| Da dieci minuti, siamo seduti intorno al
tavolo. I sette bambini, quattro maschi e tre femmine tra i nove
e i dieci anni sono silenziosi. Si guardano a vicenda osservando
con attenzione la piccola stanza che ci accoglie: nessun mobile,
solo una lavagna nera spicca sulle pareti bianche, e loro stanno
aspettando.
All'inizio di questa prima seduta di psicoterapia di gruppo, ho
ricordato loro che insieme divideremo questa esperienza comune
e proveremo a capire quel che succede tra di noi.
Ho detto anche che potremmo parlare liberamente di cio' che viene
in mente; eppure da dieci minuti non parlano, non si muovono,
ma sotto il tavolo le gambe si agitano.Come ogni volta,all'inizio
sono un po' inquieto, mi interrogo come loro, e mi chiedo: come
andrà?
Ho avuto piu' volte l'occasione di incontrarli,soli o con i genitori;
conosco le loro difficoltà: inibizione, turbe del sonno, enuresi,
turbe dell'attenzione.
La prevalenza psicopatologica è di natura nevrotica, il livello
di verbalizzazione corretto. La mediazione del linguaggio sostenuta
dalla possibilità di disegnare sulla lavagna e di ricorrere a
sequenze di gioco drammatico,giustifica, secondo me l'assenza
di pennarelli, giocattoli o pongo che avrei potuto utilizzare
con bambini più giovani o regressivi. A meno che il piccolo Jacques
indirizzatomi all'ultimo momento, "raccomandato" da
un collega che non trovava nessuno psicoterapeuta per questo bambino
instabile dalla verbalizzazione mediocre, non venga a trasformare
il nostro incontro settimanale in un combattimento in cui la messa
in atto ansiosa non potrebbe che intralciare la parola?
Ma presto, mi accorgo che dietro questi pensieri inquieti si profila
la dimensione istituzionale: non ho saputo rifiutare pur sentendo
in questa domanda urgente, che mi impediva di rispettare il mio
protocollo abituale, la messa alla prova della terapia di gruppo,
come se si dovesse ogni volta dimostrare la sua validità.
L'analisi dei primi segni del mio controtransfert non deve farmi
dimenticare che i bambini stanno aspettando.
Questa persona adulta insolitamente non direttiva li turba; non
è abituale proporre ai bambini di esprimersi liberamente in presenza
di un grande; il riferimento al gruppo si riduce infatti per loro
alla classe in cui si ascolta la parola del maestro o alla situazione
della fratellanza a cui si tenta di imporre il silenzio.
Ma io non sono nè maestro né genitore, e devo dividere con i bambini
un'esperienza gruppale, il cui obiettivo è di essere terapeutica.
Un mio atteggiamento silenzioso potrebbe essere risentito da loro
come ostile, ma anche le domande o le sollecitazioni potrebbero
avere un significato superegoico, o addirittura seduttore. Infatti
sto con loro, divido le loro emozioni, ma non sono come loro,
sono un adulto.
Al di là della domanda(come stare insieme e essere diversi?) cio'
che conta è che i miei atteggiamenti, il mio silenzio facciano
di questo silenzio un legame e che questo legame dia a tutti la
possibilità di pensare ,di interrogarsi su quanto ci ha riunito,
senza sembrare ostile.
Ed è infatti quel che succede: dopo una sollecitazione si precisa
timidamente una domanda:
"Di che cosa parleremo"?
Io sento: Di cosa vuole che parliamo, e rispondo:
"Potremmo rifletterci insieme"
In effetti lo spazio gruppale è fatto di ignoto, di vuoto, letto
delle proiezioni più inquietanti.
I bambini aspettano un aiuto, non li si puo' rimandare ad un "gruppo"
ipotetico, e ignorare la loro solitudine.
Il modello dissimmetrico del setting della cura analitica "il
paziente e l'analista" e il suo corollario che è l'analisi
del transfert, non conviene al quadro della psicoterapia di gruppo.
In effetti, la posizione in disparte puo' nascondere le implicazioni
emozionali condivise con l'insieme dei partecipanti, i quali definiscono
uno spazio comune al gruppo, in cui potrà svolgersi un 'attività
di pensiero comune, con un adulto che assume una funzione di co-pensatore
e non di oracolo (Neri C.,1994)
Nel caso presente, i bambini possono sopportare senza troppa angoscia
una situazione fatta di interrogazioni e di ignoto.
In seguito potranno verbalizzare le loro inquietudini e secondarizzarle.
Trovare in questa fase iniziale del gruppo un tema comune risulta
difficile. La difesa più abituale consiste nel provare a sfuggire
al gruppo tentando di personalizzare l'approccio:
Esempio di frase classica: " ci potremmo presentare!"
Oppure: " potremmo parlare dei nostri problemi"
Se il terapeuta non cade nella trappola tesa, rilanciando la proposta,
il che avrebbe per conseguenza di favorire un approccio individuale
piuttosto che la costruzione di uno spazio gruppale, i bambini
potranno allora incontrarsi interrogandosi sul quadro materiale
e rapidamente sulla sua capacità a contenere i loro eventuali
str aripamenti,quando capita loro di dire tutto
quanto pensano davanti ad un adulto cosi' permissivo.
Siamo quindi messi a confronto col problema dei limiti e degli
straripamenti.
In effetti, la problematica sottostante a tali commenti è la questione
del blocco pulsionale e di ciò che è interdetto: se ci lasciamo
andare a dire tutto ci prenderanno per dei matti! E come faranno
le pareti e l'aula a sopportare gli eccessi di eccitazione che
produrranno le nostre divagazioni? Ci punirà il terapeuta?
E' dunque importante la funzione contenitrice del terapeuta ,
ma ugualmente importante è il divenire dello spazio gruppale comune.
Durante questa prima seduta, la mia funzione è stata quella di
accompagnarli in questo cammino caotico cercando di essere nello
stesso tempo presente e all'ascolto delle parole e delle emozioni,
senza essere ( almeno spero) in alcun momento induttore. Insieme
scopriamo la nostra capacità a funzionare in un quadro che sarà
, spero, sufficientemente solido da permettere di simbolizzare
le emergenze delle conflittualità inter-individuali e intra-psichiche.
In ogni modo, ho scelto di non sottolineare, e di non interpretare
in questo inizio del gruppo gli elementi persecutori, poichè penso
che avrebbero avuto l'effetto di accentuare il carattere pericoloso
della situazione.
Dare senso troppo presto a questi elementi vissuti non potrebbe
che confermare che il gruppo è pericoloso.
E ovvio che con questi piccoli pazienti dalle funzioni para-eccitatorie
scarse, l'ansia troppo invadente si manifesta con la fuga nell'eccitazione
e nella messa in atto.
Il ruolo di co-pensatore dell'adulto è messo in tale caso alla
prova, e un aiuto più tangibile puo' esser dato ai bambini mediante
interventi sostenuti da mediazioni diverse; cio' consente all'affetto
di esprimersi simbolicamente in un'attività condivisa.
Un atteggiamento assolutamente non direttivo potrebbe solo
esacerbare il vissuto di abbandono, e provocherebbe una eccitazione
difensiva-maniacale difficilmente elaborabile.
Abbiamo voluto iniziare questo lavoro con alcune riflessioni preliminari
basate su una situazione clinica, per mostrare che dal nostro
punto di vista, è difficile , qualora si parli di gruppo , applicare
un modello unico.
Il lavoro terapeutico in gruppo per bambini, non risiede come
pensano alcuni autori nord americani (Slavson e Schiffer) in riaggiustamenti
delle identificazioni e delle interazioni tra bambini,effettuati
attraverso un lavoro sulla rivalità , l'aggressività e le frustrazioni,
senza tener conto dei rapporti con l'adulto.
Secondo noi si pone invece per prima la questione della differenza
delle generazioni, poichè la caratteristica essenziale dei gruppi
di bambini risiede nella riunione dissimmetrica di adulti e di
bambini. Cio' li distingue radicalmente dai gruppi terapeutici
di adulti, e implica una riflessione e un approccio metodologico
specifico che tenga conto della presenza dell'adulto, vissuta
diversamente a seconda dell'età .
Infatti, abbiamo potuto accertare, osservando nella realtà quotidiana
gli asili nidi, che il funzionamento in gruppo per il bambino
non puo' organizzarsi senza la partecipazione organizzatrice di
un adulto che consenta ai legami di liberarsi dalla loro componente
aggressiva.
All'età della latenza il gruppo si organizza spontaneamente intorno
ad un'attività di gioco o sportiva senza che la presenza di un
adulto sia indispensabile, all'infuori di un riferimento sociale
o normativo.
Infine, più tardi all'adolescenza, il gruppo si costituisce più
spesso contro l 'adulto in una preoccupazione di riconoscimento
reciproco e di ricerca identitaria.
In effetti, se il bambino prova rivalità nei confronti dei fratelli,
sorelle e compagni di gioco, il suo rapporto nei confronti dei
genitori e dell' adulto è generalmente tutt'altro. Attraverso
il loro sguardo e la loro parola , egli cerca un riconoscimento
e tende ad imitarli ; l'adolescente invece, puo' soffrire di una
superiorità gerarchica dell'adulto, che non ha più giustificazione
ai suoi occhi e che lo porta a contestarlo.
Cio' pone il problema della necessaria duttilità del terapeuta
di gruppi di bambini, poichè non esistono in questo caso regole
precise : le sollecitazioni trasferali sono talmente importanti
che risulta fondamentale per il terapeuta valutare personalmente
la distanza conveniente per assumere la funzione di oggetto narcisistico
e consentire cosi' un contatto identificatorio che permetta di
istaurare un ' area di illusione in cui possa svilupparsi il narcisismo
del bambino.
Con un gruppo terapeutico di bambini è essenziale ,pur privilegiando
il funzionamento collettivo, che ciascuno abbia la possibilità
di pensare che occupa un posto particolare, soprattutto nelle
prime sedute. Ma cio' va fatto senza mettere in primo piano le
problematiche individuali; le intervenzioni troppo personalizzate
tenderebbero ad accentuare le rivalità ed a far vivere ai bambini
un senso di esclusione poco propizio al senso di appartenenza
su cui poggia il lavoro terapeutico.
Non possiamo ignorare tuttavia, i movimenti transferali nei confronti
del terapeuta , poichè la nostra pratica si riferisce alla teoria
psicoanalitica. Si devono interpretare direttamente tali momenti
? E quale effetto avrà l'intervento sull'evoluzione del gruppo
?
Lo vedremo nei due esempi seguenti :
Nel primo esempio, il gruppo è composto di bambini dagli otto
ai nove anni. Per loro, il timore dell'ignoto si manifesta con
la paura della regressione e dello straripamento pulsionale, con
il crollo delle difese e la perdita delle nozioni acquisite difficilmente
grazie a contro-investimenti poco efficaci.
Tra questi, il desiderio di sedurre l'adulto è in primo piano.
Tuttavia, l'atteggiamento insolito di quest'ultimo, che non rimanda
ai comportamenti familiari, rinforza nello stesso tempo la paura
di deluderlo, e gli interrogativi circa le sue attese e il funzionamento
del gruppo.
Cio' puo' vedersi in questa vignetta clinica :
Siamo alla terza seduta: fin qui i bambini sono abbastanza silenziosi,
il terapeuta li invita a provare a capire insieme quanto sta succedendo.
Dopo un lungo silenzio, uno dei bambini parla delle vacanze. Lo
scambio si orienta allora sui viaggi all'estero e sulle difficoltà
di comunicazione con gente che non parla la medesima lingua. Viene
fatta loro l'osservazione che " forse è proprio come qui
".
Yvan riferendosi ai colloqui individuali svoltisi prima del gruppo,
pensa che sia più facile parlare quando si è in due, e che le
idee vengano più facilmente.
Natalie, da parte sua, dice che non è facile con i grandi. La
sua maestra chiede un lavoro collettivo poi la punisce perchè
parla con la vicina.
Yvan, dopo un silenzio un po' più breve : " io penso che
sia più facile parlarsi quando ci si conosce bene ".
Il terapeuta : " e per conoscersi " ?
Cristelle : " bisogna parlarsi " !
Eric, rivolgendosi all'adulto : " Lei ha detto che ci possiamo
dire dei segreti, pero' uno di noi puo' parlarne ai genitori e
loro possono parlarne ai loro amici ". Nuovo silenzio...
Nathalie : " Per ritrovarci, con le mie vicine di casa, abbiamo
fatto un buco nel reticolato ; moi padre mi ha punito dicendomi
che la prossima volta riflettero' prima di fare stupidaggini.
Tutti sembrano perplessi.
Il terapeuta tenta un'osservazione :
"Qui si potrebbe aver paura di dire sciocchezze e temere
che io mi arrabbi come un babbo severo ! "
Yvan : " Io non penso che Lei sia cattivo, mi fido di Lei.
Ma c'è gente di cui non mi fido, a scuola mi fidavo di tutti e
mi sono fatto attaccare ! Meno male che mio padre mi ha insegnato
a difendermi. "
Un po' più tardi, viene espressa l'idea che quando i bambini si
conosceranno meglio ci potrebbero essere non solo bisticci ma
anche botte.
Il terapeuta suggerisce allora che sono forse idee come quelle
ad impedire di parlarsi liberamente.
Yvan esclama : " Io penso che Lei non incoraggerà le botte,
che è piuttosto qui per riunire i pezzi e permettere che il gruppo
stia bene insieme, perchè se ci sono delle storie ogni cinque
minuti, non vale la pena che ci sia un gruppo."
Si vede in questa breve sequenza di gruppo composta in maggioranza
di bambini nevrotici, che l'adulto puo' essere investito rapidamente
nella sua funzione limitatrice e protettiva.
Deve percio' essere sufficientemente forte per proteggere dagli
effetti dell'aggressività, che impedirebbero il funzionamento
del gruppo. Ci riferiamo qui ai timori di straripamenti pulsionali
e all'eccesso di eccitazione legato alla rivalità, e alle angoscie
di abbandono riattivate dalla pluralità.
Questi bambini, ad ogni modo, hanno un buon livello di linguaggio.
Possono interrogarsi sulla situazione, dividere le idee ed esprimere
i loro fantasmi.
Questo lavoro di simbolizzazione, il " mettere in parole
" permette l'elaborazione ed evita " la messa in atto
".
Questa tonalità particolare è dovuta evidentemente al fatto che
domina in questo gruppo la problematica nevrotica.
Abbiamo l'impressione che abbiano già potuto interiorizzare in
modo stabile funzioni "genitoriali" sufficientemente
differenziate, che assicurano loro un quadro interno sicuro non
gravato di elementi persecutori.
Cio' permette loro di integrare quasi naturalmente, come farebbe
un gruppo di adulti, la funzione contenitrice del quadro.
Qualora i pazienti presentino patologie più gravi, ove dominano
problematiche narcisistiche, il rapporto con l'adulto è allora
caratterizzato dal desiderio di possederlo , con una modalità
di controllo, escludendo ogni sua spartizione tra i membri se
non sul versante della distruttività. Lo mostra l'esempio seguente:
Siamo alla seduta di ripresa della scuola dopo le vacanze di Ognissanti,
di un gruppo di bambini dai cinque ai sette anni.
Sul tavolo centrale , un gran foglio di carta. I bambini cercano
idee per riempire lo spazio, disegnare un sole, un quadrato, scrivere
nomi. Ma questi tentativi di riappropriazione degenerano presto
in una intolleranza reciproca, con il tentativo di ognuno d' imporre
la propria idea. Il foglio viene strappato e calpestato, il che
porta il terapeuta a verbalizzare la loro difficoltà a ritrovarsi
e a condividere, che li fa arrabbiare e calpestare le cose della
Signora x .
Un bambino dice allora: " La Signora x , dovremmo tagliarla
a pezzi, cosi' ne avremmo tutti un pezzo".
In quel momento un bambino prende in gesso per circoscrivere l'aula.
La crudezza di questo fantasma "tagliare a fette la terapeuta"
illustra la violenza del desiderio di possesso per lottare contro
la minaccia di desoggettivazione, di perdita identitaria legata
alla messa in gruppo vissuta come una violenza, a causa dell'angoscia
di abbandono e di annientamento.
Ci troviamo di fronte all'espressione di un modo di investimento
narcisistico dell'oggetto. La separazione che rinvia alla perdita
risulta qui impensabile.
La linea che circonda l'aula potrebbe essere un tentativo gruppale
per lottare contro le angoscie di smembramento proiettate sui
rischi di smembramento dello stesso gruppo.
Cosi', quando dominano le problematiche narcisistiche , con le
loro difese arcaiche quali, l'identificazione proiettiva, la scissione,
e il diniego, la relazione con l'adulto non puo' essere vissuta
altrimenti che sul modello del controllo e dell'intrusione.
Nel primo esempio, vediamo come l'interpretazione del transfert
negativo viene rifiutata dai bambini; essi ci esprimono il loro
bisogno all'inizio della terapia di gruppo, di un adulto sufficientemente
protettivo per affrontare la situazione gruppale.
La funzione contenitrice del terapeuta viene quindi sollecitata
ed è importante che lui tenga conto del bisogno dei bambini, bisogno
che permetterà al gruppo di organizzarsi in presenza del terapeuta.
Noi pensiamo che quel che sembra funzionare con questo tipo di
bambini sia il trattenersi dal dare interpretazioni che implicherebbero
troppo direttamente il terapeuta, e che metterebbero in moto movimenti
trasferali difficili da gestire in una situazione gruppale.
Nel secondo esempio, intervenendo al livello della rivalità, cioè
al livello edipico, mentre domina la problematica narcisistica,
si riattivano le manifestazioni violente poichè il funzionamento
in identificazione proiettiva rende l'interpretazione in termine
di libido d'oggetto inoperante e intrusiva.
Si puo' quindi pensare che l'interpretazione nel transfert in
risposta alla proiezione dei bambini, induca un vissuto di persecuzione
che lascia libero corso al sorgere di una difesa psicotica: "tagliare
a pezzi la terapeuta".
Secondo noi, piuttosto che dare senso al contenuto fantasmatico,
svelando la natura delle loro angoscie, la terapeuta avrebbe potuto
al contrario detossificare tale movimento manifestando un contenimento
attivo, aiutando ad esempio ad organizzare un disegno colletivo
o un oggetto in pongo , in altri termini tessendo dei legami.
In effetti, questi bambini non hanno soltanto come nel primo esempio,
bisogno di un adulto forte , per proteggerli dalla loro violenza
ma di un terapeuta che possa sopportare tale violenza senza mostrare
la propria forza; questa rinforzerebbe l'onnipotenza proiettata
dei bambini.
Per illustrare il nostro soggetto, possiamo evocare un gruppo
di sei bambini dai cinque ai sei anni funzionante da circa due
mesi. Le problematiche sono diverse, le turbe del comportamento
vi dominano pero' e vanno dall'inibizione fobica con mutismo all'instabilità
distruttrice.
All'inizio della seduta, i bambini sono intorno al tavolo, disegnano
e giocano con il pongo; cio' dura alcuni minuti.
Il terapeuta presta molta attenzione alle loro realizzazioni,
e sono soliti chiedergli aiuto. Ma quel giorno, non possono costruire
nulla.
Clement, vuole subito prendere il pongo, Solene si lamenta e Sonia
si accanisce contro il foglio che viene strappato con l'aiuto
di Clement; Il foglio ridotto a pezzi, il pongo, volano,arrivano
le botte sui più inibiti.
Sorpreso dalla rapidità del movimento, di cui non percepisce ancora
il significato, il terapeuta rimane stupefatto per un momento,
poi realizza che questa è la seduta di ritorno dopo le vacanze
e due sedute annullate per colpa di giorni festivi.
Evoca allora la difficoltà che hanno a ritrovarsi tutti insieme,
ma queste parole non hanno altro effetto che quello di suscitare
grida.
"Sta zitto, sta zitto!"
Egli prova ancora a parlare ma non appena ci riesce le urla diventano
rabbiose, il pongo gli arriva in testa;
Interiormente si rivolta, si sente sconcertato, un po' smarrito.
Prima di tutto prova difficoltà a pensare, poi gli viene in mente
che forse i bambini gli fanno vivere quanto hanno risentito loro
stessi durante questa lunga interruzione. Ma come trovare le parole
giuste continuando a riflettere. Senza una parola, si alza e comincia
a raccogliere ogni pezzo di carta o di pongo. Ci vuole del tempo,
lo fa minuziosamente e viene a mettere tutto apposto sul tavolo;
Ha allora la sorpresa di vedere tornare al tavolo alcuni minuti
dopo i bambini che si mettono a giocare riunendo i pezzeti di
pongo, e a disegnare sui frammenti di carta. Realizza allora che
in questo periodo iniziale del gruppo la sua funzione consiste
forse solamente a "raccogliere i pezzi" ( come aveva
detto cosi' bene il bambino del primo esempio) .
E infatti, il terapeuta, intervenendo sulla difficoltà a ritrovarsi
tutti insieme ha messo probabilmente l'accento non solo sull'
impotenza dei bambini ma sulla propria impotenza, riattivando
cosi' un clima di insicurezza.
Cio' permette di capire la reazione negativa dei bambini.
Alzandosi, egli ha potuto distanziarsi nei confronti dell' assalto
degli affetti violenti, ed ha ritrovato la sua posizione di adulto
contenente. L'importante, dopo questa lunga interruzione non èra
tanto di dare un significato alla seduta , ma piuttosto di mostrare
ai bambini che i loro straripamenti potevano essere accolti e
contenuti.
La messa in scena della funzione paterna: alzarsi, confermare
il suo posto di adulto, e della funzione materna: raccogliere
i pezzi, restaurare il gruppo , è stato un momento fecondo per
la dinamica gruppale. Esso ha permesso una riassicurazione
sufficiente.
Questa possibilità di figurazione aiuterà i bambini a ritrovare
un funzionamento più sereno.
In conclusione, in ragione delle angoscie suscitate dalla messa
in gruppo e tanto più quanto le patologie sono importanti, il
gruppo verrà vissuto in modo inquietante o persecutorio.
Più importanti saranno le difficoltà dei bambini, più l'adulto
dovrà essere in ascolto del loro bisogno di sicurezza e di contenimento.Non
esiste in effetti lavoro senza alleanza terapeutica, e questa
potrà avvenire solo se un clima di fiducia esiste tra bambini
e terapeuta.
Bibliografia
Neri C.(1994),Gruppo,Borla,Roma
Privat P ,Quelin-SoligouxD. (2000),L'enfant en psychothérapie
de groupe,Dunod,Parigi
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