Mito Sogno e Gruppo

Sognare e pensare di gruppo: la nascita del mito
Silvia Corbella

Il considerare il gruppo e l'individuo come punti diversi di un continuum permette il superamento di una presunta dicotomia ontologica tra individuo e gruppo, dal momento che l'individualità specificamente umana può essere intesa in termini relazionali così che l'incontro tra più individui è anche un incontro tra più gruppalità. Nel divenire del lavoro terapeutico di gruppo gli aspetti intrapsichici si rendono comunicabili attraverso le interazioni che trasformano anche gli aspetti inconsci e arcaici della comunicazione in esperienze socialmente condivise; di converso, l'esperienza e la storia del gruppo divengono individualmente e internamente rappresentate, in uno scambio di reciproca trasformazione. In ambito psicoanalitico il mio riferimento privilegiato è costituito dai teorici delle relazioni oggettuali che, grazie al paradigma relazionale, sottolineano l'aspetto fondante dell'intersoggettività e quindi appunto delle relazioni oggettuali nella costituzione e nello sviluppo del Sé. All' interno della ricerca psicoanalitica vi è stato un passaggio di attenzione dalla scarica dell'istinto, fondamento del paradigma pulsionale, ai fenomeni di interazione. Oggi l'inconscio viene concepito in modo dinamico, non più crogiuolo di passioni ma " organizzazione che riflette i primi percorsi dello stare al mondo, comprese le esperienze interattive e identificatorie (.) La focalizzazione sull'interazione fa sì che nel parlare di conscio e inconscio, il riferimento a regioni o agenzie della mente passi in secondo piano rispetto a quello degli aspetti rappresentazionali del Sé, dell'altro e del Sé in interazione con l'altro"(Bordi 1998).
Il pensare ed il sognare nel processo gruppale si collocano all'interno della complessa dialettica individuo- gruppo ed hanno la possibilità di occupare sia le polarità estreme, dove il pensiero ed il sogno sono produzioni specifiche di tutto il gruppo o dell'individuo nel gruppo, sia i diversi punti del continuum che unisce le due polarità, in un costante gioco di interscambio potenzialmente evolutivo e creativo. E' dunque "naturale" che il racconto di un sogno nel gruppo divenga immediatamente costitutivo del pensiero gruppale. Infatti i costituenti del filo conduttore che costruiscono la trama del processo gruppale sono il preconscio e uno stato di coscienza differenziato da quello della quotidianità, dal cui incontro ed interazione vengono prodotti sia il sogno e le relative associazioni da parte di tutti i componenti nel gruppo, sia il pensiero di gruppo. Per quanto riguarda l'analisi del processo del sogno, sarà costante riferimento privilegiato il recente e illuminante lavoro di Lopez e Zorzi (1999) "La sapienza del sogno". In questo testo gli autori, utilizzando il paradigma della complementarità (paradigma che sappiamo essere fondante l'epistemologia gruppale) che essi denominano dell'et-et, in contrapposizione a quello dell'aut-aut, si impegnano ad integrare dialetticamente (ancora una volta ovviamente secondo la dialettica dei distinti e non degli opposti) le posizioni cliniche teoriche di Freud e di quegli autori che essi ritengono validi rappresentanti delle scuole di pensiero più significative nella ricerca sul sogno. Nel sogno gli autori riconoscono il "luogo" per eccellenza in cui il "nuovo" paradigma si mostra capace di rappresentare la realtà psichica in tutta la sua complessità; realtà psichica che proprio nel sogno e grazie ad esso può esprimersi e prendere forma. 
Nell'analizzare in modo estremamente puntuale tutti gli scritti di Freud sul sogno, partendo ovviamente dalla "Traumdeutung", Lopez e Zorzi sottolineano che, sebbene egli abbia aperto nuovi e fondamentali orizzonti nella comprensione del sogno, lo ha però ridotto a semplice strumento, negandogli un suo intrinseco valore e il suo essere forma specifica d'esperienza, ipervalutandone il contenuto latente e non valorizzando adeguatamente il contenuto manifesto, ritenuto mera distorsione e mistificazione. Viceversa per gli autori : " il contenuto manifesto, in quanto espressione del preconscio, contiene tutto il sogno, è il sogno stesso". 
All'interno della storia della psicoterapia di gruppo l'attenzione data fin dalle origini a ciò che accade nel qui e ora di ogni seduta, stimolando i partecipanti all'interazione, ha spostato l'interesse, anche per quanto riguarda il sogno, dalle dinamiche intrapsichiche al significato interpersonale sente nel contenuto manifesto Nel gruppo i pazienti sono "naturalmente" attenti al contenuto manifesto e associano su questo, e quindi ritengo che anche il terapeuta sia portato a co-sognare con il gruppo stimolato dal contenuto manifesto, a meno che egli non abbia indotto "a forza" la cultura dell'interpretazione del contenuto latente. "Nel lavoro col gruppo diventa ancora più evidente l'inutilità di ricercare un linguaggio latente nascosto dietro al linguaggio manifesto"(Gaburri-2000). Così il compito principale del terapeuta o degli altri membri del gruppo non è quello di essere autorevoli in materia di significati, ma piuttosto "di amplificare e delucidare i pattern di significati trasmessi dalle immagini del sogno" (Pines-1999). La possibilità di interpretare il contenuto latente non deve comunque essere eliminata, ma considerata nella logica dell'et-et e contestualizzata. L'importanza dell'interazione e delle associazioni dei singoli pazienti nel gruppo fa sì che spesso il sogno venga considerato come specchio del rapporto fra il sognatore ed il gruppo o addirittura della situazione gruppale del momento. Inoltre, a mio parere,7 il sognare ed il pensare nel gruppo sono risultanti da processi molto simili, in alcuni casi quasi sovrapponibili. È dunque 'naturale' che il racconto di un sogno nel gruppo analitico divenga immediatamente costitutivo del pensiero gruppale. Infatti i costituenti del filo conduttore che costruiscono la trama del processo gruppale sono il preconscio e uno stato di coscienza differenziato da quello della quotidianità, dal cui incontro ed interazione vengono prodotti sia il sogno (Lopez e Zorzi op.cit) e le relative associazioni da parte di tutti i componenti nel gruppo, sia il pensare di gruppo. 
In un gruppo che inizia il terapeuta dovrà fare propria la capacità di mediazione (specifica del soggetto sognante) fra stato di sonno e stato di veglia per poter far comprendere ai singoli membri (ancora legati ad una logica aristotelica razionalizzante dominata dal principio dell'aut-aut) nuove connessioni creative e trasformative che nel tempo costruiranno le fondamenta per lo specifico della cultura e del pensare di gruppo. Al contempo il terapeuta dovrà anche essere il primo portavoce della consapevolezza del preconscio superiore e cioè di quella "forma più complessa ed elevata di coscienza che oltrepassa e sintetizza a un livello superiore l'irrazionale con il razionale, il libidico-emotivo con la coscienza, la realtà esterna con quella interna" (Lopez-Zorzi). Ipotizzo che il pensiero specifico gruppale si venga costruendo attraverso un'alternanza e un'interazione di ruoli quali quello di sé sognante, di preconscio superiore e di coscienza. Questi ruoli vengono assunti nel tempo e nello spazio transizionale gruppale alternativamente dal terapeuta, dai singoli partecipanti e dal gruppo inteso come un tutto. Il terapeuta infatti, rappresentante di un sapere più complesso e articolato, dovrà prendersi cura con delicata attenzione della coscienza dei singoli partecipanti (che all'inizio del lavoro tende ad essere particolarmente vigile, perché alle prese con aspettative e timori), consapevole che la coscienza rappresenta un sistema fragile e inerme che compare per ultimo nella costituzione del Sé. Questo accade perché fin dalla prime sedute (dal momento che il partecipare ad un gruppo rende estremamente labili i confini dell'io e quindi modifica lo stato di coscienza dei singoli membri) le specificità del soggetto sognante ci riportano a caratteristiche analoghe a quel particolare stato di coscienza di cui ogni partecipante ad un gruppo è potenziale portatore. "Il sogno compie la trsformazione dell'io della veglia con la realtà fattuale , nel rapporto del sé sognante con la realtà virtuale , la cui essenza è predominantemente simbolica"(Lopez-Zorzi). Nel gruppo la realtà affrontata è spesso una sorta di realtà virtuale, un laboratorio protetto, dove il soggetto inizialmente si sente disorientato, e questo disorientamento non solo è ineludibile ma è positivo perché aiuta ad uscire dagli stereotipi razionalizzanti della coscienza della veglia. La capacità del sé sognante di mediare fra preconscio e coscienza è una potenzialità della mente umana, potenzialità che a mio parere viene assunta in momenti diversi da tutti i partecipanti al lavoro terapeutico di gruppo. Nel divenire del tempo ogni singolo partecipante, proprio come il sé sognante, arriverà anche ad acquisire le qualità derivanti dalla consapevolezza e dall'azione responsabile. La cultura condivisa nel gruppo infatti, dovrebbe essere caratterizzata da un pensiero nomade e insaturo, capace di mettere tra parentesi i pre-giudizi della coscienza. Mentre per i partecipanti la maggior permeabilità dei confini del loro io (che li rende disorientati e simili a soggetti sognanti) è un processo di gruppo di cui non hanno coscienza, per il terapeuta questa è un'operazione eseguita con consapevolezza che però nel corso del tempo diverrà un automatismo. Egli dovrà essere il primo portavoce della coscienza del soggetto sognante, capace di stupirsi e di commuoversi e di non avere pre-giudizi razionali saturanti; questo stimolerà la costituzione di una cultura e di un pensiero specifici e derivanti dall'essere in un gruppo terapeutico. Il conduttore dovrà, se necessario, anche essere capace di uscire dall'atmosfera dominante del pensare di gruppo per pensare 'da solo' in gruppo, quando sarà funzionale stimolare un movimento verso l'individuazione. Infatti nella vita di ognuno, come in quella del gruppo, è il libero fluire del gioco fra preconscio e coscienza della veglia e del sogno (che si esplicita anche nella catena associativa) che apre spazio alle potenzialità creative e trasformative.
La mia ipotesi (Corbella 2002) è dunque che il campo gruppale a volte si presenti come uno stato mentale complesso in cui interagiscono il preconscio superiore, la coscienza e l'io sognante. A seconda della situazione un membro del gruppo, il terapeuta o il gruppo intero si fanno portavoce del preconscio e dell'io sognante per la costruzione di un pensiero condiviso che medi con i bisogni e i limiti della coscienza di cui a turno altri membri sono portavoce.
Nel gruppo ciascun membro può modulare la propria partecipazione anche grazie a sedute in cui può mantenersi ascoltatore partecipe ma silenzioso, sedute in cui può permettersi di attingere di volta in volta al livello di esperienza che la sua coscienza è in grado di tollerare, grazie ad una cultura che si è formata nella storia di ogni gruppo terapeutico, attenta a rispettare i tempi di ciascun partecipante. Altre volte il campo gruppale funge da contenitore 'neutro' e stabile per la creazione di un pensiero di gruppo e- o in gruppo; il conduttore dovrà saper riconoscere e sostenere quei processi di pensiero che di volta in volta la situazione richiede per un procedere evolutivo. 
Il gruppo necessita che la mente del terapeuta si emancipi dai criteri di causalità e di intenzionalità logica a favore del concetto di contestualizzazione emotiva (Gaburri 2000), sviluppando al massimo le potenzialità di empatia e di fiducia nel preconscio. Preconscio che non ha nella formazione del sogno e, aggiungo io, del pensare di gruppo,solo una funzione censoria ma di sottile ironia (Lopez-Zorzi). Il valore dell'ironia diventa spesso parte integrante della cultura di gruppo che alla pesantezza della "seriosità" impara a contrapporre la profondità della leggerezza e la ricchezza della metafora, del linguaggio immaginifico.
Nel divenire del lavoro terapeutico l'affrontare i movimenti di separazione e di individuazione consente al gruppo nel suo insieme e ai singoli partecipanti la riattualizzazione di movimenti integrativi interrotti o solo parzialmente raggiunti che modificheranno anche la modalità di pensare e di relazionarsi agli altri, permettendo di accedere all'accettazione e a volte alla valorizzazione dell'ambivalenza. . Questo costituisce un passaggio fondamentale per superare la logica dicotomica dell'aut-aut a favore di quella della complementarità dell'et-et, per passare dalla intolleranza alla tolleranza intesa come apertura dialogica al diverso. In questo contesto il riattraversamento del conflitto edipico renderà sperimentabile in momenti diversi e con differente intensità quella che Lopez e Zorzi definiscono:
" una soluzione amichevole genital-personale del dramma edipico. Al posto del vecchio conflitto mortale vi è cortesia di rapporti. Questa soluzione implica che i conflitti intrapsichici tra ruoli violentemente contrapposti siano superati, cosicché vi sia una nuova armonia, solidarietà , e una ricomposizione di quella che una volta fu la triade edipica. I ruoli che compongono la triade sono diventati nel presente tre persone". 
Il gruppo permettendo ai singoli partecipanti di giocare in momenti differenti alternativamente i ruoli di figlio, madre e padre, facilita il riconoscimento della persona dietro alla maschera-ruolo.Questo comporta un movimento di individuazione che porta dal pensiero di gruppo al poter pensare in gruppo. La possibilità di assumersi la responsabilità del pensiero passa attraverso due momenti: un primo ineludibile momento di presa di distanza dal gruppo e dunque di accettazione della propria solitudine; un successivo momento di rinnovato accoglimento della propria appartenenza gruppale, che permette ed anzi stimola lo scambio di quanto individualmente pensato (Neri 1995). In alcuni casi in questa fase di individuazione si discute ancora di ruoli, di autoritarismo e di autorevolezza, di diritti e di doveri, di trasgressione e di colpa. Il tutto avviene in un clima di tolleranza. Si comprende che riconoscere i limiti dei genitori consente di accettare anche i propri, ma questo avviene con difficoltà; la colpa viene ogni tanto richiamata in causa per poter recuperare l'illusione di onnipotenza e di libertà totale, scevra da condizionamenti. La logica della responsabilità può sostituire quella della colpa solo quando si accetta la realtà del limite, e quando si raggiunge la consapevolezza che viviamo appunto in libertà limitata.
La consapevolezza dei limiti propri e di quelli altrui non porta però alla rassegnazione ma (nell'assunzione delle propria potenza che realisticamente a seconda delle situazioni sarà possibile esprimere) permette che il desiderio onnipotente si trasformi in volontà rigenerativa. 
La comunicazione fra diversi aspetti di sé nel divenire terapeutico diviene più fluida intaccando anche quella strutturazione rigida del Sé che spesso è la risultante di un trauma che ha segnato una discontinuità nello sviluppo del processo evolutivo. In tal modo si crea uno spazio per la memoria, che rende possibile il recupero del senso della continuità della propria storia esistenziale. Si comprende come l'aver cancellato il ricordo abbia portato ad una discontinuità nel senso di Sé; i ricordi che non sono potuti diventare esperienza vissuta hanno impedito il proseguimento del percorso evolutivo, creando un circolo vizioso desolante. Una volta recuperata la memoria che permette : " il recupero non solo della forza emotivo-libidica del passato , ma anche del sapere preconscio del sogno, si perviene ad una trasformazione del presente, ad un presente rigenerato"(Lopez-Zorzi) e allora e solo allora, paradossalmente, si può accedere anche all'oblio . A proposito di quanto appena riferito, vorrei portare a scopo esemplificativo sogni che offrono una soluzione a momenti di crisi che il gruppo sta attraversando e vengono assunti come miti di riferimento. Spesso questi sogni vengono riportato da pazienti in fine terapia e divenuti miti condivisi,verranno considerati pietre miliari, mattoni basilari fondanti la storia del gruppo che possono essere "partecipati" e rivisitati nei loro aspetto "sapienziali" anche dalle nuove generazioni.
Antonio, che per ragioni non dipendenti dalla sua volontà non aveva fatto in tempo a salutare la madre sul letto di morte, sogna di poterla assistere negli ultimi momenti e di ricevere da lei una carezza sul capo. Una carezza dolcissima, grata e benedicente che gli lascia al risveglio un sentimento di profonda dolcezza, serenità e al contempo malinconia.
Antonio, con quest'ultimo racconto al gruppo, diventa per tutti un modello della possibilità di riconciliazione con la propria storia. Il rapporto avuto da Antonio con la madre ha permesso a tutto il gruppo di comprendere che "se l'oggetto persecutore interno non viene modificato, immobilizza il soggetto in una esperienza passata che può solo essere rivissuta identica e non consente se non la ripetizione"(Meotti 1998) La possibilità della riparazione, a mio parere, deve attraversare la fine dell'onnipotenza e l'acquisizione del senso del limite. Solo questo può permettere di passare dal palleggiamento della colpa all'assunzione del senso di responsabilità.
Il lavoro di gruppo ha permesso ad Antonio di rivisitare il suo passato alla luce di nuove e rivitalizzanti esperienze che gli hanno offerto l'opportunità di riparare l'oggetto interno, aprendo uno spazio alle sue capacità creative. Tutto ciò gli ha consentito non solo di progettarsi un futuro diverso ma anche di modificare costruttivamente la memoria. Memoria che, non più pietrificata, può recuperare selettivamente i ricordi e può, finalmente, lasciare spazio all'oblio. Questo sogno è così diventato per tutto il gruppo un simbolo della possibilità del cambiamento e della possibilità di trasformazione positiva del passato, e quindi di un futuro libero dalla coazione. "La carezza della madre di Antonio" è divenuto nel gruppo un simbolo e una speranza, un mito.

Anna Rosa, in fine terapia, sogna che per vincere un concorso deve fare il seguente tema: " La vita e le cose da perdere" . Dopo un momento di smarrimento verrà aiutata a svolgere questo tema da un gruppo di persone che l'aiuteranno ad esprimersi non con parole, ma con disegni ed immagini.
Nella sua sintetica semplicità il racconto di questo sogno evidenzia a tutto il gruppo il percorso compiuto da Anna Maria, la sua difficoltà ad accettare i limiti dell'onnipotenza e il piacere della potenza. Sottolinea la faticosa acquisizione della consapevolezza che non si può avere tutto ma che insieme agli altri e al linguaggio immaginifico del sogno e del pensare di gruppo si possono affrontare e risolvere i problemi ed anche comprendere il valore costruttivo del limite.

Dagli esempi sopra riportati si evince come il sogno non sia un enunciato saturante ma viceversa si situi all'interno di un processo di trasformazione, possiamo così affermare che le produzioni oniriche anche nel piccolo gruppo possono essere considerate come delle icone simbolopoietiche, capaci di generare nuovi significati e valori, favorendo in tal modo lo sviluppo del processo creativo simbolico (Giovannini-Menarini,1999). La creatività diviene possibile anche grazie all'oblio, all'accettazione che bisogna "perdere delle cose " per liberare spazi e aperture verso il nuovo.
Grazie ai paradigmi della complessità e della complementarità che si fondano sulla logica della congiunzione alla fine di un approfondito lavoro terapeutico si può giungere alla "saggezza consapevole della persona"(Lopez-Zorzi) e mantenere la tensione verso questo ideale (che non si raggiunge mai una volta per tutte) come riferimento costante. 
"Il principio del piacere - dispiacere va tenuto in considerazione e non va , né disprezzato né assolutizzato, ma deve essere integrato e trasformato, al servizio del compito della costruzione di una vita superiore, dove l'interesse dell'individuo non sia in contrapposizione a quello dello sviluppo di una società più elevata, ma coincida con esso, proprio perché un individuo così concepito è sintesi di universalità e di individualità"( Lopez-Zorzi). 
Per mantenere la tensione verso questo ideale di Persona ci sarà sempre di aiuto, sia a livello individuale che sociale, la sapienza del sogno quando questa è sostenuta dal preconscio superiore. Vorrei concludere il discorso a proposito del racconto del sogno nel gruppo, sottolineandone l'aspetto apparentemente paradossale, e cioè che proprio il sogno che potrebbe sembrare una produzione specificamente "solitaria" dell'individuo, derivata dal suo mondo interno, ci permette di acquisire la consapevolezza della nostra costituzione relazionale e della molteplicità presente in ognuno. Del resto Pines (1999) ricorda che la storia dei sogni è antica e misteriosa e che i sogni medesimi sono stati usati per le profezie, per la divinazione, per accedere allo spirito del mondo e per estendere la nostra visione oltre i nostri limiti diurni. Si può dunque affermare che fin dalle origini alcuni sogni sono stati considerati potenzialmente funzionali alla collettività. In particolare una volta che si è costituito il lavoro di gruppo, il sognare sembra essere testimonianza e garanzia per il gruppo, per questo particolare microcosmo, "di essere il tutore effettivo dei beni gruppali e di poterne disporre in modo libero e originale e di poter fare nuovi investimenti sul gruppo e sulla sua capacità di costanza e di cambiamento" (S.Marinelli,1999). 
A questo proposito, con molto interesse ho partecipato a Milano all'esperienza di "Social Dreaming" condotta da Gordon Lawrence, la cui ricerca mi è parsa per certi aspetti congruente con il pensiero di Lopez e Zorzi e con il mio riflettere sul sognare e pensare di gruppo e in gruppo. 
Gordon Lawrence usa la matrice gruppale per formare a pensare partendo da sogni condivisi e ritiene che formare significhi mantenere uno spazio aperto per accogliere significati inaspettati, favorendo attraverso il racconto del sogno lo sviluppo di un pensiero che si costituisce per libere associazioni da parte di tutti i partecipanti ; questo mi pare avvallare il mio ritenere il sogno e il pensare di gruppo come derivanti da una stessa modalità di presentificarsi della funzione di quello che Lopez-Zorzi definiscono preconscio superiore.

Bibliografia

Bordi,S. (1998) La psicoanalisi alla fine del secolo: una rassegna .Lavoro presentato al
C.M.P. 
Corbella,S. (2002) Storie e luoghi del gruppo- In via di pubblicazione- Raffaello Cortina, Milano.
Gaburri, E.,(2000) Gruppo e sogno-Presentato al C.M.P. giugno 2000.
Giovannini, V., Menarini, R., (1999) Icone oniriche: costruzione di significato, valore e senso.
Atti Congresso Internazionale "Sogno e Gruppo", Roma, 4-5 giugno.
Lawrence,G.,W.(1988) Social Dreaming .Tr.it Borla, Roma 2001.
Lopez, D., Zorzi, L., (1999) La sapienza del sogno, Dunod, Milano.
Marinelli, S., (1999) La felicità di sognare, Atti Congresso Internazionale "Sogno e Gruppo",
Roma, 4-5 giugno.
Meotti,F., (1998) Lavoro presentato al C.M.P.
Neri, C., (1997) Gruppo, Borla, Roma.
Pines, M., (1999) I sogni sono personali o sociali?, Atti Congresso Internazionale "Sogno e
Gruppo", Roma, 4-5 giugno.
Pines, M (1998) Riflessioni circolari. Tr.it (2000) Borla, Roma.

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