| Questo lavoro è il risultato di riflessioni sulla mia
esperienza di supervisione, che dura da più di cinque anni,
a due gruppi di pazienti sieropositivi; i pazienti di cui riferirò
sono persone con disturbi di personalità più o meno
gravi che per ragioni diverse, tossicodipendenza, rapporti etero
o omosessuali a rischio, si sono infettati. I gruppi si ritrovano
per un'ora e un quarto due volte alla settimana all'interno del
centro San Luigi dell'ospedale San Raffaele di Milano; sono gruppi
aperti, misti, in cui cioè sono presenti sia uomini che
donne, con un massimo di otto pazienti per gruppo.
Ritengo non sia un caso che i disturbi di personalità siano
in continuo aumento nella società attuale. La rapidità
dei cambiamenti sociali, che dalla seconda guerra mondiale in
poi hanno caratterizzato il mondo occidentale, ha generato confusione
rispetto ai valori di riferimento; ciò è stato accompagnato
da una ridotta possibilità di disporre di assetti sociali
coesivi e riparativi delle eventuali carenze famigliari. La frequente
mancanza di affidabili modelli di riferimento nell'ambiente famigliare
e in quello sociale e la sempre maggiore diffusione, da parte
dei mass-media, di modelli, che in molti casi finiscono surrettiziamente
col colmare quel vuoto proponendo comunque valori altrettanto
inaffidabili e superficiali, non migliora la situazione. La crisi
generalizzata di valori privilegiati non ha fatto che aumentare
il "disagio della civiltà" e si può ipotizzare
che questo fatto abbia interferito sia con la strutturazione intrapsichica
dell'individuo sia con il suo modo di rapportarsi col mondo. Come
sostiene Wilson (1980), oggi i ragazzi occidentali sono "ribelli
senza causa" e se molti di loro, grazie ad ambienti famigliari
affidabili e a loro doti naturali hanno saputo mantenere una condotta
valida all'interno di un adeguato processo evolutivo, altri, o
perché meno dotati o perché vissuti in ambienti
particolarmente deprivanti, soffrono sempre di più di disturbi
di personalità con irrisolti problemi di dipendenza che
l'eventuale uso di alcool e droga non fa che aggravare. Non voglio
qui entrare nel merito dell'eziologia specifica dei pazienti con
disturbi di personalità da tempo riconosciuti come derivanti
da una molteplicità di fattori, ma semplicemente sottolineare
come attualmente il sociale non disponga di assetti istituzionali
coesivi, e riparativi rispetto a eventuali gravi inadeguatezze
dell'ambiente famigliare, ma anzi, in un certo qual modo, peggiori
la situazione.
A questo proposito, desidero qui ricordare che molte ricerche
hanno dimostrato che i pazienti con disturbi di personalità
nella più parte dei casi hanno sofferto di rapporti parentali
particolarmente carenti, e se questa non è una condizione
sufficiente per il manifestarsi di questo, certamente costituisce
un fattore di rischio. Inoltre da più autori è sostenuto
che questo tipo di patologia ha la sua origine in fasi molto precoci
dello sviluppo, conseguente alla mancanza o alla perdita di una
adeguata holding che ha implicato una particolare difficoltà
nei processi di separazione - individuazione. In questa situazione
la mancanza di costanza oggettuale ha determinato l'impossibilità
di una relazione integrata così che le relazioni oggettuali
delle persone affette da disturbi di personalità sono dominate
dalla scissione, dal momento che i processi di differenziazione
non hanno potuto seguire un naturale sviluppo evolutivo. Tutto
ciò ha prodotto una fragilità del Sé, un
conseguente indebolimento della capacità dell'Io di assolvere
le sue funzioni e un uso anacronistico di meccanismi di difesa
molto arcaici.
Conseguentemente a quanto affermato mi preme evidenziare che una
variabile comune ai partecipanti ai due gruppi di cui riferirò,
è, non a caso, un ambiente famigliare originario particolarmente
deprivante, caratterizzato da grave inadeguatezza che ha provocato
nei pazienti disturbi di personalità, precedenti all'infezione
HIV. Dalle loro storie, che nel corso del lavoro terapeutico sono
via via emerse, si è evidenziato un vissuto profondo e
condiviso di non avere diritti, spesso sotteso da un angosciante
senso di colpa. Sembra esserci stato per tutti questi pazienti
un messaggio non necessariamente esplicito, ma proprio per questo
ancora più pericoloso, da parte dell'ambiente di origine,
di non diritto alla qualità della vita, o, nella migliore
delle ipotesi, di diritto alla sopravvivenza. Infatti o erano
stati quasi tutti figli non voluti o avevano avuto figure parentali
molto assenti e/o particolarmente narcisiste. Quest'ultimo tipo
di persone considera i figli solo come un prolungamento narcisistico
di sé e quindi li accetta pienamente se e solo se rispondono
alle proprie aspettative, altrimenti dà segni di intolleranza
o di delusione. Così i pazienti in questione non si erano
mai sentiti voluti, e voluti per quello che erano realmente, ma
avevano dovuto assumere atteggiamenti adattati o falsamente compiacenti
e/o reattivamente trasgressivi. Altri membri del gruppo avevano
invece avuto genitori con gravi patologie, a volte addirittura
con disturbi specifici di dipendenza da alcool o da droghe; nessuno
di loro aveva avuto un ambiente famigliare "sufficientemente
buono" né figure parentali che avevano potuto fungere
da modello affidabile e valido. Non a caso infatti ho parlato
di ambiente di origine e non di genitori, perché in alcuni
casi era mancata una vera e propria famiglia di riferimento ma
vi erano state figure parentali più o meno inadeguate.
Queste persone ancor prima di essere sieropositive si sentivano
persone "marchiate" e non nel senso banalmente sociale
ma, come scrive Zucca Alessandrelli: "Il "marchio"
consiste nel terrore primario di non essere come persone, cioè
di non avere significato e valore come soggetto - oggetto di relazione
vitale
" Se l'ambiente originario è negativo
il bambino non può comunque rifiutarlo, data la sua condizione
iniziale di bisogno assoluto. Può interiorizzarlo nel tentativo
di controllarlo, ma, come dice Speziale Bagliacca: "gli oggetti
cattivi interiorizzati alimentano il Super-io e questi attacca
e fa sentire colpevoli". Ecco dunque che, come mi disse una
volta un mio paziente che aveva un ambiente famigliare molto punitivo:
"è il castigo che cerca la colpa". Così
tanto più un bambino viene castigato o ignorato e tanto
più si sente colpevole. Sentirsi colpevoli infatti è
comunque meno annichilente che sentirsi impotenti alla mercé
di persone inaffidabili. Ma se inizialmente è il castigo
che cerca la colpa è anche vero che poi la colpa cerca
il castigo; così si attiva spesso un circolo vizioso che
a volte può essere interrotto solo da un lavoro terapeutico
o, in modo apparentemente paradossale, proprio dal sapersi sieropositivi
. Infatti in molti casi la paura di morire, se in una prima fase
stimola una profonda e quasi insostenibile angoscia, in un secondo
tempo porta ad interrogarsi sul senso della propria esistenza
e sul bisogno di attribuirle un significato: sembra cioè
che il pensiero di una morte annunciata, castigo finale, permetta
a queste persone forse per la prima volta la consapevolezza di
avere diritto alla vita, alla qualità della vita, alla
richiesta di avere riconoscimento e valore. In questa seconda
fase la proposta di un lavoro terapeutico può essere accolta
positivamente dalla persona sieropositiva con le caratteristiche
precedentemente menzionate. A questo proposito ritengo che la
terapia di gruppo sia il setting più adeguato ai bisogni
di questi pazienti. Infatti il piccolo gruppo, che per la sua
stessa struttura concretizza la fisionomia pluralistica della
vita odierna, appare lo strumento privilegiato per comprendere
al meglio il formarsi dell'identità anche patologica nei
suoi elementi costitutivi interpersonali. A questo proposito Rouchy
(1999) sostiene che il piccolo gruppo costituisce proprio quell'anello
mancante nel pensiero freudiano che permette di rendere conto
del passaggio dal singolo al collettivo e viceversa e di comprendere
non solo la transizione da un campo all'altro ma la loro reciproca
impregnazione. Inoltre come ci ricorda Foulkes, i danni provocati
nel macro e micro-sociale sono più facilmente riparabili
in una situazione sociale adeguata, come può essere il
gruppo terapeutico. Per comprendere le specifiche dinamiche gruppali
va chiarito che nello spazio del gruppo sono contemporaneamente
presenti quattro elementi che hanno una loro evoluzione complementare
e parallela: 1)l'individuo con il suo mondo interno, 2) le interazioni
dei membri fra di loro, 3) i fenomeni transpersonali, 4) il gruppo
nel suo insieme, con tutte le rappresentazioni fantasmatiche che
quest'ultimo può assumere. I fenomeni transpersonali vanno
intesi sia in senso sincronico che in senso diacronico. Nel primo
senso i fenomeni transpersonali sono collegati a modalità
di funzionamento arcaico dell'io, pre-verbali, i cui presupposti
sono la non separazione fra sé e gli oggetti, e che compaiono
nell'hic et nunc della situazione gruppale, sia come difesa dall'angoscia
di frammentazione e di separazione, sia come potenzialità
evolutiva per il soggetto e per il gruppo. Neri (op.cit.1995)
li identifica nell'atmosfera, nel tono di fondo che caratterizza
i diversi incontri, nel medium, negli effetti della mentalità
primitiva e degli assunti di base. In senso diacronico invece
la funzione del transpersonale è una sorta di "precipitato"
che contribuisce alla costituzione del sé. Secondo Rouchy
(1998) la cultura familiare viene incorporata dall'infante, già
nella fase in cui non vi è distinzione fra fisico e mentale,
e fonda l'identità collettiva del soggetto e il sé
non individualizzato. L'incorporazione culturale è la base
dello spazio e del tempo relazionali e li condiziona. Essa funziona
all'insaputa del soggetto come automatismo, in condotte programmate
e non "mentalizzate", che grazie al lavoro di gruppo
possono essere viste e comprese, e quindi, divenute coscienti,
possono essere integrate o, se riconosciute come patologiche,
rifiutate. Per quanto riguarda invece la comprensione del gruppo
in quanto tale, va ricordato che l'orbita simbiotica madre-infante
costituisce la base rudimentale di "fantasticare il gruppo
come un tutto". È proprio questa possibilità
che consente la dialettica specifica del gruppo, fra fusione e
individuazione, nella quale avvengono trasformazioni positive,
sia per i singoli membri sia per il gruppo nel suo insieme. Quando
parlo di dialettica non intendo tanto sottolineare la contrapposizione
di posizioni contrarie quanto piuttosto la funzionalità
distintiva dei diversi e complessi aspetti che si presentificano
nelle fasi gruppali caratterizzate dal movimento fusionale o da
quello verso l'individuazione. Sarà infatti compito del
terapeuta, consapevole del valore superiore del paradigma della
complementarità, cioè del paradigma dell'et - et
rispetto a quello dell'aut - aut, operare in modo da evitare il
predominio di una fase sull'altra e mantenere invece un'area dinamica
di scambio fra esse, dal momento che entrambi sono essenziali
per lo sviluppo evolutivo dell'individuo e del gruppo come insieme.
Questo movimento dialettico attraversa il tempo gruppale e si
costituisce nel tempo del lavoro del gruppo, tempo che è
ben rappresentato dalla metafora della spirale. La figura della
spirale ruotante intorno ad un asse, ci consente infatti di sintetizzare
la pluralità di dimnsioni e di movimenti che costituiscono
la nostra esperienza temporale nel gruppo. Si va dunque avanti
ma con la possibilità di ritornare allo stesso punto relativamente
alla distanza dall'asse, anche se su piani diversi, dal momento
che in ogni seduta e per ogni individuo sono contemporaneamente
presenti livelli multipli di realtà.
Per esempio quando parlo di fusione nel gruppo faccio riferimento
non solo alla possibilità di riattualizzare simbolicamente
la fase della simbiosi con l'oggetto primario, che è fondamentale
per lo sviluppo dal momento che consente di riparare il percorso
del sé grandioso, base per lo sviluppo del vero sé
, ma anche a quella di poter condividere ulteriori e più
evoluti momenti di fusionalità. Gli stati arcaici di fusione
si distinguono da quelli più maturi, poiché in questi
ultimi viene mantenuto il senso di separatezza in modo tale che
il fondersi coesista con l'individuazione: in questi casi il termine
più adeguato per descrivere questa esperienza è
quello di condivisione profonda.
La metafora della spirale ci appare particolarmente indicata per
evidenziare come il setting gruppale consente, con modalità
proprie che lo distinguono dall'analisi individuale, di muoversi
"liberamente"nel tempo sia all'indietro che in avanti,
in situazioni dove passato, presente e futuro, sono potenzialmente
sempre fruibili e interagiscono fra di loro nell'hic et nunc di
ogni seduta. Questo muoversi "liberamente" però
raramente può essere vissuto come un gioioso fluttuare
ma, viceversa, è spesso accompagnato da confusione, angoscia
, senso di perdita dei parametri di riferimento e quindi implica
momenti di crisi ,di resistenza e desideri di fuga.
Per quanto riguarda i pazienti sieropositivi con disturbi di personalità
è di fondamentale importanza la potenzialità del
setting gruppale di riattualizzare anche quei livelli molto primitivi
dell'esperienza dove hanno avuto origine i loro problemi fondamentali.
Si riattraversa proprio quella fase fusionale arcaica (che Balint
definisce "del difetto fondamentale") senza distinzione
tra soggetto e oggetto, che caratterizza il momento fusionale
primitivo del gruppo, in cui emergono fantasie di onnipotenza.
La possibilità di attingere ad un livello così arcaico
dell'esistenza è presente fin dall'inizio della storia
del gruppo, dal momento che lo stare in gruppo richiede la capacità
di mettere in gioco le zone simbiotiche comuni e ciò è
reso possibile dalla particolare permeabilità che le frontiere
dell'Io assumono in questo specifico setting. Tornare al tempo
della relazione con l'oggetto primario e quindi di entrare nell'area
del difetto originario permette di riparare il percorso del "Sé
grandioso" (base per lo sviluppo del "vero Sé")
e di sperimentare, magari per la prima volta, momenti di fusionalità
rassicuranti , all'interno del gruppo vissuto come "holding".
Nel prosieguo del lavoro grazie anche agli opportuni interventi
del terapeuta , attraverso momenti di crisi e confusione si riusciranno
ad attuare momenti di integrazione e gli oggetti parziali potranno
essere sperimentati come totali. Non è facile portare un
esempio relativo alle fasi di riattualizzazione di una arcaica
fusionalità in cui la sincronicità che dovrebbe
caratterizzare la relazione madre-bambino diviene il prototipo
dell'interazione di gruppo. Questo tipo di esperienza infatti
si situa ad un livello preverbale; in questo contesto il linguaggio
perde il significato convenzionale adulto e le parole vengono
usate come una sorta di oggetto transizionale. Così non
si può riferire il contenuto preciso di una seduta in cui
è stato esperibile l'aspetto positivo di questo livello
arcaico di fusionalità, ma si può invece parlare
dell'atmosfera emotiva dominante che, condivisa da tutti, solitamente
è di grande intensità e fiducia. Si partecipa tutti,
terapeuta compreso, ad una sorta di immersione in una "serena
fusionalità", esperienza questa, che i pazienti dei
nostri gruppi non avevano potuto fare, in modo adeguato. Nel primo
apparire, ancora superficiale, della possibilità di questa
fase, si sente spesso usare il pronome "noi"; "anch'io",
diviene una sorta di parola d'ordine. Da questo inizio di fusionalità
"formale", presente in un gruppo che esiste da poco,
dal cominciare a star bene insieme, anche se in modo confuso,
si origina la potenzialità di una fusionalità più
autentica e profonda nell'evolversi del processo gruppale.
Nel momento in cui nel gruppo si attua la possibilità di
regredire a questo tipo di fusionalità arcaica è
importante che il terapeuta non faccia l'errore di interpretare
questa situazione, peraltro non interpretabile se non con effetto
di intrusività disturbante l'intensità dell'esperienza,
ma la lasci svolgere liberamente e quindi pienamente esperire
dai membri e dal gruppo nel suo insieme, per tutto il tempo che
a suo parere mantiene una funzione terapeutica; solo dopo che
questa esperienza sarà stata vissuta fino in fondo sarà
possibile metabolizzarla e trasformarla in pensiero. Quando l'aspetto
positivo e rigenerante della fusionalità sarà in
via di esaurimento e quando cominceranno a farsi strada elementi
disturbanti il lavoro terapeutico e quegli aspetti angoscianti
dell'esperienza fusionale legati al timore di perdere l'identità,
e insieme a questi anche ansie relative alla paura di frammentazione
rispetto all'emergere di rapporti con oggetti parziali, solo allora
sarà opportuno che il terapeuta riveli i pericoli presenti
nel perdurare di questa posizione e offra gli strumenti per affrontarli,
promuovendo un movimento verso l'individuazione. L'aver potuto
condividere questo particolare tipo di fusionalità e, grazie
alla presenza accorta del terapaeuta, averne tenuto sotto controllo
i rischi, migliora la coerenza del gruppo e aumenta la fiducia
nella possibilità di un nuovo inizio (Balint) che stimola
l'emergere di modalità più adeguate di rapporti
e con se stessi e con gli altri. La condivisione di questa esperienza
inoltre, riduce di molto le paure di eccessiva dipendenza dal
terapeuta, che spesso il riattualizzarsi di situazione arcaiche
provoca nell'analisi individuale. Il comportamento del terapeuta
stesso, che ha saputo essere presente senza interferire con l'atmosfera
prevalente nel gruppo, ma anzi vi si è serenamente immerso
aiutando così a mantenerla, ha permesso ai membri di comprendere
che non il terapeuta , ma il "gruppo" consente di sperimentare
quell'ambiente "sufficientemente buono" in cui si può
con fiducia lasciarsi andare anche a momenti fondativi di fusionalità,
e che il gruppo nel suo insieme può fungere da sostituto
adeguato dell'oggetto primario. In genere i pazienti con disturbi
di personalità hanno particolari difficoltà a lasciarsi
andare in una situazione di arcaica fusionalità perché
questa esperienza, anche se positiva, viene vissuta in modo adeguato
per la prima volta nel gruppo; può quindi suscitare, all'inizio,
angoscia e/o una reazione difensiva di svalutazione o di fuga.
I gruppi di pazienti con disturbi della personalità, resi
particolarmente omogenei dalla sieropositività, viceversa
facilitano l'emergere del sentimento di condivisione così
che il timore del nuovo, condiviso, appare meno angosciante e
più tollerabile. All'interno di questi gruppi l'interazione
fra i pazienti colpisce per i suoi caratteri di immediatezza e
di richiesta di autenticità. Questi elementi sembrano stimolare
una notevole accelerazione verso livelli molto approfonditi di
comunicazione così che la circolarità affettiva,
la coesione e la consapevolezza del gruppo come strumento terapeutico
si presentificano molto prima con questo tipo di pazienti caratterizzati
dall'omogeneità della sieropositività , che negli
altri gruppi terapeutici. Avere avuto, in altre situazioni, l'opportunità
di fare supervisione a gruppi formati da pazienti a rischio di
morte (pazienti oncologici o gravemente cardiopatici) mi ha permesso
di comprendere che in molti casi, la paura di morire, se in una
prima fase suscita una profonda e quasi insostenibile angoscia
che spesso pone il gruppo in A.B, in particolare di dipendenza
o di attacco e fuga , viene in seguito, anche perché condivisa
e dunque non negata, ridimensionata nel suo essere "naturale"
. Viene lasciato spazio alla possibilità di tollerare il
senso di incertezza e di precarietà in cui, anche se non
ci si sente sani, se non si sta bene, è però possibile
cominciare a "sentirsi bene". La consapevolezza dell'incertezza
e la precarietà dell'essere dell'uomo nel mondo dovrebbe,
rispetto a questa specificità, rendere "omogeneo"
il gruppo degli essere umani, ma è evidente che la società
occidentale, nella quotidianità, non vuole lasciare spazio
a questi pensieri, tesa a sostenere un'apparenza narcisistica
onnipotente. Viceversa il pensiero della possibilità della
morte come evento naturale e pensabile allarga l'orizzonte della
vita e stimola ad interrogarsi su quale sia il senso della propria
esistenza, e a ricercarne il significato più profondo.
Sostengono Lazzari, Campione e Chiodo (1993): "Per liberarsi
dal pensiero assillante e immancabile di un futuro incerto e pieno
di dolorose sorprese, alcuni siero-positivi si dedicano ad attività
nuove nella loro vita, in campo sentimentale, lavorativo, e ricreativo.
Si assisterebbe cioè a una "crescita" psicologica,
a una specie di "illuminazione" esperienziale ove ogni
aspetto di sé e degli altri assumerebbe un significato
nuovo, inaspettato, ma comunque vero". Personalmente non
credo che un nuovo investimento da parte dei pazienti a rischio
di morte si debba leggere necessariamente come una modalità
per liberarsi delle incertezze, ma come un modo coraggioso e autentico
di assumere la propria, seppur limitata, potenza reale. La concretezza
della morte all'interno di un discorso laico, presentifica la
definitiva impotenza, ma una morte annunciata può permettere
a ciascuno di riprendersi in mano la vita con le proprie potenzialità
positive. Il gruppo nel suo insieme sostiene e condivide questa
nuova posizione emotiva. Infatti come ho già accennato
prima, la terapia gruppale per questo tipo di pazienti può
rappresentare il setting di elezione per affrontare e ritrovare
o forse trovare per la prima volta il riconoscimento di sé
e del proprio valore e di quello della vita . Il gruppo infatti,
nel divenire del lavoro, è considerato dai membri sia come
un'estensione di sé, sia come un luogo in cui esserci e
dire, guardare, ascoltare e capire. L'appartenenza al gruppo viene
continuamente alimentata attraverso la messa in comune di vissuti
personali, inizialmente di angoscia e di depressione, che, in
quanto diventano comunicazione, possono essere accolti ed eventualmente
modificati. L'esperienza di appartenenza così fondamentale
per la costruzione o la ri-costruzione del sé permette
di ridimensionare e in parte risolvere i vissuti di inadeguatezza
e di colpa. Nel corso del divenire del lavoro gruppale l'individuo
cessa di colpevolizzare se stesso o gli altri per le proprie mancanze
e difficoltà e in questo modo comincia a uscire dalla logica
dicotomica dell'aut-aut, impotenza - onnipotenza, vittima o carnefice
e a pensare secondo la logica dell'et-et, la logica della complementarità
in grado di accogliere e dare significato alla complessità
del reale.
La graduale consapevolezza delle proprie possibilità e
quindi della propria reale potenza. si può finalmente costituire
sugli acquisiti diritti ad essere e ad avere valore e sul dovere
di riconoscere agli altri i medesimi diritti. L'acquisizione di
questi diritti e doveri è resa possibile dal gruppo che,
come sostiene Neri (1995), ha spesso la fondamentale funzione
di oggetto-Sé, cioè di oggetto che fa emergere e
mantiene il Sé dell'individuo e gli dà significato.
A volte assume il ruolo di oggetto-Sé gemellare che grazie
alla presenza calda e affettiva di altre persone dà un
essenziale contributo alla costruzione di sentirsi ed essere "umano
tra gli umani", e per queste persone che si sentono così
spesso "dei diversi" questo è molto importante.
Vorrei anche sottolineare, insieme a Neri che l'esperienza di
un rapporto con un oggetto-sé gemellare è molto
più forte e pregnante nelle situazioni di gruppo che in
quelle di terapia individuale. Nel gruppo infatti, il fatto solo
di vedersi e di essere in molti, rende la presenza degli altri
più consistente ed esplicita, e stimola la consapevolezza
di appartenere ad un consesso attivo e funzionante. Tutto ciò
però, in particolare con i pazienti a rischio di morte,
non va interpretato ma, come le fasi di positiva fusionalità,
va lasciato esperire, tenendo anche conto del fatto che, come
ho già detto, per questo tipo di pazienti un ambiente facilitante
ed accogliente rappresenta, pur nella sua positività, quel
"nuovo" ed ignoto, che in quanto tale fa paura e induce
reazioni di difesa, fra le quali anche l'assentarsi dal gruppo.
Questo eventuale "agito" che un paziente può
fare, ha però un importante valore di comunicazione per
tutto il gruppo. Al suo rientro infatti il paziente, che ha "agito"
la paura anche per gli altri, sarà accolto in un ambito
che, diversamente dal suo passato, né lo disprezza né
lo scaccia, ma anzi gli dà valore aiutandolo a comprendere
come egli abbia assunto per tutto il gruppo il ruolo di "chi
ha paura del nuovo". Sarà quindi possibile evidenziare
che la paura del nuovo è un vissuto condiviso che grazie
al suo "agito" è diventato comunicazione che
ne ha permesso la consapevolezza e la elaborazione. Il paziente
in questione uscirà rafforzato da questa esperienza e con
lui tutto il gruppo, grazie alla consapevolezza condivisa di poter
essere compresi e di poter essere e fare anche per gli altri .
Ritornando alla fondamentale funzione del gruppo come oggetto-Sé
va anche ricordata la possibilità che il gruppo assuma
il ruolo di oggetto-Sé ideale ed onnipotente, come sempre
accade nelle fasi di positiva fusionalità. È chiaro
che da questa fase sarà poi necessario passare, e non una
sola volta ( tempo a spirale ), a quella di una sana individuazione,
ma è importante che questo passaggio, diversamente da quanto
è avvenuto per la più parte di questi pazienti,
non sia più traumatico e radicale, ma graduale e condiviso,
e che l'esperienza di fusionalità rimanga nella storia
del gruppo come serbatoio di energia cui accedere nei momenti
di fatica e di difficoltà. Come supervisore di diversi
tipi di gruppi omogenei, non solo per la componente drammatica
già citata di una morte annunciata, ma per patologia, per
età, per problematiche condivise, per interessi, ho notato
che mentre vi è un'accelerazione naturale nei confronti
dei momenti di condivisione vi è altresì una particolare
resistenza nei confronti di movimenti di individuazione della
cui necessità e del cui valore deve essere portavoce, il
più delle volte il conduttore medesimo. Inoltre il gruppo
tende ad offrire un rispecchiamento gioioso e partecipe delle
conquiste positive dei singoli membri, formando e mantenendo una
immagine buona di sé che, togliendo la disperazione, ridà
la speranza e incoraggia verso nuovi progetti, in un'area di profonda
partecipazione affettiva. Nel gruppo consapevole di funzionare
bene le acquisizioni positive di ciascun partecipante, considerate
risultanti dal lavoro comune, entrano a far parte di una storia
condivisa. La storia del gruppo, a mio pare ha una specifica funzione
terapeutica nei gruppi slow-open in quanto consente anche ai nuovi
entrati la condivisione, almeno empatica, della fiducia di poter
affrontare e risolvere insieme i problemi. Essa ha fra l'altro
la funzione di alleviare la tensione di alcuni momenti drammatici,
fornendo narrazioni confortanti relative a conflitti analoghi
a quelli esperibili nel "qui e ora" delle sedute, già
presentatisi nel passato e risolti, col risultato di diminuire
le ansie depressive. In particolare, nei primi anni di lavoro
la speranza di vita per i pazienti sieropositivi aveva limiti
temporali molto più ristretti di ora, per cui la storia
assumeva un significato particolarmente pregnante dal momento
che si assumeva la funzione di ricordare il percorso tracciato
da tutti coloro che avevano partecipato al gruppo mantenendone
viva la memoria: la consapevolezza di ciò è stata
di grande conforto per questi pazienti. Quindi se la dimensione
storico-comunitaria è un fattore terapeutico specifico
del lavoro di gruppo che promuove l'evoluzione sia dell'individuo
che del gruppo stesso, nel gruppo di pazienti a rischio di morte
ha una funzione fondamentale in quanto li garantisce di lasciare
"un'eredità di affetti" in un ambito di appartenenza
dove il loro diritto alla qualità della vita è stato
riconosciuto e condiviso e dove quindi si può anche accogliere
il bisogno e il diritto alla qualità della morte; morte
considerata come evento ineludibile per tutti gli esseri umani
e non come la risultante di una personale colpa.
La storia inoltre permette esperienzeze umane universali, e consente
di attuare una sintesi positiva fra la prospettiva sincronica
e quella diacronica producendo un movimento contrario ma complementare
a quello verso l'individuazione, fornendo le basi per andare oltre
la paura della separazione e della solitudine, dal momento che
collega l'individuo agli altri. . Nel lavoro gruppale anche il
terapeuta deve sapersi confrontare con questa realtà in
modo autentico e profondo e garantire al paziente che insieme
al gruppo saprà mantenere la memoria e la testimonianza
di un'esistenza che ha avuto significato e valore. Non a caso
quando in un gruppo di sieropositivi entrano pazienti nuovi o
quando si formano gruppi nuovi con l'inserimento anche di pazienti
che avevano partecipato a gruppi che poi per varie ragioni erano
rimasti privi di un numero sufficiente di membri, una persona
assume il ruolo di "aedo" del gruppo facendosi portavoce
della storia passata e rinnovando il ricordo di quelli che non
ci sono più: in un certo qual modo mette alla prova il
terapeuta per verificare se i pazienti sono e rimangono presenti
nella sua mente. E ancora non è un caso che in questi gruppi
più che in altri si festeggino le ricorrenze che spesso
in famiglia non si erano festeggiate in modo adeguato (come il
Natale e il carnevale ): in queste occasioni si scattano delle
fotografie che poi vengono date a tutti i partecipanti e quindi
anche al terapeuta e all'osservatrice che le conservino nel e
per il gruppo.
Inoltre nel momento in cui il gruppo ha una sua storia condivisa
e quindi è vissuto anche come un contenitore valido di
ricordi, emergono con sempre maggior pregnanza e non a caso, i
ricordi infantili dei membri del gruppo. Spesso questi pazienti
iniziano il lavoro terapeutico sostenendo che hanno pochi e vaghi
ricordi della loro infanzia, infanzia che di solito tendono a
tratteggiare con una coloritura emotiva neutra. Nel corso del
lavoro gruppale è stato però possibile sperimentare
che la storia e i ricordi hanno un valore strutturante che ha
dato valore anche ai singoli componenti. Rassicurati da una appartenenza
comune e positiva i pazienti possono allora distinguersi dagli
altri, ognuno recuperando la propria personale storia che li individua
e a cui possono finalmente dare significato. Le esperienze infantili
riviste da una base più sicura non sono più annichilenti
e quindi non hanno più bisogno di essere viste all'interno
di uno scenario in cui domina la colpa onnipotente e persecutoria
dove o si è i distruttori o si è i distrutti. Il
gruppo diviene allora quel luogo dove si possono vedere le antiche
ferite e dove si può con fiducia aspettarsi che vengano
curate anche se non sempre sono totalmente guaribili. Le cicatrici
sono le concrete risultanti della nostra storia, che ci permettono
di affrontare i limiti nostri e degli altri, che ci rendono consapevoli
che se molti sono i condizionamenti e le difficoltà oggettive,
esiste pur sempre un'area di libertà in cui possiamo progettare
la nostra vita. La consapevolezza di poter essere ricordato suscita
antichi ricordi e valorizza la memoria: ciò permette di
sentirsi costruttivamente responsabili dei proprio presente e
quindi di progettarsi verso il futuro.
E' in questa situazione che, superata la necessità dei
momenti di fusionalità arcaica , che comunque torneranno
a livelli diversi nel divenire gruppale ( tempo a spirale), sono
sempre più frequenti le sedute in cui nel gruppo si riattualizza
la fase adolescenziale e il gruppo diventa un gruppo di "pari"
con specifiche caratteristiche. In particolare quando nel gruppo
si riattualizza la fase adolescenziale vi è una rimessa
in discussione dei modelli famigliari e la possibilità
di costruire nuovi valori e nuove risposte. In questi momenti
il terapeuta deve sapersi mettere da parte ma anche mantenere
la responsabilità del gruppo, e quindi saper essere presente
quando è necessario, anche se non è più visto
come il genitore onnipotente e indispensabile. La dipendenza nei
suoi confronti diminuisce, egli non è più considerato
il detentore di tutti i diritti, come il genitore tirannico, ma
neppure di tutti i doveri, come il genitore onnipotentemente oblativo.
Neri sottolinea che la fase della "comunità dei fratelli"
è caratterizzata dall'entrata in scena di un soggetto collettivo
e dal fatto che i partecipanti avvertono di detenere diritti rispetto
al gruppo, (non più dunque solo rispetto al terapeuta);
ogni individuo, in quanto partecipe della "comunità
dei fratelli", è titolare degli stessi diritti. Diversamente
che nella riattualizzazione delle fasi arcaiche di fusione qui
viene mantenuto il senso di sé e delle proprie peculiarità,
i membri del gruppo sono consapevoli di compartecipare al lavoro
analitico così che possano comparire sentimenti di rivalità,
invidia e ammirazione . In questa fase si attuano nel gruppo processi
di identificazione e proiezione che riattivano movimenti regressivi;
così avviene che, come nell'adolescenza, le precedenti
identificazioni possono essere destrutturate e parzialmente riproiettate
e ripersonificate; nella matrice di gruppo diviene così
possibile modificare un sistema pre-costituito di ruoli, leggi
e necessità che condizionano la propria immagine di sé
e del mondo. Così conflitti inter e intra-psichici tendono
ad essere presentificati e agiti in relazione ad oggetti che possono
rappresentare oggetti del passato o anche oggetti-sé con
il conseguente vissuto, tipicamente adolescenziale, di irrequietezza
e confusione. I conflitti si giocano più che mai nel qui
e ora dalla situazione gruppale e spesso le modalità relazionali
apprese in famiglia vengono agite nell'interazione gruppale; ma
mentre di solito sono così profondamente radicate nella
struttura dell'io maturo da non poter essere riconoscibili, in
questa situazione faticosa ma potenzialmente positiva, vengono
rispecchiate nel e dal gruppo e quindi comprese, riconosciute
e, a seconda delle situazioni, eliminate o integrate. La consapevolezza
faticosamente costruita di avere diritti e doveri viene esportata
anche al di fuori del gruppo e sperimentata nel sociale; non più
con modalità appartenenti all'area dell'onnipotenza e della
colpa proiettata o introiettata, ma con modalità responsabili
e consapevoli dei limiti propri e altrui. A questo punto si ha
l'impressione che finalmente i pazienti si possano appropriare
della propria vita e del proprio futuro senza per questo dimenticare
maniacalmente la morte .
Molti sarebbero gli esempi da portare a proposito delle diverse
fasi descritte ma richiederebbero troppo tempo.
Desidero solo ricordare che, malgrado la serietà e la profondità
della preparazione professionale del terapeuta, per la conduzione
di questo tipo di gruppi molte volte è necessario il riferimento
ad un supervisore, perché numerose sono le difficoltà
da affrontare e particolarmente profondo ed autentico è
il coinvolgimento richiesto al terapeuta e problematica è
la regolamentazione della distanza emotiva necessaria per affrontare
al meglio le tematiche di volta in volta presentificate.
Concludo quindi ricordando e sottolineando come sia importante
essere consapevoli che i gruppi terapeutici per pazienti sieropositivi
sono appunto gruppi terapeutici e non gruppi di accompagnamento
ad una "buona morte". Condivido infatti totalmente con
i pazienti il loro diritto alla qualità della vita e alla
comprensione del significato della vita prima di potere e dovere
affrontare quello della morte. Proprio in questi giorni un paziente
ha finito la terapia in uno di questi gruppi e ha lasciato in
dono agli altri membri la speranza di poter andarsene dal gruppo
perché ci si sente bene e non solo perché si ha
paura del gruppo e si fugge via, o perché si muore. Ciò
naturalmente non significa negare la morte, ma poterla vedere
e affrontare insieme alla vita, cosa che per altro qualsiasi essere
umano dovrebbe abituarsi a fare malgrado la spinta maniacale in
direzione opposta che ci viene dal sociale.
Il legame inscindibile vita/morte è ben rappresentato dalle
parole di Sini: "ricordiamoci che al di là del sapere
pubblico, e al di là di questo fatto che viene pensato
come l'impensabile ( la morte) e che d'altra parte apre alle fantasie
del pensiero, al di là di tutto ciò, sempre, continuamente
vincente su questo pensiero c'è l'incanto della vita, l'incanto
di ogni istante che fronteggia il pensiero della morte, che da
solo lo sconfigge in ogni istante, in una onnitemporalità
che certo non può fare a meno della morte ( altra sua faccia),
ma che non è meno forte, non è meno pervadente,
non è meno potente e, soprattutto, non è meno umana".
Ritengo di poter quindi concludere che il gruppo terapeutico,
grazie alle specificità che ho evidenziato, sostiene i
pazienti sieropositivi nel far sì che il pensiero della
morte ridia o dia per la prima volta il senso di sè e del
proprio valore come persona, il senso della propria irripetibilità
e unicità come essere umani e permette che il passaggio
dal tempo maniacalmente "infinito" del soggetto sano,
al tempo realisticamente e potenzialmente limitato del soggetto
sieropositivo sia un passaggio ad un più attento esame
nel qui e ora, delle potenzialità positive reali che la
vita può offrire.
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Silvia Corbella
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20133 Milano
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