| "Naturalmente, un singolo
caso non può ragguagliarci su tutto quello che desideriamo
sapere, o meglio potrebbe farlo se fossimo in grado di comprendere
questo tutto e se l'inesperienza della nostra stessa percezione
non ci obbligasse a contentarci di poco".
(S. Freud) " L'uomo dei lupi"
Il brano di Freud mi sembra indicato ad introdurre l'atto dell'interrogarsi
e del problematizzare sotteso all'esperienza oggetto di questa
riflessione. Induce uno spaccato sulla complessità emotiva
e logica del descrivere ciò che accade in un gruppo il
cui compito, direi "dichiarato", è quello di
aiutare a costruire uno spazio di accettazione, nel paziente,
di una patologia organica grave e cronica quale il morbo di Crohn.
Viene usato il termine "dichiarato" volontariamente
quasi che l'aspetto semantico possa contenere le qualità
iniziali di rigidità conoscitiva, l'esclusione dal campo
della coscienza di tutti i vettori inducenti emozioni disturbanti,
il bisogno di attenersi, senza deroghe, ai dettami degli assiomi
medici e la negazione della confusione che il confronto con questa
patologia genera nell'equipe e nei pazienti.
In questo lavoro, tenterò di tracciare i molteplici percorsi
conoscitivi attivati dall'esperienza di gruppo e tesi alla costituzione
di una conoscenza, frutto dell'elaborazione immaginativa degli
elementi della realtà, che ha consentito ad un insieme
di individui isolatamente malati di trasformarsi in un "gruppo
malato" con il compito di affrontare e confrontarsi con una
patologia del corpo (l'intestino) portatrice di malattia. Verrà
messo in evidenza come la conoscenza iniziale, dichiarata ed accettata
come certa del Crohn, richiedente solo un miglioramento della
compliance alla terapia, fosse uno strumento difensivo ed occlusivo
rispetto all'atto della conoscenza inteso come processo sintonico,
emotivo-logico, della malattia stessa.
Analizzerò la qualità della richiesta e l'organizzazione
del cammino conoscitivo attraverso un continuum intersoggettivo
che dal piccolo gruppo di pazienti si è esteso al gruppo
dell'equipe e all'istituzione in quanto gruppo allargato al fine
di produrre elementi conoscitivi e poli organizzativi del lavoro
della mente dell'individuo nel contenere e cogliere una realtà
proteiforme quali il morbo di Crohn.
L'esperienza
Il gruppo si è tenuto all'interno dell'Istituzione-Facoltà
di Medicina e Chirurgia come ulteriore ampliamento del programma
di collaborazione tra Dipartimento di Psichiatria - Area di Psicoterapia
e Dipartimento di Gastroenterologia.
Il lavoro di equipe psichiatra psicoterapeuta - gastroenterologo
è attivo da più anni rispetto all'iter diagnostico
e alla comunicazione ai pazienti di malattie infiammatorie croniche
dell'intestino quali la rettocolite ulcerosa, il morbo di Crohn,
la celiachia. All'interno di questa alleanza terapeutica e nel
riflettere sulla difficoltà di gestione dei pazienti con
morbo di Crohn si colloca la motivazione a fornire loro un sostegno
psicologico.
La costituzione pregiudiziale del gruppo si è basata sulla
richiesta dei gastroenterologi di migliorare la compliance alla
terapia cortisonica e con Asacol dei pazienti affetti da morbo
di Crohn. I colleghi hanno motivato la richiesta sulla base delle
loro osservazioni: la resistenza del paziente ad accettare la
cronicità dell'affezione, il rifiuto di sottoporsi a metodiche
strumentali invasive quali la colonscopia e l'enteroclisi del
tenue, per l'accertamento e la valutazione dell'andamento della
malattia, l'impossibilità di seguire una corretta alimentazione
atta ad evitare l'ulteriore irritazione ed infiammazione della
parete intestinale, la "strana" dimenticanza rispetto
all'uso continuo dei farmaci di cui hanno assolutamente bisogno.
L'elemento che ha attirato la mia attenzione, dopo un attento
studio della malattia, è stato la percezione di aspetti
incomunicabili dell'affezione tra equipe gastroenterologica e
pazienti. Questi ultimi, in quanto protagonisti, sembravano avere
una conoscenza del Crohn e un vissuto di aggressività e
di rifiuto ad accettare l'intestino malato, indicatori di un sentire
di alta gravità, mentre i sanitari sembravano collocarlo
al pari delle altre malattie infiammatorie croniche rispetto alla
sopravvivenza, alla qualità di vita e alla stabilizzazione
del quadro clinico, cioè, in un range di buona possibilità
di recupero, attribuendo l'imprevedibile riacutizzazione alla
scarsa capacità del paziente di seguire le prescrizioni
mediche. Lo scenario della richiesta, per quanto detto, si apriva
su un anomalo gap in cui l'inserimento dell'esperienza di gruppo
veniva vissuta, soprattutto dai sanitari, come un tentativo di
costruire un collante tra pazienti e medici e, nello stesso tempo,
come esperienza informatrice e educazionale nei confronti dei
pazienti - bambini capricciosi ed irresponsabili.
La richiesta, nella sua forma manifesta, era improntata alla più
grande comprensione e alla viva preoccupazione di fornire al malato
un sostegno nel combattere una patologia grave e, talora, invalidante
che necessita di interventi diagnostici e terapeutici multipli
ed invasivi, anche chirurgici sui tratti intestinali divenuti
stenotici o su quelli fistolizzati. La richiesta è rafforzata
dal sospetto che nel Crohn, pur essendo certa la preponderanza
dei fattori familiare ed immunitario, gioca un quid legato allo
psichico che in "qualche modo" interferisce sul decorso.
Così, gli aspetti di frustrazione del gastroenterologo
colludono con quelli dei pazienti nel motivare la necessità
di un intervento psicoterapeutico che si faccia carico di fornire
risposte adeguate e rassicurazione sulla bravura del medico quale
reintegratore del benessere ed anche del bisogno del paziente
di non essere condannato ad una qualità di vita dove la
precarietà, il rischio di invalidità permanente
non formino una costellazione interna attraverso la quale leggere
ed indirizzare gli atti della propria esistenza e la relazione
con gli altri.
Essendo assai difficile esaminare i vari aspetti e, nel tentativo
di costruire un ordine in quello che, nonostante l'esperienza,
sembra trascendere sempre in aspetti caotici e magmatici, proverò
a costruire, in maniera artificiale, una selezione delle varie
componenti della stessa esperienza, per poi tentare di proporre,
nelle conclusioni, una possibile integrazione. Questo procedere
corrisponde sul piano della concettualizzazione al processo di
conoscenza che, attraverso i vari insiemi ed elementi dell'esperienza,
ha consentito a pazienti, gastroenterologi, psicoterapeuta di
riappropriarsi ed elaborare in forma autonoma l'oggetto malattia
ed il soggetto malato.
Il gruppo dei pazienti
La complessità del quadro clinico, l'insorgere di patologie
associate a carico di altri organi ed apparati (articolazioni,
ossa, pelle, etc.) la sintomatologia dolorosa per le forti coliche
addominali e la diarrea segnano la vita del paziente che si sente
trascinato in un tunnel dove domina il dolore fisico, la paura
dello stesso, l'angoscia di una possibile trasformazione neoplastica
delle lesioni.
Il gruppo, nello stadio iniziale quale insieme di individui malati,
nasce e si motiva sulla perdita della speranza, mentre il soggetto
viene continuamente sollecitato dal gastroenterologo a diventare
parte attiva del processo terapeutico attraverso la richiesta
di collaborazione, di attenzione alla terapia, di capacità
di reggere il dolore fisico. Il paziente accetta di partecipare
al gruppo per il bisogno di ritornare a sperare e per la necessità
di condividere il progetto di rinascita grazie all'affidamento
ad un terzo, il terapeuta non medico né paziente, sia delle
istanze illusorie sia del lutto da cui è pervaso.
Si può affermare che, già dalla prima seduta, si
entra in contatto con una sorta di illusione gruppale intesa,
come afferma Neri, come ciò che corrisponde ad un desiderio
di sicurezza, di preservazione dell'unità dell'Io minacciata.
Cosi, l'illusione gruppale si configura come il fondamento del
gruppo nella sua funzione di nucleo rappresentativo di una "idea
necessaria", un'idea trascinante e coinvolgente. Inoltre,
emerge il bisogno che lo spazio del gruppo diventi il depositario
degli aspetti not changing dell'identità cosicché
il gruppo-paziente possa impegnarsi ad affrontare lo storming
generato dagli avvenimenti che si susseguono, vissuti come distruttori
del Sé, come elementi di attacco all'identità. Il
lavoro del terapeuta, mediante l'utilizzo degli strumenti del
gruppo, è improntato a facilitare lo strutturarsi di un
campo come stato mentale, cioè come "complesso di
fantasie, emozioni ed idee legate tra di loro" che possa
esistere al di la delle limitazioni di spazio e di tempo.
Nei gruppi di pazienti con patologia organica, il lavoro del terapeuta,
se ha come obiettivo di costruire un rapporto di consapevolezza
con il corpo malato, deve tendere a rafforzare il campo attuale,
il qui ed ora al fine di realizzare quel luogo che come afferma
Correale è "la risultante dell'insieme di immagini,
pensieri, rappresentazioni, ma anche affetti, impulsi, emozioni
e sensazioni presenti ed attive in un dato momento". Nella
mia esperienza, nelle prime sedute del gruppo, si è lavorato
sulla possibilità da parte di ciascun membro di uscire
dallo spazio del proprio Crohn per accettare il confronto con
quello dell'altro non vissuto come altro da Sé ma come
espressione di elementi di appartenenza tesi ad organizzare una
conoscenza della malattia ed uno strumento con cui affrontarla.
La difficoltà incontrata in questa prima fase era legata
alla paura di alcuni pazienti con Crohn a decorso più mite
a prevalenza di sintomi quali diarrea, anemia, inappetenza di
guardare i membri con forme più gravi, portatori di stenosi
o fistole, candidati o già sottoposti ad intervento chirurgico,
mentre questi ultimi provavano dolore, senso di esclusione e sopraffazione
nei confronti dei membri meno gravemente ammalati. Gli uni fungevano
da specchio per gli altri e nello stesso tempo rappresentavano
una resistenza alla presa d'atto della possibilità di cura.
Tutti i membri erano accomunati dal desiderio di dimenticare la
malattia, di negare la paura, di rifiutare il dolore fisico. E'
apparso necessario elaborare una possibile integrazione dei vari
aspetti potenziando gli elementi della narrazione mediante la
richiesta ad ognuno dei membri di raccontare la propria esperienza
dal punto di vista della realtà e delle emozioni vissute.
La tecnica del commuting ha consentito di riconoscere i punti
di comunanza legati non tanto all'accadere reale, diverso, ma
all'omologazione dell'accadere psichico. Per quanto diversi fossero
i sintomi, i membri del gruppo hanno scoperto la possibilità,
grazie alle associazioni, di sentirsi uniti; uniti dalle stesse
fantasie di perdita, di attacco, dagli stessi pensieri e sogni
di guarigione. Ognuno poteva affidare e rimandare all'altro i
propri timori e le proprie speranze. Attraverso il racconto efficace,
il gruppo ha cominciato a costruire il Crohn, uscendo dal luogo
isolato della propria individuale malattia e a sentire di potersi
collocare come interlocutore forte rispetto al gruppo dei medici.
L'alleanza tra i membri del gruppo, sostenuta dal conduttore,
ha permesso l'emergere dei vissuti sull'equipe medica. Alcuni
membri hanno avvertito la possibilità di collegare la propria
frustrazione al messaggio "indecifrabile" del gastroenterologo.
"Indecifrabile" perché, nonostante l'apparente
sicurezza dei presidi terapeutici, non veniva loro chiaramente
descritta la possibile evoluzione, non veniva sottolineato l'aspetto
contenitivo e non stabilizzante dei farmaci che comunque non sono
sufficienti ad impedire l'accadere di gravi riacutizzazioni. Così,
il gruppo del Crohn ha avuto il coraggio di svelare la motivazione
al gruppo del gastroenterologo. L'individuazione degli aspetti
di impotenza del medico (non hanno terapie efficaci), il rifiuto
di partecipare al dolore (la colonscopia deve essere eseguita
"senza troppe storie") ha consentito di attivare emozioni
di aggressività esplicita (i medici non sono umani, ci
trattano come oggetti) e il liberarsi dal senso di colpa della
fase iniziale dovuto al non seguire le loro prescrizioni. Il gruppo
nel costituirsi in quanto tale ha permesso l'emergere delle emozioni
del gastroeneterologo confusamente colte nella relazione individuale.
Ha preso corpo la rabbia per non avere risposte chiare, il dolore
di sapere i pazienti, prima di quando gli stessi potessero accorgersene,
avviati ad un cammino di sofferenza fisica talora fortemente invalidante.
Questo processo ha portato ad un ulteriore allargamento del campo
gruppale con l'immissione del medico nello statuto di appartenenza
al gruppo. Il medico viene riconosciuto come produttore delle
stesse fantasie e nello stesso tempo come colui che ha il potere
di perseguire i sogni di guarigione che gli sono affidati. Il
conduttore viene vissuto come organizzatore dei processi di integrazione
mente-corpo e come depositario delle nuove conoscenze acquisite.
La malattia comincia a diventare qualcosa di proprio con cui relazionarsi
e confrontarsi, si trasforma nell'intestino malato che il gruppo-madre
deve accudire e proteggere, sviluppando una sorta di preoccupazione
materna primaria realizzata con una maggiore attenzione all'alimentazione
e un ricordarsi di assumere la terapia in modo continuo.
La costruzione dello spazio affettivo consente l'emergere del
dolore mentale come correlato del dolore fisico con la qualità
di luogo dove collocare l'angoscia per il futuro, il senso di
impotenza per non poter esercitare nessun controllo sull'andamento
della malattia, la rabbia per dover risperimentare un assetto
di dipendenza dalla famiglia, dai farmaci, dal medico, il lutto
per la perdita dell'autonomia espressa come incapacità
a proporsi, ad essere protagonisti delle proprie scelte e a progettare
un futuro.
A questo punto dell'esperienza, gli elementi magmatici iniziali
cominciano ad essere organizzati, ma la confusione generata dall'imprevedibilità
dell'andamento clinico, mobilita la ricerca di ulteriori luoghi
di contenimento. Il gruppo si interroga sull'ipotesi di terapie
efficaci, sulla prospettiva di messa a punto di metodiche definitive
in grado di arrestare il lento decorso del morbo. Il bisogno di
speranza, la parte del sogno ("il desiderio di guarigione")
viene spostato al di fuori del gruppo nel suo luogo e nel suo
tempo, sul gruppo più allargato dell'istituzione universitaria
che accoglie il gruppo e di cui si sentono parte pazienti, gastroenterologi,
conduttore. L'Università in quanto luogo di ricerca e di
studio rappresenta lo spazio dove collocare la speranza. La possibilità
di contatto è realizzata dal tessere da parte dei membri
del gruppo relazioni più intense con il personale dell'accettazione
del nostro Servizio e con gli infermieri del reparto di Gastroenterologia.
Si osserva il passaggio dalla presenza di più membri, in
quanto individui singoli, su cui ognuno può investire emozioni
e sentimenti a membri quali componenti di un insieme con specifiche
funzioni. Il gruppo ha acquisito la consapevolezza di essere tale
ed è in grado di trasformare la dipendenza in interdipendenza,
cioè di tessere relazioni a diversi livelli che possono,
poi, essere riconosciuti come appartenenti al gruppo originario.
Questo processo viene siglato dalla iscrizione dei membri del
gruppo all'Associazione Malati di Crohn, associazione di pazienti
atta a promuovere presso le istituzioni tutte le iniziative rivolte
al sostegno dei pazienti affetti.
Conclusioni
La descrizione dell'esperienza porta ad enucleare alcuni aspetti
che possono essere considerati comuni all'intervento terapeutico
con gruppi di pazienti organici cronici.
Mi sembra che collocare il decorso dell'affezione, sostenere le
riacutizzazioni, difendersi dalla malattia ed acquisire il coraggio
di dichiararsi persona possano considerarsi gli obiettivi di questo
tipo di gruppo.
Il campo che si configura è uno spazio mediato tra funzione
di sostegno e processo di rafforzamento del Sé, che richiede
l'impiego di modalità complesse dove prevale la necessità
di allargare i confini del gruppo per riscoprire continue appartenenze.
Questo movimento fa pensare all'importanza del passaggio delle
emozioni e dei vissuti tra gruppi di appartenenza. Abbiamo visto
che il fenomeno della diffusione trans-temporale consente di partire
dal gruppo pazienti fino al gruppo istituzione, costruendo un
luogo più ampio: il "gruppo malati - medici - istituzione"
che corrisponde al bisogno di acquisire nuove forze e nuovi elementi
per contenere ciò che è vissuto come entità
proteiforme e difficilmente controllabile. Così tre campi,
apparentemente diversi tra loro, "si trovano ad avere più
elementi comuni (invarianti) e vengono assimilati." (Neri).
Perché questo processo possa accadere nel suo significato
di costellazione stabile cui riferirsi e non come agito dei livelli
di confusione, occorre che il conduttore proponga una stabilizzazione
delle forme iniziali con cui il gruppo si costituisce. Gli elementi
del setting acquisiscono, così, un'importanza strutturale
non solo come definizione di spazio, luogo dove è possibile
rincontrare, depositare i propri vissuti, ma come significato
di nuclei fondanti la nuova possibilità di riconoscersi
come individui con una malattia. Gli oggetti con cui lavorare
possono essere individuati nella parola che è lo strumento
comune e forte con cui avviene lo scambio tra i membri e la disposizione
fisica del gruppo, che sollecita l'impiego di elementi inconsapevoli
della comunicazione non-verbale.
La parola, nel suo aspetto di strumento noto dello stare insieme,
è utilizzata agli inizi del gruppo come sottolineante gli
spazi individuali e come messa in comune volontaria di parti di
sé, Vi è un uso inconsciamente difensivo, di circoscrizione
del proprio mondo, di nascondimento delle proprie emozioni che
i membri del gruppo non sentono come condivisibile.
Tuttavia, quando utilizza un mezzo noto e rassicurante, inconsciamente,
il gruppo si consente di attivare "funzioni e rappresentazioni,
affetti repressi e non provati, modalità di relazioni con
i propri oggetti interni." (Kaes). L'attenzione alle sensazioni
del corpo attivate dalla postura e dal contatto fisico possono
ritrovarsi nella parola che diventa espressione del trattamento
del desiderio inconscio che è "significato capace
di essere portato al senso, decifrato, tradotto, interpretato"
(Kaes).Da quanto detto, il lavoro sugli aspetti corporei come
significato di comunicazione tra i membri del gruppo è
il percorso che porta alla trasformazione della parola da oggetto
difensivo ad oggetto espressivo. Il gruppo è iniziato con
la parola, con frasi e pensieri che nel commuting hanno consentito
di dire di sé senza sentirsi scoperti, senza avvertire
il senso di perdita dell'elemento individuante che ogni membro
si riconosceva: il mio modo di vivere il dolore fisico e mentale.
Nella prima seduta, i pazienti, entrati nella stanza del gruppo,
furono stupiti di non trovare le sedie. Ognuno tentava di collegarsi
almeno ad un altro, rimanendo in piedi, cercando nella vicinanza
fisica priva di elementi comunicativi non verbali, uno spazio.
I membri, nel loro disporsi fisico, segnalavano gli aspetti di
isolamento e di confusione. Il conduttore li ha invitati a disporsi
in circolo, seduti a terra su cuscini, e ad ascoltare le regole
del lavoro comune. L'attivazione del dispositivo del setting,
nel definire il luogo e lo spazio, si è posto come argine
agli elementi di confusione come attivatore di nuove possibilità
comunicative. L'orario della seduta, il giorno e la durata circoscrivono,
in maniera rassicurante, un'area di esclusiva appartenenza; il
modo fisico: la disposizione circolare, il darsi la mano osservando
un periodo di silenzio lasciando scorrere le sensazioni del contatto
fisico, rituale di ogni inizio di seduta, costruiscono una possibilità
differente di riconoscere l'altro ed il corpo tenuto fino ad allora
come elemento da escludere perché portatore di sofferenza.
Nel procedere del commuting sono state introdotte modifiche temporanee
nella disposizione in circolo al fine di consentire il riconoscimento
delle difficoltà espressive. La tecnica del raccontare
guardandosi negli occhi, uno di fronte all'altro, o viceversa
di narrarsi uno di spalle all'altro, cosicché l'unico elemento
di contatto è quello del dorso, hanno corrisposto ai momenti
in cui il gruppo esprimeva il bisogno di isolarsi o accomunarsi
nel tentativo di divenire soggetto.
Infine, consentire lo sviluppo del processo conoscitivo, comporta
per il conduttore analizzare il significato degli elementi in
campo (pazienti, gastroenterologo, psicoterapeuta, università)
e riconoscere gli elementi di struttura del nuovo legame che si
forma. Mi sembra che leggere questo movimento in termini di riorganizzazione
del Sé possa rappresentare il modo con cui rafforzare il
cambiamento da individuo malato a gruppo malato descritto precedentemente.
Il gruppo pazienti può essere riconosciuto come oggetto-Sé
gemellare che, come afferma Neri, "fornisce una continua
presenza non soltanto intellettuale, ma anche corporea: questa
presenza da un essenziale contributo alla costruzione del sentimento
di essere umano tra gli umani". L'individuazione del gruppo
pazienti come oggetto-Sé consente al conduttore di tenere
continuamente presente e, quindi, di attivare il processo di rafforzamento
del Sé necessario a reggere l'esperienza della malattia.
In questo processo, come dice Trentini, "il gruppo rappresenta
per l'individuo un importante fonte di fiducia, in grado di soddisfare
ogni ansia soggettiva". Inoltre, il gruppo-oggetto Sé
può permettersi di proiettare le proprie istanze ideali
sul gruppo gastroenterologo-università, riconosciuto come
parte di Sé. Così, quest'ultimo, può essere
riconosciuto come oggetto-Sé ideale che, come ricorda Kohut,
è fondamentale se consente il trasferimento del primitivo
Sé onnipotente su un oggetto idealizzato. Questo trasferimento
è funzionale al rafforzamento se non comporta un distacco
tra soggetto (gruppo pazienti) ed oggetto portatore dell'idealità
(gruppo gastroenterologo istituzione). Nel fruire reciproco, il
gruppo oggetto-Sé ideale mette, quindi, a disposizione
dei membri una quota di onnipotenza condivisibile e fruibile e
diventa lo specchio delle conquiste raggiunte.
E' possibile, perciò, affermare che nella conduzione di
gruppi di pazienti con malattie croniche ed invalidanti la flessibilità
del conduttore, la sua capacità di cogliere il significato
di tutti gli elementi compresenti e quella di riutilizzarli al
fine del rafforzamento del Sé, attiva e costruisce il processo
di conoscenza della malattia che consente ai membri del gruppo
di imparare a convivere con la cronicità della stessa.
BIBLIOGRAFIA
ANZIEU D.: Il gruppo e l'inconscio. Borla Ed. 1976
BION W.: Esperienze nei gruppi. Armando Ed. 1979
KAES R.: Il gruppo e il soggetto del gruppo. Borla Ed. 1994
KAES R: La parola e il legame. Borla Ed. 1996
NERI C.: Gruppo. Borla Ed. 1996
PUGET J. et al.: Il gruppo e le sue configurazioni. Borla 1996
Fausta Micanti
Dipartimento di Psichiatria - Area funzionale di Psicoterapia
Facoltà di Medicina e Chirurgia
Università degli Studi di Napoli "Federico II"
fausta.micanti@tin.it
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