Mito Sogno e Gruppo

L'irrompere dei sogni politici nel gruppo gruppoanalitico
Franco Di Maria


"Prendere sul serio il gruppo equivale a prendere
sul serio il sociale, e quindi equivale a prendere
sul serio il politico"

FARHAD DALAL


1. Premessa
In che misura e in quale direzione le macrotrasformazioni socio-politiche influenzano nel gruppo gruppoanalitico, sia la risonanza emotiva, sia la struttura delle relazioni interpersonali di pazienti in terapia?
Ci sembra, innanzitutto, opportuno individuare ed esplicitare alcuni nodi che permettono di inquadrare la nostra riflessione all'interno di una questione di particolare rilevanza, soprattutto per la ricerca psicodinamica e cioè lo studio dell'interconnessione tra mondo interno e mondo esterno. 
Nel 1985 la casa editrice Routledge dà alle stampe il volume Using groups to help people di Dorothy Stock Whitaker.
La pregevolezza del volume può essere considerata proprio nella ricchezza di indicazioni operative che vengono date sul terreno del counseling di gruppo, in particolare per ciò che attiene l'intervento nei contesti di crisi sociale. Da qui la prima fondamentale novità: quale rapporto è possibile costruire fra climi e contesti macrostrutturali, fra trasformazioni socio-politiche e gruppo clinico? Come "risuona" il gruppo gruppoanalitico a fronte dei cambiamenti all'interno delle comunità?
Quando parliamo di comunità, con Stock Whitaker, intendiamo una complessa sintesi, spesso conflittuale, di fattori psicologici: uno spazio ed un tempo; ma anche un pensiero, una rete di organizzazioni e istituzioni, un " sentire comune" collegato alla razza, alla cultura, alla religione.
Un contesto che viene ampiamente scandagliato nel secondo evento editoriale: la pubblicazione nel 1994 nella stessa collana del primo volume organico sul rapporto fra fattori sociali e gruppoanalisi. Curato da Dennis Brown e Louis Zinkin, The psyche and social world, può essere considerato un testo "rivoluzionario" per la scelta di affrontare e colmare uno spazio vuoto nell'ambito della stessa riflessione psicologica.
La raccolta di saggi curata da Brown e Zinkin aggredisce il problema e lo pone nella sua forte caratterizzazione: il gruppo, il suo utilizzo in chiave analitica, il gruppo gruppoanalitico in particolare, può rispondere alla necessaria sintesi fra mondo interno e realtà esterna. Una scelta problematizzata, di recente, proprio da Earl Hopper con il suo coraggioso recupero degli scritti di psicologia sociale di Fromm e dei francofortesi. Ed ancor più resa pregnante dallo sforzo di leggere le dinamiche politiche attraverso il modello gruppale, ad esempio per ciò che attiene i conflitti sociali, interetnici e intergruppali (Ettin, Filder, Cohen).
E siamo così al ponte fra questi volumi e la ricerca. Considerando il gruppo analitico il luogo delle trasformazioni e del possibile passaggio da una matrice di base coattiva e ripetitiva ad una matrice dinamica capace di comprendere il campo e il futuro, abbiamo formulato l'ipotesi che il gruppo analitico risuoni, a livello emotivo/cognitivo, anche conseguentemente alle profonde trasformazioni macrostrutturali. Per poter delimitare tali risonanze abbiamo osservato sistematicamente, per circa un biennio, due gruppi di terapia analitica per rilevare le influenze sui vissuti soggettivi (in particolare i sogni) della presenza di forti cambiamenti o crisi socio-politiche nazionali e/o internazionali (ad esempio i fenomeni dell'immigrazione dal terzo mondo). Si è anche osservato in modo sistematico come tali eventi abbiano influenzato le modalità di disaggregazione e riaggregazione interpsichica e intrapsichica, modalità che determinano nuovi e diversi modi di concepire, emozionalmente e cognitivamente, i rapporti con l'Altro, con la diversità.

2. Una ricerca psicodinamica su gruppi e risonanze
Nel primo anno di osservazioni, attraverso una prima analisi qualitativa dei protocolli di osservazione, di circa cinquanta sedute dei gruppi analitici, abbiamo potuto verificare - in prima istanza - come gli eventi e i cambiamenti a livello macrostrutturale abbiano influenzato la matrice dinamica all'interno del gruppo analitico facendo emergere quel livello del transpersonale che abbiamo definito politico-ambientale, un livello fortemente connesso ai climi ambientali che vengono attivati e/o riattivati dal processo di gruppo.
Questo primo risultato ha reso più esplicita l'ipotesi di sottoporre ad una lettura "quantitativa" dei processi di cambiamento e di riaggregazione nel gruppo analitico attraverso procedure di meta-analisi dei protocolli, ma soprattutto ha permesso di analizzare - in particolare nel secondo e nel terzo anno della ricerca - di analizzare l'analisi della tolleranza emotiva al cambiamento e alla diversità in un continuo confronto fra i pazienti e l'Alterità intersoggettiva, un confronto che si è proposto in quanto capacità emotiva e cognitiva di comprendere l'Altro e il Diverso che è in noi e fuori di noi.
Va anche sottolineato che in questo triennio i gruppi analitici considerati hanno "attraversato", nei contesti in cui sono inseriti, due evidenti trasformazioni macrostrutturali. La prima connessa ai fenomeni di immigrazioni e di confronto con la stranierità, sia all'interno della comunità che dei propri gruppi interni, la seconda legata alle dinamiche del sentire mafioso, una modalità di saturazione del pensiero attraverso codici monastici ed a-riflessivi caratterizzante il transpersonale politico-ambientale in contesti mafiosi, sentire mafioso profondamente modificato dalle stragi del 1992, stragi che sono entrate prepotentemente nel setting del gruppo analitico.
L'irrompere del politico nei setting psicoterapeutici, ci ha permesso di approfondire alcuni nodi della psicodinamica delle relazioni interpsichiche ed intrapsichiche, in particolare per quanto concerne una teoria della mente a vertice gruppale e la stessa definizione psicodinamica delle risonanze emozionali.
Il setting psicoterapeutico, in quanto spazio antropologicamente fondato in cui si attualizzano le condizioni della sofferenza, è lo spazio mentale in cui il paziente può rileggere la sua dinamica emozionale di decostruzione di un pensiero saturo verso un pensiero del cambiamento. Uno spazio in cui l'emozione è un farsi corpo del pensiero, la possibilità di un transito della parola nelle operazioni corporali: quella che abbiamo definito immozione.
Al contrario dell'emozione che rimanda ad un ex-movere, ad una dimensione esterna del pensiero che si fa corpo, l'immozione rinvia ad un in-movere, ad un movimento interno che gioca con l'ambivalenza fra empatia ed implosione. Nell'immozione il soggetto identifica il proprio Sé corporeo e lo propone al gruppo che lo condivide in una possibilità di ridare significato alle emozioni complesse ed alla dialogica di esse con l'organizzazione di un pensiero. 
L'ecopoiesi delle immozioni riconduce la nostra riflessione sui temi dell'irruzione del politico nel setting. Un'irruzione con la quale la gruppoanalisi, in quanto scienza "normale", ha scelto di confrontarsi.
Laddove l'irruzione è individuabile quello è il campo della personalità rivoluzionaria.
Occupandosi di disturbi di personalità, Fromm ci propone di pensare che la capacità di distaccarsi dagli avvenimenti e di leggerne la psicodinamica non esclude il coinvolgimento che produce l'identificazione con essi. Voler influenzare gli accadimenti ed esserne influenzati, consiste in questo l'irrompere del politico nel setting gruppoanalitico, il darsi di un io-corpo che si propone come terreno-spazio di incontro e di ambivalenza (la dinamica resistenza-cambiamento). 
In particolare nei gruppi allargati studiati in ambito anglosassone da Hopper e Brown, la riflessione sulla dimensione politica e sociale del paziente appare come legittima inclusione dell'esterno in una dinamica che permetta al paziente stesso di approfondire le dinamiche di intenzionamento e risonanza emozionale fra costruzioni sociali e costruzioni di personalità.
Il setting gruppoanalitico non si presta soltanto alla conoscenza del contributo dato dal sociale alla formazione della mente individuale, ma anche al movimento opposto in cui la soggettività può confrontarsi con il sociale, con un pensiero della polis che sia pensiero della coesistenza e del dialogo con l'altro, con il valore della diversità.
Il pensiero politico non funziona da semplice organizzatore difensivo dell'esistente, al contrario offre la possibilità di un pensiero che guardi al futuro, che sia un pensiero utopico, poiché nell'assenza del luogo il pensiero politico del gruppo è pensiero senza luogo, privo di una referenzialità interna familiare, superamento della stessa saturazione degli intenzionamenti. Il pensiero politico dialoga con il cambiamento attraverso la dicotomia resistenza-trasformazione. 

2.1 Il sogno invaso
Rivelatori di questi processi all'interno dei gruppi analitici osservati possono essere considerati alcuni sogni che qui riportiamo come testimonianza di tale irruzione, lasciando aperto il processo di significazione.


a. Un'insegnante di trentacinque anni, siciliana, emigrante ritornata al paese di origine, sogna di diventare leghista in terra di meridionali. Nel suo sogno la Lega la"lega" con delle corde, strappandole una rinuncia alla sua meridionalità, costruendo un miscuglio fra dolore e piacere per l'identità perduta ("Non sarò più siciliana" commenta la paziente).

b. Un docente palermitano sogna di emozionarsi ogni volta che in televisione suonano l'inno di Mameli. Si sveglia poi angosciato perché non riesce a ricordare nessuna parola di tale inno, né tantomeno il motivo musicale che nella prima parte del sogno è però assai diverso - somiglia più alla marsigliese - e che, invece, tutti chiamano inno di Mameli.


b. G. F. sogna un gruppo che deve partire: «Una ragazza orientale doveva darmi un vestito, tipo da guru indiano, ne aveva tanti, doveva cercarlo, perdeva un'ora di tempo, io perdevo il pullman e mi incavolavo. Andavo in cucina c'era la cuoca negra che non voleva farmi entrare ed io la spingevo ed entravo lo stesso. Ci sono questi elementi stranieri, il vestito orientale più bello che mi doveva cercare: sono io che voglio cercarmi un vestito più bello».


c. M. T. una signora di mezza età, sogna di essere in un ospedale, poi a casa di un medico a spolverare accuratamente. Poi «uscivo, c'era una porta aperta, c'era un letto con una donna mulatta semivestita in una posizione eccitante. Mi veniva da ridere: io a spolverare. Forse il peso familiare».


d. G. racconta al gruppo di aver sognato di essere uno zingaro. Gli fa eco A., paziente da poco entrata nel gruppo, che ribadisce di sentirsi stabilmente zingara nella sua famiglia.

Il doppio rappresentato da una psicologia della politica (psicodinamica della polis e della negazione della polis nella guerra) appartiene ai sogni che fanno da corollario all'angoscia collettiva in tema di Bosnia, sogni assai diffusi fra i pazienti, da quando l'immaginario collettivo si è appropriato di stragi e di guerre sanguinose.
Il sociale segna così un transpersonale politico-ambientale in cui una psicologia del cambiamento si propone come spazio dinamico in cui la perdita di sicurezza determinata dall'irrompere dell'Altro nel proprio spazio mentale, permette una ricostruzione di processi di identificazione. Un sistema coattivo in cui l'asse soggetto-politica appartiene alla definizione stessa del gruppo ed alla sua possibilità di porsi come il qui ed ora del cambiamento, in quanto gruppo rivoluzionario - nella definizione di Fromm - in cui il micropolitico, rappresentato dalla famiglia, può aprirsi al macropolitico, rappresentato dall'ambiente sociale, un transito tutt'altro che morfogenetico, quanto continuo proporsi di quello che abbiamo definito pensiero nomade.
Come i nomadi del deserto, al movimento è costretta dall'avanzare della sabbia, per questo lei è immobile in questo spostarsi, poiché continua a restare sul confine del deserto stesso.
Quale scenario identifica la nostra ricerca? Quali connessioni? Quali risvolti epistemologici e clinici?
Il percorso può essere sintetizzato in tre momenti: da un lato ci occuperemo di individuare i nessi per una possibile definizione di "mente politica", cioè di un pensiero politico e della polis nella relazione clinica; poi approfondiremo il rapporto fra transpersonale e contesto politico-ambientale; infine, daremo spazio all'insorgenza nel gruppo clinico dell'immaginario sociale.
Il progetto di tale percorso ha a che fare con la necessità di porre dei confini epistemologici alla nostra riflessione. Infatti, ma la risposta è già esplicita, il nesso che tentiamo di consolidare fra gruppo gruppoanalitico ed intervento nei nodi di crisi connessi ad eventi sociali e politici, non vuole dilatare i codici di significazione gruppoanalitici ai sistemi macrostrutturali, né, tantomeno, intervenire nel gruppo gruppoanalitico con il patrimonio ormai consolidato della psicologia di comunità o delle organizzazioni. Al contrario, da qui il richiamo al volume di Stock Whitaker, ampliare la proposta di una psicologia clinica di comunità che trovi nel gruppo lo strumento ma anche il vertice di osservazione e di intervento.
In modo preliminare, del resto, va anche detto che la rivoluzione copernicana proposta da Foulkes non riguarda solo la tecnica ma soprattutto la possibilità di un pensiero altro del setting e dell'intervento in esso. Il vertice gruppale diventa, così, un modello di lettura delle relazioni e delle dinamiche interpsichiche e intrapsichiche. Un vertice laico ed aperto agli sviluppi, piuttosto che un contenitore rigido, ma non per questo privo di scientificità e di coerenza. Ciò proprio a partire da una teoria della mente e degli universi relazionali.
Infine, l'obiettivo epistemologico guarda ad un risultato clinico: il necessario nuovo contesto a cui la gruppoanalisi guarda con sempre maggiore interesse. I nodi della crisi ai quali facciamo riferimento, infatti, non possono essere considerati se non nella loro dinamica specie-specifica. Contesti di guerra, di violenza, di genocidio, situazioni di coercizione di massa e di aree geografiche, manipolazioni coattive dell'immaginario e delle relazioni, sono realtà con le quali bisogna fare i conti, approntando nuovi strumenti per leggerne la complessa struttura e per poter intervenire su di essi.
Scrive Diego Napolitani in un saggio di qualche anno fa: «L'esistere (.) potrebbe, in quanto esperienza, venire narrato come l'atto del creare quel mondo che ti crea in quanto suo creatore. L'esserci è dunque l'esito di un momento transizionale e trasformazionale, di cui coglieremo gli eventuali possibili sviluppi quando parleremo dell'ordine simbolico».
La capacità del soggetto di creare Umwelt è esplicitamente capacità di trovare connettori fra aspetti organico-funzionali e ambiente naturale, indicando in tali connettori gli operatori semantici che permettono organizzazioni selettive e selezioni organizzative. La mente, dunque, va considerata come un fatto, come una sequenza di operazioni realizzate da un osservatore nei confronti del suo stesso osservare.
Il dominio cognitivo dell'uomo, insiste ancora Napolitani, consiste proprio in questa capacità di fare mondo, in questa modalità autopoietica dell'organizzazione umana.
La dimensione autopoietica del fare mondo costruisce un network di significazione fra relazione, mondo interno e universi contestuali. Questa rete è una rete di significazione che si amplifica e si modifica a partire dalla dimensione simbolopoietica che gli eventi hanno all'interno di una mente in quanto fatto. È in questo senso che possiamo articolare l'ipotesi di una mente politica, cioè di una mente che si costruisce per successive organizzazioni e declinazioni delle osservazioni sulle relazioni intersoggettive, cioè sulla polis mentale in cui le relazioni hanno una loro significazione.
La mente politica rappresenta se stessa nella capacità di tollerare la costante catastrofe simbolopoietica. Non a caso Napolitani fa riferimento all'uso bioniano della catastrofe e, aggiungiamo noi, seppur implicitamente, all'ipotesi di R. Thòm. In ambedue gli autori, infatti, la catastrofe e la perdita di significazione ed il costante evolversi della morfogenesi e dell'ontogenesi della stessa capacità simbolopoietica.
La dimensione neotenica di tale flusso comunicativo fra mondo interno e realtà esterna non fa che confermare la processualità della configurazione simbolopoietica. La mente è politica, nella misura in cui supera il vincolo biologico e si "estende", cartesianamente, oltre i suoi stessi limiti. In questo senso, come scrive Diego Napolitani, l'esserci «comprende un sistema senso-percettivo ed una motricità secondo il paradigma dell'arco riflesso (.) non può essere compreso da (o secondo) questi modelli» chiudendo così lo stesso processo di simbolizzazione rispetto al quale la capacità di dare significazione all'esistente è unidirezionale.
In conclusione, possiamo osservare come la natura simbolopoietica della mente politica realizza la connessione fra un pensiero soggettivo ed una soggettività multifocale in cui la relazione fra contesto e capacità soggettiva di significazione diviene uno strumento per leggere ed intervenire sugli eventi stessi. Le realtà macrostrutturali, dunque, caratterizzano lo spostamento di investimenti emotivi ma anche l'universo di segni e simboli che governano le relazioni, proponendosi come matrici di significazione.

 

 

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