| Il
titolo che ho voluto dare a questo lavoro riprende forse una delle
più antiche metafore con cui l'uomo, da sempre, ha tentato di
esprimere e di dar voce ad una parte di quel magma emotivo profondo
che racchiude e miscela, assieme, le angosce e le paure più oscure
con i desideri di esplorazione e di ricerca del nuovo, che ogni
viaggio - ogni vita - sottende. Infatti, il mito del ritorno (che
implica, ovviamente, un primo tempo di andata) si snoda attraverso
tutte le culture e in ogni tempo.Odisseo ed Itaca sono certamente
espressione, all'interno della cultura occidentale, di un significante
universale.
Del resto, anche le fiabe popolari delle più diverse origini ripropongono
spesso il tema dell'eroe/migrante che, dopo aver superato le mille
prove e le molte peripezie che lo attendono nel corso del suo
viaggio, ritorna al paese ed è accolto e riconosciuto dalla propria
gente. Senza entrare nel merito della discussione che sul rapporto
tra mito/leggenda/fiaba ha visto impegnati molti nomi illustri
(Propp, Lèvi-Strauss, Calvino e altri), vorrei in questa sede
trattare questi concetti da un'ottica meno specialistica a livello
antropologico e più vicina alla mia visione psicoanalitica e psicoterapeutica.
Ricordo, mentre scrivo, le lezioni di Mauricio Abadi all'Università
di Buenos Aires. In un suo vecchio libro, credo non tradotto in
italiano "Renacimiento de Edipo"(1960) Abadi dice: "Ciò che, tra
le righe, ci raccontano i miti è la storia che, dai tempi dei
tempi, ogni bambino racconta a sé stesso ed ogni uomo, più tardi,
ascolta affascinato giacché avverte che qualcosa in apparenza
a lui esterna gli restituisce, con voce ancora riconoscibile,
un angolo dimenticato del proprio mondo interiore".
Più avanti, nel medesimo testo, Abadi si riferisce al mito e alle
leggende in termini di produzioni collettive che - come il sogno
per il singolo - rappresentano tentativi di elaborazione, a volte
allucinatori e mascherati, di desideri e di paure (fantasie inconsce)
che si agitano all'interno di ognuno degli individui che costituiscono
un popolo o una comunità.
Tuttavia, come prende forma questa produzione collettiva? Quali
passaggi, quali vie percorre? Come avviene la comunicazione tra
i soggetti "sognanti", creatori a loro insaputa di un oggetto
culturale che, a sua volta, contribuirà alla loro stessa costituzione?
Il mito è, per sua natura, proteiforme e molteplice: si ri-costruisce
e si ripete nei tempi in innumerevoli versioni ed interpretazioni,
che spesso coincidono, a volte in parte si somigliano, altre volte
contrastano; ed ogni poeta, ogni narratore, ogni ascoltatore ne
è partecipe e co-autore giacché il tema, la domanda e le emozioni
evocate dal mito risuonano in ciascuno. Il mito è anche, come
sappiamo, polifonico e polisemico.
La produzione di miti o mitopoiesi è una funzione della mente
affrontata da molti dei più autorevoli autori psicoanalitici.
Per Bion, ad esempio, i miti nascono per dare dei limiti, un'organizzazione
ed una comprensione a quelli che sono i fondamenti della vita
e delle relazioni per il perpetuarsi della specie: il non uccidere
i figli, il divieto dell'incesto, il limite dell'onnipotenza.
Più di recente, E. Granjon, nell'interrogarsi sui miti e le sofferenze
familiari, mette a punto alcune interessanti considerazioni sulla
funzione mitopoietica, considerandola una funzione trasformativa
ed elaborativa e sottolineando come la terapia psicoanalitica
gruppale possa facilitare "lo stabilirsi della mitopoiesi nel
gruppo terapeutico, favorendo la restaurazione dei legami, l'interfantasmatizzazione
e l'elaborazione fantasmatica individuale". Secondo la Granjon,
la valenza terapeutica di un gruppo ha luogo attraverso una funzione
mitopoietica capace di generare nuovi miti a partire da ciò che
è stato depositato nel qui ed ora del gruppo e/o di trasformare
alcuni racconti, scoprendo altri modi di raccontare, in base a
frammenti e tracce psichiche, in un processo associativo gruppale.
La comprensione di ciò che accade all'interno di un gruppo è,
tuttavia, uno degli argomenti di ricerca che più si è sviluppato
in ambito analitico durante gli ultimi anni e che, malgrado ciò,
offre tuttora moltissimi punti enigmatici ed irrisolti. E. Gaburri,
nel suo bel lavoro "Costellazioni oniriche e campo gruppale",
parla del gruppo come "insiemità" in cui il terapeuta e i pazienti
sono egualmente coinvolti, pur nella diversità dei ruoli e dove
"i pensieri non ancora pensati" sostano al di fuori della coscienza,
orientando la mentalità del gruppo. Dice Gaburri: "Come nel sociale
si avvicendano i miti, a segnalare i mutamenti delle circostanze,
della cultura e della mentalità di gruppo, così l'avvicendarsi
dei racconti onirici nei gruppi terapeutici segnala gli eventi
che producono nuovi significati. La narrazione onirica contiene
una prima approssimazione di senso, crea, modifica o distrugge
nessi e confini che facevano da cornice alla precedente mentalità.
Quando la funzione dell'analista è adeguatamente astinente ma
effettivamente in contatto col campo emotivo, a partire dall'evento
si attivano interazioni affettive capaci di ibridare vecchi pensieri.
Da queste ibridazioni si liberano emozioni agglutinate nella mentalità
del gruppo, le emozioni disperse possono riaggregarsi liberamente
ed evolvere in 'O'. Attraverso questi movimenti, l'evento di un
sogno raccontato da uno dei componenti è una potenziale matrice
di nuovi spazi di pensabilità per l'insieme del gruppo. I sogni,
dunque, costituiscono una prima traccia del percorso di esplorazione
della galassia dei pensieri non pensati."
Vorrei riprendere, a questo punto, lo specifico di questa mia
riflessione di oggi. Sono stata più volte in contatto con migranti,
di diverse origini e nazionalità, ho vissuto io stessa l'esperienza
dell'emigrazione e ho verificato di persona quanto il "sogno del
ritorno" sia una costante che pervade spesso tutta la vita di
una persona, attraversando anche più di una generazione. E, tuttavia,
questo sogno-mito non è di per sé associabile a qualcosa di patologico:
è, come sostenevo all'inizio, un universale che si riallaccia
all'eterna dialettica vita/morte di cui il viaggio è metafora.
Diventa, però, espressione di patologia nei casi in cui assume
caratteristiche rigide, immutabili, stereotipate, quando allontana
il soggetto dalla realtà che lo circonda, rendendolo incapace
di stabilire nuovi rapporti, nuovi investimenti affettivi ed impedendogli
di ricercare e di scoprire per la sua vita nuovi collegamenti
di senso.
Tale cristallizzazione estrema di vissuti difensivi può essere
osservata di frequente in comunità o gruppi omogenei di emigranti
di uguale provenienza, troppo chiuse in sé stesse, ancorate ad
abitudini, riti, tradizioni ed ideologie sorpassate, chiaramente
avulse sia dalla realtà del luogo che le circonda (che viene rifiutata
perché sentita estranea) sia dalla realtà del paese che hanno
lasciato, in quanto si mantengono ferme nel tempo senza alcuna
trasformazione né evoluzione. L'idea del ritorno perde in tal
modo quella qualità sognante e metaforica che potrebbe farne una
componente creativa dell'attività di pensiero sia di ciascuno
dei singoli soggetti che del gruppo o comunità nel suo insieme
ed è allora solo foriera di impoverimento individuale e collettivo
e/o di agiti catastrofici.
Proporrò adesso un breve scorcio clinico, per poterne discutere
insieme. In un gruppo terapeutico costituito da 5 persone - 3
donne e 2 uomini - ci sono 3 membri (oltre a me, terapeuta) che
hanno vissuto esperienze di migrazione:
- Antonella (di 38 a.) è nata in un paesino laziale, ha vissuto
a Chicago dai 5 ai 25 anni, rientrando poi in Italia insieme alla
sua famiglia. Attualmente è sposata con un italiano e ha un bambino
di 4 anni col quale comunica in inglese.
- Maria (di 44 a.) originaria di Napoli, è cresciuta in Alto Adige
fino ai 15 anni ed ha avuto grosse difficoltà relazionali e scolastiche
quando i genitori si sono poi definitivamente trasferiti a Roma.
- Paolo (di 49 a.) siciliano, ha conosciuto a Palermo la moglie,
romana, e l'ha seguita qui, dove abita ormai da 20 anni, sentendosi
frequentemente spaesato e fuori posto. E' in piena crisi coniugale.
Il gruppo funziona da circa 2 anni e non è stato costituito in
base a criteri che tenessero conto di queste particolari vicende;
non è, quindi, un "gruppo di emigranti". Tuttavia più volte sono
emersi nelle sedute vissuti, sogni o pensieri relativi a questo
tema. Riporto qui di seguito due sogni narrati in gruppo.
Il primo sogno è di Antonella: "Mi trovo ad una sfilata di moda,
sono contenta ed eccitata.poi cominciano a sfilare le modelle
e mi accorgo di essere modella anch'io e non più spettatrice,
ho un po' di paura ma mi piace il vestito che indosso e vado avanti.
Il pubblico applaude e io mi sento sicura. Ad un certo punto vedo
che in direzione contraria a quella di tutte noi e quindi come
se tornasse indietro c'è una modella di colore, che mi sembra
la Miss Italia nera di alcuni anni fa.Di colpo non so più in che
direzione devo andare, mi confondo, mi blocco e mi sveglio, piena
di angoscia".
Nel gruppo, che ha ascoltato con molto interesse, emergono spontaneamente
commenti ed associazioni relative alle esperienze passate di Antonella,
di cui lei ha spesso parlato, delle sue difficoltà quando era
a scuola e aveva la sensazione di essere discriminata ("come le
ragazze nere", secondo il suo dire). Antonella ricorda che il
"mito" dell'eleganza e della moda italiana era forte in famiglia,
alimentato specialmente dalla madre, che teneva moltissimo al
vestire e curava sempre ogni dettaglio dell'abbigliamento proprio
e delle figlie. Qualcuno fa notare che tuttora Antonella è sempre
a posto con trucco ed accessori fin troppo ricercati. Lei, a bassa
voce, risponde che invece non è mai veramente a posto giacché,
come nel sogno, molte volte le capita di confondersi, di non sapere
in che direzione andare: spesso pensa che vorrebbe tornare indietro,
in America, ma poi le viene in mente che quando era a Chicago
voleva tornare in Italia e allora si sente persa. C'è un attimo
di silenzio.
Maria interviene dicendo che capisce assai bene di cosa sta parlando
Antonella, sia per ciò che riguarda i luoghi che per i vestiti.
Lei, in Alto Adige, vestiva in modo molto sportivo e poi, a Roma,
si è trovata così a disagio.le altre ragazze sembravano molto
più femminili, non sapeva proprio come fare per abbinare, ad esempio,
una gonna con delle calze a rete e si sentiva invece molto meglio
con un paio di scarponi. Aggiunge che l'estate scorsa è tornata
a Bolzano e nel mettere in valigia i suoi indumenti montanari
si è commossa. Invece, quando va a Napoli a visitare i suoi parenti,
non le succede nulla di simile. forse, dice, sono diventata un
po' austriaca!
Seguono alcuni commenti che collegano il vestire con l'assetto
interno di ciascuno e con la difficoltà di poter riconoscere parti
di sé tanto quando si è da soli che quando si è con altri. La
seduta volge al termine e Paolo, che ne ha seguito con molta attenzione
l'andamento, contrariamente al suo solito resta in assoluto silenzio.
La volta seguente è Paolo quello che porta un breve sogno: "Ero
ad un convegno di studio con dei colleghi (Paolo è professore
di liceo) e avevo in mano un bicchiere di marsala. poi, invece,
sembrava che si dovesse ballare ed io ero un po' imbarazzato perché
non ero vestito nel modo giusto. Perciò restavo fermo. Volevo
posare il bicchiere da qualche parte e quindi avanzavo verso un
tavolo. Una ragazza mi viene incontro e mi dice che mi riconosce
dal modo di camminare. Sento una sensazione di benessere e mi
sveglio".
Le associazioni del gruppo e le sue proprie portano subito a dipanare
pensieri che si riallacciano alla seduta precedente, come se la
ragazza che gli veniva incontro e "lo riconosceva" fossero state
un po' sia Antonella che Maria, dando voce a vissuti per lui così
noti. Sentendo di condividere profondamente a livello emotivo
ciò che il gruppo sta affrontando, io aggiungo che sul tavolo
gruppale si possono forse "posare" emozioni e domande a cui cercare
insieme di dare senso. Il gruppo si anima, tutti partecipano.
Sergio (l'altro uomo del gruppo) dice che essere riconosciuti
dal modo di camminare è molto diverso dall'essere a posto perché
si è ben vestiti. Emergono pensieri che esprimono bisogni di rispecchiamento,
di identità e di appartenenza e ricordi che si ricollegano a possibili
(o impossibili?) ritorni. Dal "ritorno", inteso come spostamento
reale verso un luogo concreto, si passa poco a poco a significati
connessi a molti altri percorsi: spazi, persone e tempi della
mente, comuni nella loro essenza a ciascuno di noi. Mentre la
seduta procede in questo clima di scambio, mi torna in mente -
e penso che, in fondo, è forse valido per tutti - l'epilogo con
cui i Grinberg chiudono il loro saggio "Psicoanalisi dell'emigrazione
e dell'esilio": ".non si ritorna mai, si va sempre via".
Per concludere, un cenno tecnico. Ritengo, proprio per le ragioni
che ho esposto finora, che nell'ambito del lavoro terapeutico
svolto con immigrati sia molto più efficace l'utilizzo di un setting
costituito da un gruppo non omogeneo, dove le differenti esperienze
e provenienze permettano di interscambiare vissuti e ricordi in
parte simili e in parte diversi. In tal modo, attraverso la trama
intersoggettiva ed interdiscorsiva gruppale, arricchita di più
voci, è maggiormente possibile che lutti e paure, bisogni e desideri
vengano affrontati, aprendo spazi così, seppur faticosamente,
ad una nuova ed ogni volta inedita pensabilità.
Bibliografia
- Abadi M. (1960), Renacimiento de Edipo, Editorial Nova, Buenos
Aires.
- Bion W.R. (1963), Elementi della psicoanalisi, Armando, Roma,
1973.
- Del Guerra R.; Lucarelli D.; Strusberg S.; Post U. (2001), Mito
e diversità, in Interazioni, 1-2001/15, FrancoAngeli, Milano.
- Gaburri E. (1999), Costellazioni oniriche e campo gruppale,
relazione presentata al Convegno "Sogno e Gruppo", Università
"La Sapienza", Roma.
- Granjon E. (2000), Mitopoiesi e sofferenza familiare, in Interazioni,
1-2001/15, FrancoAngeli, Milano.
- Grinberg L. e R. (1984), Psicoanalisi dell'emigrazione e dell'esilio,
FrancoAngeli, Milano, 1990.
- Losi N. (2000), Vite altrove, Feltrinelli, Milano.
- Neri C. (1995), Gruppo, Borla Editore, Roma.
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