| Il
riproporre agli studenti la lettura dei testi di Foulkes tradotti
in italiano, mi ha stimolato a fare alcune riflessioni sullinfluenza
e lattualità del suo pensiero rispetto al lavoro terapeutico,
con particolare attenzione allo sviluppo della terapia di gruppo
in Italia.
Molti
sono gli scritti di autori italiani, gruppoanalisti e non, in
cui è espressamente riconosciuta limportanza delle opere
di Foulkes per lo sviluppo del lavoro gruppale.
Vale infatti la pena di ricordare che il libro di Foulkes Analisi
terapeutica di gruppo uscì nella traduzione italiana da
Boringhieri nel 1967, prima dunque sia della traduzione di Esperienze
nei gruppi di Bion (1971), che degli scritti dei teorici
delle relazioni oggettuali allinterno del pensiero psicoanalitico;
questi cominciarono ad essere tradotti in Italia dallinizio
degli anni 70.
Nel frattempo si era già svolto a Milano nel luglio 1963 il III
Congresso internazionale di psicoterapia di gruppo.
In quelloccasione si evidenziò, fra laltro, che il
lavoro di gruppo andava inteso come la possibilità di stabilire
con gli individui una relazione di tipo collettivo, in conseguenza
alle idee socioterapiche che affermavano : "se la società
fa ammalare, deve essere capace anche di far guarire.
Questa concezione, secondo Spaltro, sta alla base del cambiamento
nella definizione delle tecniche di gruppo che Foulkes denominò
prima analisi terapeutica di gruppo e in seguito (1975) gruppoanalisi,
cioè Una forma di psicoterapia praticata dal gruppo nei
confronti del gruppo, ivi incluso il suo conduttore. Donde il
nome di psicoterapia gruppoanalitica o gruppoanalisi.
Questo termine, come ci ricordano L. Ancona e E. Gatto
Pertegato (1994), era stato coniato per la prima volta da T. Burrow
nel 1923. Sia Burrow che Foulkes erano arrivati alla gruppoanalisi,
di cui entrambi rivendicarono limprescindibile specificità,
partendo dal lavoro psicoanalitico.
Fin
dallinizio del suo interesse per il lavoro gruppale Foulkes
aveva sostenuto che, se i concetti della psicoanalisi classica
potevano essere vantaggiosamente usati nel setting di gruppo per
facilitare i processi terapeutici, il grande numero di variabili
presenti nel gruppo modificava inevitabilmente luso dei
concetti medesimi rendendoli al massimo equivalenti ma mai identici
A questo proposito
L. Ancona (1996) nel suo articolo Psicoanalisi e gruppo-analisi
a confronto, rivendicando anchegli la specificità
gruppoanalitica, sottolinea che, se è vero che la gruppoanalisi
ha ricevuto un contributo fondamentale dalla psicoanalisi, tuttavia
si è da questa resa autonoma partendo da "un sistema inter-azionale
che mira a coinvolgere il soggetto nella sua dinamica...
Foulkes stesso (1975) aveva sostenuto che la gruppoanalisi è il
modo in cui studiare e riattualizzare i processi evolutivi per
lasciar spazio ai processi terapeutici, mentre la psicoanalisi
è il modo in cui trattare le cause del comportamento patologico
in senso cronologico. Questo
ovviamente non elimina la possibilità del reciproco
apprendimento e del mutuo arricchimento.
L. Ancona sostiene inoltre che
lo scambio fra queste due terapie è divenuto
particolarmente costruttivo grazie
alla tendenza che si è verificata allinterno della
psicoanalisi nel senso della valorizzazione sempre più decisa
delle relazioni oggettuali, con un viraggio che considera sempre
di più la dinamica delle forze sociali (Gill,1993). L. Ancona
sottolinea che si può ricondurre lorigine di questa tendenza
alla posizione assunta da Ferenczi, dal quale lanalista
comincia ad essere visto come una parte irrinunciabile dellarea
tecnica. A Ferenczi, che sembra quasi sia stato contagiato
dallincontro americano con Trigant Burrow, si è senza dubbio
rifatto il pensiero di Winnicott, di Spitz, di Kohut, di Paula
Heimann, di Racker e di Balint, per non parlare di Sullivan e
di Fairbairn.
Così
credo legittimo ipotizzare che lincontro con la traduzione
del primo libro di Foulkes, in cui lassunto costante è la
natura sociale dellindividuo, considerato come risultante
da molteplici interrelazioni,
abbia facilitato gli psicoterapeuti italiani ad accogliere
le successive traduzioni dei teorici delle relazioni oggettuali.
Sinceramente però devo dire che non ho cercato verifica a questa
ipotesi, che potrebbe essere una generalizzazione o anche una
proiezione della mia personale esperienza.
Infatti la lettura del primo libro di Foulkes, quando ancora ero
giovane allieva della scuola di specialità in Psicologia, insieme
alla lettura di E Zarathustra parlò ancora.. di D.Lopez
(1973), che fra laltro ebbe come suo docente allistituto
di psicoanalisi di Londra Foulkes medesimo, mi ha naturalmente
fatto avvicinare ai teorici delle relazioni oggettuali con grande
interesse e disponibilità mentale, e mi ha fatto accogliere con
molto piacere e curiosità luscita in italiano nel 1976 del
secondo libro di Foulkes La psicoterapia gruppoanalitica.
Di fatto diversi lavori di terapeuti di gruppo italiani, pur rivendicando
la specificità del lavoro gruppale, sottolineano larricchimento
che è derivato dalla conoscenza degli scritti di alcuni teorici
della relazione di oggetto e della psicologia del Sé (appunto
Ancona, Fasolo, Nucara, Menarini e Pontalti, Sommaruga, Napolitani,
Neri, LoVerso, Papa e io stessa, per citarne solo alcuni
).
Mi pare anche che sia lecito sostenere che la maggior attenzione
data al paradigma relazionale piuttosto che a quello pulsionale,
anche allinterno del pensiero psicoanalitico, è cronologicamente
avvenuto in parallelo con il consolidarsi della terapia di gruppo
in Italia e nel mondo.
Non credo che questo sia casuale, ma che evidenzi, quantomeno
nellambito terapeutico,
laffermarsi della centralità delle relazioni per
lessere umano. Sottolineano infatti LoVerso e Papa che la
soggettività ha la pluralità come radice, e lo studio delle dimensione
gruppale rappresenta un modello indispensabile per la comprensione
di questo versante del mentale, in tutta la sua profondità e ricchezza.
Non
è il caso qui di rivedere i fondamenti della gruppoanalisi che
comunque hanno indubitabilmente influenzato il lavoro clinico
in Italia, a cominciare dal lavoro pionieristico di Fabrizio Napolitani.
Vorrei però sottolineare
che le diverse scuole che in Italia si occupano di terapia di
gruppo, anche se non si definiscono di gruppoanalisi ( vedi per
esempio Saggi di psicoterapia di gruppo 1979, a cura
di Vanni) non possono prescindere dalla conoscenza del pensiero
di Foulkes, dal suo concetto di matrice, dalla comprensione del gruppo come situazione complessa nella
quale interagiscono livelli diversi delle relazioni interpersonali
(rete), con unintegrazione dinamica fra lintra e linter-personale.
Nel
suo bel libro Gruppo anche
Neri, che pure aveva cominciato ad interessarsi al lavoro
terapeutico gruppale partendo dai testi di Bion, riconosce in
Foulkes un maestro e un valido interlocutore e ricorda, fra gli
altri, gli importanti concetti di rete e di matrice, di plexus.
In particolare, rifacendosi a Foulkes, sottolinea la specificità terapeutica gruppale dovuta alleffetto specchio,
per cui un individuo impara a conoscere se stesso attraverso
l'azione che esercita sugli altri e attraverso limmagine
che essi si fanno di lui. Si richiama inoltre al concetto foulkesiano
di risonanza che ben evidenzia la capacità dei partecipanti a
un gruppo di cogliere le emozioni ed il vissuto degli altri membri.
Allinterno
del pensiero gruppoanalitico il discorso di Diego Napolitani,
che si esplica particolarmente in Individualità e gruppalità,
riprende originalmente il concetto del fondamento collettivo della
mente umana attraverso lattenzione ai tre universi relazionali
in cui si esprimono, il protomentale (P), il transferale (S) e
il simbolico (R), e in questa sua concettualizzazione opera una
sintesi ardita e creativa fra il pensiero di Foulkes e
alcune riflessioni di Bion.
Questi tre universi, sono sempre potenzialmente co-presenti
nel setting gruppale e interagiscono fra di loro. In particolare,
riferendosi alluniverso caratterizzato dagli aspetti protomentali,
egli originalmente afferma che ogni essere umano è portatore di
questo modo protomentale, di questa specifica esperienza dellessere
in relazione, che
persiste tutta la vita e quindi non indica necessariamente il
ritorno ad una particolare fase dello sviluppo evolutivo. Diversamente
da quanto sostiene Bion non si tratta di una regressione alla
fase più arcaica dellinfanzia, ma di una specifica condizione
che si riattiva con un carattere di assolutezza , particolarmente
in situazioni favorenti, come possono essere quelle del setting
gruppale, anche se, aggiungo io, è innegabile che sia caratteristica
delle fasi arcaiche dellesperienza.
Questa specifica modalità di stutturarsi dellesperienza
relazionale è caratterizzata dal fatto che : lindividuo
che la vive si trova immerso in un tessuto precoscienziale , allinterno
del quale il Sé e il non-Sé , il mentale e il corporeo, linterno
e lesterno , il proprio e laltrui sono inestricabilmente
intrecciati insieme.
Napolitani sottolinea anche che una delle caratteristiche dei
fenomeni protomentali è che si muovono al di fuori del tempo e
dello spazio adulto. Vi è unassenza di ogni processo
di sviluppo e vi
è uno spazio non categorizzato come interruzione di continuità.
Nella stessa seduta è possibile comunque la simultaneità di elementi
pertinenti a tutti e tre gli universi relazionali; solo il prevalere
delluno o dellaltro permetterà al
terapeuta di comprendere la fase che il gruppo sta attraversando.
D. Napolitani inoltre, per quanto riguarda luniverso relazionale
caratterizzato da aspetti
protomentali, condivide le ipotesi di Bion relative
a quelli che Bion (1961) stesso ha definito come assunti di base.
Gli assunti di base sono considerati lespressione della
mentalità di gruppo derivante dalla messa in comune
di desideri e impulsi inconsci che implica laggregarsi automatico
del gruppo in stati mentali collettivi, su basi esclusivamente
emotive, non elaborate, che comportano schemi rigidi di reazione
gruppale con massima perdita dellidentità individuale. Essi
sono, come è noto:
1) Assunto di base di Accoppiamento, caratterizzato dalla
credenza collettiva inconscia che da un accoppiamento idealizzato
possa avere origine una sorta di figura messianica da cui dipende
la possibilità futura di soluzione di ogni problema attuale, in
cui il gruppo si dibatte.
2) Assunto di base di Dipendenza, caratterizzato dal bisogno
di avere un leader da cui dipendere in modo totale, e da cui avere
la soluzione di ogni problema e anche da cui ottenere la realizzazione
dei bisogni e dei desideri.
3) Assunto di base di Attacco e fuga, caratterizzato dalla
fantasia che vi sia la necessità di attaccare un ipotetico nemico,
o fuggire da lui.
Condivido
con D.Napolitani il voler considerare luniverso del protomentale
come una potenzialità che lindividuo mantiene per tutto
il corso della sua esistenza e non necessariamente come una regressione
al livello più arcaico dellinfanzia.
Infatti, resa accorta dalle osservazioni di D. Napolitani, non
ritengo più che sia corretto parlare di regressione allo stato
protomentale, ma di riattualizzazione simbolica di quel particolare
livello di esperienza che il gruppo non solo rende possibile,
ma anzi facilita.
D. Napolitani sostiene anche che nella sua esperienza gli assunti
di base occupano porzioni puntiformi nella vita di un gruppo,
ma che la loro comparsa ai limiti dellevanescenza e latmosfera
di magia partecipata che evocano, sono le qualità che caratterizzano
lesperienza del nascente, che appunto, per la sua precaria
appariscenza è al limite dellineffabilità. Concordo con
queste ultime caratterizzazioni degli assunti di base sostenute
dallautore e, prima di avere avuto esperienza di supervisione
di gruppi di pazienti cardiopatici operati, avrei condiviso anche
la convinzione di Napolitani che gli assunti di base occupassero
porzioni puntiformi nella vita di un gruppo.
Viceversa, nei gruppi specifici cui ho fatto riferimento, essi
costituiscono i temi dominanti di ogni incontro. Questo mi permette
una piccola digressione relativa al fatto che il
presentificarsi più frequente di un aspetto piuttosto che
di un altro, all'interno del piccolo gruppo, costituirà una differenza
quantitativa che diverrà un differenziante qualitativo. Così a
seconda degli scopi che il gruppo si propone e dei tempi in cui
si svolgerà il lavoro gruppale (gruppi a tempo determinato o gruppi
aperti) il conduttore vedrà emergere più spesso alcuni aspetti
invece di altri e, allinterno della dialettica sempre presente
fra movimenti di fusione ed altri di individuazione, dovrà dare
spazio a quelle dinamiche maggiormente funzionali allo scopo che
il gruppo specificamente si è prefissato.
Riprendendo
il discorso relativo agli assunti di base mi piace ricordare e
concordare con quanto sostiene
D. Napolitani relativamente allassunto di base di accoppiamento
che a suo parere è quello che occupa centralmente lambito
delluniverso protomentale. Egli scrive: lassunto
di base di accoppiamento consiste in una sorta di eccitamento
condiviso col gruppo che dà allincontro una qualità di festa:
lincontro è pregno di una promessa, non definita per un
qualsiasi impegno o traguardo concreto, ma riverberata sullincontro
stesso, come a dire: "noi siamo per essere Noi"; la
consuetudine degli incontri seriali si lacera per dar luogo ad
una visione insolita par la quale lambiente nel suo complesso,
i singoli oggetti, i volti e i gesti delle persone, i loro abbigliamenti
si saldano in un tuttuno che contiene in sé un prodigio".
Napolitani considera lassunto di dipendenza e di attacco
e fuga come derivati da quello di accoppiamento e come ponti protesi
verso gli altri universi relazionali, per cui differenziandosi
da Bion ritiene che questi due assunti possano essere considerati
come particolari sviluppi dellassunto di accoppiamento,
anzi che essi si costituiscano come fondamento protomentale
dellesperienza stessa di sviluppo.
In particolare egli ritiene che lassunto di dipendenza,
in cui la dipendenza inizialmente rivolta al gruppo nel
suo insieme, il più delle volte si declina nel proiettare sul
conduttore il suo bisogno di un leader onnipotente, può essere
considerato una sorta di scoperta di dipendenza, come annuncio
di un modo specifico di manifestarsi del nascente in quanto possibilità
di riconoscimento intersoggettuale .
Lassunto di dipendenza è esperienza
nascente di sviluppo nel senso della storicità dellesistenza,
attraverso lapertura al riconoscimento confidente del mondo
Da
ciò potrebbe derivare lipotesi successiva che lassunto
di dipendenza sia origine dellesperienza del tempo nel suo
specifico carattere di irreversibilità: tempo come prospettiva
di mortalità, che trova proprio nella dipendenza intersoggettuale
la condizione fondamentale perché possa essere assunto soggettivamente
dalluomo.
Lassunto di dipendenza è dunque lassunto di "Cronos".
Lassunto di base attacco-fuga, viceversa, si presentifica
nel gruppo facendosi annunciare da una sensazione diffusa di mal-essere.
Il gruppo si mostra agitato, il parlare è concitato, i discorsi
si sovappongono gli uni agli altri, la gestualità è sconnessa,
alcuni si dimenano sulle sedie, cè chi scuote la testa,
le gambe o le braccia: tutto parla di un evento catastrofico
che incombe sul gruppo. La partecipazione emotiva a questo
stato di cose implica una dolorosa sensazione di spezzettamento
delle idee, delle emozioni, delle rappresentazioni, che investe
anche il terapeuta.
Lo stato protomentale può essere, in questa prospettiva, radicalmente
e simultaneamente minacciato dalla riattivazione dei gruppi interni
di appartenenza, magari stimolati da fatti che potrebbero parere
trascurabili da parte di unosservatore esterno. Ogni membro
del gruppo, viceversa, si sente immerso in una sorta di malessere di spessore corporeo indicato
da
D. Napolitani come stato di bisogno. In questa situazione
però lesperienza di bisogno è inarticolata ed
inarticolabile per cui si esprime
come una sorta di male psicosomatico che, nato
all'interno di una modalità relazionale
protomentale, è accompagnato dal sentimento dellira.
Lassunto di Attacco-fuga è dunque, secondo D. Napolitani,
la declinazione dellassunto di accoppiamento verso lindipendenza,
che in questo ambito significa solitudine senza riconoscimenti
intersoggettuali, senza amore, il perdersi angosciato e angosciante,
in un Noi frammentato e insensato. Napolitani sottolinea comunque
che anche lassunto di base attacco-fuga partecipa della
qualità (ri)fondatrice del Reale di tutti gli altri Assunti. Questultimo
però è caratterizzato da unesperienza particolarmente dolorosa
esprimibile nella separazione dallorigine e nellorigine
della separazione, nella solitudine. Lautore sostiene dunque
che mentre lassunto di Dipendenza è esperienza nascente
di sviluppo nel senso della storicità dellesistenza, attraverso
lapertura al riconoscimento confidente del mondo, quello
di Attacco-fuga è esperienza nascente di sviluppo nel senso della
spazialità, come solitudine. Lassunto di
Attacco-fuga è dunque considerato allorigine dellesperienza
di uno spazio diversificato, che una volta accettato come tale,
non ha però gli stessi caratteri di drammaticità del tempo: lo
spazio diversificato infatti, é reversibile (dentro-fuori).
Questa reversibilità strutturale dello spazio diversificato non
darebbe ragione dellangoscia legata allo spazio, quello
che prototipicamente alimenta la claustrofobia e lagorafobia;
questangoscia si riferisce probabilmente a una rappresentazione
protomentale di spazio, per cui la diversificazione degli spazi
è di per sé motivo di riattivazione dellassunto attacco-fuga.
Ciò perché lo spazio protomentale è lo spazio unico, monadico,
indifferenziato, ed è da questo spazio che nellassunto di
attacco-fuga si fa lesperienza di essere scagliati fuori.
Rispetto allo spazio dellorigine (metaforicamente spazio-prenatale),
lo sviluppo verso lo spazio differenziato è precipizio, catastrofe.
Lo stesso riconoscimento nascente della propria corporeità, come
spazio chiuso, delimitato, irrimediabilmente solitario, può essere
testimonianza insopportabile della perdita dello spazio monadico
dellorigine.
Se lassumere il tempo è un processo che si annuncia nel
protomentale come gradualità grazie allesperienza confidente
di dipendenza, assumere lo spazio differenziato si annuncia al
contrario come indipendente crisi catastrofica (nel
senso della teoria della catastrofe come processo contrapposto
ai cambiamenti graduali).
Ho cercato di riferire sinteticamente quanto scrive D. Napolitani
a proposito delluniverso protomentale caratterizzato, fra
laltro, dagli assunti di base bioniani, perché la chiave
di lettura che ispira lautore nel considerarli in modo articolato
mi pare particolarmente interessante e condivisibile anche per
quanto riguarda il vissuto di una fondazione arcaica dello spazio
e del tempo.
Molto
ancora ci sarebbe da dire rispetto allevoluzione del pensiero
gruppale in Italia che ha dato contributi originali e creativi
in diversi ambiti, per esempio in quello della terapia famigliare
grazie a Menarini
e Pontalti, in quello istituzionale
dei Servizi sanitari grazie a Correale, Fasolo, Gaburri,
in quello sociale grazi a Di Maria e Lavanco, e
sempre nel mantenimento dello spirito di
ricerca che ha caratterizzato gli scritti
di Foulkes e di Bion, attento a non saturare il pensiero ma a
stimolare una continua dialettica fra prassi e teoria .
Non è possibile in questo mio breve scritto
sintetizzare il pensiero di tutti coloro che in Italia
hanno dato contributi degni di nota all'evolversi del pensiero
gruppale dalla fine degli anni sessanta ad
oggi, anche perché, come ci ricordano Profita e Venza I
contributi allo sviluppo della gruppoanalisi, sia in Italia sia
allestero sono
numerosissimi e il dibattito è in continua evoluzione; inoltre
le novità ricorrenti non consentono facili e conclusive sintesi.
Quindi, consapevole dei limiti di questa inevitabilmente molto
sintetica carrellata, ritengo utile focalizzare lattenzione
su di un tema specifico cui sono particolarmente interessata e
a cui la teoria gruppoanalitica ha offerto validi spunti: in particolare
vorrei trattare delluso del tempo allinterno del processo
terapeutico gruppale, avendo ben presente la già ricordata sua
arcaica fondazione
Come
è ben evidenziato dal lavoro di Ondarza Linares Il tempo
e la clinica gruppoanalitica,
il concetto di tempo e quello di rete sono tra loro strettamente
collegati. Ondarza sottolinea come nel gruppo la struttura spazio-temporale
costituisca un contenitore allinterno del quale può realmente
avvenire un confronto tra il tempo vissuto dal singolo e il tempo
come rappresentazione costantemente rinnovata o ricreata per il
gruppo.
Lautore
poi, analizzando le diverse applicazioni
del concetto foulkesiano di rete (definita come il sistema totale
di persone che ne costituiscono i punti nodali, e che si mantengono
unite e si appartengono in una comune e reciproca interazione),
si sofferma sul fatto che il concetto di rete ha
a che fare intrinsecamente con i concetti di tempo, temporalità,
contemporaneità, storia individuale, romanzo familiare.. La rete
è così la cerniera in cui i diversi tempi si incontrano: il qui
e adesso, con livi e allora, realtà interna e realtà esterna,
ecc.. La spirale del tempo attraversa quel continuum che dallindividuo
va al gruppo e allindividuo ritorna, cercando in un polo
fusionalità, appartenenza e sicurezza, e nellaltro originalità,
differenziazione, autonomia
E così continua: In tutto ciò troviamo una risonanza
per cui il tempo di ciascuno si innesca col tempo dellaltro,
con possibilità reciprocamente trasformative.
A mio parere, con una terminologia strettamente gruppoanalitica,
Ondarza ha descritto in modo particolarmente chiaro come
le vicende personali degli individui si collochino
allinterno della storia del gruppo e ne diventino parti
costitutive.
La
storia del gruppo è una storia costruitasi nel divenire del tempo
gruppale ed è, a mio parere, uno specifico fattore terapeutico
di questo particolare tipo di setting. La storia del gruppo infatti
stimola, anche nei
pazienti entrati da poco,
la fiducia di poter affrontare e risolvere insieme agli
altri i problemi. Essa ha fra l'altro la funzione di alleviare
la tensione di alcuni momenti drammatici, fornendo narrazioni
confortanti relative a conflitti analoghi a quelli esperibili
nell'hic et nunc delle sedute, già presentatisi nel passato e
risolti, col risultato di diminuire le ansie depressive.
Di solito il racconto "storico" viene fatto da quel
paziente che era stato portavoce di quelle problematiche che vengono
riattualizzate e che ora può riguardare con occhio distaccato
ma empatico e consapevole, o da un sottogruppo di pazienti che
aveva assistito e partecipato ad un lavoro
comune i cui protagonisti, però, hanno già finito la terapia.
La storia quindi ha anche la funzione di mantenere la memoria
del percorso tracciato dalle persone che hanno terminato la cura;
così ogni individuo che ha partecipato al gruppo continua costruttivamente
a essere nella rete gruppale. Queste persone possono
in questo modo fungere da modelli ideali che consentono, fra l'altro,
ai pazienti all'inizio del lavoro di fondare il proprio progetto
terapeutico. La dimensione storico-comunitaria è quindi, come
ho già detto, un fattore terapeutico specifico gruppale che promuove
l'evoluzione sia dell'individuo che del gruppo, permettendo di
andare oltre la frammentazione e l'episodicità dell'Io, verso
la condivisione di esperienze umane universali; essa consente
inoltre di attuare
una sintesi positiva fra la prospettiva
sincronica e quella
diacronica, producendo un movimento contrario ma complementare
a quello verso l'individuazione, fornendo le basi per andare oltre la paura della separazione
e della solitudine, collegando l'individuo agli altri e, in modo
costruttivamente prospettico, il passato al futuro. A proposito
del tempo va sottolineato che il mio discorso sulla storia vuole
fra l'altro evidenziare che il poter fare riferimento ad una storia
comune ricupera ad un più alto livello evolutivo la possibilità
di condividere momenti di fusione e quindi
dà per implicita una concezione del tempo definibile attraverso
la metafora della spirale (non a caso anche Ondarza fa riferimento
alla spirale del tempo).
Infatti la figura della spirale ruotante intorno ad un asse ci
consente di sintetizzare la pluralità di dimensioni e di movimenti
che costituiscono la nostra esperienza temporale nel gruppo. Si
va dunque avanti ma con la possibilità di ritornare allo stesso
punto relativamente alla distanza dall'asse, anche se su piani
diversi, dal momento che in ogni seduta e per ogni individuo sono
contemporaneamente presenti livelli multipli di realtà. Così per
esempio quando parlo di fusione nel gruppo faccio riferimento
non solo alla possibilità di riattualizzare simbolicamente la
fase della simbiosi con l'oggetto primario ( che è
fondamentale per lo sviluppo, dal momento che consente di riparare il percorso del sé grandioso, base
per lo sviluppo del vero sé ), ma anche a quella di poter condividere
ulteriori e più evoluti momenti di fusionalità, come nel caso
sopra indicato relativo all'uso della storia.
Come
ho già sottolineato in altri scritti, il setting gruppale consente,
con modalità proprie che lo distinguono dall'analisi individuale,
di muoversi "liberamente" nel tempo sia all'indietro
che in avanti, in situazioni dove passato, presente e futuro sono
potenzialmente sempre fruibili e interagiscono fra di loro, proprio
grazie alla rete cerniera di cui ha scritto Ondarza.
Nel gruppo infatti non solo è possibile, come ho già detto,
riattualizzare la fase fusionale arcaica ma anche riattraversare tutte le tappe fondamentali
della maturazione personale e
riaffrontare in modo costruttivo le problematiche rimaste
irrisolte, fino a poter "provare" modalità
nuove e più evolute rispetto al proprio consuetudinario
modo di essere, e quindi di proiettarsi nel futuro attraverso
l'assunzione di ruoli, utili a presentificare posizioni emotive
mai assunte precedentemente; il tutto ovviamente attraversando
momenti di crisi, resistenze e desideri di fuga.
Questo
muoversi liberamente infatti, raramente può essere
vissuto come un gioioso fluttuare ma, viceversa, è spesso accompagnato
da confusione, angoscia , senso di perdita dei parametri di riferimento.
Ci conforta, a questo proposito, ricordare quanto scrive S.Agostino (397) ancorandoci al presente, e dunque al qui e ora di
ogni seduta : "Tre sono i tempi: il passato, il presente
e il futuro. Più esatto sarebbe dire:Tre sono i tempi: il presente
del passato, il presente del presente, il presente del futuro.
La
temporalità e i suoi livelli
sono intrinsecamente connessi alla dialettica fusione-individuazione
(che come ho già detto caratterizza il setting gruppale) e, come
sostiene Fraser (1981), alla fusione e/o defusione del sé, e quindi
è implicito che essi descrivano anche diversi livelli di conoscenza
degli oggetti per cui i processi temporali si collegano con quelli
di apprendimento, di conoscenza appunto e di riconoscimento. Infatti
è solo grazie ai movimenti di differenziazione dalla fusione arcaica
anoggettuale, dove non cè spazio né per un sé distinto differenziato
ed integrato, né per oggetti differenziati e a loro volta distitinti,
che nasce la possibilità di spazializzare e temporalizzare le
esperienze.
Non a casi quindi, il muoversi liberamente nel tempo
tra passato, presente e futuro, permette la presentificazione
nel gruppo di quello che Lo Verso e Profita (op.cit.1994) hanno
definito come spazio
senza. Essi
sostengono che : Lo spazio senza può essere rappresentato
come il punto in cui lasse mentale del passato, con le sue
ferree e invisibili necessità, incontra lasse del presente
con i suoi vincoli ineludibili, ma anche con le sue potenzialità
inesplorate. E in questo momento che è possibile riconoscere
e svelare la ripetizione e lagire coattivo, pur percependosi
ancora vincolati e incatenati a esso; lo spazio senza è quindi
il momento in cui non è ancora possibile progettare e costruire
il futuro: allidea di sbigottimento e di vergogna per il
passato si associa quella di terrore per il futuro.
Questo spazio senza si presentifica anche nellanalisi individuale ma
nel setting del gruppo assume a mio parere, una sua specificità, dal momento
che non è attraversato contemporaneamente da tutti i componenti.
Così chi nel gruppo ha gia affrontato questa terra di nessuno,
questo pericoloso terreno minato, potrà fungere da valida guida
per chi si trova in questo impasse, dimunuendone le ansie e le
paure e permettendogli di provarsi in posizione nuove e quindi
di progettarsi un futuro che inevitabilmente modificherà anche
il passato dal momento che situazioni nuove conducono anche ad
una ritrascrizione del ricordo in un differente contesto.
Ritengo dunque che proprio la specifica modalità di utilizzare
quel tempo che costituisce la storia gruppale, renda possibile
lattuazione di alcune delle potenzialità trasformative del lavoro
di gruppo, cui faceva riferimento Ondarza.
Vorrei quindi portare un esempio clinico delle potenzialità trasformative
del vissuto personale e gruppale della dimensione temporale,
facendo riferimento al concetto di transpersonale, concetto
basilare per comprendere quanto accade nel gruppo e che, non a
caso, si collega
ancora una volta a quello di rete. Scrive infatti Ondarza: La
rete, come processo transpersonale, richiama lintrecciato
sistema interrelazionale e transazionale che è il contenuto della
mente umana e in cui, aggiungerei io, passato, presente
e futuro interagiscono e si trasformano. Dal momento che, continua
Ondarza, il dispositivo gruppoanalitico riattiva nella situazione
gruppale tutti i modi di funzionamento psichico del self
in una costellazione interpersonale e transpersonale interdipendente
che fa del gruppo una nuova rete con originali e specifiche potenzialità
terapeutiche. In questa nuova rete si configura un tempo, nel
cui hic et nunc si possono confrontare e relazionare le vicissitudini
del self con laltro, di una gruppalità interna con una gruppalità
esterna. Su tale asse di relazione e confronto possiamo dire che
il tempo rappresenta lelemento centrale in cui si inscrivono
le più significative vicissitudini dellessere. Ed
è proprio in questo tempo che si inscrivono infatti, a mio parere,
i fenomeni transpersonali. I fenomeni transpersonali,
intesi sia in senso sincronico che in senso diacronico,
influenzano il vissuto temporale sia individuale che gruppale;
considerati in senso sincronico,
sono collegati a modalità di funzionamento arcaico dell'io,
pre-verbali, i cui presupposti sono la non separazione fra sé
e gli oggetti, e che
compaiono nellhic et nunc della situazione gruppale, sia
come difesa dall'angoscia di frammentazione e di separazione,
sia come potenzialità evolutiva per il soggetto e per il gruppo.
Neri li identifica nell'atmosfera, nel tono di fondo che caratterizza
i diversi incontri, nel medium, negli effetti della mentalità
primitiva e degli assunti di base. In senso diacronico invece
la funzione del transpersonale è una sorta di "precipitato"
che contribuisce alla costituzione del sé.
Per Menarini il transpersonale è inconscio ed è la radice dei
comportamenti interattivi connessa con la storia dei gruppi umani,
con la famiglia di origine.
Secondo Rouchy (Convegno A.P.G.-C.O.I.R.A.G, Milano Maggio 1996
) la cultura familiare viene inconsciamente incorporata e fonda
l'identità collettiva del soggetto e il sé non individualizzato.
L'incorporazione culturale è la base dello spazio e del tempo
relazionali e li condiziona. Essa funziona all'insaputa del soggetto
come automatismo, in condotte programmate e non mentalizzate,
che grazie al lavoro di gruppo possono essere viste e comprese,
e quindi, divenute coscienti, possono essere integrate o rifiutate. Il gruppo di
cui riferirò si trovava in quella fase che Neri definisce come
"comunità dei fratelli" e che è caratterizzata dall'entrata
in scena del soggetto collettivo e dal fatto che i partecipanti
avvertono di detenere diritti
rispetto al gruppo (non più dunque solo rispetto al terapeuta);
ogni individuo, in quanto partecipe della "comunità dei fratelli",
è titolare degli stessi diritti. Diversamente che nella riattualizzazione delle fasi arcaiche
di fusione qui viene mantenuto il senso di sé e delle proprie
peculiarità, i membri del gruppo sono consapevoli di
compartecipare al lavoro analitico e compaiono sentimenti
di rivalità, invidia e ammirazione. In questa fase si attuano
nel gruppo processi di identificazione e proiezione che riattivano movimenti regressivi
(tempo a spirale); così avviene che, come nell'adolescenza, le
precedenti identificazioni possono essere destrutturate e parzialmente riproiettate e ripersonificate;
nella matrice di gruppo diviene possibile modificare un sistema
pre-costituito di ruoli, leggi e necessità che condizionano la
propria immagine di sé e del mondo. Così conflitti inter e intrapsichici
tendono ad essere presentificati e agiti in relazioni con oggetti
che possono rappresentare oggetti del passato o anche oggetti-sè
con il conseguente vissuto, tipicamente adolescenziale, di irrequietezza
e confusione. I conflitti si giocano più che mai
nell'hic et nunc dalla situazione gruppale e spesso le modalità
relazionali apprese in famiglia vengono agite nell'interazione
gruppale; ma mentre di solito sono così profondamente radicate
nella struttura dell'io maturo da non poter essere riconoscibili,
in questa situazione faticosa ma potenzialmente positiva, vengono
rispecchiate nel e dal gruppo e quindi comprese, riconosciute
e, a seconda delle situazioni, eliminate o integrate. I pazienti
sono spesso consapevoli di questa situazione; di recente in un
mio gruppo una paziente ha detto: sembriamo proprio un gruppo
di adolescenti. E proprio durante questa fase
che inserisco nel gruppo un nuovo paziente, Massimo,
che per la sua patologia, che lo porta ad esibire in modo provocatorio
i suoi sintomi ed in particolare il suo essere grasso, sporco
e disordinato, mette in crisi Marta, così precisa e "perbene".
Marta, in fine terapia, in passato aveva spesso assunto il ruolo
della vittima ricattatoria che colpevolizzava i suoi partner,
presentandoli prima in modo idealizzato e poi come dei sadici
terribili. Inoltre messa di fronte alle sue responsabilità dal
gruppo, lo aveva spesso accusato di fraintenderla e di non capirla. In una seduta in cui Massimo con paura esprime a
buon diritto le sue fragilità, Marta cambia completamente ruolo,
da vittima passa a essere carnefice e, con unespressione
del viso mai assunta prima,
lo guarda con totale disprezzo. Tutto il gruppo, me compresa,
rimane attonito di fronte alla trasformazione di Marta che con
voce accusatoria scarica su Massimo il suo rifiuto e lo colpevolizza
del fatto di crearle problemi ed ansia, proprio ora che sta per
finire, mentre sottolinea il suo diritto a finire presto e bene. Nel silenzio che segue guardo il viso di Massimo e sento il
suo dolore, mentre non riconosco Marta che non demorde dalla sua
assolutamente insolita espressione da aguzzina. Le domando chi
in famiglia si comportasse come sta facendo lei oggi, e Marta,
dopo che il gruppo ha fatto da specchio al suo modo nuovo e strano
di porsi, ha un momento di frastornamento e di confusione. In seguito si mette a piangere
e riconosce nel suo
modo "strano" e dunque estraneo,
il comportamento del padre
che proiettivamente aveva sempre ritrovato nei partner
e nel gruppo. Non entro qui nel merito della sua storia famigliare,
mi preme invece evidenziare come le precedenti modalità colpevolizzanti
di Marta fossero un modo di sfuggire a quello che Rouchy chiama
"incorporato" transpersonale, ad un sadismo angosciantemente
distruttivo che poteva controllare e tollerare solo se proiettato
sull'altro e rispetto al quale si sentiva totalmente impotente.
Dare sempre la colpa all'altro significava difendersi da un profondo
senso di impotenza sentendosi sempre onnipotentemente la più buona,
in modo da negare una distruttività annichilente da cui evidentemente
si sentiva agita. Una complessa e dolorosa elaborazione di questi
accadimenti con e attraverso il gruppo,
ha permesso a Marta
di poter progettare di concludere con successo il suo percorso
terapeutico e di assumersi le proprie responsabilità nei confronti
di sé e degli altri, senza più la paura di essere distrutta dalla
aggressività propria e altrui. Il lavoro del gruppo
ha permesso a Massimo di cominciare a vedere che laggressività
può essere affrontata senza esserne distrutti: per quanto terribile
sia la realtà, il fantasma è certamente peggiore. Questo ha consentito
al gruppo di lavorare sul significato del proprio passato e di
capire che quando si comincia a comprendere ciò che era rimosso
o negato, il passato non è più riducibile ad un "bombardamento"
di immagini né imprigiona nella coazione a ripetere.
Diventa possibile riconoscere la propria storia e quindi appropriarsi
del presente e del futuro e, per quanto possibile, assumere
la responsabilità dei propri ricordi. Dice Gabriele, a questo
proposito: "Il gruppo mi ha permesso di vedere il mio tempo
come nello specchio di Perseo: così ho potuto riconoscere e superare
la coazione a ripetere che immobilizza e pietrifica come la Medusa".
Questa considerazione non era una razionalizzazione, ma una scoperta
e un'acquisizione in quel momento valida per tutti i membri. Il
gruppo lavora sul tema del non pensabile e del
non detto, presente in ogni famiglia, della
colpevolizzazione, della naturale curiosità dei bambini fatta sentire come impertinenza e quindi
colpevolizzata.
Si
attua un meccanismo di sana individuazione oltre appunto quegli
aspetti che segnalano, come scrivono Nucara, Menarini e Pontalti,
realtà non pensabili che possono intrappolare il paziente nella
rete patologica (transpersonale-familiare) impedendogli la sua
completa individuazione (lo sviluppo di una sana matrice personale).
Sui temi del non pensabile e del non
detto , ognuno comincia a ricordare .
Voglio
qui sottolineare che spesso nel lavoro di gruppo possono cominciare
ad emergere ricordi che si possono rielaborare quando si è venuto
a costituire nel gruppo il valore della storia. Infatti nel momento
in cui il gruppo ha una sua storia condivisa e quindi è vissuto
anche come un contenitore valido di ricordi, hanno voce con sempre
maggior pregnanza e non a caso, i ricordi infantili dei membri
del gruppo.
Spesso alcuni pazienti iniziano il lavoro terapeutico sostenendo
che hanno pochi e vaghi ricordi della loro infanzia, infanzia
che di solito tendono a tratteggiare con una coloritura emotiva
neutra. Nel corso del lavoro gruppale è stato però possibile sperimentare
che la storia e i ricordi condivisi hanno un valore strutturante
sia per il gruppo che per i singoli componenti. Rassicurati da
una appartenenza comune e positiva i pazienti possono allora
distinguersi dagli altri, ognuno recuperando la
propria personale storia che li individua e a cui possono finalmente
dare significato.
Il
gruppo diviene allora quel luogo dove si possono vedere le antiche
ferite e dove si può con fiducia aspettare che vengano curate,
anche se non sempre sono totalmente guaribili. Si comprende che
le cicatrici sono le concrete risultanti della nostra storia,
che ci permettono di affrontare i limiti nostri e degli altri,
che ci rendono consapevoli che se molti sono i condizionamenti
e le difficoltà oggettive, esiste pur sempre unarea di libertà
in cui possiamo progettare la nostra vita. La consapevolezza di
poter ricordare ed essere ricordato nel e dal gruppo suscita quindi
antichi ricordi e valorizza la memoria: ciò permette di sentirsi
costruttivamente responsabili dei proprio presente e quindi di
progettarsi verso il futuro.
Questo
permette di vivere un senso profondo di continuità di sé che consente
di affrontare non con angoscia ma con piacere
la solitudine: il tempo e lo spazio vuoto non fanno più
paura ma possono cominciare ad
essere sentiti come area potenziale di libertà creativa
Il
gruppo quindi viene a costituire quella famiglia ideale dove è
possibile anche imparare ad essere nel tempo modulandosi
nella dialettica individuo-gruppo.
Per citare ancora Nucara, Menarini e Pontalti
la matrice famigliare deve potersi costituire come
spazio transizionale (o matrice famigliare insatura) dal quale
sia possibile per il bambino (in questo caso potremmo dire per
la persona) dare significato alle generazioni e culture precedenti
e parallelamente dare senso allignoto del nuovo progetto
evolutivo. Credo che questultima frase possa assumere
il valore di modello, in unottica gruppoanalitica, per concludere
questo mio discorso su Foulkes, Bion, la storia e il tempo.
Gli insegnamenti di Foulkes e di Bion infatti hanno permesso lo
stabilirsi di una cultura gruppale anche in Italia, allinterno
della quale si è potuta costituire una rete
in cui si è costruita una storia condivisa che stimola
a continuare in modo creativo sia a livello personale che collettivo
la ricerca sul gruppo.
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