La psicoterapia di gruppo con pazienti psicotici e borderline

L' ELABORAZIONE DELLA DEPRESSIONE NEL GRUPPO
Stefania Marinelli


Premessa

La ricerca psicoanalitica sui gruppi degli ultimi trent'anni, ha messo in campo un certo numero di temi, che erano legati soprattutto alla necessità di fondare una teoria, una modellizzazione e una teoria della tecnica specifici, e alla necessita di differenziare il proprio ambito di ricerca e di esperienza da quello classico della teoria freudiana, oppure anche di fare in modo che le novità non perdessero la tradizione. Questo è avvenuto nell'ambito inglese, legato alle ricerche di Foulkes e Bion e cioè soprattutto all'idea che un gruppo rappresenti un oggetto nel suo insieme diverso dall'individuo e dalla somma di individui che lo compongono, e sia da situare in una prospettiva fondamentalmente diversa e specifica. Nell'ambito della psicoanalisi francese le ricerche invece si sono orientate maggiormente verso la tradizione freudiana, quasi estendendone la concezione al gruppo, studiando il suo immaginario (Anzieu 1976) e il suo apparato pluripsichico (Kaes 1976), nella linea di sviluppo, in parte, dell'idea dei Baranger sul campo bi-personale (1963-87), fino alle ricerche trans-generazionali (Faimberg, Kaes1995). Un indirizzo particolare hanno preso gli studi argentini, orientati soprattutto a declinare l'aspetto sociale e familiare della vita inconscia e ad affrontare quindi sul piano teorico il limite fra relazionale e soggettivo da un lato e gruppale e intrapsichico dall'altro. In tutti questi ambiti e per diverse ragioni la tendenza è stata quella di valorizzare e studiare gli aspetti utili a fondare una fisionomia e una delimitazione dell'oggetto di ricerca e probabilmente si è ritenuto superfluo o improduttivo mettere a confronto le due metodologie, quella della analisi duale e quella di gruppo. Direi che presumibilmente anche a causa di questo motivo, oltreché per ragioni di ordine diverso, il tema della depressione nel gruppo e della posizione depressiva vissuta nell'ambito del gruppo, non compare fra i più trattati in questa letteratura. Più frequentemente essa tende a sottolineare infatti i fattori della nascita e del funzionamento del pensiero di gruppo e delle sue capacità mitopoietiche (Corrao 1994); i temi peculiari della fantasmatizzazione arcaica, relativa al gruppo visto come interno del corpo materno e luogo del desiderio interdetto (Anzieu 1976); gli aspetti riguardanti la pluridimensionalità psichica e le sue inter-correlazioni (Kaes 1993); la funzione narratologica (Morpurgo 1986; Corrao op.cit.) e semantica della parola e del discorso gruppale; le funzioni temporali, mitologiche, mnestiche del gruppo istituzionale (Correale 1991); lo sviluppo degli stadi evolutivi della vicenda affettiva e mentale del gruppo (Neri 1995); la prospettiva multipla delle relazioni interne al gruppo, come relazioni orizzontali e verticali, o anche attuali e storiche (Puget 1994); l'elemento teatrale (Chianese 1997) e della costruzione soggettiva (Lichtenberg 1996); la specificità dei sogni come trama collettiva, propria del soggetto gruppale (Neri 1995; Zanasi 1995), e altri elementi ancora. La depressione o il funzionamento della depressione nel gruppo, in questo quadro, sembra piuttosto far parte forse di un controcampo, o di un limite negativo, oppure compare sotto forma di qualcosa di diverso, come inaccessibilità o emarginazione dal processo gruppale: oppure, nella sua forma di prodotto evoluto e costruttivo, come acquisizione delle differenze individuali. Di fronte ad un compito così arduo come parlare di qualcosa di troppo nuovo, se così si più dire, è necessario delimitare quindi i termini di questa ricerca: vorrei chiarire infatti, anche con una esposizione di sequenze e commenti clinici, come la depressione nel gruppo, vi compaia con un aspetto determinato e abbia un proprio andamento; spesso essa più essere ben mascherata, anche per lungo tempo, con difese che il gruppo potrebbe addirittura potenziare. La depressione nel gruppo in particolare, non più essere affrontata, come nell'assetto individuale, secondo un'attesa libera, ma invece richiede una integrazione più veloce e ha un ritmo diverso, perché il regime psichico e verbale del gruppo è più produttivo e attivo di quello intimo della relazione duale e utilizza lo scambio collettivo come maggiore capacità e ampiezza dell'oscillazione, come diversificazione più mobile dei piani di esperienza, di espressione e di approvvigionamento. Nel gruppo i periodi inerti sono sentiti come devastanti e la minaccia di disgregazione della comunità è molto temuta: mettere in campo vissuti depressivi, accettarli, riconoscerli è particolarmente gravoso e se è stata particolarmente forte l'esperienza dell'illusione (Anzieu op.cit.), la fusionalità o meglio l'integralismo" (Kaes 1994) e l'appartenenza (Marinelli 2000), a maggior ragione la de-idealizzazione, la de-fusione e l'espulsione nella caduta depressiva possono diventare intollerabili. Divengono importanti invece, in questa fase, la sintonia, la legittimazione degli affetti vissuti, la fiducia nelle buone relazioni sviluppate e nella tradizione delle risorse affettive, ideative, mnestiche, i sentimenti di solidarietà, quali condizioni non solo indispensabili, ma anche terapeutiche di per se, piuttosto che l'esplorazione insistita a tutti i costi, che spesso rischia, anche quando sia stata ben amministrata nelle condizioni precedenti più produttive, di restare embricata con la difesa narcisistica del gruppo, con l'impossibilità a rinunciare alla auto-idealizzazione e con l'intolleranza verso il cambiamento.

Caratteri della depressione nel gruppo

La sensazione che può svilupparsi durante un lavoro di analisi, quando la depressione manifesta la sua forza e tende a svuotare il lavoro mentale, ad appiattirlo, o a renderlo troppo concreto e frammentato, è una delle più penose. Come un'idra dalle sette teste, la depressione rispunta, nascosta da stati apparenti più vitali: idealizzazioni, pulsioni violente o erotizzate, sensazioni disordinate, ripetizioni sovraintense. Quando lo stato d'animo depressivo diviene esplicito e si instaura nel gruppo, si fatica a mantenere salda e viva l'attenzione, a mantenere la fiducia nei legami, nell'analisi e nel suo apporto di elaborazione. Durante l'analisi personale, l'esperienza di depressione si svolge all'interno di un contesto ricco di linguaggi soggettivi e affettivizzati che il setting ha prodotto nel tempo della sua intimità personale. Il rapporto e la continuità fra il setting analitico e il mondo esterno sono sentiti come distinti anche se reciproci. Invece nel gruppo gli eventi mentali e emotivi hanno una dimensione più drammatica e totale e il problema della depressione si presenta in un modo particolare. La depressione ha nel gruppo un suo proprio andamento e sviluppo, proprio perché il suo contesto è più espanso, indifferenziato, la sua profondità primitiva è più in vista e ha caratteristiche proprie, storia, prospettive esclusive.

La posizione depressiva nel gruppo

Credo che se in un gruppo l'analisi delle sue esperienze sarà sufficientemente progredita, si svilupperà necessariamente una posizione depressiva. Mi chiedo intanto se esista una posizione depressiva del gruppo, e se è possibile o utile che esso vi sosti. Penso che, diversamente dal suo equivalente nel setting individuale, l'insistenza ripetuta su questo elemento nel gruppo potrebbe presentarsi come distruttiva. La sua elaborazione rischia di vanificare la qualità principale della concezione gruppale, quella della vitalità ideativa e mitopoietica, della costruzione narrativa e teatrale, del rispecchiamento e dell'origine di affetti esclusivi e straordinari. Un primo modo di rispondere che prenderò in considerazione usa un punto di vista specifico del gruppo, considerato come organismo psichico in evoluzione attraverso vari stadi (Neri op.cit.). In questa prospettiva la possibilità di elaborazione depressiva Ë collocata nello stadio della "Comunità dei Fratelli", durante il quale i legami si defondono, la fusionalità dello "Stato Gruppale nascente" si trasforma, la conoscenza si demitologizza, l'illusione dell'appartenenza globale lascia il posto al riconoscimento delle differenze individuali e il linguaggio diviene maggiormente realistico. Un'altra prospettiva dalla quale è possibile enucleare il tema della depressione del gruppo, è quella che presenta A. Correale (op.cit.), parlando del "campo istitituzionale" e dell'oscillazione del gruppo istituzionale fra le determinazioni della sua tradizione, e la spinta verso la libertà ideativa; o anche fra il tempo elaborativo dei miti fondanti dell'istituzione e il tempo trasformativo del patrimonio di affetti, memorie e pensieri, che ha caraterizzato la sua storia. Anche nelle ricerche di D.Chianese (op.cit) questo elemento è trattato nella prospettiva del "campo", con una sottolineatura degli aspetti teatrali, virtuali e di costruzione della scena, che renderebbero il sentimento depressivo più vicino alla elaborazione drammatica e alla condivisibilità. Aspetti relativi al gioco (winnicottiano) e alla pensabilità (Tagliacozzo 1993) sembrano essere molto vicini alla trattazione di questo elemento, specie quando esso si presenti nella sua forma diffusa e collettiva, o comunque all'interno di una situazione comune. Quello che io tenterò di descrivere, anche attraverso esempi clinici, è l'insieme delle caratteristiche relative al particolare tipo di elaborazione del lutto, che può avvenire all'interno di un gruppo, ipotizzando in tal modo che si tratti di un processo dotato di qualità e modi propri.

Il lutto e il rito nel gruppo

All'interno di un gruppo l'esperienza dei suoi oggetti inerti (devitalizzati) o morti (persecutori) e l'esplorazione delle sue caratteristiche, può avvenire quando sia stato riconosciuto il particolare tipo di difesa che il gruppo aveva adottato fino a quel momento. Ma una vera risoluzione del problema del lutto, completa o parziale, potrà darsi solo quando il gruppo nel suo insieme sarà stato in grado di svolgere prima un rito di svelamento e riconoscimento collettivo, e in un secondo tempo un rito "funebre" di commiato. Lo stile del rito dipende dai vissuti ereditati dalle fasi precedenti, dai loro contenuti profondi, dalle rappresentazioni che il gruppo ne ha dato, dalla particolare tonalità affettiva che ne é scaturita. La esperienza depressiva non può risparmiare al gruppo la ferita, rispetto ad una fase di grande espansione della illusione narcisistica gruppale. Essa produce l'idea di una perdita emorragica di tutti i contenuti e una caduta violenta delle grandi speranze iniziali. La potenza di questo sentimento genera l'impressione di un attacco distruttivo ai tesori interni al gruppo, ai legami con gli altri membri e con l'analista: è come se l'esperienza potesse diventare rapidamente inutile, distruttiva e troppo svuotante. Ho riscontrato che sarebbe conveniente, quando queste condizioni si presentino, operare in due direzioni: 1) rialimentare e riarticolare il flusso degli apporti (sia nel senso delle sofferenze che in quello delle risorse), sollecitando nuove correnti affettive, nuovi poli di interessi e di idee, per esempio anche immettendo partecipanti nuovi. 2) Favorire, parallelamente al processo di individuazione degli elementi morti e mortiferi e del loro specifico modo di funzionamento, anche un processo dettagliato di ritessitura di quegli elementi. Questo potrebbe svolgersi sia nel senso storico (la storia degli individui e la storia del gruppo); sia verso i legami e le identificazioni incrociate dentro al gruppo; sia utilizzando conoscenze amplianti (quali il mito, il rituale, il culto, la fiaba o infine l'elemento nella fila C della griglia bioniana) e sollecitando o rielaborando i miti propri del gruppo. Infatti l'esperienza angosciante delle cose sentite come morte, o semi-morte, o né morte né vive rischierebbe nel gruppo, a causa del permanere del suo pensiero primitivo (Bion 1961) e delle sue oscillazioni verso il disordine e l'assunto di base, di diventare una esperienza iperconcreta e immobilizzante del tipo non utilizzabile per la trasformazione evolutiva. Mantenere l'ambiente emotivo fluido e permeabile e consentire la circolazione e la rievocazione dei sentimenti di stabilità e continuità, potrebbe essere indispensabile e di aiuto, di modo che si attenui il senso di impotenza e inutilità, o possa evolvere verso una condizione ritenuta più vivibile e trasformabile. Un altro elemento che proporrei come adeguato, deducendolo da un lavoro di G. C. Soavi (1997) sul "Mito dell'eterno ritorno", riguarda l'utilità profonda della ripetizione: nessuna esperienza luttuosa e nessun commiato possono ritenersi tali nel gruppo, se non abbiano potuto organizzarsi come rito, e quindi ripetersi, riproporsi in tutti i loro versanti e significati; il rito, complesso, lento e ripetuto, può mitizzare il suo ritorno e la sua eternità, possedere, attrarre e uniformare tutti gli elementi che contiene e investe. Per essere sicuro della propria presenza, e della propria capacità di abbandonare i contenuti morti, spenti, o non-contenuti, il gruppo deve sapere che resterà coeso di fronte all'esperienza negativa; vuole sapere di averla percepita e affrontata e vuole abituarsi a comprendere quanto sia doloroso il cambiamento e il commiato da ciò che deve essere abbandonato, per creare una differenza fra essere negativi e conoscere o fare esperienza del negativo.

Tre elementi

Considererò tre elementi dell'oggetto depressivo: la svalutazione malinconica; la devitalizzazione deficitaria; la persecuzione vendicativa. Tutti questi aspetti sono stati studiati dalla letteratura freudiana, kleiniana e dalle correnti più attuali, in particolare la psicologia del sé. Credo che si tratti di prospettive da valutare attentamente, se si vuole denotare una caratteristica saliente del particolare oggetto depressivo che compare nel gruppo. L'attenzione del gruppo infatti sembra essere attratta a cicli verso determinati elementi, o, per riprendere l'immagine usata dalla Greenacre nei suoi studi psicosomatici (1971), secondo un andamento a cerchi concentrici, con un ritmo che porta verso momenti successivi e ripetuti di acme. Prima di sintetizzare in un "rito" collettivo gli elementi che lo comporranno, il gruppo si accerta che essi siano stati immessi e collocati in un modo adeguato ed esauriente nella sua cultura, cosicché sia possibile iscriverli e rappresentarli in un rituale significativo, che diventerà parte di una tradizione. Come vale per tutte le tradizioni e i riti, essi sviluppano una funzione contenitiva e stabilizzante, che è possibile sia arricchire sia reiterare, e una funzione di comunicazione verso l'esterno: queste funzioni sembrano essenziali per il senso di affrontamento del pericolo depressivo all'interno del gruppo; per questo la nascita e lo sviluppo di un ampio e profondo rituale di seppellimento dell'angoscia depressiva Ë di grande importanza per consolidare il lavoro di analisi e soprattutto il lavoro di interiorizzazione dei suoi risultati positivi, quali le figure significative e i buoni legami con i fratelli e con la comunità; la validità dell'analista e delle sue qualità positive; l'esperienza fondante del metodo condiviso e altro ancora. L'interpretazione in gruppo di questi elementi, è richiesta di proporsi ripetutamente e in diversi modi a seconda il tempo e il contesto. Credo che l'interpretazione in gruppo, ammettendo di chiamarla così (Neri op.cit.), non sia, come nel setting classico, qualcosa che si realizza in quel momento all'interno di una relazione o anche di un "campo bi-personale"; ma piuttosto l'annuncio o il segnale di un percorso del campo, di una direzione che può mobilizzare l'interesse collettivo, o forse un progetto affettivo e conoscitivo che potrebbe realizzarsi. L'interpretazione, o la parola dotata di senso e che veicola senso nel gruppo, è disseminata di passato e di futuro, che ancora devono intrecciarsi (vedi l'idea sull'interpretazione insatura, Gaburri 1992) e la sua fisionomia, la sua efficacia e i suoi confini prendono forma man mano che i suoi elementi si chiariscono o si producono; anche la sua meta è transitoria e mobile nel tempo della seduta; e il suo destinatario, che è un soggetto sovradeterminato, ha una reversibilità e una polivalenza maggiore del soggetto individuale. In questo senso la ripetizione non èsolo una cultura del ritorno negli stessi luoghi, ma anche la costruzione di un sapere che entrerà a far parte di un rito: e il rituale è necessario per abbandonare il sapere mitologico in favore di una conoscenza reale. Dall'oggetto depressivo nel gruppo, fin tanto che non si sia liberato, con oscillazioni sempre più ridotte e meno ravvicinate, delle sue embricazioni persecutorie e narcisistiche, promana una attrazione ciclica che avvolge l'attenzione del gruppo e richiede una risposta adeguata; la risposta, ripetendosi uguale o sempre meglio differenziata, fornisce una risonanza con il lutto e insieme una costruzione diversa da esso, ma sintonizzata con il suo ritmo, che tenderebbe all'eternità. Il rito e il culto, che contengono l'eternità, però la interrompono, la scandiscono.

Situazione depressiva e processo di analisi in un gruppo terapeutico

Dopo un lungo periodo di elaborazione dei suoi temi luttuosi, in un gruppo terapeutico che lavorava da molti anni, vi fu una seduta particolarmente sintetizzante e direi "ritualizzata": dalle memorie, dalle coincidenze e dai rispecchiamenti profondi, nella quale furono narrati due sogni, che apparvero subito nella loro essenza, identici fra loro.
Nel primo Giovanna riattualizzava la propria scena traumatica, (la morte violenta della madre), immaginando che ella fosse dissepolta e viva e di poter decidere se porvi definitivamente fine, facendola morire nuovamente, oppure no. La madre diventava nel sogno violenta e omicidaria contro Giovanna e per lei era facile decidere per la condanna.
Nel secondo sogno Paolo era molestato dal proprio padre, (recentemente defunto), e assentiva al suo omicidio da parte di un uomo, sul quale il padre intendeva scaricare la colpa delle avvenute molestie.
I due sogni vennero subito sentiti dal resto del gruppo come espressivi di qualcosa che esulava dall'immediata e riconoscibile associazione con i temi storici sia relativi ai due sognanti - e al loro bisogno di riorganizzare una visione di sé in relazione alle perdite patite; sia al gruppo stesso, che nei momenti difficili tradizionalmente rivedeva se stesso come preda di colpe laceranti e di mancati desideri. In particolare vi fu perplessità per la loro somiglianza e concomitanza, e anche per la loro ritualità: il seppellimento, che avveniva in entrambi i casi per la seconda volta, per colpa e per scelta sicura, obbligata. Le immagini erano portate dai due partecipanti più recenti del gruppo, il quale aveva lavorato per sei anni prima del loro arrivo, formando uno stile, un linguaggio e una storia di non facile accesso per i nuovi. Questi due partecipanti sembrarono con questi sogni rivelare di voler fare uno sforzo per inserirsi meglio nelle tradizioni del gruppo e per assumervi un ruolo importante e rinnovante, perassolvere alcuni compiti.
Il primo, quello di rivitalizzare il gruppo da una depressione, compiendo un rito di commiato, che il gruppo non si decideva a compiere.
Il secondo, quello di apprendere a inserirvi il proprio lutto, accelerando la rappresentazione dei contenuti più gravi, per essere accettati e pienamente legittimati accanto ai compagni di gruppo più antichi, più esperti e più amati o più collegati fra loro, e legati all'analista.
Il terzo fu quello di presentare ben chiarito e sintetizzato il compito, specifico di quel gruppo, di un rito funebre pubblico, attivo, legittimato e definitivo. Sembrava infatti che in questo modo i "nuovi" del gruppo riuscissero a valorizzare la loro capacità di cogliere, meglio di chi era troppo coinvolto, la natura profonda dell'elemento luttuoso di tutto il gruppo e che d'altra parte la tradizione già lungamente elaborata dal gruppo consentisse loro di farlo.
Il problema del gruppo, tormentoso e grave e vissuto per lungo tempo in una complessa vicenda dalle molteplici dimensioni, si era presto centrato su un tema: essere bambini non desiderati.
I bambini, come i morti, tornavano sempre uguali, senza vita e senza speranza (Neri gruppo sul nuovi membri come ritorno dei morti). Una seduta, centrale nella storia del gruppo, aveva rivelato - incredibilmente - che tutti i suoi membri erano nati o per caso o non desiderati o combattuti attivamente (con tentati aborti). (Ma avevano resistito e vissuto). Nei momenti di difficoltà questo dolore scatenava tutta la sua potenza mortifera. Intorno a questa "scena modello" (nel senso di Lichtenberg) si disponevano i ruoli, i legami, le coppie e i sottogruppi che si formavano all'interno. Il paziente più sofferente, un paziente borderline che per la sua particolare porosità e rigidità tendeva a identificarsi con il campo gruppale in toto e si sintonizzava con i suoi aspetti più fragili e drammatici, era diventato il sensore, a questo piano patologico, della situazione generale. Tutti gli altri così venivano attratti per similarità o per contrapposizione a portare i propri contenuti più consonanti. Suicidi realmente avvenuti ed elementi psichiatrici familiari, tentativi di aborto, torture psicologiche, abbandoni mai perdonati, esperienze di gravi denigrazioni e manipolazioni distruttive e strumentalizzanti erano ormai emersi - il repertorio del dolore era stato immenso, ma la vita poteva riaffermare il proprio diritto perché un rito di commiato dai morti e dagli oggetti morti lo consentiva. I caratteri di questo rito, che sintetizzava in modo particolarmente aderente i bisogni storici e lo stile del gruppo, ristabilivano un modo proprio, originale ed esclusivo, di perdere attivamente gli oggetti morti e abbandonarli al loro destino, per ristabilire l'ordine della vita e dello sviluppo, e la discriminazione dalla morte e dal tempo invaso dalla sua forza negativa. Se incontri il tuo Buddha, vivilo.

Miti e rituali

L'ansia della morte è stata studiata secondo diverse prospettive: qui l'interesse è quello di ritrovare in che modo e per quali sue caratteristiche essa potrebbe essere iscritta nel quadro del mito ed essere trasformata come qualcosa che può divenire una pratica rituale. Il rito infatti è per sua natura collettivo, il suo oggetto quindi (in questo caso la separazione dai morti) contiene in sé caratteri generali o universali, legati alla consuetudine sociale; i suoi partecipanti sono inseriti in una tradizione e sanno di contribuire a rinforzarla, essendone protetti e rinforzati. Inoltre il rituale ha una propria forza comunicazionale, diretta verso un pubblico espanso nel tempo, al di la di quello attuale. L'aspetto emozionale relativo al suo oggetto acquisisce quindi caratteri particolari, meno soggettivi e unilaterali, dotati di una potenza maggiormente espansa e atemporale ed è rifornito di dignità e solennità maggiori. Nei grandi miti della tradizione greca l'idea di morte, soprattutto ad opera della poesia tragica del II secolo a.C., si organizzò attraverso saghe o cicli di eventi, che riuscivano a teatralizzare una vasta trama di personaggi e di relazioni e di fatti, destinati, alla pari dell'epos omerico, a rappresentare per sempre un modello comunicazionale di pulsioni, sentimenti e pensieri, ai quali sarebbe mancata altrimenti una dimensione espressiva adeguata. Spesso questi miti investivano gruppi e cicli di generazioni familiari ed erano fra loro intrecciati (vedi, per fare solo pochi esempi, il ciclo dell'Orestea, o la storia dei Labdacidi, Edipo, Antigone, Eteocle e Polinice nei Sette a Tebe messi in versi nelle tragedie di Sofocle) e molti altri, formando quindi una mappa complessa e articolata di azioni e di idee, carichi di contrasti e di interrogativi, che il modello tragico non era tenuto a sciogliere. E' nota l'importanza che il teatro greco aveva all'interno della vita della polis, per il suo valore sociale di aggregazione e di catarsi liberatoria (secondo l'idea aristotelica), rispetto alle pulsioni violente e distruttive. Anche ai nostri tempi il tema è dibattuto relativamente al mito moderno: nella ricerca di Imbasciati e sugli Schermi violenti, si esamina il doppio valore, di provocazione liberatoria o invece incentivante, di quel cinema odierno che inscena vicende dotate di dimensioni distruttive e ultraviolente simili più che alla storia, piuttosto al mito catastrofale (frequentemente messo in relazione con il tema della nascita negativa della sessualità, con la separazione dalla famiglia e con la generazione; oppure con l'estinzione millenaria del residuo umano sopravvissuto all'era tecnologica). Affermerei che in entrambi i casi, quello del mito classico e moderno, la redenzione finale o soggiacente sia quella della ritualizzazione della morte in una forma collettiva, condivisa, teatrale e abreattiva, nella quale la dimensione dell'abbandono, in tutti i suoi gradi e modi, sia celebrata in forma pubblica e in un tempo che contenga o sia in grado di catturare l'eternità. Nell'antichità pagana, presso la religione antropomorfica greco-romana, la concezione relativa al transito dei morti voleva che quando il corpo restava privo di sepoltura, la sua anima fosse condannata a vagare senza diritto a entrare nel regno dei morti; mentre solo la pietas dei sopravvissuti poteva assicurare pace e eternità. Nella religione egizia la cura invece era addirittura concentrata sul corpo stesso del defunto, esso infatti veniva conservato eternamente attraverso la mummificazione: come se, a differenza dell'uso rituale delle religioni monoteiste, che abbandonano il corpo alla terra nella sepoltura, riservando all'anima l'elemento della memoria e della vicinanza, invece il rito egizio riponesse nel corpo l'elemento di inseparabilità e di compassione. Ritrovare nel gruppo il rito idoneo al tipo di separazione che è possibile per quella situazione e in quel momento, è un compito di notevole importanza ed è intessuto per tutta la durata della elaborazione depressiva, delle fantasie, dei sentimenti, delle idee e delle emozioni più nucleari dei suoi membri e della loro produzione comune.


Conclusioni

Sembra che nel gruppo i sentimenti depressivi vengano per un verso evitati e per un altro verso costruiti lentamente, fino a che possano essere vissuti ed elaborati. Inoltre è specifico del gruppo il fatto che tali sentimenti o stati mentali per loro natura tendano a frammentare l'esperienza e a renderne vuota o inutile la condivisione, e che per questo la loro presenza venga avvertita in particolare come una minaccia all'attività principale e più specifica del gruppo, cioè quella della messa in comune e della produzione di affetti confortanti e rafforzanti e di idee pronte ad arricchirsi di diversi contributi e libere di circolare. La depressione sembra attaccare questa consuetudine o questa attesa e può essere più temuta di altri tipi di attacchi. perché questa condizione possa essere attraversata senza troppo terrore o delusione, il gruppo dovrà produrre gli elementi utili a formare un rito, riconoscibile ed esclusivo, per mezzo del quale l'accesso ai sentimenti di perdita divenga meno spaventoso e la loro elaborazione non tenda verso l'esplosione e il vuoto. L'esperienza della perdita si ripete in diverse forme nel tempo del gruppo: dalla richiesta di alloggiamento e legittimazione iniziale dei contenuti angoscianti, al bisogno di fare un deposito e una iscrizione degli oggetti riconosciuti e propri, perché creino fondazione, continuità, tradizione e memoria del gruppo: mentre la conoscenza e l'esperienza si vanno affinando, il lavoro del lutto - la sua ripetizione, il suo ritorno, la certezza di esserci - si plasma, si arricchisce, si rende più acuto e sensibile, si collega con tutti gli aspetti che competono alla vicenda del gruppo; l'ascolto e la condivisione lo rassicurano e lo approfondiscono. Allora possono comparire le prime oasi nel deserto della paura; la costruzione e l'interiorizzazione divengono più attive, si può sviluppare di nuovo la fiducia e la tenerezza e si può abbandonare la quota più unilaterale del narcisismo gruppale, a favore di un contatto più sincero e realistico. Nel gruppo, la "posizione depressiva", quando nasce da un commiato ordinato, da un rito di seppellimento collettivo, può trasformare profondamente la trama mentale e affettiva dei suoi elementi.

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