Formazione e clinica nel gruppo terapeutico

GRUPPO DI FORMAZIONE CON OPERATORI DI REPARTI ONCOLOGICI
(Parte prima)
Stefania Marinelli

LA PERSONA INTERNA ALL'OSPEDALE CHE SVOLGE FUNZIONE DI TRAMITE E GARANTE DELL'ESPERIENZA
(Parte seconda)
Simonetta Bruni


PARTE PRIMA (Stefania Marinelli)

Presentazione

Presenteremo l'esperienza di un gruppo di formazione, con medici e infermieri, centrato sul tema della malattia neoplastica.
Il gruppo si è svolto all'interno di un reparto di medicina oncologica dell'ospedale generale di Roma, San Filippo Neri, in collaborazione con il Servizio di Psichiatria dell'ospedale stesso, per la durata di tre mesi, con cadenza settimanale.
E' stato condotto unitamente dalla psichiatra del Servizio, responsabile per le consulenze presso i reparti (S.Bruni), e dal supervisore esterno, psicoanalista di gruppo (S.Marinelli).
L'esperienza è stata realizzata grazie alla collaborazione del dott. Ducci, primario del Servizio di Psichiatria del San Filippo Neri; della dott.ssa Bruni, psichiatra del Servizio, responsabile per le consulenze presso i reparti di medicina; del prof.Grassi dirigente del Dipartimento di Chirurgia Oncologica e d' Urgenza A.C.O. San Filippo Neri; grazie all'apporto del prof.C.Neri, titolare della cattedra di Teoria e Tecnica della Dinamica di Gruppo, (Facoltà di Psicologia, Università La Sapienza), presso la quale si svolge da tempo un seminario annuale sul tema del gruppo omogeneo in campo medico; e grazie alle attività di ricerca della Associazione A.R.G.O. Onlus (Associazione per la ricerca sul gruppo omogeneo).
Abbiamo reputato utile privilegiare il senso reale di questa esperienza, più che quello tecnico e storico e abbiamo presentato il lavoro in due parti. Nella prima si descrive la vicenda del gruppo dal punto di vista del supervisore esterno; e si considera il sogno, come campo bilaterale di lavoro, nel quale si sono incontrati i medici del corpo e della mente. La seconda parte, considerata dal punto di vista della psichiatra interna all'ospedale, prende in esame le sequenze da un vertice ravvicinato, ed entra nel merito degli aspetti iniziali e fondanti del gruppo.
Ci auguriamo che questa esperienza divenga periodica e stabile, così da produrre nel tempo una evoluzione significativa e anche i suoi risultati più pieni.

Modelli di riferimento

Cercheremo dapprima di chiarire il percorso che ci ha condotto a pensarla e realizzarla e faremo anche un breve riferimento alle teorie che ci hanno aiutato a condurla, al fine di renderla più ordinata e comprensibile anche per il lettore.
Abbiamo fatto riferimento sia alle esperienze di Balint con i gruppi di medici e alla sua idea dell'ascolto della loro specifica posizione; sia più in generale alla tradizione bioniana, che considera il gruppo come unità, come soggetto di produzione psichica e di pensiero e come organismo in evoluzione, composto da soggetti singoli, ma diverso dalla loro somma.
La psicoanalisi francese, come è noto, ha fornito tutta una serie di contributi specifici e di modellizzazioni al tema della formazione: dalle esperienze dello psicodramma analitico, a quelle del gruppo con utilizzo di oggetto intermedio (Vacheret 1999); dalle ricerche di Anzieu, sul tema del gruppo come sogno e realizzazione del desierio vietato e come ingresso all'interno del corpo materno; fino a quelle di Kaes sull'apparato pluripsichico gruppale e in particolare sul tema delle alleanze inconsce e le sofferenze del legame istituzionale.
Il modello del gruppo esperienziale descritto da Corrao ci aiuta anche ad enucleare alcune invarianti, e a concepire un piano di esperienza e di conduzione nella formazione, nel quale sia possibile tematizzare le emergenze profonde del gruppo, anche in un tempo breve e in un setting non ravvicinato.
Abbiamo tenuto conto, nel presentare questo lavoro, delle ricerche condotte dagli psicoanalisti che hanno esplorato la funzione della supervisione di gruppo nei Servizi (Tagliacozzo; Barnà; Bonfiglio). Lo studio del campo istituzionale (Correale) e delle condizioni vissute al suo interno dal gruppo dei curanti, che oscilla fra la spinta a creare nuove risposte ai bisogni che la realtà istituzionale produce, e la tendenza a confermare le tradizioni proprie del gruppo-équipe, di risorse, di pensiero e di memoria fortemente affettivizzate; e anche le ricerche sull'interazione fra i diversi gruppi-équipe di un contesto istituzionale (Hinshelwood): questi ed altri studi ci hanno orientato nel collocare l'esperienza e nel ripensarla potere narrarla.

Caratteri dell'esperienza

L'esperienza si è basata soprattutto sull'ipotesi che un ascolto e una conduzione dinamica in gruppo delle esperienze riportate dagli operatori medici di diversi reparti, potesse facilitare anche molto velocemente l'emergere di una cultura di gruppo e di una appartenenza comune. Si trattava di creare uno spazio per condividere aspetti sentiti come simili, basati sull'esperienza comune della cura, della malattia e della morte, e per lo più rimasti inascoltati o introversi, nella paratica quotidiana; e di riuscire a dare loro un contesto appropriato per esprimerli e dotarli di significato. Per esempio le sedute erano ricche non solo di racconti medici e ospedalieri, ma anche di elementi tratti da un sapere più generale e da altre discipline o settori, come quelli sociali, politici ed economici, o antropologici o religiosi, o bioetici. Questi elementi meno diretti in particolare avevano un forte valore di prossimità espressiva e metaforica, ed erano sentiti dal gruppo come inerenti ai propri temi e alla loro elaborazione profonda e tali da fornire un ambito e una cornice espressiva. Essi furono molto utili a tematizzare e rivelare nuclei di pensiero, di memoria e di affetti, che una esperienza individuale non avrebbe raccolto, se non nel corso di una lunga analisi. Questi elementi, emergendo velocemente sulla base dell'esperienza umana e professionale accumulata e condivisa o anche a volte sulla base dell'urgenza di una motivazione personale, non furono evidentemente elaborati in una vicenda analitica, data soprattutto la breve durata dei nove incontri e data anche la qualità della domanda, formulata come richiesta di formazione e non di aiuto terapeutico. Però essi poterono sia apparire ed emergere, in uno spazio legittimante, prendendo una forma tale che se ne potesse fare una sia pur breve ma intensa esperienza; sia essere accolti in una scena ampliata e condivisa (Chianese), capace di trasformare i confini restrittivi della ripetizione personale, spesso isolata o mai ascoltata.
Pensiamo che il campo nel quale lavora oggi il medico sia tale da richiedere che egli mantenga una relazione insieme più complessa e più segmentizzata con i suoi interlocutori. Infatti la maggiore globalizzazione delle funzioni sociali e sanitarie, la crescente specializzazione del sapere scientifico, medico, tecnico e tecnologico, sembrano aver svuotato la tradizionale relazione terapeutica del medico "di famiglia", ma anche parallelamente hanno complessificato il campo di lavoro e aumentato la richiesta di coordinamento, informazione, sostegno e rinforzo identitario; con il rischio che questi nuovi bisogni, inespressi, o appiattiti, divengano alla lunga, nell'esercizio professionale, frustranti, intasati e tendenti alla perdita di contatto all'interno dell'istituzione medica (o para-medica) e ospedaliera. Alcuni settori in particolare, più strettamente connessi con la cura di malattie gravi, attualmente molto impegnative per la ricerca scientifica e per le strutture sanitarie, attraggono per il loro bisogno e le loro speranze molte nuove forze, ma al contempo le misurano con tensioni estreme. Questo è sicuramente, fra gli altri, il campo dell'intervento di cura, sia chirurgica sia farmacologica, della neoplasia.
Molti studi psicologici e anche molti lavori psicoanalitici a carattere interpretativo della formazione neoplastica e delle esperienze connesse alla sua insorgenza, hanno tentato di dare un significato alla sua eziologia patogenetica e in specie alla organizzazione fantasmatica che vi si troverebbe rappresentata. (cfr.L.Solano) La funzione del gruppo vi trova spazio, oltreché nell'idea delle patobiografie di Chiozza, anche negli studi, soprattutto di orientamento bioniano, che esplorano l'organizzazione primitiva e collettiva della mente, come quella che è responsabile di eventi indifferenziati del soma (somatosi) e della mente (psicosi), con un legame reciproco e reversibile. Come è noto, questi elementi che Bion ha chiamato "protomentali" (Seminari clinici), vengono meglio sollecitati a comparire e a prendere forma e evoluzione nel gruppo, che ne rappresenta l'origine primordiale e le caratteristiche profonde.
Nell'esperienza di sostegno al personale sanitario questi aspetti legati alla "interpretazione" della formazione neoplastica non rappresentano l'elemento principale della elaborazione, che resta più centrata sulla funzione del medico e la sua concezione dell'esperienza di cura della malattia e delle sue difficoltà. Però crediamo che un determinato modo di rappresentarsi la malattia e l'oggetto della cura medica da parte di chi lavora con il gruppo dei medici, sia molto importante, seppure tenuto sullo sfondo. Questo non tanto perché un modello di comprensione psicologica debba venire trasmesso al curante; ma perché possa rendere l'ascolto delle sue difficoltà personali, deontologiche o istituzionali, diverso dalla concretezza degli eventi somatici e della loro cura medica, aiutando a trasformare l'idea di una funzione terapeutica del medico o troppo tecnica o troppo globale.
Un lavoro di gruppo che riesca a centrare questi bisogni, a farli emergere nella messa in comune delle esperienze e delle riflessioni, può rivestire una grande importanza almeno da due punti di vista. Il primo riguarda evidentemente la possibilità di migliorare l'organizzazione individuale e di gruppo del personale curante, e il suo rapporto istituzionale. Il secondo riguarda la possibilità di influenzare la relazione con i pazienti, rendendola meno collusiva con gli aspetti inelaborati o troppo coinvolti, collegati con la paura della malattia, della dipendenza, e con l'ansia di morire.

Il contesto

La collaborazione fra coloro che prepararono l'esperienza e poi la condussero si presentò, prima della sua organizzazione, subito estremamente difficile, come difficile era il campo della cura della neoplasia e della richiesta di formazione da parte dei suoi operatori. L'ipotesi della supervisione esterna, condotta da uno specialista competente specificamente nel campo delle dinamiche di gruppo, aiutva ad ampliare e differenziare il campo delle competenze e anche delle preoccupazioni. Alcune incomprensioni fra la psichiatra consulente e il supervisore esterno crearono quindi immediatamente un campo di risonanza e di elaborazione delle ansie connesse al bisogno di far comunicare "l'interno" ospedaliero, il suo esercizio attivo, professionale e indipendente, con "l'esterno" specializzato in una competenza distinta. Ci volle un tempo prima che queste due istanze, durante le riunioni preparatorie da un lato e l'avvio delle pratiche di iscrizione al corso dall'altro, riuscissero a produrre una sensazione di fiducia e di cooperazione, attenuando le sensazioni di paura, minaccia, svalutazione (cfr.seconda parte).
Trattammo questi elementi come precursori del gruppo, e come qualità specifiche della possibilità di fondare l'esperienza: il gruppo cominciava ad essere pre-concepito (Bion) nel contesto che lo generava e ad esistere prima della sua realizzazione, contenendo gli elementi che lo componevano e lo producevano (Bion). Vennero anche immaginati in termini analoghi gli aspetti che riguardavano le richieste di organizzazione della cornice istituzionale. Cominciammo cioè a concepire il setting. Il setting spazio-temporale, da creare come possibilità mentale di incontro, del gruppo e dei suoi conduttori. E il setting come insieme delle regole materiali da istituire, come lo spazio fisico; l'orario durante le attività ospedaliere e il rapporto con i primari dei reparti. Anche il pagamento degli onorari del supervisore esterno fu importante, in quanto collegava diverse appartenenze istituzionali territoriali dell'ospedale e del Servizio di Psichiatria. Fu prevista infine anche la presenza di due psicologhe, tirocinanti presso il Servizio. Questa preparazione aiutò a definire i diversi ruoli e campi di elaborazione delle due conduttrici.

Le sedute

Le sedute si divisero fra un gruppo di cinque prima della pausa di Pasqua e un altro di quattro dopo la pausa.
Durante la prima fase esse si susseguirono come se contenessero disordinatamente ma con regolarità gli elementi di una presentazione: era, diremmo così, come se si tentasse di arredare una stanza con la mobilia più appropriata e con la speranza che ne venisse legittimata la scelta, la natura.
Il filo rosso che condusse tutta la prima fase fu quello della comunicazione della diagnosi al malato e ai familiari. Fu tematizzato su vari piani, in modo dapprima caotico e drammatico, poi sempre meglio ordinato ed elaborabile. Questo aspetto, che conteneva elementi di negazione dell'ansia di morte, rimandava direttamente alle sensazioni di paura del contatto che stava nascendo: la nuova scena generata dal gruppo avrebbe potuto contenere ed elaborare le fantasie connesse con l'esercizio quotidiano della professione medica e infermieristica e gli elementi di aggresssività, di frustrazione e di fragilità, intrecciati con la sua efficacia?
Esplorando i limiti e le funzioni della professione medica, il gruppo tentava di dare una prima risposta sul motivo per il quale si trovava riunito; e rispecchiandosi nella presenza e nella funzione dell'analista e della psichiatra che lo avevano generato, elaborava la negazione e la paura. I temi erano numerosi e sfaccettati, e spaziavano dall'esperienza ospedaliera, alle riflessioni psicologiche sulla relazione con i pazienti, dalla valutazione delle differenze fra le varie mansioni terapeutiche, alla considerazione del rapporto istituzionale, e del contesto socio-sanitario più generale.
Sembrava che tutti questi scambi potessero aiutare un processo di fluidificazione e dicibilità di ansie segrete e che la sensazione feconda di poterle esprimere e condividere ad un piano che conteneva una valorizzazione professionale (il gruppo faceva una esperienza di corso formativo e avrebbe anche ottenuto un attestato di frequenza) ripagasse il gruppo della notevole pena di vivere una serie di stimolazioni e di lutti sovraespansi ad ogni seduta.
Una particolare abilità del gruppo era quella di segnalare il limite della sua tolleranza aumentando, specie all'inizio, la portata delle sue necessità attive o agite: il numero delle assenze a causa di servizio; i ritardi; le chiamate d'urgenza; le confidenze iniziali e apparentemente separate sui casi, condotte come se il gruppo o le conduttrici non fossero già riuniti. Tutti questi elementi sembravano fare un'area di relazione intermedia, che facilitava la possibilità di un clima nel quale si riconoscesse più il bisogno che le funzioni corporee e quelle psichiche collaborassero, piuttosto che queste funzioni venissero o non venissero riconosciute, o intruse o contrapposte. Su questo punto in particolare sono descritti nella seconda parte i movimenti iniziali e fondanti del gruppo e l'importante funzione di cerniera della psichiatra interna all'ospedale.
La pausa pasquale segnò una cesura, che produsse un cambiamento sensibile, verso una decisa attenuazione del timore e una maggiore presa di responsabilità.
Una partecipante che portava alle sedute solitamente un clima particolarmente emotivo e partecipativo, fece notare il passaggio del gruppo da uno stato più difensivo ad un altro più fiducioso, entrando con un leggero ritardo e depositando lo stetoscopio sul tavolo. Questo indusse una riflessione efficace e liberatoria e segnò l'inizio di una fase nella quale diventava più pensabile l'idea di contemperare il bisogno di mantenere l'assetto professionale con quello di esplorarne più liberamente aspetti problematici e simbolici.
Un'altra partecipante portò con atteggiamento sincero e discreto un sogno, nel quale un contenuto personale, legato all'esperienza del proprio padre e alla paura della malattia, era saldato, più ancora che simmetrizzato, con l'esperienza di un paziente, il quale si era ammalato durante la preparazione del matrimonio della figlia (questo punto nodale della vicenda del gruppo è trattato nell'ultimo paragrafo).
Un'infermiera associò un episodio occorso ad un paziente al timore per suo figlio e subito una sua collega parlò in modo commovente della sua partecipazione in corsia e delle sue riflessioni sull'alternanza fra la vita e la morte.
Un medico confrontò l'esperienza di nascondimento della diagnosi come medico, e come individuo privato e appartenente ad una famiglia.
Un altro medico parlò in termini molto drammatici dei momenti in cui la professione, come nei reparti per pazienti terminali, diventa collegata solo con l'apparato della morte e con il suo vertice serializzato. Poco dopo una giovane donna dichiarò di essere incinta al terzo mese e rintracciò un legame di causa effetto fra il giorno del concepimento e la telefonata di commiato di una paziente prediletta e morente.
Ognuna di queste esperienze, dibattute con passione e con perspicacia dal gruppo, sembrò segnare una tappa indimenticabile nell'evoluzione della sua cultura specifica. I temi della vita e della morte che si avvicendano nella eternità del ciclo e della rigenerazione, cominciavano a diventare gli organizzatori sintetizzanti delle paure di frammentazione.
Sembrava anche che il gruppo sapesse fare conto su una propria capacità specifica "medica", di comprendere e di contenere l'ansia che sapeva di scatenare, valorizzando con un comportamento tonico e conviviale, i racconti e i comportamenti legati alle sue consuetudini e alle sue competenze, prossime alla sensorialità, alla confidenza corporea e anche allo straordinario apprendimento che la relazione con il dolore e con il compito di curare e di lottare contro la malattia, può produrre.
Contribuì ad accelerare l'aumento della consapevolezza e della fiducia anche l'esigenza, sottolineata dalla pausa pasquale, di prepararsi ad organizzare la conclusione del percorso. Sarebbe rapidamente terminato qualcosa che era stato sentito molto vivo e prezioso.
Emerse la necessità di affidare, prima della fine, alcune confessioni e timori più intimi e la speranza che i bisogni con i quali il gruppo era venuto in contatto potesser continuare ad essere accolti. Probabilmente con queste espressioni il gruppo dava corpo e forma alla paura iniziale di essere andati ad un corso "psicologico" proprio come fanno i pazzi, e al timore di aver sviluppato una condizione di dipendenza imprevista; però riusciva anche, nell'atto di liberarsi e di accingersi a ricordare, a svincolarsi da questo timore e a pensare di avere acquisito e maturato una esperienza trasformativa e feconda.


Il sogno dell'analista: corpo e gruppo

Noi entriamo nel gruppo, come i dormienti entrano nel sogno - nel luogo del desiderio proibito e della sua realizzazione illusoria e angosciante (Anzieu) - perché la nostra civiltà ha diviso il mondo primigenio dell'immaginazione onirica, dalla cultura razionale. Nella civiltà primitiva il sogno, connesso con le forze della natura delle quali fa parte, crea la cultura sociale; in quella storica avviene il movimento contrario. La ragione della civiltà moderna interviene sulla natura e sul sogno per ordinare, rappresentare e costruire relazioni simboliche e basate su una diversa reciprocità. Possiamo pensare che quando la ragione razionale, scientifica e morale si afferma con troppa forza, allora nasca il bisogno di collegarsi alla possibilità di sentire, riconoscere e lasciar fluire il contatto con il mito delle origini.
Nel mondo primitivo il contatto fra realtà e sogno era tale da formare un equilibrio dinamico e un'armonia continua con l'universo naturale.
Nelle civiltà organizzate dell'antica Mesopotamia, dell'Egitto, della Grecia il sogno è - rispettivamente - un profeta che garantisce il destino e l'ordinamento armonioso della società, dei suoi valori, della sua coesione; oppure la ripetizione rituale del mito della discesa fallica nella profondità della madre terra e la riappropriazione del valore del corpo sensoriale, che si trasmuta nel ciclo della vita e della morte; oppure ancora il sogno è la sede delle proiezioni delle passioni e degli ideali umani, che divengono miti più tollerati per la mente umana e sociale, più circoscritti, con i quali le istituzioni umane possono interagire.
Da sempre il culto dei sogni nel mondo antico, o che gli si attribuisse una funzione profetica, o terapeutica, o ammonitrice, o di memoria del passato; o che la sua frequentazione rivelasse concezioni e pratiche, da quelle animistiche a quelle teatrali, da quelle religiose a quelle dell'interpretazione quotidiana, comunque esso si è sempre ammantato di sedi speciali e di procedure ritualizzate o misteriose. La divinazione è un'arte collettiva, riguarda l'individuo ma soprattutto la sua società, la sua personalità ma soprattutto le sue origini, la sua attualità di soggetto ma soprattutto la molteplicità della sue tradizioni biologiche, sociali, cognitive, morali e rappresentazionali.
La forza evocatrice del luogo, la sua suggestione misteriosa, le caratteristiche del sito naturale o del tempio, nel quale il sogno può essere narrato, o incubato, o ricollegato alle sue origini, forma nel suo insieme un'area di potenza sociale simile a quella di un'istituzione che collega l'essere umano con il mito delle sue origini divine o con le sorgenti stesse della vita.
Tornando ancora all'idea di Anzieu, sensibile al bisogno umano e sociale di contatto con il sogno e con la discesa in esso, per incontrare il desiderio di immergervisi come nel corpo materno, e insieme misurarsi con l'angoscia della sua interdizione o della sua perdita, e la speranza di tornare alla vita, salvandosi dallo smembramento e dalla dissoluzione regressivi (illusione gruppale Anzieu 19), allora potremmo dire, confrontati con la potenza del mito e del culto, che l'apparato rituale dello psicoanalista che entra in un gruppo possa apparire meno potente e che il suo luogo della stanza con il circolo delle sedie sia meno evocatore.
Ma le stanze, le case, anche le più laiche e diverse dagli antichi e nobili castelli, sono sempre abitate dai loro abitanti naturali, i fantasmi, e le loro mura sensibili promanano forze impreviste. E ugualmente anche gli abiti con i quali rivestiamo i nostri corpi, anche - o soprattutto - i più ligi e funzionali dell'epoca professionale moderna, contengono e trasmettono fantasie, sensazioni, e perfino una cerimonialità rituale intensa, forse capace di fungere da "pelle psichica" (nel senso di Anzieu), tale che possa recepire i segnali esterni creando una osmosi con i segnali inviati dagli organi interni. Così, l'abito dell'analista del gruppo, potrebbe raccogliere su di sé le preconcezioni dell'analsta e quelle del gruppo (Bion), nel loro punto di incontro. Una fantasia costante, legata a questa concezione della pelle-abito, potrebbe sostenere il valore di questa intersezione e alimentare il flusso degli scambi che vi si collegano.
Prevedendo di incontrare un gruppo di medici, o di medici che sono in difficoltà, nel trattamento di malati ai quali è tolta momentaneamente o definitivamente la speranza, l'analista presagisce una fantasia centrale che sostiene la formazione del gruppo: quella di forzare o aprire lo scrigno segreto del corpo, nel quale e nella cura concreta del quale, paziente e medico hanno riposto e concentrato la parte più essenzializzata e semplificata di sé, cioè il confronto fra la possibilità del progresso attivo e il vuoto inerziale della distruzione.
Il gruppo, riempito di càmici, stetoscopi e racconti somatici, è pieno in realtà di aspirazioni e passioni primarie, originarie, fantasie delicate e sentimenti desiderosi di evolvere verso forme capaci di vita, di movimento e di espressione. Penetrare nel corpo, nei suoi segreti che lo rendono vivo, instabile, malato o distrutto, somiglia alle emozioni eterne del nascere, accoppiarsi, morire e rinascere, trasformando l'infinita capacità materna e paterna delle metamorfosi della natura e della società umana che vi è contenuta, l'infinita discesa nella fertilità e nella morte dell'accoppiamento e della riproduzione. Penetrare nel corpo profondo del soma e del gruppo, alla ricerca del suo risanamento e della sua rigenerazione, con lo sguardo rivolto al corpo e alla parola del suo analista, esposti ad una immensa dipendenza, quella per la quale la parola ed il pensiero sentono di affidarsi al corpo e all'affetto.
L'analista, donna non più giovane, e non ancora vecchia, indossò nella sua prima seduta con il gruppo una maglia rossa con una ampia scollatura. Il carico sessuale e seduttivo di questo abbigliamento femminile, a fronte del lutto neoplastico, sembrò poter attrarre e assumere sulla scena dell'abbigliamento fisico della persona che era responsabile di condurre il gruppo verso un'esperienza, la produzione e l'espressione di sentimenti connessi con il corpo e correlati con la sessualità, non dal punto di vista del desiderio e della pratica, ma piuttosto dal punto di vista o della sua aspirazione e formazione o della sua perdita e della sua inaccessibilità. Questa area che si creava, fra la gioia della partecipazione ad un gruppo rigeneratore, offerto dalla bella e giovane psichiatra del Servizio, e l'idea di una dipendenza vagamente seduttiva, oscillante sul tema della malattia, del confronto fra la vita e la morte e fra la mente e il corpo, si legava seduta dopo seduta e si arricchiva di tutti quegli elementi sensoriali, emozionali e corporei, attraverso i quali gli aspetti reversibili e reciproci dell'esperienza avrebbero potuto essere più facilmente e direttamente esperiti.
Dopo la pausa pasquale la maglia rossa con un'ampia scollatura dell'analista del gruppo - e la serie delle successive maglie dorate, argentate e colorate - si tramutò in una maglia nera dalla scollatura bordata di visone nero.
Un forte legame sensoriale seguiva i lenti e sottili passi del lutto e della sua elaborazione.
I saluti dell'ultima seduta, nella quale le lacrime del commiato e delle sensazioni provate, sperate e perdute, si mischiarono con la ricerca attiva e anche aggressiva di concludere un'esperienza che aveva contenuto e alloggiato elementi nuovi e diversi, reclamavano di saper sostare presso un limite difficile.
Il gruppo notò segretamente (o coscientemente?) il colore dei sandali leopardati della sua analista, e non perse l'occasione di descrivere una partecipante - il Genius Loci del gruppo (Neri, 1995), che aveva sognato per il gruppo - come una tigre, che unisce alla potenza dell'aggressività, lo scatto della forza e dell'accudimento materno.
Un dialogo fra elementi coscienti e non, fra elementi corporei e non, fra elementi reali e immaginati, fra elementi di odio e di amore, di ricerca e di paura?
Sì. E il gruppo dei medici riusciva a farlo.


Bibliografia

Anzieu D. (1976), Il gruppo e l'inconscio, Borla, Roma 1979
Barnà C.A. (1995), Esperienze di supervisione nei Servizi, Fattori terapeutici nel Gruppi e nelle Istituzioni, S.Marinelli, A.Sbardella, a cura di, Koinòs Quaderni, 3
Bion W.R. (1961) Esperienze nei gruppi, Armando, Roma 1971
Bonfiglio B.(1999), Uno psicoanalista al Servizio, Borla, Roma
Chianese, D.(1997), Costruzioni nell'analisi, Borla, Roma
Chiozza L.A. (1985),Perché ci ammaliamo?, Borla, Roma 1988
Corrao F.(1995), Clinamen, Orme, Cortina
Correale A.(1991), Il campo istituzionale, Borla, Roma
Hinshelwood R.(1995), Day Hospital e Servizi: relazione fra i gruppi, Fattori terapeutici nel Gruppi e nelle Istituzioni, S.Marinelli e A.Sbardella, a cura di, Koinòs Quaderni, 3
Kaës R.(1993), Il gruppo e il soggetto del gruppo, Borla, Roma 1994
Kaës R. (1996), Sofferenza e psicopatologia dei legami istituzionali, Borla, Roma 1998
Neri C.(1995), Gruppo, Borla, Roma
Solano L. (2001), Tra mente e corpo, come si costruisce la salute, Cortina, Milano
Tagliacozzo R. (1986), Il Servizio di un DSM visto dal punto di vista di uno psicoanalista: modelli relazionali ed eventi trasformativi psichici, Gruppo e funzione analitica VII,3
Vacheret C. (2001), Il gruppo con photolangage, in corso di edizione, Funzione Gamma n. 8, www. funzionegamma.edu

PARTE SECONDA (Simonetta Bruni)

E' andato crescendo, dalla seconda metà del secolo scorso, un vivace interesse da parte della psicoanalisi per lo studio e la ricerca delle caratteristiche e dell'eventuale disagio dei legami in ambito istituzionale; tale interesse ha aperto campi di ricerca e di conoscenza sul funzionamento dei gruppi-équipe, soprattutto nell'ambito delle istituzioni di assistenza e di cura, offrendo dunque, anche in ambito istituzionale, possibilità di intervento terapeutico.
Gli autori (Kaes, Pinel, Tagliacozzo, Bonfiglio, Barnà, Correale) concordano di una specifica lettura che interessa i legami istituzionali; Kaes, ad esempio, introduce il concetto di patologia dei legami inter-soggettivi, non come derivante da propietà individuali ma come fondante la psicopatologia del gruppo, come una sofferenza specifica dei legami istituiti.
Soprattutto è dei più sottolineare la necessità dello spazio mentale del gruppo, "campo istituzionale" di Correale, "funzione meta-interpretante del preconscio" (particolarmente attivata dal gruppo) di Kaes, per la specifica accoglienza, cura e conoscenza della patologia dei gruppi istituzionali.
In particolare, il concetto di "funzione terza" di J.P. Pinel negli interventi di cura di tali gruppi istituiti, sottolinea la necessità di come un intervento terapeutico rivolto all'istituzione non possa essere sostenuto solamente da chi attua l'intervento; afferma Pinel: "Senza la creazione di dispositivi che permettano il contenimento e la ripresa degli elementi trasmessi durante le sedute istituzionali, appare una forma di intossicazione dell'apparato psichico degli operatori dell'intervento", indicando dunque molto utile, nella sua esperienza, la presenza di una "co-animatrice" dell'intervento e di un gruppo istituzionale di riferimento proprio a cui essa veniva riportata.
Anche nel lavoro che riferiamo è stata estremamente utile la presenza di due "animatrici"; in particolare vorrei provare a rileggere l'esperienza dal punto di vista della funzione che io vi ho svolto all'interno: cioè di collegamento tra le priorità istituzionalizzate della professione sanitaria e la funzione più visibilmente psicanalitica della conduttrice.
Nel raccogliere le adesioni dei colleghi dell'ospedale all'iniziativa, infatti, mi sono subito preoccupata di spiegare loro che si trattava di una proposta un po' particolare in cui gli incontri non prevedevano lezioni o relazioni da parte dei docenti ma in cui, liberamente, i partecipanti potevano riportare le loro esperienze intorno al tema fissato guidati da una conduttrice esterna, esperta in dinamiche di gruppo, nella persona della Dott.ssa Marinelli e che anche io avrei garantito l'organizzazione e l'andamento dell'esperienza, sia nel periodo di precostituzione del gruppo che attraverso la mia presenza accanto alla conduttrice.
Era la prima iniziativa di formazione psicologica offerta agli operatori sanitari dell'ospedale dall'interno della istituzione stessa e svoltasi in ambito istituzionale.
Per questo motivo "pioneristico" io credo, tale iniziativa, nonostante sia stata prefissata in un periodo di tempo contenuto (tre mesi a cadenza settimanale), abbia avuto un lungo periodo di gestazione che, attraverso movimenti transferali dei futuri partecipanti e controtransferali delle conduttrici, ha lentamente precostituito un campo mentale che ha preceduto l'inizio del gruppo, in cui venivano vivacemente presentate le tematiche di cui si sarebbe dovuto occupare poi nel suo lavoro.
Inoltre, questa caratteristica bipartita di una doppia conduzione ha sicuramente favorito il dispiegarsi ed il distribuirsi di tali dinamiche transferali agevolando e accelerando una loro mentalizzazione da parte del gruppo seppure all'interno di un periodo di tempo limitato e in un contesto istituzionale.

 

Innanzi tutto io ero, come sono ancora, una psichiatra interna all' istituzione, conosciuta da oltre dieci anni dai colleghi dell'ospedale, e che negli ultimi anni si è in particolare occupata del lavoro di consulenza psichiatrica e psicologica nei reparti, diventando nel tempo una referente riconoscibile per tale area di intervento.
Questo mi ha permesso, nel periodo dei contatti preliminari con i colleghi per la formazione del gruppo, una particolare sensibilità e identificazione con una area importante di bisogno, difficoltà e frustrazione connessa alla professione sanitaria. Al medico è richiesto, infatti, in modo spesso idealizzato, sia capacità di contenimento della sofferenza psichica e fisica che efficienza professionale e capacità risolutiva.
Allo stesso modo, nelle nostre chiaccherate di presentazione, i colleghi chiedevano ascolto, ma anche risposte, indicazioni e protocolli: loro avevano la concretezza dei morti di ogni giorno e delle vite da salvare.
Mostravano bisogno di dipendenza e di aiuto, e attacco alla dipendenza a alle ipotetiche chiacchere della psicologia e della psicoanalisi, chiamando in gioco controtansferalmente la mia doppia funzione di medico e psichiatra interna all'istituzione e di co-terapeuta assieme alla conduttrice.
Tale funzione di garante della professionalità medica sviluppava in me stati di forte angoscia spingendomi a farmi portavoce presso la conduttrice di questo stato di necessità del gruppo, con cui in parte io stessa mi confondevo per la forza con cui sentivo veniva proposto, ma anche a farmi promotrice dell'attivare insieme una modalità di conduzione che non fosse vissuta in modo persecutorio. Ad esempio, mi preoccupavo di segnalare lo spavento che paradossalmente il gruppo, ancora in via di formazione, stava sviluppando rispetto ad un ascolto accogliente che permettesse un contatto reale con il bisogno, mi preoccupavo che non si sentisse troppo solo e smarrito per questo, avvertendo il terapeuta troppo lontano e astinente.
Ci fu dunque un lungo periodo, durato circa i due mesi prima dell'inizio, in cui nonostante avessimo un legame particolarmente affettivizzato da tempo, io e la conduttrice incedemmo in una serie di difficoltà e di incomprensioni reciproche. Lei sentiva minacciato dal mio atteggiamento il setting mentale che si stava preparando a tenere, io sentivo il rischio di una sua distanza dalla realtà che sarebbe andata ad incontrare. Arrivammo anche a concepire l'impossibilità di aprire il gruppo, e credo che molto sia stato utile il forte legame personale e privato già sviluppato in precedenza. Inutile dire della funzione che questo movimento di rimandi tra noi ha avuto nel contenere reciprocamente le ansie di entrambe per avviarsi a introdurre una esperienza di maggiore contatto con il bisogno in un ambiente così fortemente medicalizzato come una istituzione ospedalera.

Quando il gruppo comincio' fu subito evidente la grande quantità di agiti, confusione, necessità di aiuto, spavento e attacco alla dipendenza.
Soprattutto le prime sedute furono caratterizzate da ritardi, cellulari e cercapersone che squillavano, uscite dal gruppo per priorità e urgenze connesse alla professione, ma anche dalla concitata necessità di comunicare temi, problematiche, aspettative.
In particolare il gruppo fu in grado, già dalla seconda seduta, di produrre in modo più organizzato e preciso un primo movimento di affermazione di sè sotto forma di una provocazione indirizzata alla mia persona: una dottoressa, l'unica che aveva anche avuto una neoplasia, mi chiese in modo molto aggressivo come mi sarei comportata io con un certo paziente.
La forza della sua sfida mi lascio' paralizzata per l'intero incontro; non potevo rispondere come avrei fatto fino ad allora nella funzione di consulente psichiatra perché il nuovo contesto gruppale aveva cambiato le nostre reciproche posizioni, né ero ancora in grado di formulare una risposta come co-conduttrice all'interno di un setting costituito, e tacqui.
Riuscii a rispondere alla collega solo molte sedute dopo quando il gruppo di operatori fu in grado di osservare le dinamiche intra ed inter relazionali con i propri pazienti in modo più interno.
Ma la potenza di tale provocazione ebbe per contro la capacità di provocare una riflessione in noi conduttrici, e ci aiuto' a chiarificare una defusione delle nostre funzioni, una maggiore distinzione di ruoli e di significati ad essi connessi e dunque una migliore e più distesa distribuzione delle valenze transferali; Il gruppo era condotto dalla Dott.ssa Marinelli, l'unica delle due esterna all'istituzione e che per il gruppo avesse la funzione di un referente partecipe ma neutrale, mentre io sentivo che avrei dovuto vivere in parte la responsabilità dell'andamento dell'esperienza di fronte ai colleghi, in parte la passività e la dipendenza con loro rispetto alla conduttrice.
La seduta successiva mi sedetti distante da lei, dall'altra parte del cerchio, lasciandole la guida del gruppo e con questo la possibilità di tenerne a mente il percorso; nel contempo mi sentii più libera di assolvere quella funzione di cerniera, o di sherpa per dirla con Kaes, che era stata mia fin dall'inizio nella vicenda di questa esperienza.
Questo permise al gruppo di vivere in modo meno idealizzato e persecutorio la presenza delle conduttrici. In particolare, fu possibile per esso salvaguardare la funzione più dichiaratamente psicanalitica dell'una, e fu più facile ricevere sentimenti di conferma della stima di sé, di restituzione di dignità alle proprie valenze aggressive di attacco al legame, e al vissuto di impotenza insito nella propia posizione di curanti, identificandosi con l'altra.
Anch'io come loro ero un medico dell'ospedale, anch'io come loro ero immersa nella confusione di un compito difficile; spesso al medico ospedaliero, a differenza dei medici di famiglia o di quelli inseriti in strutture territoriali, è richiesto un compito frustrante e a volte impossibile che è quello di fronteggiare i casi più estremi e più acuti, dove più vicina è l'implicazione con la morte.
Per tutta la prima parte del gruppo, anch'esso aveva una scansione bipartita segnata circa a metà dalle vacanze pasquali, il mio compito fu quello di rendere tollerabili gli agiti, meno concreti e serializzati i racconti, con interventi che li riprendessero in modo più collegato al movimento emotivo che li produceva, e di offrirli alla mente del conduttore quasi predigeriti, come proto-pensieri.
In una delle ultime sedute, ad esempio, un partecipante medico manifestò la sua rabbia espulsiva verso un processo di maggiore e più intima vicinanza alla sofferenza, riferendo di una clinica estera in cui i pazienti, dopo che era stata comunicata loro con chiarezza la diagnosi e la prognosi rispetto alle aspettative di vita, andavano per morire; un luogo dove si aspettava la morte senza intasare gli ospedali.
Cogliendo in questo intervento una sua difficoltà di contatto dissi al collega, usufruendo di vissuti conosciuti e condivisibili dall'esperienza di tutti gli operatori sanitari presenti, che la vita ospedaliera era davvero faticosa, era faticoso essere immersi tutti i giorni in un luogo di pena, essere continuamente richiesti e continuamente disponibili; questo permise alla conduttrice di legare in modo meno distante un intervento più puntuale e più profondo sullo stato del gruppo e di segnalare di come esso stesse esprimendo in realtà sentimenti di paura e contagio rispetto al dolore e alla morte.
Allo stesso modo mi sembrava utile trasformare alcuni interventi della conduttrice in modo più avvicinabile alla realtà quotidiana della vita ospedaliera, riservandomi la libertà di una presenza più attiva e visibilmente partecipata, riempiendo silenzi poco tollerabili, vivacizzando aree di depressione poco avvicinabili in un contesto istituzionale e soprattutto rendendo più dignitoso il bisogno di dipendenza all'interno di un gruppo di professionisti il cui compito istituzionale dato è quello di dare più che ricevere, di accudire più che essere accuditi.
Tale più tollerabile gestione dei movimenti di dipendenza e di attacco al legame interni al gruppo, anche dovuta a questa continua funzione di spola fra il mondo delle emozioni e quello delle priorità mediche declinatisi prima in termini di opposizione, poi di conflitto, infine, e per alcuni aspetti, di integrazione, corrispose e favorì il più rapido dispiegamento della tematica principale che questo gruppo di curanti di pazienti oncologici ci è sembrato abbia dibattuto.
. Il gruppo degli operatori raccontava, in modo speculare al vissuto dei propri pazienti ed in modo sempre più interno con il procedere dell' esperienza, di vissuti di intrappolamento nel corpo evocati dal cancro e di angosce connesse all'esperienza di energie sequestrate e confuse che non riuscivano a rendersi utilizzabili.
Non è lo scopo di questa relazione la lettura analitica delle sequenze, ma alcuni elementi sintetici, alcuni punti di repere mi sembra importante siano sottolineati per aiutare la comprensione di come la doppia conduzione in ambito istituzionale e professionale permetta una più rapida organizzazione del gruppo in assetto di lavoro.
Venne prodotto un solo sogno a circa metà dell'esperienza e riportato dalla stessa partecipante artefice della provocazione iniziale di cui ho parlato.
Il sogno ha segnalato un importante passaggio evolutivo e di svincolo nel gruppo, impegnato sino ad allora nel proporre l'ambito sofferente e ristretto, spersonalizzato, serializzato e ripetitivo della vita ospedaliera, ogni seduta aggiungendo morti ai racconti della settimana, impotenza e confusione nel proprio comportamento professionale a volte soggetto alle leggi della necessità a volte piegato dalla compassione umana.
La collega sogna la realtà, la stessa scena che accade realmente in reparto il giorno seguente il sogno, da lei prodotto in una pausa del turno notturno; ecco il sogna: "Dopo una notte di guardia, la mattina incontra in corridoio un proprio paziente ricoverato per un cancro, il quale gli chiede di aiutarlo a vivere almeno fino al matrimonio della figlia che sarebbe avvenuto poco tempo dopo". Dopo il racconto essa si commuove accennando alla malattia del proprio padre, svelando così la sua identificazione con la figlia della coppia edipica presentata nel sogno, e si stupisce della strana identità tra sogno e realtà.
Sembrò utile anche a noi riflettere su questi dati davvero preziosi: essi indicavano, infatti, un elemento di iperconcretezza e il dramma emozionale vissuto dai medici con i propi pazienti ammalati di una neoplasia. Nel sogno si trovavano infatti condensati diversi elementi: l'indistinzione tra fantasia e realtà, l'iperconcretezza della produzione neoplastica connessa a tentativi di svincolo dalla inseparabilità, fantasie parricide.
Nel sogno come nella realtà il padre, malato di cancro, chiede di vivere finchè, ai suoi occhi, la figlia non morrà separandosi da lui con il matrimonio,e la figlia sognatrice fantastica la morte del padre al nascere della propia vita.
Ma tale sogno segnalava anche la possibilità di internalizzare ed accettare il bisogno e la aggressività connessi alla dipendenza; la dottoressa, identificatasi con la figlia che andava sposa, segnalava sia la necessità della presenza del padre a questo suo passaggio, sia una fantasia parricida connessa allo sviluppo dell'identità adulta.
Tale nuovo, conquistato assetto di maggiore accettazione dei vissuti di dipendenza, permise ad un'altra componente, infatti, più fiduciosa del gruppo e della sua esistenza, di confessare la seduta successiva la sua gravidanza di appena tre mesi, cioè considerando superato il periodo di rischio biologico di aborto, ma forse anche il rischio che il gruppo potessere essere abortito, disertato, fallendo il contenimento di dinamiche così perturbanti.
Essa sottolineo' con particolare enfasi il significato che aveva rivestito per lei il modo in cui questo bambino era stato concepito dopo l'affettuoso saluto di una sua paziente prima di morire; da una telefonata postuma ai familiari, rifesce la collega,essa capì infatti che la morte della paziente ed il concepimento si erano compiuti con una strana coincidenza.
Il gruppo contribuì nel suo prosieguo ad ampliare e commentare per tutta la seduta emozioni di gioia, invidia, ma anche preoccupazione, paura, orrore, esplicitando fantasie sia di rinascita dalla morte e di consegna generosa, da parte di figure a significato parentale, a funzioni procreative come la maternità, ma anche timori che fosse stato concepito un "mostro" o che la madre potesse, parallelamente allo sviluppo del feto, peraltro concepito nel periodo di preparazione del gruppo, concepire lo sviluppo di una neoplasia.
Attraverso la trattazione di simili vertiginose fantasie, il gruppo compiva così un lento e doloroso attraversamento inconscio rispetto alla vicenda centrale che lo aveva animato, attorno a quel crinale difficile posto tra stati di indistinzione ed inseparabilità, fantasie di intrappolamento nel corpo e di orrore per lo sviluppo della follia o di una gravidanza maligna e cancerosa, e necessità di accudimento e comprensione, separatezza nel desiderio di liberare e sperimentare energie creative e procreative.
La presenza fisica di due conduttrici in una esperienza istituzionale e non terapeutica, a termine, ha facilitato, dunque, la proiezione e l'individuazione di elementi scissi anche molto distanti; differenziando le conduttrici questo gruppo di medici ha più facilmente gestito l'aggressività connessa alla dipendenza, e ha protetto quell'iniziale processo buono e generoso di capacità di accudimento e di contatto con il bisogno che ha sicuramente dimostrato di saper avere.


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