Mito Sogno e Gruppo

I COVONI. Un sogno raccontato in gruppo. (Da "Il giovane Giuseppe" di Thomas Mann. Da "Genesi" cap.XXXVII, 1-32.)
Giovanna Goretti


"Ho sognato.", "ho fatto un sogno." 

"Il giovane Giuseppe" pronuncia queste parole risvegliandosi dopo un breve sonno. In quell'afoso pomeriggio, aveva insolitamente lavorato nei campi con i fratelli, ma il caldo e la fatica, cui non era abituato, lo avevano piegato: a lui la vita aveva riservato- perché era bello, perché era il figlio della moglie prediletta del padre, perché il padre lo aveva generato in età avanzata- occupazioni più nobili ed elevate. Sentendosi per questo così diverso dai fratelli, così lontano. 
Aveva fatto un altro sogno, qualche giorno prima e lo aveva raccontato a Beniamino, il fratello più piccolo, pregandolo di non ripeterlo a nessuno, forse lui stesso atterrito dal suo contenuto, un contenuto così pazzo e grandioso, così smisuratamente grandioso..Aveva sognato infatti che mentre dormiva su una collina prono in mezzo alle greggi, un'aquila lo aveva afferrato e portato, tenendolo tra gli artigli, in alto, sempre più in alto; una ascensione che sembrava non dovesse finire mai; fino a che, trapassando di cielo in cielo, l'aquila lo aveva deposto davanti all'Unico e dalla Sua voce aveva sentito che egli sarebbe stato nominato paggio di Dio; re, principe, sovrano di tutte le schiere; ma anche aveva sentito un rumore, come un muggito, che correva tra gli angeli invisibili e voci levarsi astiose "ma chi è costui, che viene a prendere servizio tra noi? Non è nato da bianca goccia di seme?" Unto dal Signore e inviso agli angeli: la condizione della sua vita, su una scala smisuratamente più ampia; e con più superbi privilegi, più diffuso e moltiplicato sembrava l'odio e l'inimicizia. Quando Giuseppe aveva finito di raccontare il sogno, lo aveva raggiunto la trepida voce del fratello che gli chiedeva: "non ti ricordasti proprio più dei tuoi, per esempio, del piccolo qui, che sono io?" Se non si ricorda di tutti loro- sembra domandarsi Beniamino- chi o che cosa riporterà il fratello sulla terra? Ma anche: se il fratello non lo pensa, che ne sarà di lui?

C'è spesso un giovane Giuseppe tra i nostri pazienti. Uno che sale , portato dall'aquila, inseguendo carriere folgoranti. Che conosce l'arte di farsi amare, da chi ha il potere. Che cosa lo porta in analisi? forse la vertigine di quelle altezze, cui è giunto; forse la difficile condizione di essere tenuto, come Giuseppe, tra gli artigli dell'aquila e con le gambe penzoloni: che vita è mai quella? Così lontano dalla terra, dalle cose che sulla terra danno piaceri "terreni": un fiore, una goccia di rugiada, un bimbo che piange, ride, s'addormenta. Forse ha bisogno dell'analisi per ricordare "il piccolo"in lui, quel piccolo che lascia ogni giorno a tanta distanza da sé; che gli ricorda, tormentandolo nel profondo, "i suoi", quel gruppo- fratelli, genitori, cugini e zii, compagni del quartiere, della parrocchia o della cellula- che non vede più, non frequenta più, di cui non si ricorda più nemmeno nelle feste. La vita porta lontani, certo. Cambiano gusti, interessi. Ma nel tormento che la notte insonne alimenta, il giovane Giuseppe vive talvolta l'acuta sensazione di averli abbandonati perché non più funzionali, anzi di ostacolo, al proprio progetto. E si accorge talvolta di non trovarli più nemmeno dentro di sé: scomparsi, cancellati e questo alimenta il fugace terrore di essere lui stesso cancellato, di non esistere per nessuno. "Chi si ricorda di me nei posti dove ho lavorato?" E poi forse deve "curare" una nascosta paranoia, un perenne sentirsi odiato, malgrado sovente esibisca la convinzione che tutti lo amino...Sa cosa dicono di lui, o lo suppone: "il briccone, il damerino, la canaglietta profumata, lo sbarbatello, il merlotto", gli insulti che i fratelli di Giuseppe scagliavano contro l'odiato fratello, se li sente tutti addosso, sa di non godere della stima dei colleghi che, forse esagerando, attribuiscono i suoi successi solo alla sua arte di convincere, lusingare, manipolare.. 

Certo, il giovane Giuseppe era stato così abile e scaltro, così stringente e convincente quando aveva cercato di ottenere dal padre ciò che desiderava e cioè il velo della madre che era il simbolo della primogenitura. "La canaglietta" aveva cominciato lasciando che il padre lo vincesse a scacchi , perché nella sua intuitiva sapienza sapeva che niente come la vittoria poteva disporre un vecchio padre all'indulgenza verso le richieste del suo giovane figlio. E a quelle richieste il padre aveva infatti ceduto, ancora abbastanza lucido, in verità, per dire "e sia, benché possa sembrare che tu fai di me ciò che vuoi", ma non abbastanza forte- per gli anni? per l'amore che portava a quel figlio della sua vecchiaia? per il segreto desiderio di contemplarlo, avvolto nello splendore di quel velo, bello come la sua amata moglie Rachele? perché lo voleva morto quel giovane figlio e voleva aizzargli contro la rabbia invidiosa dei fratelli? perché voleva quella rabbia su di sé, anche lui colpevole di aver goduto di una primogenitura che non gli spettava? ma chi può far luce su quell'insondabile insieme di infiniti che è l'inconscio?- non abbastanza forte, dicevo, per volergli resistere, per avere una sua volontà e sostenerla, per essere padre, non il padre vecchio del figlio prediletto. E così, con il concorso di Giacobbe e del suo insondabile inconscio, Giuseppe aveva realizzato il suo progetto, passo dopo passo, trasformando vaghe antiche parole del padre in promessa e una promessa in qualche cosa che doveva essere realizzata subito; aveva accampato diritti e lamentato ingiustizie; aveva chiesto infine di poterlo almeno vedere quel velo che era già suo, solo vedere. Aveva così ottenuto che il padre lo levasse dal cassone nel quale era ripiegato e lo sostenesse sulle sue stanche braccia di vecchio davanti ai suoi occhi. E a quella stanchezza Giuseppe aveva poi rivolto la sua tenera premura di figlio: "lascia, non ti affaticare, ti aiuto a reggerlo"- aveva detto. E nel dire queste parole, aveva preso dalle braccia del padre lo splendido velo e con pochi rapidi accorti gesti lo aveva drappeggiato sul suo corpo. E così era diventato suo, e lasciando ancora intendere una sua disponibilità filiale ad ubbidire, aveva umilmente chiesto: "ho indossato la mia veste, debbo toglierla di nuovo?", ben sapendo che quelle parole avrebbero ottenuto l'inevitabile risposta che ottennero: "tienila,tienila". 

Enactment: tecnicamente è questo il nome che viene dato a quella modalità relazionale che si sviluppa secondo un copione scritto nella mente di un membro della coppia- nelle sue passate esperienze, nelle sue inaccessibili memorie- e a cui un altro membro, credendosi libero, finisce per partecipare, assumendo la parte che il copione gli assegna e a cui, per una qualche ragione, anche intimamente aderisce. Alcuni pensano che il dominio teorico dell'enactment rientri nel concetto di identificazione proiettiva: perché in certe condotte relazionali vedono "inscritta" la fantasia di spingersi in un'altra persona per "muoverla" dall'interno, ottenendo su di essa un pieno controllo.
E i fratelli, che conoscevano il padre e Giuseppe e la dinamica tra loro, appena videro il fratello che dormiva, coperto dal velo, non esitarono a pensare "il babbo pover'uomo gliela ha regalato, ma lui glielo ha carpito". Lo sanno, i fratelli, che si può "carpire" qualche cosa, pur senza usare la forza, attraverso modalità relazionali- parole, toni, accenti, pause , costruzioni sintattiche - che mirano a indebolire le convinzioni di un altro, confonderlo, convincerlo, ingraziarselo, sottometterlo, dargli, perfino, l'impressione di poter ancora decidere.: certo, è necessario che l'altro concorra, che in un certo momento dica "e sia", come Giacobbe, e si consegni. Per questo si parla anche di collusione: il figlio vuole convincere e il vecchio padre vuole solo essere convinto, anche se forse c'è sempre qualcuno che ha più potere sull'altro.. E di questo i fratelli accusarono Giuseppe, di avere abusato del suo potere su Giacobbe per ottenere quello che voleva, loro stessi pervasi dal timore di un dominio da parte di quel fratello che poteva "curvarli", il dominio della parola e del pensiero, e dell'uso perverso della parola e del pensiero, su chi è abituato a lavorare con le mani e a dormire con il bestiame . 
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I giovani Giuseppe in analisi chiedono sempre di "curvarsi" alle loro esigenze e infinite necessità. Con loro, l'analista non ha vita facile: confuso con i fratelli invidiosi e poco dotati, lasciato lì a sudare su un duro ingrato lavoro- mentre il giovane Giuseppe vola a Parigi o a Washington; incontra Clinton o Madonna; si apparta in esclusivi alberghi a pensare sulle sorti del mondo- o trattato come un padre sempre sul punto di essere esautorato, perché effettivamente reso cauto e incerto dal timore che il giovane Giuseppe faccia dell'analista o dell'analisi ciò che vuole (ma anche disturbato dal timore di perdere, "resistendo", in duttilità e libertà interiore); sempre dovendosi guardare da quella sua capacità di carpire, di ottenere. Sapendo anche che una volta ottenuto ciò che vuole, il giovane Giuseppe si disamora, perde interesse, pensa ad altro. E' lui stesso che lo afferma e la sua vita lo racconta: lo ha fatto infinite volte, con le donne, con i lavori, con gli psicoterapeuti anche. Uomo avvisato. ma che vita dura ha l'uomo avvisato. 
Un po' meglio vanno le cose, quando l'analista è visto e riesce a porsi come Beniamino, pago e grato delle confidenze del grande fratello. Come Beniamino, delle imprese grandiose di Giuseppe, l'analista percepisce soprattutto che lo allontanano dalla terra e dalla sua umanità, si stupisce e si interroga sull'estensione e la profondità del suo dimenticare, si adopera sommessamente per riannodare qualche filo che lo tenga un po' legato alla terra e può arrivare talvolta a fargli sentire il dolore, nella carne, di quegli artigli che lo trattengono lontano- nei consigli di amministrazione, nelle colazioni di lavoro, nelle imprevedibili giornate di vacanza-impedendogli di scendere giù a incontrare se stesso, il suo analista e il lavoro della seduta. "Quando raccontava quelle cose, diceva un mio esemplare di giovane Giuseppe, ho sentito tutto caldo qui, sotto la cravatta.", indicando, quelle parole, che un cuore batteva sotto quella cravatta , il cuore di quel "piccolo" che, nelle parole illuminate di Hillman, non è uno stadio dell'essere, ma uno dei suoi stati, una delle sue immutabili facce.

I fratelli, pur avendo ingiuriato e accusato Giuseppe a causa del velo "carpito", non lo avevano fisicamente aggredito. Uno di loro aveva detto che non voleva diventare un nuovo Caino e ammazzare uno che è piacevole, solo perché loro erano spiacevoli. Sembrava sapesse che, per l'eternità e da tutti, sarebbe stato ricordato come colui che, pieno di rancore e di invidia, aveva ammazzato il fratello perché era bello, buono e amato dal padre. Sarebbe stato il protagonista di una seconda edizione della leggenda di Caino e forse non sarebbe nato un altro Unumuno disposto ad additare la insopportabile perfidia del nuovo Abele. Malgrado i fratelli biasimassero tra loro, di Giuseppe, la altrettanto insopportabile perfidia (non li aveva infatti screditati di fronte al padre, accusandoli di ignobili azioni?), le subdole manovre, quel piacere beffardo di pavoneggiarsi davanti a loro, esibendo la sua diversità, i suoi privilegi; malgrado avessero sotto gli occhi e li tormentasse vedere quanto egli abusasse del suo potere con il vecchio padre di cui, con vergogna e con rabbia , constatavano la vergognosa resa alle moine del figlio; il dubbio, il maledetto dubbio che essi semplicemente invidiassero la sua bellezza grazia e intelligenza, sentendo ancora più intollerabile la loro rozza esistenza- il dubbio che lui fosse piacevole e loro spiacevoli- li tormentava e li frenava.
Il loro travaglio mette a fuoco l' incertezza immanente al concetto teorico di identificazione proiettiva, quel meccanismo psichico idoneo a "mettere" negli altri emozioni disturbanti: invidia, gelosia, senso di ingiustizia, rabbia, odio. Ma quando uno è vessato da questi sentimenti, con quale sicurezza può affermare "è lui, è lei, sono loro che me li mettono dentro."? Disponiamo, è vero, di una conoscenza collettiva circa l'esistenza di individui che si propongono di diventare oggetto di invidia (o di odio o di gelosia o anche di amore), che si propongono di suscitare angoscia, terrore, colpa o confusione: lo dimostra la lingua cui appartengono i verbi "farsi invidiare"o "farsi odiare", "farsi amare", "ingelosire", angosciare terrorizzare, colpevolizzare, confondere. Perché lo fanno? In quelle righe visionarie in cui M. Klein formulava il concetto di identificazione proiettiva, gli scopi erano descritti con particolare chiarezza: " to hurt, to control, to take possession". Colpire, controllare, prendere possesso. Per il perverso piacere di disturbare la mente di un altro e perché "occupando" la mente di un altro con forti emozioni, ne risulta limitata la sua intrinseca libertà, la sua autonomia: diventa una mente in ostaggio. Attenti ai precari equilibri del sé, pensiamo che se certi individui non sentissero di suscitare negli altri certi sentimenti, non si sentirebbero nessuno. O forse se ne sentirebbero devastati loro stessi. E si è detto anche che talvolta uno vuole che l'altro capisca "cosa si prova" quando ci si sente invasi da una particolare emozione: e certo anche Giuseppe prima di trovare un aggiustamento in quel rapporto privilegiato con il vecchio padre, avrà tante volte sollevato lo sguardo su quei fratelli più grandi, più forti, più capaci, più liberi. tante volte li avrà invidiati. Ora sono i fratelli che invidiano la fortuna, a loro negata, di potere coltivare la mente e acuire l'ingegno, che invidiano gli indubbi privilegi del fratello minore. Invidiano. Forse semplicemente, qualcuno potrebbe pensare, odiano l'ostentazione di questi privilegi. Ma chi "misura" l'ampiezza e la profondità dell'ostentazione, se non l'occhio che la riceve, il corpo che inconsapevolmente risponde? Inevitabilmente si perviene a considerare l'identificazione proiettiva un processo intersoggettivo, assai più complesso di quanto la primitiva formulazione facesse pensare. Tanto complesso che le dinamiche tra Giuseppe e i fratelli, subiscono l'indubbio impatto anche del vecchio padre. Come dimostra la sua biblica premonizione: "si solleveranno pieni di gelosia contro di me e contro di te" o la sua raccomandazione di non mostrarsi ai fratelli con addosso il velo. Raccomandazione e premonizione dimostrano conoscenza della natura umana, ma come può conoscerla , Giacobbe, se non attraverso se stesso, attraverso l'insopportabile gelosia per il giovane figlio che gli sopravviverà; attraverso l'antica, insopportabile invidia per il suo fratello primogenito? E allora la gelosia e l'invidia dei fratelli, di chi è? A chi appartiene? Chi la alimenta? E che possibilità abbiamo di difenderci da questi sentimenti "esportati"?
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Quando Giuseppe dice "ho sognato", nella calura di quel pomeriggio- dopo il sogno dell'aquila, dopo il "furto" del velo - loro, i fratelli, continuano a parlare di mietitura e di trebbiatura, come se non l'avessero sentito: è il loro modo di difendersi. Ma Giuseppe dice che il sogno riguarda tutti e questo stimola la loro curiosità e anche loro dicono "e sia.", come Giacobbe. E allora Giuseppe racconta che nel sogno lui e i fratelli lavoravano nei campi, tagliavano e legavano i covoni, erano dodici i covoni perché nel campo c'era anche il fratello minore Beniamino e, continuando il racconto, Giuseppe dirà che il suo covone stava ritto nel centro e gli altri, che gli facevano corona, si inchinavano di fronte ad esso. Giuseppe sembra non accorgersi che la fisionomia dei fratelli già esprimeva, all'annuncio del sogno, una fugace apprensione, come non si accorge, alla fine del racconto, del loro silenzio, del loro pallore, del loro odio. Indifferente alla vita mentale ed emotiva dei fratelli? Ignorante perfino rispetto all'esistenza di essa? non avendo mai immaginato né cercato di indovinare i loro sentimenti, i fratelli avevano incontrato sovente la difficoltà di distinguere- nel suo comportamento- l' ingenuità dall'impudenza. Il mio giovane Giuseppe aveva una volta rivelato candidamente che il pensiero "l'altro non soffre" permette di funzionare in maniera efficace, per il bene proprio o dell'azienda. Green ha parlato di una funzione disoggettualizzante che nega all'altro lo statuto di altro simile a sé, negandogli l'idoneità a soffrire. Green la considera la modalità operativa della pulsione di morte. "Ignaro", cercava la sua morte, Giuseppe, per mano dei fratelli, raccontando quel sogno? "Una scempiaggine più disgustosa in vita mia non l'ho ancora sentita." aveva detto cupamente uno di loro e a queste parole era seguita una esplosione di rabbia e una grandinata di insulti velenosi e il senso di una offesa che quel fratello "sornione sfacciato" imponeva loro, imponendo loro l'ascolto di quel sogno. Laconico, il testo biblico, semplicemente annota: "il sogno somministrò esca all'invidia".
Perché un sogno può somministrare esca all'invidia? Perché, agli occhi dei fratelli, rivela la predilezione di Dio per Giuseppe, ed è la prova che anche l'Altissimo è stato sedotto dalle sue arti, come suggerisce il testo letterario? O è stato correttamente inteso dai fratelli come epifania di una situazione in atto, come svelamento di una condizione nella quale con orrore si riconoscono, rispecchiandosi, odiosamente svirilizzati, in quei covoni che si incurvano? Anche allo psicoanalista, come ai fratelli, potrà capitare di vedersi nel sogno di un paziente come non vorrebbe vedersi, e come loro potrà provare l'impulso di fuggire lontano.

Il seguito della storia è noto: i fratelli passano dalla fantasia di omicidio all'idea di baratto con i mercanti Ismaeliti cui cedono Giuseppe per 20 monete d'argento. Quei mercanti porteranno Giuseppe in Egitto, dove si ricoprirà di onori al servizio del Faraone. Dall'Egitto Giuseppe richiamerà presso di sé i fratelli, ottenendone rispetto e venerazione.

Se il sogno dell'aquila prospettava in quella fuga ascensionale un possibile esito in una psicosi megalomanica, il sogno dei covoni sembra testimoniare una cura di quella condizione, grazie all'adozione di soluzioni meno devastanti. Rispetto al primo sogno che ha per teatro i cieli e per protagonisti invisibili schiere di angeli, il secondo sogno si svolge nel luogo del quotidiano incontro tra i propri bisogni e i modi realistici di soddisfarli: Giuseppe ha riguadagnato un contatto con la terra, sostituituendo agli artigli dell'aquila, un contenimento assicurato dai covoni-fratelli in cerchio e dal loro riverente riconoscimento. Il Giuseppe-covone è in grado di reggersi, grazie a loro, grazie a una quantità numerabile e identificabile di oggetti, che lo tengono e sono a loro volta "tenuti" attraverso la modalità perversa dell'esibizionismo, avendo forse dovuto preliminarmente gestire per Giuseppe i suoi stessi impulsi distruttivi . Facendosi odiare, ma non tanto da essere ucciso; facendosi invidiare e ammirare, suscitando anche la loro gratitudine, Giuseppe è "trattenuto" sulla terra dai fratelli che gli offrono quel continuo apporto di attenzione di cui ha bisogno per sentirsi esistere.. 
Il "mio" giovane Giuseppe "si circondava" di giovani a cui dava, generosamente, opportunità di crescita professionale. E ci era molto chiaro che la gratitudine e l'ammirazione di quei giovani lo nutriva, lo sosteneva e lo faceva sentire importante e capace di cose buone. Freud ha riconosciuto la quota di amore narcisistico che è presente in ogni amore oggettuale e Kohut ha riconosciuto che abbiamo bisogno di oggetti che alimentano la nostra autostima lungo tutto il corso dell'esistenza e ci ha in parte assolto se usiamo gli altri valorizzando, più che la loro individualità, la funzione che svolgono per noi. Come dimostra il sogno di Giuseppe nel quale i covoni sono tutti uguali, come se i fratelli avessero perso le loro caratteristiche- e ne avevano, il romanzo le descrive- e solo esistessero in quanto persone che tributavano rispetto e venerazione. 
Beniamino forse ha avuto una funzione diversa, riconducibile a una dinamica relazionale diversa: quando ha rivolto a Giuseppe quella piccola domanda "non ti ricordasti proprio di noi" ha sollecitato infatti Giuseppe a fare un lavoro in proprio: a realizzare la siderale solitudine della vita al di sopra del più alto cielo e a "scegliere" una diversa soluzioni sulla terra. 
Quanto e in quanti modi gli altri cooperino al compito individuale di vivere la propria esistenza, Freud, che passa per essere il teorico della mente isolata, lo aveva scritto nel 1921: "In the individual' mental life someone else is invariably involved, as a model, as an object, as a helper, as an opponent; and so from the very first individual psychologie, in this extended but entirely justifiable sense of the words is at the same time social psychologie.

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