| Quando
pensiamo al corpo ed a un gruppo la mente ci rimanda ai corpi
delle persone che costituiscono il gruppo ma , soprattutto a noi
terapeuti, anche al "corpo gruppale" di Anzieu: il gruppo " come
bocca, come seno, come ventre, ma anche, nel registro della fantasmatica
persecutoria, il gruppo come macchina" ( cfr. Kaes).
Quando si dice corpo si pensa ai sintomi psichici che usano le
vie organiche, alle condizioni mediche ed ai traumatismi. Ma quando
si pensa al corpo bisogna a mio avviso riferirsi anche a quello
che è una sorta di non-pensiero ovvero un pensiero magico, onnipotente,
narcisista: un pensiero autarchico che non comunica e non si mette
in relazione con l' altro. Questo tipo di pensiero, tipico di
malesseri molto attuali come quelli legati al narcisismo ed alla
dipendenza, determina talora l' impressione al conduttore di gruppo
di essere calato in una dimensione dove il corpo con la sua onnipotenza
annichilisce la circolarità ed il fluire dei pensieri associativi,
la transindividualità, il Sé maturo di gruppo. ".La vita psichica
è morta..la carne viva è scomparsa dal suo involucro, resta soltanto
la trama." (Anzieu).
Parlare di un gruppo che fornisce questo vissuto controtransferale
è come parlare di sogni composti prevalentemente da simboli e
poveri di scene ovvero di quella creazione preconscia, il sogno
manifesto, che nei gruppi è così prolifica di immagini. Così nel
sogno manifesto si vive tutta la potenza relazionale intersoggettiva
dell' essere umano che nasce da un sognare in gruppo e di gruppo.
Il gruppo stesso si fonda sull' intersoggettività. Pertanto si
capisce l' importanza del sogno manifesto e delle attività preconsce
stimolate dall' interazione gruppale. Di quel preconscio superiore
che è potente creatore della parte manifesta dei sogni e motore
centrale della vita creativa come lo è per l' artista, il poeta,
il narratore, l' intuitivo.
Ci sono momenti della vita in cui per una serie di circostanze
della realtà possiamo abbassare le difese a volte ipercontrollanti
e ipercritiche che ci vengono indotte dall' incedere della vita
quotidiana. In quei momenti siamo disponibili a cogliere significati,
ad ascoltare i messaggi subliminali che ci provengono dalle nostre
integrazioni percettive. Sembrano momenti fatti di una magia particolare,
sembra un sogno ma è vita vera, come a volte facciamo fatica a
credere che alcuni sogni siano stati tali per molte ore del giorno.
Sono stati di veglia che Davide Lopez chiama "sogni attenuati".
Questi momenti sarebbero da attribuire a momenti di vita della
veglia da "ritenersi soddisfacenti".
Credo che la magia di questi momenti sia la magia di avere tutte
le varie componenti del nostro apparato psichico in comunicazione
armoniosa tra di loro. "E' il libero fluire tra conscio e preconscio
che rende sana la vita" scrive sempre Lopez. Egli ci ha sempre
ricordato l' importanza del preconscio nell' economia psichica
dell' individuo riconoscendo ad esso qualcosa di simile ad un
motore organizzatore e propulsivo.
Alcuni malesseri psichici appartenenti a molte delle patologie
psichiatriche descritte sino ad oggi sono costituite da un tipo
di attività mentale prevalente (pensiero ossessivo, ipercritico,
giudicante, pensiero dipendente-narcisista e via dicendo) che
porta alla perdita della capacità di sognare la vita.
".Il sogno proprio perché espressione della volontà di vivere,
si manifesta oltreche nel sonno anche nella veglia." (Lopez).
Il sogno esprimerebbe quindi la volontà di potenza di tutte le
strutture psichiche dell' individuo. "...E' una condizione ideale
per assimilare gradualmente il sapere del preconscio..per assimilare
ed avvicinarsi ai conflitti esistenziali..senza essere sopraffatti
e dover fuggire come nella veglia." (Lopez).
Pertanto lo stato sognante attenuato nella veglia sarebbe condizione
soddisfacente in quanto il preconscio si tiene vicino discreto
informatore della coscienza. L' essere umano appare cosi' potente
e capace di riconoscere affetti, emozioni, piaceri, gioie e dolori.
In sostanza capace di vivere la vita emotiva.
Si è assistito già da tempo ad una sempre maggiore rivalutazione
della componente manifesta del sogno, non soltanto nei gruppi.
Operazione peraltro già rivalutata in una certa fase del pensiero
di Freud. Già molti anni fa vari Autori hanno a proposito delineato
le differenze dei sogni narrati dai pazienti nel gruppo rispetto
a quelli osservabili in terapie individuali.
Archibald, Locke e Klein-Lipschutz parlano di sogni che rivelano
le dinamiche del gruppo già nel contenuto manifesto e del sostegno
che i pari offrono al ricordo dei sogni anche perché sarebbero
minori i processi di transfert sul solo terapeuta (Balestri, Borgogno).
La stessa tecnica del Social Dreaming presentata in Italia recentemente
da Gordon Lawrence ed utilizzata soprattutto in ambiti formativi
è l' ulteriore conferma del valore del sogno manifesto che in
quella particolare situazione ci informa sulla percezione dell'
ambiente e del sociale da parte dei soggetti. Ma credo che quel
modello ci informi anche di come il sogno in quanto tale permetta
la comunicazione tra soggetti che parlando attraverso il filtro
manifesto del sogno si aprono ad una circolazione associativa
ed energetica che "rimette in moto", che scioglie un po' la coscienza
sulla piastra scaldata del preconscio. A Samoa è abitudine raccontare
i propri sogni e condividerli con altri al fine di promuovere
soluzioni creative ai problemi sociali e aumentare l' interazione
sociale.
Goodall intravide in questo comportamento sociale una possibilità
di ".integrare anche la vita di sogno nella coscienza e nelle
responsabilità dei gruppi e dell' individuo" (cfr. Balestri, Borgogno).
Esiste anche una parte censoria del preconscio da ritenersi meno
importante di quanto non lo sia la componente creativa e propositiva:
il preconscio "è un agente organizzatore creativo dell' inconscio..è
un sé vivente che organizza la vita fantasmatica..ma anche quella
dei sogni .un preconscio così concepito non ha quindi bisogno
di dormire." (Lopez).
Ecco che possiamo allora immaginarci una seduta di gruppo che
non riesce a diventare un po' come un sognare e pensare di gruppo,
cioè a esercitare quella funzione che Corrao chiama gamma, che
riprende la funzione alfa di Bion e che è paragonabile, come ci
ricorda Corbella, "..alla reverie cioè alla continuità che esiste
tra mondo preconscio e stato di veglia". Secondo Lopez, come detto,
lo stato di veglia ideale è lo stato di sogno attenuato. Nell'
oscillare tra sogno e realtà noi possiamo trovare lo stato di
benessere e di creatività. Uno stato della psiche non troppo agganciato
all' iperrealtà e che non rinuncia quindi alla qualità del mondo
interiore che informa la coscienza e rende l'uomo attore intero
e non scisso del proprio operare nel mondo.
L' importanza della funzione del preconscio è oggigiorno valorizzata
anche da altri autori, tra cui Zucca Alessandrelli, in alcune
teorizzazioni che riguardano l' importanza del periodo della latenza
nello sviluppo umano . Cercando inoltre tecniche terapeutiche
che si dimostrino efficaci nel rinforzo dell' apparato psichico
proprio attraverso la stimolazione delle funzioni preconsce. Esse
si rafforzano in quel periodo dello sviluppo psichico che come
detto è la latenza e che precede la risessualizzazione.. Una buona
parte dei pazienti che oggi affollano i Servizi ad esempio sono
individui affetti dalla patologia della dipendenza: tossicomania,
anoressia/bulimia, apatia depressiva giovanile. Questi malesseri
".appartengono a quei disturbi il cui calco psicopatologico si
situa nelle problematiche narcisistiche ed in quelle della dipendenza.
Dipendenza da un oggetto sostitutivo divenuto troppo importante
per colmare la discontinuità tra il Sé e l'esterno, per riconoscersi,
in una sorta di fame e bramosia d'oggetto vitale per la vita della
persona. L'oggetto offre esperienze che si fondano più sulla sensorialità
autoriferita che non sullo scambio relazionale. Evidentemente
per una esperienza infantile dove poche erano le introiezioni
e molte le incorporazioni. La funzione introiettiva, sembra essere
stata carente e non permessa da un Sé mal delimitato e quindi
dall' assenza di un adeguato schermo protettivo, per cui ciò che
arriva dall' esterno è vissuto come pericoloso perché troppo eccitante
e quindi invasivo. In tal modo il corpo non può che divenire elemento
fondamentale dell' identità" (Zucca Alessandrelli 1999; A. Giannelli,
C. Zucca Alessandrelli 2001).
Il corpo diviene perno centrale su cui fa leva l' intera persona.
Spesso ipercurato in modo reattivo (fitness, trattamenti modellanti,
palestra, diete etc), ma anche danneggiato (doping, droghe, eccessi
alimentari, autolesionismi ). Il "corpo come soggetto" per dirla
come Zucca.
Al colloquio con queste persone emerge inevitabilmente un pensiero
prevalentemente autarchico, che non scambia, un pensiero che definirei
organicista. Pertanto un obbiettivo terapeutico primario del gruppo
dovrebbe essere quello di promuovere la crisi della forma prevalente
di pensiero imperniata sui propri sintomi, sul controllo delle
emozioni nel qui ed ora, sulla ricerca esasperata di gratificazioni
percettive e sensoriali. Ciò al fine di favorire il progressivo
abbandono del riferirsi al corpo come un unica fonte di identità
e quindi dell'aggrappamento all'oggetto divenuto assolutamente
indispensabile. Tale situazione iniziale la si trova nei tossicodipendenti
e nelle anoressiche in modo del tutto evidente e palese. Basti
pensare alla misurazione della dose o del peso per capire la centralità
dell' identità corporea nella psiche della persona. Le prime sedute
di gruppo non saranno quindi pervase dal pensare e sognare di
e in gruppo come processi, dal pensare e dal sognare come cose
".quasi sovrapponibili" (Corbella). La medesima difficoltà a metabolizzare
la vita affettiva e a sviluppare una identità che non sia basata
su una angosciosa ricerca di risposte esterne immediate, la possiamo
ritrovare anche in alcuni casi di personalità "come se".
Ricordo come nella prima seduta di un gruppo a tempo definito
da me condotto i pazienti si presentassero coi loro sintomi come
unici argomenti. Come se tutto si esaurisse nelle percezioni corporee
e nella immagine esterna offerta agli altri ed a cospetto degli
accadimenti della vita. Il riconoscimento della qualità emotiva
dell' esistenza appariva assai scarso per non dire nullo: un paziente
lasciò il gruppo dopo che uno di essi gli disse: "tu stai per
avere un attacco di panico, sei rosso in volto.". Il paziente
in questione si sentì colpito nel suo tallone di Achille, nella
sua vulnerabilità a causa di un Sé fragile: non venne più. Il
suo corpo era divenuto la sede di depositi psichici indigeriti,
ma era al tempo stesso l' unica leva su cui giuocare per rendersi
credibile. La paura di stare male era secondaria ad un bisogno
psichico onnipotente il cui conflitto trovava nel corpo, o nel
pensiero organicista, la sua unica possibilità di espressione
sintomatica.
Detto questo possiamo capire quindi l' importanza di quel gruppo
terapeutico adatto ad essere strumento che ridà forma e vita al
pensiero relazionale e comunicativo, allo scambio. Il corpo gruppale
può divenire allora meno angosciosamente avvolgente, i corpi nei
gruppi meno statici o, come avviene nello psicodramma (drama,
azione), le immagini che popolano il mondo interno dell' individuo
si esternalizzano e si concretizzano (Boria). Nel gruppo il pensiero
si può fare meno pesante e autocentrato, più libero dalle contratture
narcisistiche. Il pensare è di tutti.
Si può riprendere a sognare e a tradurre simbologie non più criptate.
Nei gruppi si possono sovrapporre sogni, racconti veri, pensieri
e immagini in uno stato di non angosciosa oscillazione tra realtà
e fantasie che sostituiscono i fantasmi e di ricordi che sostituiscono
fredde memorie. Il corpo sembra tornare ad essere abitato. Ad
un mio paziente dopo la seduta di gruppo veniva appetito. Il corpo
veniva avvertito di meno se non nelle piacevoli sensazioni a disposizione
della vita di relazione. La stessa inconscia fantasia del gruppo
come un corpo, un involucro, una macchina, può trasformarsi in
un personaggio simpatico ed umile, un po' timoroso, ma ricco di
umanità e voglia di vivere liberamente..
E' a questo proposito che vi riporto di seguito una sorta di sogno
ad occhi aperti scritto da una paziente dopo una esperienza di
gruppo a tempo definito. Si tratta in realtà di un racconto che
pare un sogno, di una narrazione che la paziente ha consegnato
a tutti i membri del gruppo quale viva testimonianza.
Flavia, la paziente, consegna questa creazione all' ultima seduta.
"Loro due" siamo noi, i conduttori del gruppo. Il nome ed il cognome
dell' immaginario personaggio nascono dalla abbreviazione dei
nomi di tutti i componenti dello stesso: "Giu-mà Bru-via-mino"
è quindi il gruppo divenuto personaggio*.
Questa è la storia fantastica. Si intitola "Per salutare Giumà
Bruviamino e Loro Due ".
Giumà è nella sua stanza. Siede sul letto appoggiando i piedi
al pavimento e i pugni sul materasso.
Gira gli occhi intorno quasi per valutare la distanza delle pareti;
i pantaloni troppo nuovi, indossati
per la prima volta, gli provocano un certo fàstidio, in parte
attenuato dal piacere per la vecchia
maglietta di cotone che profuma di pulito . Le scarpe sono comode,
calzate per stare in piedi a
lungo e camminare bene. Lo sguardo vaga ancora un po' intorno
e infine si dirige là: la valigia appoggiata sulla sedia sembra
attendere paziente.
Già da qualche giorno Giumà vi ha riposto tutto il necessario
per il viaggio. Il fiocco verde acquistato a quel mercatino di
quartiere lo aiuterà a sperare: un'iniezione di clorofilla contro
il grigiore sempre in agguato.
Un pezzetto di stoffa gialla. Giumà ricorda distintamente la sensazione
di quel paracadute solitario sceso volteggiando sul prato dal
cielo di ottobre; quello strappo secco della stoffa che aveva
lasciato una piccola parte di sé sul ramo di una pianta. Giumà
aveva raccolto quella stoffa come se fosse una gialla fàrfalla
ferita e palpitante e aveva sempre pensato che un giorno avrebbe
di nuovo volato.
La ginocchiera per tenere a bada la gamba che ogni tanto sembrava
dolorosamente volersi staccare da lui: bisognava averne cura,
tenerla insieme, non permetterle di disfarsi.
Un vasetto di acqua di mare (o erano lacrime?), trasparente anzi
forse: lucente come solo l'abbraccio del mare e dei pianto possono
essere.
Giumà elencava gli oggetti toccandoli ancora una volta per assicurarsi
della loro presenza.
Ma dov'è? Eccolo qui il fumetto preferito "Superfallix" non avrebbe
rinunciato a sfogliare quelle pagine cosi accuratamente disegnate
con inchiostro nero di china. Le avventure di un eroe sfigato,
la cui sfiga più grande era proprio dover essere un eroe. Quanto
lavoro su quelle pagine.
Per ultimo un piccolo strumento musicale. Giumà non riesce a ricordarne
il nome, ma sa che viene usato dagli aborigeni australiani nei
riti propiziatori : è fatto con un ramo di canna di bambù su cui
sono stati praticati dei piccoli intagli che, alla percussione,
provocano delle vibrazioni sonore.
Non manca nulla. L'etichetta applicata alla valigia reca in stampato
maiuscolo la scritta con il nome : Giumà Bruviamino. Poco sotto,
più in piccolo, l'indirizzo. E' rassicurante quell'etichetta:
semplici caratteri di scrittura impediranno che si perda. Anchè
se per qualche disguido o stranezza della sorte la valigia dovesse
finire dall'altra parte dei mondo quella esile traccia d'inchiostro,
come un filo d'Arianna come un cordone ombelicale mai reciso,
la riporterà da Giumà che ne ha bisogno.
E se invece della valigia fosse Giumà a smarrirsi?
Appunto, lo stesso : coi pretesto di rintracciare il proprietario
della valigia , qualcuno cercherà Giumà.
Dopo queste riflessioni , dovrebbe essere pronto. Eppure non riesce
a liberarsi dalla sgradevole sensazione che qualcosa manchi.
Mentre perplesso sta per chiudere la cerniera della valigia, annunciata
dallo scalpiccio delle ciabatte, sua madre entra nella stanza.
"Hai preso il Lexotan? lo interpella ansiosa".
Impertinente come sempre la risposta di Giulmà " Ma quale Lexotan
! lo sono immortale e onnipotente."
La madre lo guarda con aria di rassegnazione " A te ti manca un
lunedì caro !. Esce seguita dallo sguardo del figlio.
Giumà ha un istante di immobilità, poi scatta in piedi: ecco cosa
gli manca! Non un lunedi. ma un mercoledì, il suo mercoledì.
Da dieci mesi la merceria poco distante da casa. che sapeva di
merletti ammuffiti ed esponeva in vetrina nastri dai colori sbiaditi
o improbabili, ha chiuso. Al suo posto ha aperto la serranda una
gelateria artigianale: colori fireschi alle pareti, recipienti
come dolci culle per ospitare le gelide bontà. etichette che promettono
la riscoperta dei sapori genuini.
Giumà che è goloso, ma fatica ad ammetterlo, da dieci mesi, ogni
mercoledi si concede un'ora di pausa per gustare un gelato.
Al banco sono in due : lui, Gianni, un tipo alto e asciutto con
un sorriso che fiorisce improvviso come una sorpresa; lei, Carla,
una ragazza esile, dai capelli fuIvi: canticchia spesso melodie
andine, con una tonalità sommessa che però, a volte, ha dei tocchi
vibranti. Nel corso dei dieci mesi tra Giumà e i gelatai la consuetudine
di quel mercoledì aveva assunto un certo sapore di complicità.
Nel grigiore nebbioso dei pomeriggi invernali ( e chi lo dice
che il gelato sia buono solo in estate?)
Giumà entrava in gelateria, sceglieva accuratamente il gusto adatto
alla sua disposizione del momento e poi sedeva al banco di fronte
ai gestori.
Parlavano sempre di viaggi e insieme avevano mentalmente percorso
itinerari in terre lontane.
La fredda regione norvegese dove l'anima è afferrata dal timor
panico di perdersi tra quelle foreste dove aleggia lo spirito
dei Trolls e l'Urlo si materializza in una pittura straziante.
La regione finiandese dei Grandi Laghi, più quieta e piana, dove
il piede poggia incerto, cercando il terreno cosi profondamente
compenetrato dall'acqua. Poi avevano esplorato le regioni tropicali
: la Jamaica violenta nei colori, nei suoni ritmati come una pulsazione
, nei sapori intensi dei frutti dalle dimensioni eccessive: una
terra dove l'intensità delle sensazioni è vicina al dolore. Lo
Yucatan e il Guatemala dove un messaggio indecifrabile e inquietante
è stato deposto sulle pietre antiche, sotto forma di segni che
nessuno sa interpretare.
E oggi prima di partire. Giumà guarda l'orologio: sono le 13 e
45. L' aereo p'artirà alle 15 e 30.
Bene, pensa Giumà, sono in tempo per un ultimo gelato. Afferra
la valigia, saluta la madre, scende frettolosamente le scale e
raggiunge la gelateria. Spinta la porta a vetri, entra nel negozio.
Loro Due siedono tranquilli come sempre, sorridono compiaciuti
guardando la valigia di Giumà. "Cosa ti diamo oggi?" limone e
cioccolato.", 'bene" sembra approvare lui.
Lei si alza, sceglie una coppetta fiorita, la riempie accuratamente,
vi affonda il cucchiaino e la porge a Giumà.
Il sapore aspro del limone invade la bocca, la sensazione di fireddo
si diffonde capillarmente. Ora è il cioccolato che dà energia.
Giumà pensa a quella sostanza che scende dentro di lui: diventerà
sangue suo e resterà dentro anche quando sarà lontano. Che alchimia
la biologia!
Guarda l'orologio. Cogliendo quel gesto come un segnale, Gianni
gli si avvicina. Siede sullo sgabello di fianco al suo e poggiando
i piedi a terra incomincia a muovere qua e là le lunghe gambe
come se ci giocasse. Sbadiglia. Passa le dita sottili tra i capelli
folti.
Anche Carla lascia il bancone : inforca dei piccoli occhiali come
per mettere meglio a fuoco qualcosa. Estrae dalla tasca del grembiule
candido un minuscolo dizionario di inglese: mentre lo porge a
Giumà, Gianni chiede secco " Allora parti ?'. Ma è più un'affermaziorie
che una domanda. "Si" risponde Giumà, prendendo il dizionario
e aggiunge " Forse qualcuno sta nascendo da qualche parte. Voglio
andare a vedere. "Bene " approvano i due.
Ora sono tutti e tre in silenzio. Giumà rigira tra le mani il
dizionario. Vorrebbe dire qualcosa. Il cuore ha dei sobbalzi.
Vorrebbe trovare le parole : apre il dizionario, cerca lì tra
le pagine, ma gli occhi non vedono. Richiude.
Qualcosa si muove dentro, preme goffamente per farsi strada. L'anima
incontra la voce ed esce come un soffio di vento che passa tra
le rocce 'Dobbiamo regalare un gallo ad Esculapio'
I due ragazzi lo guardano perplessi. Lo sguardo di Gianni si rabbuia
per un istante. Poi i lineamenti si distendono : "tu chi saresti
Socrate o il gallo spennacchiato? " La tensione svanisce.
"Non lo so ancora" risponde Giumà "o forse un po' dell'uno e un
po' dell'altro". Ridono tutti e tre.
Carla e Gianni accompagnano , quasi sospingono Giumà verso la
porta. Gli indicano solerti l'orologio. "Vai, Big Ben ha detto
stop." Giumà apre il dizionario alla lettera T . Ecco una parola:
"Thanks". Fa un cenno con la mano ed esce dalla porta a vetri
, lasciandola aperta per metà. Tanto è il 22 marzo : primavera.
Questo racconto ha come protagonista un corpo riabitato da un
Sé psichico capace di simbolizzare, di riflettere su di sé con
ironia e umorismo, di introiettare l' esperienza sostituendo alla
droga dei sensi una "droga" che ha senso, la terapia del Mercoledì.
Il giovane corpo di Giumà sceglie una droga migliore e semmai
usa i sensi, si avvale dei sapori per introiettare più che incorporare:
perché il gelato si scioglie nella sua bocca ".e diventerà sangue
suo" è vero, ma con consapevole piacere. Questa storia narra di
Giumà verso il suo viaggio nella vita emotiva, verso l'età adulta.
In essa si riconosce ciò che connotava le persone del gruppo e
le rendeva uniche e diverse tra loro. Sarebbe troppo lungo però,
qui, analizzare ogni frase o parola di questa sorta di sogno ad
occhi aperti. Oppure interpretare in modo analitico le numerose
simbologie ricorrenti in essa. Né farlo pensando alla storia passata
della singola autrice.
Vorrei che l'attenzione di chi legge il racconto, o ancor meglio
lo ascolta ad occhi chiusi, si facesse colpire dalla forza creativa,
dalla potenza vitale e dalla ritrovata tensione progettuale.
Per cui la mente riprende a funzionare. Il corpo si rivitalizza,
senza il Lexotan. Perché come detto è riabitato più che riabilitato.
Vive le emozioni dei cambiamenti, ne percepisce la paura. Ma non
è disposto a rinunciare.
Ritrova il piacere dell'umorismo, del gioco e dell'ironia.
E' proprio vero che un preconscio così concepito non ha bisogno
di dormire..
* Il gruppo in questione è stato condotto da chi scrive con la
partecipazione della Drssa. C.Gallinoni e con la metodica di conduzione
del G.R.F. ideato da Zucca Alessandrelli.
BIBLIOGRAFIA
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di gruppo" In Saggi di Psicoterapia di Gruppo a cura di F.Vanni
Boringhieri
·D. Anzieu (1981) Le groupe et l' incoscient. L' imaginaire groupal.
Dunod
·R. Kaes (1994) Il Gruppo ed il Soggetto del Gruppo Borla
·D. Lopez, L.Zorzi (1999) La Sapienza del Sogno Dunod
·C. Zucca Alessandrelli (1998) "Come per magia. La ripresa delle
funzioni" Gli Argonauti n.79.
·C. Zucca Alessandrelli (1999) " Un corpo per soggetto" Gli Argonauti
n.83
·S. Corbella (2001) "Pensare e sognare di gruppo e in gruppo"
Comunicazione S.Corbella,G.Boria al Regional Mediterranean Conference
of I.A.G.P. New Integration, Partnerships and Applications
Zara (Hr) 28 Ago-1Sett. 2001
·G. Boria (2001) " Pensare e sognare di gruppo e in gruppo" Comunicazione
S.Corbella,G.Boria al RMC of IAGP Zara (HR)
· Giannelli A., Zucca Alessandrelli C. (2001).'Terapie di gruppo:
a nuove domande nuove risposte, Funzione Gamma, 6, http://www.funzionegamma.edu/magazine/mhome_ita.htm
· WG. Lawrence (2001) Il Social Dreaming Borla
·C. Zucca Alessandrelli (2001;2002) Gruppo per la ripresa delle
funzioni (prima parte) Gli Argonauti n.91 gruppo per la ripresa
delle funzioni (seconda parte) Gli Argonauti n.92
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