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La natura, largamente definita come il mondo
non-umano, è soggetta alle manipolazioni degli uomini quali: la
frammentazione dell'ecosistema, la perdita dell'habitat naturale
e gli effetti dell'inquinamento dell'aria ed dell'acqua. La nostra
capacità di vedere e non vedere è irritante. La mia premessa è
questa: la nostra, ed estesa parte di responsabilità, nel vivere
in maniera insostenibile sul pianeta terra, si fonda sul grado
di impermeabilità tra l'individuo, il gruppo e la nostra inflessibilità
nell'alterare il focus da uno all'altro, in particolar modo attraverso
i confini della specie. Esplorerò la relazione tra individuo e
gruppo, non nel senso della psicoanalisi di gruppo, ma piuttosto,
esaminerò il processo attraverso il quale le nostre affiliazioni
di gruppo sono limitate o ampliate.
L'individuo,
incluso nella membrana che chiamiamo la nostra pelle, si relaziona,
a una panoplia di altri-diadi, famiglia, e comunità- a tutto un
insieme di individui, da cui deriva la propria integrità, una
specie di "consapevolezza di sé". il Mio interesse primario è
di capire quali condizioni facilitano il cambiamento di quello
che chiamerò i confini di considerazione.
Quali sono le circostanze intrapsichiche, interpersonali e transpersonali
che permettono un ingrandimento della sfera della nostra preoccupazione,
e che permettono una dilazione del nostro senso di partecipazione
a un gruppo più grande, specialmente quando quel gruppo comprende
un'altra specie che non è la nostra.
Scrivendo qui delle condizioni psicologiche
che potrebbero essere considerate vantaggiose riguardo alla nostra
relazione col mondo naturale, la mia speranza è di essere provocatoria.
Vedo questo sforzo in nessun modo esauriente o statico. Espandere
i confini della considerazione è semplicemente una via per aprire
nuove possibilità che esplorino l'interfaccia tra la cultura umana
e il suo essere impressa nella natura.
Consideriamo
un esempio: dopo anni di studio e di pubblico ascolto,
l'U.S. Fish and Wildlife Service ha recentemente
raccomandato che gli orsi Grizzly sono da "re-introdurre"
nel montuoso Selway-Bitterroot Wilderness che circonda una grande
regione al confine del Montana Occidentale ed l'Idaho. Questa
proposta è simile alla recente, e riuscita re-introduzione del
lupo grigio al Parco Nazionale di Yellowstone.
Entrambi i lupi e gli orsi Grizzly sono
stati rimossi da questi ecosistemi dalla caccia dell'uomo. Il
Governatore dell'Idaho ha immediatamente archiviato la causa per
fermare il processo, e nel Montana, sul lato del Wilderness, dove
vivo, ancora una volta si fa avanti la paura che gli orsi vagheranno
nella valle, minacciando le vite delle persone, specialmente dei
bambini.
Così, qui abbiamo un'immagine della natura
come irrimediabilmente separata, e della natura come nociva e
minaccioso per l'Altro. Voglio usare questo esempio per:1) pensare
all'individuo, al gruppo e alla natura secondo la teoria psicoanalitica
e 2) considerare i modi in cui la teoria psicoanalitica può essere
usata nel contesto della degradazione del mondo naturale, e alternativamente,
della restaurazione dei processi naturali su cui gli individui
e i gruppi hanno avuto impatti negativi.
Pines
(1998), dopo aver fornito la definizione di Geertz di una persona
come "un limitato, unico, centro di consapevolezza, emozioni,
giudizio ed azione più o meno integrato e organizzato in un tutto
distinto..," ha posto una domanda provocatoria: "Questa
descrizione potrebbe anche essere applicata a un certo tipo di
gruppi?" E la natura come un tutto, o le parti che la compongono,
potrebbe essere esperita come un gruppo?
I cittadini di Bitterroot Valley che hanno
paura per i loro figli, e che ritengono gli orsi Grizzly creature
minacciose ,affamate e aggressive, le quali rappresentano per
loro un danno, sono come un gruppo? Cosa facciamo di questa tendenza
a "leggere" l'intenzione dell'altro, in questo caso l'orso, come
terribile ed aggressiva,? Sembra in apparenza, al meno in questo
esempio, che la tendenza a stringere o a comprime il senso di
'sé' dell'individuo, o del gruppo, è probabilmente per la maggior
parte espresso nella nostra specie sotto condizioni di minaccia
percepita. Così gli abitanti dell'Idaho e del Montana che si oppongono
alla re-introduzione dell'orso Grizzly nell'ecosistema parlano
per il gruppo di umani che ha rischiato per questa possibilità.
Ci ricordano che la minaccia non è solo fisica, ma anche finanziaria.
Per esempio, sarà richiesto inizialmente alle guide e ai fornitori,
di adottare metodi più severi e costosi per il magazzinaggio del
cibo e per il modo di impiegare le carcasse quando sono nel territorio
già percorso.
Da quali modi determiniamo il nostro gruppo
di riferimento? Come e quando ci sperimentiamo limitati come individui,
o al contrario, come un membro che partecipa del corpo della terra?
Sembra che noi umani trattiamo gli animali
non-umani come gruppi. Per esempio la Montana Stockgrowers Association
si è opposta alla re-introduzione degli orsi nel Selway-Bitterroot
e ancora prima faceva lo stesso con i lupi sia di Yellowstone
sia dell'Idaho centrale. I Membri dell'Associazione sono preoccupati
per gli orsi Grizzly che uccidono il bestiame. Secondo l'U.S.
Fish and Wildlife Service le proiezioni indicano che tra 50-110
anni nel futuro,
che per un livello di popolazione di 280 orsi Grizzly
grigi, le perdite annuali del bestiame depredato dagli orsi, potrebbero
variare da 4-8 bovini e da 5-44 pecore. E' previsto che le perdite
del bestiame nelle prime decadi saranno minime, fino a che la
popolazione degli orsi non aumenterà apprezzabilmente. Questi
fatti non riassicurano ancora molti nella comunità agricola. La
definizione di Geertz: "Un limitato, unico, centro più o
meno integrato di consapevolezza, emozioni, giudizio ed azione
organizzato in un tutto distinto .." è difficile da applicare
al gruppo di orsi re-introdotti nella loro interezza; ciò che
sembra plausibile è che noi umani vediamo un gruppo di animali
"organizzati in un tutto distinto" con l'intenzione,
in questo caso, di predare il bestiame. Come fa questo ad accadere
psicologicamente (i fatti sopra riportati circa la reale, e ovviamente
limitata predazione) ed al contrario, quale è la struttura psicologica
di una risposta che vede il gruppo di orsi come più che predatori?
Userò l'esperienza personale; mi sembra
importante che rapportiamo noi stessi con la realtà dei confini
tra l'individuo il gruppo e la natura, come sono vissuti, e non
soltanto in teoria. Vivo a un miglio da Bitterroot Montagne che
chiude la confluenza dei Fiumi Clark Forck e Bitterroot su cinque
acri di valle che toccano il fondo. Due anni fa sono stato svegliata
alle 3: 30 a.m. dal raglio del mio asino da guardia, che mi segnalava
un attacco di un predatore sulla pecora Shetland che condivide
il suo pascolo. Ho interrotto l'attacco, che è era avvolto dalla
nebbia, sicura solo del fatto che la mia lampada elettrica ha
incrociato un paio di occhi. Le ferite del morso erano profonde,
ed il veterinario suggerì che era stato fatto da un puma. Le piste
di fango confermavano questa ipotesi. A proposito della re-introduzione
del Grizzly non ho tralasciato la possibilità che la prossima
volta potrebbe essere un orso ad attaccare la pecora. Sono in
favore della re-introduzione? Sì. Voglio che la mia pecora sia
danneggiata o uccisa? No. Concilio l'apparente contraddizione
per espandere i confini della considerazione. Con questo intendo
che fermarsi al livello del mia incolumità fisica, o dell'incolumità
degli animali sotto la mia cura, sarebbe come perdere i confini
alternativi della considerazione. Questo richiede che io bilanci
il beneficio (e qualche volta il rischio) di me stessa come individuo,
verso la società, e verso l'ecosistema. Ma quale società? Questa
è, nell'essenza, una domanda di cambiamento che sposta il focus
dall'individuo al gruppo. La società degli orsi Grizzly nel continente
del Nord americana include gli orsi restanti nel Parco Nazionale
di Yellowstone, ora geneticamente isolati e perciò condannati
alla eventuale estinzione. I biologi anticipano che gli orsi re-stabiliti
nel Selway-Bitterroot si mescoleranno, alla fine, con gli orsi
di Yellowstone e faciliteranno l'autosufficienza genetica.
Così,
io posso spostare il confine della mia relazione con la popolazione
degli orsi Grizzly del Northern Continental Divide dalla mia preoccupazione
per la potenziale perdita della vita della mia pecora o dei figli
dei miei vicini. Estendere il confine mi favorisce il poter investigare
le relazioni predatore-preda fra l'ecosistema del Northern Continental
Divide, e il contributo di un predatore come l'orso Grizzly alla
salute dell'ecosistema. Il riferimento alla salute, in questo
caso, richiede capacità diverse dalla restrittiva preoccupazione
per la pecora o per la salute umana individuale.
La
teoria psicoanalitica classica vede la natura umana come competitiva
ed aggressiva. Questo restringe la lettura della natura umana
che può essere utilizzata per focalizzarsi sull'individuo, che
in questa discussione, significherebbe restringere l'impermeabile
confine della considerazione (proteggere gli umani, proteggere
la pecora, no gli orsi Grizzly).
Come Sheldon Roth fa notare (1999): "La
psicoanalisi classica ha impegnato molti anni nella esplorazione
di un mondo mentale separato dal mondo esterno, un mondo di fantasia
innata tendenze e modelli. La natura/dilemma dell'allevamento
è stata appesantita nella direzione di una natura psicologica
programmata. L'attenzione alla determinazione del comportamento
intrapsichico faceva oscillare il pendolo verso l'apprezzamento
della vita psicologica inconscia. L'ombra di questo gigantesco
oggetto intellettuale è stato un esteso colpo sul nostro ego razionale.
Quando
ci chiudiamo nei nostri confini al livello individuale, l'impatto
delle nostre scelte sulla comunità umana come anche sulle altre
specie o sulla terra stessa, è ignorato o negato. Un risultato
è che ciò minimizza il conflitto intrapsichico che potrebbe risultare
dall'empatia e dall'interesse tra le specie, o anche previene
alcune distrazioni dagli sforzi di sfruttare le risorse ritenute
necessarie per sostenere la vita dell'individuo. Un vantaggio
ulteriore per la compressione che riguarda l'individuo è la pronta
demarcazione tra buono e cattivo, in termini strettamente di guadagno
personale o sopravvivenza. E ancora, l'aggressione che è difficile
da contenere può essere proiettata nell'altro, se l'altro è un
gruppo di umani o non-umani, sperimentato come pericoloso.
Sebbene
la teoria classica si focalizza su l'esperienza al livello dell'individuo,
fornisce una quantità di termini e costruzioni che sono utili
per questa discussione. Specificamente, la teoria dei meccanismi
di difesa ha un valore euristico considerevole. In particolare,
i meccanismi di diniego, di proiezione e di scissione sembrano
tutti rendere meno permeabili i confini di considerazione dall'individuo
al gruppo, ai gruppi tra specie o all'entità naturale. Il concetto
di identificazione, di Freud, è un altro utile costrutto sul quale
ritornerò brevemente.
La
teoria relazionale tende a enfatizzare la diade (tipicamente analista/analizzando
o madre/figlio) come un aspetto più utile di indagine rispetto
all'individuo. Questa teoria ipotizza che un compito primario
per l'uomo è la gestione di tensione tra incolumità ed esplorazione,
entrambe, nelle relazioni e nel lavoro. Una variazione su questo
tema, da parte dei teorici dell'intersoggettività, è il 'confitto
fondamentale' tra l'estrema -delineazione di sé ,da una parte
,e l'attaccamento, dall'altro, dove "ciascuno polo preclude
l'altro" (Livingston, 1998).
Stephen
Mitchell (1988) descrive la prospettiva del relazionale come segue:
"In
questa prospettiva gli esseri umani sono simultaneamente sia auto-regolatori
sia campo-regolatori. Siamo interessati sia alla creazione che
alla gestione di un senso relativamente stabile, coerente di sé
fuori dal continuo flusso di percezione ed affetti, e alla creazione
e al mantenimento dei legami affidabili, e di sostegno con gli
altri, sia nella attualità che nelle presenze interne. La dialettica
tra definizione di sé e legami con gli altri è complessa ed intricata,
con l'uno o l'altro qualche volta più prominente. I processi di
regolazione del sé e di regolazione del campo qualche volta migliorano
l'un l'altro; qualche volta c'è una disparità l'uno con l'altro
per formare la base per potenti conflitti. L'intrapsichico ed
l'interpersonale sono continuamente reami del interpenetrato,
ciascuno con la sua propria collezione di processi, meccanismi,
e interessi.
Propongo che lo scopo dello slittamento
dell'interesse dagli individui al gruppo, specialmente se quel
gruppo comprende altre specie, o diverse, colleghi le specie come
in uno spartiacque o ecosistema, disposto su tre variabili psicologiche:
l'esperienza di identificazione, il contenimento e la modulazione
degli affetti, e la capacità di immaginazione.
Come notato sopra, il concetto di identificazione
è nato nella teoria classica. Quando è apparso nel pensiero e
negli scritti di Freud, il termine è stato usato ambiguamente
rispetto ai successivi tentativi di costruire un originario lavoro.
All'inizio, l'identificazione è stata collegata alla perdita.
E' stata vista come un meccanismo interno per il mantenimento
dei legami con la persona o l'oggetto che presente più a lungo.
Successivamente, l'identificazione è stata vista come un processo
di sviluppo normale da quale coloro verso i quali abbiamo degli
obblighi emotivi, sono ricordati e rappresentati internamente.
Proprio come nel processo di identificazione
con un individuo in cui riceviamo valori, mete ed aspettative
dell'altro, così anche nell'identificazione con un gruppo. Se
mi identifico con la Montana Stockgrowers Association, sono primariamente
interessata alla sopravvivenza della mia pecora, alla riduzione
dei predatori, alla protezione del valore del mercato e, completamente
,al mio investimento finanziario nel gregge. Se mi identifico
con un gruppo pro-reintroduzione come i Defenders of Wildlife,
la mia preoccupazione si sposta dalla mia incolumità personale
a quella della mia proprietà (pecora), e a quella dell'orso Grizzly
come una delle specie nei 48 stati più bassi, ed i benefici attesi,
attraverso la re-introduzione per l'ecosistema come un tutto.
L'identificazione
con un gruppo di umani sembrerebbe, per la maggior parte di noi,
un compito più facile rispetto alla necessità di identificazione
con un gruppo di un'altra specie o un insieme di specie in interazione
come in un'ecosistema. Qui, l'espansione dall'individuo al campo,
esposta dalla prospettiva relazionale, è preziosa permettendo
di collocare l'individuo umano e il gruppo sociale all'interno
del contesto più largo del mondo non-umano.
Il
contenimento e la modulazione degli affetti è anche importante
per pensare come i confini dei modi di considerazione sono alternativamente
compressi o allargati. In particolare, l'ansia può essere vista
come un fattore nella trasformazione da uno stretto confine (individuale)
a un confine più largo di identificazione con un gruppo. Lo slittamento,
nella cornice di riferimento, dalla salute dell'individuo alla
salute e al benessere di un'altra specie probabilmente implica
l'esercizio della limitazione e
dell'umiltà al servizio di un più grande beneficio.
Questa limitazione richiederà quell'ansia sia di sentire, sia
di tollerare come ciò mette in discussione quello che è da considerare
'abbastanza'. L'ansia
deve incontrarsi con la soddisfazione di preservare l'equilibrio
e migliorare l'integrità della rete di vita, fino al punto che
inibisco l'adempimento dei miei desideri personali Questo è più
apparente quando i confini sono espansi al livello della armoniosa
interconnessione necessaria per salute dell'ecosistema. Qui, diviene
una condizione necessaria un'enfasi sul lato dell'equazione dell'attaccamento,
in contrasto con la delineazione del sé.
Le
nostre teorie di regolazione dell'ansia non sono state estense
al regno della nostra relazione con un animale potenzialmente
pericoloso, molto meno la relazione di un uomo all'interno dell'ecosistema.
Ancora, sappiamo che gli "esseri umani sani crescono incastrati
in una cultura,
dove altri forniscono reciprocità, gratificazione ed impeto per
la continua crescita." (Pines, 1998) Se permettiamo questo
messaggio sia un grande documento, emerge una nuova prospettiva
sulla salute, che si basa su una matura inter-dipendenza tra il
mondo umano e non-umano. La capacità di espandere confini della
considerazione ci richiede di concepire la cultura
incastrata in modi nuovi. Qui teoria relazionale offre la
possibilità di osservazione vita affettiva dell'individuo come
inestricabilmente al confine con il gruppo, se il gruppo è anche
una diade umano o una comunità ecologica.
Spezzano (1993) scrive "L'essenza di
questa posizione è che l'affetto non esiste separatamente dalle
relazioni. Qualunque cosa sentiamo, ci sentiamo sempre in un contesto.
Una persona solo è sempre consapevole di esistere in un mondo
di altre persone, e qualunque cosa senta al momento sarà il risultato
del suo accertamento della sua posizione in quello mondo".
Quando la posizione nel mondo è estesa oltre ai gruppi umani alla
natura, l'affetto deve essere visto all'interno di questo esteso
insieme di relazioni.
L'immaginazione- formazione di un'immagine
mentale di qualche cosa non presente davvero ai sensi- è una terza
capacità psicologica che permette all'individuo di considerare
creativamente le vite degli esseri non-umani e dell'inanimato.
L'immaginazione è discussa, evocativamente all'interno del punto
di vista relazionale.
Rycroft (1968) suggerisce che l'attività
immaginativa influisce sulla 'capacità negativa', o sull'abilità
di restare nella incertezza, nel mistero o nel dubbio senza precludere
l'esperienza di cercare per la verità e per la ragione. Winnicott,
anche, vede lo sviluppo dell'immaginazione come essenziale per
l'individuo per potere esplorare sia l'esperienza affettiva del
sé, sia il mondo più ampiamente ignoto. L'essere pienamente vivo,
in questa prospettiva, si basa sulla capacità di elaborazione
immaginativa, giocosa di sé e dell'altro. L'espansione verso l'altro,
che include gruppi di specie, può essere visto come un passo complesso,
che utilizza sia l'empatia immaginativa che emotiva.
La
teoria classica non aumenta specificamente la nostra comprensione
della immaginazione, ma nel descrivere i meccanismi di difesa,
la teoria classica ci aiuta a capire, la via della proiezione,
certi aspetti del mito in cui gli animali divengono più grandi
che nella vita e imbevuti di un significato magico.
Per esempio c'è una storia delle culture
indigene nel Northwest, di una donna che si innamora di un orso,
lo sposa e fa nascere i suoi figli. Ciò porta gli uomini della
sua famiglia e della sua tribù, che alla fine uccidono il marito
orso, alla costernazione e alla gelosia. I cacciatori dicono che
la pelle del torso dell'orso mostra una somiglianza misteriosa
con quella di un umano. Emerge una domanda interessante: questo
riconoscimento di parentela facilita la proiezione della nostra
aggressività? Mentre non c'è nessuno dubbio che un orso Grizzly
può essere un animale terribile quando è sorpreso o provocato,
è generalmente noto che ,l'orso, è un animale timido che tende
ad evitare gli umani quando non li associa a una fonte di cibo.
Se in risposta al 'diversità' dell'orso, o della sua somiglianza,
ci ricordiamo del comune lignaggio ancestrale, è apparentemente
facile vedere il gruppo degli orsi come smoderatamente minaccioso
e come un comodo ricettacolo immaginativo per i nostri propri
impulsi pericolosamente ostili.
Per riassumere, possono essere descritte,
nello scenario della re-introduzione del Grizzly, le diverse e
facilitanti condizioni psicologiche. Per metterla in termini personali,
devo tollerare la mia ansia per il potenziale attacco alla pecora
(o a me stessa) mentre continuo a valutare bene l'esistenza del
gene che ci unisce agli orsi Grizzly. Quando il ricordo del mio
'luogo', co-evolve con gli altri predatori, la mia paura dell'orso
può essere bilanciata dalla nostra identità, come creature che
lottano per sopravvivere, si riproducono e muoiono. Questo equilibrio
può fondarsi bene nella capacità di rimanere, immaginativamente,
aperti alla possibilità che la mia salute è irriducibilmente collegata
alla salute dell'ecosistema, incluse tutte le sue componenti,
'parti', ed i processi dell'interconnessione che ci lega insieme.
Ciò non sradica la mia ansia. Ma la tensione tra la delineazione
del sé e l'attaccamento è più facilmente sostenuta fino a che
io ricordo l'identità piuttosto che la differenza, l'affinità
più che l'inimicizia.
Lo slittamento dall'individuo al gruppo,
e fra gruppi, da umani ad altre specie e anche all'ecosistema
sarà di uso pratico per estendere quei confini della considerazione
che possono essere flessibili e espansi. Quando il senso di sé
include la capacità di identificarsi con gli altri non-umani,
contiene e modula l'ansia, e fa uso creativo dell'immaginazione,
saremo molto più capaci di riceve permeabilmente dal mondo naturale
come più capaci di un impatto su di esso.
Bibliografia
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