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"Prendere sul serio il gruppo equivale a prendere
sul serio il sociale, e quindi equivale a prendere
sul serio il politico"
FARHAD DALAL
1. Premessa
In che misura e in quale direzione le macrotrasformazioni socio-politiche
influenzano nel gruppo gruppoanalitico, sia la risonanza emotiva,
sia la struttura delle relazioni interpersonali di pazienti in
terapia?
Ci sembra, innanzitutto, opportuno individuare ed esplicitare
alcuni nodi che permettono di inquadrare la nostra riflessione
all'interno di una questione di particolare rilevanza, soprattutto
per la ricerca psicodinamica e cioè lo studio dell'interconnessione
tra mondo interno e mondo esterno.
Nel 1985 la casa editrice Routledge dà alle stampe il volume Using
groups to help people di Dorothy Stock Whitaker.
La pregevolezza del volume può essere considerata proprio nella
ricchezza di indicazioni operative che vengono date sul terreno
del counseling di gruppo, in particolare per ciò che attiene l'intervento
nei contesti di crisi sociale. Da qui la prima fondamentale novità:
quale rapporto è possibile costruire fra climi e contesti macrostrutturali,
fra trasformazioni socio-politiche e gruppo clinico? Come "risuona"
il gruppo gruppoanalitico a fronte dei cambiamenti all'interno
delle comunità?
Quando parliamo di comunità, con Stock Whitaker, intendiamo una
complessa sintesi, spesso conflittuale, di fattori psicologici:
uno spazio ed un tempo; ma anche un pensiero, una rete di organizzazioni
e istituzioni, un " sentire comune" collegato alla razza, alla
cultura, alla religione.
Un contesto che viene ampiamente scandagliato nel secondo evento
editoriale: la pubblicazione nel 1994 nella stessa collana del
primo volume organico sul rapporto fra fattori sociali e gruppoanalisi.
Curato da Dennis Brown e Louis Zinkin, The psyche and social world,
può essere considerato un testo "rivoluzionario" per la scelta
di affrontare e colmare uno spazio vuoto nell'ambito della stessa
riflessione psicologica.
La raccolta di saggi curata da Brown e Zinkin aggredisce il problema
e lo pone nella sua forte caratterizzazione: il gruppo, il suo
utilizzo in chiave analitica, il gruppo gruppoanalitico in particolare,
può rispondere alla necessaria sintesi fra mondo interno e realtà
esterna. Una scelta problematizzata, di recente, proprio da Earl
Hopper con il suo coraggioso recupero degli scritti di psicologia
sociale di Fromm e dei francofortesi. Ed ancor più resa pregnante
dallo sforzo di leggere le dinamiche politiche attraverso il modello
gruppale, ad esempio per ciò che attiene i conflitti sociali,
interetnici e intergruppali (Ettin, Filder, Cohen).
E siamo così al ponte fra questi volumi e la ricerca. Considerando
il gruppo analitico il luogo delle trasformazioni e del possibile
passaggio da una matrice di base coattiva e ripetitiva ad una
matrice dinamica capace di comprendere il campo e il futuro, abbiamo
formulato l'ipotesi che il gruppo analitico risuoni, a livello
emotivo/cognitivo, anche conseguentemente alle profonde trasformazioni
macrostrutturali. Per poter delimitare tali risonanze abbiamo
osservato sistematicamente, per circa un biennio, due gruppi di
terapia analitica per rilevare le influenze sui vissuti soggettivi
(in particolare i sogni) della presenza di forti cambiamenti o
crisi socio-politiche nazionali e/o internazionali (ad esempio
i fenomeni dell'immigrazione dal terzo mondo). Si è anche osservato
in modo sistematico come tali eventi abbiano influenzato le modalità
di disaggregazione e riaggregazione interpsichica e intrapsichica,
modalità che determinano nuovi e diversi modi di concepire, emozionalmente
e cognitivamente, i rapporti con l'Altro, con la diversità.
2. Una ricerca psicodinamica su gruppi e risonanze
Nel primo anno di osservazioni, attraverso una prima analisi qualitativa
dei protocolli di osservazione, di circa cinquanta sedute dei
gruppi analitici, abbiamo potuto verificare - in prima istanza
- come gli eventi e i cambiamenti a livello macrostrutturale abbiano
influenzato la matrice dinamica all'interno del gruppo analitico
facendo emergere quel livello del transpersonale che abbiamo definito
politico-ambientale, un livello fortemente connesso ai climi ambientali
che vengono attivati e/o riattivati dal processo di gruppo.
Questo primo risultato ha reso più esplicita l'ipotesi di sottoporre
ad una lettura "quantitativa" dei processi di cambiamento e di
riaggregazione nel gruppo analitico attraverso procedure di meta-analisi
dei protocolli, ma soprattutto ha permesso di analizzare - in
particolare nel secondo e nel terzo anno della ricerca - di analizzare
l'analisi della tolleranza emotiva al cambiamento e alla diversità
in un continuo confronto fra i pazienti e l'Alterità intersoggettiva,
un confronto che si è proposto in quanto capacità emotiva e cognitiva
di comprendere l'Altro e il Diverso che è in noi e fuori di noi.
Va anche sottolineato che in questo triennio i gruppi analitici
considerati hanno "attraversato", nei contesti in cui sono inseriti,
due evidenti trasformazioni macrostrutturali. La prima connessa
ai fenomeni di immigrazioni e di confronto con la stranierità,
sia all'interno della comunità che dei propri gruppi interni,
la seconda legata alle dinamiche del sentire mafioso, una modalità
di saturazione del pensiero attraverso codici monastici ed a-riflessivi
caratterizzante il transpersonale politico-ambientale in contesti
mafiosi, sentire mafioso profondamente modificato dalle stragi
del 1992, stragi che sono entrate prepotentemente nel setting
del gruppo analitico.
L'irrompere del politico nei setting psicoterapeutici, ci ha permesso
di approfondire alcuni nodi della psicodinamica delle relazioni
interpsichiche ed intrapsichiche, in particolare per quanto concerne
una teoria della mente a vertice gruppale e la stessa definizione
psicodinamica delle risonanze emozionali.
Il setting psicoterapeutico, in quanto spazio antropologicamente
fondato in cui si attualizzano le condizioni della sofferenza,
è lo spazio mentale in cui il paziente può rileggere la sua dinamica
emozionale di decostruzione di un pensiero saturo verso un pensiero
del cambiamento. Uno spazio in cui l'emozione è un farsi corpo
del pensiero, la possibilità di un transito della parola nelle
operazioni corporali: quella che abbiamo definito immozione.
Al contrario dell'emozione che rimanda ad un ex-movere, ad una
dimensione esterna del pensiero che si fa corpo, l'immozione rinvia
ad un in-movere, ad un movimento interno che gioca con l'ambivalenza
fra empatia ed implosione. Nell'immozione il soggetto identifica
il proprio Sé corporeo e lo propone al gruppo che lo condivide
in una possibilità di ridare significato alle emozioni complesse
ed alla dialogica di esse con l'organizzazione di un pensiero.
L'ecopoiesi delle immozioni riconduce la nostra riflessione sui
temi dell'irruzione del politico nel setting. Un'irruzione con
la quale la gruppoanalisi, in quanto scienza "normale", ha scelto
di confrontarsi.
Laddove l'irruzione è individuabile quello è il campo della personalità
rivoluzionaria.
Occupandosi di disturbi di personalità, Fromm ci propone di pensare
che la capacità di distaccarsi dagli avvenimenti e di leggerne
la psicodinamica non esclude il coinvolgimento che produce l'identificazione
con essi. Voler influenzare gli accadimenti ed esserne influenzati,
consiste in questo l'irrompere del politico nel setting gruppoanalitico,
il darsi di un io-corpo che si propone come terreno-spazio di
incontro e di ambivalenza (la dinamica resistenza-cambiamento).
In particolare nei gruppi allargati studiati in ambito anglosassone
da Hopper e Brown, la riflessione sulla dimensione politica e
sociale del paziente appare come legittima inclusione dell'esterno
in una dinamica che permetta al paziente stesso di approfondire
le dinamiche di intenzionamento e risonanza emozionale fra costruzioni
sociali e costruzioni di personalità.
Il setting gruppoanalitico non si presta soltanto alla conoscenza
del contributo dato dal sociale alla formazione della mente individuale,
ma anche al movimento opposto in cui la soggettività può confrontarsi
con il sociale, con un pensiero della polis che sia pensiero della
coesistenza e del dialogo con l'altro, con il valore della diversità.
Il pensiero politico non funziona da semplice organizzatore difensivo
dell'esistente, al contrario offre la possibilità di un pensiero
che guardi al futuro, che sia un pensiero utopico, poiché nell'assenza
del luogo il pensiero politico del gruppo è pensiero senza luogo,
privo di una referenzialità interna familiare, superamento della
stessa saturazione degli intenzionamenti. Il pensiero politico
dialoga con il cambiamento attraverso la dicotomia resistenza-trasformazione.
2.1 Il sogno invaso
Rivelatori di questi processi all'interno dei gruppi analitici
osservati possono essere considerati alcuni sogni che qui riportiamo
come testimonianza di tale irruzione, lasciando aperto il processo
di significazione.
a. Un'insegnante di trentacinque anni, siciliana, emigrante ritornata
al paese di origine, sogna di diventare leghista in terra di meridionali.
Nel suo sogno la Lega la"lega" con delle corde, strappandole una
rinuncia alla sua meridionalità, costruendo un miscuglio fra dolore
e piacere per l'identità perduta ("Non sarò più siciliana" commenta
la paziente).
b. Un docente palermitano sogna di emozionarsi ogni volta che
in televisione suonano l'inno di Mameli. Si sveglia poi angosciato
perché non riesce a ricordare nessuna parola di tale inno, né
tantomeno il motivo musicale che nella prima parte del sogno è
però assai diverso - somiglia più alla marsigliese - e che, invece,
tutti chiamano inno di Mameli.
b. G. F. sogna un gruppo che deve partire: «Una ragazza orientale
doveva darmi un vestito, tipo da guru indiano, ne aveva tanti,
doveva cercarlo, perdeva un'ora di tempo, io perdevo il pullman
e mi incavolavo. Andavo in cucina c'era la cuoca negra che non
voleva farmi entrare ed io la spingevo ed entravo lo stesso. Ci
sono questi elementi stranieri, il vestito orientale più bello
che mi doveva cercare: sono io che voglio cercarmi un vestito
più bello».
c. M. T. una signora di mezza età, sogna di essere in un ospedale,
poi a casa di un medico a spolverare accuratamente. Poi «uscivo,
c'era una porta aperta, c'era un letto con una donna mulatta semivestita
in una posizione eccitante. Mi veniva da ridere: io a spolverare.
Forse il peso familiare».
d. G. racconta al gruppo di aver sognato di essere uno zingaro.
Gli fa eco A., paziente da poco entrata nel gruppo, che ribadisce
di sentirsi stabilmente zingara nella sua famiglia.
Il doppio rappresentato da una psicologia della politica (psicodinamica
della polis e della negazione della polis nella guerra) appartiene
ai sogni che fanno da corollario all'angoscia collettiva in tema
di Bosnia, sogni assai diffusi fra i pazienti, da quando l'immaginario
collettivo si è appropriato di stragi e di guerre sanguinose.
Il sociale segna così un transpersonale politico-ambientale in
cui una psicologia del cambiamento si propone come spazio dinamico
in cui la perdita di sicurezza determinata dall'irrompere dell'Altro
nel proprio spazio mentale, permette una ricostruzione di processi
di identificazione. Un sistema coattivo in cui l'asse soggetto-politica
appartiene alla definizione stessa del gruppo ed alla sua possibilità
di porsi come il qui ed ora del cambiamento, in quanto gruppo
rivoluzionario - nella definizione di Fromm - in cui il micropolitico,
rappresentato dalla famiglia, può aprirsi al macropolitico, rappresentato
dall'ambiente sociale, un transito tutt'altro che morfogenetico,
quanto continuo proporsi di quello che abbiamo definito pensiero
nomade.
Come i nomadi del deserto, al movimento è costretta dall'avanzare
della sabbia, per questo lei è immobile in questo spostarsi, poiché
continua a restare sul confine del deserto stesso.
Quale scenario identifica la nostra ricerca? Quali connessioni?
Quali risvolti epistemologici e clinici?
Il percorso può essere sintetizzato in tre momenti: da un lato
ci occuperemo di individuare i nessi per una possibile definizione
di "mente politica", cioè di un pensiero politico e della polis
nella relazione clinica; poi approfondiremo il rapporto fra transpersonale
e contesto politico-ambientale; infine, daremo spazio all'insorgenza
nel gruppo clinico dell'immaginario sociale.
Il progetto di tale percorso ha a che fare con la necessità di
porre dei confini epistemologici alla nostra riflessione. Infatti,
ma la risposta è già esplicita, il nesso che tentiamo di consolidare
fra gruppo gruppoanalitico ed intervento nei nodi di crisi connessi
ad eventi sociali e politici, non vuole dilatare i codici di significazione
gruppoanalitici ai sistemi macrostrutturali, né, tantomeno, intervenire
nel gruppo gruppoanalitico con il patrimonio ormai consolidato
della psicologia di comunità o delle organizzazioni. Al contrario,
da qui il richiamo al volume di Stock Whitaker, ampliare la proposta
di una psicologia clinica di comunità che trovi nel gruppo lo
strumento ma anche il vertice di osservazione e di intervento.
In modo preliminare, del resto, va anche detto che la rivoluzione
copernicana proposta da Foulkes non riguarda solo la tecnica ma
soprattutto la possibilità di un pensiero altro del setting e
dell'intervento in esso. Il vertice gruppale diventa, così, un
modello di lettura delle relazioni e delle dinamiche interpsichiche
e intrapsichiche. Un vertice laico ed aperto agli sviluppi, piuttosto
che un contenitore rigido, ma non per questo privo di scientificità
e di coerenza. Ciò proprio a partire da una teoria della mente
e degli universi relazionali.
Infine, l'obiettivo epistemologico guarda ad un risultato clinico:
il necessario nuovo contesto a cui la gruppoanalisi guarda con
sempre maggiore interesse. I nodi della crisi ai quali facciamo
riferimento, infatti, non possono essere considerati se non nella
loro dinamica specie-specifica. Contesti di guerra, di violenza,
di genocidio, situazioni di coercizione di massa e di aree geografiche,
manipolazioni coattive dell'immaginario e delle relazioni, sono
realtà con le quali bisogna fare i conti, approntando nuovi strumenti
per leggerne la complessa struttura e per poter intervenire su
di essi.
Scrive Diego Napolitani in un saggio di qualche anno fa: «L'esistere
(.) potrebbe, in quanto esperienza, venire narrato come l'atto
del creare quel mondo che ti crea in quanto suo creatore. L'esserci
è dunque l'esito di un momento transizionale e trasformazionale,
di cui coglieremo gli eventuali possibili sviluppi quando parleremo
dell'ordine simbolico».
La capacità del soggetto di creare Umwelt è esplicitamente capacità
di trovare connettori fra aspetti organico-funzionali e ambiente
naturale, indicando in tali connettori gli operatori semantici
che permettono organizzazioni selettive e selezioni organizzative.
La mente, dunque, va considerata come un fatto, come una sequenza
di operazioni realizzate da un osservatore nei confronti del suo
stesso osservare.
Il dominio cognitivo dell'uomo, insiste ancora Napolitani, consiste
proprio in questa capacità di fare mondo, in questa modalità autopoietica
dell'organizzazione umana.
La dimensione autopoietica del fare mondo costruisce un network
di significazione fra relazione, mondo interno e universi contestuali.
Questa rete è una rete di significazione che si amplifica e si
modifica a partire dalla dimensione simbolopoietica che gli eventi
hanno all'interno di una mente in quanto fatto. È in questo senso
che possiamo articolare l'ipotesi di una mente politica, cioè
di una mente che si costruisce per successive organizzazioni e
declinazioni delle osservazioni sulle relazioni intersoggettive,
cioè sulla polis mentale in cui le relazioni hanno una loro significazione.
La mente politica rappresenta se stessa nella capacità di tollerare
la costante catastrofe simbolopoietica. Non a caso Napolitani
fa riferimento all'uso bioniano della catastrofe e, aggiungiamo
noi, seppur implicitamente, all'ipotesi di R. Thòm. In ambedue
gli autori, infatti, la catastrofe e la perdita di significazione
ed il costante evolversi della morfogenesi e dell'ontogenesi della
stessa capacità simbolopoietica.
La dimensione neotenica di tale flusso comunicativo fra mondo
interno e realtà esterna non fa che confermare la processualità
della configurazione simbolopoietica. La mente è politica, nella
misura in cui supera il vincolo biologico e si "estende", cartesianamente,
oltre i suoi stessi limiti. In questo senso, come scrive Diego
Napolitani, l'esserci «comprende un sistema senso-percettivo ed
una motricità secondo il paradigma dell'arco riflesso (.) non
può essere compreso da (o secondo) questi modelli» chiudendo così
lo stesso processo di simbolizzazione rispetto al quale la capacità
di dare significazione all'esistente è unidirezionale.
In conclusione, possiamo osservare come la natura simbolopoietica
della mente politica realizza la connessione fra un pensiero soggettivo
ed una soggettività multifocale in cui la relazione fra contesto
e capacità soggettiva di significazione diviene uno strumento
per leggere ed intervenire sugli eventi stessi. Le realtà macrostrutturali,
dunque, caratterizzano lo spostamento di investimenti emotivi
ma anche l'universo di segni e simboli che governano le relazioni,
proponendosi come matrici di significazione.
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