| In effetti, essi hanno raggruppato le diagnosi psichiatriche,
non geriatriche, seguendo la nomenclatura del DSM-IV, in dieci
problemi clinici: turbe d'ansia generalizzata, fobia sociale,
turbe ossessive-compulsive, agorafobia, attacchi di panico (con
o senza agorafobia), turbe da stress
post-traumatico, turbe depressive maggiori, schizofrenia, abuso
e dipendenza da alcohol e droghe.
In un'opera recente noi proponiamo di raggruppare i primi sei
problemi nelle "turbe ansiose" e aggiungere le "turbe
alimentari", i "disordini della personalità"
e le "turbe psico-geriatriche". Arriviamo così
a sette gruppi di problemi, che prenderemo da tutt'altro lato,
la psicoterapia di gruppo vi è compresa, fino ai tempi
recenti, come un trattamento di lunga durata, ma nel corso degli
ultimi anni, l'interesse per le psicoterapie di gruppo a termine
è aumentato.
La durata è forse il fattore che condiziona di più
le altre variabili delle attività di gruppo. In effetti,
tentando di stabilire una tipologia, si situerà ad un estremo
i gruppi a lungo termine e all'altro quelli a breve termine. All'estremo
del lungo termine si situano i gruppi a orientamento
psicoanalitico. Il conduttore vi ha un'attitudine "analitica",
intervenenddo poco, restando piuttosto passivo, cercando di svelarsi
poco.
Questi tipi di gruppo sono in generale eterogenei al livello della
diagnosi e semiaperti nel tempo. I fenomeni di gruppo hanno una
grande importanza nello svolgimento della psicoterapia e costituiscono
sia gli ingredienti terapeutici sia i fattori di resistenza e
vengono frequentemente
interpretati.
Vi si fa spesso riferimento all'infanzia dei pazienti e ai fenomeni
che si producono nel "qui e ora" della seduta di gruppo.
I loro sogni vengono interpretati, specie quelli che fanno riferimento
al gruppo.
All'estremo opposto della tipologia, avremmo il gruppo a termine.
I gruppi tipici sono quelli ad orientamento psicopedagogico. Il
conduttore vi partecipa con una modalità molto attiva,
rivelandosi e dando consigli. I
gruppi sono chiusi. I processi di gruppo, anche se importanti
per il buon percorso del gruppo, non sono presi in considerazione
troppo né interpretati. Il transfert non è un elemento
decisivo. Si sottolinea l'importanza di estendere all'esterno,
nella vita corrente, l'apprendimento
fatto nel corso delle sedute. Le psicoterapie basate su altri
modelli
concettuali (psicoterapie dinamica, interpersonale, cognitiva,
comportamentale, educazionale) si situano negli spazi intermedi
della tipologia.
I gruppi a lungo termine sono, dunque, costituiti in modo abitualmente
eterogeneo, per poter fare fronte ad un ampio ventaglio di stili
e di caratteri, manovre difensive, tipi di problemi e entità
diagnostiche. Al
contrario, le terapie di gruppo brevi sono organizzate in genere
in ambiti specifici che determinano le finalità e la selezione
dei pazienti, e i gruppi sono perciò costituiti in modo
omogeneo. Per il fatto che i membri del gruppo si centrano su
un problema comune, c'è una condivisione di
esperienze più facile, che riduce allo stesso tempo i conflitti
fra i partecipanti e assicura un appoggio mutuo più forte
da parte dei membri del gruppo.
2. Le psicoterapie di gruppo brevi
La psicoterapia breve é stata definita come focalizzata
e limitata nei fini e nei tempi. Il terapeuta utilizza criteri
di selezione specifici, tendendo a stabilire un contratto dettagliato,
si mostra attivo nello sviluppo di una alleanza terapeutica e
adotta una attitudine ottimista, valutando
periodicamente i risultati. Si concorda abitualmente che 25 sedute
rappresentino il limite massimo per terapie dinamiche brevi, ma,
nella pratica, il margine varia fra 1 (Bloom,1992) e 40. C'è
piuttosto la tendenza a parlare oggi di "efficacia in relazione
alla durata" (time-effective) o di "efficacia in relazione
ai costi" (cost-effective), piuttosto che di brevità.
Una recente inchiesta fatta negli USA (Daidoitz e al.1995) ha
dimostrato che l'84% di tutti i clinici dichiarano di praticare
un genere di terapia breve. I terapeuti di orientamento psicodinamico
avevano una preferenza per applicare le terapie a lungo termine
o di durata moderata, e occupavano meno ore in terapia breve di
quelli che avevano altri orientamenti teorici.
Essi erano dopo tutto responsabili di un quarto di tutte le terapie
brevi realizzate negli USA, pur sentendosi meno abili a utilizzarle
e trovandole meno efficaci degli altri loro colleghi. In effetti,
erano meno coinvolti in queste tecniche, anche se è chiaro
pertanto che le terapie brevi esigono un coinvolgimento specializzato
nella loro specifica metodologia (Bauer et coll., 1987; Levenson,
1944). Queste riflessioni portano alla conclusione che un numero
importante di terapeuti dinamici sono in conflitto, svolgendo
un lavoro breve al quale non credono e senza esservi coinvolti
specificamente, ciò che può portare a demoralizzarli
("sindrome di burn-out").
In effetti, la terapia breve non è molto accolta dai terapeuti
abituati a lavorare in profondità e a lungo termine e che
hanno, in generale, una attitudine perfezionista, pensando che
"di più è meglio" e desiderando
produrre cambiamenti profondi nella personalità dei loro
pazienti.
Secondo alcuni autori essi risentono frequentemente loro stessi
dei conflitti inerenti alle separazioni e alle perdite, degli
impegni con pazienti nuovi; e manifestano il desiderio che i pazienti
abbiano bisogno
di loro; temono d'altra parte i problemi economici e si sentono
poco sicuri
nel rapportarsi con le tecniche recenti. Per contro, per praticare
la psicoterapia breve, il terapeuta deve essere capace di accettare
che in generale la guarigione non è possibile, che la vita
stessa porta dei cambiamenti, che alcuni cambiamenti possono realizzarsi
dopo la cura, che
può essere utile ma a volte nociva, e che il fatto di essere
al mondo è a volte più utile che di essere in terapia
(Bolter e al.1990). D'altra parte, questi risultati mostrano ugualmente
che i clinici a orientamento dinamico
(all'opposto di quelli coinvolti nel modello cognitivo-comportamentale)
pensano che la terapia sia indispensabile perché i cambiamenti
abbiano luogo, che sia necessario avere scopi ambiziosi ecc. e
questo lascia supporre che anche se l'approccio breve versus il
lungo termine ha un
rapporto con le attitudini terapeutiche, l'orientamento teorico
gioca anche un ruolo importante.
3. L'estensione della pratica dei gruppi a termine e omogenei
Per quanto concerne l'Europa, uno studio che abbiamo fatto in
Svizzera ci permette di avere una idea sulle caratteristiche dei
gruppi brevi e omogenei in paragone con i gruppi eterogenei per
diagnosi.
Per quel che riguarda la durata, i gruppi lunghi (40%) sono più
spesso condotti secondo un unico modello teorico (73.1/53.2%)
e l'orientamento psicodinamico è frequentemente menzionato
(65.1/35.4%). Questi gruppi
comprendono spesso pazienti con diagnosi differenti (72.6/52.5%),
in modo priilegiato le diagnosi di disordini della personalità
(45.7/28.1%), turbe ansiose (41.1/31.2%) e psicosi (18.3/10.6%).
Essi sono sorarappresentati nella pratica privata (36.8/23.7)
e in day hospital (8.0/2.7).
Quanto alla diagnosi, 38.6% dei gruppi includevano pazienti con
una sola diagnosi. Quelli che comprendevano pazienti psicotici
(14.3%) erano più spesso di lunga durata (53.3/37.8%),
inseriti nell'ospedale psichiatrico (27.5/16.1%, e a orientamento
psicoinamico (60.9/44.1%). Quelli che radunavano malati depressi
(38%) riunivano in gruppo adulti (86.7/75.2%) o anziani (11.6/5.9%)
e erano realizzati secondo un modello tendenzialmente psicodinamico
(54.3/41.7). Quando i pazienti presentavano turbe ansiose (35.1%),
i gruppi erano prevalentemente di lunga durata (46.8/36.3%), e
si svolgevano spesso
in studi privati (39.4/22.6%). I pazienti con disordini della
personalità (35%) erano trattati in generale in gruppi
di lunga durata (51.9/33.5%) e ad orientamento piuttosto psicodinamico
(61.0/38.5%); i disordini alimentari (22.5%) in gruppi con adulti
(87.6/77.3%) o adolescenti
(28.6/15.0%); e gli abusi di sostanze (22.3%) nei gruppi costituiti
soprattutto di adulti (97.1/74.7%) o di adolescenti (28.6/15.0%),
nell'ambito dell'ospedale psichiatrico (31.5/13.8%), ad orientamento
cognitivo-comportamentale (44.4/33.0%) o umanitario (23.1/10.6%).
Infine le malattie somatiche erano: trattate in gruppi a breve
termine (88.9/58.2%), ad orientamento spesso cognitivo-comportamentale
(67.9/33.6%).
4. LE INDICAZIONI DEI GRUPPI OMOGENEI RISPETTO ALLA DIAGNOSI
Gli autori classici ritengono (Yalom) che le personalità schizoidi,
gli Io caotici, gli analfabeti emozionali, i depressi, gli isterici
gravi e gli psicopatici dovrebbero essere scartati dalla psicoterapia
analitica di gruppo. Per alcuni autori, l'omosessualità e i disturbi
psicosomatici sono delle controindicazioni, mentre altri le hanno
trattate con successo con tale tecnica. Anche i pazienti dementi,
paranoici, narcisisti, ipocondriaci, suicidi, tossicomani o alcolisti,
psicotici gravi e sociopatici sono dei cattivi candidati, dato
che non partecipano al compito primario del gruppo. Nonostante
questo, sono stati comunque formati dei gruppi specifici omogenei
per psicotici, deficienti mentali, malati cronici, alcolisti e
tossicomani. Infatti, con questo tipo di malati si svolgono trattamenti
gruppali, preferibilmente nelle istituzioni psichiatriche ospedaliere,
o a metà cammino con delle procedure modificate. Ma ad un cero
punto della loro evoluzione, questi pazienti possono beneficiare
dei trattamenti gruppali, strettamente ambulatoriali, in gruppi
omogenei. D'altra parte, recentemente, molteplici studi hanno
descritto interventi gruppali per persone con una malattia fisica
specifica, come l'herpes genitale (Brob, 1986), il cancro (Rawzy
e coll. 1990; Fawzy e coll. 1990) (Rorester e coll. !993), l'infezione
HIV (Kelly e coll. 1993) o ancora con problemi sociali come ad
esempio il maltrattamento nella coppia (Palmer, 1992) e l'incesto
(Alexander e coll. 1989). Sono stati svolti anche studi su gruppi
omogenei per persone con problemi psichiatrici come la psicosi,
il lutto (Piper, 1992), l'ansia, la depressione (Bubnam e coll.
1988), l'agorafobia (Ebann e coll. 1991) o la personalità evitante
(Alben, 1989). La durata del trattamento di questo tipo di gruppi
va da due giorni a quindici settimane con un numero di sedute
da due a ventiquattro, la frequenza di una o due volte a settimana
(generalmente una) e una durata oscillante tra 80 minuti e un
giorno intero (di solito 90 minuti). Budman e Gurman [Budman,
1988 #906] considerano brevi anche quei gruppi che lavorano per
un massimo di 70 sedute, se hanno come obbiettivo il trattamento
efficace di persone con disturbi gravi di relazione interpersonale,
pur che ci sia un limite di tempo predeterminato e che il gruppo
abbia un focus ben definito trattato nel più breve tempo possibile.
Anche se è difficile considerare breve un gruppo che dura un anno
o più, questo tempo è molto più corto di quello offerto ad una
persona con difficoltà interpersonali con gruppo tradizionale,
per esempio nei disturbi borderline. Anche se la differenza tra
la durata breve e lunga è stabilita in generale dal tempo, esiste
ancora una differenza fondamentale, cioè la natura del fine terapeutico.
I fini della terapia breve devono essere chiari e limitati dato
che il successo non può essere garantito nel caso contrario. I
risultati sono buoni (Mc Callun e Peter, 1990) quando la coesione
è raggiunta rapidamente, il focus è chiaro, i limiti temporali
diventano coscienti, il terapeuta è attivo, il focus è stabilito
intorno alle relazioni e quando il comportamento è presente. Infatti
la maggior parte dei gruppi utilizzano ciò che Dies (Dies, 1992
#621) chiama approccio orientato verso l'azione, che utilizza
le tecniche cognitivo-comportamentali.
5. QUALCHE QUESTIONE TECNICA
Malgrado la loro efficacia, i gruppi brevi non sono molto utilizzati
nei programmi di managed care perché esistono diverse barriere
al loro utilizzo: il modo di lavorare del terapeuta, l'accettazione
del paziente e la logistica esistente per la costituzione dei
gruppi brevi in un contesto di managed care. Da un punto di vista
tecnico, l'inizio ed il mantenimento di questi gruppi è più difficile
da ottenere rispetto ai gruppi a lungo termine, perché quando
un paziente abbandona uno dei gruppi brevi deve essere sostituito
da un altro paziente con problemi analoghi. A causa di questa
difficoltà i gruppi brevi possono essere organizzati in modo realistico
solo all'interno di istituzioni con molti pazienti, dove il gruppo
costituisce una parte importante di un programma di trattamento.
Ezriel (1950, citato da Mackenzie, 1990) ha adattato alle terapie
di gruppo le idee di French (1954) sulla Psicoterapia dinamica
breve ma è soltanto a partire dagli anni '80 che i lavori pubblicati
su questo argomento sono stati esaminati e organizzati. I dati
forniti si riferivano soprattutto alle esperienze realizzate in
quelle unità in cui i ricoveri psichiatrici erano brevi (Maxmen,
1984; Yalom, 1983; Rafaelsen, 1989; Guimon, 1989), nel quadro
dei gruppi di "incontro" (Lieberman, 1972 #346) e nei programmi
specifici, come ad esempio quelli dedicati ad un compito di consiglio
e di aiuto ai pazienti che hanno subito infarto o pazienti bulimici
(Mc Callum e Piper, 1988). Ezriel (1950), seguendo in questo le
idee di Bion, descriveva le tensioni emergenti nei gruppi in seguito
alle "pulsioni relazionali" represse ("avioded relationship"),
la cui emergenza determina il terrore ("calamitous relationship")
da risolvere ("required relationship"). Adattava alla situazione
di gruppo anche il concetto di "conflitto nucleare" proposto da
French. Sono stati fatti vari tentativi per abbreviare la durata
delle terapie analitiche nel lavoro ambulatoriale. MacKenzie (1994)
afferma che le tecniche di gruppo psicodinamiche e interpersonali
tradizionali possono essere modificate per un uso limitato nel
tempo senza sacrificare i valori di base e con un'efficacia evidente.
Per adattarsi ad un ambiente di pratica più rigoroso dal punto
di vista del badget, il clinico ha bisogno di intraprendere un
processo di passaggio difficile da stabilire. Il nostro compito,
in quanto professionisti, dice, consiste nel prepararci a questa
sfida e nell'informare il sistema di assistenza sanitaria che
per portare a termine un trattamento efficace per i nostri pazienti
sono necessarie specifiche direttive di pratica. In questa linea
di pensiero, McCallum e al. (McCallum, 1993 #884) hanno messo
a punto un gruppo di terapia gruppale a breve termine e orientato
psicanaliticamente. Tuttman (1997), Presidente della AGPA, segnala
che i clinici ad orientamento psicodinamico rivolgono la loro
attenzione sul fatto che l'efficacia del trattamento di gruppo
è in relazione alla qualità e alla solidità dell' "alleanza terapeutica".
Ma il potere degli amministratori-fornitori di determinare la
disponibilità del trattamento, può deteriorare il legame terapeutico,
così vitalmente necessario perché una terapia sia efficace e effettiva.
6. L'INSEGNAMENTO DEI GRUPPI BREVI E OMOGENEI
Una ventina d'anni fa la formazione dei terapeuti gruppali esigeva
la partecipazione dei candidati a gruppi preferibilmente eterogenei
(se possibile con i pazienti) e ad orientamento, in generale,
psicoanalitico. Anche se questo continua ad essere, a nostro avviso,
molto desiderabile, la realtà dei servizi pubblici esige la formazione
di un gran numero di professionisti in tecniche con durata limitata
e con poche di risorse. Nel tentativo di offrire ai professionisti
della Salute mentale dei Paesi Baschi la possibilità di esaminare
le loro relazioni interpersonali, abbiamo proposto, nel 1982,
un Corso generale dedicato al Lavoro di gruppo (Guimon, 1982 #1155).
Abbiamo avuto contatti con l'Istituto di Gruppo Analisi di Londra
il cui programma si svolgeva secondo due modalità: un corso d'introduzione
al Lavoro di gruppo, ogni venerdì pomeriggio, in due sedute della
durata di un'ora e mezzo ognuna, per 32 settimane, e un insieme
di seminari sequenziali in cui ogni seminario permetteva di seguire
un'esperienza di 18 ore durante gli ultimi tre giorni della settimana,
tra 4 e 8 volte l'anno. Dopodiché, il corso si è ripetuto ogni
anno con una frequenza di due volte alla settimana a Bilbao ed
è stato seguito da un programma di formazione completa in tre
anni. Alcune attività, identiche a quelle sopra descritte, sono
state svolte a Barcellona. Il programma si svolge in sei seminari
intensivi nel caso del programma di formazione di "Specialista
in attività di gruppo", o nel corso di otto seminari intensi per
due anni di più nel caso del programma dedicato al "Master in
psicoterapia analitica di gruppo". Si svolgono dal venerdì alla
domenica. Più di 1400 professionisti hanno partecipato a questa
formazione in Spagna. Nel 1994, al fine di stabilire un "luogo
terapeutico" ad orientamento di "comunità terapeutica", nelle
unità di cura del Dipartimento di Psichiatria di Ginevra, un grande
numero di gruppi si svolge nelle diverse unità con orientamenti
teorici diversi, gestiti da diversi professionisti della salute
mentale. Abbiamo svolto un programma in "blocco" per l'insegnamento
interdisciplinare (psichiatri, infermieri e psicosociologi). Il
nostro scopo era di fornire un'esperienza di partecipazione personale,
non soltanto ad un gruppo, ma anche ad una "comunità didattica"
che permettesse il vissuto di certe esperienze proprie alle comunità
terapeutiche. Il corso si è svolto in 4 seminari di 4 giorni includendo
ognuno dei piccoli gruppi, grandi gruppi, ore di teoria e di supervisione
del lavoro gruppale fatto dai partecipanti. I 300 professionisti
che hanno partecipato a Ginevra e in altri distretti lavorano
soprattutto nei servizi psichiatrici pubblici, ma anche nel privato
e in altri servizi sociali. Per quanto riguarda la durata, la
maggior parte ha partecipato per un anno alla formazione e solo
alcuni hanno partecipato per 2 o 3 anni. Tanto le esperienze di
Bilbao, quanto quelle di Barcellona e Ginevra (Guimon, 1985 #369)
hanno fatto emergere un elemento d'integrazione tra i professionisti
della Salute mentale delle diverse équipe, fornendo loro un luogo
di incontro e un quadro teorico di riferimento comune, molto utile
a tutti. Il parallelismo con "l'ambiente terapeutico" che si sviluppa
nelle sale d'internamento breve è indubbio. I seminari di supervisione
hanno permesso una visione dell'istituzione nel suo insieme e
delle équipe terapeutiche. Condividiamo l'esperienza di Frankel
(Frankel, 1993 #821) che ha creato un gruppo di formazione di
operatori della salute mentale che, a loro volta, dirigono gruppi
di pazienti. Ha studiato, appoggiandosi alle concezioni teoriche
sulle relazioni oggettuali, gli effetti dell'identificazione proiettiva
sui diversi ambienti "contenenti". Il fatto di individuare il
gioco complicato delle mutue identificazioni tra il conduttore
e i partecipanti ai gruppi didattici migliora la comprensione
di questi stessi fenomeni nelle unità di cura. Inoltre, abbiamo
raccolto la nostra esperienza con gruppi omogenei di corta durata,
che pratichiamo da vari anni, in un libro che apparirà prossimamente
(Masson, Paris). In quest'opera, non pretendiamo di fare una descrizione
dettagliata delle procedure, cioè un vero e proprio "manuale",
simile a quelli che sono stati elaborati per i diversi tipi di
psicoterapie individuali cognitivo-comportamentali (Beck, 1979,
#1054), interpersonali (Klermann, 1984 #1055), psicodinamiche
(Winston, 1994 #1056) o gruppali (Piper, 1992 #1057). Ci accontenteremo
dunque, di offrire una "guida" il cui obbiettivo è quello di integrare
i diversi movimenti che si sono sviluppati soprattutto nel corso
della seconda metà del secolo, partendo dalle prime esperienze
psicoanalitiche per arrivare ai gruppi focali di oggi, passando
dai "gruppi di incontro" degli anni '70 negli Stati Uniti.
(**). La prima cifra tra parentesi indicherà per ogni tratto
tipico la percentuale del gruppo interessato, la seconda, la percentuale
dell'insieme dei gruppi che non presentano questa modalità. Il
test del x2 è stato utilizzato. La significatività è così espressa:
* p < . 05 / ** p < .01 / *** p < . 001.
|