Mito Sogno e Gruppo

GRUPPO, CORPO E SOGNI AD OCCHI APERTI
Andrea Giannelli

Quando pensiamo al corpo ed a un gruppo la mente ci rimanda ai corpi delle persone che costituiscono il gruppo ma , soprattutto a noi terapeuti, anche al "corpo gruppale" di Anzieu: il gruppo " come bocca, come seno, come ventre, ma anche, nel registro della fantasmatica persecutoria, il gruppo come macchina" ( cfr. Kaes).
Quando si dice corpo si pensa ai sintomi psichici che usano le vie organiche, alle condizioni mediche ed ai traumatismi. Ma quando si pensa al corpo bisogna a mio avviso riferirsi anche a quello che è una sorta di non-pensiero ovvero un pensiero magico, onnipotente, narcisista: un pensiero autarchico che non comunica e non si mette in relazione con l' altro. Questo tipo di pensiero, tipico di malesseri molto attuali come quelli legati al narcisismo ed alla dipendenza, determina talora l' impressione al conduttore di gruppo di essere calato in una dimensione dove il corpo con la sua onnipotenza annichilisce la circolarità ed il fluire dei pensieri associativi, la transindividualità, il Sé maturo di gruppo. ".La vita psichica è morta..la carne viva è scomparsa dal suo involucro, resta soltanto la trama." (Anzieu).
Parlare di un gruppo che fornisce questo vissuto controtransferale è come parlare di sogni composti prevalentemente da simboli e poveri di scene ovvero di quella creazione preconscia, il sogno manifesto, che nei gruppi è così prolifica di immagini. Così nel sogno manifesto si vive tutta la potenza relazionale intersoggettiva dell' essere umano che nasce da un sognare in gruppo e di gruppo. Il gruppo stesso si fonda sull' intersoggettività. Pertanto si capisce l' importanza del sogno manifesto e delle attività preconsce stimolate dall' interazione gruppale. Di quel preconscio superiore che è potente creatore della parte manifesta dei sogni e motore centrale della vita creativa come lo è per l' artista, il poeta, il narratore, l' intuitivo.
Ci sono momenti della vita in cui per una serie di circostanze della realtà possiamo abbassare le difese a volte ipercontrollanti e ipercritiche che ci vengono indotte dall' incedere della vita quotidiana. In quei momenti siamo disponibili a cogliere significati, ad ascoltare i messaggi subliminali che ci provengono dalle nostre integrazioni percettive. Sembrano momenti fatti di una magia particolare, sembra un sogno ma è vita vera, come a volte facciamo fatica a credere che alcuni sogni siano stati tali per molte ore del giorno.
Sono stati di veglia che Davide Lopez chiama "sogni attenuati".
Questi momenti sarebbero da attribuire a momenti di vita della veglia da "ritenersi soddisfacenti".
Credo che la magia di questi momenti sia la magia di avere tutte le varie componenti del nostro apparato psichico in comunicazione armoniosa tra di loro. "E' il libero fluire tra conscio e preconscio che rende sana la vita" scrive sempre Lopez. Egli ci ha sempre ricordato l' importanza del preconscio nell' economia psichica dell' individuo riconoscendo ad esso qualcosa di simile ad un motore organizzatore e propulsivo.
Alcuni malesseri psichici appartenenti a molte delle patologie psichiatriche descritte sino ad oggi sono costituite da un tipo di attività mentale prevalente (pensiero ossessivo, ipercritico, giudicante, pensiero dipendente-narcisista e via dicendo) che porta alla perdita della capacità di sognare la vita.
".Il sogno proprio perché espressione della volontà di vivere, si manifesta oltreche nel sonno anche nella veglia." (Lopez). Il sogno esprimerebbe quindi la volontà di potenza di tutte le strutture psichiche dell' individuo. "...E' una condizione ideale per assimilare gradualmente il sapere del preconscio..per assimilare ed avvicinarsi ai conflitti esistenziali..senza essere sopraffatti e dover fuggire come nella veglia." (Lopez).
Pertanto lo stato sognante attenuato nella veglia sarebbe condizione soddisfacente in quanto il preconscio si tiene vicino discreto informatore della coscienza. L' essere umano appare cosi' potente e capace di riconoscere affetti, emozioni, piaceri, gioie e dolori. In sostanza capace di vivere la vita emotiva. 
Si è assistito già da tempo ad una sempre maggiore rivalutazione della componente manifesta del sogno, non soltanto nei gruppi. Operazione peraltro già rivalutata in una certa fase del pensiero di Freud. Già molti anni fa vari Autori hanno a proposito delineato le differenze dei sogni narrati dai pazienti nel gruppo rispetto a quelli osservabili in terapie individuali. 
Archibald, Locke e Klein-Lipschutz parlano di sogni che rivelano le dinamiche del gruppo già nel contenuto manifesto e del sostegno che i pari offrono al ricordo dei sogni anche perché sarebbero minori i processi di transfert sul solo terapeuta (Balestri, Borgogno).
La stessa tecnica del Social Dreaming presentata in Italia recentemente da Gordon Lawrence ed utilizzata soprattutto in ambiti formativi è l' ulteriore conferma del valore del sogno manifesto che in quella particolare situazione ci informa sulla percezione dell' ambiente e del sociale da parte dei soggetti. Ma credo che quel modello ci informi anche di come il sogno in quanto tale permetta la comunicazione tra soggetti che parlando attraverso il filtro manifesto del sogno si aprono ad una circolazione associativa ed energetica che "rimette in moto", che scioglie un po' la coscienza sulla piastra scaldata del preconscio. A Samoa è abitudine raccontare i propri sogni e condividerli con altri al fine di promuovere soluzioni creative ai problemi sociali e aumentare l' interazione sociale.
Goodall intravide in questo comportamento sociale una possibilità di ".integrare anche la vita di sogno nella coscienza e nelle responsabilità dei gruppi e dell' individuo" (cfr. Balestri, Borgogno).
Esiste anche una parte censoria del preconscio da ritenersi meno importante di quanto non lo sia la componente creativa e propositiva: il preconscio "è un agente organizzatore creativo dell' inconscio..è un sé vivente che organizza la vita fantasmatica..ma anche quella dei sogni .un preconscio così concepito non ha quindi bisogno di dormire." (Lopez).
Ecco che possiamo allora immaginarci una seduta di gruppo che non riesce a diventare un po' come un sognare e pensare di gruppo, cioè a esercitare quella funzione che Corrao chiama gamma, che riprende la funzione alfa di Bion e che è paragonabile, come ci ricorda Corbella, "..alla reverie cioè alla continuità che esiste tra mondo preconscio e stato di veglia". Secondo Lopez, come detto, lo stato di veglia ideale è lo stato di sogno attenuato. Nell' oscillare tra sogno e realtà noi possiamo trovare lo stato di benessere e di creatività. Uno stato della psiche non troppo agganciato all' iperrealtà e che non rinuncia quindi alla qualità del mondo interiore che informa la coscienza e rende l'uomo attore intero e non scisso del proprio operare nel mondo.
L' importanza della funzione del preconscio è oggigiorno valorizzata anche da altri autori, tra cui Zucca Alessandrelli, in alcune teorizzazioni che riguardano l' importanza del periodo della latenza nello sviluppo umano . Cercando inoltre tecniche terapeutiche che si dimostrino efficaci nel rinforzo dell' apparato psichico proprio attraverso la stimolazione delle funzioni preconsce. Esse si rafforzano in quel periodo dello sviluppo psichico che come detto è la latenza e che precede la risessualizzazione.. Una buona parte dei pazienti che oggi affollano i Servizi ad esempio sono individui affetti dalla patologia della dipendenza: tossicomania, anoressia/bulimia, apatia depressiva giovanile. Questi malesseri ".appartengono a quei disturbi il cui calco psicopatologico si situa nelle problematiche narcisistiche ed in quelle della dipendenza. Dipendenza da un oggetto sostitutivo divenuto troppo importante per colmare la discontinuità tra il Sé e l'esterno, per riconoscersi, in una sorta di fame e bramosia d'oggetto vitale per la vita della persona. L'oggetto offre esperienze che si fondano più sulla sensorialità autoriferita che non sullo scambio relazionale. Evidentemente per una esperienza infantile dove poche erano le introiezioni e molte le incorporazioni. La funzione introiettiva, sembra essere stata carente e non permessa da un Sé mal delimitato e quindi dall' assenza di un adeguato schermo protettivo, per cui ciò che arriva dall' esterno è vissuto come pericoloso perché troppo eccitante e quindi invasivo. In tal modo il corpo non può che divenire elemento fondamentale dell' identità" (Zucca Alessandrelli 1999; A. Giannelli, C. Zucca Alessandrelli 2001).
Il corpo diviene perno centrale su cui fa leva l' intera persona. Spesso ipercurato in modo reattivo (fitness, trattamenti modellanti, palestra, diete etc), ma anche danneggiato (doping, droghe, eccessi alimentari, autolesionismi ). Il "corpo come soggetto" per dirla come Zucca. 
Al colloquio con queste persone emerge inevitabilmente un pensiero prevalentemente autarchico, che non scambia, un pensiero che definirei organicista. Pertanto un obbiettivo terapeutico primario del gruppo dovrebbe essere quello di promuovere la crisi della forma prevalente di pensiero imperniata sui propri sintomi, sul controllo delle emozioni nel qui ed ora, sulla ricerca esasperata di gratificazioni percettive e sensoriali. Ciò al fine di favorire il progressivo abbandono del riferirsi al corpo come un unica fonte di identità e quindi dell'aggrappamento all'oggetto divenuto assolutamente indispensabile. Tale situazione iniziale la si trova nei tossicodipendenti e nelle anoressiche in modo del tutto evidente e palese. Basti pensare alla misurazione della dose o del peso per capire la centralità dell' identità corporea nella psiche della persona. Le prime sedute di gruppo non saranno quindi pervase dal pensare e sognare di e in gruppo come processi, dal pensare e dal sognare come cose ".quasi sovrapponibili" (Corbella). La medesima difficoltà a metabolizzare la vita affettiva e a sviluppare una identità che non sia basata su una angosciosa ricerca di risposte esterne immediate, la possiamo ritrovare anche in alcuni casi di personalità "come se".
Ricordo come nella prima seduta di un gruppo a tempo definito da me condotto i pazienti si presentassero coi loro sintomi come unici argomenti. Come se tutto si esaurisse nelle percezioni corporee e nella immagine esterna offerta agli altri ed a cospetto degli accadimenti della vita. Il riconoscimento della qualità emotiva dell' esistenza appariva assai scarso per non dire nullo: un paziente lasciò il gruppo dopo che uno di essi gli disse: "tu stai per avere un attacco di panico, sei rosso in volto.". Il paziente in questione si sentì colpito nel suo tallone di Achille, nella sua vulnerabilità a causa di un Sé fragile: non venne più. Il suo corpo era divenuto la sede di depositi psichici indigeriti, ma era al tempo stesso l' unica leva su cui giuocare per rendersi credibile. La paura di stare male era secondaria ad un bisogno psichico onnipotente il cui conflitto trovava nel corpo, o nel pensiero organicista, la sua unica possibilità di espressione sintomatica.
Detto questo possiamo capire quindi l' importanza di quel gruppo terapeutico adatto ad essere strumento che ridà forma e vita al pensiero relazionale e comunicativo, allo scambio. Il corpo gruppale può divenire allora meno angosciosamente avvolgente, i corpi nei gruppi meno statici o, come avviene nello psicodramma (drama, azione), le immagini che popolano il mondo interno dell' individuo si esternalizzano e si concretizzano (Boria). Nel gruppo il pensiero si può fare meno pesante e autocentrato, più libero dalle contratture narcisistiche. Il pensare è di tutti. 
Si può riprendere a sognare e a tradurre simbologie non più criptate. 
Nei gruppi si possono sovrapporre sogni, racconti veri, pensieri e immagini in uno stato di non angosciosa oscillazione tra realtà e fantasie che sostituiscono i fantasmi e di ricordi che sostituiscono fredde memorie. Il corpo sembra tornare ad essere abitato. Ad un mio paziente dopo la seduta di gruppo veniva appetito. Il corpo veniva avvertito di meno se non nelle piacevoli sensazioni a disposizione della vita di relazione. La stessa inconscia fantasia del gruppo come un corpo, un involucro, una macchina, può trasformarsi in un personaggio simpatico ed umile, un po' timoroso, ma ricco di umanità e voglia di vivere liberamente.. 
E' a questo proposito che vi riporto di seguito una sorta di sogno ad occhi aperti scritto da una paziente dopo una esperienza di gruppo a tempo definito. Si tratta in realtà di un racconto che pare un sogno, di una narrazione che la paziente ha consegnato a tutti i membri del gruppo quale viva testimonianza.
Flavia, la paziente, consegna questa creazione all' ultima seduta. "Loro due" siamo noi, i conduttori del gruppo. Il nome ed il cognome dell' immaginario personaggio nascono dalla abbreviazione dei nomi di tutti i componenti dello stesso: "Giu-mà Bru-via-mino" è quindi il gruppo divenuto personaggio*.
Questa è la storia fantastica. Si intitola "Per salutare Giumà Bruviamino e Loro Due ".

Giumà è nella sua stanza. Siede sul letto appoggiando i piedi al pavimento e i pugni sul materasso.
Gira gli occhi intorno quasi per valutare la distanza delle pareti; i pantaloni troppo nuovi, indossati
per la prima volta, gli provocano un certo fàstidio, in parte attenuato dal piacere per la vecchia
maglietta di cotone che profuma di pulito . Le scarpe sono comode, calzate per stare in piedi a
lungo e camminare bene. Lo sguardo vaga ancora un po' intorno e infine si dirige là: la valigia appoggiata sulla sedia sembra attendere paziente.
Già da qualche giorno Giumà vi ha riposto tutto il necessario per il viaggio. Il fiocco verde acquistato a quel mercatino di quartiere lo aiuterà a sperare: un'iniezione di clorofilla contro il grigiore sempre in agguato.
Un pezzetto di stoffa gialla. Giumà ricorda distintamente la sensazione di quel paracadute solitario sceso volteggiando sul prato dal cielo di ottobre; quello strappo secco della stoffa che aveva lasciato una piccola parte di sé sul ramo di una pianta. Giumà aveva raccolto quella stoffa come se fosse una gialla fàrfalla ferita e palpitante e aveva sempre pensato che un giorno avrebbe di nuovo volato.
La ginocchiera per tenere a bada la gamba che ogni tanto sembrava dolorosamente volersi staccare da lui: bisognava averne cura, tenerla insieme, non permetterle di disfarsi.
Un vasetto di acqua di mare (o erano lacrime?), trasparente anzi forse: lucente come solo l'abbraccio del mare e dei pianto possono essere.
Giumà elencava gli oggetti toccandoli ancora una volta per assicurarsi della loro presenza.
Ma dov'è? Eccolo qui il fumetto preferito "Superfallix" non avrebbe rinunciato a sfogliare quelle pagine cosi accuratamente disegnate con inchiostro nero di china. Le avventure di un eroe sfigato, la cui sfiga più grande era proprio dover essere un eroe. Quanto lavoro su quelle pagine.
Per ultimo un piccolo strumento musicale. Giumà non riesce a ricordarne il nome, ma sa che viene usato dagli aborigeni australiani nei riti propiziatori : è fatto con un ramo di canna di bambù su cui sono stati praticati dei piccoli intagli che, alla percussione, provocano delle vibrazioni sonore.
Non manca nulla. L'etichetta applicata alla valigia reca in stampato maiuscolo la scritta con il nome : Giumà Bruviamino. Poco sotto, più in piccolo, l'indirizzo. E' rassicurante quell'etichetta: semplici caratteri di scrittura impediranno che si perda. Anchè se per qualche disguido o stranezza della sorte la valigia dovesse finire dall'altra parte dei mondo quella esile traccia d'inchiostro, come un filo d'Arianna come un cordone ombelicale mai reciso, la riporterà da Giumà che ne ha bisogno.
E se invece della valigia fosse Giumà a smarrirsi?
Appunto, lo stesso : coi pretesto di rintracciare il proprietario della valigia , qualcuno cercherà Giumà. 
Dopo queste riflessioni , dovrebbe essere pronto. Eppure non riesce a liberarsi dalla sgradevole sensazione che qualcosa manchi.
Mentre perplesso sta per chiudere la cerniera della valigia, annunciata dallo scalpiccio delle ciabatte, sua madre entra nella stanza. "Hai preso il Lexotan? lo interpella ansiosa".
Impertinente come sempre la risposta di Giulmà " Ma quale Lexotan ! lo sono immortale e onnipotente." 
La madre lo guarda con aria di rassegnazione " A te ti manca un lunedì caro !. Esce seguita dallo sguardo del figlio.
Giumà ha un istante di immobilità, poi scatta in piedi: ecco cosa gli manca! Non un lunedi. ma un mercoledì, il suo mercoledì.
Da dieci mesi la merceria poco distante da casa. che sapeva di merletti ammuffiti ed esponeva in vetrina nastri dai colori sbiaditi o improbabili, ha chiuso. Al suo posto ha aperto la serranda una gelateria artigianale: colori fireschi alle pareti, recipienti come dolci culle per ospitare le gelide bontà. etichette che promettono la riscoperta dei sapori genuini.
Giumà che è goloso, ma fatica ad ammetterlo, da dieci mesi, ogni mercoledi si concede un'ora di pausa per gustare un gelato. 
Al banco sono in due : lui, Gianni, un tipo alto e asciutto con un sorriso che fiorisce improvviso come una sorpresa; lei, Carla, una ragazza esile, dai capelli fuIvi: canticchia spesso melodie andine, con una tonalità sommessa che però, a volte, ha dei tocchi vibranti. Nel corso dei dieci mesi tra Giumà e i gelatai la consuetudine di quel mercoledì aveva assunto un certo sapore di complicità.
Nel grigiore nebbioso dei pomeriggi invernali ( e chi lo dice che il gelato sia buono solo in estate?)
Giumà entrava in gelateria, sceglieva accuratamente il gusto adatto alla sua disposizione del momento e poi sedeva al banco di fronte ai gestori.
Parlavano sempre di viaggi e insieme avevano mentalmente percorso itinerari in terre lontane.
La fredda regione norvegese dove l'anima è afferrata dal timor panico di perdersi tra quelle foreste dove aleggia lo spirito dei Trolls e l'Urlo si materializza in una pittura straziante. La regione finiandese dei Grandi Laghi, più quieta e piana, dove il piede poggia incerto, cercando il terreno cosi profondamente compenetrato dall'acqua. Poi avevano esplorato le regioni tropicali : la Jamaica violenta nei colori, nei suoni ritmati come una pulsazione , nei sapori intensi dei frutti dalle dimensioni eccessive: una terra dove l'intensità delle sensazioni è vicina al dolore. Lo Yucatan e il Guatemala dove un messaggio indecifrabile e inquietante è stato deposto sulle pietre antiche, sotto forma di segni che nessuno sa interpretare.
E oggi prima di partire. Giumà guarda l'orologio: sono le 13 e 45. L' aereo p'artirà alle 15 e 30.
Bene, pensa Giumà, sono in tempo per un ultimo gelato. Afferra la valigia, saluta la madre, scende frettolosamente le scale e raggiunge la gelateria. Spinta la porta a vetri, entra nel negozio.
Loro Due siedono tranquilli come sempre, sorridono compiaciuti guardando la valigia di Giumà. "Cosa ti diamo oggi?" limone e cioccolato.", 'bene" sembra approvare lui.
Lei si alza, sceglie una coppetta fiorita, la riempie accuratamente, vi affonda il cucchiaino e la porge a Giumà.
Il sapore aspro del limone invade la bocca, la sensazione di fireddo si diffonde capillarmente. Ora è il cioccolato che dà energia.
Giumà pensa a quella sostanza che scende dentro di lui: diventerà sangue suo e resterà dentro anche quando sarà lontano. Che alchimia la biologia!
Guarda l'orologio. Cogliendo quel gesto come un segnale, Gianni gli si avvicina. Siede sullo sgabello di fianco al suo e poggiando i piedi a terra incomincia a muovere qua e là le lunghe gambe come se ci giocasse. Sbadiglia. Passa le dita sottili tra i capelli folti.
Anche Carla lascia il bancone : inforca dei piccoli occhiali come per mettere meglio a fuoco qualcosa. Estrae dalla tasca del grembiule candido un minuscolo dizionario di inglese: mentre lo porge a Giumà, Gianni chiede secco " Allora parti ?'. Ma è più un'affermaziorie che una domanda. "Si" risponde Giumà, prendendo il dizionario e aggiunge " Forse qualcuno sta nascendo da qualche parte. Voglio andare a vedere. "Bene " approvano i due.
Ora sono tutti e tre in silenzio. Giumà rigira tra le mani il dizionario. Vorrebbe dire qualcosa. Il cuore ha dei sobbalzi. Vorrebbe trovare le parole : apre il dizionario, cerca lì tra le pagine, ma gli occhi non vedono. Richiude. 
Qualcosa si muove dentro, preme goffamente per farsi strada. L'anima incontra la voce ed esce come un soffio di vento che passa tra le rocce 'Dobbiamo regalare un gallo ad Esculapio'
I due ragazzi lo guardano perplessi. Lo sguardo di Gianni si rabbuia per un istante. Poi i lineamenti si distendono : "tu chi saresti Socrate o il gallo spennacchiato? " La tensione svanisce.
"Non lo so ancora" risponde Giumà "o forse un po' dell'uno e un po' dell'altro". Ridono tutti e tre.
Carla e Gianni accompagnano , quasi sospingono Giumà verso la porta. Gli indicano solerti l'orologio. "Vai, Big Ben ha detto stop." Giumà apre il dizionario alla lettera T . Ecco una parola: "Thanks". Fa un cenno con la mano ed esce dalla porta a vetri , lasciandola aperta per metà. Tanto è il 22 marzo : primavera.

Questo racconto ha come protagonista un corpo riabitato da un Sé psichico capace di simbolizzare, di riflettere su di sé con ironia e umorismo, di introiettare l' esperienza sostituendo alla droga dei sensi una "droga" che ha senso, la terapia del Mercoledì. Il giovane corpo di Giumà sceglie una droga migliore e semmai usa i sensi, si avvale dei sapori per introiettare più che incorporare: perché il gelato si scioglie nella sua bocca ".e diventerà sangue suo" è vero, ma con consapevole piacere. Questa storia narra di Giumà verso il suo viaggio nella vita emotiva, verso l'età adulta. In essa si riconosce ciò che connotava le persone del gruppo e le rendeva uniche e diverse tra loro. Sarebbe troppo lungo però, qui, analizzare ogni frase o parola di questa sorta di sogno ad occhi aperti. Oppure interpretare in modo analitico le numerose simbologie ricorrenti in essa. Né farlo pensando alla storia passata della singola autrice. 
Vorrei che l'attenzione di chi legge il racconto, o ancor meglio lo ascolta ad occhi chiusi, si facesse colpire dalla forza creativa, dalla potenza vitale e dalla ritrovata tensione progettuale.
Per cui la mente riprende a funzionare. Il corpo si rivitalizza, senza il Lexotan. Perché come detto è riabitato più che riabilitato. Vive le emozioni dei cambiamenti, ne percepisce la paura. Ma non è disposto a rinunciare. 
Ritrova il piacere dell'umorismo, del gioco e dell'ironia.
E' proprio vero che un preconscio così concepito non ha bisogno di dormire.. 

* Il gruppo in questione è stato condotto da chi scrive con la partecipazione della Drssa. C.Gallinoni e con la metodica di conduzione del G.R.F. ideato da Zucca Alessandrelli.

BIBLIOGRAFIA

·L.Balestri, F. Borgogno (1979) "L' uso del sogno nella psicoterapia di gruppo" In Saggi di Psicoterapia di Gruppo a cura di F.Vanni
Boringhieri

·D. Anzieu (1981) Le groupe et l' incoscient. L' imaginaire groupal.
Dunod 

·R. Kaes (1994) Il Gruppo ed il Soggetto del Gruppo Borla 

·D. Lopez, L.Zorzi (1999) La Sapienza del Sogno Dunod 

·C. Zucca Alessandrelli (1998) "Come per magia. La ripresa delle funzioni" Gli Argonauti n.79.

·C. Zucca Alessandrelli (1999) " Un corpo per soggetto" Gli Argonauti n.83

·S. Corbella (2001) "Pensare e sognare di gruppo e in gruppo"
Comunicazione S.Corbella,G.Boria al Regional Mediterranean Conference of I.A.G.P. New Integration, Partnerships and Applications
Zara (Hr) 28 Ago-1Sett. 2001

·G. Boria (2001) " Pensare e sognare di gruppo e in gruppo" Comunicazione S.Corbella,G.Boria al RMC of IAGP Zara (HR) 

· Giannelli A., Zucca Alessandrelli C. (2001).'Terapie di gruppo: a nuove domande nuove risposte, Funzione Gamma, 6, http://www.funzionegamma.edu/magazine/mhome_ita.htm

· WG. Lawrence (2001) Il Social Dreaming Borla

·C. Zucca Alessandrelli (2001;2002) Gruppo per la ripresa delle funzioni (prima parte) Gli Argonauti n.91 gruppo per la ripresa delle funzioni (seconda parte) Gli Argonauti n.92

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