| 1) W. Bion e S. Foulkes
sono due personaggi emblematici del mondo analitico che si dedica
alla esplorazione dell'inconscio: entrambi nati in una coeva cultura
psico- analitica, e ambedue tributari dello stesso insegnamento
di S. Freud, essi hanno sviluppato in grande ampiezza il suo pensiero,
ognuno raggiungendo un elevato livello di notorietà e di esemplarità
clinico/didattica; pur tuttavia essi si sono differenziati dal
Maestro e hanno anche percorso vie diverse l'uno rispetto all'altro,
in particolar modo a livello di gruppo.
Da questo punto di vista le vicende storiche e gli sviluppi teorici
hanno radicalmente contrapposto i due Autori, portando alla formazione
di due Scuole di pensiero e di intervento clinico che, per quanto
riferentisi allo stesso tema e oggetto, il campo gruppale, hanno
portato alla distinzione dei rispettivi adepti come "bioniani
" e "foulksiani".
Questa distinzione non si è poi limitata al riferimento dei primi
alla Tavistock Clinic e i secondi al Maudsley Hospital di Londra,
ma ha portato a ricerche teoriche, a iniziative congressuali e
a pubblicazioni che dal Regno Unito si sono diffuse per tutto
il pianeta, generando in varie sue parti altre Scuole di specializzazione
e Associazioni scientifiche; tutto ciò senza che si sia mai realizzato
un autentico incontro, uno scambio in profondità, un rispettivo
riconoscimento di merito: al massimo, dichiarazioni di intenti
non seguite da effettive realizzazioni.
Per dirla con Hinsehlwood (1999) "In fact they (Bion and
Foulkes) seemed to establish a mutual disregard to which their
respective followers have remained loyal".
E' proposito di questo intervento promuovere una sintesi fra Bion
e Foulkes, facendolo sulla base del "mito"; inteso questo
non nella accezione di "narrazione fantastica di tempi e
di personaggi" ma di "idealizzazione di un fatto storico
che presenta un carattere straordinario" o anche di "motivo
che in un Autore, in un'opera letteraria, abbia assunto un'importanza,
un rilievo particolare" (Mieli,1995): fatto storico e motivo
qui rappresentati dalla scoperta del "gruppo come un tutto"
(group-as-a-whole)
L'auspicio è che questo incontro mitologico realizzi l'integrazione
di una complementarità che renda giustizia, ed accresca l'efficacia,
delle due parti componenti.
2) E' a tutti noto che Bion
e Foulkes sono i figli, i prodotti, di una stessa vicenda culturale,
e anche dal punto di vista professionale essi provengono ambedue
dal Northfield Military Hospital di Birmingham. Si tratta della
cultura che negli anni '20 e '30 promosse impetuosamente la psicologia
sociale; più specificamente, Bion e Foulkes furono entrambi influenzati,
formati, dall'aspetto che la psicologia sociale aveva assunto
nella psicologia germanica di quel tempo. Alla base del loro pensiero
si ritrovano infatti i gestaltisti tedeschi della Ia generazione,
Kurt Lewin e Max Wertheimer, ambedue ricercatori nell'Istituto
Psicologico di Berlino, la cui filosofia di base era peraltro
fortemente influenzata dalla fenomenologia di C. Stumpf. La persecuzione
nazista spinse sia Lewin che Wertheimer a emigrare in U.S.A.,
recando con sé l'amara esperienza di quanto potesse diventare
efficiente, e distruttiva a livello sociale, la forza di un gruppo
perversamente coeso come quella che Hitler aveva scatenato : veramente
il nazismo aveva costituito il primo esempio di un "gruppo
come un tutto" !
E' di immediata evidenza la derivazione del pensiero di Bion da
quello di Lewin; per quanto tra i due non vi siano stati contatti
personali, si sa che Lewin tradusse il concetto di "campo",
una Gestalt intesa (as a system of forces acting in interpersonal
space to move each individual into specific psychological states)
come sistema di forze attive nello spazio intra-personale e causa
di specifici stati psichici del soggetto (Lewin, 1935) al comportamento
sociale, e questo fece con l'applicare i principi strutturali
gestaltici della percezione alle relazioni inter-personali.
Al riguardo il concetto di "campo" fu inteso da Lewin
come una totalità di fenomeni psicologici che agiscono in reciproca
inter-dipendenza di influssi, per cui l'individuo si trova al
centro di un campo di forze ambientali che lo modificano e che
egli contribuisce a modificare. Il comportamento del soggetto,
i suoi ruoli sociali, sono una funzione del suo spazio vitale,
secondo la formula:
B = f (P x E )
dove B sta per comportamento,
f per funzione, P per personalità e E per ambiente.
Lewin aveva così fondato il concetto di "Dinamica di Gruppo",
che egli promosse al M.I.T. di Boston (1947) , e incominciò a
rendere noto nella rivista Human Relations.
In quei tempi Eric Tris, uno psicologo della Clinica Tavistock
che nel 1934 era andato in U.S.A., aveva riportato in patria la
"field-theory" di Lewin e Bion ne era stato direttamente
interessato (1990). La evidenza di questa collusione si ha dai
primi numeri di Human Relations, dal 1947 edita insieme dalla
Clinica Tavistock e dal Group Dynamics Center di Ann Arbor (Mich.),
dove erano andati a lavorare gli epigoni di Lewin dopo la sua
morte: fra il 1948 e il 1951 Bion pubblicò i suoi lavori fondamentali
sul gruppo proprio col titolo di Group Dynamics.
Può essere interessante riportare qui i principi della "dinamica
di gruppo" così sintetizzati da de Board (1978):
- Each individual
exists in a psychological field of forces that determines his
or her behaviour: the life space;
- This field
of forces is, in Lewin's words, "the totality of co-existing
facts which are conceived of as mutually interdipendent"
(1972);
- The life
space is subjective - it is the world as perceived by the individual;
- The life
space consists of conscious and unconscious aims, dreams, fears,
past experiences, expectations and social conditions;
- There
is dynamics equilibrium: without change in the field there is
no change in behaviour. Equally, a change of behaviour will mean
a change in the field.
In questo quadro sono salienti
i processi di appartenenza, di inter-dipendenza (cooperazione/competizione),
di coesione normativa (verso i membri del gruppo) e difensiva
(verso gli altri e i membri sentiti come estranei), di formazione
di sotto-gruppi e di dipendenza ad un leader; processi che si
ritrovano tutti puntualmente nel modello di gruppo descritto da
Bion (1961) sugli "Assunti di Base" (Basic Assumptions).
Vi si ritrova, in particolar modo, quella deformazione teorica
incorsa dai ricercatori di Ann Arbor per la quale della equazione
B = f (P x E) il valore di P si era gradualmente attenuato, sino
a scomparire, giungendo così a dare sola importanza al campo di
forze E (Ancona, 1954). Di fatto non da una sola parte è stato
rilevato, e lamentato, il fatto che nella clinica dei gruppi a
conduzione bioniana il singolo componente del gruppo scompare.
Se poi si vuole approfondire ulteriormente il discorso sulla epigenesi
culturale del pensiero di Bion più in generale, non è senza importanza
il fatto che Bion fu radicalmente influenzato dalla mentalità
"militare" del gruppo, una dimensione forse insospettabile
ma determinante: per essere egli stato, a 21 anni, comandante
di tank nella prima guerra mondiale, per aver condotto
nel 1942 la selezione di ufficiali nel W.O.S.B. (War Office
Selection Board), valutati in "compiti di gruppo"
di natura pratica secondo i principi lewiniani (1946); per avere
presieduto, al Northfield Hospital, alla riabilitazione di reduci
in dissesto dal fronte di guerra; Bion svolse questo lavoro secondo
una vera e propria strategia militare che postulava la nevrosi
di guerra come il nemico, la sua azione offensiva come una lesione
dello spirito di combattimento (morale) e la terapia come
rinforzo dello stesso (military task of creating a high morale).
Questo tramite l'appartenenza ad un gruppo impegnato a combattere
sotto un comandante, come un battaglione in guerra, per raggiungere
un fine condiviso. Come conseguenza di tutto ciò Bion introdusse
al Northfield una mentalità di "regime militare" (army
regime) continuata anche dopo la sua partenza dall'Ospedale,
pur se essa si trovò in forte opposizione alla mentalità medica
e terapeutica del luogo. Main (1977) non mancò di mettere in evidenza
questa unilaterale e idiosincrasica replica della esperienza di
guerra (single-minded reply of war experience) in un ospedale
e di sottolineare la contestazione che ne ricevette. Questo presupposto
indica comunque che l'approccio di Bion al gruppo fu caratterizzato
in radice dalla esperienza personale della appartenenza, raggiunta
tramite l'attività. Un approccio che trovò rinforzo, quanto meno
non venne infirmato, dalla esperienza psicoanalitica, che pure
deve considerarsi nella epigenesi gruppale di Bion. La sua prima
esperienza analitica fu con Rickman, dal 1937 al 1939, un didatta
influenzato dalla cultura collettivistica della Russia, dove aveva
lavorato per qualche tempo dopo la guerra mondiale del 1918; la
seconda fu con la Klein, la combattiva epigona di Freud che indusse
alla fine Bion a considerare gli Assunti di Base che aveva rilevato
nel gruppo come strategie difensive contrapposte al conflitto
e alle seriate minacce provenienti da un gruppo analitico.
Non è senza significato il fatto che gli stessi Assunti di Base
riportano a processi tipici di un gruppo militare in combattimento,
esprimendo la Dipendenza (Dependency) la sudditanza dal
comandante del reparto, l'Attacco/fuga (Fight/Flight) il
proprio della strategia militare, e l'Accoppiamento (Pairing)
il riferimento ad un messianico ideale di salvezza, come era l'
"Avanti Savoia!" delle truppe dell'Italia monarchica.
Consideriamo ora la derivazione del pensiero di Foulkes da quello
di Wertheimer. Anche a questo riguardo non si hanno notizie di
contatti personali tra i due, tuttavia l'aver vissuto essi nello
stesso spazio culturale, in Germania, è un fatto e il legame teorico
fra i due è evidente: l'impostazione di base di Wertheimer, già
presente in Germania, definita durante il suo soggiorno in Pennsylvania
(Swarthmore) e compiutamente elaborata dal suo epigono Asch (1952),
è così sintetizzabile: il gruppo non è solo una Gestalt esterna,
sostenuta fisicamente dalla riunione di un insieme di persone,
ma è anche contemporanemente una Gestalt interiore a ciascuna
di esse, nella cui mente individuale si organizza la rappresentazione
del gruppo di appartenenza, comprendente se stessi e gli altri:
un insieme di "shared mental fields" (Asch) nel quale
sono simultaneamente presenti, e attivi, sia i soggetti che il
loro gruppo.
Questo modello può essere stato trasmesso a Foulkes da Gelb, poi
da Goldstein, i due ricercatori gestaltisti che come è noto influenzarono
grandemente il pensiero e la pratica di gruppo di Foulkes; questi
aveva frequentato le lezioni universitarie dello psicologo Gelb
e partecipato alle ricerche che Goldstein, neuro-chirurgo dell'Istituto
Neurologico di Francoforte, faceva sui cerebro-lesi della prima
guerra mondiale, sostenendo la "concezione olistica"
del Sistema Nervoso Centrale. Secondo questa concezione, in caso
di lesioni di una certa area del cervello le funzioni svolte da
questa possono essere vicariate da altre aree, dato che il cervello
reagisce come una globalità indivisibile: la lesione non produce
tanto la perdita di una specifica funzione ma si ripercuote sulla
organizzazione globale delle funzioni cerebrali e più in generale
sulla personalità.
Da ciò Goldstein dedusse che il S.N.C. è un tutto, non un conglomerato
di parti (a whole, not a conglomerate of parts), dove i
fattori che operano distalmente (at a distance) sono sempre
complementari con quelli che operano prossimalmente (nearby),
in una relazione analoga a quella di luce/ombra, figura/sfondo.
Spielberg (1972) sintetizza così la posizione di Goldstein, integralmente
rilevata da Foulkes:
It is important
to "record in an open-minded fashion all phenomena";
"The premature
straight-jacketing of the phenomena by preconceived theories"
is to be avoided;
Each phenomenon "needs
to be seen in relation to the organism and the situation in which
it appears"
Goldstein aveva chiamato "reticolo"
(network) l'insieme dei neuroni e punto nodale (nodal
point) il singolo neurone; Foulkes chiamò anche lui in un
primo tempo "reticolo" il gruppo, mutandone poi il nome
in "matrice" (matrix), e denotò come "punti
nodali" i suoi singoli componenti del "social field"
(1975). In questa concezione olistica applicata al gruppo sono
pertanto sempre presenti i due poli di un sistema anti-nomico
e troviamo del tutto conservata la formula B = f (P x E), ed è
proprio questa l'ispirazione di base di Wertheimer, la radice
fenomenologica che risale a Stumpf.
Quello di Foulkes è di fatto un modello gestaltico-fenomenologico,
nel quale sono importanti i "fenomeni", soprattutto
quelli che non sono visibili né obiettiva- mente misurabili; ed
è come tale in opposizione sia al modello meccanicistico, per
il quale le parti stanno in connessione diretta di causa/effetto,
sia a quello dualistico che si esprime come separazione fra soggetto/oggetto,
fra mondo interno/mondo esterno; infatti nel modello Foulksiano
non si può considerare il componente, il processo psichico personale,
indipendentemente dalla processualità gruppale. Per quanto riguarda
l'influenzamento culturale più generale di Foulkes, egli si trovò
defilato dalle operazioni militari perché nel servizio che svolse
durante la 1a guerra mondiale fu addetto solo ai telefoni; invece
fu per lui certamente importante l'innesto che ricevette da Elias,
lo studioso di Medicina e di Filosofia della Università di Breslavia,
prima di esserlo di Sociologia alla Scuola di Francoforte. Qui
Foulkes lo incontrò, con lui nel 1938 fuggì il nazismo per riparare
in Inghilterra e con lui ebbe una profonda collaborazione, sino
a prefigurare il progetto di un libro scritto insieme e vanificato
dall'inizio della guerra del 1940. Scambio tra Elias e Foulkes
ci fu soprattutto nel quadro delle idee proposte dal primo nel
celebre suo volume Ueber den Prozess der Zivilisation ,
come traspare dalla recensione del suo I volume, fattane da Foulkes
nel 1938. Alla morte di Elias Elizabeth Foulkes (1990) scrisse
nel Bollettino nella Società Gruppo Analitica di Londra: "His
voice was influential...before the Society was founded (in 1952)
and in its early years while he still lived in London...(He) represented
the...non-psychiatric element" negli incontri della Società.
Influenti furono anche i rapporti che Foulkes ebbe a Londra con
Bowlby, con Winnicott e col gruppo "intermedio" degli
psicoanalisti: in particolare, non poté non colpirlo la prospettiva
multi-personali sui "piccoli gruppi" di Bowlby anche
se, sorprendentemente, su di essa non si prestava alcuna attenzione
da parte dei circoli psichiatrici e psicoanalitici londinesi (Scheidlinger,
1998); nè potè sfuggirgli la posizione teorica di Winnicott e
la sua affermazione: " The centre of gravity of being
does not start off in the individual. It is the total set-up"
; pertanto "There is no such thing as a baby... if you
show me a baby you certainly show me also someone caring for the
baby...one sees a nursing couple" (1982). Una psicoanalisi
aperta al sociale e alla comunicazione.
Questi aspetti configurarono il pensiero gruppale di Foulkes,
essenzialmente basato sulla espressione comunicativa (expressive
communication) e sull'interesse terapeutico della free-floating
discussion: la nevrosi come manifestazione di turbata relazione
di gruppo e da curarsi pertanto tramite lo scambio di gruppo,
anziché sulla focalizzazione di un sintomo.
Ed ecco come Hinselwood (cit.)
ha riassunto le differenze fra le concezioni gruppali di Bion
e Foulkes:
| Foulkes |
Bion |
|
|
| 1 Individual in
the matrix |
Group phenomenon
in a field of forces |
| 2 Primary therapeutic
interest |
Non-therapeutic
group experience |
| 3 Facilitating
free-flowing discussion |
Insight into fore-back-ground
rel.ship |
| 4 Caring culture |
Military culture |
| 5 Individual-oriented |
Social (morale)
orientation |
| 6 Self-expressive
communication |
Experience of
belonging |
3) - Ne
derivano le seguenti derivazioni teoriche:
- per Bion la gruppo-analisi
è parte e filiazione della psicoanalisi, con la quale non deve
rompere il rapporto; gli assunti di base sono la manifestazione
esteriore di qualcosa che è proprio del soggetto nel suo strato
proto-mentale e, pur se arricchiti dalla dialettica che contrappone
quelli manifesti a quelli latenti, questi ultimi considerati di
maggiore importanza, l'oggetto di intervento rimane sempre il
mondo interno, nella sua espansione gruppale: in contraddizione
con questo principio il focus è la organizzazione, secondo una
dinamica che trascende il soggetto e nel quale il singolo membro
del gruppo non si ritrova più. Nonostante questo "riduzionismo
psicologico" l'orientamento bioniano si è affermato grandemente,
specialmente nel mondo psicoanalitico. Ciò si verificò sin dall'inizio,
alla Tavistock Clinic; anche se qui Foulkes, succeduto a Bion
alcune settimane dopo la partenza di questi, aveva avuto più accoglienza
e successo del predecessore fu la "cultura militare"
di Bion a prevalere, specialmente per opera di Rickman che aveva
potere sul posto e che per ragioni personali aveva preso a ostracizzare
Foulkes e la sua "cultura curativa". D'altra parte la
Tavistock diventava sempre più importante, oltre ai malati si
apriva al mondo della industria, della organizzazione, della formazione,
e diventava una "autorità" alla cui base si poteva sempre
riconoscere una tecnologia basata sugli Assunti di base e sulle
relazioni oggettuali. Una Autorità caratterizzata dai seguenti
principi: a) lo sviluppo di una ideologia e di una sintassi formale
e rigida; b) la imposizione del proprio punto di vista nella gestione
dei comportamenti; c) la asserzione di una professionalità invasiva
e l'atteggiamento di "guardiana della società"; d) la
gestione di una macchina terapeutica estesa a tutto l'arco della
vita. Un sistema di pensiero e di azione, dunque, sprezzante nei
confronti di prospettive e di Scuole diverse, per definire il
quale Pines non ha esitato a definire il termine di "Tavistockrazia"
(1996).
Un riflesso preciso di questa mentalità è manifestato dalla Società
Psicoanalitica Italiana: il "gruppo" non vi è accettato
che nella versione bioniana, ritenuta ortodossa e fedele al corpo
delle dottrine psicoanalitiche, all'opposto vi è noncuranza per
altre versioni, paradigmaticamente quella foulksiana: quando le
organizzazioni di "gruppo-analisi" progettarono di riunirsi
in una Confederazione (la Coirag) subito ci fu la scissione di
quella facente capo a F. Corrao e a C. Neri, che se ne defilarono
lanciando l'accusa che non vi era in essa "sufficiente rispetto
per la Psicoanalisi"...; e quando chi scrive propose alla
Rivista di Psicoanalisi un lavoro di confronto fra psicoanalisi
e gruppo-analisi, sottolineando i meriti della seconda, il lavoro
fu rigettato con disprezzo e ridicolizzazione per trovare, immediatamente
dopo, pubblicazione in altra rivista psicoanalitica più aperta
e creativa (L.Ancona,1996)
- per Foulkes, la gruppo-analisi
eredita dalla psicoanalisi il nuovo alfabeto trovato da S. Freud
e dai suoi epigoni, tuttavia essa ne è sostanzialmente diversa
e come tale pretende di poter configurare con quell'alfabeto una
nuova lingua, quella della analisi gruppale: due lingue diverse,
nate da un solo alfabeto. Il punto di differenziazione non è tanto
e solo nella semantica, per la quale non si deve parlare di psicoanalisi,
processo che pertiene ad una coppia, ma di analisi del
gruppo, fatto che pertiene ad una moltitudine; la differenza sta
nel fatto che la psicoanalisi ha come proprio oggetto il mondo
interno del soggetto cui si rivolge, la gruppo-analisi centra
invece sulla relazione fra più mondi interni, l'impianto è multi-personale
e la terapia è "simply the expression and communication
of a person's experience to his group colleagues...."si
svolge come una "discussion about neurosis as a disturbed
relationships - rather than as a discourse upon a symptom"....
alla scoperta dei "therapeutic factors of a group"
(Hinselwood, cit. pag. 481). Pertanto, il modello di Foulkes si
oppone al principio che prima viene un apparato psichico individuale
che, trascurando il contesto inteso anch'esso primario, negozia
relazioni con altri individui separati e così forma un gruppo
(prospettiva psicoanalitico -Freud,1921- sostanzialmente cartesiana,
aristotelica); prospetta invece la realtà fenomenico-psicologica
per la quale il soggetto umano sin dall'inizio si costituisce
"in relazione a", è un gruppo originario dal quale l'individuo
viene artificiosamente estrapolato, (prospettiva gruppo-analitica,
trans-personale, platonica), proprio come lo sono i concetti di
Io, Es, Super-Io (Elizabeth Foulkes,1990, pag.113), . In questa
realtà la mente è espressione del gruppo ed esiste non come oggetto
ma as "a series of events, moving and proceeding all the
time" (E. Foulkes, cit. pag.224): un fenomeno come è la lingua
che, piuttosto che essere parlata, parla. Così intesa la gruppo-analisi
foulksiana mira alla conduzione non autoritaria, tollerante, democratica,
della terapia e incoraggia le diversità; non considera il gruppo
come un singolo paziente in analisi individuale ma facilita la
comunicazione tra i membri del gruppo e riduce l'influenza del
conduttore; interpreta le crisi che si verificano in gruppo non
come una regressione psicotica ma come un messaggio positivo per
il gruppo e per il paziente interessato; utilizza i contributi
dei singoli per la elaborazione dei problemi della vita di gruppo.
Si tratta, in una parola, di un sistema aperto all'informazione
proveniente dall'interno come dall'esterno, attento al trans-personale
ma anche al trans-generazionale, e che pertanto si considera tributario,
e derivato, non solo nei confronti della psicoanalisi ma anche
della psicologia sociale, della sociologia, della antropologia,
della storia e infine delle neuro-scienze.
La sua operazione produce
ciò che Foulkes (cit.1975,) chiama "ego training in action"
un processo che in termini discorsivi può dirsi l'avvio alla democratizzazione
della vita. E in conclusione, Foulkes ha affermato che "psychoanalysis
is indispensable as a method of training, but is not, all considered,
the best method of psychotherapy. Group analysis is far superior...(E.Foulkes
cit. pag.272) e si oppone soprattutto alla teoria kleiniana della
"object relation", in quanto postula le relazioni
come rapporti fra persone intere. Giunti pertanto a questo punto
si dovrebbe convenire che tra Bion e Foulkes non sono possibili
incontri, scambi e integrazioni, e questo è ciò che si è ordinariamente
pensato. Tuttavia il discorso non è ancora finito e, come si è
detto all'inizio, può trovare un nuovo svolgimento sull'onda del
"mito".
4) Come si è già accennato
il "fatto mitico" comune a Bion e a Foulkes è rappresentato
dalla scoperta del "group-as-a-whole"; un "tutto"
al quale pertiene evidentemente sia la dinamica conscia che quella
inconscia, un inconscio diverso da quello personale studiato dalla
psicoanalisi.
Mettendoci in questa prospettiva si è in grado di decifrare subito
un importante aspetto differenziale tra Bion e Foulkes: nel trattare
la dinamica dei gruppi il primo, evidentemente influenzato dal
modello lewiniano, è carente nella indagine appropriata dell'inconscio
gruppale; conosce soltanto quello declinato sulla dinamica delle
"basic assumptions" viste come dimensioni del
campo sociale, e si limita a unificare l'insieme dei componenti
del gruppo e a metterlo al posto della mente individuale; rimane
quindi a livello sociologico, statistico, senza focalizzarsi sulla
dinamica dei componenti del gruppo, tranne che per dire che le
stesse "assumptions" originano dallo strato proto-mentale
individuale. Il tentativo di approfondire il discorso si declina
poi sulla falsa riga della teoria kleiniana, quindi non porta
ad alcun risultato positivo per la conoscenza del gruppo, perché
costituisce un riduzionismo di stampo psicoanalitico.
E' certamente per queste ragioni, oltreché per l'autorevolezza
di Bion nella psicoanalisi internazionale, che i circoli psicoanalitici
più ristretti come mentalità accettano solo la dinamica gruppale
bioniana e parlano, impropriamente, di "psicoanalisi di gruppo".
Il fatto sostanziale rimane comunque che, a proposito dei gruppi,
Bion ha elaborato un sistema di pensiero che può ben dirsi fallimentare,
inadeguato per parzialità e superficialità, del tutto inconfrontabile
con la profondità, la sottigliezza e la creatività che egli ha
dimostrato nella psicoanalisi individuale. Lui stesso era a conoscenza
di ciò e chi scrive è testimone di una sua comunicazione personale,
ricevuta in un incontro romano degli anni '70, con la quale affermò
di essersi sbagliato sui gruppi e che riteneva superato il discorso
svolto su di essi negli anni '50 e '60; solo dopo aver compreso
il linguaggio degli schizofrenici - mi disse - era ora in grado
di scrivere in modo nuovo sui gruppi. Cosa che non ebbe il tempo
di fare.
Tuttavia Bion era già perfettamente all'altezza di questo compito;
di fatto la sua acuta sensibilità a proposito dei processi di
gruppo si era già esplicata nella descrizione dei rapporti gruppali
intercorrenti fra istituzione e mistico/genio, nei quali aveva
visto possibile l'instaurarsi di un vitale "incontro simbiotico"
(1970).
Per la gruppo-analisi il pensiero psicoanalitico di Bion appare
comunque recuperabile, secondo un taglio del tutto possibile e
da lui non previsto, probabilmente a causa dello scotoma che gli
impedì l'apprezzamento del merito di Foulkes: si tratta di un
recupero che coniuga fecondamente l'impostazione clinica di Bion
col quadro fenomenologico del modello gruppale di Foulkes. Perché
si deve dire con forza che il processo terapeutico che Bion ha
sviluppato in psicoanalisi, e alla cui base si può ritrovare l'inconscio
influenzamento di Stumpf, ha natura fondamentalmente fenomenologica.
E' conveniente sintetizzarne alcuni dei contenuti portanti, e
ciò verrà qui fatto ricavandoli dal testo dei Seminari Italiani
(1977) e da una attenta elaborazione, ancora inedita, fatta da
Sonia Neves Langlands, una psicoanalista brasiliana. Questa Autrice
ha ricordato innanzitutto che per Bion nella situazione analitica
preesistono "pensieri selvaggi" che stanno da qualche
parte, in cerca di un pensatore: pensieri ereditati dagli antenati,
dalla civilizzazione, dal mondo circostante e che, pur non potendo
essere immediatamente pensati, si trasformano gradualmente in
un pensiero coerente, diventando così parte della coppia psicoanalitica
e trasformandosi qui in fonte di creatività. Questo traguardo
incontra peraltro un rischio continuo, quello di resistere alla
pressione di realizzarli tramite la pressione opposta: di non
pensare, di "accomodarsi" allo scopo di preservare la
situazione già posseduta, di non inoltrarsi in un sentiero sconosciuto.
Si scontra anche con la paura di fare alloggiare nella propria
mente i pensieri selvaggi, trasformandoli in qualcosa che viene
reso pubblico e che il gruppo che li riceve potrebbe non contenere;
la paura dell'ignoto scatena allora il ricorso adesivo alle proprie
memorie, la tensione a determinare in anticipo quanto poi succederà,
ad afferrarsi ai propri desideri e alla comprensione immediata,
infine a confrontarsi con l'angoscia di dipendere dagli altri.
E' indispensabile il superamento di questa paura, perché sta proprio
nel confronto con gli altri, nella condivisione, il processo che
fa crescere; ma per far questo è necessario mettersi in uno "stato
di sogno", che non sleghi tuttavia dagli stimoli esterni,
e in questo stato imparare con i pazienti a creare un "vincolo
creativo". L'astensione che si richiede a questo fine è,
soprattutto, quella di non de- terminare il tempo della soluzione
dei problemi che si affacciano: ciò porterebbe a dare una "risposta
qualsiasi", servendo così ad una pretesa onnipotenza e onniscienza
che non aiuterebbero in alcun modo il lavoro da fare. Si tratta
all'opposto di attendere il "transito" da uno stato
mentale più frammentato (PS) ad uno più strutturato (D), e di
trascendere in ciò la "cesura" (1977) che si interpone
fra di essi e anche quella che separa una persona dall'altra.
E' quindi la pazienza che caratterizza lo stile dell'analista
e che gli permette di tollerare, senza sentimenti persecutori,
la frustrazione e la sofferenza originate da fatti dispersi, assumendo
l'unico atteggiamento possibile, quello di esercitare l'immaginazione
nella produzione di una nuova forma: vedere quello che prima non
c'era. E' questo un modo non per raggiungere la verità, alla quale
non si può mai arrivare, ma per avvicinarla rimanendone continuamente
alla ricerca, e conoscendola nella pluralità, nella gruppalità
interna delle innumerevole possibilità offerte dai pazienti; solo
così si permette alle varie parti scisse, di se stessi e loro,
di essere accolte e di mettersi a contatto reciproco. L'interpretazione,
ma in particolar modo la costruzione (S.Freud, 1937), produce
allora in sé e negli altri una trasformazione; e questa è tale
da non impedire ad altre trasformazioni di succedersi, rendendo
così il processo analitico sempre mobile, come una fiamma sempre
accesa. Della immensa letteratura psicoanalitica lasciata da Bion
è stato necessario riportare i contenuti che precedono per questa
ragione: dedicati alla psicoanalisi duale, essi si applicano integralmente
alla gruppo-analisi, e qui trovano anzi la loro maggiore e più
profonda attribuzione. Non vi è affermazione, di quelle ricordate,
che non collimi con altissima precisione con i processi gruppo-analitici
descritti nell'ambito della fenomenologia foulksiana e non vi
trovino assoluta corrispondenza.
E' infatti nella matrice dinamica del gruppo analitico che hanno
massimo gioco i "pensieri selvaggi" derivati dalle dimensioni
personali dei vari componenti; ed è nella sua matrice primordiale
(Usandivaras, 1986) che si affacciano le loro radici culturali,
trans-generazionali. Attivati dalla dinamica matriciale, questi
pensieri emergono dalle nebbie di un passato creduto irrecuperabile,
frequente- mente per il contributo di un componente che non li
ha personalmente vissuti; e da un singolo vengono riscoperti dei
fatti che appartengono ad altri. Proprio per questo nel setting
gruppale si animano in modo specifico le paure della pubblicizzazione
dei propri pensieri non addomesticati, l'angoscia della perdita
del noto per la ventura nell'ignoto e la spinta imperiosa o a
"voler dimenticare" tutti qualcosa che uno dei tanti
non vuole rivelare o all'opposto a "voler ricordare"
ciò che è successo al proprio o che appartiene ad un gruppo diverso,
o ancora a "voler desiderare" qualcosa e a "sapere
presto" ciò che sta accadendo.
L'atteggiamento proprio del gruppo, ancor più di quanto si verifichi
nella psicoanalisi duale, è allora l'assunzione di quella "negative
capability" descritta la prima volta da Keats (1817)
con le seguenti parole: "when a man is capable of beingin
uncertainities, mysteries, doubts, without any irritable reaching
after fact and reason".
Questa capacità negativa è stata applicata da Bion alla coppia
analitica (cit.,1970), ma trova molto migliore collocazione nella
gruppo-analisi, dove al conduttore è persino sconsigliato l'esercizio
della interpretazione (in attesa di quella "costruita"
dal gruppo), dove massimamente necessaria è la pazienza di fronte
all'incomprensibile (tipico risultato della complessità del gruppo),
dove si rimane frequentemente muti (con la mente vuota), per le
innumerevoli "cesure" che il gruppo comporta; e dove
si rende più evidente che mai altrove che una esperienza intollerabile
sul piano individuale viene trasformata in qualcosa di tollerabile
per la presenza di un "contenitore", perché a reggerla
è l'insieme. Un rapporto privilegiato di contenitore/contenuto
che deve svolgersi contemporanea-mente nell'analista e nei pazienti
del gruppo, pur essendo originato dal primo.
Così si è espressa al riguardo Sonia Langlands: "occorre
che io sia da un lato partecipe nella relazione col mio paziente,
e da un altro che io possa avere sufficiente umiltà per mostrare
al mio paziente che lui può fare a meno di me per lasciare spazio
alle idee che gli piacerebbe sperimentare per conto proprio".
Parole e principio dettati nel quadro della analisi duale, ma
che in quella di gruppo trovano la loro più ampia applicazione!
L'attenzione fenomenologica dell'invisibile, che raggiunge nel
gruppo il suo diapason, la richiesta che il conduttore sia un
attore del tutto uguale agli altri componenti del gruppo, un "punto
nodale" del campo, e l'andamento "democratico"
della gestione del gruppo foulksiano, esplicitano al massimo tutti
i processi che sono stati ricordati, realizzando quella rêverie
in attesa che potentemente facilita la comunicazione. Uno stato
di sogno al quale il gruppo è stato più di una volta assimilato.
Si può affermare in conclusione che il vertice di Bion, e il suo
impianto sulla dialettica fra elementi alfa e beta, costituisce
la più vera e completa teoria del vertice di Foulkes: quella teoria
gruppo-analitica che più di uno gli ha rimproverato di non aver
saputo o potuto elaborare.
Il che non significa certo che psicoanalisi e gruppo-analisi debbano
vedersi coincidenti; piuttosto, che la "dinamica di gruppo"
descritta da Bion fa parte della seconda per appartenere alla
sua "matrice di base", e che l'analisi bioniana in profondità
del processo psicoanalitico si può vedere come la componente necessaria
dell'incontro "simbiotico" fra il pensiero di Bion e
di Foulkes.
Si tratta in ogni caso di un incontro costruito sul "mito".
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