| Premessa
La ricerca psicoanalitica sui gruppi degli ultimi trent'anni,
ha messo in campo un certo numero di temi, che erano legati soprattutto
alla necessità di fondare una teoria, una modellizzazione
e una teoria della tecnica specifici, e alla necessita di differenziare
il proprio ambito di ricerca e di esperienza da quello classico
della teoria freudiana, oppure anche di fare in modo che le novità
non perdessero la tradizione. Questo è avvenuto nell'ambito
inglese, legato alle ricerche di Foulkes e Bion e cioè
soprattutto all'idea che un gruppo rappresenti un oggetto nel
suo insieme diverso dall'individuo e dalla somma di individui
che lo compongono, e sia da situare in una prospettiva fondamentalmente
diversa e specifica. Nell'ambito della psicoanalisi francese le
ricerche invece si sono orientate maggiormente verso la tradizione
freudiana, quasi estendendone la concezione al gruppo, studiando
il suo immaginario (Anzieu 1976) e il suo apparato pluripsichico
(Kaes 1976), nella linea di sviluppo, in parte, dell'idea dei
Baranger sul campo bi-personale (1963-87), fino alle ricerche
trans-generazionali (Faimberg, Kaes1995). Un indirizzo particolare
hanno preso gli studi argentini, orientati soprattutto a declinare
l'aspetto sociale e familiare della vita inconscia e ad affrontare
quindi sul piano teorico il limite fra relazionale e soggettivo
da un lato e gruppale e intrapsichico dall'altro. In tutti questi
ambiti e per diverse ragioni la tendenza è stata quella
di valorizzare e studiare gli aspetti utili a fondare una fisionomia
e una delimitazione dell'oggetto di ricerca e probabilmente si
è ritenuto superfluo o improduttivo mettere a confronto
le due metodologie, quella della analisi duale e quella di gruppo.
Direi che presumibilmente anche a causa di questo motivo, oltreché
per ragioni di ordine diverso, il tema della depressione nel gruppo
e della posizione depressiva vissuta nell'ambito del gruppo, non
compare fra i più trattati in questa letteratura. Più
frequentemente essa tende a sottolineare infatti i fattori della
nascita e del funzionamento del pensiero di gruppo e delle sue
capacità mitopoietiche (Corrao 1994); i temi peculiari
della fantasmatizzazione arcaica, relativa al gruppo visto come
interno del corpo materno e luogo del desiderio interdetto (Anzieu
1976); gli aspetti riguardanti la pluridimensionalità psichica
e le sue inter-correlazioni (Kaes 1993); la funzione narratologica
(Morpurgo 1986; Corrao op.cit.) e semantica della parola e del
discorso gruppale; le funzioni temporali, mitologiche, mnestiche
del gruppo istituzionale (Correale 1991); lo sviluppo degli stadi
evolutivi della vicenda affettiva e mentale del gruppo (Neri 1995);
la prospettiva multipla delle relazioni interne al gruppo, come
relazioni orizzontali e verticali, o anche attuali e storiche
(Puget 1994); l'elemento teatrale (Chianese 1997) e della costruzione
soggettiva (Lichtenberg 1996); la specificità dei sogni
come trama collettiva, propria del soggetto gruppale (Neri 1995;
Zanasi 1995), e altri elementi ancora. La depressione o il funzionamento
della depressione nel gruppo, in questo quadro, sembra piuttosto
far parte forse di un controcampo, o di un limite negativo, oppure
compare sotto forma di qualcosa di diverso, come inaccessibilità
o emarginazione dal processo gruppale: oppure, nella sua forma
di prodotto evoluto e costruttivo, come acquisizione delle differenze
individuali. Di fronte ad un compito così arduo come parlare
di qualcosa di troppo nuovo, se così si più dire,
è necessario delimitare quindi i termini di questa ricerca:
vorrei chiarire infatti, anche con una esposizione di sequenze
e commenti clinici, come la depressione nel gruppo, vi compaia
con un aspetto determinato e abbia un proprio andamento; spesso
essa più essere ben mascherata, anche per lungo tempo,
con difese che il gruppo potrebbe addirittura potenziare. La depressione
nel gruppo in particolare, non più essere affrontata, come
nell'assetto individuale, secondo un'attesa libera, ma invece
richiede una integrazione più veloce e ha un ritmo diverso,
perché il regime psichico e verbale del gruppo è
più produttivo e attivo di quello intimo della relazione
duale e utilizza lo scambio collettivo come maggiore capacità
e ampiezza dell'oscillazione, come diversificazione più
mobile dei piani di esperienza, di espressione e di approvvigionamento.
Nel gruppo i periodi inerti sono sentiti come devastanti e la
minaccia di disgregazione della comunità è molto
temuta: mettere in campo vissuti depressivi, accettarli, riconoscerli
è particolarmente gravoso e se è stata particolarmente
forte l'esperienza dell'illusione (Anzieu op.cit.), la fusionalità
o meglio l'integralismo" (Kaes 1994) e l'appartenenza (Marinelli
2000), a maggior ragione la de-idealizzazione, la de-fusione e
l'espulsione nella caduta depressiva possono diventare intollerabili.
Divengono importanti invece, in questa fase, la sintonia, la legittimazione
degli affetti vissuti, la fiducia nelle buone relazioni sviluppate
e nella tradizione delle risorse affettive, ideative, mnestiche,
i sentimenti di solidarietà, quali condizioni non solo
indispensabili, ma anche terapeutiche di per se, piuttosto che
l'esplorazione insistita a tutti i costi, che spesso rischia,
anche quando sia stata ben amministrata nelle condizioni precedenti
più produttive, di restare embricata con la difesa narcisistica
del gruppo, con l'impossibilità a rinunciare alla auto-idealizzazione
e con l'intolleranza verso il cambiamento.
Caratteri della depressione nel gruppo
La sensazione che può svilupparsi durante un lavoro di
analisi, quando la depressione manifesta la sua forza e tende
a svuotare il lavoro mentale, ad appiattirlo, o a renderlo troppo
concreto e frammentato, è una delle più penose.
Come un'idra dalle sette teste, la depressione rispunta, nascosta
da stati apparenti più vitali: idealizzazioni, pulsioni
violente o erotizzate, sensazioni disordinate, ripetizioni sovraintense.
Quando lo stato d'animo depressivo diviene esplicito e si instaura
nel gruppo, si fatica a mantenere salda e viva l'attenzione, a
mantenere la fiducia nei legami, nell'analisi e nel suo apporto
di elaborazione. Durante l'analisi personale, l'esperienza di
depressione si svolge all'interno di un contesto ricco di linguaggi
soggettivi e affettivizzati che il setting ha prodotto nel tempo
della sua intimità personale. Il rapporto e la continuità
fra il setting analitico e il mondo esterno sono sentiti come
distinti anche se reciproci. Invece nel gruppo gli eventi mentali
e emotivi hanno una dimensione più drammatica e totale
e il problema della depressione si presenta in un modo particolare.
La depressione ha nel gruppo un suo proprio andamento e sviluppo,
proprio perché il suo contesto è più espanso,
indifferenziato, la sua profondità primitiva è più
in vista e ha caratteristiche proprie, storia, prospettive esclusive.
La posizione depressiva nel gruppo
Credo che se in un gruppo l'analisi delle sue esperienze sarà
sufficientemente progredita, si svilupperà necessariamente
una posizione depressiva. Mi chiedo intanto se esista una posizione
depressiva del gruppo, e se è possibile o utile che esso
vi sosti. Penso che, diversamente dal suo equivalente nel setting
individuale, l'insistenza ripetuta su questo elemento nel gruppo
potrebbe presentarsi come distruttiva. La sua elaborazione rischia
di vanificare la qualità principale della concezione gruppale,
quella della vitalità ideativa e mitopoietica, della costruzione
narrativa e teatrale, del rispecchiamento e dell'origine di affetti
esclusivi e straordinari. Un primo modo di rispondere che prenderò
in considerazione usa un punto di vista specifico del gruppo,
considerato come organismo psichico in evoluzione attraverso vari
stadi (Neri op.cit.). In questa prospettiva la possibilità
di elaborazione depressiva Ë collocata nello stadio della
"Comunità dei Fratelli", durante il quale i legami
si defondono, la fusionalità dello "Stato Gruppale
nascente" si trasforma, la conoscenza si demitologizza, l'illusione
dell'appartenenza globale lascia il posto al riconoscimento delle
differenze individuali e il linguaggio diviene maggiormente realistico.
Un'altra prospettiva dalla quale è possibile enucleare
il tema della depressione del gruppo, è quella che presenta
A. Correale (op.cit.), parlando del "campo istitituzionale"
e dell'oscillazione del gruppo istituzionale fra le determinazioni
della sua tradizione, e la spinta verso la libertà ideativa;
o anche fra il tempo elaborativo dei miti fondanti dell'istituzione
e il tempo trasformativo del patrimonio di affetti, memorie e
pensieri, che ha caraterizzato la sua storia. Anche nelle ricerche
di D.Chianese (op.cit) questo elemento è trattato nella
prospettiva del "campo", con una sottolineatura degli
aspetti teatrali, virtuali e di costruzione della scena, che renderebbero
il sentimento depressivo più vicino alla elaborazione drammatica
e alla condivisibilità. Aspetti relativi al gioco (winnicottiano)
e alla pensabilità (Tagliacozzo 1993) sembrano essere molto
vicini alla trattazione di questo elemento, specie quando esso
si presenti nella sua forma diffusa e collettiva, o comunque all'interno
di una situazione comune. Quello che io tenterò di descrivere,
anche attraverso esempi clinici, è l'insieme delle caratteristiche
relative al particolare tipo di elaborazione del lutto, che può
avvenire all'interno di un gruppo, ipotizzando in tal modo che
si tratti di un processo dotato di qualità e modi propri.
Il lutto e il rito nel gruppo
All'interno di un gruppo l'esperienza dei suoi oggetti inerti
(devitalizzati) o morti (persecutori) e l'esplorazione delle sue
caratteristiche, può avvenire quando sia stato riconosciuto
il particolare tipo di difesa che il gruppo aveva adottato fino
a quel momento. Ma una vera risoluzione del problema del lutto,
completa o parziale, potrà darsi solo quando il gruppo
nel suo insieme sarà stato in grado di svolgere prima un
rito di svelamento e riconoscimento collettivo, e in un secondo
tempo un rito "funebre" di commiato. Lo stile del rito
dipende dai vissuti ereditati dalle fasi precedenti, dai loro
contenuti profondi, dalle rappresentazioni che il gruppo ne ha
dato, dalla particolare tonalità affettiva che ne é
scaturita. La esperienza depressiva non può risparmiare
al gruppo la ferita, rispetto ad una fase di grande espansione
della illusione narcisistica gruppale. Essa produce l'idea di
una perdita emorragica di tutti i contenuti e una caduta violenta
delle grandi speranze iniziali. La potenza di questo sentimento
genera l'impressione di un attacco distruttivo ai tesori interni
al gruppo, ai legami con gli altri membri e con l'analista: è
come se l'esperienza potesse diventare rapidamente inutile, distruttiva
e troppo svuotante. Ho riscontrato che sarebbe conveniente, quando
queste condizioni si presentino, operare in due direzioni: 1)
rialimentare e riarticolare il flusso degli apporti (sia nel senso
delle sofferenze che in quello delle risorse), sollecitando nuove
correnti affettive, nuovi poli di interessi e di idee, per esempio
anche immettendo partecipanti nuovi. 2) Favorire, parallelamente
al processo di individuazione degli elementi morti e mortiferi
e del loro specifico modo di funzionamento, anche un processo
dettagliato di ritessitura di quegli elementi. Questo potrebbe
svolgersi sia nel senso storico (la storia degli individui e la
storia del gruppo); sia verso i legami e le identificazioni incrociate
dentro al gruppo; sia utilizzando conoscenze amplianti (quali
il mito, il rituale, il culto, la fiaba o infine l'elemento nella
fila C della griglia bioniana) e sollecitando o rielaborando i
miti propri del gruppo. Infatti l'esperienza angosciante delle
cose sentite come morte, o semi-morte, o né morte né
vive rischierebbe nel gruppo, a causa del permanere del suo pensiero
primitivo (Bion 1961) e delle sue oscillazioni verso il disordine
e l'assunto di base, di diventare una esperienza iperconcreta
e immobilizzante del tipo non utilizzabile per la trasformazione
evolutiva. Mantenere l'ambiente emotivo fluido e permeabile e
consentire la circolazione e la rievocazione dei sentimenti di
stabilità e continuità, potrebbe essere indispensabile
e di aiuto, di modo che si attenui il senso di impotenza e inutilità,
o possa evolvere verso una condizione ritenuta più vivibile
e trasformabile. Un altro elemento che proporrei come adeguato,
deducendolo da un lavoro di G. C. Soavi (1997) sul "Mito
dell'eterno ritorno", riguarda l'utilità profonda
della ripetizione: nessuna esperienza luttuosa e nessun commiato
possono ritenersi tali nel gruppo, se non abbiano potuto organizzarsi
come rito, e quindi ripetersi, riproporsi in tutti i loro versanti
e significati; il rito, complesso, lento e ripetuto, può
mitizzare il suo ritorno e la sua eternità, possedere,
attrarre e uniformare tutti gli elementi che contiene e investe.
Per essere sicuro della propria presenza, e della propria capacità
di abbandonare i contenuti morti, spenti, o non-contenuti, il
gruppo deve sapere che resterà coeso di fronte all'esperienza
negativa; vuole sapere di averla percepita e affrontata e vuole
abituarsi a comprendere quanto sia doloroso il cambiamento e il
commiato da ciò che deve essere abbandonato, per creare
una differenza fra essere negativi e conoscere o fare esperienza
del negativo.
Tre elementi
Considererò tre elementi dell'oggetto depressivo: la svalutazione
malinconica; la devitalizzazione deficitaria; la persecuzione
vendicativa. Tutti questi aspetti sono stati studiati dalla letteratura
freudiana, kleiniana e dalle correnti più attuali, in particolare
la psicologia del sé. Credo che si tratti di prospettive
da valutare attentamente, se si vuole denotare una caratteristica
saliente del particolare oggetto depressivo che compare nel gruppo.
L'attenzione del gruppo infatti sembra essere attratta a cicli
verso determinati elementi, o, per riprendere l'immagine usata
dalla Greenacre nei suoi studi psicosomatici (1971), secondo un
andamento a cerchi concentrici, con un ritmo che porta verso momenti
successivi e ripetuti di acme. Prima di sintetizzare in un "rito"
collettivo gli elementi che lo comporranno, il gruppo si accerta
che essi siano stati immessi e collocati in un modo adeguato ed
esauriente nella sua cultura, cosicché sia possibile iscriverli
e rappresentarli in un rituale significativo, che diventerà
parte di una tradizione. Come vale per tutte le tradizioni e i
riti, essi sviluppano una funzione contenitiva e stabilizzante,
che è possibile sia arricchire sia reiterare, e una funzione
di comunicazione verso l'esterno: queste funzioni sembrano essenziali
per il senso di affrontamento del pericolo depressivo all'interno
del gruppo; per questo la nascita e lo sviluppo di un ampio e
profondo rituale di seppellimento dell'angoscia depressiva Ë
di grande importanza per consolidare il lavoro di analisi e soprattutto
il lavoro di interiorizzazione dei suoi risultati positivi, quali
le figure significative e i buoni legami con i fratelli e con
la comunità; la validità dell'analista e delle sue
qualità positive; l'esperienza fondante del metodo condiviso
e altro ancora. L'interpretazione in gruppo di questi elementi,
è richiesta di proporsi ripetutamente e in diversi modi
a seconda il tempo e il contesto. Credo che l'interpretazione
in gruppo, ammettendo di chiamarla così (Neri op.cit.),
non sia, come nel setting classico, qualcosa che si realizza in
quel momento all'interno di una relazione o anche di un "campo
bi-personale"; ma piuttosto l'annuncio o il segnale di un
percorso del campo, di una direzione che può mobilizzare
l'interesse collettivo, o forse un progetto affettivo e conoscitivo
che potrebbe realizzarsi. L'interpretazione, o la parola dotata
di senso e che veicola senso nel gruppo, è disseminata
di passato e di futuro, che ancora devono intrecciarsi (vedi l'idea
sull'interpretazione insatura, Gaburri 1992) e la sua fisionomia,
la sua efficacia e i suoi confini prendono forma man mano che
i suoi elementi si chiariscono o si producono; anche la sua meta
è transitoria e mobile nel tempo della seduta; e il suo
destinatario, che è un soggetto sovradeterminato, ha una
reversibilità e una polivalenza maggiore del soggetto individuale.
In questo senso la ripetizione non èsolo una cultura del
ritorno negli stessi luoghi, ma anche la costruzione di un sapere
che entrerà a far parte di un rito: e il rituale è
necessario per abbandonare il sapere mitologico in favore di una
conoscenza reale. Dall'oggetto depressivo nel gruppo, fin tanto
che non si sia liberato, con oscillazioni sempre più ridotte
e meno ravvicinate, delle sue embricazioni persecutorie e narcisistiche,
promana una attrazione ciclica che avvolge l'attenzione del gruppo
e richiede una risposta adeguata; la risposta, ripetendosi uguale
o sempre meglio differenziata, fornisce una risonanza con il lutto
e insieme una costruzione diversa da esso, ma sintonizzata con
il suo ritmo, che tenderebbe all'eternità. Il rito e il
culto, che contengono l'eternità, però la interrompono,
la scandiscono.
Situazione depressiva e processo di analisi in un gruppo terapeutico
Dopo un lungo periodo di elaborazione dei suoi temi luttuosi,
in un gruppo terapeutico che lavorava da molti anni, vi fu una
seduta particolarmente sintetizzante e direi "ritualizzata":
dalle memorie, dalle coincidenze e dai rispecchiamenti profondi,
nella quale furono narrati due sogni, che apparvero subito nella
loro essenza, identici fra loro.
Nel primo Giovanna riattualizzava la propria scena traumatica,
(la morte violenta della madre), immaginando che ella fosse dissepolta
e viva e di poter decidere se porvi definitivamente fine, facendola
morire nuovamente, oppure no. La madre diventava nel sogno violenta
e omicidaria contro Giovanna e per lei era facile decidere per
la condanna.
Nel secondo sogno Paolo era molestato dal proprio padre, (recentemente
defunto), e assentiva al suo omicidio da parte di un uomo, sul
quale il padre intendeva scaricare la colpa delle avvenute molestie.
I due sogni vennero subito sentiti dal resto del gruppo come espressivi
di qualcosa che esulava dall'immediata e riconoscibile associazione
con i temi storici sia relativi ai due sognanti - e al loro bisogno
di riorganizzare una visione di sé in relazione alle perdite
patite; sia al gruppo stesso, che nei momenti difficili tradizionalmente
rivedeva se stesso come preda di colpe laceranti e di mancati
desideri. In particolare vi fu perplessità per la loro
somiglianza e concomitanza, e anche per la loro ritualità:
il seppellimento, che avveniva in entrambi i casi per la seconda
volta, per colpa e per scelta sicura, obbligata. Le immagini erano
portate dai due partecipanti più recenti del gruppo, il
quale aveva lavorato per sei anni prima del loro arrivo, formando
uno stile, un linguaggio e una storia di non facile accesso per
i nuovi. Questi due partecipanti sembrarono con questi sogni rivelare
di voler fare uno sforzo per inserirsi meglio nelle tradizioni
del gruppo e per assumervi un ruolo importante e rinnovante, perassolvere
alcuni compiti.
Il primo, quello di rivitalizzare il gruppo da una depressione,
compiendo un rito di commiato, che il gruppo non si decideva a
compiere.
Il secondo, quello di apprendere a inserirvi il proprio lutto,
accelerando la rappresentazione dei contenuti più gravi,
per essere accettati e pienamente legittimati accanto ai compagni
di gruppo più antichi, più esperti e più
amati o più collegati fra loro, e legati all'analista.
Il terzo fu quello di presentare ben chiarito e sintetizzato il
compito, specifico di quel gruppo, di un rito funebre pubblico,
attivo, legittimato e definitivo. Sembrava infatti che in questo
modo i "nuovi" del gruppo riuscissero a valorizzare
la loro capacità di cogliere, meglio di chi era troppo
coinvolto, la natura profonda dell'elemento luttuoso di tutto
il gruppo e che d'altra parte la tradizione già lungamente
elaborata dal gruppo consentisse loro di farlo.
Il problema del gruppo, tormentoso e grave e vissuto per lungo
tempo in una complessa vicenda dalle molteplici dimensioni, si
era presto centrato su un tema: essere bambini non desiderati.
I bambini, come i morti, tornavano sempre uguali, senza vita e
senza speranza (Neri gruppo sul nuovi membri come ritorno dei
morti). Una seduta, centrale nella storia del gruppo, aveva rivelato
- incredibilmente - che tutti i suoi membri erano nati o per caso
o non desiderati o combattuti attivamente (con tentati aborti).
(Ma avevano resistito e vissuto). Nei momenti di difficoltà
questo dolore scatenava tutta la sua potenza mortifera. Intorno
a questa "scena modello" (nel senso di Lichtenberg)
si disponevano i ruoli, i legami, le coppie e i sottogruppi che
si formavano all'interno. Il paziente più sofferente, un
paziente borderline che per la sua particolare porosità
e rigidità tendeva a identificarsi con il campo gruppale
in toto e si sintonizzava con i suoi aspetti più fragili
e drammatici, era diventato il sensore, a questo piano patologico,
della situazione generale. Tutti gli altri così venivano
attratti per similarità o per contrapposizione a portare
i propri contenuti più consonanti. Suicidi realmente avvenuti
ed elementi psichiatrici familiari, tentativi di aborto, torture
psicologiche, abbandoni mai perdonati, esperienze di gravi denigrazioni
e manipolazioni distruttive e strumentalizzanti erano ormai emersi
- il repertorio del dolore era stato immenso, ma la vita poteva
riaffermare il proprio diritto perché un rito di commiato
dai morti e dagli oggetti morti lo consentiva. I caratteri di
questo rito, che sintetizzava in modo particolarmente aderente
i bisogni storici e lo stile del gruppo, ristabilivano un modo
proprio, originale ed esclusivo, di perdere attivamente gli oggetti
morti e abbandonarli al loro destino, per ristabilire l'ordine
della vita e dello sviluppo, e la discriminazione dalla morte
e dal tempo invaso dalla sua forza negativa. Se incontri il tuo
Buddha, vivilo.
Miti e rituali
L'ansia della morte è stata studiata secondo diverse prospettive:
qui l'interesse è quello di ritrovare in che modo e per
quali sue caratteristiche essa potrebbe essere iscritta nel quadro
del mito ed essere trasformata come qualcosa che può divenire
una pratica rituale. Il rito infatti è per sua natura collettivo,
il suo oggetto quindi (in questo caso la separazione dai morti)
contiene in sé caratteri generali o universali, legati
alla consuetudine sociale; i suoi partecipanti sono inseriti in
una tradizione e sanno di contribuire a rinforzarla, essendone
protetti e rinforzati. Inoltre il rituale ha una propria forza
comunicazionale, diretta verso un pubblico espanso nel tempo,
al di la di quello attuale. L'aspetto emozionale relativo al suo
oggetto acquisisce quindi caratteri particolari, meno soggettivi
e unilaterali, dotati di una potenza maggiormente espansa e atemporale
ed è rifornito di dignità e solennità maggiori.
Nei grandi miti della tradizione greca l'idea di morte, soprattutto
ad opera della poesia tragica del II secolo a.C., si organizzò
attraverso saghe o cicli di eventi, che riuscivano a teatralizzare
una vasta trama di personaggi e di relazioni e di fatti, destinati,
alla pari dell'epos omerico, a rappresentare per sempre un modello
comunicazionale di pulsioni, sentimenti e pensieri, ai quali sarebbe
mancata altrimenti una dimensione espressiva adeguata. Spesso
questi miti investivano gruppi e cicli di generazioni familiari
ed erano fra loro intrecciati (vedi, per fare solo pochi esempi,
il ciclo dell'Orestea, o la storia dei Labdacidi, Edipo, Antigone,
Eteocle e Polinice nei Sette a Tebe messi in versi nelle tragedie
di Sofocle) e molti altri, formando quindi una mappa complessa
e articolata di azioni e di idee, carichi di contrasti e di interrogativi,
che il modello tragico non era tenuto a sciogliere. E' nota l'importanza
che il teatro greco aveva all'interno della vita della polis,
per il suo valore sociale di aggregazione e di catarsi liberatoria
(secondo l'idea aristotelica), rispetto alle pulsioni violente
e distruttive. Anche ai nostri tempi il tema è dibattuto
relativamente al mito moderno: nella ricerca di Imbasciati e sugli
Schermi violenti, si esamina il doppio valore, di provocazione
liberatoria o invece incentivante, di quel cinema odierno che
inscena vicende dotate di dimensioni distruttive e ultraviolente
simili più che alla storia, piuttosto al mito catastrofale
(frequentemente messo in relazione con il tema della nascita negativa
della sessualità, con la separazione dalla famiglia e con
la generazione; oppure con l'estinzione millenaria del residuo
umano sopravvissuto all'era tecnologica). Affermerei che in entrambi
i casi, quello del mito classico e moderno, la redenzione finale
o soggiacente sia quella della ritualizzazione della morte in
una forma collettiva, condivisa, teatrale e abreattiva, nella
quale la dimensione dell'abbandono, in tutti i suoi gradi e modi,
sia celebrata in forma pubblica e in un tempo che contenga o sia
in grado di catturare l'eternità. Nell'antichità
pagana, presso la religione antropomorfica greco-romana, la concezione
relativa al transito dei morti voleva che quando il corpo restava
privo di sepoltura, la sua anima fosse condannata a vagare senza
diritto a entrare nel regno dei morti; mentre solo la pietas dei
sopravvissuti poteva assicurare pace e eternità. Nella
religione egizia la cura invece era addirittura concentrata sul
corpo stesso del defunto, esso infatti veniva conservato eternamente
attraverso la mummificazione: come se, a differenza dell'uso rituale
delle religioni monoteiste, che abbandonano il corpo alla terra
nella sepoltura, riservando all'anima l'elemento della memoria
e della vicinanza, invece il rito egizio riponesse nel corpo l'elemento
di inseparabilità e di compassione. Ritrovare nel gruppo
il rito idoneo al tipo di separazione che è possibile per
quella situazione e in quel momento, è un compito di notevole
importanza ed è intessuto per tutta la durata della elaborazione
depressiva, delle fantasie, dei sentimenti, delle idee e delle
emozioni più nucleari dei suoi membri e della loro produzione
comune.
Conclusioni
Sembra che nel gruppo i sentimenti depressivi vengano per un verso
evitati e per un altro verso costruiti lentamente, fino a che
possano essere vissuti ed elaborati. Inoltre è specifico
del gruppo il fatto che tali sentimenti o stati mentali per loro
natura tendano a frammentare l'esperienza e a renderne vuota o
inutile la condivisione, e che per questo la loro presenza venga
avvertita in particolare come una minaccia all'attività
principale e più specifica del gruppo, cioè quella
della messa in comune e della produzione di affetti confortanti
e rafforzanti e di idee pronte ad arricchirsi di diversi contributi
e libere di circolare. La depressione sembra attaccare questa
consuetudine o questa attesa e può essere più temuta
di altri tipi di attacchi. perché questa condizione possa
essere attraversata senza troppo terrore o delusione, il gruppo
dovrà produrre gli elementi utili a formare un rito, riconoscibile
ed esclusivo, per mezzo del quale l'accesso ai sentimenti di perdita
divenga meno spaventoso e la loro elaborazione non tenda verso
l'esplosione e il vuoto. L'esperienza della perdita si ripete
in diverse forme nel tempo del gruppo: dalla richiesta di alloggiamento
e legittimazione iniziale dei contenuti angoscianti, al bisogno
di fare un deposito e una iscrizione degli oggetti riconosciuti
e propri, perché creino fondazione, continuità,
tradizione e memoria del gruppo: mentre la conoscenza e l'esperienza
si vanno affinando, il lavoro del lutto - la sua ripetizione,
il suo ritorno, la certezza di esserci - si plasma, si arricchisce,
si rende più acuto e sensibile, si collega con tutti gli
aspetti che competono alla vicenda del gruppo; l'ascolto e la
condivisione lo rassicurano e lo approfondiscono. Allora possono
comparire le prime oasi nel deserto della paura; la costruzione
e l'interiorizzazione divengono più attive, si può
sviluppare di nuovo la fiducia e la tenerezza e si può
abbandonare la quota più unilaterale del narcisismo gruppale,
a favore di un contatto più sincero e realistico. Nel gruppo,
la "posizione depressiva", quando nasce da un commiato
ordinato, da un rito di seppellimento collettivo, può trasformare
profondamente la trama mentale e affettiva dei suoi elementi.
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