello che gli chiedeva: "non ti ricordasti proprio
più dei tuoi, per esempio, del piccolo qui, che sono io?" Se non
si ricorda di tutti loro- sembra domandarsi Beniamino- chi o che
cosa riporterà il fratello sulla terra? Ma anche: se il fratello
non lo pensa, che ne sarà di lui?
C'è spesso un giovane Giuseppe tra i nostri pazienti. Uno che
sale , portato dall'aquila, inseguendo carriere folgoranti. Che
conosce l'arte di farsi amare, da chi ha il potere. Che cosa lo
porta in analisi? forse la vertigine di quelle altezze, cui è
giunto; forse la difficile condizione di essere tenuto, come Giuseppe,
tra gli artigli dell'aquila e con le gambe penzoloni: che vita
è mai quella? Così lontano dalla terra, dalle cose che sulla terra
danno piaceri "terreni": un fiore, una goccia di rugiada, un bimbo
che piange, ride, s'addormenta. Forse ha bisogno dell'analisi
per ricordare "il piccolo"in lui, quel piccolo che lascia ogni
giorno a tanta distanza da sé; che gli ricorda, tormentandolo
nel profondo, "i suoi", quel gruppo- fratelli, genitori, cugini
e zii, compagni del quartiere, della parrocchia o della cellula-
che non vede più, non frequenta più, di cui non si ricorda più
nemmeno nelle feste. La vita porta lontani, certo. Cambiano gusti,
interessi. Ma nel tormento che la notte insonne alimenta, il giovane
Giuseppe vive talvolta l'acuta sensazione di averli abbandonati
perché non più funzionali, anzi di ostacolo, al proprio progetto.
E si accorge talvolta di non trovarli più nemmeno dentro di sé:
scomparsi, cancellati e questo alimenta il fugace terrore di essere
lui stesso cancellato, di non esistere per nessuno. "Chi si ricorda
di me nei posti dove ho lavorato?" E poi forse deve "curare" una
nascosta paranoia, un perenne sentirsi odiato, malgrado sovente
esibisca la convinzione che tutti lo amino...Sa cosa dicono di
lui, o lo suppone: "il briccone, il damerino, la canaglietta profumata,
lo sbarbatello, il merlotto", gli insulti che i fratelli di Giuseppe
scagliavano contro l'odiato fratello, se li sente tutti addosso,
sa di non godere della stima dei colleghi che, forse esagerando,
attribuiscono i suoi successi solo alla sua arte di convincere,
lusingare, manipolare..
Certo, il giovane Giuseppe era stato così abile e scaltro, così
stringente e convincente quando aveva cercato di ottenere dal
padre ciò che desiderava e cioè il velo della madre che era il
simbolo della primogenitura. "La canaglietta" aveva cominciato
lasciando che il padre lo vincesse a scacchi , perché nella sua
intuitiva sapienza sapeva che niente come la vittoria poteva disporre
un vecchio padre all'indulgenza verso le richieste del suo giovane
figlio. E a quelle richieste il padre aveva infatti ceduto, ancora
abbastanza lucido, in verità, per dire "e sia, benché possa sembrare
che tu fai di me ciò che vuoi", ma non abbastanza forte- per gli
anni? per l'amore che portava a quel figlio della sua vecchiaia?
per il segreto desiderio di contemplarlo, avvolto nello splendore
di quel velo, bello come la sua amata moglie Rachele? perché lo
voleva morto quel giovane figlio e voleva aizzargli contro la
rabbia invidiosa dei fratelli? perché voleva quella rabbia su
di sé, anche lui colpevole di aver goduto di una primogenitura
che non gli spettava? ma chi può far luce su quell'insondabile
insieme di infiniti che è l'inconscio?- non abbastanza forte,
dicevo, per volergli resistere, per avere una sua volontà e sostenerla,
per essere padre, non il padre vecchio del figlio prediletto.
E così, con il concorso di Giacobbe e del suo insondabile inconscio,
Giuseppe aveva realizzato il suo progetto, passo dopo passo, trasformando
vaghe antiche parole del padre in promessa e una promessa in qualche
cosa che doveva essere realizzata subito; aveva accampato diritti
e lamentato ingiustizie; aveva chiesto infine di poterlo almeno
vedere quel velo che era già suo, solo vedere. Aveva così ottenuto
che il padre lo levasse dal cassone nel quale era ripiegato e
lo sostenesse sulle sue stanche braccia di vecchio davanti ai
suoi occhi. E a quella stanchezza Giuseppe aveva poi rivolto la
sua tenera premura di figlio: "lascia, non ti affaticare, ti aiuto
a reggerlo"- aveva detto. E nel dire queste parole, aveva preso
dalle braccia del padre lo splendido velo e con pochi rapidi accorti
gesti lo aveva drappeggiato sul suo corpo. E così era diventato
suo, e lasciando ancora intendere una sua disponibilità filiale
ad ubbidire, aveva umilmente chiesto: "ho indossato la mia veste,
debbo toglierla di nuovo?", ben sapendo che quelle parole avrebbero
ottenuto l'inevitabile risposta che ottennero: "tienila,tienila".
Enactment: tecnicamente è questo il nome che viene dato a quella
modalità relazionale che si sviluppa secondo un copione scritto
nella mente di un membro della coppia- nelle sue passate esperienze,
nelle sue inaccessibili memorie- e a cui un altro membro, credendosi
libero, finisce per partecipare, assumendo la parte che il copione
gli assegna e a cui, per una qualche ragione, anche intimamente
aderisce. Alcuni pensano che il dominio teorico dell'enactment
rientri nel concetto di identificazione proiettiva: perché in
certe condotte relazionali vedono "inscritta" la fantasia di spingersi
in un'altra persona per "muoverla" dall'interno, ottenendo su
di essa un pieno controllo.
E i fratelli, che conoscevano il padre e Giuseppe e la dinamica
tra loro, appena videro il fratello che dormiva, coperto dal velo,
non esitarono a pensare "il babbo pover'uomo gliela ha regalato,
ma lui glielo ha carpito". Lo sanno, i fratelli, che si può "carpire"
qualche cosa, pur senza usare la forza, attraverso modalità relazionali-
parole, toni, accenti, pause , costruzioni sintattiche - che mirano
a indebolire le convinzioni di un altro, confonderlo, convincerlo,
ingraziarselo, sottometterlo, dargli, perfino, l'impressione di
poter ancora decidere.: certo, è necessario che l'altro concorra,
che in un certo momento dica "e sia", come Giacobbe, e si consegni.
Per questo si parla anche di collusione: il figlio vuole convincere
e il vecchio padre vuole solo essere convinto, anche se forse
c'è sempre qualcuno che ha più potere sull'altro.. E di questo
i fratelli accusarono Giuseppe, di avere abusato del suo potere
su Giacobbe per ottenere quello che voleva, loro stessi pervasi
dal timore di un dominio da parte di quel fratello che poteva
"curvarli", il dominio della parola e del pensiero, e dell'uso
perverso della parola e del pensiero, su chi è abituato a lavorare
con le mani e a dormire con il bestiame .
.
I giovani Giuseppe in analisi chiedono sempre di "curvarsi" alle
loro esigenze e infinite necessità. Con loro, l'analista non ha
vita facile: confuso con i fratelli invidiosi e poco dotati, lasciato
lì a sudare su un duro ingrato lavoro- mentre il giovane Giuseppe
vola a Parigi o a Washington; incontra Clinton o Madonna; si apparta
in esclusivi alberghi a pensare sulle sorti del mondo- o trattato
come un padre sempre sul punto di essere esautorato, perché effettivamente
reso cauto e incerto dal timore che il giovane Giuseppe faccia
dell'analista o dell'analisi ciò che vuole (ma anche disturbato
dal timore di perdere, "resistendo", in duttilità e libertà interiore);
sempre dovendosi guardare da quella sua capacità di carpire, di
ottenere. Sapendo anche che una volta ottenuto ciò che vuole,
il giovane Giuseppe si disamora, perde interesse, pensa ad altro.
E' lui stesso che lo afferma e la sua vita lo racconta: lo ha
fatto infinite volte, con le donne, con i lavori, con gli psicoterapeuti
anche. Uomo avvisato. ma che vita dura ha l'uomo avvisato.
Un po' meglio vanno le cose, quando l'analista è visto e riesce
a porsi come Beniamino, pago e grato delle confidenze del grande
fratello. Come Beniamino, delle imprese grandiose di Giuseppe,
l'analista percepisce soprattutto che lo allontanano dalla terra
e dalla sua umanità, si stupisce e si interroga sull'estensione
e la profondità del suo dimenticare, si adopera sommessamente
per riannodare qualche filo che lo tenga un po' legato alla terra
e può arrivare talvolta a fargli sentire il dolore, nella carne,
di quegli artigli che lo trattengono lontano- nei consigli di
amministrazione, nelle colazioni di lavoro, nelle imprevedibili
giornate di vacanza-impedendogli di scendere giù a incontrare
se stesso, il suo analista e il lavoro della seduta. "Quando raccontava
quelle cose, diceva un mio esemplare di giovane Giuseppe, ho sentito
tutto caldo qui, sotto la cravatta.", indicando, quelle parole,
che un cuore batteva sotto quella cravatta , il cuore di quel
"piccolo" che, nelle parole illuminate di Hillman, non è uno stadio
dell'essere, ma uno dei suoi stati, una delle sue immutabili facce.
I fratelli, pur avendo ingiuriato e accusato Giuseppe a causa
del velo "carpito", non lo avevano fisicamente aggredito. Uno
di loro aveva detto che non voleva diventare un nuovo Caino e
ammazzare uno che è piacevole, solo perché loro erano spiacevoli.
Sembrava sapesse che, per l'eternità e da tutti, sarebbe stato
ricordato come colui che, pieno di rancore e di invidia, aveva
ammazzato il fratello perché era bello, buono e amato dal padre.
Sarebbe stato il protagonista di una seconda edizione della leggenda
di Caino e forse non sarebbe nato un altro Unumuno disposto ad
additare la insopportabile perfidia del nuovo Abele. Malgrado
i fratelli biasimassero tra loro, di Giuseppe, la altrettanto
insopportabile perfidia (non li aveva infatti screditati di fronte
al padre, accusandoli di ignobili azioni?), le subdole manovre,
quel piacere beffardo di pavoneggiarsi davanti a loro, esibendo
la sua diversità, i suoi privilegi; malgrado avessero sotto gli
occhi e li tormentasse vedere quanto egli abusasse del suo potere
con il vecchio padre di cui, con vergogna e con rabbia , constatavano
la vergognosa resa alle moine del figlio; il dubbio, il maledetto
dubbio che essi semplicemente invidiassero la sua bellezza grazia
e intelligenza, sentendo ancora più intollerabile la loro rozza
esistenza- il dubbio che lui fosse piacevole e loro spiacevoli-
li tormentava e li frenava.
Il loro travaglio mette a fuoco l' incertezza immanente al concetto
teorico di identificazione proiettiva, quel meccanismo psichico
idoneo a "mettere" negli altri emozioni disturbanti: invidia,
gelosia, senso di ingiustizia, rabbia, odio. Ma quando uno è vessato
da questi sentimenti, con quale sicurezza può affermare "è lui,
è lei, sono loro che me li mettono dentro."? Disponiamo, è vero,
di una conoscenza collettiva circa l'esistenza di individui che
si propongono di diventare oggetto di invidia (o di odio o di
gelosia o anche di amore), che si propongono di suscitare angoscia,
terrore, colpa o confusione: lo dimostra la lingua cui appartengono
i verbi "farsi invidiare"o "farsi odiare", "farsi amare", "ingelosire",
angosciare terrorizzare, colpevolizzare, confondere. Perché lo
fanno? In quelle righe visionarie in cui M. Klein formulava il
concetto di identificazione proiettiva, gli scopi erano descritti
con particolare chiarezza: " to hurt, to control, to take possession".
Colpire, controllare, prendere possesso. Per il perverso piacere
di disturbare la mente di un altro e perché "occupando" la mente
di un altro con forti emozioni, ne risulta limitata la sua intrinseca
libertà, la sua autonomia: diventa una mente in ostaggio. Attenti
ai precari equilibri del sé, pensiamo che se certi individui non
sentissero di suscitare negli altri certi sentimenti, non si sentirebbero
nessuno. O forse se ne sentirebbero devastati loro stessi. E si
è detto anche che talvolta uno vuole che l'altro capisca "cosa
si prova" quando ci si sente invasi da una particolare emozione:
e certo anche Giuseppe prima di trovare un aggiustamento in quel
rapporto privilegiato con il vecchio padre, avrà tante volte sollevato
lo sguardo su quei fratelli più grandi, più forti, più capaci,
più liberi. tante volte li avrà invidiati. Ora sono i fratelli
che invidiano la fortuna, a loro negata, di potere coltivare la
mente e acuire l'ingegno, che invidiano gli indubbi privilegi
del fratello minore. Invidiano. Forse semplicemente, qualcuno
potrebbe pensare, odiano l'ostentazione di questi privilegi. Ma
chi "misura" l'ampiezza e la profondità dell'ostentazione, se
non l'occhio che la riceve, il corpo che inconsapevolmente risponde?
Inevitabilmente si perviene a considerare l'identificazione proiettiva
un processo intersoggettivo, assai più complesso di quanto la
primitiva formulazione facesse pensare. Tanto complesso che le
dinamiche tra Giuseppe e i fratelli, subiscono l'indubbio impatto
anche del vecchio padre. Come dimostra la sua biblica premonizione:
"si solleveranno pieni di gelosia contro di me e contro di te"
o la sua raccomandazione di non mostrarsi ai fratelli con addosso
il velo. Raccomandazione e premonizione dimostrano conoscenza
della natura umana, ma come può conoscerla , Giacobbe, se non
attraverso se stesso, attraverso l'insopportabile gelosia per
il giovane figlio che gli sopravviverà; attraverso l'antica, insopportabile
invidia per il suo fratello primogenito? E allora la gelosia e
l'invidia dei fratelli, di chi è? A chi appartiene? Chi la alimenta?
E che possibilità abbiamo di difenderci da questi sentimenti "esportati"?
.
Quando Giuseppe dice "ho sognato", nella calura di quel pomeriggio-
dopo il sogno dell'aquila, dopo il "furto" del velo - loro, i
fratelli, continuano a parlare di mietitura e di trebbiatura,
come se non l'avessero sentito: è il loro modo di difendersi.
Ma Giuseppe dice che il sogno riguarda tutti e questo stimola
la loro curiosità e anche loro dicono "e sia.", come Giacobbe.
E allora Giuseppe racconta che nel sogno lui e i fratelli lavoravano
nei campi, tagliavano e legavano i covoni, erano dodici i covoni
perché nel campo c'era anche il fratello minore Beniamino e, continuando
il racconto, Giuseppe dirà che il suo covone stava ritto nel centro
e gli altri, che gli facevano corona, si inchinavano di fronte
ad esso. Giuseppe sembra non accorgersi che la fisionomia dei
fratelli già esprimeva, all'annuncio del sogno, una fugace apprensione,
come non si accorge, alla fine del racconto, del loro silenzio,
del loro pallore, del loro odio. Indifferente alla vita mentale
ed emotiva dei fratelli? Ignorante perfino rispetto all'esistenza
di essa? non avendo mai immaginato né cercato di indovinare i
loro sentimenti, i fratelli avevano incontrato sovente la difficoltà
di distinguere- nel suo comportamento- l' ingenuità dall'impudenza.
Il mio giovane Giuseppe aveva una volta rivelato candidamente
che il pensiero "l'altro non soffre" permette di funzionare in
maniera efficace, per il bene proprio o dell'azienda. Green ha
parlato di una funzione disoggettualizzante che nega all'altro
lo statuto di altro simile a sé, negandogli l'idoneità a soffrire.
Green la considera la modalità operativa della pulsione di morte.
"Ignaro", cercava la sua morte, Giuseppe, per mano dei fratelli,
raccontando quel sogno? "Una scempiaggine più disgustosa in vita
mia non l'ho ancora sentita." aveva detto cupamente uno di loro
e a queste parole era seguita una esplosione di rabbia e una grandinata
di insulti velenosi e il senso di una offesa che quel fratello
"sornione sfacciato" imponeva loro, imponendo loro l'ascolto di
quel sogno. Laconico, il testo biblico, semplicemente annota:
"il sogno somministrò esca all'invidia".
Perché un sogno può somministrare esca all'invidia? Perché, agli
occhi dei fratelli, rivela la predilezione di Dio per Giuseppe,
ed è la prova che anche l'Altissimo è stato sedotto dalle sue
arti, come suggerisce il testo letterario? O è stato correttamente
inteso dai fratelli come epifania di una situazione in atto, come
svelamento di una condizione nella quale con orrore si riconoscono,
rispecchiandosi, odiosamente svirilizzati, in quei covoni che
si incurvano? Anche allo psicoanalista, come ai fratelli, potrà
capitare di vedersi nel sogno di un paziente come non vorrebbe
vedersi, e come loro potrà provare l'impulso di fuggire lontano.
Il seguito della storia è noto: i fratelli passano dalla fantasia
di omicidio all'idea di baratto con i mercanti Ismaeliti cui cedono
Giuseppe per 20 monete d'argento. Quei mercanti porteranno Giuseppe
in Egitto, dove si ricoprirà di onori al servizio del Faraone.
Dall'Egitto Giuseppe richiamerà presso di sé i fratelli, ottenendone
rispetto e venerazione.
Se il sogno dell'aquila prospettava in quella fuga ascensionale
un possibile esito in una psicosi megalomanica, il sogno dei covoni
sembra testimoniare una cura di quella condizione, grazie all'adozione
di soluzioni meno devastanti. Rispetto al primo sogno che ha per
teatro i cieli e per protagonisti invisibili schiere di angeli,
il secondo sogno si svolge nel luogo del quotidiano incontro tra
i propri bisogni e i modi realistici di soddisfarli: Giuseppe
ha riguadagnato un contatto con la terra, sostituituendo agli
artigli dell'aquila, un contenimento assicurato dai covoni-fratelli
in cerchio e dal loro riverente riconoscimento. Il Giuseppe-covone
è in grado di reggersi, grazie a loro, grazie a una quantità numerabile
e identificabile di oggetti, che lo tengono e sono a loro volta
"tenuti" attraverso la modalità perversa dell'esibizionismo, avendo
forse dovuto preliminarmente gestire per Giuseppe i suoi stessi
impulsi distruttivi . Facendosi odiare, ma non tanto da essere
ucciso; facendosi invidiare e ammirare, suscitando anche la loro
gratitudine, Giuseppe è "trattenuto" sulla terra dai fratelli
che gli offrono quel continuo apporto di attenzione di cui ha
bisogno per sentirsi esistere..
Il "mio" giovane Giuseppe "si circondava" di giovani a cui dava,
generosamente, opportunità di crescita professionale. E ci era
molto chiaro che la gratitudine e l'ammirazione di quei giovani
lo nutriva, lo sosteneva e lo faceva sentire importante e capace
di cose buone. Freud ha riconosciuto la quota di amore narcisistico
che è presente in ogni amore oggettuale e Kohut ha riconosciuto
che abbiamo bisogno di oggetti che alimentano la nostra autostima
lungo tutto il corso dell'esistenza e ci ha in parte assolto se
usiamo gli altri valorizzando, più che la loro individualità,
la funzione che svolgono per noi. Come dimostra il sogno di Giuseppe
nel quale i covoni sono tutti uguali, come se i fratelli avessero
perso le loro caratteristiche- e ne avevano, il romanzo le descrive-
e solo esistessero in quanto persone che tributavano rispetto
e venerazione.
Beniamino forse ha avuto una funzione diversa, riconducibile a
una dinamica relazionale diversa: quando ha rivolto a Giuseppe
quella piccola domanda "non ti ricordasti proprio di noi" ha sollecitato
infatti Giuseppe a fare un lavoro in proprio: a realizzare la
siderale solitudine della vita al di sopra del più alto cielo
e a "scegliere" una diversa soluzioni sulla terra.
Quanto e in quanti modi gli altri cooperino al compito individuale
di vivere la propria esistenza, Freud, che passa per essere il
teorico della mente isolata, lo aveva scritto nel 1921: "In the
individual' mental life someone else is invariably involved, as
a model, as an object, as a helper, as an opponent; and so from
the very first individual psychologie, in this extended but entirely
justifiable sense of the words is at the same time social psychologie.
|