| L'indagine
sul sogno e lo studio dei miti si prestano ad essere il filo rosso
che esplora le radici più profonde della storia dell'umanità.
Mancia (1987) osserva come il sogno ed i miti abbiano fatto parte,
dall'inizio della civiltà ai nostri giorni, di sistemi di credenze
ed abbiano partecipato alla fondazione di norme che hanno regolato
la vita fantastica e reale degli uomini, nel rapporto con gli
altri uomini e con la divinità, e nella fondazione delle istituzioni.
Le istituzioni sono diventate poi, come evidenzia Kaes (1988),
lo sfondo implicito della nostra vita psichica, lo zoccolo culturale
complementare alla roccia biologica su cui poggia lo spazio della
psiche, assicurando la continuità della vita, i suoi incastri
biologici, sociali, politici, religiosi, culturali.
Mito e Sogno appaiono ad Abraham ( ) fondati sull'appagamento
del desiderio; mentre il sogno è l'appagamento di un desiderio
proveniente dalla vita psichica infantile, il Mito avrebbe la
funzione di appagamento dei desideri più antichi dei popoli. Lo
stesso Abraham ( ) evidenzia anche come dal Mito di Prometeo,
"il provvido", i popoli monoteistici, attraverso un processo di
rimozione, siano giunti a subordinarsi al Dio come creatore: l'uomo
desidera per se stesso una "provvidenza" e proietta questo desiderio
nel cielo, là deve risiederebbe un padre che provvede appunto
a tutti gli uomini. Anche il culto della Madonna appaga la fantasia
di una madre che si prenda cura e stia accanto al figlio in tutte
le traversie.
Kereny (1952) osserva che se possiamo assumere che il Mito di
Edipo si riferisca a qualcosa che in antichità è realmente accaduto,
tutti gli altri Miti, i racconti intorno agli dei e agli eroi,
ci appaiono veri solo se li consideriamo espressione di una verità
umana. Gli dei della Mitologia, rivestiti di qualità umane, rappresentano
e raccontano infatti quegli elementi che gli uomini non erano
ancora in grado di osservare coscientemente in se stessi. Per
questo motivo egli adopera il termine "Mitologia" per esprimere
meglio il legame del Mito con la sua narrazione; e come ogni espressione
narrativa, il racconto di un Mito consente al narratore, in qualche
misura, di modificarlo.
Adorno (1952) sottolinea come sia stata l'introduzione della funzione
narrativa e della dimensione estetica che ha trasformato la Mitologia
in arte epica o lirica ed ha prodotto l'affiancamento dell'inconscio
al conscio: da allora un poeta sceglie un dio come oggetto della
sua opera perchè è inconsciamente legato ad esso, e attraverso
il mito prescelto offre la propria scena interiore.
I miti, così come i penseri onirici e i sogni e tutto ciò che
si esprime in termini narrativi, vengono collocati da Bion (1962)
nella riga C della sua Griglia (Grid). In "Cogitations", egli
(1987) considera (p.109) il sogno un modo per conseguire sia l'evasione
dalla frustrazione sia la sua modificazione, poichè il sogno contiene
ed al tempo stesso manifesta le tensioni dolorose (p.59).
Noi riteniamo che il Mito, nei diversi contesti in cui viene prodotto,
possa assolvere una funzione analoga ed aiutare a gestire tensioni
dolorose evitando o modificando le frustrazioni; è quanto cercheremo
di evidenziare in questo contributo a partire dall'esperienza
di supervisione ai gruppi istituzionali.
Ancora Bion (1987, p. 65) considera la mente umana come un "intestino"
e il sogno come un prodotto dei processi digestivi mentali; e
proprio come nelle funzioni intestinali, la digestione (il lavoro-del-sogno-alfa)
(alpha-function) ed il sogno come suo prodotto finale, possono
raggiungere scopi affatto dissimili.
Per Bion (1987, p. 61, p. 67) il lavoro-del-sogno-alfa è un lavoro
di trasformazione del materiale sensoriale-emotivo, una sorta
di funzione metabolica attraverso cui il materiale del sogno puo'
essere compattato e immagazzinato (più modernamente, ma non più
elegantemente, potremmo dire "zippato), andando a costituire i
contenuti di cio' che chiamiamo memoria e che presuppone la possibilità
di disporre di un materiale che può essere richiamato alla mente.
In altri casi però il lavoro-del sogno-alfa s'inceppa e il materiale
sensoriale-emotivo non subisce questi processi trasformativi ma
viene proiettato in modo identificativo in una immagine visiva
che ha il compito di evacuare l'emozione-evento con un meccanismo
di tipo allucinatorio.
Nella versione positiva del lavoro-del-sogno-alfa la massa amorfa
degli elementi beta (beta elements) sensoriali-affettivi non collegati
e tantomeno differenziati viene sottoposta ad primo momento di
contenimento (containing) (contenitore-contenuto) (container-contained),
cui segue un secondo passaggio trasformativo che consente al materiale
pre-comunicabile di acquisire un livello di integrazione (PS-D).
Con questo secondo passaggio il materiale conscio ed inconscio
viene sottoposto ad una trasformazione da una posizione più frammentata
(PS) ad una posizione più integrata (D). Esso viene reso così
più indoneo all'immagazzinamento.
Interviene infine la narrazione del sogno, attraverso cui si affaccia
anche il tentativo di aggiungere senso comune o di legare un senso
ad un altro, introducendo una logica o un certo grado di coerenza
tra gli elementi (Bion, 1987, p.76).
Se contenimento e integrazione vanno a buon fine, il lavoro-del-sogno-alfa
compie la sua trasformazione della massa sensoriale-emotiva e
il sogno acquista qualita' tali da rendere immagazzinabili e comunicabili
le esperienze mentali che contiene. Potremmo dunque sintetizzare
questo processo trasformativo in questo modo: beta>[(contenitore-contenuto)
(PS-D)] > alfa.
Nella versione negativa, per un'alterazione delle funzioni di
contenimento della massa sensoriale-emotiva (contenitore-contenuto),
che può essere di vario tipo, o per un arresto della funzione
integrativa (PS-D), la trasformazione beta-alfa (transformation
beta-alpha elements) del lavoro del sogno-alfa (alpha funcion)
non avviene e il sogno diventa una forma di evacuazione attraverso
l'immagine (Bion, 1987, p.70).
In questo caso le immagini visive del sogno vengono adoperate
allo scopo di controllo e di eiezione dell'esperienza emotiva
non desiderata, poichè attraverso l'elemento visivo dei sogni
il sentimento puo' essere escreto piu' lontano. L'immagine visiva
del sogno viene usata come bersaglio per l'identificazione proiettiva,
ed e' sentita come un contenitore allucinato (vale a dire prodotto
artificialmente), intesa ad imprigionare l'esperienza emotiva
che la personalita' non riesce a contenere senza il pericolo di
rottura. In questo caso il sogno e' il prodotto di un fallimento
del lavoro-del-sogno-alfa e diventa il tentativo di porre in atto,
sul piano visivo, una evacuazione simile all'allucinazione visiva,
come tramite una flatulenza.
Mentre il vero sogno è sentito promuovere la vita, il sogno come
contenitore dell'identificazione proiettiva è sentito come un
artefatto povero di qualità, e l'uso del sogno in maniera escretoria
aumenta la sensazione di essere incapace di sognare.
Collegandosi al pensiero di Bion, Gibello (1996) individua nelle
istituzioni (dalla famiglia a quelle più propriamente sociali)
veri e propri contenitori di pensiero (thoughts containers) con
capacità trasformativa; essi sono cioè capaci di trattare i contenuti
di pensiero e di inquadrarli in categorie come "banale o estraneo
alla cultura del soggetto, conformista, rivoluzionario o inaccettabile".
Il lavoro delle istituzioni come contenitori di pensiero si esprime
appunto attraverso la produzione di miti, credenze, leggende,
tradizioni, costumi, modalità educative, ecc.. .
Kaes ( ) a sua volta descrive la presenza in ogni gruppo istituzionale
di una funzione mitopoietica, come uno degli organizzatori gruppali
interpsichici e transpsichici che contribuiscono alla formazione
del legame tra la psiche del singolo soggetto e il gruppo. Questa
funzione tende a fare del gruppo il portatore di un Mito che avrà
un o ruolo nell'organizzazione della cultura, dell'ideologia,
delle esperienze e dei progetti del gruppo stesso. Ma poichè,
come osserva Correale (1996), i gruppi istituzionali non dispongono
di un apparato di autoanalisi, una grande serie di esperienze
affettive e fantasmatiche del campo istituzionale tendono a non
trovare contenimento ed elaborazione, ma restano, per così dire,
in uno stato scisso e non integrato. La mancata elaborazione di
questi "resti" tenderà a produrre l'incorporazione di essi in
storie rigide, rese tali dalla scissione tra contenuto ed affetti.
E questa modalità di funzionamento dei gruppi istituzionali appare
ci simile a quanto si verifica con la produzione di un Mito.
Il Mito e' un prodotto dell'intersoggettivita' dei partecipanti
(Kaes, ) poichè si sviluppa a partire da una sorta di ingranamento
degli inconsci individuali, dall'intreccio transferale tra gli
individui che partecipano a una determinata situazione; e forse
potremmo considerare il Mito come il "sogno" più ricorrente di
ciascuna istituzione (Barnà e Brignone, 1999).
Per Kaes ( ), il Mito introduce la dimensione storica e diacronica
e conduce verso il divenire del gruppo e, attraverso l'elaborazione
delle partenze o delle adesioni, delle delusioni, dei lutti e
delle rinunce, ne consente lo sviluppo. Spesso è proprio l'Edipo
a costituire il profondo disorganizzatore di un gruppo, lasciando
riemergere i desideri individuali e i conflitti di rivalità.
Anche il Mito, come il Sogno, deriva da un lavoro di elaborazione
delle emozioni che comprende le funzioni di contenimento-integrazione-trasformazione-narrazione;
di conseguenza se il contenitore istituzionale di pensiero è in
grado di utilizzare, nella produzione di un Mito, i vari livelli
di funzionamento mentale descritti, il Mito conterrà una propria
capacità di immagazzinare esperienze mantenendo flessibilità e
possibilità trasformative.
Nei casi invece in cui il Mito deriva dalla necessità di evitare
le frustrazioni, congelando le emozioni dolorose e gli eventi
gruppali indicibili, esso viene generato dalla trans-soggettività
del gruppo (Kaes ) e tende ad essere tra-mandato nel modo più
indeformabile e immodificabile. In questi casi si vanno a depositare
sul Mito emozioni non elaborate ed esso assolve alle funzioni
di deposito delle identificazioni proiettive, allucinatorie ed
evacuative descritte da Bion. Il Mito può essere allora determinato
da eventi lontani di cui si e' perso il ricordo, o di cui si sono
persi i testimoni, ma, col permanere rigido e inalterato nel tempo,
costringe anche i nuovi arrivati ad adattarvisi inconsapevolmente.
Il tempo dei tiranni
Un primario, che in passato aveva svolto una leadership propositiva,
aveva "tradito" il servizio spostando i suoi interessi in ambiti
privati e formativi, e affidando a un aiuto la gestione clinica
e organizzativa del servizio. Il controllo di queste funzioni
poneva l'aiuto in una posizione di potere che egli utilizzava
creando un gruppo di privilegiati ed un gruppo di nemici tra cui
scegliere il capro espiatorio. L'aggressione del capro espiatorio
passava attraverso critiche alle sue decisioni cliniche e il rifiuto
dei periodi di riposo richiesti, se questi interferivano con i
programmi altrui.
Questa gestione produceva un elevato numero di dimissioni fra
il personale incaricato, ma anche tra il personale medico di ruolo
che non partecipava del gruppo di potere. Il turnover alto era
d'altronde funzionale a questo tipo di funzionamento poichè il
nuovo arrivato era sempre il più disponibile a coprire i turni
più gravosi. Questo funzionamento era tuttavia incompatibile con
vere funzioni di pensiero e la riunione settimanale del servizio
era un rituale caotico e informe, che costituiva la rappresentazione
del malfunzionamento di gruppo.
L'uscita del primario e dell'aiuto dal servizio fu seguita comunque
dalla tendenza a mantenere la medesima atmosfera, quasi dovesse
essere mantenuto un ricordo irrigidito dell'originario tradimento
del "padre" e delle sofferenze che aveva generate.
Il Mito nella Supervisione ai gruppi istituzionali
Nel nostro intervento al convegno su "Gruppo e Sogno" (Barnà e
Brignone, ) abbiamo cercato di approfondire il presentarsi di
un'immagine nel corso di una supervisione, e come essa, da chiunque
provenga, possa costituire una sorta di "sogno" dell'istituzione;
queste immagini assumono una funzione iconica ed aprono una via
alla comprensione più approfondita del materiale clinico in esame,
e, ad un altro livello, consentono di comprendere anche qualcosa
del Mito che informa il lavoro del gruppo.
In questo contributo ci accostiamo in modo più diretto al ruolo
del Mito nei gruppi istituzionali e nella seduta di supervisione,
nel tentativo di aprire uno spazio di riflessione che possa essere
ulteriormente arricchito da altri contributi.
Zizek (1997) osserva come Freud abbia integrato il Mito di Edipo
(Oedipal Mith) con quello del "Padre primordiale" (primordial
father) di Totem e Tabù, che ne è esattemente l'opposto. A differenza
di quanto nasce dal Mito di Edipo, dal quale si può dedurre che
sia la presenza del padre, il Terzo, a impedire il contatto con
l'oggetto incestuoso, consentendo la nascita della simbolizzazione,
in T&T è l'uccisione del padre primordiale, cioè la realizzazione
del desiderio edipico, a dare origine alla proibizione simbolica:
il padre morto impedisce l'incesto attraverso il suo ritorno come
"Nome del Padre" (The Father's Name) che incarna la legge/proibizione.
Poichè l'autorità simbolica e la legge che proibisce appaiono
fondate su di un atto di crimine primordiale (il padre venerato
come simbolo della legge dopo il suo assassinio), il seguace di
ogni leader istituzionale dovrà continuamente avere a che fare
con la presenza di questo doppio livello, rappresentato sia dal
leader nell'immediatezza della sua persona (il padre edipico)
sia dal posto simbolico da lui occupato (il padre primordiale
assassinato).
E' possibile, dunque, che in ogni Istituzione esista spesso un
Mito che costituisce l'elaborazione dell'area che va dalla figura
del padre del Mito di Edipo al padre primordiale assassinato da
cui prende origine la legge/proibizione.
Nel corso della supervisione a un gruppo istituzionale, i miti
di fondazione assumono dunque un ruolo centrale ( Barnà, ) ed
entrando in un Servizio come supervisori entriamo sempre in contatto
con il Mito del Servizio, rispetto al quale dobbiamo chiederci
quale sia il posto che andiamo ad occupare ( articolo in stampa).
Negli esempi che seguono prenderemo in considerazione due diverse
supervisioni. Dalla prima si evince il meccanismo di inglobamento
del supervisore all'interno del Mito del gruppo. Dalla seconda
si può osservare come la presenza di un Mito più duttile e costruttivo
consenta agli operatori una proficua riflessione su se stessi,
in un momento di transizione organizzativa.
Il Mito dei fratelli in lotta dopo l'uccisione del padre.
La supervisione che segue è stata condotta da uno di noi, ad un
gruppo di operatori di un consultorio adolescenti, che, nonostante
avesse chiesto una supervisione, nel primo incontro esprime il
desiderio di non parlare dei casi, ma dei conflitti interni al
gruppo.
I problemi del gruppo sembrano focalizzarsi intorno all'intervento
di educazione sanitaria e sessuale nelle scuole. L'intervento
nelle scuole sembra costituire infatti una funzione ordinativa
che sostituisce la mancanza di una leadership istituzionale del
gruppo; il gruppo appare come una sorta di fratria, un gruppo
di fratelli senza padre. Il vuoto di leadership appare colmato
da una coppia costituita dall'educatrice e da una psicologa che
tendono ad assumere una funzione superegoica, che utilizza l'intervento
nelle scuole per dominare e tiranneggiare gli altri operatori.
L'educatrice, che svolge il ruolo di "portamito", (secondo la
dizione di Kaes) parla di una fondazione del gruppo (Barnà ) di
tipo egualitario, che farebbe sì che l'intervento scolastico debba
essere svolto da tutte le figure professionali in modo intercambiabile
e senza tenere conto delle diverse competenze; finisce cioè col
proporre una parità irrigidita e un'ideologica interscambiabilità
di ruoli.
L'intervento scolastico, reso in questo modo insopportabile a
tutti gli altri, avviene senza alcun piacere del contatto coi
ragazzi, per cui sembra produrre operazioni anticonoscitive.
Alla fine del terzo incontro di discussioni conflittuali, quasi
per caso gli operatori raccontano dell'aborto di una ragazza,
come esempio delle frustrazioni che nascono dal lavoro. La ragazza
non aveva preso in considerazione le possibili alternative offerte
e non si era nemmeno voluta soffermare a riflettere sui propri
vissuti, dopo l'aborto. L'aborto e l'impossibilità a fermarsi
a pensare sembravano alludere al tipo di pensiero che si svolgeva
inconsciamente nel gruppo.
Il gruppo, dominato da un Mito irrigidito ed evacuativo che ricorda
la lotta tra i figli di Edipo, Eteocle e Polinice, dopo la morte
del padre, non solo non poteva far nascere un pensiero nuovo,
ma non era nemmeno disponibile a prendere in considerazione soluzioni
alternative a quella abortiva.
Il Supervisore è rimasto inglobato in questa configurazione senza
riuscire a svincolarsene.
Il Mito della coppia generatrice e il pensiero di gruppo come
terzo escluso.
Questa supervisione, effettuata con un gruppo di operatori di
educatori di un Centro Diurno psichiatrico, nasceva dalla richiesta
di riflettere sulla dimensione gruppale nel lavoro di riabilitazione.
Nel primo incontro, dal racconto del Centro e delle sue attività
traspare un forte impegno degli operatori sul lavoro individuale
(relazione operatore-paziente), che costituisce la "filosofia
dell'intervento" del servizio.
Nel secondo incontro, viene portata un'osservazione delle attività
dell'Atelier di pittura, ma nella discussione gli operatori non
appaiono interessati ai contenuti espressi dai pazienti, nè dalla
comunicazione tra i pazienti o con gli operatori; circola piuttosto
un senso di inutilita' accompagnato da una valutazione formale
dell'apprendimento di una tecnica. Tuttavia il materiale di osservazione
appare dominato dal tema della "coppia", lasciando intravedere
tutto un disporsi a coppie e segnalando quasi visivamente la presenza
di un assunto di base di accoppiamento.
Il terzo incontro di supervisione inizia con qualche difficolta':
il gruppo è silenzioso e mentre un'operatrice presenta una sua
riflessione sulla relazione col paziente nella riabilitazione,
il tema viene rapidamente travolto dagli interventi di molti sull'imminente
riorganizzazione delle attività. A questo punto uno dei leader
del gruppo descrive la riorganizzazione del loro lavoro che è
in corso, spiegando che dovra' servire a potenziare la dimensione
individuale dell'intervento.
Negli interventi che seguono emergono scontentezze relative alla
riorganizzazione che portera' attività domenicali e turni di lavoro
festivi, ed emerge un'ansia di spezzettamento, la paura di perdere
le vicinanze con i colleghi abituali; si teme dispersione e rimescolamento
dei sottogruppi abituati a lavorare insieme; e compare il timore
di perdere le proprie specificità e capacità operative precipitando
in una sorta di anomia. Emerge cioè una contraddizione tra il
potenziamento dell'intervento individuale per i pazienti e la
riduzione dell'individuazione degli operatori, resi maggiormente
interscambiabili.
Il conduttore ripropone al gruppo la sequenza degli interventi
come esempio dell'andamento del pensiero di gruppo: all'inizio
il tema emergente è stato sommerso dagli interventi sulla riorganizzazione,
costituendo un esempio di tutte quelle situazioni in cui le tensioni
istituzionali ostacolano e rendono difficile il mantenimento di
un contatto emotivo col paziente e l'operativita', facendo correre
il rischio di trasformare i pazienti in ricettacoli delle ansie
degli operatori.
L'andamento successivo degli interventi consente di cogliere l'emergere
sia di ansie persecutorie, connesse con l'arrivo del nuovo sotto
forma di riorganizzazione, sia di ansie depressive, connesse con
la perdita di qualcosa ben conosciuto. Gli operatori possono pertanto
cogliere direttamente come i propri interventi, oltre ad esprimere
l'individualità dell'intervenuto, fossero anche l'espressione
di un pensiero di gruppo che si andava dipanando. Attraverso la
riflessione su se stesso ed i propri interventi, il gruppo entra
in contatto esperenziale col pensiero di gruppo.
Il riconoscimento del pensiero di gruppo consente la ricomparsa
nel gruppo dell'argomento iniziale accantonato. Si fa strada cioè
la differenziazione tra "attività riabilitativa forte", come quella
in grado di attrarre l'utenza per la sua funzione di intrattenimento
e socializzazione, e "attività riabilitativa debole", come quell'attivita'
che non possiede un suo potere di attrazione ma e' utile come
mediatore relazionale e terapeutico.
Corrao ( ) evidenzia come Freud abbia assegnato al Mito di Edipo
un ruolo fondamentale per la comprensione delle vicissitudini
emozionali e relazionali dello sviluppo mentale.
Bion (1970) invita a considerare come significativi tutti gli
elementi del Mito di Edipo e non solo la sua struttura fondamentale.
Egli (1970, p. 127) osserva infatti come la teoria del complesso
edipico, messa in connessione con il mito del paradiso perduto,
con il mito della Torre di Babele e dell'attesa messianica, possa
continuare ad illuminare le operazioni della mente. Avversione
alla curiosità può essere ritrovata nell'attacco al linguaggio
presente nel mito della Torre di Babele (la piaga della confusione
delle lingue), in Tiresia e nei suoi ammonimenti a Edipo, nella
Sfinge. Ciascuna di queste versioni del Mito pone l'accento su
una diversa sfaccettatura, ma insieme indicano una configurazione
comune: l'attacco al tentativo di raggiungere il Cielo è un attacco
al legare, (linking) al linguaggio che rende possibile la cooperazione
(Neri, 1979).
Ma come il vertice (vertice) del sognatore non è lo stesso in
cui si pone il sognatore una volta sveglio e il vertice dell'artista
non è quello dell'interprete dell'opera d'arte; allo stesso modo
il vertice delle associazioni non è lo stesso del vertice dello
psicoanalista che effettua le interpretazioni, e il vertice del
creatore del Mito non è lo stesso di chi ne tenta la riformulazione
contribuendo alle trasformazioni che avvengono nel corso della
supervisione istituzionale.
I miti istituzionali, così inquadrati diventano elementi per la
comprensione del funzionamento di base del servizio. E se nella
supervisione si presenta un Mito duttile, questo aiuta gli operatori
e il gruppo a trattare i suoi pazienti; ma anche la scoperta di
un mito irrigidito può consentire, a volte, al supervisore la
possibilità di renderlo interpretabile offrendolo così alla comprensione
del gruppo, nel tentativo di scongelarlo e avviarne dei processi
trasformativi.
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