| Revisione dell'articolo proposto alla conferenza commemorativa del 2000 in onore di Enid Balint
IIntroduzione
Per molti analisti il concetto di identificazione proiettiva costituisce un punto di fondamentale riferimento nella loro pratica lavorativa, poiché come il termine più remoto “controtransfert” che parzialmente sostituisce, si rivolge spesso a quella esperienza clinica poco chiara sperimentata dall'analista. Probabilmente per coloro che l'hanno abbracciato, il concetto di identificazione proiettiva, rappresenta il progresso teorico più avanzato degli ultimi sessanta anni. Per coloro che sono più scettici sul suo valore esplicativo può sembrare come un cavallo di Troia che ha preso potere sull' establishment analitico. L' importanza che questo concetto ha acquisito può essere testimoniata dal numero di pubblicazioni che ad esso sono state dedicate, dal fatto che è stato trattato in diverse conferenze (es. Sandler et al, 1988) ed in numerose riviste (Ogden, 1979, 1994).
Da quando Melanie Klein lo ha introdotto, questo concetto è stato significativamente modificato ed ampliato (Bion, 1959, 1962, Rosenfeld 1971, 1987, Grotstein , 1981, Joseph, 1987, Ogden , 1979, 1994). A questo riguardo, il contributo di Bion è stato importante perché ha trasformato il concetto da concetto che si riferiva ad un meccanismo psichico primitivo (qualcosa che il neonato “faceva” ad un “altro”) a concetto che delinea un processo interpersonale, nel quale il ruolo del beneficiario (il ricevente delle proiezioni) è significativamente importante. In parte, anche grazie all'opera di Bion, il processo che riguarda l'identificazione proiettiva è stato considerato come una forma primitiva di comunicazione fra madre e bambino, in realtà, l'unica forma possibile.
Questa ed altre estensioni del termine hanno cercato di renderlo un concetto “sincresi” che include da una parte le difese primitive del bambino contro un'angoscia intollerabile, dall'altra i fondamenti della normale comunicazione madre – bambino.
Probabilmente l'area che rappresenta un terreno comune fra i sostenitori ed i critici del termine è l'area della comunicazione non verbale emotiva che comprende sia il bisogno di tenere conto della comunicazione madre-bambino durante il periodo pre-verbale sia il bisogno di comprendere un tipo di comunicazione non verbale fra paziente ed analista nel quale la comprensione del contenuto mentale è espressa senza la mediazione delle parole.
In questo articolo mi occuperò di trattare entrambi questi aspetti dando spazio alla letteratura che vi è stata dedicata.
Piuttosto che riassumere la letteratura sull'argomento (cosa tentata in molte occasioni) esaminerò alcuni stralci di un articolo chiave per l'argomento trattato (Bion, 1959) considerando contemporaneamente un articolo di Enid Balint (1963) proveniente dalla tradizione indipendente.
L'articolo di Bion include materiale clinico che lo conduce verso una nuova comprensione del concetto originale e illustrando questo aspetto, spero di dimostrare una certa confusione di idee presente tutt'oggi attorno al concetto di identificazione proiettiva.
Sebbene il concetto di identificazione proiettiva sia stato introdotto da Melanine Klein nel 1946, non acquisì per un certo periodo la diffusione che ha ad oggi. Presumibilmente essendo strettamente collegato alla matrice della teoria kleiniana, il termine non era congeniale ad analisti di altri orientamenti.
Winnicott, per esempio, per il quale per lo sviluppo l'apporto materno era cruciale, sembra che non avere mai utilizzato questo termine, anche i Balint che enfatizzarono l'importanza reale del ruolo della madre preferirono utilizzare termini come fusione con l'altro, proiezione e identificazione – ad esempio l' “armoniosa e compenetrante mescolanza” di Michael Balint (1968) .
Inoltre, i teorici del gruppo indipendente tendevano verso una concezione della relazione madre-bambino nella quale il bambino aveva una più attiva capacità di comunicazione di quanto i kleiniani avessero previsto. Per loro, la nozione che tutto fosse determinato da processi istintuali primitivi sarebbe stata difficile da accettare. Tutta la struttura della teoria di Winnicott fu costruita sull'assunto relativo al garanzia di un ambiente adattativo, e sebbene i Balint non avessero sviluppato idee sufficientemente esaurienti sul periodo del primo sviluppo, la loro opera è permeata da un pensiero simile.
Feedback, mirroring e reverie materna
Nel suo articolo Essere vuoti di sé (Balint , E, 1963), Enid Balint evidenzia un quadro clinico che oggi sarebbe definito come disturbo narcisistico o borderline . Come suggerisce il titolo, l'autrice sceglie un genere particolare di esperienza disturbata, la cui origine è collegata ad un periodo iniziale dello sviluppo. Questo tipo di esperienza è connesso “sia nella….natura che nella cronologia, all'importanza per il bambino della comunicazione con sua madre ( op.cit. p. 40).” Viene indicato “che molto aiuto per comprendere questa condizione è fornito dalle idee kleiniane” che trattano dell'introiezione e dell'invidia ma tali idee “sembrano essere insufficienti, dal momento che la paziente descritta ….era tormentata più dalla mancanza di un Sé che dall' “introiezione di oggetti buoni o cattivi (op. cit. p. 41).”
Balint ha elaborato la concezione di uno sviluppo soddisfacente in cui avviene qualcosa fra madre e bambino che precede gli avvenimenti proiettivi ed introiettivi discussi dalla Klein. Se ciò non avviene ne seguirà un fallimento del senso del sé . In altre parole Balint credeva che se non c'è nessun senso di un sé che contiene, parimenti non può esserci nessun senso di qualcosa contenuto. Non può esserci nessun senso primitivo del “me” e del “mio”, nessuna invidia, niente da proiettare e niente da preservare internamente. La Balint considera che la sua paziente Sarah viveva in uno stato di pre – sé .
Nel ricostruire lo sviluppo della paziente notò che mentre all'apparenza le cose sembravano essersi sviluppate in modo soddisfacente, “vi era un'area essenzialmente importante dove non sembrava esserci nessuna comprensione attendibile fra madre e figlia” (op. cit .p. 50). Sembrava che la madre “rispondesse più alle sue idee preconcette” che a quello che sentiva veramente la sua bambina, la Balint collegava questo con il senso di Sarah di non sentirsi mai riconosciuta. (Forse) ha scritto, “La madre di Sarah non riusciva a sopportare l'infelicità o la violenza della sua bambina, non reagiva ad esse, cercava di manipolarla in modo che tutto fosse messo a posto o negato (op. cit.p.50) Sviluppò l'idea come segue:
La madre di Sarah era impenetrabile a qualsiasi comunicazione che fosse differente dall'immagine che aveva di sua figlia (il concetto di impenetrabilità verrà discusso di seguito) … Di conseguenza, Sarah non riusciva a capire le comunicazioni di sua madre e percepiva che la madre non la vedeva come era. Non trovava un'eco nell'altro… (Qui si riferisce all'idea di Winnicott (1945) della madre e del bambino “che vivono un'esperienza condivisa”) L'esperienza della figlia che trova un'eco di se stessa proveniente dalla madre, o della madre che accetta la sua bambina come insieme di sentimenti ed emozioni non ancora organizzate e fornisce risposte, permette alla bambina di organizzare questo tipo di esperienza in un Sé. Propongo di definire questo processo come “feed-back” che, prende l'avvio dalla figlia ed agisce come uno stimolo sulla madre che deve accettarlo e riconoscere che qualcosa è accaduto. Il riconoscimento dà luogo ad una specie di integrazione che viene riflessa e ritorna alla bambina…. Questo processo di feed-back presuppone un'interazione fra due partner attivi, è differente dalla proiezione e dall' introiezione nelle quali uno dei partner è soltanto un oggetto passivo. (Il corsivo è mio) (p. 51)”.
Queste idee anticipano - e risuonano – gli scritti di due altri teorici. Da una parte, risuonano con l'articolo di Winnicott di quattro anni dopo, La funzione di specchio della madre e della famiglia nello sviluppo infantile (Winnicott1967), dall'altra risuonano con la prima riformulazione di Bion del concetto di identificazione proiettiva (Bion, 1959) che considera il processo in modo più interattivo di quanto la Klein avesse immaginato.
Di queste due convergenze, considererò per prima il rispecchiamento ( mirroring ) di Winnicott. Sebbene egli non abbia usato il termine identificazione proiettiva, Winnicott (1967) propose il viso della madre per la sua ricca varietà di reazioni emotive come il mezzo principale attraverso il quale il bambino preverbale otteneva il “feed back” emotivo su se stesso. La faccia della madre è il primo specchio del bambino e quello che egli vede nell'espressione della madre è collegato a quello che ella percepisce come “l'esperienza del bambino”. Come Enid Balint, Winnicott considerò il mirroring essenziale per lo sviluppo del sé del bambino senza il quale il bambino non avrebbe avuto il senso di esistere.
Bion (1959), d'altra parte, valutò la teoria della Klein secondo cui il bambino “proiettava” qualcosa in fantasia nella madre – movimento unidirezionale- e la trasformò in una transazione bidirezionale, nella quale il contributo della madre, la sua “reverie” era vitale. Come Balint e Winnicott avrebbero fatto successivamente, Bion aveva iniziato a considerare l'identificazione proiettiva come una forma di comunicazione interattiva fra madre e bambino, il contributo materno diveniva vitalmente importante per lo sviluppo emozionale del bambino.
In questo senso, le idee di questi tre scrittori rivelano una notevole convergenza . Si potrebbe dire che certe idee erano già “nell'aria” e ciascuno le avrebbe colte in modo diverso. Sarebbe errato, comunque, supporre che ogni scrittore stesse dicendo la stessa cosa in modo diverso.
Per un po' di tempo i due teorici del panorama indipendente, Winnicott e Balint, la pensarono in modo simile, Bion, che era ancora un kleiniano, malgrado le sue innovazioni, teorizzò all'interno di uno spazio semantico diverso. Considererò questa differenza in maggiore dettaglio.
Identificazione proiettiva e fallimento materno
Spillius scrive sulla teoria della Klein “si riferisce all'identificazione proiettiva come ad una fantasia nella quale parti cattive del sé vengono scisse dal resto del sé e, con gli escrementi cattivi vengono proiettate nella madre o nel suo seno per controllarla e prenderne possesso, in tal modo il sé diviene il cattivo sé. Vengono proiettate anche buone parti del sé, che portano ad un miglioramento dell'Io e allo stabilirsi di buone relazioni con l'oggetto, in questo modo il processo non viene portato all'eccesso (Spillus, 1988, p. 81)”.
Da questo, è chiaro che nella sua concezione originaria l'identificazione proiettiva era considerata come guidata da un senso di paura: il sé sarebbe stato sopraffatto dagli oggetti cattivi , o l'integrità dei oggetti buoni sarebbe stata compromessa se lasciata in custodia del soggetto. Questo aspetto di difesa/dalla paura legato al concetto di identificazione proiettiva è messo in evidenza nella nuova formulazione di Bion e serve a differenziarlo dal processo che Winnicott ed Enid Balint avevano in mente. Per loro le transazioni che avvenivano fra il bambino e la madre ( mirroring , feed back e riconoscimento) non facevano parte di un processo di difesa. Non avevano neppure una funzione di aggressione o di invidia ed il bambino non era né evacuatore, né ostile e distruttivo. Al contrario, il bambino era relativamente libero da tali impulsi negativi e se instaurava una relazione soddisfacente con la madre si sarebbero create le condizioni per uno sviluppo positivo. Gli interventi della madre liberavano il bambino dall'angoscia e gli conferivano un senso potenziato di vitalità.
In breve, gli interventi materni soddisfacevano un bisogno primario per la comunicazione e il riconoscimento di segnali provenienti dal bambino (operato dalla madre) era essenziale per lo sviluppo del sé.
Vi sono così due considerazioni contrastanti dei primi avvenimenti fra madre e bambino ed è possibile considerare l'ampliamento della concezione della Klein operato da Bion come una specie di sintesi. Tuttavia mentre nel concetto rivisto da Bion l'elemento materno neutralizza il potenziale distruttivo innato, nella visione del gruppo Indipendente di Balint e Winnicott esiste un bisogno primario di s entirsi in relazione con la madre. Questa ultima concezione è connessa ad una tradizione più relazionale. Richiama “il bisogno primario della madre” di Suttie (1935) ed ha affinità con il concetto di attaccamento di Bowlby (Bowlby, 1969) formulato a quel tempo. Questa concezione anticipa l'opera più sperimentale di Traverthen (1979) relativa al bisogno del bambino della “consonanza” con il caregiver primario.
In contrasto, la relazione descritta da Bion ha ancora un piede nel modello della Klein, nel quale la pulsione primaria che guida il bambino è l'aggressività primitiva ed egli ha bisogno di difendersi da questa.
Così non è un caso che lo stesso processo venga descritto in modi diversi, la divergenza fondamentale sta nella maniera nella quale l'infanzia è concepita.
Da una parte, il bambino è considerato un involucro di impulsi primitivi che cercano una scarica e minacciano la coesione potenziale del sé; dall'altra, il bambino è alla ricerca dell'oggetto ed è alla ricerca dell'attaccamento, con un bisogno primario di relazionarsi con la madre ed essere da lei riconosciuto. All'interno di questa prospettiva, lo sviluppo del bambino dipende da un adeguato appagamento di questo bisogno relazionale che si ha attraverso un feed back sintonizzato e rispecchiante.
Come vedremo il modello di Bion mantiene una visione fondamentale nella quale il bambino comunica con la madre attraverso l'identificazione proiettiva: proiettando e forzando l'esperienza emotiva nella madre. Per esempio la proiezione operata dal bambino è seguita dalla identificazione materna con ciò che viene proiettato. E' come se in questo modello la madre scoprisse quello che il bambino sente, trovandosi a sentire in un modo particolare (cf. il modo in cui l'analista sente un affetto sorprendente e poi “si rende conto” che esso appartiene al paziente).
Invece nel modello di Winnicott, il bambino comunica attraverso segni emotivi. L'affetto del bambino è manifestato in modo tale da far sì che la madre sintonizzata riesca a “leggerlo”.
Per essere tranquillo il bambino può non “intendere/avere in mente” che la madre legga la sua emozione, tuttavia, probabilmente l'esibizione dell'emozione è programmata in modo da anticipare la reazione materna. Nel primo caso è come se la madre non colga i segni ed il bambino e il bambino debba raddoppiare gli sforzi per farsi notare da lei. Nel secondo caso la madre si trova proprio lì, cercando i segni , in uno stato che Winnicott definisce “preoccupazione materna primaria”.
Nel primo caso è come se la madre non si renda conto che il suo bambino riesce a comunicare. Nel secondo ella, esamina continuamente la situazione per ricevere segni di comunicazione.
Questo fa sorgere l'interessante possibilità per cui allorché il bambino (o il paziente) sembra forzare l'esperienza emozionale nella madre nella madre (analista) questa è già una risposta verso il fallimento materno (analista) nel “leggere” i segni . Se ciò fosse così, la proiezione di qualcosa nella madre non sarebbe, come indicato da Bion, il mezzo primario attraverso il quale il bambino ottiene accede alla madre e alla “reverie” materna - che rappresenta la forma fondamentale di comunicazione madre-figlio come sostiene la scuola Kleiniana - ma staremo trattando di una conseguenza dovuta ad un breakdown nel rapporto madre/figlio.
Questo breakdown risulterebbe dal fallimento materno di dare risposte sintonizzate, sebbene potrebbero essere coinvolti altri fattori, come problemi di disabilità nel bambino. Uso il termine risposta sintonizzata in modo generale per riferirmi a qualsiasi mezzo attraverso il quale la madre trasmette al suo bambino che il suo messaggio specifico è stato ricevuto e che lei se ne sta occupando. Questo spesso prende la forma di un'azione adeguata e può anche essere espresso nel modo in cui la madre manipola e risponde al suo bambino. Sostengo che una madre che è in grado di avvicinarsi a quello che il suo bambino sta sperimentando attraverso l'identificazione immaginativa reagirà a quel bambino in modo significativamente diverso da una madre che non riesce a fare tale salto emozionale.
Impenetrabilità materna
Se prendiamo seriamente questo punto di vista, i tentativi per costringere parti emotivamente eccitate del sé nella madre (identificazione proiettiva) costituiscono una reazione comprensibile al fallimento materno. Non sono un meccanismo di difesa innato. Al contrario, sarebbero atti di disperazione di fronte all' impenetrabilità materna, piuttosto che un mezzo fondamentale di conservare parti in pericolo del sé. Sarebbe come se il bambino stesse dicendo alla madre: “ti ho detto come mi sento ma non mi hai ascoltato! mi farò sentire e ti forzerò a capire quello che sto sperimentando”.
Da ciò deriva che ci sarà una relazione inversa fra il bisogno di identificazione proiettiva e l'incapacità di attunement della madre. La presenza dell'identificazione proiettiva attesterebbe un fallimento dell' attunement materno, e la violenza del processo proiettivo sarebbe correlata con il grado di impenetrabilità materna con la quale il bambino deve combattere.
L'impenetrabilità materna è un concetto comune nella letteratura scientifica degli anni 60. Deriva dallo studio delle famiglie schizofreniche, e faceva parte di un gruppo di termini che includevano l'idea della madre schizofrenica. Per quanto ne possa sapere, il termine fu usato per la prima volta da Lee (1963) (nota1) e messo utilizzato da prima da Laing, Philipson e Lee (1966). Il termine divenne importante nell'articolo di Enid Balint dal quale l'ho citato e Bion si riferisce a qualcosa di simile (vedi sotto) quando descrive come giunse a ricreare il processo di identificazione proiettiva per includere l'idea della responsività materna e della reverie (Bion 1959). Può essere significativo il fatto che in quel momento Bion stesse lavorando con pazienti gravemente psicotici e borderline . In verità fu attraverso tale opera e l'evidenza del deficit materno nell'esperienza di questi pazienti, che sviluppò l'idea ora familiare della madre come “un contenitore” delle proiezioni del bambino.
Bion propose che una madre “normale” può prendere le proiezioni del bambino ed elaborarle attraverso la sua reverie, in tal modo il bambino può riaverle indietro o “reintroiettarle” in una forma modificata e più gestibile.
Il materiale clinico di Bion
Lo scopo fondamentale di Bion nel suo articolo del1959 era di illustrare il funzionamento dell'identificazione proiettiva nei pazienti psicotici borderline e di illustrare come questa era usata da tali pazienti per attaccare e distruggere qualsiasi processo che creasse connessioni fra gli oggetti.
Questo includeva non soltanto il rapporto parentale ma anche i processi di connessione nella mente e per mezzo dei quali il significato era stabilito. Scrisse: “I shall discuss phantasied attacks on the breast as the prototype of all attacks on objects that serve as a link and projective identification as the mechanism employed by the psyche to dispose of the ego fragments produced by its destructiveness” (nota 2) . In altre parole, il suo articolo doveva essere una dimostrazione dell'utilità del concetto della Klein nel lavoro clinico. Nella seconda parte dell'articolo offre materiale tratto dal caso di un paziente che sembrava suggerire un diverso genere di comprensione. Piuttosto che essere al servizio delle fantasie aggressive primarie, l'identificazione proiettiva sembrava che essere una reazione al fallimento materno. Citerò Bion, in dettaglio, sottolineando frasi chiave, sebbene per necessità abbia sintetizzato la sua relazione. Scrive (p. 312):
Throughout the analysis, the patient resorted to projective identification with a persistence suggesting it was a mechanism of which he had never been able sufficiently to avail himself ; the analysis afforded him an opportunity for the exercise of a mechanism of which he had been cheated … There were sessions which led me to suppose that the patient felt there was some object that denied him the use of projective identification … the patient felt that parts of his personality that he wished to repose in me were refused entry by me … (nota 3)
(Da notare che Bion non dubita qui del bisogno fondamentale del paziente (del bambino) di usare l'identificazione proiettiva, descrive semplicemente una situazione nella quale il processo è stato frustrato).
[Earlier associations] showed an increasing intensity of emotions in the patient. This originated in what he felt was my refusal to accept parts of his personality. Consequently he strove to force them into me with increased desperation and violence. His behaviour, isolated from the context of the analysis, might have appeared to be an expression of primary aggression. …[as in the earlier cases], “but I quote this series because it shows the patient in a different light, his violence a reaction to what he felt was my hostile defensiveness .(Nota 4)
Questa situazione analitica creò nella mente di Bion uno scenario precedente :
I felt that the patient had experienced in infancy a mother who dutifully responded to the infant's emotional displays. The dutiful response had in it an element of impatient ‘I don't know what's the matter with the child.' My deduction was that in order to understand what the child had wanted the mother should have treated the infant's cry as more than a demand for her presence. From the infant's point of view, she should have taken into her, and thus experienced , the fear that the child was dying (Nota 5). It was this fear that the child could not contain [i.e. the fear that the mother could not recognise. (Nota 6)
Non è chiaro come Bion sapesse che questa fosse di preciso la paura, presumibilmente potrebbe averlo dedotto dal materiale clinico a sua disposizione.
He [therefore] strove to split it off, together with the part of the personality in which it lay, and project it into the mother. An understanding mother is able to experience the feeling of dread that this baby was trying to deal with by projective identification, and yet retain a balanced outlook. This patient had had to deal with a mother who could not tolerate experiencing such feelings and reacted… by denying their ingress…( Bion 1959, pp. 312 – 313 , corsivo e sottolineature mie ) (Nota 7)
E' chiaro da questo che Bion sta descrivendo un particolare genere di fallimento materno nel quale la madre (analista) sembra impenetrabile allo stato mentale del bambino (il paziente) ed il bambino (paziente) reagisce a questo con forme sempre più violente di identificazione proiettiva. La posizione di Bion qui è estremamente vicina a quella che ho già sottolineato, sebbene una considerazione dettagliata della sua discussione tradisce importanti differenze. Queste differenze risiedono nel modo nel quale considera sia il ruolo normale che la funzione materna e la natura dei processi normali nel bambino. Queste sono problematiche che hanno sempre separato i kleiniani ed i teorici del gruppo Indipendente . Il gruppo kleiniano conferisce il primato al mondo interno ed alla fantasia del bambino; gli indipendenti danno grande peso all'ambiente reale. Tali differenze fanno sorgere domande critiche: la madre si allarma soltanto per lo stato del suo bambino perché il bambino “proietta” (in fantasia) in lei, nel qual caso il mondo interno del bambino e le difese proiettive sono il motore primario? O la madre ha un ruolo più attivo, ed esamina gli specifici “segni” di angoscia del bambino in modo preventivo? Nel primo caso, la proiezione avviene prima, e la madre può o non può rispondere (comprendendo qual è la questione, o secondo i termini di Bion “elabora” la proiezione ) il che dipende dalla sua ricettività.
Nel secondo caso, l'esame della madre ha già luogo quando il bambino piange, essendo la sua condizione simile a ciò che Winnicott ha descritto come preoccupazione materna primaria.
Penso che in questo articolo, il Bion clinico è più vicino a Winnicott di quanto il Bion teorico consenta.. Capisce che il fallimento materno (o analitico) della funzione ricettiva e vede nella rabbia disperata del bambino (quella dell'analizzando) una reazione a questo. Bion comprende anche come l'impenetrabilità materna causi fantasie di costrizione di qualcuno nell'attenzione e nella holding emotiva dell'altro. Il Bion teorico, comunque, si appoggia allo schema più vecchio della Klein. La forma primaria di comunicazione del bambino è l'identificazione proiettiva e quando questa è contrastata, sopraggiunge una forma più ostile ed intrusiva del processo.
“[The patient felt that projective identification ] was a mechanism of which he had never been able sufficiently to avail himself ; the analysis afforded him an opportunity for the exercise of a mechanism of which he had been cheated … There were sessions which led me to suppose that the patient felt there was some object that denied him the use of projective identification … the patient felt that parts of his personality that he wished to repose in me were refused entry by me … (op.cit. p. 312)”. (Nota 8)
In conclusione si può dire che Bion ha fatto un salto importante nel rendersi conto che il comportamento del bambino (del paziente) è spesso reattivo al fallimento della madre (dell'analista) nel capire e rispondere. Bion comunque, non abbandona mai l'originaria concezione kleiniana per cui l'identificazione proiettiva è la forma fondamentale del rapporto madre - bambino. Nella formulazione di Bion il carico primario di proiettare nella madre rimane al bambino, e non sta alla madre in quanto ella è in grado di riconoscere i segni dell'angoscia. Per Bion, come per la Klein l'identificazione proiettiva è primaria . Il bambino è impegnato in essa dall'inizio ed il contributo della madre semplicemente facilita o intralcia questo processo fondamentale.
Preoccupazione materna primaria e l'impenetrabilità materna
Vi sono due elementi nella mia discussione: una madre che si rende conto, o che non riesce a rendersi conto, delle specificità dello stato del bambino attraverso l'empatia e l'identificazione immaginativa ed un bambino che emette specifici segnali di sofferenza, prevedendo in qualche maniera fondamentale che a questi segnali sarà data una risposta. Il problema per la teoria è stabilire la relazione fra questi due elementi.
La concezione kleiniana, anche nella forma variata di Bion asserisce che il bambino mette attraverso l'identificazione proiettiva l'esperienza di uno stato emozionale nella madre , la concezione indipendente rappresentata da Enid Balint e Winnicott capovolge il processo: indica che la madre attraverso un processo di identificazione immaginativa anticipa lo stato del bambino e vi partecipa proattivamente . Nei primo caso, il bambino attraverso l'identificazione proiettiva avvia e opera tutto il processo, “forzando” l'entrata del suo stato nella madre, nel secondo caso è la madre guida e farsi maggiormente carico dl processo mettendosi “nel bambino” mediante un processo mediato simbolicamente (vedi sotto).
Alla base di queste due considerazioni vi sono concezioni diverse dello sviluppo del bambino, in particolare vi è un implicito disaccordo sulla misura e sul funzionamento del grado di separazione tra madre e bambino. Si è spesso notato che l'identificazione proiettiva infantile non avrebbe senso a meno che il bambino non abbia un senso rudimentale di separazione dalla madre. In che altro modo un bambino potrebbe proiettare qualcosa in un oggetto se l'oggetto non fosse sentito come separato da lui? (Rosenfeld 1971 [1988)] Sandler (1988) La concezione kleiniana implica così un senso di separazione sin dall'inizio. In contrasto, la concezione indipendente (Winnicott e i Balint) considera che dopo la nascita il bambino non ha nessun senso di separazione per un periodo significativo (vedi anche Mahler et al ; 1975) (Nota 9).
Nella concezione di Winnicott, la chiave rispetto all'inconsapevolezza di separazione del bambino è la preoccupazione materna primaria (1958) che attutisce l'impatto con la “realtà”- in altre parole- con l'esperienza della frustrazione e l'esperienza della differenza. La madre tiene queste esperienze a distanza e con la sua adatta mediazione le introduce gradualmente in piccole dosi gestibili. In questo modo, attraverso il fallimento materno graduato l'isolamento dalla “realtà” sarà assimilato impercettibilmente nell'esperienza. E' centrale in questa concezione che qualsiasi improvvisa incursione della realtà è potenzialmente traumatica e parte del ruolo della madre è rendersi conto che questo non avvenga.
All'interno di questo modello di cura del bambino, la sintonizzazione materna e l'impenetrabilità materna agiscono in direzione opposta. La sintonizzazione materna protegge il bambino dalla severità del mondo oggettuale mentre l'impenetrabilità materna scaglia il bambino contro di esso: in modo diretto ed invadente, costringe la madre oggettuale ad entrare nella sua esperienza, e lo getta nella frustrazione prematura e nella consapevolezza oggettuale prematura. La sintonizzazione materna ritarda lo sviluppo della separazione mentre l'impenetrabilità materna la provoca catastroficamente. Winnicott era profondamente consapevole del dramma potenziale generato da un cambiamento improvviso. Aveva visto, per esempio, quanto dannoso potesse essere per un bambino se la madre era depressa. Considerando un evento come questo in termini di perdita improvvisa dell'adattamento materno (Winnicott 1967). Ovviamente si era occupato meno delle madri risolutamente impenetrabili (come quelle descritte nelle famiglie psicotiche e schizofreniche) che non erano mai state in grado (o di rado) di reagire accuratamente ai bisogni del loro bambini. Sembra che la madre di Sarah nel caso della Balint e le madri di molti dei casi di Bion rientrino in questo generedi madri, forse le idee di Bion e della teoria kleiniana riguardanti l'ubiquità dell'identificazione proiettiva furono costruite basandosi su questo particolare campione di esperienze cliniche .
Entro questa cornice dell'adattamento materno, l'identificazione proiettiva può essere considerata come il tentativo del bambino di superare l'impenetrabilità dell'oggetto materno. L'abituale fallimento materno ad adeguarsi costringe il bambino ad una prematura consapevolezza della separazione (Winnicott) ed il bambino deve trovare modi sempre più aggressivi per costringersi alla consapevolezza oggettuale A ciascun fallimento del processo il bambino diviene più disperato, più violento e pieno di rabbia e non è difficile vedere come questo potrebbe culminare in fantasie di entrare e/o distruggere l'oggetto frustrante in modi simili a quelli descritti dalla Klein. Alla fine in quanto possono esserci state esperienze di essere all'unisono con la madre, anche se veloci, possiamo considerare come gli sforzi di infrangere l'impenetrabilità materna potrebbero costituire tentativi per riguadagnare tale stato perduto nel quale parti del sé possono essere risperimentate all'unisono con l'oggetto paterno.
La questione della comunicazione non verbale
Qualsiasi considerazione sull'identificazione proiettiva deve affrontare la tematica inerente alla comunicazione non verbale per due ragioni: la prima perché clinicamente, il concetto di identificazione proiettiva è il più delle volte chiamato in causa quando l'analista “individua” un emozione nella seduta che non era stata espressa in modo verbale o ovvio, e secondariamente, perché il concetto è usato per spiegare come il bambino durante il periodo preverbale comunichi stati affettivi alla madre. Nel primo caso, l'analista distingue lo stato effettivo attraverso un aspetto spesso incongruo della sua stessa esperienza nella seduta e quindi dice a se stesso che il paziente “ha proiettato in lui”. In maniera simile la madre è destinata a divenire consapevole di quello che il suo bambino sta “sperimentando” quando il bambino proietta in lei questo stato affettivo. Comunque, il problema con tali “spiegazioni” è che non spiegano nulla. Per spiegare un processo di questo genere dovremmo essere in grado di dire come questo sia mediato, cosa su cui solitamente gli analisti mantengono il silenzio. Comunque, se finora tali esperienze sono state accuratamente percepite, è chiaro che il meccanismo che funge da mediatore opererà in qualche genere di comunicazione non verbale. Il fatto che l'analista non sa descriverlo è soltanto la prova del fatto che avvenga in maniera inconsapevole. E' proprio la natura di tali esperienze ad essere inaspettata. Vi è, tuttavia, una difficoltà più intrinseca nel discutere la comunicazione non verbale. La comunicazione come è intesa normalmente include la mediazione di simboli . Ci si riferisce a strutture che “contengono” o “si riferiscono” a significati, le parole ne sono l'esempio più chiaro. Quando ci riferiamo ai processi non verbali la situazione è più complicata. Gli affetti, per esempio, sono di norma mediati dai segni che fanno parte dell'espressione dell'emozione stessa (Darwin, 1872) Se mi guardaste e vedeste l'espressione di rabbia sulla mia faccia, per esempio, sarete in grado di “leggere” questi segni, questo accadrebbe anche se non avessi l' intenzione di comunicare il mio stato affettivo per mezzo della mia espressione. La mia espressione di rabbia è semplicemente un accompagnamento del mio stato interiore e per questa ragione non si può dire che sto esprimendo la mia esperienza in modo simbolico. In altri momenti, invece può essere operante intenzionalmente tale comunicazione. Per esempio, potreste dirmi qualcosa che disapprovo e potrei arricciare il labbro in un modo particolare che esprima il mio disgusto. In questo caso la mia espressione potrebbe essere considerata un simbolo consapevole perché intendo esprimere il mio disgusto per voi. L'arricciamento del labbro è culturalmente un simbolo non verbale condiviso di disgusto.
Sebbene, comunque, l'espressione di segni affettivi (come opposti ai simboli) è in gran parte involontaria, ed al massimo, possiamo parzialmente sopprimerli, la loro lettura (elaborazione simbolica) non è allo stesso modo involontaria. Mentre si pensa solitamente che il potenziale per il riconoscimento dell' espressione emotiva (segni) sia innato, il grado nel quale ne diventiamo consapevoli e reagiamo ai sentimenti di un altro è una faccenda variabile. Per agire in questo senso dobbiamo essere “aperti” ai segni affettivi e forse farvi attenzione. “La madre abbastanza buona” di Winnicott potrebbe essere considerata in questo modo, e “la preoccupazione materna primaria” è un'accentuazione di tale recettività normale. In opposizione una madre impenetrabile è relativamente “chiusa” al riconoscimento dei segni affettivi. Per capire completamente questo discorso, è necessario considerare come una persona tratta normalmente i messaggi affettivi.
Si può pensare a questo processo nei termini di Bion dell'elaborazione (funzione alfa) attraverso la “reverie”, questa può essere indicata più chiaramente come una fase di elaborazione simbolica. Così per la madre “sapere” cosa sta turbando il suo bambino, non deve basarsi solo sul leggere i segni affettivi o segnali, ma li deve interpretare immaginandosi nella situazione del bambino. Deve essere consapevole di quando il bambino è stato cambiato e nutrito l'ultima volta e se stia mettendo i denti o soffrendo per le coliche. Ha bisogno di ricordarsi se ci sono stati recenti stress nella routine o cambiamenti nel dispensare le cure, deve sintetizzare queste possibilità in un “quadro” o “storia” sul bambino. Questo è quello a cui mi riferisco come “identificazione immaginativa” perché è un processo nel quale immaginandosi simbolicamente nella situazione di un'altra persona, si costruisce un contesto che ad un certo segnale diventa significativo (nota 10). Questo processo è abbastanza diverso dall' identificazione proiettiva essendo una forma di conoscenza e non un mezzo per influenzare l'altra persona (una forma d'azione). Per capire l'identificazione proiettiva in questi termini dovremmo considerare come se la persona, che si dice stia impiegando questo meccanismo, emettesse segnali affettivi non verbali (segni) attraverso il tono della voce, l'atteggiamento e così via, non essendo consapevole di quello che sta facendo. In altre parole, è impenetrabile al suo stato affettivo. Non sa nulla sul so stato affettivo perchè non l'ha elaborato simbolicamente Questo processo potrebbe essere considerato nei termini dell'atteggiamento che egli ha interiorizzato originariamente nell'infanzia attraverso la sua madre impenetrabile. Il suo atteggiamento impenetrabile verso il suo stato emotivo è una versione attuale dell'atteggiamento della madre verso di lui nell'infanzia. La sua impenetrabilità influenza la consapevolezza verso il suo stato affettivo (egli “non è consapevole” di questo, proprio come sua madre non era consapevole dei suoi stati emotivi), non si genera uno sviluppo della consapevolezza quando gli eventi si mettono in moto. In questi termini, l'analista può essere considerato come chi “raccoglie”i segnali emotivi, che potrebbero essere numerosi, che sono lontani dalla consapevolezza del paziente, e spesso anche dalla sua comunicazione verbale. Inoltre, non è necessario considerare come indica la teoria kleiniana che il paziente “proietti” tali segnali nell'analista come suggerirebbe l'appena visibile intento aggressivo. Potrebbe anche essere che l'analista venga a contatto con tali segnali perché è volto (è aperto) verso il paziente in uno stato di elevata ricettività. Il fatto che l'analista sia emotivamente volto verso il paziente in questo modo speciale potrebbe essere scarsamente contestato. L'analista ha in mente il paziente ed è consciamente ed inconsciamente a contatto con il vasto corpus di “conoscenza”che ha costruito intorno a lui. Pone attenzione ai segnali emotivi esaminando il campo di “informazioni” emotive. Rispetto a questo l'analista non è così diverso dalla madre che Winnicott descrive quando parla dello stato di “preoccupazione materna primaria”, - “ la preoccupazione analitica primaria” corrisponderebbe a una posizione che ogni analista riconoscerebbe. Come la madre in questo stato, l'analista si collega immaginativamente con ogni aspetto “materiale” sentendo di quale“caso potrebbe trattarsi” basandosi su tutti i segnali disponibili. In questo modo il segnale affettivo non riconosciuto dal paziente è “contenuto” (Bion) all'interno di un tessuto simbolico fornito in parte dall'analista.
Conclusione
Esaminando la trasformazione del concetto di identificazione proiettiva di derivazione kleiniana operata da Bion, ed alla luce dell'opera di Winnicott, ho sviluppato una concezione del fenomeno clinico dell' identificazione proiettiva, che la libera in qualche modo dalla sua matrice kleiniana. Ho suggerito che non è necessario considerare la maniera fondamentale di comunicazione che il neonato ha con la madre (l'emissione di segnali emotivi) come un fenomeno proiettivo, ma semplicemente come una dimostrazione affettiva collegata ad un'aspettativa radicata di responsività materna. Fin anche per lo stato maggiormente proiettivo che si sviluppi, ho costruito uno scenario, seguendo da vicino le intuizioni di Bion, nel quale le fantasie aggressive e proiettive del bambino si sviluppano come reazioni significative al fallimento materno. Questo fallimento prende la forma dell' impenetrabilità materna, con la quale intendo una mancanza di recettività e di reazione ai messaggi emotivi del bambino. Ho sostenuto che i fenomeni clinici in questione non necessitano un adesione ai principi di difesa kleiniani contro l'aggressività primitiva ma possono essere compresi più velocemente come reazioni disperate del bambino verso un oggetto che ha mancato di comprendere e risuonare col suo stato disturbato. Il mio lavoro suggerisce che l'identificazione proiettiva (nel senso kleiniano “aggressivo”) non è fondamentale nel funzionamento infantile come spesso si suppone, ma è il risultato di tentativi contrastati per ottenere una reazione da parte della madre. Sostengo che il bambino abbia una tendenza innata a comunicare l'angoscia attraverso canali non verbali, ed ugualmente abbia una aspettativa innata che a questi sarà fornita una risposta in modi che attutiranno il disturbo. Il fatto che bambino sia occupato nell'interazione comunicativa e ricettiva è attestato ora da una immensa quantità di studi di ricerca sull'infanzia (Stern 1985). Tale comunicazione ha frequentemente una qualità mimetica ed è spesso strutturata in sequenze complesse. Il disturbo di ritmi e modelli previsti crea confusioni e disordini nel bambino, probabilmente l'input materno di risposta a tali sequenze contribuisce al senso infantile di essere tenuto e contenuto in un ambiente materno. Sottolineo l'esistenza di tali modelli comunicativi fra madre ed bambino perché si è spesso affermato che nell'infanzia l'identificazione proiettiva sia il principale percorso comunicativo, secondo me questo non è supportato da prove evidenti.
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Abstract:
Il concetto kleiniano di identificazione proiettiva è richiamato per spiegare i processi non verbali che caratterizzano la situazione analitica e le relazioni significative. L'autore prende in esame materiale clinico che ha portato Bion a rivedere le formulazioni kleiniane originali. Avvicinando il concetto da una prospettiva Winnicottiana, l'autore suggerisce che il processo relativo all'identificazione proiettiva nonsia tanto fondamentale, come spesso sottolineato, per la vita infantile; piuttosto lo considera collegato con l'impenetrabilità materna. L'autore discute l'assunto kleiniano per cui l'identificazione proiettiva costituisce la modalità fondamentale della comunicazione infantile e suggerisce che la comunicazione primitiva può essere meglio compresa se messa on relazione ai segni o segnali che formano parte integrante dell'attivazione emotiva. Questi segnali non sono proiettati dal bambino in una madre riluttante, ma vengono percepiti e letti dalla madre da una posizione affine a quella che possiamo definire come “la preoccupazione materna primaria” (Winnicott). La madre che immagina e sente se stessa nella situazione del bambino. Da questa prospettiva, l'identificazione proiettiva può essere considerata come una conseguenza patologica collegata al fallimento materno piuttosto che caratteristica difensiva fondamentale della vita infantile.
Qualifica:
Kenneth Wright è psicoanalista e lavora seguendo la tradizione del “gruppo indipendente”. È psichiatra e si occupa presso la Tavistock Clinic di Londra della psicoterapia dell'adulto e della coppia, membro della Fondazione Squiggle lavora privatamente nel Suffolk in Inghilterra. Nel 1992 gli è stato conferito il premio Margaret Mahler Literature Prize per libro Visione e Separazione: Tra Madre e Bambino. (Tr. It Roma: Borla, 2000). Tiene lezioni universitarie in ambito nazionale ed internazionale ed ha pubblicato articoli su psicoanalisi, riti, creatività e religione. Tra i lavori più recenti: To make experience sing.' In: Art Creativity Living, Ed. Lesley Caldwell, London: Karnac, 2000; ‘Preverbal experience and the intuition of the sacred.' In: Psychoanalysis and Religion in the Twenty-first Century: Competitors or Collaborators, Ed. David Black, London: Routledge, 2006.
Note
Nota 1: Lee (1963) ha scritto: “Affinché avvenga un' adeguata, diretta interazione, ciascuna parte registrerà il punto di vista dell'altra…Tipicamente, il genitore non riesce a registrare l'opinione del figlio, mentre il figlio non registra che la sua opinione non è stata (e forse non poteva essere) registrata…Molto spesso il genitore rimane impenetrabile al punto di vista del figlio perchè sente di essere non complimentare a lui. O perché non si adatta al suo sistema di valori…il genitore insiste che il figlio “dovrebbe” credere…. Il figlio sente come se continuamente varcasse una parete invisibile di vetro solido ( Citato in Watzlawick et. Al. 1968, corsivo mio).
Nota 2: “Discuterò della fantasia di attacco al seno come il prototipo di tutti gli attacchi agli oggetti che funziona da legame e dell'identificazione proiettiva come il meccanismo usato dalla psiche per disporre dei frammenti dell'Io e prodotti dalla sua distruttività” .
Nota 3: Durante l'analisi, il paziente fece ricorso all'identificazione proiettiva con una persistenza tale da suggerire che fosse un meccanismo del quale non era mai stato capace di usufruire a sufficienza, l'analisi gli dava l'opportunità per l'esercizio di un meccanismo dal quale sentiva di essere stato ingannato… vi erano sedute che mi inducevano a supporre che il paziente sentisse che c'era un oggetto che gli negava l'uso dell'identificazione proiettiva…. il paziente sentiva che “impedivo l'ingresso a parti della sua personalità che desiderava depositare in me…”
Nota 4: (Le prime associazioni) mostrano una crescente intensità delle emozioni del paziente. Questo si originava da quello che sentiva essere il mio rifiuto ad accettare parti della sua personalità. Di conseguenza, lottava per costringerle ad entrare in me con un incremento della disperazione e della violenza. Il suo comportamento isolato dal contesto dell'analisi, poteva apparire come un'espressione dell'aggressività primaria….(come nei primi casi), “ma cito questa sequenza perché mostra il paziente in una luce diversa, la sua violenza era una reazione a quello che sentiva essere la mia difesa ostile”.
Nota 5: Sentivo che durante l'infanzia il paziente aveva sperimentato una madre che reagiva per dovere alle richieste emotive del bambino. La reazione doverosa aveva in sé un elemento di impazienza “Non so qual è la questione con il bambino” La mia impressione era che per capire quello che il bambino avesse voluto la madre avrebbe dovuto considerare il pianto del bambino più di una richiesta della sua presenza. Dal punto di vista del bambino la madre avrebbe dovuto prendere in lei e sperimentare la paura di cui stava soccombendo il bambino. Si trattava della paura che il bambino non riusciva a contenere ( per esempio la paura che la madre non riuscisse a riconoscere).
Nota 6: Il fatto che Bion parli della madre che prende in lei lo stato del bambino illustra il punto che tratto sotto sui pregiudizi teorici. Bion avrebbe potuto parlare della madre (o analista) che entra attraverso l'immaginazione nell' esperienza del bambino (dell'analizzando) - quello che chiamo identificazione “ immaginativa” (vedi nota 4). Ma la teoria kleiniana ha già deciso che il bambino comunica attraverso la proiezione nella madre cioè (identificazione proiettiva) non attraverso la madre che cerca immaginativamente di entrare nell' esperienza del bambino.
Nota 7: Egli [quindi] l ottò per scindere assieme la parte di personalità nella quale si trovava e proiettare nella madre. Una madre comprensiva è in grado di sperimentare il sentimento di terrore che il suo bambino sta cercando di trattare per mezzo dell'identificazione proiettiva e ciò nonostante può mantenere una mentalità equilibrata. Questo paziente aveva dovuto trattare con una madre che non riusciva a tollerare di sperimentare tali sentimenti e reagiva ..negando la possibilità di ingresso di tali sentimenti.
Nota 8: (Il paziente ha sentito che” l'identificazione proiettiva) era un meccanismo del quale non era mai stato in grado di approfittare a sufficienza, l'analisi gli dava un'opportunità per l'esercizio di un meccanismo del quale non era stato imbrogliato/ingannato…. Vi furono delle sedute che mi indussero a supporre che il paziente sentiva che vi era qualche oggetto che gli negava l'uso della identificazione proiettiva…i il paziente sentiva che parti della sua personalità che desiderava che riposassero in me rifiutavano di entrarvi…( op. cit. p. 312)”
Nota 9: Winnicott, per esempio ha parlato di “immersione nello stato” Michael Balint (1968) di un “armoniosa e compenetrante mescolanza”
Nota 10: È da notare come l'analista compie sempre una funzione simile in relazione al paziente – contestualizzando immaginativamente le dichiarazioni del paziente e in quei casi dove invoca l'identificazione proiettiva contestualizzando i segni affettivi non riconosciuti dal paziente.
Traduzione di Francesca N. Vasta
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