Formazione e clinica nel gruppo terapeutico

IL GRUPPO OMOGENEO FEMMINILE DAL VERTICE DELL'OSSERVAZIONE PARTECIPANTE: RIVISITAZIONE CRITICA DI UN'ESPERIENZA
Claudia Giordana


In questo scritto parlerò dell'osservazione partecipante all'interno di un gruppo omogeneo femminile e delle riflessioni scaturite in seguito alla mia esperienza.
Cercherò di ripercorrere le argomentazioni teoriche che giustificano l'utilizzazione del gruppo in quanto strumento terapeutico, per passare successivamente alle motivazioni che sostengono sia la mia scelta di effettuare un'esperienza di osservazione in un gruppo omogeneo femminile, sia la scelta di una terapia da donna a donna, con particolare riferimento all'evoluzione del gruppo e agli interrogativi che riguardano l'ipotesi guida dell'intero lavoro, ossia: la questione del masochismo e della presunta specificità femminile. Analizzerò infine la mia posizione controtransferale in un episodio tratto dalle sedute del gruppo, per concludere con una serie di riflessioni critiche.

Panorama teorico di riferimento: un breve excursus

Le parole chiave su cui intenderei riflettere sono gruppo, ambiente, cambiamento.
Molti autori parlano di terapia di gruppo sottolineandone, di volta in volta, gli aspetti peculiari che evidenziano il disagio ma, contemporaneamente, anche le condizioni che permettono e possono favorire un cambiamento.
Come un lungo treno in corsa vedo allora sfilare la tendenza aggregativa primaria di Burrow, che mira alla solidarietà e all'integrazione sociale" (Profita, Venza, 95), al cui interno viene recuperata una dimensione di naturalità e di spontaneità; il concetto di microcosmo sociale di Yalom (97), che sottolinea l'aspetto dell'interazione e della dinamicità tra i membri del gruppo e dà importanza all'ambiente in cui tutto ciò si sviluppa; la dimensione temporale che permette il dispiegamento di momenti di fusione e di individuazione seguendo un movimento a spirale - di Corbella (93, 95, 96, 98a). Ripenso alle gruppalità interne analizzate da D. Napolitani (87), che sottolinea in particolare, come ad essere interiorizzata sia una rete di modalità relazionali che comprende le rappresentazioni della gamma completa di rapporti avuti con le figure significative, con il proprio ambiente, con le norme sociali e culturali e al complesso intreccio tra rete e matrice di Foulkes (75), che rende possibile la comunicazione tra i processi mentali e l'ambiente.
La matrice, nel suo significato di oggetto che dà forma e la rete, come elemento che prende forma da, mi sollecitano a ricordare il pensiero di Bion (62). Il richiamo ai concetti di contenitore e contenuto e alla loro relazione è immediato. E' proprio nell'ambito di tale relazione, infatti, che egli ritiene si realizzino le trasformazioni in K, cioè l'acquisizione di conoscenza, il mattone su cui si fonda l'apprendimento dall'esperienza. Quest'ultimo implica appunto la conoscenza e una maggior consapevolezza delle proprie emozioni, immagini e sensazioni. Anche in Bion vi è una forte tensione al cambiamento, esplicitata attraverso l'evoluzione in O.
Una visione del gruppo che avvicina maggiormente agli aspetti fantasmatici è quella di D. Anzieu (76). Egli equipara il gruppo al sogno e lo vede animato da fantasmi e desideri soggiacenti (ad esempio il desiderio di guarire dalle proprie ferite narcisistiche) ed inoltre individua nel funzionamento del gruppo il fenomeno dell'illusione gruppale. Illusione gruppale che, dopo una prima accezione negativa, successivamente rivalutata, viene considerata avere una funzione di transizione utile all'evoluzione del processo di gruppo.
Anche Corbella (93) parla di illusione a proposito di gruppi. L'autrice sostiene, infatti, che all'inizio di un'esperienza di gruppo i sentimenti di amore e di odio vengono negati, mentre viene sostenuta la fantasia di essere tutti uguali, allo scopo di alimentare l'illusione della simbiosi. Neri (97) sostiene, infatti, l'importanza dell'oggetto-Sé come funzione che fonda le basi per il costituirsi del Sé nella relazione con la madre. Proprio tale funzione, che si crea originariamente con l'oggetto materno, si riattualizza in un gruppo terapeutico. In particolare, mi pare che il concetto di oggetto-Sé ideale, con la sua possibilità di offrirsi quale esperienza di condivisione dell'onnipotenza (tra Sé e oggetto-Sé ideale, percepito come una sua estensione) e quello di oggetto-Sé speculare che ha la potenzialità di fornire un rispecchiamento rispetto ai progressi compiuti dall'individuo, siano in continuità con il modo di Anzieu di intendere l'illusione gruppale e con quello di Corbella relativo alla riattualizzazione della fase fusionale arcaica.
Ritroviamo tracce dell'illusione della simbiosi anche nel pensiero di Rouchy (98) che, analizzando il processo di individuazione, osserva come, spesso, tale processo sia stato realizzato solo parzialmente dai pazienti appartenenti ad un gruppo che, in alcune aree della loro struttura, sono rimasti fermi ad una posizione vicina all'unità diadica Madre-Infante.
Molto interessante è, inoltre, il suo studio sui gruppi di appartenenza che distingue in gruppi di appartenenza primaria e gruppi di appartenenza secondaria.
Nei primi si attua il passaggio dalla realtà esterna a quella interna tramite complessi processi di trasmissione degli incorporati culturali (habitat, ritmo di vita, abitudini alimentari, contatti e distanze corporee, odori, gesti, zone erogene, tonalità, impostazione della voce, etc).
Rouchy equipara gli incorporati culturali all'illusione gruppale di Anzieu. Si evidenza, pertanto, in tutti gli autori che si sono occupati della terapia di gruppo la necessità di definire uno stato primario indistinto fisico-psichico, comune ad ogni essere umano, in cui si vive un'esperienza simbiotico-fusionale dove avvengono importanti passaggi fra cui addirittura la trasmissione dell'inconscio transgenerazionale.
I gruppi di appartenenza secondaria, invece, hanno una funzione di socializzazione e di interiorizzazione di norme e valori.
Ne consegue che il gruppo terapeutico, in quanto tale, rappresenta un gruppo di appartenenza secondaria che può essere, in un certo senso, "primarizzato" nella misura in cui consente la riattualizzazione di processi fondanti l'identità del soggetto, e si propone come luogo e spazio ideale in cui realizzare esperienze correttive, riparative ed anche trasformative altrove fallite.

Motivazioni di una scelta

Uno dei motivi, che mi hanno spinto a riflettere sull'esperienza di osservatrice partecipante in un gruppo omogeneo femminile, è stato proprio il desiderio di confrontarla con quella di un gruppo misto. Infatti le premesse teoriche, che ho esposto in precedenza, sostengono l'esperienza in un gruppo misto, formato, quindi, sia da uomini che da donne.
Ma se il gruppo sembra essere il luogo universale per condividere, elaborare e comprendere, per superare le diversità e nello stesso tempo imparare a non temerle ma ad apprezzarle, allora le domande che mi hanno spinto ad interessarmi al gruppo femminile sono: perché un gruppo omogeneo per genere sessuale? Cosa lo distingue da un gruppo misto? E in quali aspetti è simile? Quali teorie lo sottendono e lo giustificano?
Non mi soffermerò sui contributi teorici delle molte ricercatrici che si occupano, o si sono occupate nello specifico, di donne e di gruppi femminili. Ricorderò solo alcuni aspetti peculiari alla trattazione dell'argomento in oggetto.
In primo luogo voglio evidenziare una marcata sottolineatura della presenza di una dualità nella femminilità umana, che evidenzia: da un lato un aspetto di fecondità, di creazione, di progettualità; dall'altro un aspetto oscuro, potenzialmente distruttivo, malevolo. Queste considerazioni mi spingono a pensare che, oltre ad esserci un'influenza culturale orientata in senso maschile che determina una svalorizzazione del femminile, vi sia, contemporaneamente, un'associazione del femminile col primitivo e, quindi, con il meno evoluto (come spiegano gli studi antropologici e gli scritti di K, Horney, F. Héritier, H. Goldhor Lerner, ed altri). Ciò spiegherebbe la prevalenza di elementi negativi collegati al femminile e la tendenza ad attribuire aspetti maggiormente regressivi alle attività svolte tra donne.
Anche Bion è sensibile ai fenomeni di integrazione, sottolineati dalle ricercatrici americane (Jordan 98, Surrey 98) nel rapporto madre/figlia, in quanto sostiene che l'introduzione di aspetti evoluti nel primitivo toglie quest'ultimo dall'isolamento e consente un reale sviluppo del gruppo e dell'individuo. Si può facilmente intuire, quindi, come modalità di lavoro volte a ricostituire una fiduciosa esperienza di integrazione e connessione, possano aiutare a recuperare aspetti significativi dell'identità femminile.
Porre l'accento sull'ambiente e sulla cultura di riferimento è, a mio avviso, un aspetto molto importante, sul quale hanno particolarmente insistito le ricercatrici che si sono occupate della psicologia femminile. Credo che ciò sia accaduto proprio per tentare di rivalutare quegli elementi considerati dalle teorie più ortodosse come costituzionali rispetto alla psiche femminile.
In secondo luogo viene rimarcato, soprattutto nelle teorizzazioni di alcune ricercatrici (Surrey 98, Jordan 98, Goldhor Lerner 88, Chasseguet-Smirgel 70, in Cotugno 99) il fatto che la bambina, per separarsi deve andare "contro" la madre, deve cioè differenziarsi dal genitore del suo stesso sesso, al contrario del bambino. E' questo il passaggio più complesso, infatti la madre per la bambina è in continuità con la costituzione della propria identità, mentre per il bambino rappresenta il genere diverso da cui distinguersi che, comunque, è già un dato di fatto.
In terzo luogo voglio segnalare il ruolo del padre, analizzato in particolare da J. Benjamin (95), ai fini dell'evoluzione dell'identità di genere. Per l'autrice il rapporto con il padre è fondamentale nel processo di separazione/individuazione, sia per il maschio che per la femmina. Benjamin sostiene che l'individuo, sin da piccolo, ha una profonda necessità di essere riconosciuto "come soggetto di desiderio" e non solo "come soggetto a un bisogno" e che, lungo il percorso evolutivo, i genitori tendono a diventare i due poli opposti dei bisogni del bambino/a rispettivamente della paura della separazione (madre) e del desiderio di indipendenza (padre). Nella fase di sviluppo pre-edipica il padre viene investito di un amore identificatorio, cioè sia il bambino che la bambina desiderano essere come lui, assomigliargli perché ricercano "un oggetto diverso in cui riconoscere la propria indipendenza". Il padre, dal canto suo, deve fare la sua parte: deve rendersi disponibile affinché questo processo sia reciproco ed identificarsi a sua volta nel figlio/a. Senza il suo riconoscimento questo amore deluso diventerà l'oggetto di un desiderio irraggiungibile, che segnerà con l'infelicità l'esistenza di questi individui.
A. Cotugno (99) sottolinea la co-presenza di due aspetti nel rapporto madre/figlia: conflitto e vincolo. Io sono concorde con questo pensiero e penso, inoltre, che il fatto stesso di essere madre e figlia implichi un vincolo "naturale" che si istituisce sin dal concepimento, il loro essere vincolate va dunque ben oltre la stessa appartenenza di genere che "vincola" qualsiasi donna ad un'altra. Il conflitto nasce, a mio avviso, dalla necessità di "svincolare" e "rivincolare" questo legame ontogenetico. Svincolare perché la figlia rispetto alla madre è comunque un'altra donna e da essa, come il figlio maschio, si deve separare e differenziare; rivincolare perché, attraverso la differenziazione, la figlia scopre, oltre a sé stessa, che cosa ha in comune con la propria madre.
Pertanto riflettere sulla relazione madre-figlia porta a concludere che vi siano aspetti universali che appartengono al genere umano nel suo complesso e che, se in parte, vengono evidenziati in una "relazione al femminile" possono tuttavia essere utilizzati come elementi per una migliore comprensione anche del maschile.

Una scelta da donna a donna

H. Goldhor Lerner (88) è una delle autrici che ha maggiormente sottolineato molti aspetti e fattori che conducono una donna a scegliere un'altra donna come guida nel percorso terapeutico del cambiamento del Sé.
Ella sostiene, ad esempio, la necessità di non sottovalutare la portata che i fattori culturali possono avere nel determinare interferenze nel percorso di realizzazione e crescita delle donne. Rileva, inoltre, come non sia facile per i terapeuti di entrambi i sessi essere consapevoli dei propri pregiudizi inconsci e di quanto e come essi possano influenzare e limitare le possibilità che l'esperienza terapeutica può offrire alle donne che ne fanno richiesta.
L'autrice afferma, ancora, che la diade paziente-donna/terapeuta-uomo è una replica dei modelli patriarcali e individua alcune situazioni in cui tale condizione può essere fonte anziché di evoluzione, di resistenze e stallo (ad esempio qualora si instauri una relazione terapeutica eccessivamente erotizzata).
La stessa autrice indica come fattori utili e vantaggiosi in una relazione terapeutica donna/donna: l'esplorazione più onesta e profonda delle problematiche personali, evitando la messa in campo di ruoli stereotipati femminili, la maggior difficoltà ad erotizzare il rapporto terapeutico, l'offerta di un modello di identificazione in continuità con la propria identità di genere, l'analisi dei "miti" relativi all'esperienza femminile con una persona con cui condividere un percorso di ricerca e crescita interiore. Inoltre viene facilitata la rivisitazione del rapporto madre/figlia con una riattualizzazione dei complessi legami e della componente ambivalente (amore/odio) di questa relazione, l'accettazione e il riconoscimento da parte di una figura femminile significativa che potrà contribuire ad incrementare il senso di autostima e di valore (soprattutto in quelle donne che presentano problematiche narcisistiche e che ritengono gli uomini più seducibili e ingannabili dalle apparenze). Lerner sottolinea anche il fatto che la relazione donna-donna fornisce maggiori opportunità di identificazione e permette la diminuzione e la diluizione di paure e minacce inconsce, relative ad una presunta incoerenza e non-integrazione di fondo, collegate proprio alla mancanza di autostima e all'instabilità del processo di identificazione. Queste donne hanno la tendenza a mascherare le loro paure inconsce svalorizzando le capacità professionali di una terapeuta donna.
Spector (93, in Cotugno, 99) conferma quanto già espresso da Lerner e riassume, più sinteticamente, in quattro categorie le motivazioni indicate dalle donne nella scelta di una terapeuta di sesso femminile. 1

Il gruppo omogeneo femminile
Cosa accade allora in un gruppo femminile? Ciò che è stato rilevato a proposito dell'esperienza individuale si ripropone anche a livello di gruppo? Se sì, come? Quanto i fenomeni descritti si potenziano oppure si modificano o si annullano?
Il tentativo di trovare risposte a questi interrogativi e di collegare tutto ciò alla mia esperienza di osservatrice in un gruppo omogeneo femminile è ciò che mi propongo di realizzare in questa parte del lavoro. Quest'esigenza nasce dalla necessità, cresciuta progressivamente in me, di ordinare e dare senso alle esperienze che via via si vanno accumulando nella mia storia personale e nel mio bagaglio di conoscenze pratico-teoriche ed anche nel tentativo di andare oltre la svalorizzazione del femminile patito sulla mia stessa pelle. Infatti, l'ambiente da cui provengo, la mia storia e le scelte che ho compiuto nell'arco degli anni mi hanno profondamente influenzata e mi spingono, includendovi la mia esperienza personale, a riflettere sul perché di una scelta di un gruppo omogeneo al femminile. Analizzando attentamente il mio percorso devo riconoscere che, non a caso, mi sono ritrovata, quasi sempre, in gruppi prevalentemente femminili (a casa, a scuola, sul lavoro) e dunque la scelta relativa al tipo di gruppo in cui svolgere il compito di osservatrice partecipante non è stata irrilevante in questo contesto. A questo proposito devo ammettere che mi ha infastidito il modo in cui, talvolta, è stata accolta questa mia scelta ed ho avuto spesso la sensazione che venisse considerata una scelta di serie B.
Non sono una sostenitrice accanita dei gruppi femminili, anzi in alcuni casi ho anch'io delle riserve e dei dubbi; ritengo di aver maturato, dopo esperienze di vita e formative in gruppi omogenei femminili, la consapevolezza che contesti e situazioni volti ad un'integrazione tra uomini e donne siano decisamente auspicabili.
Mi sono perciò interrogata relativamente a: cosa può rappresentare in un gruppo omogeneo al femminile, l'elaborazione del percorso evolutivo ed esistenziale dell'essere donna? Che cosa si aspettano le terapeute che decidono di proporre questo particolare setting terapeutico? Che cosa può dare di diverso l'esperienza in un gruppo, omogeneo per genere, rispetto a quella in un gruppo misto?
Il tentativo di trovare risposte a queste questioni mi permette di introdurre un'ipotesi di lavoro con la quale vorrei riattraversare la mia esperienza di osservazione nel gruppo, per passare poi alla trattazione di alcuni aspetti clinici. 2

Per leggere il lavoro terapeutico all'interno di un gruppo omogeneo femminile desidero ricollegarmi alla nozione di sindrome masochista, descritta da K. Horney (67) che riporto qui per esteso:
"Essere amato è la particolare forma di rassicurazione usata dal masochista. Poiché ha un'angoscia liberamente fluttuante, ha bisogno di costanti dimostrazioni d'affetto e dal momento che non si fida mai di queste attenzioni se non momentaneamente, ha un eccessivo bisogno di cure e d'affetto. E' perciò, genericamente parlando, molto emotivo nei suoi rapporti con gli altri, si affeziona facilmente perché si attende che gli diano la necessaria rassicurazione; è facilmente soggetta a delusioni perché non ottiene mai e non può mai ottenere ciò che si aspetta. L'aspettativa, l'illusione del "grande amore" svolge spesso un ruolo importante. Poiché il sesso è uno dei modi più comuni per ottenere l'affetto altrui, tende a sopravvalutarlo e si illude che questa sia la soluzione di tutti i problemi. Quanto tutto ciò sia cosciente e con quanta facilità abbia effettivamente rapporti sessuali dipende dalle sue inibizioni a questo riguardo. Quando ha avuto o ha tentato di avere dei rapporti sessuali la sua storia è costellata di "amori infelici"; è stato abbandonato, deluso, umiliato, maltrattato. Nei rapporti non sessuali appare la stessa tendenza in tutte le gradazioni, dall'essere o sentirsi incapaci di sacrificare se stessi e essere sottomessi, a recitare la parte del martire e sentirsi o essere realmente umiliato, ingannato e sfruttato. Benché egli senta realmente di essere incapace o che la vita è brutale, si può vedere nella situazione psicoanalitica che non si tratta di fatti reali ma di un'ostinata tendenza che lo spinge a vedere o a predisporre le cose in questo modo. Questa tendenza, d'altronde, si rivela nella situazione psicoanalitica come un'inconscia predisposizione che lo stimola a provocare attacchi, a sentirsi rovinato, danneggiato, maltrattato, umiliato, senza nessun motivo reale.
Poiché l'affetto e la simpatia degli altri sono per lui di importanza vitale, facilmente viene a dipendere eccessivamente dagli altri e questa iperdipendenza si mostra chiaramente anche nei rapporti con l'analista.
Il fatto poi che non creda mai alle manifestazioni di affetto di cui è oggetto (invece di accoglierle come una forma di rassicurazione) dipende dalla scarsa stima che egli ha di se stesso: si sente inferiore, antipatico a tutti ed indegno di essere amato. D'altra parte, proprio per questa mancanza di fiducia in se stesso gli sembra che appellarsi alla pietà, mostrando il suo senso d'inferiorità, la sua debolezza e le sue sofferenze, sia l'unico mezzo con cui può ottenere l'affetto che gli occorre. Si vede che l'affievolimento del suo amor proprio dipende dal mancato sviluppo di quella che si può definire un'aggressività adeguata". Con questa espressione intendo le capacità di lavoro, cioè prendere l'iniziativa, darsi da fare, portare le cose a termine, ottenere il successo, difendere i propri diritti, difendersi quando si è attaccati, esprimere opinioni proprie, individuare le proprie mete ed essere capaci di organizzare la propria vita secondo tali fini. Nelle persone masochiste si trovano spesso inibizioni di questo tipo, che nell'insieme sono responsabili del senso di insicurezza, o anche della mancanza d'iniziativa nella lotta per la vita, e spiegano la successiva dipendenza dagli altri ed una predisposizione a cercare sostegno od aiuto.
La psicoanalisi spiega la loro tendenza ad indietreggiare di fronte a qualsiasi specie di competizione, come un altro motivo della loro incapacità ad affermarsi. Le loro inibizioni perciò sono la conseguenza degli sforzi di frenare se stessi, allo scopo di evitare il rischio di una competizione.
I sentimenti ostili che inevitabilmente sorgono sulla base di queste tendenze disfattistiche, non possono esprimersi liberamente perché sono tali da mettere a repentaglio l'attesa rassicurazione di essere amati che è la principale difesa contro l'angoscia. La debolezza e le sofferenze, che hanno già diverse funzioni, agiscono anche indirettamente come veicolo di ostilità".

La Horney individua inoltre una serie di fattori culturali che incidono nella comparsa del masochismo nella donna. 3 Ciò che mi interessa cogliere è l'interazione che si realizza fra l'individuo e la cultura, fra fattori intrapsichici, fattori interpsichici e transpersonali. L'autrice sostiene l'importanza della sfera culturale sul processo evolutivo femminile e ritiene che un determinato ambiente volto alla svalorizzazione e all'accentuazione della dipendenza delle donne nei confronti degli uomini, penalizzi le donne e favorisca in loro il proliferare di atteggiamenti e comportamenti masochisti.
Non a caso, a mio avviso, in un gruppo omogeneo femminile si trovano donne con accentuate problematiche masochistiche, intese nel senso precedentemente descritto. Questo tipo di persone, a causa dell'ambiente in cui si sono trovate a crescere e all'imprinting dato loro dal gruppo primario (Rouchy 00) tendono a perpetrare l'odio per il proprio genere di appartenenza. Questa mia tesi è parzialmente confortata anche dalle osservazioni contenute nelle controindicazioni al gruppo femminile di Cantarella (00). L'autrice esplicita come le donne che non accettano il tabù sociale nei confronti delle espressioni di odio e di aggressività da parte delle donne (condannate ad un'eterna esibizione di bontà e oblatività), vengono espulse dai gruppi "naturali" femminili. A mio parere, le donne con sindrome masochista celano sentimenti di odio e rabbia inesprimibili, se non rivolti contro se stesse.
Il gruppo femminile, per queste donne, sembra essere, almeno inizialmente, un contesto idoneo, ponendosi come gruppo di appartenenza secondario che consente di creare una cultura alternativa, in grado di ri-valutare la propria identità femminile. Inoltre, può offrire uno spazio nuovo in cui scoprire e comprendere le componenti costituzionali e relazionali (quindi anche le modalità di approccio considerate aggressive) delle singole partecipanti. Questa possibilità permette di elaborare il significato del proprio valore e stimola a confrontarsi con analoghe difficoltà che incontrano gli uomini, colpiti e messi in crisi, come le donne, dal cambiamento e dal crollo dei vecchi valori di riferimento. Corbella (96) sostiene infatti che: "per la maggior parte delle persone che si rivolgono a noi terapeuti per un aiuto, il modificato assetto sociale è fonte di confusione e di ansia, sia rispetto alla propria identità di genere sia rispetto alle modalità di rapportarsi con il sesso opposto".

L'esperienza: l'incontro e la scelta
Il materiale presentato si riferisce ad un gruppo terapeutico omogeneo rispetto all'identità di genere. Le partecipanti sono donne molto competitive, orientate alla carriera e alla professione, che hanno sviluppato difese tipiche maschili. Le sedute si svolgono nello studio privato della terapeuta.
A mio parere ciò che accomuna le componenti del gruppo è individuabile nel fatto che i tratti masochistici (intesi nel senso prima esplicitato) si rilevano soprattutto per quanto riguarda gli aspetti femminili profondi: in particolare intendo riferirmi al modo di sentirsi donna e di accettarsi in quanto tale. Cantarella (96) afferma infatti che non è facile per le donne rendersi conto di quanto inconsciamente agisca dentro di loro la svalutazione dei bisogni affettivi, aspetto, a suo dire, caratterizzante il femminile: prevale su tutti il bisogno di essere riconosciute nel loro "essere attive" professionalmente, come se ciò desse valore all'intera persona; bisogno che, in un primo tempo, non appare essere analizzabile.
Sembra esserci uno splitting tra la professionista - identificata col maschile - e la donna - identificata col femminile -. In questo modo viene a crearsi una condizione in cui si struttura una pseudo-identità dove, come professionista, la donna prova una sensazione di disagio, di cui non comprende l'origine, dovuta alla negazione, alla svalutazione della specifica componente femminile. Questo tipo di donna prova un profondo malessere psicologico, che nasce dal non riconoscimento della parte femminile fondante il suo essere persona e all'impossibilità di integrazione delle componenti bisessuali. Ciò la spinge a perpetrare nei confronti di se stessa lo stesso tipo di "violenza" che imputa al suo entourage: la sua parte maschile attacca invidiosamente quella femminile nel tentativo di annullarla.
L'esperienza di osservazione partecipante si colloca nell'ambito del percorso formativo, previsto dal training della scuola di specializzazione della C.O.I.R.A.G. e, in particolare, dell'Associazione di psicoterapia di gruppo (APG, presso cui ho svolto la formazione specifica). L'osservazione in un gruppo terapeutico, condotto da un didatta dell'associazione, deve essere di due anni.
Ho scelto il gruppo femminile inizialmente attratta dalla personalità della terapeuta, che era stata anche mia docente in alcune lezioni teoriche. Il mio progetto era quello di vedere come funzionava un gruppo terapeutico femminile; ero ancora del tutto ignara delle reali motivazioni, cui accennavo precedentemente, che mi spingevano a questa scelta e di cui parlerò in seguito.


Il gruppo
Al momento in cui si è svolta l'esperienza di osservazione nel gruppo vi erano otto donne,4 di età variabile dai 28 ai 45 anni: tre appartenenti alla prima generazione, due a quella intermedia e tre nuovi ingressi, avvenuti nel corso dell'ultimo anno. Le più anziane, in procinto di terminare il loro percorso terapeutico, erano considerate le leaders del gruppo, anche se una delle intermedie stava sempre più emergendo.
Vorrei ricordare in particolar modo una componente del gruppo che decise di interrompere la terapia a metà del mio ultimo anno di osservazione. Questa donna, presenza molto significativa all'interno del gruppo, è stata spesso ricordata nei discorsi delle altre partecipanti e a me ha fornito importanti spunti di riflessione.
Nei due anni che ho avuto a disposizione mi è sembrato di rilevare nel gruppo un profondo cambiamento.
Il primo anno mi è parso connotato da una maggiore fatica, non solo delle partecipanti ma anche mia, maggiori momenti di impasse e periodi di forti regressioni. Il gruppo ha attraversato un lungo periodo di blocco, in cui la terapeuta stessa sottolineava l'irrigidimento su posizioni difensive e la mancanza di lavoro analitico, come se tutto quello che veniva sperimentato e compreso fosse immediatamente perso, non fruibile. Secondo l'analista il manifestarsi di una staticità del gruppo è una difesa dalla presentificazione di parti arcaiche, legate alla relazione madre-infante. In effetti, le partecipanti hanno passato molto tempo a negare il sentimento di mancanza dell'analisi e del gruppo nei periodi di sospensione e a dubitare dell'efficacia del trattamento.
Successivamente si è andata strutturando una fase di fusionalità arcaica che si è sempre più stabilizzata e che sembrava riprodurre le caratteristiche della simbiosi. Il gruppo, come una chioccia, pareva avesse bisogno di un periodo di "cova" in cui curare le sue uova al riparo da intrusioni esterne. A questo proposito Corbella (98a) ricorda che "fra le varie potenzialità del gruppo vi è anche quella di poter far regredire i suoi partecipanti a quei livelli molto primitivi dell'esperienza dove hanno avuto origine i loro problemi fondamentali. Si regredisce proprio a quella fase fusionale arcaica (che Balint definisce "del difetto fondamentale") senza distinzione tra soggetto e oggetto, che caratterizza appunto il momento fusionale primitivo del gruppo, in cui emergono fantasie di onnipotenza".
Al contrario, il secondo anno, dopo i nuovi ingressi, ho assistito a progressivi e veloci cambiamenti e a movimenti verso l'individuazione molto significativi. Nel gruppo è come se si fosse finalmente rotta la simbiosi, che cominciava ad evidenziare le sue componenti soffocanti e mortifere. E' stato un momento di crisi produttiva che ha provocato un notevole passo in avanti. Il gruppo ha gradualmente lavorato sulla mancanza cominciando prima ad agirla, tramite un'alternanza di presenze e assenze agli incontri, poi attraverso l'espressione verbale di contenuti che nel frattempo sono diventati mentalizzabili e dunque verbalizzabili (manifestare il bisogno, rilevare le assenze, esprimere i sentimenti ad esse connessi, ect..). I contenuti delle sedute si sono arricchiti, si è cominciato a parlare di gelosia, di problematiche edipiche, di differenze.
Per evidenziare il passaggio da una fase fusionale arcaica ad un movimento verso l'individuazione riporterò un sogno, fatto da Vittoria, che, a mio avviso, illustra bene questi cambiamenti di rotta.

"Mi trovo nel paese di mia madre e sto girando con un foulard in testa. Incontro molta gente e noto che sono extracomunitari. Io porto il foulard come fosse un chador, per segnalare la disponibilità all'incontro inter-razziale, all'integrazione. Poi, improvvisamente, il foulard diventa un oggetto di cura ed io mi sento dispensatrice di tali cure nei confronti di un mio collega a cui fascio il capo e, poi, un braccio dietro la schiena".

Il foulard ed il suo uso molteplice nel sogno mi hanno fatto pensare ad una sorta di oggetto transizionale ed alla possibilità della riparazione e di una nuova integrazione, grazie all'emersione da una profonda fase di regressione. E' il preludio verso il passaggio all'area, attraversata dai gruppi femminili, che Cantarella (96) chiama dell'intercambiabilità. L'ingresso del gruppo in quest'area segnala l'apertura allo scambio psicologico, alla possibilità di riconoscere, tramite gli interventi della terapeuta, i risultati ottenuti attraverso il lavoro gruppale e quindi di passare, come auspicabile punto d'arrivo, dall'autosvalutazione all'autovalorizzazione. Il sogno di Vittoria rientra appunto tra i sogni di quest'area, giacché ha il foulard, un indumento che soleva indossare sua madre. Diventando intercambiabile (lo indossava la madre ed ora può farlo anche lei) esso diventa il simbolo di tratti psicologici e di modelli mentali necessari allo sviluppo femminile, che diventano disponibili e fruibili, "scambiabili" tra tutte le donne del gruppo.
Proprio l'osservazione costante di queste donne, il riconoscermi nei loro problemi e nei loro sentimenti, mi ha indirizzato a sostenere l'ipotesi, precedentemente esposta, relativa alla presenza nei gruppi femminili odierni di donne con una struttura con tratti masochistici che soffrono a causa di un mancato riconoscimento, sia da parte maschile che femminile, in grado di rafforzare la loro identità di genere. Penalizzate, inoltre, da un ambiente e da una cultura dei gruppi di appartenenza primaria (Rouchy, 98), diretti, soprattutto, alla salvaguardia di antichi valori patriarcali e ad una sottile svalutazione del femminile.
Alla luce di queste considerazioni, cercherò ora di mettere in evidenza come lo strutturarsi del gruppo terapeutico quale gruppo di appartenenza secondaria (Rouchy, 98) e quale spazio e luogo per la creazione di una matrice insatura (Menarini, Amaro e Papa, 95) possa offrire a queste donne la possibilità di costituire per sé e ri-costituire per gli altri, insieme alle altre donne, una cultura più rispettosa delle differenze.

Quale specificità nel gruppo omogeneo femminile?

Se analizziamo le potenzialità offerte dal gruppo omogeneo femminile con quelle di un gruppo misto, appare subito evidente come entrambi non differiscano molto l'uno dall'altro, come dimostrato in letteratura. 5
Nasce quindi spontaneo domandarsi cosa possa dare l'esperienza in un gruppo omogeneo femminile rispetto a quella in un gruppo misto, cosa cerchino e cosa trovino di specifico le donne in tale tipo di contesto.
Per tentare di rispondere a questi interrogativi mi concentrerò sugli elementi di discontinuità, in grado di evidenziare i movimenti e gli apprendimenti che la cultura gruppale femminile crea, rispetto alla svalutazione della donna, alla possibilità del recupero di aspetti del Sé e alla riparazione di precoci scelte masochistiche. In questo senso il gruppo di pari riveste una notevole importanza e fornisce "visibilità" ad un sé femminile diversamente vissuto come impercettibile, promuovendolo a "soggetto attivo di desiderio" (Cantarella, 96). Molti sarebbero gli aspetti di cui si potrebbe parlare ma evidenzierò quelli che meglio illustrano la mia tesi di partenza. 6

La questione del masochismo

Tornando a parlare di una scelta al femminile, di gruppo omogeneo e di tratti costituzionali masochistici, io credo che, nella storia e nello sviluppo delle donne del gruppo, in cui sono stata osservatrice partecipante, è avvenuto qualcosa che ha impedito scelte alternative rispetto a quelle masochiste. Questo qualcosa ha che fare con il contesto familiare e l'ambiente sociale in cui esse sono nate e cresciute e quindi con il gruppo di appartenenza primaria (Rouchy, 98), con le relazioni familiari preesistenti e conseguenti alla loro nascita (Zucconi, 99), con il livello di differenziazione raggiunto nella propria famiglia d'origine. Lerner (88), a questo proposito, sostiene che il livello di differenziazione riproposto nella relazione con il proprio partner sia lo stesso realizzato nei confronti delle figure genitoriali e del proprio contesto di appartenenza.
Nello specifico si tratta di una realizzazione parziale dei processi di separazione ed individuazione durante il percorso evolutivo di queste donne; come se lo sviluppo da madre a figlia avesse subito una brusca interruzione: una mancata integrazione che non permette una continuità con il proprio genere di appartenenza (Surrey, Jordan 98; Cantarella 00) e che impedisce, a coloro che l'hanno sperimentata, di accogliere e valorizzare la donna che diventeranno, spingendole appunto verso scelte masochiste. Sappiamo però che anche gli uomini non sono esenti da scelte masochiste ed anche la loro storia può essere influenzata dalla relazione materna, dal contesto e dai gruppi di appartenenza.
Inoltre, potremmo ricordare ancora la necessità di riconoscimento da parte del padre dell'amore identificatorio della figlia, in fase pre-edipica (Benjamin, 95), che cerca così di definire la sua identità differenziandosi dalla propria madre.
Pertanto gli aspetti masochistici sovracitati possono accomunare sia uomini che donne in storie di sofferenze e tentativi evolutivi poco, o affatto, riusciti.

La questione della specificità femminile?

Credo che nell'incontro con un altro che appartiene alla stessa identità di genere, la donna cerchi di essere risarcita di questo momento evolutivo non riuscito. E' un'illusione di onnipotenza fusionale primaria, cui non si rinuncia tanto facilmente. E' come se si tentasse di ripetere l'antico progetto con qualcuno che possa, stavolta, garantirne la riuscita e questo qualcuno deve essere necessariamente una donna, che rappresenti quella che Zucconi (99) definisce la madre della transizione. Sembra infatti che per questo tipo di donne, ma non per tutte, sia proprio dalla madre che, in qualche modo debbano essere "risarcite". Pare che per loro non sia stato possibile amare il padre (e l'uomo) senza rifiutare la madre e "fare il loro ingresso nel triangolo edipico senza uno schiacciante vissuto di delusione" (Zucconi, 99). Non hanno ricevuto l'approvazione della madre, o per lo meno il loro vissuto è tale, e, in qualche modo, è come se sentissero di non poter essere libere di andare, senza tradire la madre, rinnovando così il patto sacrificale che per essere donna e femmina bisogna, come asserisce Lerner (88) "funzionare ad un livello inferiore". Con quest'affermazione l'autrice intende dire che le donne, sin da bambine possono essere indotte a inibire le proprie tendenze verso un funzionamento più autonomo per proteggere il sistema familiare o per risolvere qualche problema nel rapporto tra i genitori. In questo modo viene appreso un comportamento passivo-dipendente, a scapito di scelte autonome che, se comunque compiute vengono sentite, in tale contesto, come "un atto offensivo e aggressivo: una slealtà, un tradimento".
Nel momento in cui il gruppo si stava avvicinando a temi centrali quali: il rapporto madre/figlia, la gelosia, la nascita e la strutturazione dell'identità femminile, dietro i quali si intravedeva un cambiamento ormai inevitabile, Marta diventa la portavoce di un aumentato malessere. Dopo alcune sedute in cui alterna intensi sfoghi di dolore, in cui emerge un profondo odio verso di sé, a razionalizzazioni rigide, che tentano di contenere l'ondata emotiva travolgente, annuncia la decisione di interrompere la terapia. Sembra che Marta non sia, al momento, in grado di evolvere verso una maggiore integrazione delle sue componenti femminili, precocemente sconfessate e rifiutate perché inserite in un ambiente primario altamente saturo, dove per una donna era ritenuto poco importante sentire o provare nuovi interessi e voglia di sperimentarsi in percorsi non consueti, per la cultura familiare.
Il comportamento dipendente diventa, in questi termini, un sacrificio a favore di chi si ama, si rinuncia al proprio Sé affinché gli altri possano trarne giovamento.
Osservando infatti gli eventi da un vertice gruppale, oltre a mettere in evidenza una maggior difficoltà a tollerare momenti di tensione, per cui una percentuale maggiore di partecipanti ai gruppi femminili si ritirano in un momento cruciale del lavoro, rispetto ai gruppi misti (Wolman, 76 in L.S.Walker, 89) appare, anche, un movimento che esemplifica, a mio avviso, proprio una dinamica tipicamente masochistica. Sembra infatti impossibile sentire di poter crescere ed accettare che ci è vicino goda di questi progressi e gioisca con noi della progressiva autonomizzazione raggiunta; si è portati a pensare che questo sia un destino riservato ad altri, più fortunati. La propria intelligenza e le proprie capacità vengono quindi annullate, e ci si "sacrifica" perché altri possano ottenere ciò che per il soggetto in questione diventa irraggiungibile. Sembra non sia possibile uscire dalla dipendenza da una madre eccessivamente narcisista e castrante, con cui paradossalmente ci si identifica proprio nella componente che si è subita e cioè nel vittimismo ricattatorio: "Con tutti i sacrifici che ho fatto per te…" attuando in questo modo la classica collusione narcisismo-masochismo (Lopez, 76).
Marta è stata la portavoce della parte masochista e sacrificale, funzionale al benessere gruppale. I sentimenti di odio e di sacrificio di sé - Marta si disprezzava, non si piaceva, si chiudeva e diceva di annoiare gli altri - nelle sedute successive alla sua uscita sono state sostituite da una sensazione di tradimento che io ho sentito sia in me, che nei discorsi delle partecipanti al gruppo.
A questo proposito credo di dover aggiungere una precisazione di carattere personale. Subito dopo l'uscita di Marta dal gruppo io ho provato una sensazione di tradimento che mi riguardava direttamente. In quell'occasione infatti mi era apparso chiaro il motivo per cui, pur avendo scelto da parecchio tempo l'argomento sul quale avrei svolto la mia tesi di specializzazione, non ero ancora riuscita a scrivere nulla. Pensavo che non avendo chiesto alla conduttrice del gruppo di essere la mia relatrice la stavo "tradendo", quindi non riuscivo a scrivere. Stavo cioè agendo un modello familiare saturante, in cui fare scelte autonome, individuarsi, crescere, viene colpevolizzato, non incentivato. Le spinte verso il cambiamento sono ritenute, in un simile contesto, inutili e pericolose, in quanto esso è in grado di assorbire ogni esigenza o bisogno nuovo (Menarini, Amaro, Papa, 95). Pertanto, a mio avviso, questa sensazione di tradimento rafforza ulteriormente la collusione narcisismo-masochismo (Lopez, 76).
Ma cambiare è davvero così pericoloso?

Alcune sedute dopo l'uscita di Marta dal gruppo, Olga parla in modo lamentoso del suo stile di vita e del suo malessere. E' arrabbiata con il gruppo perché le sembra che si comporti in modo infantile e anche con se stessa che, l'altra sera, è andata al cinema anziché venire alla seduta.
Queste parole a me fanno venire in mente il tradimento verso gli altri, forse quello che il gruppo ha sentito da parte di Marta.
Serena ricorda un suo ex e si rammarica per essere rimasta più del dovuto in una relazione che era "un dieci per cento amore e un novanta per cento sofferenza". Prova dispiacere per essersi fatta del male e non aver fatto niente per evitarlo.
Nuovamente io penso al tradimento questa volta verso se stessi. E' come se Marta avesse messo in evidenza una difficoltà comune a tutte: riuscire a non odiarsi e a non farsi del male. Mi sembra di cominciare a ravvisare, sia in me che nel gruppo, un progressivo aumento di consapevolezza circa l'aspetto di auto ed etero distruttività presente in queste modalità relazionali.

Nel bisogno di riconoscimento si può anche individuare una tematica "realistica" di riscatto sociale per cui, accanto al rivendicazionismo ricattatorio ed onnipotente, comincia ad aprirsi il varco una richiesta sana, alla terapeuta, di riconoscimento del valore della femminilità, inteso come valore che può essere accompagnato da un adeguato potere e riconosciuto anche nel sociale. Accanto al bisogno infantile e rivendicativo di essere "la preferita" della terapeuta/madre, vi è anche la richiesta prospettica di una figura femminile che accetti la diversità specifica dell'altra, pur fornendo un valido modello di identificazione alternativo a quello della madre introiettata. Io credo, infatti, che il bisogno di essere viste e riconosciute traduca sul piano concreto un'esigenza profonda, oltre che di unicità, nella propria singolare specificità, anche di attribuire valore al proprio genere di appartenenza. Anche questa esigenza sembra essere inconscia, antica e profonda, quindi difficilmente esprimibile.
La possibilità di sperimentare e condividere nel gruppo femminile, come in quello misto, molteplici e più evolute fasi di fusionalità, consente a poco a poco di poter tornare a punti particolarmente dolorosi con dotazioni migliori per poterli affrontare (metafora del tempo a spirale - Corbella, 98a) e permette, inoltre, di elaborare la paura suscitata da sentimenti quali invidia, competizione, gelosia.
Cantarella (96) sostiene che spesso questi sentimenti si manifestano nella fantasia "dell'altra donna", la nemica. L'immagine femminile interna viene pertanto scissa, con una manovra difensiva, in un'immagine positiva (l'amica) e in un alter ego persecutorio (la nemica). Spesso tale scissione si riverbera nel rapporto uomo/donna, replicando una fantasmatica legata all'originaria e arcaica imago materna.
Ecco allora la necessità di operare un'integrazione, attraverso le relazioni nell'hic et nunc del gruppo, delle aree scisse ampliando il proprio bagaglio di scelte relazionali: dall'apertura all'altro, a movimenti di individuazione e di scambio fino a contemplare la possibilità della solitudine, senza sentirsi prede della persecuzione.
Cambiare è allora diventato possibile?
Per concludere queste riflessioni cercherò di trasmettere il significato e la qualità del cambiamento che l'esperienza e gli apprendimenti, effettuati nel gruppo omogeneo femminile, producono nelle partecipanti.
In particolare vorrei sottolineare l'opportunità di poter costruire o ricostituire l'identità femminile in due modi diversi e complementari sia attraverso aspetti che si possono prendere dagli altri (qualità, capacità osservate e ammirate negli altri) sia partendo dall'esplorazione del proprio mondo interno, per scoprire cosa vi è contenuto e poterlo poi confrontare con gli altri in un gioco di libero scambio che consente nuove e più articolate identificazioni.

Sonia riferisce di provare una sensazione di profondo benessere, si sente in perfetta armonia con il proprio corpo. Ha voglia di chiudere con il vecchio matrimonio, anche se il marito risulta irreperibile: non risponde al telefono e non si fa trovare in casa.
Moira esprime apprezzamento per le doti di Sonia, ma contemporaneamente dice di sentire dell'irritazione nei suoi confronti perché sembra che solo lei abbia la possibilità di "potersela godere", mentre tutte loro sono immerse nelle difficoltà quotidiane. Si ritiene una gran lavoratrice, ma se si confronta con lei si accorge di non essere capace di prendersi del tempo per sé: "Siamo come la cicala e la formica" osserva. Aggiunge di aver pensato che la sua irritazione nasca dal fatto di percepirsi rigida, incapace di lasciarsi andare e di poter godere.
Vittoria dissente da Moira, affermando come non vi sia nulla di male ad essere anche un po' cicala. Aggiudicandosi il consenso di Sonia, riferisce di come, ora che sta per concludere la sua analisi, riesca a prendere maggiormente contatto con i suoi bisogni e sperimenti una sensazione piacevole nel poter parlare anche di ciò che funziona.

Il controtransfert dell'osservatrice

Le emozioni che ho vissuto all'interno del gruppo sono state molto intense e talora anche molto difficili, con un'alternanza di un'ampia gamma di sentimenti: tristezza, gioia, ansia, disorientamento, commozione, rabbia, noia, curiosità. E' difficile descrivere fino in fondo la portata di quest'esperienza, che mi ha spinto a pormi in discussione in quanto persona, oltre ad aver rappresentato un'occasione di apprendimento.
Vorrei accennare in particolare ad una situazione 7 in cui mi sono sentita in grande difficoltà, durante la mia esperienza di osservatrice partecipante.
L'episodio si riferisce ad un periodo in cui Marta non era ancora uscita dal gruppo ed era imminente un'interruzione di due settimane degli incontri, per un impegno della terapeuta. Circa tre settimane prima io non avevo potuto essere presente alla seduta ed in
quella occasione il gruppo aveva espresso il proposito che, durante l'assenza della terapeuta, fossi io a condurre il gruppo, continuando regolarmente le sedute. Tuttavia, al mio ritorno la proposta del gruppo non mi venne comunicata. Io rimasi ignara di questo progetto, svelato solo successivamente dalla terapeuta, che mi colse impreparata e mi provocò una ridda di emozioni contrastanti.
Di primo acchito mi sentii lusingata. Attraversavo, in quel periodo, un momento difficile; non avevo un lavoro, mi sentivo demoralizzata e mi sembrava che gli sforzi professionali fatti sino ad allora non fossero serviti a nulla. Desideravo ardentemente provarmi come professionista e come terapeuta, ma non scorgevo possibili aperture al mio orizzonte. La proposta arrivava, quindi, quasi a fagiolo a rispondere alle mie esigenze di conferma.
Tuttavia, per un altro verso, l'offerta mi lasciava dubbiosa, per due motivi. Il primo perché così come desideravo fortemente che qualcosa cambiasse e mi permettesse finalmente di dimostrare cosa sapevo fare, allo stesso tempo, di fronte ad un'opportunità concreta, mi assaliva l'ansia e l'angoscia di non essere capace. Il secondo riguardava la fase che in quel momento stava attraversando il gruppo e il fatto che, l'anno precedente, la medesima sospensione non aveva dato luogo ad alcuna richiesta particolare.
Il gruppo stava lavorando su questioni legate: al senso di identità, all'immaginario femminile onnipotente e persecutorio, a questioni di potere legate al sesso di appartenenza, alla paura evocata da sentimenti, sentiti come negativi quali: invidia, competizione, gelosia. Come ho precedentemente illustrato, prendere contatto con le aree più arcaiche di sé che generano la svalutazione e l'odio non è un percorso facile e tanto meno indolore. Una sia pur minima iniziale presa di coscienza innesca la necessità disperata di difendere i vecchi baluardi; il gruppo, a contatto con simili tematiche, mi pareva proprio reagire in suddetto modo. E' intuibile che in un siffatto contesto le dinamiche che si possono creare siano funzionali ad una massiccia resistenza al cambiamento. Naturalmente non intendevo fomentare più del necessario queste dinamiche e avevo paura ad affrontarle da sola.
Al momento in cui mi si presentava davanti tutto questo non avevo però una visione così chiara di cosa stesse realmente succedendo, mi ci è voluto del tempo per elaborare e cercare di comprendere. Nel qui ed ora avvertivo semplicemente un impulso istintivo che mi frenava dal lasciarmi andare a facili entusiasmi e che, alla fine, mi ha indotto a dire di no: decisione che poi mi ha fatto sentire indubbiamente più serena. Gli eventi hanno, quindi, seguito il loro corso normale: il gruppo si è fermato per due settimane e alla ripresa sono state via via affrontate le questioni emergenti, rispetto alla specifica fase evolutiva del gruppo.
Ho riflettuto molto su come mi sono sentita e su come mi sono posta nel gruppo dopo quest'episodio. Penso di aver provato intensi vissuti di esclusione e di svalutazione nel momento in cui proponevo un pensiero legato all'area della realtà e non a quella dell'onnipotenza. Infatti, con il mio rifiuto nel sostituire la terapeuta non accettavo "la fuga in avanti", ovvero l'inconsapevole proposta di negare i tempi necessari alla crescita, operata dal gruppo. Introducevo invece una valutazione diversa dei tempi di apprendimento, dimostrando come non "si nasca imparati" ma che il percorso evolutivo è frutto di lenti processi di maturazione e di inevitabili momenti di frustrazione, legati al contatto con la realtà, attraverso cui si realizza "l'apprendimento dall'esperienza" (Bion, 62) e si impara a tollerare l'ansia dell'incertezza (Jaques, 70).
Appare plausibile, dunque, un movimento gruppale teso a negare l'ansia e la paura del cambiamento attraverso l'identificazione con un'osservatrice onnipotente.
Rifiutandomi di assumere il ruolo richiesto "mi sono individuata", rispettando i miei tempi di apprendimento e di crescita. Ho sentito, dopo questa decisione, dell'aggressività da parte del gruppo nei miei confronti. La rabbia verso di me, diversamente che verso la terapeuta, poteva avere voce.
In una situazione del genere viene riproposto un antico canovaccio: dall'impotenza si passa alla richiesta di onnipotenza fatta all'osservatrice. E' qui che si può situare il passaggio perverso che trasforma la vittima in aggressore e si può immaginare che le donne del gruppo siano state, a loro volta, il capro espiatorio familiare. In questo caso afferma Pichón-Rivière (in Marzotto, 94): "Il soggetto si ammala di insicurezza (per amore e odio) giacché il gruppo dal quale proviene non gli permette di avere un'identità".
L'essere stata capace di dire di no ha rappresentato per me un momento importante di autentico apprendimento e di grande cambiamento, di cui non sono stata immediatamente consapevole. Anche per me era arrivato il momento della verità: dovevo fare i conti con la mia parte di masochismo e con l'eredità, proveniente dalle generazioni precedenti.
Come afferma H. G. Lerner (88) infatti: "Profonda angoscia e senso di colpa sono l'eredità delle donne che tentano di ottenere quel che le precedenti generazioni di donne non potevano avere". Io sono stata la prima persona a laurearmi all'interno del mio ampio contesto familiare. Inoltre, mi portavo dietro come "senso di colpa transgenerazionale" l'incapacità a dire di no, vissuto come pericoloso segnale di differenziazione e di individuazione. Sono consapevole del fatto che probabilmente questo apprendimento l'avrei potuto realizzare anche in un gruppo misto, poiché "il peccato originale" come lo definisce Corbella (95) riguarda donne e uomini. Il mio non è un tentativo di spezzare lance a favore o contro un tipo di gruppo piuttosto che l'altro, quanto quello di comunicare il significato e il valore che quest'esperienza ha avuto per me.
Nel corso dell'esperienza emergevano e si intrecciavano nel gruppo tematiche simili a quelle che andavo affrontando nel contesto della mia analisi personale. In un primo periodo, coincidente con l'inizio dell'esperienza di osservazione, ho sofferto molto a causa di questo concorso di situazioni emotive: mi pareva di vivere tutto con estrema fatica. Sentivo il peso e la frustrazione piuttosto che la gioia di essermi incamminata sulla strada che avevo scelto per me. Questo contribuiva ulteriormente a creare delle barriere tra me e l'esperienza in oggetto. Avvertivo la necessità di differenziarmi dal gruppo, mi dava fastidio sentirmi, anche se in contesti diversi, sul loro stesso piano. Pensavo che per essere una buona osservatrice, futura psicoterapeuta, dovevo per lo meno essere "più avanti del gruppo", soprattutto nel mio percorso personale.
Sperimentavo sensazioni estremamente ambivalenti. Da una parte ero dentro l'esperienza perché durante le sedute mi sentivo partecipe e mi lasciavo coinvolgere da ciò che vi accadeva ma, contemporaneamente, cercavo di pormi fuori da ciò che vivevo. Lentamente gli stati d'animo si sono modificati, man mano che l'esperienza aumentava.
Ho imparato nel tempo a riconoscere e a rendere mentalizzabili aspetti che paralizzavano il mio pensiero, impedendomi di comprendere a fondo gli accadimenti. Il gruppo, in questo senso, è stato una palestra, dove ho imparato a condividere la sofferenza e a tollerare l'incertezza.

Una breve sintesi

Alla luce di quanto esposto sul gruppo, in generale, e su quello femminile, in particolare, vorrei tentare una sintesi del percorso proposto nelle pagine precedenti.
Ho cercato di collocare l'esperienza in un gruppo terapeutico omogeneo per identità di genere all'interno di un'ottica globale. Mi sono quindi immaginata il gruppo terapeutico femminile inserito in una serie di cerchi concentrici: il cerchio più grande, esterno, è costituito dal gruppo in quanto tale, inteso come strumento, setting, luogo spazio-temporale; contenuto in esso vi è il gruppo misto. Personalmente, mi viene da considerare i gruppi omogenei come un sottoinsieme più piccolo, l'anello più interno. In particolare, i gruppi omogenei per sesso, nel movimento dialettico gruppale fra fusione e individuazione, privilegiano l'aspetto fusionale ma, al contempo, presentificano una tensione verso l'individuazione e la differenziazione che nei gruppi eterogenei viene attinta con minor difficoltà e in tempi più brevi, anche se il movimento dialettico resta sempre in atto in qualsiasi tipo di gruppo.
Il gruppo femminile, in quanto gruppo omogeneo, favorisce un rapido sviluppo della coesione, uno dei fattori terapeutici indicati da Yalom (97) come "il principio fondamentale a cui attenersi nella composizione dei gruppi terapeutici". Lo stesso autore sostiene, inoltre, che "i gruppi omogenei si "coagulano" più rapidamente, - e oltre a sviluppare una maggiore coesione, - offrono un maggior sostegno immediato, mostrano una frequenza più assidua alle riunioni, hanno meno conflitti e offrono una più rapida liberazione dai sintomi". Costantini e Sparvoli (00) aggiungono che proprio il fatto di accelerare l'avanzamento degli stadi iniziali del gruppo consente di allungare i tempi degli stadi centrali in cui avviene il vero e proprio lavoro sui problemi condivisi.
Corbella (98a) indica come il realizzarsi di una riattualizzazione di livelli molto primitivi dell'esperienza, momento comune ad ogni gruppo, comporti il ritorno ad una fase di fusione molto arcaica in cui non vi è distinzione tra soggetto e oggetto perchè tutte le differenze vengono annullate.
Nello scritto: "Femmine e maschi nel gruppo terapeutico: dagli stereotipi alla relazione personale" (96) la stessa autrice ricorda come: "Proprio dalla riattualizzazione simbolica della relazione con la madre fusionale onnipotente però si origina la necessità di una diversa individuazione fra donne e uomini, e quindi di una differenziazione. Infatti la formazione dell'identità femminile ha luogo nel contesto di un rapporto senza fratture in cui l'esperienza dell'attaccamento affettivo si fonde con il processo di formazione dell'identità; al contrario, i maschi, nell'identificarsi come appartenenti al sesso maschile, devono distinguere la madre da se stessi, rinunciando in parte all'oggetto d'amore primario. Così i processi di identificazione femminili sono relazionali e si situano nell'area dell'essere, mentre quelli dell'identificazione maschile sono oppositivi e si situano nell'area del fare, come ben ha descritto Winnicott (71)".
Dopo queste considerazioni di ordine generale scendiamo ora nel particolare e vediamo cosa fornisce il gruppo femminile nello strutturarsi del percorso terapeutico.
Uno degli aspetti che si può indubbiamente evidenziare è il costituirsi di un processo gruppale, volto a valorizzare e recuperare proprio la componente femminile penalizzata o annullata durante la crescita, che favorisce la costituzione di un'identità più solida nelle partecipanti.
Inoltre, il gruppo femminile incrementa il senso di autostima personale e stimola l'identificazione con il proprio sesso di appartenenza. Le donne riscoprono infatti il piacere di condividere e scambiarsi modelli di femminilità che non sono più solo appannaggio di donne "altre", diverse e lontane, ma diventano bagaglio comune, di cui si può liberamente usufruire senza il bisogno di invidiare o di sentirsi in colpa.
L'esperienza in un gruppo omogeneo femminile, soprattutto per le donne con tratti masochistici, consente di recuperare fiducia nel proprio sesso e di sviluppare più pienamente il proprio sentirsi donna, accompagnato dalla consapevolezza dei propri diritti e dal senso di responsabilità dei propri doveri. Viene, in ultima analisi, ristabilito il senso di appartenenza e di continuità al femminile e alla propria madre (Surrey, Jordan, 98).
Cantarella (96) sostiene che un elemento importante di questo tipo di gruppo risieda nel fatto che: "questo modello di conduzione di gruppo contribuisce a evidenziare il potere terapeutico del gruppo dei pari e la sua capacità di dare consistenza, corporeità, voce, a un sé femminile altrimenti vissuto come invisibile".
L'esperienza in un gruppo omogeneo per sesso mi è parsa, inoltre, molto interessante per un altro motivo: quello di permettere il fiorire di una cultura specifica, in questo caso femminile. Cantarella (96) così esprime questo concetto: " I gruppi omogenei per genere femminile e maschile hanno quindi un duplice pregio. Da un lato permettono che si realizzino le risorse e le potenzialità individuali, e dall'altro che nello stesso tempo si evidenzino modalità relazionali e culture di gruppo specifiche dei due generi".
Ritengo pertanto che il gruppo femminile offra la possibilità, non solo di fruire di momenti di sana fusionalità, ma anche accedere a movimenti di individuazione che permettono di scoprire e di appropriarsi delle differenze realmente esistenti tra madre e figlia, spezzando la catena dell'illusione dell'onnipotenza primaria, reattiva ad una profonda angoscia di impotenza e annichilimento. In questo modo viene simbolicamente tagliato il cordone ombelicale che perpetua la coazione a ripetere e si permette l'approfondimento del processo di individuazione.

Alcune riflessioni critiche

A fronte degli aspetti positivi, precedentemente considerati, vi sono tuttavia una serie di osservazioni critiche che vorrei aggiungere.
Come accennavo precedentemente, l'elemento omogeneità del gruppo permette un rapido svilupparsi della coesione (Yalom, 97), ma un più lungo transito nelle fasi centrali dell'evoluzione gruppale (Costantini e Sparvoli, 00).
Costantini e Sparvoli indicano proprio il criterio della coesione quale ingrediente essenziale per la costituzione di un gruppo di terapia breve o a tempo limitato. Dal momento che, come abbiamo visto, i tempi nel gruppo femminile sono molto lenti e lunghi, mi parrebbe utile proporlo come gruppo a termine, specie per quelle donne che hanno necessità di rafforzare l'identità di genere, attraverso il confronto con il proprio sesso di appartenenza.
In questo modo si potrebbero ottimizzare e sfruttare al massimo i benefici offerti dal processo del gruppo omogeneo ed evitare o ridurre i lunghi tempi di stasi, successivi alla prima evoluzione. Ciò potrebbe anche ridurre il rischio, in questi gruppi più accentuato, di abbandono della terapia nella fase intermedia (L.S. Walker, 89), rendendo, almeno in parte, più sostenibile la sensazione di fatica e pesantezza che aleggia durante la stasi.
Infine, potrebbe indurre una più marcata percezione di riuscita e successo rispetto agli obiettivi, necessariamente ridimensionati, di una terapia a termine. Questa mia opinione mi pare possa essere suffragata anche dal fatto che, nel gruppo di cui ho parlato, per Serena e Vittoria è stata concordata e definita anticipatamente la data in cui avrebbero terminato l'analisi, a differenza di altre componenti. Ciò ha permesso loro, a mio avviso, di uscire da una situazione di stallo in cui da tempo indugiavano e di elaborare più rapidamente alcune tematiche loro peculiari.
Un'altra alternativa potrebbe essere costituita dal passaggio in un gruppo misto, come momento successivo all'esperienza a termine, qualora quest'ultima si fosse dimostrata insufficiente per la qualità della vita, o la paziente avesse il desiderio di approfondire ulteriormente il percorso di conoscenza di sé.


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Racamier, P. C., Taccani, S. (1986) "Il lavoro incerto ovvero la psicodinamica del processo di crisi". Edizioni Del Cerro, Tirrenia (Pisa).

Rouchy, J, C. (1998) "Il gruppo spazio analitico". Borla, Roma (2000).

Schubert-Walker, L. (1989) "Women's group are different", in Brody, C. M. (eds.) "Women's therapy groups", Vol. 10, Springer Series, New York.

Surrey, J. L.(1998) "Costruzioni relazionali e culturali della maternità". Relazione presentata al convegno internazionale Italia Usa "Donne: trauma, relazione, cambiamento" Milano 05-07 giugno 1998.

Yalom, I. D. (1974) "Teoria e pratica della psicoterapia di gruppo". IV edizione, Bollati Boringhieri, Torino (1997).

Zucconi, S. (1999) "L'identità di genere, la bisessualità e il ruolo del padre nelle fasi preedipiche dello sviluppo" in Gli Argonauti CIS, Milano, N° 83.

 

NOTE

1 La prima categoria evidenzia la paura di essere inquadrate dagli uomini secondo parametri e valori sessisti, in quanto il richiamo a teorie psicoanalitiche classiche, che utilizzano il concetto di invidia del pene, può irrigidire le difese ed innescare forti resistenze al cambiamento.
La seconda si riferisce alla possibilità di poter manipolare ed ingannare con estrema facilità il terapeuta uomo al fine di evitare la messa in discussione delle aree problematiche. Quest'eventualità si può verificare a causa del desiderio di compiacere l'uomo, di non ferirlo sulla base della sua presunta fragilità e di proteggerlo dalla distruttività femminile. Ciò provoca la messa in atto di comportamenti volti all'oblatività coatta, alla rinuncia e l'impossibilità ad esprimere i veri sentimenti provati, giudicati come indegni e nefasti (Cotugno 99).
La terza è relativa alla possibilità di evitare un transfert ed un controtransfert erotico. Alcune donne temono infatti di dimostrare quali siano le loro reali capacità e quale sia il loro potere e sono disposte a tutto pur di non arrivare ad una verifica. Temono che nella relazione terapeutica con un uomo possa essere loro confermato proprio ciò che maggiormente le spaventa. In questo senso, l'eventuale successo seduttivo confermerebbe un'opinione narcisisticamente onnipotente di sé, in cui però l'altro non viene visto come persona ma come strumento per attuare un proprio bisogno infantile, realizzando, in tal modo, quella che Lopez (76) definisce come "collusione narcisismo-masochismo".
La quarta categoria comprende il tentativo di riuscire a stabilire un'identificazione positiva con una donna realizzata e competente nella relazione terapeutica. Nell'attribuzione del ruolo di madre alla terapeuta "ciò che viene cercato è il suo permesso - implicito o esplicito - di competere, avere successo, godere, vincere, anche se per raggiungerlo bisogna passare attraverso un intenso transfert di madre rifiutante" (A. Cotugno, 99).


2 Si rimanda il lettore alla bibliografia specifica per quanto concerne gli aspetti riguardanti la particolarità del gruppo femminile e le indicazioni e controindicazioni a tale tipo di gruppo.


3 Per ragioni di spazio e per non appesantire ulteriormente l'esposizione si rimanda il lettore al testo originario, indicato in bibliografia.


4 I nomi delle partecipanti sono stati cambiati per ragioni di privacy e segretezza.


5 L.J.S. Walker (89) rileva come molti degli obiettivi dei gruppi femminili siano simili a quelli dei gruppi misti: i primi come i secondi sono in grado di permettere lo scambio di esperienze e vissuti interpersonali tra i suoi membri, di risolvere problemi personali, di migliorare le relazioni interpersonali, di accrescere l'autonomia, il rispetto e la fiducia in sé, di favorire l'onestà, la franchezza ed una comunicazione aperta, di stimolare cambiamenti nel funzionamento psicologico.
6 Come si potrà rilevare, inoltre, molti degli elementi che verranno analizzati potranno ritenersi, a seconda del vertice di osservazione, specifici o comuni dei gruppi femminili e di quelli misti.

7 La situazione si riferisce ad una seduta di metà febbraio del secondo anno di osservazione. Per ragioni di spazio i contenuti della seduta non vengono riportati.

Claudia Giordana
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13048 Santhià (VC)
Tel. 0161923104; cell. 03479762378
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