| La psicologia dei gruppi ed alcuni elementi dinamici strutturali
del loro funzionamento sono propri di tutti i gruppi, ma vi sono
alcune variabili che cambiano in rapporto ai bisogni emotivi ed
ai compiti evolutivi connessi all'età di coloro che lo compongono.
La caratteristica fondamentale che distingue nettamente i gruppi
terapeutici per adulti e i gruppi composti da bambini o adolescenti
é l'unione asimmetrica, la copresenza di un adulto o adolescenti.
Il conduttore di un gruppo prima ancora che un terapeuta é agli
occhi di un adolescente un adulto e ciò dà immediatamente una
connotazione specifica alla loro relazione. In tutti i gruppi
di adolescenti prima o poi il terapeuta é interrogato e sulla
sua età, sulla sua decadenza fisica o sul suo invecchiamento.
L'adulto in un gruppo terapeutico di adolescenti é il testimone
fisico del tempo, della differenza dell'età e dunque della differenza
delle generazioni: ciò evoca il pensiero dell'invecchiamento e
presentifica la morte. Per accedere alla identità adulta, infatti,
l'adolescente deve accettare i cambiamenti del suo corpo e la
sua sessualità. Egli pertanto vive le angosce relative alla crescita
al cambiamento, alla nascita e alla morte. La perdita dell'infanzia
e l'elaborazione di questo lutto mette l'adolescente a confronto
con la dimensione del tempo, che egli tende a negare e gli consente
di comprendere le differenze tra passato, presente e futuro.
Inoltre la copresenza di un adulto e di adolescenti all'interno
di un gruppo dà una connotazione specifica alle relazioni e alla
comunicazione e all'interazione tra i comportamenti del gruppo.
Studi e ricerche sui gruppi in età evolutiva come quello di Vanni
(1992) ed altri hanno dimostrato infatti che la comunicazione
e la interazione di bambini e adolescenti tra loro (senza l'intervento
dell'adulto nei gruppi di bambini, o in assenza dell'adulto nei
gruppi di adolescenti) hanno delle caratteristuche differenti
rispetto a quelle che si sviluppano con gli adulti se questi,
partecipano in maniera attiva all'interazione. Quando i bambini
e gli adolescenti interagiscono da soli, lo scopo della comunicazione
e delle azioni é il compimento di un'esperienza e la realizzazione
di un progetto: le relazioni tra pari implicano uguaglianza, reciprocità:
l'altro non é investito di valori o timori particolari se non
da quelli derivanti dalla percezione dell'interazione che si attiva
sulla base delle capacità di ognuno e di un interesse contingente
comune.
Nelle relazioni tra pari colla presenza dell'adulto invece lo
scopo diventa il controllo della relazione con lui: prevalgono
infatti in questo contesto i comportamenti di affiliazione, di
richiesta di aiuto o di rassicurazione o nei gruppi di adolescenti
spesso di opposizione e di sfida all'adulto. Pertanto i comportamenti
e lo stesso apprendimento nei gruppi in cui é presente l'adulto,
non avvengono sull'asse diretto desiderio-sviluppo di capacità,
ma sono mediati e condizionati dal desiderio e dalle aspettative
dell'adulto. Ciò che é bene o male non é valutato prevalentemente
sulla base dell'esperienza e dell'esame di realtà, ma dalla prospettiva
di essere amato o dal timore di essere rifiutato dall'adulto e
per l'adolescente spesso dal bisogno di opporsi a lui.
In funzione di ciò il bambino e l'adolescente tendono ad occultare,
a non manifestare quelle parti spontanee ed autentiche di sé e
a non utilizzare quella capacità che nella loro mente non diano
loro la garanzia di instaurare il tipo di relazione desiderata
con l'adulto.
I risultati di questi studi confermano che le relazioni tra pari
sono essenziali allo sviluppo globale del sé e che il il sistema
di relazioni orizzontali tra pari e verticali con l'adulto rappresentano
due ambiti prossimali diversi dalla cui interazione nasce l'insieme
dinamico delle identità individuali.
In adolescenza il gruppo dei pari é il contenitore delle esperienze
di passaggio dalla posizione infantile a quella adulta. Nel momento
in cui l'adolescente deve affrontare un cambiamento, che da una
parte desidera, ma dall'altra avviene suo malgrado, che subisce
e che comunque gli viene imposto dall'interno, per la maturazione
sessuale del suo corpo e dall' esterno per le richieste dell'ambiente
di prestazioni adulte, egli é privo di un ancoraggio ad un mondo
specifico: egli non appartiene più al mondo infantile, e non ancora
al mondo degli adulti. Il gruppo dei pari diventa perciò per lui
un nuovo spazio transizionale che gli consente un nuovo ancoraggio:
all'interno del quale, nel contatto con i coetanei, egli può tollerare
i sentimenti di discontinuità e di solitudine, vivere esperienze
di fusione, di identificazione, ricercare e costruire nuovi modelli
e valori generazionali, realizzare relazioni con l'altro sesso.
Possiamo dire pertanto che gli adolescenti tendono a formare una
loro comunità e non permettono facilemente intrusioni al loro
interno da parte degli adulti. Il gruppo dei pari in adolescenza
infatti si forma solo con una presa di distanza nei confronti
dell'adulto. Questa soluzione sembra essere per l'adolescente
l'unica possibile per accedere all'autonomia.
Ma l'adolescente per le caratteristiche del suo funzionamento
mentale non ha bisogno soltanto del gruppo dei coetanei ma anche
dei genitori e di adulti che egli può trovare nel suo ambiente:
insegnanti, educatori, parenti. Egli, come dice Jeammet (1992)
ha fame di nuovi oggetti che assolvano alla funzione di organizzatori
e differenziatori del suo mondo interno per poter affrontare il
processo di crescita.
L'adolescente per mantenere il proprio equilibrio interno che
sente minacciato dalla spinta sessuale che sollecita la problematica
edipica, dalla progressiva separazione dai genitori e dalla modificazione
degli investimenti della loro rappresentazione interna, usa l'ambiente
esterno (famiglia, coetanei, adulti di riferimento) per indurli
a fungere da supporto o per poter proiettare su di loro parti
di sé o per far loro svolgere una funzione supplettiva delle proprie
istanze psichiche. In adolescenza l'Io é ancora fragile e le figure
dell'ambiente diventano pertanto nuovi oggetti della realtà esterna
che costituiscono lo spazio psichico allargato a cui l'adolescente
chiede di svolgere un ruolo ausiliario, per la riorganizzazione
del proprio mondo interno e per il mantenimento del proprio equilibrio
psichico.
IL GRUPPO TERAPEUTICO
Il gruppo terapeutico può essere in adolescenza uno strumento
terapeutico efficace perché offre una serie di vantaggi per facilitare
l'adolescente nel raggiungimento delle sue mete evolutive. L'adolescente
in gruppo infatti vive diversi tipi di relazioni, le più importanti
sono: la relazione con il terapeuta ordinata su un asse verticale
che é giocata su un piano di disparità come quella con i genitori
e quella con i coetanei, ordinata su un asse orizzontale, che
é un ambito nel quale l'adolescente vive un'attività mentale diversa
rispetto a quella con gli adulti.
Lo specifico del gruppo terapeutico é che l'adolescente può vivere
contemporaneamente una relazione verticale e relazioni orizzontali:
può vivere in certi momenti nel transfert e nella regressione
la relazione con il terapeuta, in altri sperimentare con lui una
relazione con un oggetto nuovo qualitativamente diverso rispetto
ai genitori e contemporaneamente vivere rapporti paritari con
gli altri componeneti del gruppo.
Si tratta di un'esperienza affettivamente complessa in quanto
riproduce i due modelli realzionali centrati sulla famiglia e
sui coetanei, questa volta però coesistenti con una reidizione
che, non solo può essere potenzialmente correttiva, ma che può
favorire una nuova riorganizzazione del mondo interno dell'adolescente.
L'adolescente ha bisogno del gruppo dei pari, da una parte per
trovare una risposta al suo bisogno di fusione, di gemellarità,
dall'altra, come dice Meltzer, per la scissione considerevole
del suo sé e dei suoi oggetti interni perché può proiettare sui
vari componeneti del gruppo quelle parti di sé che non riesce
a riconoscere e a tollerare nel proprio interno o che vuol reprimere
perché non corrispondenti al proprio ideale dell'Io e nel contempo
trovare nuovi oggetti di identificazione.
La partecipazione nel tempo ad un gruppo terapeutico la condivisione
con altri degli stessi bisogni di fusione, ma anche l'esternalizzazione
insieme ad altri di parti sé intollerabili come i sentimenti,
di odio, di vendetta, di attacchi squalificanti contro le figure
parentali danno all'adolescente la possibilità di sperimetare
quell'unità, quella continuità e coerenza che ancora gli manca
all'interno. La condivisione con gli altri, degli stessi bisogni,
degli stessi sentimenti, degli stessi meccanismi di difesa, scissione,
proiezione, idealizzazione, diviene un sostegno al sé dell'adolescente
ancora scarsamente coeso ed un rinforzo positivo al suo narcissismo.
Inoltre la meta a cui tende l'adolescente é l'acquisizione di
una propria identità differenziata.
All'interno di un gruppo terapeutico la varietà dei soggetti offre
all'adolescente la possibilità di riconoscersi in qualcuno di
loro che assolva la funzione di oggetto-sé che gli faccia vivere
uno scarto tra sé e l'altro non tanto grande da sentirsi diverso
e da procurargli una ferita insopportabile al proprio narcissismo.
Nel contempo la stessa varietà dei componenti del gruppo e la
presenza del terapeuta possono fungere da differenziatori tra
sé e l'altro, tra le proprie rappresentazioni interne parentali
e quelle degli altri, e rendere possibili nuove identificazioni.
Laufer ha osservato che non c'é adolescenza senza il rimaneggiamento
del narcissismo e la rimessa in discussione del sistema di idealizzazione;
l'adolescente mette in discussione le gratificazioni narcisistiche
dell'infanzia, in particolar modo quelle che provengono dai genitori
e dalle rappresentazioni parentali interne.
Come ha osservato Freud, quando i membri di un gruppo si identificano
con il capo, si identificano con una parte di sé proiettata in
lui, così, quando un adolescente si identifica con un altro, si
identifica con una parte di sé che ha proiettato nell'altro, ma
che vuol sviluppare nel processo di costruzione della propria
identità.
Queste diventano identificazioni dell'Io e sono percepite dall'adolescente
allo stesso modo delle istanze interne primarie ed egli le considera
allo stesso modo, come facenti parte cioé dell'ideale dell'Io,
e pertanto danno origine a nuove interiorizzazioni che modificano
il suo mondo interno e che consentono un rimaneggiamento dell'ideale
dell'Io infantile e del Super-Io edipico.
Come dice Marcelli (1994), l'adolescente nel suo percorso terapeutico
all'interno di un gruppo si trova anche coinvolto però in una
dinamica a cui é sotteso un ideale gruppale elaborato in base
alle teorie sulla terapia e ai modelli di cambiamento di ogni
componente del gruppo. L'ideale gruppale può essere forgiato a
volte in risonanza, altre volte in adesione, altre ancora, in
aperto conflitto con l'ideale del terapeuta. La contrapposizione
tra ideale gruppale e il progetto terapeutico dell'adulto conduttore
del gruppo può essere molto forte in alcune fasi della vita di
un gruppo. Anzieu (1976) ha osservato che il gruppo e in modo
particolare il gruppo di adolescenti funziona spesso in base alla
illusione gruppale: il gruppo viene investito di un fantasma onnipotente
di esuberanza e di potenza: all'interno di esso sono negate le
differenze e la morte. In questa fase il gruppo attribuisce a
sé l'onnipotenza e la perfezione dell'immagine dei genitori idealizzati
nell'infanzia e questo movimento, anche se comporta un temporaneo
rifiuto ad accettare i limiti personali e i limiti della vita,
dà al gruppo un energico slancio vitale.
In queste fasi il gruppo ricerca la conferma narcisistica della
propria potenza attraverso l'esclusione o l'emarginazione dell'adulto-terapeuta.
L'appartenenza al gruppo viene così a svolgere una funzione antidepressiva
che é utile al mantenimento dell'equilibrio e del rinforzo narcisistico.
Ma il gruppo terapeutico ha anche un'altra finalità che é quella
di sostenere e favorire il rpocesso di differenziazione e di individuazione
e separazione che comporta al contrario l'uscita dall'illusione
gruppale e il confronto con i sentimenti di impotenza, la castrazione,
la separatezza e la morte. Ciò richiede inevitabilmente all'adolescente
la capacità di assumere su di sé una certa dose di depressione
e solo elaborando il lutto della differenziazione e della separazione
l'adolescente può esprimere la sua soggettività e ritrovare la
sua identità e in questo modo uscire dall'adolescenza. Pertanto
lo scontro tra l'ideale gruppale e l'ideale del terapeuta può
essere forte e difficile da maneggiare non solo nella fase dell'illusione
gruppale, ma anche in quei gruppi in cui sono presenti adolescenti
che stanno imboccando la strada dell'autosabotaggio delle proprie
potenzialità evolutive con l'assunzione del modello dell'anticondotta
(abuso di droghe e alcool) e con la tendenza ad identificarsi
con il ruolo del deviante. Questi adolescenti tendono a ricercare
la propria singolarità identitaria attraverso un segnale antisociale
forte, oppositivo e provocatorio contro il mondo degli adulti
di cui il terapeuta può essere identificato come il rappresentante.
Pertanto egli si può trovare nella difficle situazione di affrontare
lo scontro tra l'ideale del gruppo e l'ideale terapeutico. In
questi momenti si può sviluppare nel gruppo una cultura antiterapeutica.
Il terapeuta deve allora affrontare dei cimenti in cui egli é
solo e può contare solo sulle proprie capacità di pensiero e di
esperienza perché tutte le risorse del gruppo sono mobilitate
contro di lui e contro il progetto terapeutico. In questi momenti
il terapeuta deve saper rinunciare all'idea di un gruppo ideale:
egli si ritrova solo a svolgere la funzione pensante e riflessiva
del gruppo, ma con il ricorso al linguaggio egli può descrivere
ciò che avviene nel gruppo, e favorire lo sviluppo delle capacità
di introspezione e di riflessione nei componenti del gruppo.
Possono essere di aiuto al terapeuta, in questi frangenti, quegli
adolescenti che hanno minori resistenze al lavoro terapeutico
e maggiori capacità introspettive o quegli adolescenti isolati
nel gruppo che, avendo difficoltà ad accettare le relazioni con
i pari, si possono alleare con il terapeuta rompendo la coalizione
del gruppo contro il progetto terapeutico. E' possibile allora
che nel gruppo si modifichi il precedente ideale e che attraverso
l'interazione e lo scambio venga elaborato un nuovo progetto terapeutico
frutto, in questa nuova fase dell'incontro co-soggettivo di tutti
i componenti del gruppo: adolescenti e adulto-terapeuta. Questo
può avvenire se il terapeuta, attraverso la comprensione empatica
ma anche con la confrontazione, riesce a favorire l'investimento
in ogni componente del gruppo sulle proprie capacità di pensiero.
Ogni adolescente nella sua esperienza di appartenenza e di interazione
alla vita del gruppo viene così indotto ad effettuare una serie
complessa di confornti per le molteplicità delle relazioni in
cui é coinvolto. Da un lato egli confronta ciò che esiste entro
il proprio ideale, con ciò che connota l'ideale degli altri singoli
adolescenti e del terapeuta, da un altro lato confronta ciò che
esiste entro l'ideale parentale e familiare che sta sottoponendo
a revisione critica e che si accinge ad abbandonare, con l'ideale
del progetto terapeutico del gruppo: questo può essere fonte di
forti tensioni e conflitti perché l'ideale edipico e il proprio
ideale possono non essere conformi a ciò che i coetanei del gruppo
si aspettano da lui.
Se i dubbi e le incertezze generate da questi confronti sono riconosciuti,
tollerati ed accettati si creano allora le condizioni di un'elaborazione
psichica. In quensto processo l'adolescente cercherà di aderire
all'ideale gruppale e a utilizzare l'ideale terapeutico del gruppo
e del terapeuta come base di appoggio dei suoi soggetti identificatori
costitutivi del suo futuro ideale dell'Io adulto. L'osservazione
e l'analisi di questa dinamica e dei comportamenti identificatori
all'interno del gruppo permetteranno al terapeuta di comprendere
se essi sono un tentativo di emancipazione dai legami degli oggetti
edipici o se invece sono un modo di risolvere questo conflitto
con un adeguamento passivo all'ideale del gruppo, un adeguamento
conformista di facciata che lascia intatto il legame agli oggetti
edipici interni, che preclude l'espressione della propria soggettività
e lo sviluppo di una identità autonoma.
IL TRANSFERT
A differenza di quello che avviene in una relazione duale, in
un contesto gruppale, per quanto la regressione possa essere intensa,
difficilmente i pazienti perdono completamente la capacità di
fare l'esame di realtà, perché l'interazione con i coetanei li
àncora più saldamente ai dati percettivi e pertanto nel gruppo
le manifestazioni tranferali sono generalmente più diluite.
Quando in gruppo si attiva un transfert tra un singolo paziente
e il terapeuta o in transfert laterali tra un paziente e un altro
riteniamo che questo debba essere interpretato tempestivamente
in modo che possa essere elaborato e spesso può essere risolto
anche nel corso di una seduta. Questo perché il terapeuta, quando
qualcuno all'interno del gruppo proietta su di lui un'immagine
parentale indifferenziata, può svincolarsi più facilmente che
in un trattamento individuale. Infatti se ad esempio un adolescente
vive in una determinata interazione il terapeuta "come se
fosse ingiunsto o indifferente come il proprio padre" può
venire immediatamente disconfermato dagli altri compagni e poiché
ciò che viene consensualmente riconosciuto come vero dai componenti
del gruppo viene assimilato alla realtà, il transfert può essere
facilmente risolto e il "é come se tu fossi come mio padre"
raramente si trasforma in "tu sei come mio padre" col
carattere ripetitivo e concreto del transfert di tipo psicotico.
E' la presenza degli altri come oggetti esterni che funge da differenziatore
delle rappresentazioni interne. Ed é proprio il carattere di novità
di questi oggetti, la loro differenza dai genitori che permette
lo spostamento su di loro delle rappresentazioni inconsce e la
verifica delle differenze.
Pertanto le differenze sostenute dalla realtà possono essere percepite
quando la forza dei movimenti regressivi possono trascinare l'adolescente
verso la confusione e attenuare il peso dell'immaginario e delle
angosce ad esso collegate. L'evoluzione in un gruppo terapeutico
perciò si costituisce spesso grazie alle piccole differenze, agli
scarti, tra le rappresentazioni parentali interne e il terapeuta
o gli altri componenti del gruppo nella loro realtà attuale.
Ma poiché il transfert nei confronti del terapeuta, non é al centro
del lavoro terapeutico di gruppo, é indispensabile che quando
si manifesta sia prontamente riconosciuto dal terapeuta. Egli
deve essere capace in questi momenti di abbinare alla lucidita
interpretativa la disponibilità ad un accogliemento empatico del
paziente. L'insorgenza del transfert massiccio all'interno di
un gruppo, dice Bernard (1994), non é molto frequente, quando
questo si verifica come il segnale che per questi adolescenti
qualcosa é stato violato nell'instaurazione del legame primario
con l'altro che fin dall'origine é mancato il riconoscimento delle
reciproche differenze. Questa falla é di grande ostacolo e rende
difficile l'elaborazione del lutto dell'arcaico fusionale. E'
il segnale della regressione, del passato che ritorna e che si
ripete, perché le ferite antiche sono ancora aperte e che l'adolescente
rimane impigliato nella confusione e nell'indifferenziazione che
non gli permettono di discriminare i genitori reali dalle immagini
parentali interne e del terapeuta o nella sua realtà attuale.
In questi momenti il terapeuta, insieme ai componenti del gruppo,
ha il compito di evidenziare, attraverso la confrontazione, le
differenze tra passato e presente e gli elementi di novità della
interazione gruppale. Questo perché riteniamo che l'asse portante
del lavoro terapeutico in un gruppo non sia tanto quello di favorire
il transfert, e di interpretarlo tempestivamente quando insorge
per rendere possibile il processo di differenziazione e l'investimento
su nuovi oggetti di identificazione.
Riteniamo infatti che la parte preminente del lavoro terapeutico
gruppale si debba appoggiare sullo sviluppo e sull'elaborazione
delle modalità di comunicazione più specifiche tra pari che l'adulto
deve rispettare favorendo l'espressione franca ed autentica dei
propri pensieri, di quelle parti di sé e di quelle capacità che
gli adolescenti tendono ad occultare nella relazione con l'adulto.
Il compito del terapeuta é quello di creare un vuoto e di aiutare
il gruppo a riempirlo con le proprie risorse. Solo così si possono
creare le condizioni perché i componenti del gruppo si vadano
incontro per costruire relazioni tra loro e per modificarle elaborando,
nella cosoggettività gruppale, un progetto terapeutico di gruppo
che ogni adolescente interpreterà personalmente, pur essendo collegato
all'ideale gruppale.
Nell'esperienza gruppale l'accettazione del gruppo consente l'emergere
del noi che esprime il sentimento di appartenenza, fratellanza
e affliazione, ma per differenziarsi e individuarsi l'adolescente
deve anche poter mettere in moto la propria capacità di pensare
e di assumersi la responsabilità dei propri pensieri. La tensione
dialettica nel gruppo tra io e noi può a volte polarizzarsi con
il rischio dell'alienazione o della confusione regressiva ma,
la presenza del terapeuta, può favorire l'esperienza di soggetti
co-pensatori nel gruppo. Come dice Kaës (1996) nel flusso associativo
gruppale alcune rappresentazioni mentali possono diventare improvvisamente
possibili e utilizzabili da alcuni componenti del gruppo che sono
in ascolto delle associazioni altrui. Nella loro mente si può
aprire un varco che fa affiorare nel processo delle rappresentazioni
mentali di contenuti inconsci. Questi contenuti inconsci, che
hanno avuto accesso al preconscio nel processo associativo gruppale
possono essere ulteriormente elaborati e possono essere trasformati
e diventare consci. Il processo associativo nel gruppo funziona
spesso come un dispositivo di metabolizzazione dell'attività del
preconscio, tappa intermedia ed essenziale per accedere alla consapevolezza.
CONCLUSIONI
In conclusione nella conduzione di un gruppo é importante che
il terapeuta sia consapevole del bisogno che l'adolescente ha
di stabilire una relazione con un adulto che gli consenta di fare
un investimento su di lui e sui coetanei come nuovi oggetti, e
che da una parte gli diano quella comprensione, quel riconoscimento
e quel sostegno narcisistico che può essergli mancato e che può
essere nell'attualità ancora carente nelle relazioni con i familiari
e dall'altra gli consenta la differenziazione e il distacco dalle
rappresentazioni parentali interne. Inoltre é importante che il
terapeuta sia consapevole del bisogno che alcuni adolescenti hanno
di idealizzarlo e che egli accetti e sostenga questo investimento
narcisistico senza rifiutarlo o confonderlo per servirsene come
conferma al proprio narcissismo o come se questa fosse una rappresentazione
adeguata della sua persona.
Solo così il terapeuta può permettere la graduazione dell'idealizzazione
e la sua progressiva umanizzazione aprendo all'adolescente la
possibilità di accesso al lutto. E infatti con l'appoggio sul
terapeuta e sui componenti del gruppo come oggetti nuovi così
investiti e con la messa in moto e lo sviluppo della funzione
riflessiva, che é possibile per l'adolescente il rimaneggiamento
della propria realtà interna in modo meno conflittuale e l'espressione
della sua soggettività.
L'incontro dell'adolescente con il gruppo dei pari e con il terapeuta
può così diventare un'occasione per una rifondazione ricostruttiva
del suo sé e della sua identità.
BIBLIOGRAFIA
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de psycotherapie psychanalitique de group", Paris 1994.
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Jeammet F. "Psicopatologia dell'adolescenza". Borla
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Kaes R. "La parola e il legame". Borla, Roma, 1996.
Laufer M. "L'adolescente suicida". Borla Roma, 1998.
Marcelli D. ed altri "Ideale dell'Io e riunione di gruppo
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Meltzer D. "Stati sessuali della mente". Armando, Roma,
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Vanni F. Secchi M. "Gruppi e identità". Cortina, Milano,
1982.
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