Mediante il mito Bion ha fornito una descrizione sul dramma dell'uomo e del gruppo alla ricerca di un sapere su se stessi, ma più in generale se ne è servito quale emblema delle situazioni emotive e occasione per descrivere i legami K, mediante i quali il soggetto diviene cosciente dell'esperienza emotiva che lo coinvolge estrapolando elementi che gli consentano di apprendere dall'esperienza. I miti si configurano come modelli, ossia astrazioni da un'esperienza emotiva o concretizzazioni di un'astrazione.
Sottolineando le accese critiche di mancanza di scientificità attribuite al sapere psicoanalitico, troppo teorico ma anche eccessivamente concreto, e la necessità di trovare il giusto equilibrio tra astrazione e realizzazione, nel 1963 Bion propone una griglia come strumento che renda la pratica più rigorosa e precisa e valido supporto per pensare agli aspetti emersi nella pratica analitica, concorrendo allo stesso tempo a migliorare le possibilità comunicative tra analista e analizzando e il confronto tra analisti. Essa costituisce un modello d'esplorazione della pratica analitica, mediante la registrazione di interpretazioni, formulazioni verbali, gesti sui quali l'analista può meditare a-posteriori attraverso un “gioco psicoanalitico” [1], quale attività di riflessione sugli elementi della psicoanalisi al fine di acuire il pensare analitico e la propria capacità di entrare in risonanza emotiva con i pazienti.
La griglia si raffigura come una matrice matematica costruita secondo colonne verticali e file orizzontali, le quali incrociandosi generano una casella caratterizzata da una lettera, indicante la fila, ed un numero, indicante la colonna. Nello specifico, Bion fa riferimento a due assi, chiamati asse genetico e asse dell'uso : il primo classifica i pensieri secondo il loro livello di astrazione e di sviluppo, mentre il secondo richiama l'utilizzo pratico dei pensieri da parte dell'apparato per pensare pensieri, espressione con cui egli fa riferimento allo specifico processo di impiego di pensieri epistemologicamente esistenti e geneticamente precedenti alla capacità di pensare.
La griglia si compone di una serie di elementi della psicoanalisi , ossia di funzioni di personalità [2] osservabili in analisi mediante tre dimensioni: dei sensi, del mito e della passione. Se un oggetto psicoanalitico non possiede tali dimensioni non è esauriente.
La prima dimensione descrive l'oggetto in quanto promotore di un'esperienza sensibile così come definita dal senso comune , ossia dalla possibilità che i suoi aspetti reali o emotivo-inconsci siano riconosciuti da più di un senso della stessa persona o da un solo senso di persone diverse . “Riterrò -scrive Bion- che un oggetto sia percepibile dall'indagine psicoanalitica, se, e soltanto se, esso soddisfa condizioni analoghe a quelle che vengono soddisfatte quando la presenza di un oggetto fisico è confermata dalla prova di due o più sensi.” [3]In questo modo non solo si riconosce un elemento di socialità e condivisione nella psiche, ma si considera tale qualità come prerogativa del comunicare, dal momento che analista e analizzando sanno che l'interpretazione si riferisce a qualcosa che è rappresentabile attraverso la vista, l'udito, il tatto.
Il secondo aspetto attraverso cui il pensiero si manifesta in ambito psicoanalitico è il mito, che all'interno della griglia occupa la fila C dell'asse genetico, assieme ai pensieri onirici e ai sogni. Esso si esplicita nella veste di immagini sensoriali organizzate in forma narrativa e rappresentabile quale elaborazione collettiva di emozioni proto-mentali dalle radici inconsce che non hanno trovato una trasformazione nella psiche individuale: in quest'ottica, quindi, il mito si presenta come “non senso comune” [4] che trova una forma di elaborazione mediante l'attività mitopoietica. Bion riconduce la mitopoiesi, attività trasformativa del mito, alla funzione alfa, quale organo che intervenendo sulle impressioni sensoriali e sulle esperienze emotive le converte in elementi alfa, implicati a loro volta in ulteriori processi di trasformazione. Essa offre significato e simbolizzazione al materiale inconscio personale e sociale ristrutturando la psiche mediante la comprensione e l'attribuzione di senso all'esperienza. L'utilizzo di materiale mitologico che è a-specifico rispetto alla storia personale e al contempo universale dona un senso di continuità ad una psiche animata da creature parziali.
In questo concetto risiede un importante passo avanti rispetto all'idea freudiana di mito: se le vicende edipiche offrono un'esemplare comprensione delle dinamiche psichiche che presiedono alla formazione di una struttura di personalità nevrotica, al contrario Bion ritiene che le narrazioni mitologiche siano connesse al funzionamento mentale di natura psicotico, potenzialmente presente in ogni individuo.
Bion presuppone che i miti ci aiutino nel comprendere le sfere inconsce della psiche: per queste ragioni rappresentano un valido strumento del quale l'analista può avvalersi nella propria pratica. Come lo scienziato può servirsi di un certo numero di metodi matematici per lo svolgimento del proprio mestiere, allo stesso modo l'analista dovrebbe avere a disposizione un certo numero di miti sui quali fare associazioni: familiarizzando con essi potrà individuare il mito più adatto al paziente e l'interpretazione più appropriata alla situazione analitica attuale. [5]“Non si tratta dell'uso di materiale conscio per interpretare l'inconscio (come nel caso delle libere associazioni) ; si tratta di usare l'inconscio per interpretare uno stato mentale conscio associato a fatti di cui l'analista è consapevole.”. [6]Pertanto il mito non stimola semplicemente l'affiorare del materiale profondo della nostra psiche, ma permette di prendere coscienza della nostra storia personale che nel relazionarsi all'altro, nel qui ed ora della seduta, inevitabilmente si modifica. La relazione consiste in uno scambio interattivo mediante il quale si riconosce il proprio Sé attraverso le identificazioni e le mimesi affettive con l'altro: questo discorso acquisisce un ulteriore valore in riferimento al piccolo gruppo analitico, nel quale l'emergere di emozioni altrui consente al soggetto di riconoscere quell'emozione, prima non rappresentabile, come la propria. Più precisamente gli aspetti del pensiero di gruppo confluiscono nel comune spazio del campo gruppale, dove la conoscenza prende avvio e si sviluppa sino a stimolare il processo che dalla trasformazione K aspira all'evoluzione in O.
La conoscenza dei miti, quindi, è essenziale per l'analista che ne fa i propri modelli, attraverso i quali “trovare la corrispondenza fra i problemi specifici presentati dai pazienti e il corpo della teoria psicoanalitica” [7]evitando di creare nuove teorie qualora si presentino situazioni difficili da gestire . Gli enunciati sui fatti osservati in analisi sono espressioni di un mito personale, attinenti alla dimensione del “come se” [8].
Per queste ragioni, soffermandosi sull'importanza dei modelli in psicoanalisi, Francesco Corrao ne individua le caratteristiche fondamentali, proprie del mito così come del sogno: la funzionalità , legata alla componente come se; la drammatizzazione , ossia la capacità di generare sentimenti; l'analogizzazione , connessa alla produzione di metafore; l'organizzazione in strutture; la metaforizzazione ; la non aderenza ad una logica aristotelica, la qualità narrativa. [9]
La terza dimensione dell'oggetto psicoanalitico è la passione, concetto connesso alle emozioni L-amore, H-odio e K-conoscenza in gioco nel contatto tra menti: il processo analitico di conoscenza di un oggetto che si presta ad essere conosciuto avviene scontando il dolore e la frustrazione derivanti dalla ricerca, il che implica l'emergere di sentimenti di odio, ma anche di gioia e di amore per la scoperta.
Tornando all'utilizzo della griglia, Bion sottolinea come questa possa essere applicata a tutte le affermazioni dell'analista e del paziente le quali trovano una strutturazione genetica e sistematica.
L'asse dell'uso si compone di una serie di caselle numerate da 1 a n. La prima, quella delle ipotesi definitorie si caratterizza per la tendenza a designare un oggetto dell'esperienza come fosse un dato di fatto che esclude quanto non compreso nella designazione: in essa le immagini mitologiche assumono la veste di determinazioni statiche ed univoche. In C2, invece, collegandosi allo pseudos ? divengono rappresentazioni ingannevoli il cui fine è evitare il contatto con aspetti avvertiti come emotivamente pericolosi. Nella colonna 3, quella della notazione (concetto freudiano), vi si registrano le rappresentazioni di realizzazioni del passato e del presente: in essa la narrazione mitologica, emblema di una situazione sia pubblica che privata, favorisce la memorizzazione immaginativa del campo emotivo creatosi in seduta.
Tuttavia, per evitare che le affermazioni diventino enunciazioni fattuali atte ad escludere eventuali altri significati, come nella colonna delle ipotesi definitorie , o fallaci e dirottatrici rispetto alla realtà che si desidera evadere, come nella colonna dello pseudos ? , è necessario che le stesse siano sottoposte ad un'attenzione approfondita, mediante la quale favorire processi trasformativi di nuclei psichici insaturi che fluttuano nella mente in attesa di essere pensati e di trovare una configurazione unitaria. Questa colonna, definita dell' attenzione , è paragonabile al concetto di attenzione libera e fluttuante di Freud e costituisce la via di transito per raggiungere uno stato di vera e propria concentrazione, tipica della successiva colonna dell' indagine . In quest'ambito l'elemento mitologico emerso viene meticolosamente osservato al fine di evidenziarne le caratteristiche, le connessioni, le implicazioni e l'eventuale configurazione che assume in relazione agli altri. Le interpretazioni analitiche e le rielaborazioni del paziente sulle narrazioni mitologiche consentono di rendere noto quanto altrimenti sarebbe oscuro, soddisfacendo al contempo l'innato impulso umano alla ricerca, di cui il mito edipico costituisce un esempio illuminante .
In relazione al mito l'indagine può procedere attraverso quattro fasi che enfatizzano il significato di cui i mitologhemi sono portatori, mediante un fenomeno di risonanza tra gli elementi separati e poi ricollegati:
decostruzione della trama narrativa e individuazione degli elementi costitutivi di un mito, i mitologhemi ;
decodificazione degli elementi;
resignificazione;
ricombinazione degli elementi scissi al fine di individuare nuove connessioni. [10]
Nella situazione analitica l'emergere di un mito si inserisce nel processo trasformativi connesso alla conoscenza di se stessi: incontrando l'azione (colonna sesta), o acting-out, esso assume caratteristiche di effettività favorendo il reale processo di evoluzione della personalità, anche se l'interpretazione fornita non è stata precisa ed esaustiva. La tensione verso questa meta irraggiungibile genera sia nell'analizzato che nell'analista un senso di fatica per la maestosità dell'impresa, di dolore per la scoperta di una dimensione psichica devastata e di solitudine, derivante dal senso di abbandono di parti integranti di se stessi.
La griglia si presta ad eventuali altri utilizzi dei pensieri, con la possibilità di aggiungere altre categorie rispetto a quelle suggerite da Bion; inoltre può essere applicata tanto alle immagini del mito quanto a qualsiasi altro elemento emergente.
Il medesimo enunciato può essere classificato in ognuna delle categorie dell'uso con attenzione al particolare contesto, al contrario la configurazione in relazione all'asse genetico viene suggerito dal livello di astrazione e di sviluppo raggiunto dai pensieri in un'ottica di consequenzialità temporale per la quale ogni fila deriva dalla precedente. Così la fila A rappresenta elementi ( beta ) non osservabili in ambito clinico, poiché saturi e privi di distinzione tra inanimato e psichico, ma dai quali sgorgano gli elementi alfa , metaboliti della funzione corrispondente che ha ingerito e restituito in forma elaborata i precedenti elementi beta. Combinandosi in forma narrativa, gli elementi alfa generano la prima apparizione fenomenologica del pensiero, registrata nella fila C in forma di pensieri onirici, sogni e miti pubblici e privati. In fila D essi si trasformano a loro volta in preconcezione , ossia in uno stato d'attesa il cui scopo è ricevere una gamma limitata di fenomeni ed evolvere in concezione (fila E) qualora trovi una realizzazione con la quale accoppiarsi. Il concetto , occupando la fila F, discende dalla concezione liberata dagli elementi senso-percettivi e atta a fornire formulazioni scientifiche. La fila G è invece costituita dal sistema scientifico deduttivo nel quale concetti e ipotesi tendono a combinarsi secondo una relazione logica e coerente. La fila H, infine, descrive il calcolo algebrico quale ulteriore astrazione della categoria precedente, atta a rappresentare i pensieri mediante il ricorso a segni grafici e formule matematiche collegate tra loro da precise regole logiche.
In quest'ottica, non solo il mito, ma ogni altro elemento analitico trova una collocazione precisa all'interno della griglia e offre una rappresentazione chiara, ma non rigida del suo utilizzo pratico e delle sue possibili evoluzioni.
Note
Si veda Bion, W. R., (1963), Capitolo ventesimo, in Gli elementi della psicoanalisi, trad. it. Roma: Armando, 1973, p. 124.
Quando Bion parla di funzioni di personalità vuole far riferimento ad aspetti della psiche che si caratterizzano per il fatto che come in matematica la funzione è connessa e si compone di una serie di fattori che operano in concordanza e che si deducono mediante l'osservazione della funzione stessa. [Si veda Bion, W. R., (1962), Capitolo Primo, in Apprendere dall'esperienza, trad. it Roma: Armando, 1972].
Si veda Bion, W. R., (1963), Capitolo Terzo, in Gli elementi della psicoanalisi, trad. it. Roma: Armando, 1973, p. 18.
Ivi.
Si veda Stagnitta, S. in http://www.consulenzepsicologiche.it/contributi/Bionilmitocomenonosensocomune.pdf.
Ivi.
Si vedano Grinberg, L., et all., (1991), Pensiero, in Introduzione al pensiero di Bion , trad. it. Milano: Raffaello Cortina editore, 1993, p. 40.
Si veda Bion, W. R., (1963), Capitolo Terzo, in Gli elementi della psicoanalisi, trad. it. Roma: Armando, 1973, p. 21.
Si veda Corrao, F., (1992), Epistemologia, in Modelli psicoanalitici. Mito Passione Memoria, Bari: Laterza, p. 18.
Si veda Corrao, F., (1992), Mito, in Modelli psicoanalitici. Mito Passione Memoria, Bari: Laterza, pp. 24-25.
Bibliografia
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Stagnitta,S.,in http://www.consulenzepsicologiche.it/contributi/Bionilmitocomenonosensocomune.pdf
Abstract
Al fine di corrispondere con l'esigenza di articolare il fondamento scientifico della teoria psicoanalitica con i pensieri clinici dell'analista, Bion propone la Griglia degli elementi psicoanalitici quale utile strumento di rappresentazione delle posizioni che la mente dell'analista può assumere nella seduta di analisi, per predisporsi all'ascolto e alla conoscenza condivisa. La Griglia fornisce un'opportunità sia di riconoscimento fattuale che di tolleranza delle trasformazioni dei pensieri, al fine di risuonare con gli elementi O emersi in seduta.
Il mito, che occupa una collocazione specifica nella fila C dell'asse genetico della griglia, ne costituisce un esempio, configurandosi come modello del quale avvalersi per gettare luce su aspetti inconsci altrimenti incomprensibili.
Valentina Nanni, dottoressa in psicologia dinamica e clinica della personalità.
Via Berardo da Padula, 5, 67100 L'Aquila, AQ.
E-mail : valentina_nanni@yahoo.it
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