Individuo Gruppo e Natura

SCOPRIRE TEMPO E LUOGHI
James Telfer


 

Viene descritta la storia del caso di una paziente per la quale un luogo non aveva realtà psichica. I concetti di spostamento sono sviluppati per capire la sofferenza della paziente. Il concetto psicoanalitico di luogo è implicito nel processo di spostamento. La comprensione teorica e clinica del luogo nella vita psichica è applicata ad altre discipline che descrivono il significato emotivo di luogo: geografia, storia, etnologia, e teoria dell'attaccamento. E' proposta una teoria della clinica e una tecnica per affrontare una "impasse" sorta dallo spostamento.

 

Storia del caso di una persona dislocata

E' possibile essere con qualcuno che non sente di essere in un luogo. Questa persona può essere con te, per quanto a te riguarda, ma non può stabilire se è sveglia o sogna, né sa se ti ha immaginato in un sogno. Questo non è demenza o delirio: questa persona può dirti l'ora del giorno e l'indirizzo, ma questi fatti non hanno realtà psichica.

Una paziente di questo tipo, una giovane bibliotecaria che chiamerò "K",  aveva spesso sogni durante i quali non avrebbe potuto dire se era sveglia o no. Spesso si svegliava credendo per un minuto o due di essere in Brasile, o in una casa precedente, oppure in qualche luogo stranamente familiare ma non riconoscibile.

Insieme con il suo fidanzato "Q", ha spesso percepito, che era con qualcun' altro. Aveva avuto momentaneamente, la sensazione che era con un antico fidanzato o con qualcuno che non conosceva, perché lo aveva dimenticato. Nel rapporto sessuale lei si era sentita vivamente posseduta dall'antico fidanzato o da qualcuno che non conosceva ma che avrebbe dovuto ricordare, qualcuno di un passato dimenticato. Q è divenuto, in modo crescente, impotente con lei e ha cominciato ad accusarla di renderlo così.

E' ritornato nel suo nativo Brasile domandando a K di andarlo a trovare là. Lei non si era sentita coinvolta. Da quando lui l'ha lasciata, K. ha avuto esperienze di "jamais vu": percepire che persone e luoghi familiari divengono improvvisamente estranei, come se non li avesse mai veduti prima.

Nei suoi sogni era in luoghi poco familiari, ed aveva un'immagine ricorrente di strade dalla tonalità marrone scuro, grigiastro che avevano uno "stile 1930". La tonalità e l'atmosfera di questo sogno si sovrapponevano alle scene della sua vita di tutti i giorni passando dall'esperienza di "jamais vu", a quella contraria di "dêja vu": nel sogno era già stata li.

Anche le persone assumono questa qualità e lei si sente, in modo crescente, alienata da vecchi amici, e imbarazzata nell'incontrare gente nuova, benché sia abbastanza socievole. Dice, che è per queste esperienze di estraniazione che ha cercato un'analisi.

Sua madre ha vissuto nel suo stesso palazzo, K. avrebbe potuto passare molto più del suo tempo con lei, ma trova la vicinanza sempre più "soffocante". Anche sua madre sembrava diventare poco familiare: c'era "in lei un truce, terribile e triste segreto "fin ora ignoto a K., tanto da credere che "c'era sempre stato".

Dopo che Q. è andato in Brasile la relazione continua via e-mail. Lui le dice di aver ritrovato se stesso in una nuova relazione, con R., e che con lei era potente, ma non riusciva a fare l'amore senza pensare di essere con K. Voleva fare "sesso via e-mail" con K.

Brevemente: poco prima di essere venuta da me, K. partì per il Brasile, per stare con lui e vedere se c'era un qualche futuro per loro due insieme. Trovò che la nuova fidanzata si era appena traslocata nel nuovo appartamento. Q. ha cercato di avere, nella casa, un rapporto con K alle spalle di R. K è ritornata presto in Australia danneggiata nei sentimenti e confusa. Lui cominciò a spedire e-mail dicendo che lei è il suo unico amore e sarà sempre così.

K ha lavorato con un uomo che aveva quasi lo stesso nome di Q tanto, che hanno cominciato una relazione, ma in sua compagnia lei sentiva che era ancora fisicamente con Q, e non poteva liberarsi da ciò. Così era incapace di rispondere sessualmente o emotivamente al suo nuovo fidanzato.

Quando l'ho incontrata per la prima volta, è immediatamente entrata in una relazione di fiducia. Ha detto di aver avuto una precedente esperienza di terapia, questo fatto le ha reso facile capire la solita routine per il pagamento, il tempo della seduta, le interruzioni, e così via .

Sembrava che con me fosse "a casa". Ma anche io avevo il mio personale "deja vu". Ho sentito di averla già vista prima o al meno qualcuno "proprio come lei," ma questo non è il caso. Non avevo mai incontrato qualcuno come lei. Comunque c'erano alcuni misteriosi punti di somiglianza con diversi altri pazienti che avevo visto altrove, in termini di biografia superficiale, storia della famiglia e malattia fisica.

Ha voluto elaborare le sue continue preoccupazioni e esitazioni verso Q., ancora in contatto via e-mail. Dice: "penso di fare cose estreme, qualche cosa che gli dimostri che non conosce tutto di me; potrei tatuarmi! Qualche cosa che non coincide con la sua idea di me, è il solo modo con cui posso fermarlo dal costringermi nella sua idea di me. Non posso sopportarlo." Odiava sentirsi così senza libertà, ma era virtualmente assuefatta al suo attaccamento via e-mail con Q.. Ciò aveva chiaramente sostituito il suo primario attaccamento verso sua madre. Questo assuefarsi, la costringe a sentire il suo legame con Q. intollerabile, ma era perfino più forte con sua madre: soffocante." Una volta usava dire a sua madre "tutto", "cinque volte al giorno", ma anche dopo che decideva di non farlo, sentiva ancora di adattarsi allo stereotipo di sua madre, che era inalterabile ed immutabile. Percepiva che, ogni cosa che faceva era un'aspirazione di sua madre: la sua professione, il suo stile nel parlare, il suo corpo, persino nel venire da me aveva seguito sua madre, che recentemente aveva trovato un terapista per se stessa , ed aveva "sempre saputo" che K. avrebbe avuto un'analisi.

K. aveva una insolita malattia, che le aveva danneggiato il fegato. Cinque anni prima, quando viaggiava sola in America Meridionale, a causa di un episodio acuto al suo esordio si era gravemente ammalata. Allora incontrò Q.. Egli era la sola altra persona, nell'ospedale, che parlava inglese e si era preso cura di lei come un'infermiera. Vede ancora un medico per il trattamento della malattia, ora sembra essere quiescente, ma ha richiesto un monitoraggio accurato.

E' stata francamente psicotica per un mese, ed allora ha avuto la delusione che non era stata in un ospedale, che il personale era impostore e che aveva perso letteralmente la testa. Disse che i farmaci corticosteroidi le furono dati per il trattamento della malattia reputata acuta per questa esperienza. Come la dose fu ridotta, fu ricoverata. Dice che Q. l'ha "riorientata" e "rieducata". Quando è ritornata casa ha visto un terapista che l'ha aiutata "a venire a patti con la malattia", in sessioni settimanali con il termine stabilito di 12 sessioni. K. ha descritto il trattamento come "fare un inventario di disfunzioni cognitive e gestirle secondo un protocollo."

Ha descritto un sogno ricorrente della sua malattia:

C'erano alcuni "organi interni, un fegato, o un rene, o qualche cosa che è stato rivestito con un tipo di limo denso." Questa era la sua malattia, una malattia auto immune. Sognò che se avesse soltanto potuto versare alcol puro sopra la superficie viscosa la avrebbe pulita, se solo avesse potuto ottenere la mente abbastanza pulita. E' successo, che mi sembrava che questa malattia fosse l'unica cosa nella sua mente o che il corpo non era in armonia con l'immagine che lei sentiva che sua madre e Q. avevano di lei. Ogni sforzo, era proprio di separare ciò che pensava essi si aspettassero e suggerissero, solo questa malattia non aveva a che fare con loro. Ma come il nostro lavoro è continuato mi è divenuto chiaro quello che in parte era anche un introietto della mente di sua madre: l'oggetto del sogno era quello che K. ha chiamato "l'orribile depressione" di sua madre. Questa era la parte della mente di sua madre che K. non ha conosciuto. Dubito che la madre fosse consapevole di ciò. La sua immagine può solo essere apparsa nel corpo della figlia; di conseguenza questo sogno. Ora questo era l'"Altro" dentro K., intollerabile al suo sistema, e causa di vergogna. La malattia latente di K era una comprensibile causa di grande dolore per sua madre, che preoccupata della possibilità di ricadute, era molto agitata per i dettagli del mantenimento della salute.

La stranezza della nostra situazione è divenuta un'atmosfera forte. Sono stato confuso ogni volta che ci siamo incontrati. Poiché si è sentita così a suo agio con me. Ha sofferto di nostalgia, per i bei tempi con Q. Ha ricordato confusamente i giochi d'infanzia con la famiglia, una sorta d'età d'oro, senza tempo, prima di cominciare la scuola: "Essendo insieme avevamo tutto, i miei genitori erano giovani, i miei nonni erano vivi e sembrava essere stato sempre così" C'erano molte indicazioni che io ero parte di quel tempo e anche per questo si è sentita completamente accettata da me. Nulla di ciò che avrei potuto dire era nuovo o poco familiare per lei. Aveva quello che viene detto "una conversazione virtuale in corso", con me nella sua mente tra le sedute e non sentiva molto le interruzioni.

Alle sue molte scuole era stata presa in giro e stuzzicata a causa delle sue orecchie grandi, dei suoi modi goffi, delle sue ombrosità e del successo scolastico. Da allora  si era sentita un pesce fuor d'acqua, fino all'incontro con Q. che la convinse, quando era gravemente malata in Brasile, che lui la conosceva da sempre. Un sentimento di "mesmerismo" nella sua voce, nel modo in cui lo ha riferito mi ha condotto ad inferire, e ad interpretare che io, ora, ero l'agente originario che la aveva derealizzata, e la aveva mantenuta in un'armonia senza giunzioni, senza separazioni con nessuna realtà di luogo o di tempo. In uno sguardo retrospettivo io ho realizzato che, il concetto di Chasseguet-Smirgel (1990) di una "Matrice Arcaica del Complesso di Edipo" aveva dato forma alle mie interpretazioni. K., ha sentito una aumentata empatia in risposta ad esse. Non avevo presentato le mie interpretazioni come parte di una teoria, e non avevo attribuito le idee a qualcun altro. Le interpretazioni erano risposte ai suoi riferimenti, nelle sedute, all'eternità. Ma K. sembrava consapevole che il suo imbarazzo è stato accomodato da me in uno schema fatto per e da altre persone in altro tempi e luoghi, e ha reagito come se fosse capita e rassicurata. Benché questo le ha dato un senso di armonia, aveva avuto però un costo: si è sentita più libera dal corpo, e non avrebbe trovato un nuovo inizio in questo stato di sintonia.

Il sentimento che empaticamente avevamo sempre riconosciuto l'un l'altro è tornato nelle sedute. Quello che osservavo è stato sempre accoppiato da K riportando intensi sentimenti di dislocazione, ed un sentimento senza speranza di estraniazione, di non essere nel tempo reale, in un luogo reale , di essere senza futuro.

Poteva sentire transitoriamente che era davvero nella stanza d'analisi con l'analista, e questi momenti in tempo ordinario sono stati spesso da noi ripetuti e segnati, abbastanza attendibilmente per molti mesi, mettendola in grado di sviluppare un altro precario punto di vantaggio. Da questo punto osservava come poteva essere in un sogno ad occhi aperti mille miglia lontana dal qui ed ora. Ha sofferto sia dentro che fuori le sedute perché non si accettava come "altro," ma piuttosto come lo stereotipo percepito da sua madre, da Q., dal suo principale, dai colleghi, dall'analista. Ho lavorato con questo osservando come parlava. Per esempio ripeteva molto di quello che io le dicevo: " intende dire questo... in altre parole" questo manteneva le parole inserite all'interno dei suoi modelli preconcetti.

Per un po' si è preoccupata che io la condannassi per atti di infedeltà verso Q., che mi sarei sentito offeso o incapace (impotente) se non avesse domandato quello che lei pensava che io mi aspettasi da lei. Divenne depressa, vergognosa, sentendosi sleale ed in "cattiva fede" Non l'ho riassicurata su questo problema. Questi erano tentativi di controllarmi, di avermi come lei aveva immaginato. All'interno delle sedute i sentimenti di tradimento e "cattiva fede" erano parte di una sequenza e erano le conseguenze dei suoi sforzi di invalidarmi avendo una mia propria mente. Potevo osservare come si sforzava di collocarmi quando stava per dire cose come: "So già quello che stai per dire" o "ho sentito che lei ha veramente capito come mi sento" ed anche in vari sottili modi di usare linguaggio e toni della voce per creare nelle sedute un'impressione di senza tempo. Quando ha compreso che quello che faceva era osservabile si sorprese notevolmente. Si è sentita meno senz'aiuto. La sua vergogna e il sentirsi vittima si sono trasformati in una preoccupazione per le sue proprie azioni. Ma io ero ancora con qualcuno che spesso non riconosceva chi era con lei, dove lei era, se lei c'era stata davvero o se era in un sogno, oppure no. Poteva a mala pena sperimentare qualche cosa di nuovo, cioè ricorrenze, riunioni e cose del genere.

Mentre era in questo stato mentale, mi scoprii ad osservare particolarità della stanza più del solito: lo specifico, naturale modo della luce di penetrare, la qualità irripetibile  di certi suoni distanti. Trovai che potevo usare queste percezioni del luogo come immagine nelle interpretazioni di transfert, e che K., come risultato, si sarebbe sentita meno incorporea.

 

Storia di una famiglia dislocata

K era l'erede di generazioni di gente nomade e di quel processo rappresentato nella mente.  Attraverso il lavoro con K sono divenuto consapevole dell'importanza del luogo nel lavoro clinico. Questo mi ha condotto a un genere di meditazione che ho cominciato nelle sedute e ho continuato altrove: quel dislocare in luogo è il contesto per la nostra sofferenza collettiva. Possiamo presumere la dislocazione come dato, o come fato. L'Australia è un paese di esuli, o di esiliati, forse per la maggior parte di tutti i nativi della nostra terra. K mi ha inspirato la messa a fuoco sulla dislocazione, rappresentata nella mente, come un problema clinico.

Una disgiunzione tra dove, quando e chi, non cominciò con K, era la sua eredità. La ricostruzione, dilazionata, di una storia transgenerazionale della famiglia, ha aiutato K nel collocarla nel qui ed ora. La storia della famiglia raccontatami da K era una sola e continua nel tempo dislocazione. La famiglia del padre, di vecchia origine australiana, sembrava aver obliterato la loro genealogia. I nonni di sua madre, rifugiati, sono arrivati in Australia senza nulla e bisognosi alla vigilia della Seconda Guerra Mondiale. Volentieri hanno sacrificato tutta la vita per l'istruzione dei loro figli. I genitori di K, ambedue tecnici in campo scientifico, di frequente, durante la loro, si spostavano in giro per l'Australia. Avevano una gioviale, sciolta attitudine alle separazioni, trattando tutti i luoghi come intercambiabili. Suo padre aveva un detto "dovunque appendo il mio cappello è casa, dovunque siedo è il capo della tavola". Sua madre aveva uno stile di vita  particolarmente disinvolto, trascurava il suo proprio aspetto e la salute fisica, abbandonò la carriera per la preoccupazione dei figli, di cui K è stata l'ultima a lasciare casa. Malgrado una facciata esterna di ottimismo e progressismo politico la madre di K si portava dappertutto una ereditata nostalgia per l'Europa prima del 1930 in un non mentalizzato, concreto archivio, in vecchie fotografie di vecchi vicini e quartieri che nessuno ora potrebbe nominare. K. ha definito questi promemoria come le sole costanti nella sua infanzia nomade. Non erano da discutere. Il padre è rimasto sullo sfondo, un uomo gentile, pieno di sogni. C'era un vago tipo di mitologia di un'età d'oro, di antenati materni eleganti, alla moda nelle grandi città dell'Europa centrale, di qualche cosa là che è chiamato "cultura". "Ognuno" sapeva che era assente in Australia ed ora virtualmente estinto in Europa. Questa mitologia includeva diverse, distanti, relative generazioni passate che si suppone abbiano avuto un analista. Come K. ricostruiva il passato della sua famiglia, si sentì meno sfiduciata, perché sviluppò un senso più reale del passare del tempo, in conformità di un futuro.

 

Spostamento e la psicologia del luogo

Lo spostamento ha un duplice significato. Un primo significato è questo: per la psicoanalisi è la transvaluatazione dei valori psichici; idee astratte o sentimenti possono essere trasposte in un equivalente che si presta alla visualizzazione; in questo modo l'interesse psichico è trasferito in vivacità sensoria. Questo è un processo familiare nei sogni. Lo spostamento funziona come un luogo comune della difesa nell'analisi clinica, in una fobia, per esempio, lo spostamento sull'oggetto fobico permette l'oggettivazione, la localizzazione, e il contenimento dell'ansia. Ciò sottintende l'evitamento di questo contesto. In questo senso lo spostamento è una metonimia in cui l'associazione è basata sulla contiguità, in contrasto alla simbolizzazione in cui l'associazione è basata sulla somiglianza (Laplanche e Pontalis, 1985).

In metonimia la giustapposizione associa uno elemento con un altro. Per esempio: "Mosca critica Washington" associa capitali con nazioni; una parte può significare il tutto. Metonimia include freddure, rime. Al contrario le metafore collegano elementi del significato condiviso, non di giustapposizione (per esempio: "il fuoco del desiderio", le "parole dolci"). Nella metafora un elemento non è una componente o estensione dell'altra. Nel lavoro clinico, il significato condiviso tra gli elementi della metafora è la qualità dell'emozione. Questi termini linguistici possono descrivere stati di mente, ed anche la natura del legame tra analista e paziente che è sia emotivo che metaforico ed ha anche una funzione di prossimità, ossia metonimica .

A causa dell'inevitabilità della separazione della realtà fisica e psichica, sperimentiamo un inconscio strutturato da un continuo spostamento, metonimia. Lacan (1970) contrappone questa alla metafora, che assimila al concetto di Freud di condensazione. Considera la natura del desiderio come metonimia.

Un secondo significato dello spostamento è la dislocazione spaziale. Questo senso della parola pone una domanda: Cosa intendiamo, in termini psicologici, per luogo? Luogo connota un centro geografico. Luogo si riferisce anche ad un momento psicosociale.

La teoria psicoanalitica tratta lo "spazio" ma raramente il "luogo." La pratica clinica, tuttavia, dipende da un luogo: un incontro in un tempo storico, in un luogo reale, la stanza d'analisi, il divano, la seduta. Questo setting non può essere interamente definito in termini psicologici.

Studi interdisciplinari possono essere utile per scoprire un concetto di luogo (distinto da "spazio") attinente alla psicoanalisi.

Il geografo Anssi Paasi (1991) suggerisce che i luoghi rappresentano i nodi di una biografia della vita, che è un'unica rete di episodi situati nella vita. In questo senso interazioni persona-luogo contengono la prospettiva che tutta la vita di un individuo, comprende memoria, eventi transgenerazionali e storicamente remoti.

Il ricercatore M. T. Fullilove (1996) della American Community descrive lo spostamento come disgregante di tre processi psicologici: familiarità, attaccamento ed identità. Il disorientamento che ne consegue, la nostalgia e l'alienazione possono minare il senso di appartenenza e di salute mentale. La perdita improvvisa di un mondo esteriore che convalida le nostre routine spaziali è sentita come una perdita di sé. E' un trauma psicosomatico: "L'orientamento geografico è conficcato in tutto il corpo".

Nel concetto di identità del luogo, come è stato sviluppato da Proshansky ed altri (1983) il luogo è incorporato nel senso di sé come un elemento centrale della formazione dell'identità. L'integrità della identità del luogo individuale si appoggia su l'avere un luogo ed anche sul sapere che il proprio luogo è stimato da altri. Quando l'identità è tradita nell'uno o l'altro caso, il risultato può essere alienazione (Smith e Katz, 1993).

Un senso di alienazione può divenire un lascito transgenerazionale, come nel caso della famiglia di K. Questo è l'aspetto sociale e politico della psicologia dello spostamento che noi in Australia testimoniamo nella determinazione dei diritti della terra dell'Aborigeno (Butt e Eagleson, 1996; Hiley, 1997). L'appropriazione della terra, come l'appropriazione del surplus di valore nella teoria di Marx, causa alienazione. Il concetto di alienazione, per primo sviluppato da Hegel, è che il mondo (la natura, le cose, gli altri, e noi stessi) è divenuto estraneo all'umano. Erich Fromm (1961, 1962) ha sviluppato questo concetto di alienazione per spiegare l'effetto dell'inabilità di un transfert idealizzante. Soltanto sottoponendosi a questo oggetto della proiezione il paziente alienato può sentirsi in contatto con sé stesso. Per questo spostamento K. si è sentita particolarmente sicura, a casa e capita, quando era con l'analista. La passività in presenza di un oggetto idealizzato può essere basata sull'alienazione dell'individuo. Fromm l'ha considerata il centro dinamico del transfert, quello che dà forza a e intensità al transfert: la nostalgia.

La teoria dell'attaccamento descrive come l'attaccamento al luogo, originariamente l'unione con il corpo della madre, il nostro primo luogo e la originaria fonte di immagine, è elaborato attraverso separazioni e riunioni dalla primissima infanzia. L'attaccamento alla casa forma il centro di una serie di appartenenze a successivi domini spaziali successivamente più grandi e più astratti (Basso ed Altman, 1992). L'attaccamento insicuro nell'infanzia appare come un precursore di una più tarda psicopatologia che include la depressione (Schore, 1994): la grave disorganizzazione è un predittore di precedente dislocazione in tutta la vita, e in estremo, del suicidio (Adamo, 1995). Ma la consapevolezza del desiderio come un " nostalgico sentimento agrodolce" può essere un segnale che la capacità di nuovi attaccamenti rimane possibile (Fullilove, 1996).

 

4. L'agenzia del paziente nel generare alienazione

L'analisi di K ha scoperto gli effetti dannosi dello spostamento, la nostalgia, il disorientamento e l'alienazione. Questi possono essere attribuiti a un ambiente deficitario nell'attaccamento sicuro al luogo, nella familiarità e nell'identità. L'ambiente includeva attività di proiezione da parte dei suoi genitori. Molto della nostalgia è stata non mentalizzata, spostata, esternalizzata. Il lavoro di analisi ha estesamente sviluppato una capacità riflessiva come descritta da Fonagy et al. (1991) per rendere il sentimento pensabile e sopportabile

Questa formulazione dello spostamento come interamente causato dalla traumatica dislocazione ambientale era una "evidenza-basata" e ingannevolmente plausibile. Ma la malattia di K non era semplicemente post-traumatica o dovuta a deficienza ambientale.

I risultati terapeutici sono dipesi dalla scoperta di K del proprio agire nello spostamento e dal divenire consapevole di quando, perché e come ha usato questo processo come difesa contro la consapevolezza.

Un'alternativa a una semplice formulazione ambientale è stata fornita da una coincidenza. C'è una meravigliosa, triste canzone postmoderna sulla alienazione e la nostalgia da una delle città più alienanti del mondo, São Paolo. L'avevo sentita una volta in un altro luogo. K aveva in mente il motivo e la sua intensità, ma solo un frammento delle parole. Ha canticchiato il motivo e ha cercato di ricordare le parole. Per coincidenza, quando ho scritto questo lavoro, io ho trovato un poema in portoghese di Caetano Veloso: "Sampa". Lo scrittore è chiaramente un esule nella sua propria terra. La nostalgia è in tutta la musica, composta da un altro uomo. In una forma molto condensata le parole spiegano l'atto di percezione di K che ha generato la sua alienazione e la perdita di identità:

 

Quando eu te encarei frente a frente não vu o meu rosto. Chamei de mau gosto o que vi, de mau gosto de mau gosto.

É que Narciso acha feio o que não é espelho. E a mente apavora o que ainda não é mesmo velho

 

Quando ho guardato fisso avanti non ho veduto la mia faccia. Ho chiamato quello che ho veduto cattivo gusto, cattivo gusto, cattivo gusto.

Narciso trova brutto quello che non è un specchio e la mente getta via ciò che non è veramente vecchio.

 

Era difficile per me mettere parole alla musica emotiva di K. C'erano sedute dove niente di nuovo veniva in mente per esprimere l'atmosfera nella stanza che era immediatamente "riconosciuta" da K, che ha codificato e ha archiviato in una predeterminata "biblioteca" di schemi. Nulla di nuovo è stato permesso; nulla era ignoto. Era tutto banale, di "sapore cattivo" prima di essere stato ordinato. Lei era creatrice di un sistema ossessivo, meticoloso con dettagli simile a de Sade, Fourier e Loyola, nella loro descrizione di Roland Barthe (1996). Come loro si isolava emotivamente e abitava in uno schema, un linguaggio secondario al quale tutto può essere assegnato, come un catalogo di biblioteca ."Quello è proprio così ... Quello è un altro di quelli...proprio la stessa cosa. Veramente lo ho già conosciuto... Oh!, intende dire che...". La terminologia della sua lettura della psicologia cognitivo-comportamentale prendeva  a prestito queste sistematizzazioni.: Diceva spesso: "Gli stessi vecchi nastri , ancora e ancora".., "quella era un'altra assunzione disfunzionale sociotropica." Così si allontanava dal solito qui ed ora. C'era un ordinata, soddisfatta sensazione nel suo familiarizzate parole-rituali. Narciso trovava brutto ciò che non era uno specchio.

 

Luoghi nel controtransfert

Mi sentivo in un interminabile viaggio attraverso panorami desolati dalle fattezze monotone. Di quando in quando appariva una pietra dalla forma inaspettata, o una discontinuità nell'orizzonte, o un blocco di alberi configurati stranamente. La nostra guida che tutto conosce diceva che ognuna di queste cose è appartenuta ad un'altra storia, in un altro tempo, non nel nostro tempo, ma quello di un mito riciclato senza-presente, già finalizzato e fisso. Ciascuna irregolarità ha segnato una vecchia storia che era nell'inizio, è ora, e sempre sarà. Ho trovato i modi di parlare con K di questa "guida" che ha convertito il Nuovo, l'Altro, nel Primordiale e sempre-noto. L'uso della metafora ha catalizzato le associazioni di K, che mi hanno dato una comprensione dei panorami della mia reverie. Lo scenario del deserto ha rappresentato la mente del padre che non aveva potuto sostenere un senso di spazio abitabile per K e sua madre nelle sembianze della seducente "guida" derealizzante.

K ha sentito queste interpretazioni metaforiche collegare il passato al presente come "astringente, pulente," un sollievo da un "appiccicoso stato limaccioso." Fu allora capace di mostrare il transfert verso di me come padre indeterminato. Le sedute successive ebbero una fresca atmosfera; sentiva risvegliata da un trance.

 

 

Esperienze nuove come incomprensibili

Qualche volta è utile considerare la mente individuale come un gruppo, e l'osservazione dei processi di gruppo come immagini del mondo intimo di un persona. Mi prenderò la libertà di riferire un recente studio sui processi del gruppo, in questo senso. Claudio Neri (1998) in suo recente lavoro sui gruppi descrive la reazione all'entrata in gruppo di nuovi membri: "Appare la fantasia che i nuovi membri sono 'il ritorno del morto'".

L'espressione 'il ritorno del morto' si riferisce ad alcuni membri del gruppo originario che lo avevano abbandonato per varie ragioni, lasciando un senso di sentimento negativo.

Poiché K non poteva sopportare di conoscere qualche cosa come "Altro", ogni nuovo contatto emotivo era per lei un incontro col morto vivente. Cioè coi suoi stessi pezzi che erano stati dislocati dall'identificazione proiettiva per preservare un ordine narcisistico.

Questo fantasia che il nuovo venuto, è un revenant, si osserva nei primi incontri tra le culture indigene e gli europei moderni. In Messico gli invasori spagnoli in un primo momento furono pensati "essere perduti da tempo o dei che ritornavano" (Tommaso, 1993); in Melanesia ed Australia i primi incontri con le spedizioni europee sono state credute essere con spiriti ancestrali o il morto ritornato (Souter, 1963; Blainey, 1980). L'incapacità di vedere l'"Altro" ha avuto reciproche e tragiche conseguenze, un noto esempio di ciò era la finzione legale che l'Australia era " terra nullius" (Butt, 1996). K ha trattato lo spazio tra noi come faceva nella sua vita intima, come se fosse una "terra nullius" che non poteva contenere nella mente nulla che non fosse già noto. Ma era anche un "terrore" dell'assenza. Aveva riempito l'assenza dove non poteva vedere l'Altro col suo sistema derealizzante, il già noto. Mircea Eliade (1954) ha tratto da antiche tradizioni dell'Australia Aborigena per descrivere un stato mentale che ha definito "il mito del eterno ritorno." Era questa fantasia, la sola ricorrente, che manteneva il disorientamento di K nella forma di innovazione. La sua mente 'rifiutava' qualunque cosa non fosse "veramente vecchia" e parte della sua "stessa vecchia storia"

 

La paura di tempo e luogo

Lo stato mentale descritto da Eliade è desiderare ardentemente un universo senza qualche cosa nuovo in esso, "un incessante ripetizione di gesti" dove "nessuno atto che non ha...è dato da qualcun altro," ed in fine, "da qualcun altro essere non umano," la condizione, dove non ci sarebbe "Altro" è una potente opposizione alla scoperta di tempo e luogo. Questa scoperta implica ciò che Eliade ha chiamato "il terrore della storia." Il perché della malattia di K, la nascita di "un altro" dentro di lei, una gravidanza, reale o metaforica, potrebbe verificare la sua morte garantita. Per K sarebbe duro sopportare la conoscenza di una perdita irrecuperabile e di un futuro oltre la profezia.

La qualità dell'"Altro" necessaria per la consapevolezza, era stata relegata da K al sistema di "una sola storia che si dimostrerà degna di essere efficace ". Quando un nuovo incontro comincia, come può essere all'inizio di ogni seduta, le differenze potrebbero essere ancora insopportabile per lei, un'assenza incomprensibile, mostruosa, e "getterebbe via" il nuovo che c'è in esso con alcuni aneddoti ripetuti o formule da "scienza conoscitiva." Ma un aumento di fiducia nella metafora, nasce da una immagine visuo-spaziale, come quella della "guida," venuta a soppiantare il ciclo infinito delle metonimie (spostamenti).

 

Implicazioni per la tecnica : cornice e metafora

Queste riflessioni sul luogo sollevano una questione. Come possiamo aiutare un paziente alienato a riconoscere l'"Altro" come distinto dal lavoro della loro propria mente, proiezione, preconcezione, sogno, allucinazione? Forse questo è il compito fondamentale della psicoanalisi. In senso lato la questione è: Questo è un luogo che fantastichiamo? O da quale siamo ospitati?  (Questa non può essere una domanda mistica, è in breve la teoria evolutiva darwiniana). Se questo luogo e noi stessi siamo "Altro" a ciascuno, potremo conoscerlo?

Il lavoro di Ronald Baker sulla scoperta dell'analista come nuovo oggetto, sottolinea questo problema. Baker (1993) descrive come la sopravvivenza dell'analista nel setting è essa stessa un'implicita interpretazione di transfert. Soprattutto, la salute, come la sopravvivenza, può significare che il paziente non è in una originaria situazione traumatica (dislocazione, disorientamento) di transfert. L'analista può essere il primo sopravvissuto nella vita del paziente; Baker considera questo ciò che è terapeutico. Questo stabilisce le condizioni per il paziente di trovare l'analista come un oggetto nuovo. Questo era vitale per K che tendeva a rendere qualunque relazione oggettuale nuova in una vecchia. L'esplicita interpretazione di transfert poteva alimentare in lei "qualcosa di più dal passato", resistenza a un nuovo inizio. Era contro l'analista come un oggetto nuovo da cui si difendeva di più. Inoltre, Baker suggerisce che una implicita, come distinta da una verbalizzata, l'interpretazione del transfert può essere anche potenzialmente mutativa. Ma le interpretazioni di transfert esplicite erano necessarie per K, che non era semplicemente traumatizzata ma ora perpetuava attivamente la sua alienazione. Questa impasse è stata negoziata da una particolare applicazione del setting di fare interpretazioni di processi di spostamento.

La psicoanalisi si è sviluppata storicamente fra persone che sono state, o sono divenute presto spostate, e hanno capito che lo spostamento come tutte le difese contro la consapevolezza lasciava sintomi dietro di se. L'invenzione del setting analitico (Langs, 1981) indirizzò la dislocazione. Ha definito l'attività psichica dell'analista sull'interesse di un altro, in un modulo oggettivo, in un spazio geografico localizzato in tempo lineare unidirezionale. Questo è anche un spazio etico, un contenitore di valori morali. In quel contesto potevo usare la mia stanza di analisi per osservare gli aspetti spaziali del transfert e del controtransfert. K. era spesso virtualmente senza corpo. Un'analisi via e-mail, sedute "virtuali" (la via del futuro?), avrebbero fatto cose peggiori. Analisi ha bisogno di un corpo fisico, di come è fatta una persona. Non esiste nessuna persona reale senza il proprio luogo, come non c'è nessuna cosa come un bambino senza la propria madre. Differentemente da molti altri pazienti, K non ha fatto nessun riferimento al luogo in cui era. Questo lavoro spetta all'analista. I riferimenti metaforici alla implicite proprietà terapeutiche del setting-luogo possono essere fatte nelle interpretazioni verbali. Attaccando il significato del transfert gli aspetti reali dell'immediato setting fisico, fummo capaci di vedere l'attività proiettiva di spazio e tempo negati contro la relativa costanza del setting.

 

Genius Loci: lo spirito del luogo

Claudio Neri ha aggiunto una dimensione nuova dotato d'intuito dal gruppo di lavoro e dalla mitologia classica alla manutenzione del setting dell'analista. Descrive come una condizione per il pensiero del gruppo è "la presenza di un "genius loci." Egli intende che c'è bisogno di un punto di riferimento, così che tutti i membri comprendono che essi non sono solo referenti l'un all'altro ma anche ad un terreno comune. Questo terreno di proprietà comune è curato dal genius loci, lo spirito del luogo. La funzione del genius loci è trovare modi di stare insieme, e conoscere uno spirito di gruppo. Il genius loci non è necessariamente l'analista, non è un oggetto di interpretazione. E qualche cosa che proviene dalla natura e dall'ambiente ed include pensiero (Neri, 1998). Ciascuno luogo reale ha un genius loci. Il "tatto" di un luogo scoperto dalla intuizione e rappresentato da questo spirito tutelare.

Propongo che il concetto di Neri sia sviluppato per capire la situazione analitica individuale come un luogo che può essere conosciuto intuitivamente. Nel contesto clinico il genius loci mostra l'analista col "tatto" della seduta che di volta in volta, può essere rappresentato dalle particolari proprietà sensorie della stanza e da fenomeni fisici casuali. Questi forniscono immagini per metafora. Per rendere il nostro luogo nuovo e reale per un gruppo, sia intrapsichico che sociale, abbiamo bisogno di invocare il genius loci, lo spirito del luogo, e come un buon architetto, domandare cosa dovrebbe essere fatto qui, con chi possiamo essere qui e cosa condividiamo. Non possiamo essere sempre d'accordo. Il genius loci può chiederci anche di non visitare alcuni luoghi. Non dovremmo arrampicarci sulla cima del Uluru o del Mt Kailas solo perché è là. Alcuni luoghi nella mente, come nel mondo naturale, bisogna lasciarli soli.

 

Collegamenti tra teoria e pratica

Non ci può essere una cosa come un'analisi ideografica con una sua interamente unica teoria clinica. C'è una teoria implicita in ciascuna interpretazione. Teorie di ogni sorta, clinica o generale, applicate dall'analista con K potrebbero essere un acting out nel controntransfert a perpetuare una reciproca estraniazione. L'esperienza di dislocazione era così centrale per K che mi sono sentito fortemente stimolato a fare interpretazioni formate sulla Teoria dell'attaccamento. Ma K era ipervigilante alla teoria, e quando ha percepito questo nel lavoro è divenuta meno partecipativa nel tempo che nel luogo. Secondo Rosenfeld (1987) una impasse causata da interpretazione basate sulle reazioni alla separazione si fonda su di una teoria generale piuttosto che sull'evidenza clinica. K. aveva un'invidia inconscia per chi è costante, incluso l'analista ed il setting, che le divenne più reale. L'opinione successiva di Rosenfeld era che l'interpretazione del dolore dell'invidia sarebbe più efficace di un'interpretazione diretta. Questo è sembra riferirsi a K.

L'esperienza clinica mostra che un uso particolare della metafora potrebbe aiutare K. a scoprire se stessa in un luogo e in un tempo, un processo che significherebbe un scontro con l'Altro Ignoto. Attaccando il significato di transfert ad eventi coincidenti che non hanno definizione come il suono del vento, della pioggia, del traffico, il grido degli uccelli, la caduta della luce nella stanza che si trovò costante nel tempo. Tali eventi non erano distrazioni, né certamente auspici. Con questa immagine potemmo articolare il significato. La inevitabile dimensione teoretica della interpretazione è stata collegata così all'immediata esperienza emotiva in un tempo e in un luogo reali.

Antal Borbely (1998) descrive come, in pazienti traumatizzati, "reti di significato che hanno potuto essere metaforicamente riferite l'un all'altro" vengono a formare "dialoghi rigidi, relazioni immutabili." "La coazione a ripetere di Freud ha descritto l'incapacità dell'analizzando di rimanere responsivo, cioè di relazionarsi metaforicamente (con razionalità immaginativa) alle circostanze del giorno." Borbely considera che, qualunque sia la scuola di psicoanalisi che influenza l'analista, un'interpretazione effettiva "mira, in principio, a dare vita alla metafora." Questo è fatto per collegare emotivamente, l'un all'altra, immagini sature di emozioni del passato e del presente.

K era stata traumatizzata da processi esterni ed interni di dislocazione e spostamento. Con la perdita del suo luogo, aveva perso il suo potenziale per la metafora, cioè, per il pensiero simbolico, e viveva in un stato di metonimia che si ripeteva. Al concetto psicoanalitico di metafora di Borbely, aggiungerei che il contenuto reale della immagine scelta dall'analista usata nelle interpretazioni fu importante nel ricollocarla nel tempo e nel luogo.

Il lavoro di Guy Da Silva che descrive "i borborigmi come segnali del lavoro psichico" (1990) è un esempio raro dell'uso metaforico intenzionale di eventi fisici immediati (suoni dell'intestino) nelle interpretazioni analitiche. Illustra un approccio pratico che naturalmente ha valore umoristico per includere in esso un evento fisico, somatico che fa parte della psicologia .

Le osservazioni sulla sincronicità di Carl Jung (1960) vanno più lontano e indicano la via per portare la percezione condivisa di eventi casuali esterni al corpo nella reverie dell'analista, ed nel dominio dello "psicoide" come un campo per l'interpretazione del creare-metafora.

 

Conclusioni

L'analisi di una paziente per la quale il luogo non aveva realtà psichica ha scoperto le difficoltà nel pensare metaforicamente. Queste hanno impedito la comunicazione dei simboli come parole e hanno causato una impasse in analisi.

Una spiegazione per questa situazione difficile è che creare metafore richiede, in definitiva, immagini dedotte da un luogo reale. Così i processi di dislocazione che lavorano contro la scoperta del luogo compromettono il pensiero simbolico.

La dislocazione nel tempo e nel luogo sono state dimostrate nella storia personale e transgenerazionale della paziente e parallelamente nell'esperienza del transfert e controtransfert. Un processo interno di spostamento perpetuava l'alienazione e il disorientamento.

In questo stato mentale la paziente era incapace di distinguere emotivamente se stessa dagli altri e di conseguenza di riconoscere una nuova esperienza.

Il concetto di luogo qui sviluppato, è considerato "altro" dal soggetto, non adeguatamente descritto come un costrutto mentale, e non spiegabile esclusivamente in termini psicologici. La partecipazione dell'esperienza analitica in un luogo reale in un tempo unico fa accendere la metafora. L'immaginario fornito dal luogo può creare interpretazioni mutative. Nuove immagini per emozioni create dalle proprietà immediate, fisiche del setting ed eventi casuali non pianificati sono collegamenti simbolici fatti dall'intuizione. Sono scoperte che ci collegano ad un'area oltre il dominio psichico. Definiscono il tempo e il luogo.

 

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