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Viene descritta la storia del caso di una
paziente per la quale un luogo non aveva realtà psichica. I concetti
di spostamento sono sviluppati per capire la sofferenza della
paziente. Il concetto psicoanalitico di luogo è implicito nel
processo di spostamento. La comprensione teorica e clinica del
luogo nella vita psichica è applicata ad altre discipline che
descrivono il significato emotivo di luogo: geografia, storia,
etnologia, e teoria dell'attaccamento. E' proposta una teoria
della clinica e una tecnica per affrontare una "impasse" sorta
dallo spostamento.
Storia del caso di una
persona dislocata
E'
possibile essere con qualcuno che non sente di essere in un luogo.
Questa persona può essere con te, per quanto a te riguarda, ma
non può stabilire se è sveglia o sogna, né sa se ti ha immaginato
in un sogno. Questo non è demenza o delirio: questa persona può
dirti l'ora del giorno e l'indirizzo, ma questi fatti non hanno
realtà psichica.
Una
paziente di questo tipo, una giovane bibliotecaria che chiamerò
"K", aveva
spesso sogni durante i quali
non avrebbe potuto dire se era sveglia o no. Spesso si svegliava
credendo per un minuto o due di essere in Brasile, o in una casa
precedente, oppure in qualche luogo stranamente familiare ma non
riconoscibile.
Insieme con il suo fidanzato "Q",
ha spesso percepito, che era con qualcun' altro. Aveva avuto momentaneamente,
la sensazione che era con un antico fidanzato o con qualcuno che
non conosceva, perché lo aveva dimenticato. Nel rapporto sessuale
lei si era sentita vivamente posseduta dall'antico fidanzato o
da qualcuno che non conosceva ma che avrebbe dovuto ricordare,
qualcuno di un passato dimenticato. Q è divenuto, in modo crescente,
impotente con lei e ha cominciato ad accusarla di renderlo così.
E' ritornato nel suo nativo Brasile
domandando a K di andarlo a trovare là. Lei non si era sentita
coinvolta. Da quando lui l'ha
lasciata, K. ha avuto esperienze di "jamais vu": percepire
che persone e luoghi familiari divengono improvvisamente estranei,
come se non li avesse mai veduti prima.
Nei
suoi sogni era in luoghi poco familiari, ed aveva un'immagine
ricorrente di strade dalla tonalità marrone scuro, grigiastro
che avevano uno "stile 1930". La tonalità e l'atmosfera di questo
sogno si sovrapponevano alle scene della sua vita di tutti i giorni
passando dall'esperienza di "jamais vu", a quella contraria
di "dêja vu": nel sogno era già stata li.
Anche
le persone assumono questa qualità e lei si sente, in modo crescente,
alienata da vecchi amici, e imbarazzata nell'incontrare gente
nuova, benché sia abbastanza socievole. Dice, che è per queste
esperienze di estraniazione che ha cercato un'analisi.
Sua
madre ha vissuto nel suo stesso palazzo, K. avrebbe potuto passare
molto più del suo tempo con lei, ma trova la vicinanza sempre
più "soffocante". Anche sua madre sembrava diventare
poco familiare: c'era "in lei un truce, terribile e
triste segreto "fin ora ignoto a K., tanto da credere
che "c'era sempre stato".
Dopo
che Q. è andato in Brasile la relazione continua via e-mail. Lui
le dice di aver ritrovato se stesso in una nuova relazione, con
R., e che con lei era potente, ma non riusciva a fare l'amore
senza pensare di essere con K. Voleva fare "sesso via e-mail"
con K.
Brevemente:
poco prima di essere venuta da me, K. partì per il Brasile, per
stare con lui e vedere se c'era un qualche futuro per loro due
insieme. Trovò che la nuova fidanzata si era appena traslocata
nel nuovo appartamento. Q. ha cercato di avere, nella casa, un
rapporto con K alle spalle di R. K è ritornata presto in Australia
danneggiata nei sentimenti e confusa. Lui cominciò a spedire e-mail
dicendo che lei è il suo unico amore e sarà sempre così.
K
ha lavorato con un uomo che aveva quasi lo stesso nome di Q tanto,
che hanno cominciato una relazione, ma in sua compagnia lei sentiva
che era ancora fisicamente con Q, e non poteva liberarsi da ciò.
Così era incapace di rispondere sessualmente o emotivamente al
suo nuovo fidanzato.
Quando
l'ho incontrata per la prima volta, è immediatamente entrata in
una relazione di fiducia. Ha detto di aver avuto una precedente
esperienza di terapia, questo fatto le ha reso facile capire la
solita routine per il pagamento, il tempo della seduta, le interruzioni,
e così via .
Sembrava
che con me fosse "a casa". Ma anche io avevo il mio
personale "deja vu". Ho sentito di averla già vista
prima o al meno qualcuno "proprio come lei," ma questo
non è il caso. Non avevo mai incontrato qualcuno come lei. Comunque
c'erano alcuni misteriosi punti di somiglianza con diversi altri
pazienti che avevo visto altrove, in termini di biografia superficiale,
storia della famiglia e malattia fisica.
Ha
voluto elaborare le sue continue preoccupazioni e esitazioni verso
Q., ancora in contatto via e-mail. Dice: "penso di fare cose
estreme, qualche cosa che gli dimostri che non conosce tutto di
me; potrei tatuarmi! Qualche cosa che non coincide con la sua
idea di me, è il solo modo con cui posso fermarlo dal costringermi
nella sua idea di me. Non posso sopportarlo." Odiava sentirsi
così senza libertà, ma era virtualmente assuefatta al suo attaccamento
via e-mail con Q.. Ciò aveva chiaramente sostituito il suo primario
attaccamento verso sua madre. Questo assuefarsi, la costringe
a sentire il suo legame con Q. intollerabile, ma era perfino più
forte con sua madre: soffocante." Una volta usava dire a
sua madre "tutto", "cinque volte al giorno",
ma anche dopo che decideva di non farlo, sentiva ancora di adattarsi
allo stereotipo di sua madre, che era inalterabile ed immutabile.
Percepiva che, ogni cosa che faceva era un'aspirazione di sua
madre: la sua professione, il suo stile nel parlare, il suo corpo,
persino nel venire da me aveva seguito sua madre, che recentemente
aveva trovato un terapista per se stessa , ed aveva "sempre
saputo" che K. avrebbe avuto un'analisi.
K.
aveva una insolita malattia, che le aveva danneggiato il fegato.
Cinque anni prima, quando viaggiava sola in America Meridionale,
a causa di un episodio acuto al suo esordio si era gravemente
ammalata. Allora incontrò Q.. Egli era la sola altra persona,
nell'ospedale, che parlava inglese e si era preso cura di lei
come un'infermiera. Vede ancora un medico per il trattamento della
malattia, ora sembra essere quiescente, ma ha richiesto un monitoraggio
accurato.
E'
stata francamente psicotica per un mese, ed allora ha avuto la
delusione che non era stata in un ospedale, che il personale era
impostore e che aveva perso letteralmente la testa. Disse che
i farmaci corticosteroidi le furono dati per il trattamento della
malattia reputata acuta per questa esperienza. Come la dose fu
ridotta, fu ricoverata. Dice che Q. l'ha "riorientata"
e "rieducata". Quando è ritornata casa ha visto un terapista
che l'ha aiutata "a venire a patti con la malattia",
in sessioni settimanali con il termine stabilito di 12 sessioni.
K. ha descritto il trattamento come "fare un inventario di
disfunzioni cognitive e gestirle secondo un protocollo."
Ha
descritto un sogno ricorrente della sua malattia:
C'erano
alcuni "organi interni, un fegato, o un rene, o qualche cosa
che è stato rivestito con un tipo di limo denso." Questa
era la sua malattia, una malattia auto immune. Sognò che se avesse
soltanto potuto versare alcol puro sopra la superficie viscosa
la avrebbe pulita, se solo avesse potuto ottenere la mente abbastanza
pulita. E' successo, che mi sembrava che questa malattia fosse
l'unica cosa nella sua mente o che il corpo non era in armonia
con l'immagine che lei sentiva che sua madre e Q. avevano di lei.
Ogni sforzo, era proprio di separare ciò che pensava essi si aspettassero
e suggerissero, solo questa malattia non aveva a che fare con
loro. Ma come il nostro lavoro è continuato mi è divenuto chiaro
quello che in parte era anche un introietto della mente di sua
madre: l'oggetto del sogno era quello che K. ha chiamato "l'orribile
depressione" di sua madre. Questa era la parte della mente
di sua madre che K. non ha conosciuto. Dubito che la madre fosse
consapevole di ciò. La sua immagine può solo essere apparsa nel
corpo della figlia; di conseguenza questo sogno. Ora questo era
l'"Altro" dentro K., intollerabile al suo sistema, e
causa di vergogna. La malattia latente di K era una comprensibile
causa di grande dolore per sua madre, che preoccupata della possibilità
di ricadute, era molto agitata per i dettagli del mantenimento
della salute.
La
stranezza della nostra situazione è divenuta un'atmosfera forte.
Sono stato confuso ogni volta che ci siamo incontrati. Poiché
si è sentita così a suo agio con me. Ha sofferto di nostalgia,
per i bei tempi con Q. Ha ricordato confusamente i giochi d'infanzia
con la famiglia, una sorta d'età d'oro, senza tempo, prima di
cominciare la scuola: "Essendo insieme avevamo tutto, i miei
genitori erano giovani, i miei nonni erano vivi e sembrava
essere stato sempre così" C'erano molte indicazioni
che io ero parte di quel tempo e anche per questo si è sentita
completamente accettata da me. Nulla di ciò che avrei potuto dire
era nuovo o poco familiare per lei. Aveva quello che viene detto
"una conversazione virtuale in corso", con me nella
sua mente tra le sedute e non sentiva molto le interruzioni.
Alle
sue molte scuole era stata presa in giro e stuzzicata a causa
delle sue orecchie grandi, dei suoi modi goffi, delle sue ombrosità
e del successo scolastico. Da allora
si era sentita un pesce fuor d'acqua, fino all'incontro
con Q. che la convinse, quando era gravemente malata in Brasile,
che lui la conosceva da sempre. Un sentimento di "mesmerismo"
nella sua voce, nel modo in cui lo ha riferito mi ha condotto
ad inferire, e ad interpretare che io, ora, ero l'agente originario
che la aveva derealizzata, e la aveva mantenuta in un'armonia
senza giunzioni, senza separazioni con nessuna realtà di luogo
o di tempo. In uno sguardo retrospettivo io ho realizzato che,
il concetto di Chasseguet-Smirgel (1990) di una "Matrice
Arcaica del Complesso di Edipo" aveva dato forma alle mie
interpretazioni. K., ha sentito una aumentata empatia in risposta
ad esse. Non avevo presentato le mie interpretazioni come parte
di una teoria, e non avevo attribuito le idee a qualcun altro.
Le interpretazioni erano risposte ai suoi riferimenti, nelle sedute,
all'eternità. Ma K. sembrava consapevole che il suo imbarazzo
è stato accomodato da me in uno schema fatto per e da altre persone
in altro tempi e luoghi, e ha reagito come se fosse capita e rassicurata.
Benché questo le ha dato un senso di armonia, aveva avuto però
un costo: si è sentita più libera dal corpo, e non avrebbe trovato
un nuovo inizio in questo stato di sintonia.
Il
sentimento che empaticamente avevamo sempre riconosciuto l'un
l'altro è tornato nelle sedute. Quello che osservavo è stato sempre
accoppiato da K riportando intensi sentimenti di dislocazione,
ed un sentimento senza speranza di estraniazione, di non essere
nel tempo reale, in un luogo reale , di essere senza futuro.
Poteva
sentire transitoriamente che era davvero nella stanza d'analisi
con l'analista, e questi momenti in tempo ordinario sono stati
spesso da noi ripetuti e segnati, abbastanza attendibilmente per
molti mesi, mettendola in grado di sviluppare un altro precario
punto di vantaggio. Da questo punto osservava come poteva essere
in un sogno ad occhi aperti mille miglia lontana dal qui ed ora.
Ha sofferto sia dentro che fuori le sedute perché non si accettava
come "altro," ma piuttosto come lo stereotipo percepito
da sua madre, da Q., dal suo principale, dai colleghi, dall'analista.
Ho lavorato con questo osservando come parlava. Per esempio ripeteva
molto di quello che io le dicevo: " intende dire questo...
in altre parole" questo manteneva le parole inserite all'interno
dei suoi modelli preconcetti.
Per
un po' si è preoccupata che io la condannassi per atti di infedeltà
verso Q., che mi sarei sentito offeso o incapace (impotente) se
non avesse domandato quello che lei pensava che io mi aspettasi
da lei. Divenne depressa, vergognosa, sentendosi sleale ed in
"cattiva fede" Non l'ho riassicurata su questo problema.
Questi erano tentativi di controllarmi, di avermi come lei aveva
immaginato. All'interno delle sedute i sentimenti di tradimento
e "cattiva fede" erano parte di una sequenza e erano
le conseguenze dei suoi sforzi di invalidarmi avendo una mia propria
mente. Potevo osservare come si sforzava di collocarmi quando
stava per dire cose come: "So già quello che stai per dire"
o "ho sentito che lei ha veramente capito come mi sento"
ed anche in vari sottili modi di usare linguaggio e toni della
voce per creare nelle sedute un'impressione di senza tempo. Quando
ha compreso che quello che faceva era osservabile si sorprese
notevolmente. Si è sentita meno senz'aiuto. La sua vergogna e
il sentirsi vittima si sono trasformati in una preoccupazione
per le sue proprie azioni. Ma io ero ancora con qualcuno che spesso
non riconosceva chi era con lei, dove lei era, se lei c'era stata
davvero o se era in un sogno, oppure no. Poteva a mala pena sperimentare
qualche cosa di nuovo, cioè ricorrenze, riunioni e cose del genere.
Mentre era in questo stato mentale,
mi scoprii ad osservare particolarità della stanza più del solito:
lo specifico, naturale modo della luce di penetrare, la qualità
irripetibile di certi
suoni distanti. Trovai che potevo usare queste percezioni del
luogo come immagine nelle interpretazioni di transfert, e che
K., come risultato, si sarebbe sentita meno incorporea.
Storia di una famiglia
dislocata
K
era l'erede di generazioni di gente nomade e di quel processo
rappresentato nella mente.
Attraverso il lavoro con K sono divenuto consapevole dell'importanza
del luogo nel lavoro clinico. Questo mi ha condotto a un genere
di meditazione che ho cominciato nelle sedute e ho continuato
altrove: quel dislocare in luogo è il contesto per la nostra sofferenza
collettiva. Possiamo presumere la dislocazione
come dato, o come fato. L'Australia è un paese di esuli,
o di esiliati, forse per la maggior parte di tutti i nativi della
nostra terra. K mi ha inspirato la messa a fuoco sulla dislocazione,
rappresentata nella mente, come un problema clinico.
Una
disgiunzione tra dove, quando e chi, non cominciò con K, era la
sua eredità. La ricostruzione, dilazionata, di una storia transgenerazionale
della famiglia, ha aiutato K nel collocarla nel qui ed ora. La
storia della famiglia raccontatami da K era una sola e continua
nel tempo dislocazione. La famiglia del padre, di vecchia origine
australiana, sembrava aver obliterato la loro genealogia. I nonni
di sua madre, rifugiati, sono arrivati in Australia senza nulla
e bisognosi alla vigilia della Seconda Guerra Mondiale. Volentieri
hanno sacrificato tutta la vita per l'istruzione dei loro figli.
I genitori di K, ambedue tecnici in campo scientifico, di frequente,
durante la loro, si spostavano in giro per l'Australia. Avevano
una gioviale, sciolta attitudine alle separazioni, trattando tutti
i luoghi come intercambiabili. Suo padre aveva un detto "dovunque
appendo il mio cappello è casa, dovunque siedo è il capo della
tavola". Sua madre aveva uno stile di vita
particolarmente disinvolto,
trascurava il suo proprio aspetto e la salute fisica, abbandonò
la carriera per la preoccupazione dei figli, di cui K è stata
l'ultima a lasciare casa. Malgrado una facciata esterna di ottimismo
e progressismo politico la madre di K si portava dappertutto una
ereditata nostalgia per l'Europa prima del 1930 in un
non mentalizzato, concreto archivio, in vecchie fotografie
di vecchi vicini e quartieri che nessuno ora potrebbe nominare.
K. ha definito questi promemoria come le sole costanti nella sua
infanzia nomade. Non erano da discutere. Il padre è rimasto sullo
sfondo, un uomo gentile, pieno di sogni. C'era un vago tipo di
mitologia di un'età d'oro, di antenati materni eleganti, alla
moda nelle grandi città dell'Europa centrale, di qualche cosa
là che è chiamato "cultura". "Ognuno" sapeva
che era assente in Australia ed ora virtualmente estinto in Europa.
Questa mitologia includeva diverse, distanti, relative generazioni
passate che si suppone abbiano avuto un analista. Come K. ricostruiva
il passato della sua famiglia, si sentì meno sfiduciata, perché
sviluppò un senso più reale del passare del tempo, in conformità
di un futuro.
Spostamento e la psicologia
del luogo
Lo
spostamento ha un duplice significato. Un primo significato è
questo: per la psicoanalisi è la transvaluatazione dei valori
psichici; idee astratte o sentimenti possono essere trasposte
in un equivalente che si presta alla visualizzazione; in questo
modo l'interesse psichico è trasferito in vivacità sensoria. Questo
è un processo familiare nei sogni. Lo spostamento funziona come
un luogo comune della difesa nell'analisi clinica, in una fobia,
per esempio, lo spostamento sull'oggetto fobico permette l'oggettivazione,
la localizzazione, e il contenimento dell'ansia. Ciò sottintende
l'evitamento di questo contesto. In questo senso lo spostamento
è una metonimia in cui l'associazione è basata sulla contiguità,
in contrasto alla simbolizzazione in cui l'associazione è basata
sulla somiglianza (Laplanche e Pontalis, 1985).
In
metonimia la giustapposizione associa uno elemento con un altro. Per esempio: "Mosca
critica Washington" associa capitali con nazioni; una parte
può significare il tutto. Metonimia include freddure, rime. Al
contrario le metafore collegano elementi del significato condiviso,
non di giustapposizione (per esempio: "il fuoco del desiderio",
le "parole dolci"). Nella metafora un elemento non è
una componente o estensione dell'altra. Nel lavoro clinico, il
significato condiviso tra gli elementi della metafora è la qualità
dell'emozione. Questi termini linguistici possono descrivere stati
di mente, ed anche la natura del legame tra analista e paziente
che è sia emotivo che metaforico ed ha anche una funzione di prossimità,
ossia metonimica .
A
causa dell'inevitabilità della separazione della realtà fisica
e psichica, sperimentiamo un inconscio strutturato da un continuo
spostamento, metonimia. Lacan (1970) contrappone questa alla metafora,
che assimila al concetto di Freud di condensazione. Considera
la natura del desiderio come metonimia.
Un
secondo significato dello spostamento è la dislocazione spaziale.
Questo senso della parola pone una domanda: Cosa intendiamo, in
termini psicologici, per luogo? Luogo connota un centro geografico.
Luogo si riferisce anche ad un momento psicosociale.
La
teoria psicoanalitica tratta lo "spazio" ma raramente
il "luogo." La pratica clinica, tuttavia, dipende da
un luogo: un incontro in un tempo storico, in un luogo reale,
la stanza d'analisi, il divano, la seduta. Questo setting non
può essere interamente definito in termini psicologici.
Studi
interdisciplinari possono essere utile per scoprire un concetto
di luogo (distinto da "spazio") attinente alla psicoanalisi.
Il
geografo Anssi Paasi (1991) suggerisce che i luoghi rappresentano
i nodi di una biografia della vita, che è un'unica rete di episodi
situati nella vita. In questo senso interazioni persona-luogo
contengono la prospettiva che tutta la vita di un individuo, comprende
memoria, eventi transgenerazionali e storicamente remoti.
Il ricercatore M. T. Fullilove (1996)
della American Community descrive lo spostamento come disgregante
di tre processi psicologici: familiarità, attaccamento ed identità.
Il disorientamento che ne consegue, la nostalgia e l'alienazione
possono minare il senso di appartenenza e di salute mentale. La
perdita improvvisa di un mondo esteriore che convalida le nostre
routine spaziali è sentita come una perdita di sé. E' un trauma
psicosomatico: "L'orientamento geografico è conficcato in
tutto il corpo".
Nel
concetto di identità del luogo, come è stato sviluppato da Proshansky
ed altri (1983) il luogo è incorporato nel senso di sé come un
elemento centrale della formazione dell'identità. L'integrità
della identità del luogo individuale si appoggia su l'avere un
luogo ed anche sul sapere che il proprio luogo è stimato da altri.
Quando l'identità è tradita nell'uno o l'altro caso, il risultato
può essere alienazione (Smith e Katz, 1993).
Un
senso di alienazione può divenire un lascito transgenerazionale,
come nel caso della famiglia di K. Questo è l'aspetto sociale
e politico della psicologia dello spostamento che noi in Australia
testimoniamo nella determinazione dei diritti della terra dell'Aborigeno
(Butt e Eagleson, 1996; Hiley, 1997). L'appropriazione della terra,
come l'appropriazione del surplus di valore nella teoria di Marx,
causa alienazione. Il concetto di alienazione, per primo sviluppato
da Hegel, è che il mondo (la natura, le cose, gli altri, e noi
stessi) è divenuto estraneo all'umano. Erich Fromm (1961, 1962)
ha sviluppato questo concetto di alienazione per spiegare l'effetto
dell'inabilità di un transfert idealizzante. Soltanto sottoponendosi
a questo oggetto della proiezione il paziente alienato può sentirsi
in contatto con sé stesso. Per questo spostamento K. si è sentita
particolarmente sicura, a casa e capita, quando era con l'analista.
La passività in presenza di un oggetto idealizzato può essere
basata sull'alienazione dell'individuo. Fromm l'ha considerata
il centro dinamico del transfert, quello che dà forza a e intensità
al transfert: la nostalgia.
La
teoria dell'attaccamento descrive come l'attaccamento al luogo,
originariamente l'unione con il corpo della madre, il nostro primo
luogo e la originaria fonte di immagine, è elaborato attraverso
separazioni e riunioni dalla primissima infanzia. L'attaccamento
alla casa forma il centro di una serie di appartenenze a successivi
domini spaziali successivamente più grandi e più astratti (Basso
ed Altman, 1992). L'attaccamento insicuro nell'infanzia appare
come un precursore di una più tarda psicopatologia che include
la depressione (Schore, 1994): la grave disorganizzazione è un
predittore di precedente dislocazione in tutta la vita, e in estremo,
del suicidio (Adamo, 1995). Ma la consapevolezza del desiderio
come un " nostalgico sentimento agrodolce" può essere
un segnale che la capacità di nuovi attaccamenti rimane possibile
(Fullilove, 1996).
4.
L'agenzia del paziente nel generare alienazione
L'analisi
di K ha scoperto gli effetti dannosi dello spostamento, la nostalgia,
il disorientamento e l'alienazione. Questi possono essere attribuiti
a un ambiente deficitario nell'attaccamento sicuro al luogo, nella
familiarità e nell'identità. L'ambiente includeva attività di
proiezione da parte dei suoi genitori. Molto della nostalgia è
stata non mentalizzata, spostata, esternalizzata. Il lavoro di
analisi ha estesamente sviluppato una capacità riflessiva come
descritta da Fonagy et al. (1991) per rendere il sentimento pensabile
e sopportabile
Questa
formulazione dello spostamento come interamente causato dalla
traumatica dislocazione ambientale era una "evidenza-basata"
e ingannevolmente plausibile. Ma la malattia di K non era semplicemente
post-traumatica o dovuta a deficienza ambientale.
I
risultati terapeutici sono dipesi dalla scoperta di K del proprio
agire
nello spostamento e dal divenire consapevole di quando,
perché e come ha usato questo processo come difesa contro la consapevolezza.
Un'alternativa
a una semplice formulazione ambientale è stata fornita da una
coincidenza. C'è una meravigliosa, triste canzone postmoderna
sulla alienazione e la nostalgia da una delle città più alienanti
del mondo, São Paolo. L'avevo sentita una volta in un altro luogo.
K aveva in mente il motivo e la sua intensità, ma solo un frammento
delle parole. Ha canticchiato il motivo e ha cercato di ricordare
le parole. Per coincidenza, quando ho scritto questo lavoro, io
ho trovato un poema in portoghese di Caetano Veloso: "Sampa".
Lo scrittore è chiaramente un esule nella sua propria terra. La
nostalgia è in tutta la musica, composta da un altro uomo. In
una forma molto condensata le parole spiegano l'atto di percezione
di K che ha generato la sua alienazione e la perdita di identità:
Quando eu te encarei frente a frente não vu o meu rosto. Chamei de mau
gosto o que vi, de mau gosto de mau gosto.
É que Narciso acha feio o que não é espelho. E a mente apavora o que ainda
não é mesmo velho
Quando ho guardato fisso avanti non ho veduto la mia faccia. Ho chiamato
quello che ho veduto cattivo gusto, cattivo gusto, cattivo gusto.
Narciso trova brutto quello che non è un specchio e la mente getta via
ciò che non è veramente vecchio.
Era
difficile per me mettere parole alla musica emotiva di K. C'erano
sedute dove niente di nuovo veniva in mente per esprimere l'atmosfera
nella stanza che era immediatamente "riconosciuta" da
K, che ha codificato e ha archiviato in una predeterminata "biblioteca"
di schemi. Nulla di nuovo è stato permesso; nulla era ignoto.
Era tutto banale, di "sapore cattivo" prima di essere
stato ordinato. Lei era creatrice di un sistema ossessivo, meticoloso
con dettagli simile a de Sade, Fourier e Loyola, nella loro descrizione
di Roland Barthe (1996). Come loro si isolava emotivamente e abitava
in uno schema, un linguaggio secondario al quale tutto può essere
assegnato, come un catalogo di biblioteca ."Quello è proprio
così ... Quello è un altro di quelli...proprio la stessa cosa.
Veramente lo ho già conosciuto... Oh!, intende dire che...".
La terminologia della sua lettura della psicologia cognitivo-comportamentale
prendeva a prestito queste sistematizzazioni.: Diceva spesso: "Gli
stessi vecchi nastri , ancora e ancora".., "quella era
un'altra assunzione disfunzionale sociotropica." Così si
allontanava dal solito qui ed ora. C'era un ordinata, soddisfatta
sensazione nel suo familiarizzate parole-rituali. Narciso trovava
brutto ciò che non era uno specchio.
Luoghi
nel controtransfert
Mi
sentivo in un interminabile viaggio attraverso panorami desolati
dalle fattezze monotone. Di quando in quando appariva una pietra
dalla forma inaspettata, o una discontinuità nell'orizzonte, o
un blocco di alberi configurati stranamente. La nostra guida che
tutto conosce diceva che ognuna di queste cose è appartenuta ad
un'altra storia, in un altro tempo, non nel nostro tempo, ma quello
di un mito riciclato senza-presente, già finalizzato e fisso.
Ciascuna irregolarità ha segnato una vecchia storia che era nell'inizio,
è ora, e sempre sarà. Ho trovato i modi di parlare con K di questa
"guida" che ha convertito il Nuovo, l'Altro, nel Primordiale
e sempre-noto. L'uso della metafora ha catalizzato le associazioni
di K, che mi hanno dato una comprensione dei panorami della mia
reverie. Lo scenario del deserto ha rappresentato la mente del
padre che non aveva potuto sostenere un senso di spazio abitabile
per K e sua madre nelle sembianze della seducente "guida"
derealizzante.
K
ha sentito queste interpretazioni metaforiche collegare il passato
al presente come "astringente, pulente," un sollievo
da un "appiccicoso stato limaccioso." Fu allora capace
di mostrare il transfert verso di me come padre indeterminato.
Le sedute successive ebbero una fresca atmosfera; sentiva risvegliata
da un trance.
Esperienze
nuove come incomprensibili
Qualche
volta è utile considerare la mente individuale come un gruppo,
e l'osservazione dei processi di gruppo come immagini del mondo
intimo di un persona. Mi prenderò la libertà di riferire un recente
studio sui processi del gruppo, in questo senso. Claudio Neri
(1998) in suo recente lavoro sui gruppi descrive la reazione all'entrata
in gruppo di nuovi membri: "Appare la fantasia che i nuovi
membri sono 'il ritorno del morto'".
L'espressione
'il ritorno del morto' si riferisce ad alcuni membri del gruppo
originario che lo avevano abbandonato per varie ragioni, lasciando
un senso di sentimento negativo.
Poiché
K non poteva sopportare di conoscere qualche cosa come "Altro",
ogni nuovo contatto emotivo era per lei un incontro col morto
vivente. Cioè coi suoi stessi pezzi che erano stati dislocati
dall'identificazione proiettiva per preservare un ordine narcisistico.
Questo fantasia che il nuovo venuto,
è un revenant, si osserva
nei primi incontri tra le culture indigene e gli europei
moderni. In Messico gli invasori spagnoli in un primo momento
furono pensati "essere perduti da tempo o dei che ritornavano"
(Tommaso, 1993); in Melanesia ed Australia i primi incontri con
le spedizioni europee sono state credute essere con spiriti ancestrali
o il morto ritornato (Souter, 1963; Blainey, 1980). L'incapacità
di vedere l'"Altro" ha avuto reciproche e tragiche conseguenze,
un noto esempio di ciò era la finzione
legale che l'Australia era " terra nullius" (Butt,
1996). K ha trattato lo spazio tra noi come faceva nella sua vita
intima, come se fosse una "terra nullius" che non poteva
contenere nella mente nulla che non fosse già noto. Ma era anche
un "terrore" dell'assenza. Aveva riempito l'assenza
dove non poteva vedere l'Altro col suo sistema derealizzante,
il già noto. Mircea Eliade (1954) ha tratto da antiche tradizioni
dell'Australia Aborigena per descrivere un stato mentale che ha
definito "il mito del eterno ritorno." Era questa fantasia,
la sola ricorrente, che manteneva il disorientamento di K nella
forma di innovazione. La sua mente 'rifiutava' qualunque cosa
non fosse "veramente vecchia" e parte della sua "stessa
vecchia storia"
La
paura di tempo e luogo
Lo
stato mentale descritto da Eliade è desiderare ardentemente un
universo senza qualche cosa nuovo in esso, "un incessante
ripetizione di gesti" dove "nessuno atto che non ha...è
dato da qualcun altro," ed in fine, "da qualcun altro
essere non umano," la condizione, dove non ci sarebbe "Altro"
è una potente opposizione alla scoperta di tempo e luogo. Questa
scoperta implica ciò che Eliade ha chiamato "il terrore della
storia." Il perché della malattia di K, la nascita di "un
altro" dentro di lei, una gravidanza, reale o metaforica,
potrebbe verificare la sua morte garantita. Per K sarebbe duro
sopportare la conoscenza di una perdita irrecuperabile e di un
futuro oltre la profezia.
La qualità dell'"Altro" necessaria
per la consapevolezza, era stata relegata da K al sistema di "una
sola storia che si dimostrerà degna di essere efficace ".
Quando un nuovo incontro comincia, come può essere all'inizio
di ogni seduta, le differenze potrebbero essere ancora insopportabile
per lei, un'assenza incomprensibile, mostruosa, e "getterebbe
via" il nuovo che c'è in esso con alcuni aneddoti ripetuti
o formule da "scienza conoscitiva." Ma un aumento di
fiducia nella metafora, nasce da una immagine visuo-spaziale,
come quella della "guida," venuta a soppiantare il ciclo
infinito delle metonimie (spostamenti).
Implicazioni
per la tecnica : cornice e metafora
Queste
riflessioni sul luogo sollevano una questione. Come possiamo aiutare
un paziente alienato a riconoscere l'"Altro" come distinto
dal lavoro della loro propria mente, proiezione, preconcezione,
sogno, allucinazione? Forse questo è il compito fondamentale della
psicoanalisi. In senso lato la questione è: Questo è un luogo
che fantastichiamo? O da quale siamo ospitati?
(Questa non può essere una domanda mistica, è in breve
la teoria evolutiva darwiniana). Se questo luogo e noi stessi
siamo "Altro" a ciascuno, potremo conoscerlo?
Il
lavoro di Ronald Baker sulla scoperta dell'analista come nuovo
oggetto, sottolinea questo problema. Baker (1993) descrive come
la sopravvivenza dell'analista nel setting è essa stessa un'implicita
interpretazione di transfert. Soprattutto, la salute, come la
sopravvivenza, può significare che il paziente non è in una originaria
situazione traumatica (dislocazione, disorientamento) di transfert.
L'analista può essere il primo sopravvissuto nella vita del paziente;
Baker considera questo ciò che è terapeutico. Questo stabilisce
le condizioni per il paziente di trovare l'analista come un oggetto
nuovo. Questo era vitale per K che tendeva a rendere qualunque
relazione oggettuale nuova in una vecchia. L'esplicita interpretazione
di transfert poteva alimentare in lei "qualcosa di più dal
passato", resistenza a un nuovo inizio. Era contro l'analista
come un oggetto nuovo da cui si difendeva di più. Inoltre, Baker
suggerisce che una implicita, come distinta da una verbalizzata,
l'interpretazione del transfert può essere anche potenzialmente
mutativa. Ma le interpretazioni di transfert esplicite erano necessarie
per K, che non era semplicemente traumatizzata ma ora perpetuava
attivamente la sua alienazione. Questa impasse è stata negoziata
da una particolare applicazione del setting di fare interpretazioni
di processi di spostamento.
La psicoanalisi si è sviluppata storicamente
fra persone che sono state, o sono divenute presto spostate, e
hanno capito che lo spostamento come tutte le difese contro la
consapevolezza lasciava sintomi dietro di se. L'invenzione del
setting analitico (Langs, 1981) indirizzò la dislocazione. Ha
definito l'attività psichica dell'analista sull'interesse di un
altro, in un modulo oggettivo, in un spazio geografico localizzato
in tempo lineare unidirezionale. Questo è anche un spazio etico,
un contenitore di valori morali. In quel contesto potevo usare
la mia stanza di analisi per osservare gli aspetti spaziali del
transfert e del controtransfert. K. era spesso virtualmente senza
corpo. Un'analisi via e-mail, sedute "virtuali" (la
via del futuro?), avrebbero fatto cose peggiori. Analisi ha bisogno
di un corpo fisico, di come è fatta una persona. Non esiste nessuna
persona reale senza il proprio luogo, come non c'è nessuna cosa
come un bambino senza la propria madre. Differentemente da molti
altri pazienti, K non ha fatto nessun riferimento al luogo in
cui era. Questo lavoro spetta all'analista. I riferimenti metaforici alla implicite proprietà terapeutiche del
setting-luogo possono essere fatte nelle interpretazioni verbali.
Attaccando il significato del transfert gli aspetti reali
dell'immediato setting fisico, fummo capaci di vedere l'attività
proiettiva di spazio e tempo negati contro la relativa costanza
del setting.
Genius Loci: lo spirito del luogo
Claudio
Neri ha aggiunto una dimensione nuova dotato d'intuito dal gruppo
di lavoro e dalla mitologia classica alla manutenzione del setting
dell'analista. Descrive
come una condizione per il pensiero del gruppo è "la presenza
di un "genius loci." Egli intende
che c'è bisogno di un punto di riferimento, così che tutti
i membri comprendono che essi non sono solo referenti l'un all'altro
ma anche ad un terreno comune.
Questo terreno di proprietà comune è curato dal genius loci,
lo spirito del luogo. La funzione del genius loci è trovare modi di stare insieme, e conoscere
uno spirito di gruppo.
Il genius loci non è necessariamente l'analista, non è un
oggetto di interpretazione.
E qualche cosa che proviene dalla natura e dall'ambiente ed
include pensiero (Neri, 1998).
Ciascuno luogo reale ha un genius loci. Il "tatto"
di un luogo scoperto dalla intuizione e rappresentato da questo
spirito tutelare.
Propongo
che il concetto di Neri sia sviluppato per capire la situazione
analitica individuale come un luogo che può essere conosciuto
intuitivamente. Nel contesto clinico il genius loci mostra l'analista col "tatto" della
seduta che di volta in volta, può essere rappresentato dalle particolari
proprietà sensorie della stanza e da fenomeni fisici casuali.
Questi forniscono immagini per metafora.
Per rendere il nostro luogo nuovo e reale per un gruppo, sia
intrapsichico che sociale, abbiamo bisogno di invocare il genius
loci, lo spirito del luogo, e come un buon architetto, domandare
cosa dovrebbe essere fatto qui, con chi possiamo essere qui e
cosa condividiamo. Non possiamo essere sempre d'accordo. Il genius
loci può chiederci anche di non visitare alcuni luoghi. Non dovremmo
arrampicarci sulla cima del Uluru o del Mt Kailas solo perché
è là. Alcuni luoghi nella mente, come nel mondo naturale, bisogna
lasciarli soli.
Collegamenti tra teoria e pratica
Non
ci può essere una cosa come un'analisi ideografica con una sua
interamente unica teoria clinica. C'è una teoria implicita in
ciascuna interpretazione. Teorie di ogni sorta, clinica o generale,
applicate dall'analista con K potrebbero essere un acting out
nel controntransfert a perpetuare una reciproca estraniazione.
L'esperienza di dislocazione era così centrale per K che mi sono
sentito fortemente stimolato a fare interpretazioni formate sulla
Teoria dell'attaccamento. Ma K era ipervigilante alla teoria,
e quando ha percepito questo nel lavoro è divenuta meno partecipativa
nel tempo che nel luogo.
Secondo Rosenfeld (1987) una impasse causata da interpretazione
basate sulle reazioni alla separazione si fonda su di una teoria
generale piuttosto che sull'evidenza clinica. K. aveva un'invidia
inconscia per chi è costante, incluso l'analista ed il setting,
che le divenne più reale. L'opinione successiva di Rosenfeld era
che l'interpretazione del dolore dell'invidia sarebbe più efficace
di un'interpretazione diretta. Questo è sembra riferirsi a K.
L'esperienza
clinica mostra che un uso particolare della metafora potrebbe
aiutare K. a scoprire se stessa in un luogo e in un tempo, un
processo che significherebbe un scontro con l'Altro Ignoto. Attaccando
il significato di transfert ad eventi coincidenti che non hanno
definizione come il suono del vento, della pioggia, del traffico,
il grido degli uccelli, la caduta della luce nella stanza che
si trovò costante nel tempo. Tali eventi non erano distrazioni,
né certamente auspici. Con questa immagine potemmo articolare
il significato. La inevitabile dimensione teoretica della interpretazione
è stata collegata così all'immediata esperienza emotiva in un
tempo e in un luogo reali.
Antal
Borbely (1998) descrive come, in pazienti traumatizzati, "reti
di significato che hanno potuto essere metaforicamente riferite
l'un all'altro" vengono a formare "dialoghi rigidi,
relazioni immutabili." "La coazione a ripetere di Freud
ha descritto l'incapacità dell'analizzando di rimanere responsivo,
cioè di relazionarsi metaforicamente
(con razionalità immaginativa) alle circostanze del giorno."
Borbely considera che, qualunque sia la scuola di psicoanalisi
che influenza l'analista, un'interpretazione effettiva "mira,
in principio, a dare vita alla metafora." Questo è fatto
per collegare emotivamente, l'un all'altra, immagini sature di
emozioni del passato e del presente.
K
era stata traumatizzata da processi esterni ed interni di dislocazione
e spostamento. Con la perdita del suo luogo, aveva perso il suo
potenziale per la metafora, cioè, per il pensiero simbolico, e
viveva in un stato di metonimia che si ripeteva. Al concetto psicoanalitico
di metafora di Borbely, aggiungerei che il contenuto reale della
immagine scelta dall'analista usata nelle interpretazioni fu importante
nel ricollocarla nel tempo e nel luogo.
Il
lavoro di Guy Da Silva che descrive "i borborigmi
come segnali del lavoro psichico" (1990) è un esempio
raro dell'uso metaforico intenzionale di eventi fisici immediati
(suoni dell'intestino) nelle interpretazioni analitiche. Illustra
un approccio pratico che naturalmente ha valore umoristico per
includere in esso un evento fisico, somatico che fa parte della
psicologia .
Le
osservazioni sulla sincronicità di Carl Jung (1960) vanno più
lontano e indicano la via per portare la percezione condivisa
di eventi casuali esterni al corpo nella reverie dell'analista,
ed nel dominio dello "psicoide" come un campo per l'interpretazione
del creare-metafora.
Conclusioni
L'analisi
di una paziente per la quale il luogo non aveva realtà psichica
ha scoperto le difficoltà nel pensare metaforicamente. Queste
hanno impedito la comunicazione dei simboli come parole e hanno
causato una impasse in analisi.
Una
spiegazione per questa situazione difficile è che creare metafore
richiede, in definitiva, immagini dedotte da un luogo reale. Così
i processi di dislocazione che lavorano contro la scoperta del
luogo compromettono il pensiero simbolico.
La
dislocazione nel tempo e nel luogo sono state dimostrate nella
storia personale e transgenerazionale della paziente e parallelamente
nell'esperienza del transfert e controtransfert. Un processo interno
di spostamento perpetuava l'alienazione e il disorientamento.
In
questo stato mentale la paziente era incapace di distinguere emotivamente
se stessa dagli altri e di conseguenza di riconoscere una nuova
esperienza.
Il concetto di luogo qui sviluppato,
è considerato "altro" dal
soggetto, non adeguatamente descritto come un costrutto mentale,
e non spiegabile esclusivamente in termini psicologici. La partecipazione
dell'esperienza analitica in un luogo reale in un tempo unico
fa accendere la metafora. L'immaginario fornito dal luogo può
creare interpretazioni mutative. Nuove immagini per emozioni create
dalle proprietà immediate, fisiche del setting ed eventi casuali
non pianificati sono collegamenti simbolici fatti dall'intuizione.
Sono scoperte che ci collegano ad un'area oltre il dominio psichico.
Definiscono il tempo e il luogo.
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