| Il
considerare il gruppo e l'individuo come punti diversi di un continuum
permette il superamento di una presunta dicotomia ontologica tra
individuo e gruppo, dal momento che l'individualità specificamente
umana può essere intesa in termini relazionali così che l'incontro
tra più individui è anche un incontro tra più gruppalità. Nel
divenire del lavoro terapeutico di gruppo gli aspetti intrapsichici
si rendono comunicabili attraverso le interazioni che trasformano
anche gli aspetti inconsci e arcaici della comunicazione in esperienze
socialmente condivise; di converso, l'esperienza e la storia del
gruppo divengono individualmente e internamente rappresentate,
in uno scambio di reciproca trasformazione. In ambito psicoanalitico
il mio riferimento privilegiato è costituito dai teorici delle
relazioni oggettuali che, grazie al paradigma relazionale, sottolineano
l'aspetto fondante dell'intersoggettività e quindi appunto delle
relazioni oggettuali nella costituzione e nello sviluppo del Sé.
All' interno della ricerca psicoanalitica vi è stato un passaggio
di attenzione dalla scarica dell'istinto, fondamento del paradigma
pulsionale, ai fenomeni di interazione. Oggi l'inconscio viene
concepito in modo dinamico, non più crogiuolo di passioni ma "
organizzazione che riflette i primi percorsi dello stare al mondo,
comprese le esperienze interattive e identificatorie (.) La focalizzazione
sull'interazione fa sì che nel parlare di conscio e inconscio,
il riferimento a regioni o agenzie della mente passi in secondo
piano rispetto a quello degli aspetti rappresentazionali del Sé,
dell'altro e del Sé in interazione con l'altro"(Bordi 1998).
Il pensare ed il sognare nel processo gruppale si collocano all'interno
della complessa dialettica individuo- gruppo ed hanno la possibilità
di occupare sia le polarità estreme, dove il pensiero ed il sogno
sono produzioni specifiche di tutto il gruppo o dell'individuo
nel gruppo, sia i diversi punti del continuum che unisce le due
polarità, in un costante gioco di interscambio potenzialmente
evolutivo e creativo. E' dunque "naturale" che il racconto di
un sogno nel gruppo divenga immediatamente costitutivo del pensiero
gruppale. Infatti i costituenti del filo conduttore che costruiscono
la trama del processo gruppale sono il preconscio e uno stato
di coscienza differenziato da quello della quotidianità, dal cui
incontro ed interazione vengono prodotti sia il sogno e le relative
associazioni da parte di tutti i componenti nel gruppo, sia il
pensiero di gruppo. Per quanto riguarda l'analisi del processo
del sogno, sarà costante riferimento privilegiato il recente e
illuminante lavoro di Lopez e Zorzi (1999) "La sapienza del sogno".
In questo testo gli autori, utilizzando il paradigma della complementarità
(paradigma che sappiamo essere fondante l'epistemologia gruppale)
che essi denominano dell'et-et, in contrapposizione a quello dell'aut-aut,
si impegnano ad integrare dialetticamente (ancora una volta ovviamente
secondo la dialettica dei distinti e non degli opposti) le posizioni
cliniche teoriche di Freud e di quegli autori che essi ritengono
validi rappresentanti delle scuole di pensiero più significative
nella ricerca sul sogno. Nel sogno gli autori riconoscono il "luogo"
per eccellenza in cui il "nuovo" paradigma si mostra capace di
rappresentare la realtà psichica in tutta la sua complessità;
realtà psichica che proprio nel sogno e grazie ad esso può esprimersi
e prendere forma.
Nell'analizzare in modo estremamente puntuale tutti gli scritti
di Freud sul sogno, partendo ovviamente dalla "Traumdeutung",
Lopez e Zorzi sottolineano che, sebbene egli abbia aperto nuovi
e fondamentali orizzonti nella comprensione del sogno, lo ha però
ridotto a semplice strumento, negandogli un suo intrinseco valore
e il suo essere forma specifica d'esperienza, ipervalutandone
il contenuto latente e non valorizzando adeguatamente il contenuto
manifesto, ritenuto mera distorsione e mistificazione. Viceversa
per gli autori : " il contenuto manifesto, in quanto espressione
del preconscio, contiene tutto il sogno, è il sogno stesso".
All'interno della storia della psicoterapia di gruppo l'attenzione
data fin dalle origini a ciò che accade nel qui e ora di ogni
seduta, stimolando i partecipanti all'interazione, ha spostato
l'interesse, anche per quanto riguarda il sogno, dalle dinamiche
intrapsichiche al significato interpersonale sente nel contenuto
manifesto Nel gruppo i pazienti sono "naturalmente" attenti al
contenuto manifesto e associano su questo, e quindi ritengo che
anche il terapeuta sia portato a co-sognare con il gruppo stimolato
dal contenuto manifesto, a meno che egli non abbia indotto "a
forza" la cultura dell'interpretazione del contenuto latente.
"Nel lavoro col gruppo diventa ancora più evidente l'inutilità
di ricercare un linguaggio latente nascosto dietro al linguaggio
manifesto"(Gaburri-2000). Così il compito principale del terapeuta
o degli altri membri del gruppo non è quello di essere autorevoli
in materia di significati, ma piuttosto "di amplificare e delucidare
i pattern di significati trasmessi dalle immagini del sogno" (Pines-1999).
La possibilità di interpretare il contenuto latente non deve comunque
essere eliminata, ma considerata nella logica dell'et-et e contestualizzata.
L'importanza dell'interazione e delle associazioni dei singoli
pazienti nel gruppo fa sì che spesso il sogno venga considerato
come specchio del rapporto fra il sognatore ed il gruppo o addirittura
della situazione gruppale del momento. Inoltre, a mio parere,7
il sognare ed il pensare nel gruppo sono risultanti da processi
molto simili, in alcuni casi quasi sovrapponibili. È dunque 'naturale'
che il racconto di un sogno nel gruppo analitico divenga immediatamente
costitutivo del pensiero gruppale. Infatti i costituenti del filo
conduttore che costruiscono la trama del processo gruppale sono
il preconscio e uno stato di coscienza differenziato da quello
della quotidianità, dal cui incontro ed interazione vengono prodotti
sia il sogno (Lopez e Zorzi op.cit) e le relative associazioni
da parte di tutti i componenti nel gruppo, sia il pensare di gruppo.
In un gruppo che inizia il terapeuta dovrà fare propria la capacità
di mediazione (specifica del soggetto sognante) fra stato di sonno
e stato di veglia per poter far comprendere ai singoli membri
(ancora legati ad una logica aristotelica razionalizzante dominata
dal principio dell'aut-aut) nuove connessioni creative e trasformative
che nel tempo costruiranno le fondamenta per lo specifico della
cultura e del pensare di gruppo. Al contempo il terapeuta dovrà
anche essere il primo portavoce della consapevolezza del preconscio
superiore e cioè di quella "forma più complessa ed elevata di
coscienza che oltrepassa e sintetizza a un livello superiore l'irrazionale
con il razionale, il libidico-emotivo con la coscienza, la realtà
esterna con quella interna" (Lopez-Zorzi). Ipotizzo che il pensiero
specifico gruppale si venga costruendo attraverso un'alternanza
e un'interazione di ruoli quali quello di sé sognante, di preconscio
superiore e di coscienza. Questi ruoli vengono assunti nel tempo
e nello spazio transizionale gruppale alternativamente dal terapeuta,
dai singoli partecipanti e dal gruppo inteso come un tutto. Il
terapeuta infatti, rappresentante di un sapere più complesso e
articolato, dovrà prendersi cura con delicata attenzione della
coscienza dei singoli partecipanti (che all'inizio del lavoro
tende ad essere particolarmente vigile, perché alle prese con
aspettative e timori), consapevole che la coscienza rappresenta
un sistema fragile e inerme che compare per ultimo nella costituzione
del Sé. Questo accade perché fin dalla prime sedute (dal momento
che il partecipare ad un gruppo rende estremamente labili i confini
dell'io e quindi modifica lo stato di coscienza dei singoli membri)
le specificità del soggetto sognante ci riportano a caratteristiche
analoghe a quel particolare stato di coscienza di cui ogni partecipante
ad un gruppo è potenziale portatore. "Il sogno compie la trsformazione
dell'io della veglia con la realtà fattuale , nel rapporto del
sé sognante con la realtà virtuale , la cui essenza è predominantemente
simbolica"(Lopez-Zorzi). Nel gruppo la realtà affrontata è spesso
una sorta di realtà virtuale, un laboratorio protetto, dove il
soggetto inizialmente si sente disorientato, e questo disorientamento
non solo è ineludibile ma è positivo perché aiuta ad uscire dagli
stereotipi razionalizzanti della coscienza della veglia. La capacità
del sé sognante di mediare fra preconscio e coscienza è una potenzialità
della mente umana, potenzialità che a mio parere viene assunta
in momenti diversi da tutti i partecipanti al lavoro terapeutico
di gruppo. Nel divenire del tempo ogni singolo partecipante, proprio
come il sé sognante, arriverà anche ad acquisire le qualità derivanti
dalla consapevolezza e dall'azione responsabile. La cultura condivisa
nel gruppo infatti, dovrebbe essere caratterizzata da un pensiero
nomade e insaturo, capace di mettere tra parentesi i pre-giudizi
della coscienza. Mentre per i partecipanti la maggior permeabilità
dei confini del loro io (che li rende disorientati e simili a
soggetti sognanti) è un processo di gruppo di cui non hanno coscienza,
per il terapeuta questa è un'operazione eseguita con consapevolezza
che però nel corso del tempo diverrà un automatismo. Egli dovrà
essere il primo portavoce della coscienza del soggetto sognante,
capace di stupirsi e di commuoversi e di non avere pre-giudizi
razionali saturanti; questo stimolerà la costituzione di una cultura
e di un pensiero specifici e derivanti dall'essere in un gruppo
terapeutico. Il conduttore dovrà, se necessario, anche essere
capace di uscire dall'atmosfera dominante del pensare di gruppo
per pensare 'da solo' in gruppo, quando sarà funzionale stimolare
un movimento verso l'individuazione. Infatti nella vita di ognuno,
come in quella del gruppo, è il libero fluire del gioco fra preconscio
e coscienza della veglia e del sogno (che si esplicita anche nella
catena associativa) che apre spazio alle potenzialità creative
e trasformative.
La mia ipotesi (Corbella 2002) è dunque che il campo gruppale
a volte si presenti come uno stato mentale complesso in cui interagiscono
il preconscio superiore, la coscienza e l'io sognante. A seconda
della situazione un membro del gruppo, il terapeuta o il gruppo
intero si fanno portavoce del preconscio e dell'io sognante per
la costruzione di un pensiero condiviso che medi con i bisogni
e i limiti della coscienza di cui a turno altri membri sono portavoce.
Nel gruppo ciascun membro può modulare la propria partecipazione
anche grazie a sedute in cui può mantenersi ascoltatore partecipe
ma silenzioso, sedute in cui può permettersi di attingere di volta
in volta al livello di esperienza che la sua coscienza è in grado
di tollerare, grazie ad una cultura che si è formata nella storia
di ogni gruppo terapeutico, attenta a rispettare i tempi di ciascun
partecipante. Altre volte il campo gruppale funge da contenitore
'neutro' e stabile per la creazione di un pensiero di gruppo e-
o in gruppo; il conduttore dovrà saper riconoscere e sostenere
quei processi di pensiero che di volta in volta la situazione
richiede per un procedere evolutivo.
Il gruppo necessita che la mente del terapeuta si emancipi dai
criteri di causalità e di intenzionalità logica a favore del concetto
di contestualizzazione emotiva (Gaburri 2000), sviluppando al
massimo le potenzialità di empatia e di fiducia nel preconscio.
Preconscio che non ha nella formazione del sogno e, aggiungo io,
del pensare di gruppo,solo una funzione censoria ma di sottile
ironia (Lopez-Zorzi). Il valore dell'ironia diventa spesso parte
integrante della cultura di gruppo che alla pesantezza della "seriosità"
impara a contrapporre la profondità della leggerezza e la ricchezza
della metafora, del linguaggio immaginifico.
Nel divenire del lavoro terapeutico l'affrontare i movimenti di
separazione e di individuazione consente al gruppo nel suo insieme
e ai singoli partecipanti la riattualizzazione di movimenti integrativi
interrotti o solo parzialmente raggiunti che modificheranno anche
la modalità di pensare e di relazionarsi agli altri, permettendo
di accedere all'accettazione e a volte alla valorizzazione dell'ambivalenza.
. Questo costituisce un passaggio fondamentale per superare la
logica dicotomica dell'aut-aut a favore di quella della complementarità
dell'et-et, per passare dalla intolleranza alla tolleranza intesa
come apertura dialogica al diverso. In questo contesto il riattraversamento
del conflitto edipico renderà sperimentabile in momenti diversi
e con differente intensità quella che Lopez e Zorzi definiscono:
" una soluzione amichevole genital-personale del dramma edipico.
Al posto del vecchio conflitto mortale vi è cortesia di rapporti.
Questa soluzione implica che i conflitti intrapsichici tra ruoli
violentemente contrapposti siano superati, cosicché vi sia una
nuova armonia, solidarietà , e una ricomposizione di quella che
una volta fu la triade edipica. I ruoli che compongono la triade
sono diventati nel presente tre persone".
Il gruppo permettendo ai singoli partecipanti di giocare in momenti
differenti alternativamente i ruoli di figlio, madre e padre,
facilita il riconoscimento della persona dietro alla maschera-ruolo.Questo
comporta un movimento di individuazione che porta dal pensiero
di gruppo al poter pensare in gruppo. La possibilità di assumersi
la responsabilità del pensiero passa attraverso due momenti: un
primo ineludibile momento di presa di distanza dal gruppo e dunque
di accettazione della propria solitudine; un successivo momento
di rinnovato accoglimento della propria appartenenza gruppale,
che permette ed anzi stimola lo scambio di quanto individualmente
pensato (Neri 1995). In alcuni casi in questa fase di individuazione
si discute ancora di ruoli, di autoritarismo e di autorevolezza,
di diritti e di doveri, di trasgressione e di colpa. Il tutto
avviene in un clima di tolleranza. Si comprende che riconoscere
i limiti dei genitori consente di accettare anche i propri, ma
questo avviene con difficoltà; la colpa viene ogni tanto richiamata
in causa per poter recuperare l'illusione di onnipotenza e di
libertà totale, scevra da condizionamenti. La logica della responsabilità
può sostituire quella della colpa solo quando si accetta la realtà
del limite, e quando si raggiunge la consapevolezza che viviamo
appunto in libertà limitata.
La consapevolezza dei limiti propri e di quelli altrui non porta
però alla rassegnazione ma (nell'assunzione delle propria potenza
che realisticamente a seconda delle situazioni sarà possibile
esprimere) permette che il desiderio onnipotente si trasformi
in volontà rigenerativa.
La comunicazione fra diversi aspetti di sé nel divenire terapeutico
diviene più fluida intaccando anche quella strutturazione rigida
del Sé che spesso è la risultante di un trauma che ha segnato
una discontinuità nello sviluppo del processo evolutivo. In tal
modo si crea uno spazio per la memoria, che rende possibile il
recupero del senso della continuità della propria storia esistenziale.
Si comprende come l'aver cancellato il ricordo abbia portato ad
una discontinuità nel senso di Sé; i ricordi che non sono potuti
diventare esperienza vissuta hanno impedito il proseguimento del
percorso evolutivo, creando un circolo vizioso desolante. Una
volta recuperata la memoria che permette : " il recupero non solo
della forza emotivo-libidica del passato , ma anche del sapere
preconscio del sogno, si perviene ad una trasformazione del presente,
ad un presente rigenerato"(Lopez-Zorzi) e allora e solo allora,
paradossalmente, si può accedere anche all'oblio . A proposito
di quanto appena riferito, vorrei portare a scopo esemplificativo
sogni che offrono una soluzione a momenti di crisi che il gruppo
sta attraversando e vengono assunti come miti di riferimento.
Spesso questi sogni vengono riportato da pazienti in fine terapia
e divenuti miti condivisi,verranno considerati pietre miliari,
mattoni basilari fondanti la storia del gruppo che possono essere
"partecipati" e rivisitati nei loro aspetto "sapienziali" anche
dalle nuove generazioni.
Antonio, che per ragioni non dipendenti dalla sua volontà non
aveva fatto in tempo a salutare la madre sul letto di morte, sogna
di poterla assistere negli ultimi momenti e di ricevere da lei
una carezza sul capo. Una carezza dolcissima, grata e benedicente
che gli lascia al risveglio un sentimento di profonda dolcezza,
serenità e al contempo malinconia.
Antonio, con quest'ultimo racconto al gruppo, diventa per tutti
un modello della possibilità di riconciliazione con la propria
storia. Il rapporto avuto da Antonio con la madre ha permesso
a tutto il gruppo di comprendere che "se l'oggetto persecutore
interno non viene modificato, immobilizza il soggetto in una esperienza
passata che può solo essere rivissuta identica e non consente
se non la ripetizione"(Meotti 1998) La possibilità della riparazione,
a mio parere, deve attraversare la fine dell'onnipotenza e l'acquisizione
del senso del limite. Solo questo può permettere di passare dal
palleggiamento della colpa all'assunzione del senso di responsabilità.
Il lavoro di gruppo ha permesso ad Antonio di rivisitare il suo
passato alla luce di nuove e rivitalizzanti esperienze che gli
hanno offerto l'opportunità di riparare l'oggetto interno, aprendo
uno spazio alle sue capacità creative. Tutto ciò gli ha consentito
non solo di progettarsi un futuro diverso ma anche di modificare
costruttivamente la memoria. Memoria che, non più pietrificata,
può recuperare selettivamente i ricordi e può, finalmente, lasciare
spazio all'oblio. Questo sogno è così diventato per tutto il gruppo
un simbolo della possibilità del cambiamento e della possibilità
di trasformazione positiva del passato, e quindi di un futuro
libero dalla coazione. "La carezza della madre di Antonio" è divenuto
nel gruppo un simbolo e una speranza, un mito.
Anna Rosa, in fine terapia, sogna che per vincere un concorso
deve fare il seguente tema: " La vita e le cose da perdere" .
Dopo un momento di smarrimento verrà aiutata a svolgere questo
tema da un gruppo di persone che l'aiuteranno ad esprimersi non
con parole, ma con disegni ed immagini.
Nella sua sintetica semplicità il racconto di questo sogno evidenzia
a tutto il gruppo il percorso compiuto da Anna Maria, la sua difficoltà
ad accettare i limiti dell'onnipotenza e il piacere della potenza.
Sottolinea la faticosa acquisizione della consapevolezza che non
si può avere tutto ma che insieme agli altri e al linguaggio immaginifico
del sogno e del pensare di gruppo si possono affrontare e risolvere
i problemi ed anche comprendere il valore costruttivo del limite.
Dagli esempi sopra riportati si evince come il sogno non sia un
enunciato saturante ma viceversa si situi all'interno di un processo
di trasformazione, possiamo così affermare che le produzioni oniriche
anche nel piccolo gruppo possono essere considerate come delle
icone simbolopoietiche, capaci di generare nuovi significati e
valori, favorendo in tal modo lo sviluppo del processo creativo
simbolico (Giovannini-Menarini,1999). La creatività diviene possibile
anche grazie all'oblio, all'accettazione che bisogna "perdere
delle cose " per liberare spazi e aperture verso il nuovo.
Grazie ai paradigmi della complessità e della complementarità
che si fondano sulla logica della congiunzione alla fine di un
approfondito lavoro terapeutico si può giungere alla "saggezza
consapevole della persona"(Lopez-Zorzi) e mantenere la tensione
verso questo ideale (che non si raggiunge mai una volta per tutte)
come riferimento costante.
"Il principio del piacere - dispiacere va tenuto in considerazione
e non va , né disprezzato né assolutizzato, ma deve essere integrato
e trasformato, al servizio del compito della costruzione di una
vita superiore, dove l'interesse dell'individuo non sia in contrapposizione
a quello dello sviluppo di una società più elevata, ma coincida
con esso, proprio perché un individuo così concepito è sintesi
di universalità e di individualità"( Lopez-Zorzi).
Per mantenere la tensione verso questo ideale di Persona ci sarà
sempre di aiuto, sia a livello individuale che sociale, la sapienza
del sogno quando questa è sostenuta dal preconscio superiore.
Vorrei concludere il discorso a proposito del racconto del sogno
nel gruppo, sottolineandone l'aspetto apparentemente paradossale,
e cioè che proprio il sogno che potrebbe sembrare una produzione
specificamente "solitaria" dell'individuo, derivata dal suo mondo
interno, ci permette di acquisire la consapevolezza della nostra
costituzione relazionale e della molteplicità presente in ognuno.
Del resto Pines (1999) ricorda che la storia dei sogni è antica
e misteriosa e che i sogni medesimi sono stati usati per le profezie,
per la divinazione, per accedere allo spirito del mondo e per
estendere la nostra visione oltre i nostri limiti diurni. Si può
dunque affermare che fin dalle origini alcuni sogni sono stati
considerati potenzialmente funzionali alla collettività. In particolare
una volta che si è costituito il lavoro di gruppo, il sognare
sembra essere testimonianza e garanzia per il gruppo, per questo
particolare microcosmo, "di essere il tutore effettivo dei beni
gruppali e di poterne disporre in modo libero e originale e di
poter fare nuovi investimenti sul gruppo e sulla sua capacità
di costanza e di cambiamento" (S.Marinelli,1999).
A questo proposito, con molto interesse ho partecipato a Milano
all'esperienza di "Social Dreaming" condotta da Gordon Lawrence,
la cui ricerca mi è parsa per certi aspetti congruente con il
pensiero di Lopez e Zorzi e con il mio riflettere sul sognare
e pensare di gruppo e in gruppo.
Gordon Lawrence usa la matrice gruppale per formare a pensare
partendo da sogni condivisi e ritiene che formare significhi mantenere
uno spazio aperto per accogliere significati inaspettati, favorendo
attraverso il racconto del sogno lo sviluppo di un pensiero che
si costituisce per libere associazioni da parte di tutti i partecipanti
; questo mi pare avvallare il mio ritenere il sogno e il pensare
di gruppo come derivanti da una stessa modalità di presentificarsi
della funzione di quello che Lopez-Zorzi definiscono preconscio
superiore.
Bibliografia
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Marinelli, S., (1999) La felicità di sognare, Atti Congresso Internazionale
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Roma, 4-5 giugno.
Meotti,F., (1998) Lavoro presentato al C.M.P.
Neri, C., (1997) Gruppo, Borla, Roma.
Pines, M., (1999) I sogni sono personali o sociali?, Atti Congresso
Internazionale "Sogno e
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Pines, M (1998) Riflessioni circolari. Tr.it (2000) Borla, Roma.
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