| "Tu non puoi fare psicoanalisi con uno
che sta morendo"
(Rosiello, 1995)
Quando, alcuni anni fa, mi fu chiesto da parte di colleghi di
un reparto di oncologia (cui avevo tenuto un seminario sulla gruppoanalisi)
di offrire loro una esperienza di gruppo per discutere dei loro
problemi lavorativi, la mia prima reazione fu piuttosto ambivalente.
Infatti all'interesse e alla curiosità si contrapponeva
il timore di dover affrontare il tema che appariva, anche se inconsapevolmente,
dietro la richiesta: la difficoltà ad affrontare la malattia
incurabile e il morire.
È noto, infatti, come nella nostra epoca ci sia stata una
rimozione della morte e del morire; tutta la nostra società
è collegata strettamente in questo processo di negazione
che tende a considerare la morte come qualcosa di cui non si può
e non si deve parlare.
Oggi il tema della morte soffre come forse nessun altro di una
sorta di "conventio ad excludendum" fatta di silenzi
e rifiuti che impediscono di affrontare in modo diretto ill problema;
la morte e il lutto sono trattati oggi con la stessa pruderie
con cui erano trattati gli impulsi sessuali un secolo fa (Gorer,
1965)
A questo proposito ben si prestano le parole di Ancona (2000):
"La società dei viventi, in particolar modo quella
cosiddetta. laica, oggi non ama sentir parlare della morte e tende
in ogni modo ad escluderla dal proprio seno; è a tutti
noto che la celebrazione funebre si è sfumata via via nel
tempo e che l'evento morte si nasconde sempre di più, o
quanto meno se ne accorcia il rituale al massimo possibile: il
lutto non è più, come in passato, un fatto da esibire.
Anche sul piano ecclesiastico le cerimonie funerarie sono oggi
più brevi di una volta, le preghiere più condensate,
il tutto più semplificato e questo incontra il favore,
non certo il contrariamento dei fedel ...
Ci sono [invece] eloquenti segni indiretti che denunciano la attuale
generale indisponibilità ad incontrare l'evento morte,
secondo modi che riscuotono tanto più successo quanto più
riescono ad esorcizzarlo senza nemmeno farne il nome, anzi contraddicendolo."
Il primo compito che si trova di fronte chi opera professionalmente
in ambienti dove invece la morte, non solo non si lascia negare,
ma domina prepotentemente la scena, è proprio quello di
affrontare questo evento.
Questo, che a me appariva con molta chiarezza dietro la richiesta
era, come già detto, del tutto inconsapevole agli operatori;
essi chiedevano solo di poter avere una serie di incontri, in
un luogo distante dall'ospedale, e dagli intensi sentimenti di
sofferenza legati al particolare tipo di lavoro da loro svolto,
che li poneva continuamente a confronto con la morte.
Le sensazioni riferite erano di svuotamento, malessere generalizzato,
depressione, senso di impotenza, incapacità e frustrazione,
che si riflettevano anche sulla vita extralavorativa (peraltro
scarsamente rappresentata, vista la enorme quantità di
tempo che i soggetti dedicavano al lavoro in ospedale).
La mia proposta di costituire un gruppo analitico per poter affrontare
anche gli aspetti inconsci del loro disagio, fu accolta con un
misto di contentezza e di difficoltà (per la lunghezza
del processo prospettato).
Il gruppo era composto da 8 persone, 5 femmine e 3 maschi, 4 medici,
3 infermiere, 1 assistente sociale, tutti impegnati a tempo pieno
nell'attività di reparto.
Il gruppo è durato circa un anno ed è stato interrotto
prima del termine per una serie di eventi del tutto indipendenti
dalla nostra volontà, il tempo è stato tuttavia
sufficiente perché i membri traessero benefici dal lavoro
svolto e raggiungessero una discreta, anche se non completa, consapevolezza
delle dinamiche personali e collettive in gioco.
Il gruppo analitico, per le sue particolari caratteristiche, si
è dimostrato uno strumento di particolare importanza per
lo studio e la comprensione delle dinamiche psicologiche sottese
al confronto con il morire.
Un aspetto specifico della gruppoanalisi, che la rende uno strumento
analitico flessibile e potente, è dato dalla possibilità
di essere assimilabile ad un modello reale, e non soltanto euristico
della comunità umana, e ciò è possibile a
vari livelli, dalla famiglia alla società (Zanasi, 1996).
La partecipazione ad un gruppo analitico rappresenta quindi un'esperienza
unica che consente di osservare la complessa rete delle relazioni
consapevoli ed inconsapevoli, con il loro carico di aspetti proiettivi
e fantastici, che si strutturano nei gruppi umani, di qualsiasi
natura essi siano: di lavoro, di studio, sociali, occasionali,
affettivi, ecc..
Nel gruppo analitico la realtà della comunicazione umana
viene replicata in "totale verità", permettendo
un'esperienza diretta e completa delle dinamiche e degli aspetti
più nascosti, e spesso meno accettati, che si esplicitano
nelle relazioni.
Per queste caratteristiche la gruppoanalisi appare un mezzo prezioso
nell'affrontare le dinamiche che si innescano in situazioni caratterizzate
da un profondo impegno personale e dall'attivazione di massicce
risposte emotive, quali, ad esempio, le professioni che hanno
a che fare con la malattia, il disagio e la sofferenza umana (operatori
sanitari in genere, assistenti sociali, assistenti all'infanzia
con handicap, operatori che si occupano di tossicodipendenza,
ecc.)
In tali condizioni assume una notevole importanza la possibilità
di potersi confrontare con il dolore, la malattia, il lutto, la
separazione, elementi che quanto più sono negati a livello
cosciente, come solitamente avviene, tanto più condizionano
la relazione, spesso in modo distruttivo.
L'esperienza offerta dal gruppo analitico consente inoltre un
apprendimento diretto degli aspetti consci ed inconsci relativi
ai processi di cambiamento personali e collettivi nelle organizzazioni
e nelle istituzioni sociali nelle quali gli individui, nel proprio
ruolo, vivono, lavorano, cooperano, competono.
IL GRUPPO
Le dinamiche più evidenti furono le seguenti:
· Una profonda, pervasiva, desolata tristezza e senso di
vuoto, accompagnati ad un senso di intensa impotenza, legati ai
ripetuti lutti che i membri del gruppo dovevano fronteggiare nel
loro lavoro
· Una difficoltà estrema ad affrontare temi luttuosi,
che potevano essere toccati solo ricorrendo ad una ironia, e scherzosità,
che ad un osservatore e esterno potevano apparire addirittura
mostruosi e sconfinanti con un inaccettabile cinismo
· Una continua oscillazione tra i due aspetti dell'iperinvestimento
e del cinismo
· Era frequente una ironia pesante, "da caserma"
spesso incentrata su temi di morte (fenomeno peraltro tipico negli
ambienti ospedalieri), che aveva il sapore di una negazione e
riparazione maniacale della profonda tristezza ed angoscia legate
al contatto con la morte.
· Un rapido sviluppo della fase dell'incantamento con successivo
rapido passaggio alla fase del disincantamento
· Il rilievo di lutti precoci nella storia personale di
molti dei membri del gruppo
Questi dati si prestano ad alcune considerazioni sugli aspetti
metapsicologici collegati.
L'elemento di maggior interesse riguarda, a mio parere, la presenza
di numerose perdite significative nella storia personale dei partecipanti
al gruppo, che appaiono avere avuto una profonda influenza sul
successivo sviluppo psicologico dei singoli membri.
È da ritenere la profonda tensione, il bisogno di riparazione
maniacale, (l'ironia e la scherzosità), il continuo oscillare
tra iperinvestimento e negazione, (tutti processi che tentano
di far fronte alla massiccia esposizione emotiva conseguente al
quotidiano confronto con il morire e con la mancanza di speranza)
fossero legati alla presenza di un "lutto incompiuto",
alla presenza cioè, nella storia dei membri di proprie
personali difficoltà ad accettare i propri lutti, con tendenza
a mettere affrettatamente una pietra sul passato, e a non elaborare
eventi di sofferenza e perdita di oggetto.
Solitamente, nel caso del lutto incompiuto, sono messe in atto
modalità di difesa che appartengono alla categoria dei
meccanismi maladattivi (in particolare negazione, riparazione
maniacale, rabbia, depressione, razionalizzazione, proiezione,
scissione, e messa in atto).
Da un punto di vista psicodinamico le difese maniacali emergono
come risposta a sentimenti dolorosi causati dallo struggimento
per perduti oggetti d'amore.
Queste difese sono utilizzate al servizio del recupero e del ripristino
dei perduti oggetti d'amore, del disconoscimento dei cattivi oggetti
interni e della negazione della dipendenza; aspetto integrante
dell'atteggiamento difensivo maniacale è spesso il desiderio
di trionfare sui propri genitori così da invertire il rapporto
bambino-genitore (Gabbard, 1995).
Affrontare questi aspetti ha significato per il gruppo l'emergere
di una condivisa consapevolezza che uno degli elementi importanti
nella scelta della propria professione, era proprio legato ad
un tentativo di "riparazione" della perdita subita (fatto
questo comune a molte scelte mediche).
Diventare un operatore impegnato sul fronte estremo della lotta
alla morte costituiva, fantasticamente, un modo per evitare di
confrontarsi con il proprio personale senso di sconfitta e di
"espiazione" per la propria incapacità, in passato,
a salvare le persona care dalla morte.
Naturalmente, dal punto di vista psicodinamico, la messa in atto
di questi meccanismi maladattivi e ripetitivi, rappresentava,
da un lato, un grande costo energetico, da cui il senso di svuotamento
e di impotenza nei confronti del proprio lavoro, dall'altro, non
consentiva di terminare il lavoro del proprio lutto personale,
impedendo la costruzione di uno spazio mentale per una riflessione
sul morire, proprio ed altrui.
Nonostante ogni sforzo da parte nostra, la morte, infatti, prima
o poi ci viene a visitare ricordandoci che la nostra propria vita
è vulnerabile.
Nel gruppo di operatori la negazione della morte era molto costosa,
bisognava negarla per i pazienti e per se stessi, il tutto con
un enorme sforzo energetico.
Anche la laicità della nostra società ha lasciato
un deserto nel posto dapprima occupato da organizzazioni religiose.
La religione e la chiesa hanno giocato un ruolo importante nel
consolare chi è in lutto e nell'offrire una struttura in
cui il dolore può essere espresso ed accolto.
Philippe Aries ha messo in evidenza come l'idea della morte abbia
subito un'evoluzione nella nostra cultura dai tempi classici e
medievale: egli considera che il cambiamento del repertorio simbolico
usato nelle rappresentazioni della morte in arte e in letteratura
evidenzi profonde cambiamenti psicologici, individuali e sociali,
nell'attitudine verso la morte e la perdita.
Assistiamo, oggi, a una sorta di "deiconizzazione" della
morte, che, non solo viene negata il più possibile, ma
soffre anche di una sorta di non rappresentabilità sul
piano immaginale, raffigurandosi la morte, nella mente dei più,
solo come un nulla, un lungo riposo, un modo per uscire dalle
difficoltà della vita.
Molto è stato perduto in questo processo di deiconizzaizone,
che, con il progressivo impoverirsi del corredo rituale, che consentiva
un approccio possibile e condiviso al morire, lascia oggi il laico
(ma ormai anche il credente, visto il processo di secolarizzaizone
del cristianesimo) nudo di fronte alla morte.
Tale irrappresentabilità della morte, nella società
moderna, si manifesta, con maggiore evidenza, proprio nei luoghi
e nelle situazioni deputate alla gestione della morte e dei morenti,
dove diventano massicci i meccanismi di negazione e spostamento,
come appariva particolarmente significativo nella attività
quotidiana dei membri del gruppo.
E generalmente creduto che molti ospedali siano stati costruiti
in luoghi scelti per la loro vicinanza ai cimiteri; al di là
della verità della credenza, ciò riflette la credenza
popolare del diciottesimo secolo e diciannovesimo secolo che gli
ospedali fossero posti per morire.
Lo sviluppo della medicina moderna ha modificato questa situazione:
l'ospedale è ora visto come un posto che sta tra il paziente
e la morte; una morte deumanizzata per gli standard del diciannovesimo
secolo; con il paziente spesso perduto dentro la macchina di rianimazione
e che può diventare, per i curanti, un semplice substrato
su cui praticare una medicina routinaria e senza significato.
L'ospedale non è quindi più la tappa finale di un
cammino che a poco a poco giungeva alla inevitabile, e da tutti
accettata, conclusione.
Oggi reagiamo alla morte come se fosse un affronto o un errore,
e spesso ne riteniamo responsabile il curante, che diventa il
contenitore sia dei nostri desideri magici di immortalità,
che della nostra frustrazione.
La perdita di un paziente, quindi, non solo costituisce una ferita
al narcisismo del medico (riattivando quelle fantasie di lutto
incompiuto, stentatamente ed inefficientemente tenute a bada dai
meccanismi di riparazione su riferiti), ma la sua autostima può
essere ulteriormente diminuita dalla rabbia e dalle critiche della
famiglia.
I sopravvissuti, infatti, nella prima fase dello shock, prima
che il dolore sia internalizzato proiettano sentimenti di rabbia
che nascono dall'ambivalenza verso l'oggetto perduto, verso un
terzo, rappresentato dal curante.
In questo spesso provocano senso di colpa del medico (che condivide
con i sopravvissuti, un inconscio, primitivo e irragionevole e
desiderio di negare la morte), che si difende da queste emozioni
assicurando se stessi di aver fatto tutto ciò che era umanamente
possibile e spendendo tempo ossessivamente a dimostrarsi di non
aver fatto nessun errore.
Per poter comprendere queste reazioni emotive è necessario
riflettere sugli aspetti psicodinamici sottesi al confronto con
il morire.
Se da un lato timore e compassione sembrano dominare il quadro,
modulandosi nei due estremi dell'iperinvestimento e della anestesia
emotiva, un aspetto, profondamente inconscio, ma non per questo
meno potente è rappresentato dalla rabbia verso il morente.
Si tratta, come si è detto, di una rabbia inconscia, che,
particolarmente nel caso dei curanti, è legata allo "scacco
sanitario" che la morte determina, con il suo corredo di
senso di fallimento, impotenza, incapacità, ma anche alla
sensazione di essere colpiti e beffati da chi, nonostante i nostri
sforzi, morendo ci tradisce.
Tali sentimenti venivano riferiti per esempio dalla Kuebler-Ross,
a proposito dei sentimenti delle infermiere che assistevano i
moribondi, che vivevano la morte dei malati in loro presenza come
un'espressione di collera verso di esse.
Questa rabbia inconscia va tenuta ben in considerazione e, richiede
un intervento esplicativo, soprattutto, come nota Ancona (ibid.),
per evitare tipici comportamenti reattivi, nei curanti i malati
terminali:
"
non vi è per esempio dubbio che da queste ostilità
latenti verso i pazienti terminali, o meglio dalla loro negazione,
nascano le difficoltà intrise di rabbia presentate da medici
e familiari ad ogni discorso sulla morte. E proprio da qui deriva
il fatto che, ogni qual volta si parla di morte, che la si fronteggia,
si mette in moto in chi non è preparato un inconscio impulso
di odio col quale, per quanto assolutamente nascosto, occorre
fare i conti..."
Se non riconosciuti, infatti, questi aspetti danno luogo a desideri
distruttivi inconsci e difese comportamentali di negazione che
portano ad interferenze pesantemente negative per la cura dei
pazienti: errori diagnostici, accanimento terapeutico, per non
dire della "impreparazione a "lasciare andare"
il morente, rendendogli impossibile operare il definitivo distacco
dagli agganci umani, quando ciò è da lui desiderato"
(Greenwald e Nevitt. 1982).
Questo meccanismo era molto presente nel gruppo i cui membri,
forse anche in virtù del loro appartenere ad un'équipe
di assoluta eccellenza tecnica, erano quotidianamente soverchiati
da queste aspettative magiche e dalle successive collere delusive.
Nel gruppo è stato molto importante, in un primo momento
prendere coscienza di come ciascuno fosse impegnato in una continua
competizione con gli altri per il ruolo di Cavaliere senza Macchia
che non poteva mostrare crepe nella quotidiana battaglia.
Per la prima volta, in gruppo, il lutto, la delusione e la rabbia,
poterono essere comunicati e condivisi, senza il timore di apparire
troppo vulnerabili e impotenti.
Da qui il gruppo, dopo una intensa, ma breve fase di Incantamento,
in cui prevalevano modalità comunicative di tipo schiettamente
difensivo, caratterizzate da ironia, negazione, cinismo, è
passato alla fase del Disincantamento.
Questa fase caratterizzata da prolungati silenzi e, a volte, anche
da esplosioni emotive, fu vissuta dal gruppo come un momento in
cui poter - nelle parole di uno dei membri - "piangere liberamente
per tutti quelli per cui non siamo riusciti a farlo".
Il gruppo rappresentò, in questa fase, una struttura "religiosa";
nel senso di "religare" le emozioni e i sentimenti di
sofferenza, frustrazione, impotenza in una rete comune e condivisa;
in questo senso, mi sembra, il gruppo svolgeva quel ruolo importante,
mutatis mutandis, che la religione e la chiesa hanno giocato nel
consolare chi è in lutto e nell'offrire una struttura in
cui il dolore può essere espresso ed accolto.
Questo non significa, naturalmente, che il gruppo rappresenti
solamente un luogo di scarico della propria pena, ma anche che
si viene a costituire un sufficiente e adeguato "spazio mentale",
in cui le emozioni trovino il loro posto.
In questo senso è molto utile, a mio parere, una lettura
del processo di gruppo come processo iniziatico.
Il processo di gruppo, è infatti scandito da una serie
di tappe che segnano un cambiamento, il superamento di un conflitto,
una transizione verso un nuovo assetto cognitivo.
Nel linguaggio della psicologia analitica questo progredire successivo
del gruppo rappresenta il cammino dell'individuazione.
Il gruppo è omologabile ad un vero e proprio rito di iniziazione
in cui attraverso una serie di prove quali il confronto con la
minaccia per la propria identità, il pericolo della fusione,
la colpa, la regressione o per dirla nel linguaggio del mito,
tanto caro a Jung, il confronto con l'uroboros, l'uccisione di
Tiamat, la discesa negli Inferi, l'emergere dell'eroe - si giunge
al pensiero simbolico ed alla maturazione della personalità.
Ciò che conta a questo livello non è tanto l'interpretazione
o l'insight, ma la partecipazione al rito, il giocare un ruolo
antico e fuori dal tempo, l'interpretare un tema sovrapersonale
(Zanasi, 1998), non più "gettati nel mondo",
prede di una morte senza senso, ma parte del cammino collettivo
dell'umanità.
In questo senso prospettico, alla luce della concezione finalistica
di Jung, anche l'ironia e la maniacalità, possono essere
lette, non solo come espressioni di un meccanismo maladattivo
di difesa contro la sofferenza, ma come manifestazioni di un processo
di trasformazione.
Come già detto, nelle prime fasi del gruppo, vi era la
tendenza a usare una pesante ironia, a volte da grand guignol,
per parlare degli eventi di malattia e di morte affrontati quotidianamente;
l'osservatore esterno era spesso sconcertato dalla discordanza
tra la sofferenza manifesta nei temi espressi, e gli improvvisi
slittamenti verso cinismo, giochi di parole, doppi sensi, allusioni,
risate, ecc.
A mio parere tale comportamenti devono essere considerati come
l'emergenza di aspetti Trickster attivati dal contatto con l'Ombra
collettiva rappresentata dalla Morte.
L'Ombra, nel significato assunto nella psicologia analitica rappresenta
un frammento inferiore della personalità che si esprime
attraverso le immagini archetipiche dei miti, delle saghe e delle
grandi costruzioni filosofiche e religiose. Come l'Ombra individuale
è una componente costante della personalità, anche
la figura collettiva dell'Ombra si riproduce continuamente. La
morte, con le sue rappresentazioni di Grande Mietitrice, di Scheletro,
di Nero Demonio che percorre il mondo, certamente rappresenta
una archetipica espressione dell'Ombra collettiva, intrisa di
assoluta alterità e non temperata dalla relazione con l'umano.
Nel gruppo, poter parlare della morte, intesa come male assoluto,
era possibile solo ricorrendo a immagini meno orrifiche, meno
aggressive, più umanizzate, rappresentate da derivati tematici
meno paurosi, il più frequente dei quali era rappresentato
dal Briccone o Trickster; da qui la scherzosità, l'ironia,
il grand guignol.
Il Trickster è un tema fantastico, una fantasia arcaica,
una figura che ricorre nei miti, nei racconti, nelle opere letterarie
dell'umanità dal più remoto passato fino ai giorni
nostri; è un motivo che riemerge costantemente con le stesse
caratteristiche tematiche, storicizzandosi nei vari tempi. Nelle
numerose rappresentazioni letterarie e della tradizione orale
il Briccone è una figura scherzosa, che gioca tiri maligni,
le cui azioni sono al confine tra lo scherzo e la cattiveria.
La figura del Briccone compare anche in temi molto antichi, modulandosi
in un continuum che va da una scherzosità quasi naif (Maccus,
Giufà, Calandrino) fino alla malignità del demonio.
Il Briccone è uno "psicologema" ovvero una struttura
psichica archetipica, che rappresenta un'evoluzione, un residuo
dell'Ombra primigenia, del male primordiale: non più caratterizzato
dalla crudeltà, dalla brutalità e dall'insensatezza
demoniaca, presenta invece un comportamento stemperato, ammiccante,
scherzoso.
Il processo di civilizzazione inizia all'interno del ciclo del
Briccone. Il Briccone perde le caratteristiche della completa
incoscienza (che è tipica delle figure collettive primordiali)
e anche i suoi comportamenti passano dalla cattiveria stupida
e insensata a qualcosa di più civilizzato e di più
sofisticato, come appunto è lo scherzo.
Il gruppo è il ponte che consente il passaggio verso questa
parte più civilizzata e accessibile dell'archetipo, che
cessa di essere una forza cieca e insensata per assumere un valore
e una prospettiva umana.
Questo sembra essere accaduto nel gruppo di operatori: il passaggio
attraverso la fase Trickster, ha permesso di stemperare, e rendere
"pensabile" ciò che fino ad allora era impensabile:
solo dopo la fase Trickster, e grazie ad essa, poteva dispiegarsi
la depressione del gruppo, con il passaggio alle fasi del Disincantamento.
La conduzione di un gruppo così carico di aspetti dolorosi
richiede, naturalmente un particolare sforzo da parte del conduttore,
come evidente nelle mie iniziali perplessità.
In particolare il terapista, per costruire la fiducia dei partecipanti
a gruppi di questo tipo, deve rendersi disponibile come oggetto
transizionale a causa della intensificata fame di oggetto e dei
bisogni di dipendenza manifestati.
D'altro canto la necessità di empatizzare con sentimenti
così forti e dolorosi può rappresentare una sfida
per il terapista stesso, attivando potenti reazioni controtransferali,
quali paura di essere soverchiati, rabbia, negazione.
Se il terapista saprà affrontare questo delicato equilibrio
il gruppo potrà fornire un prezioso aiuto per affrontare,
ed integrare, i profondi e ambivalenti sentimenti inconsci evocati
dal contatto quotidiano con la morte.
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