| Mi propongo di esplorare una o due piste
sullo statuto del sogno nel gruppo basandomi su alcune referenze
teoriche e letterarie e sul materiale clinicodella mia pratica.
Se l'attività onirica è un'attività psichica
fondamentalmente individuale poichè presuppone il sonno,
dunque la sospensione di ogni motricità e di ogni comunicazione
con l'ambiente, la sua dimensione gruppale merita di essere investigata
e noi non possiamo che rallegrarci che questo incontro ce ne dia
l'occasione.
Per iniziare con la letteratura, evocherò
R.Silverberg, che nella Trilogie de Majipor racconta la storia
di un pianeta gigantesco dove le funzioni collettive del sogno
sono pregnanti, sia come mezzo di comunicazione sia come strumento
del potere: tra le istanze che governano questo mondo, i fabbricanti
di sogni occupano una posizione capitale, la dimensione individuale
e la dimensione collettiva del sogno si mescolano senza che il
sognatore possa sempre separarne i fili. Silverberg esplora la
dimensione collettiva del sogno nella orizzontalità e nel
sincronismo. In confronto, un racconto di J.L.Borges, Les ruines
circulaires, mostra un sognatore la cui creazione onirica prende
vita, ma che lui stesso è il personaggio di un sogno fatto
a monte da qualcun altro; la dimensione collettiva del sogno s'iscrive
qui nel trasgenerazionale, la verticalità e il diacronismo.
Si è detto che la seduta di psicanalisi
può essere considerata analoga a un sogno; per J.Laplanche,
citato da Roussillon, essa costituisce perfino una "formazione
dell'incosciente" allo stesso titolo del sogno. D.Anzieu va ancora
più in la applicando al gruppo una formula sulla quale
appoggerò la mia illustrazione clinica: "Dal punto di vista
della dinamica psichica, il gruppo è un sogno".
Fra le domande che pone l'articolazione del
sogno e del gruppo, la prima è forse quella della funzione
e del significato dei sogni apportati nel gruppo dai partecipanti:
il loro valore auto-rappresentativo e sintetico è stato
ben messo in evidenza da J.B.Pontalis, che dubita per altro della
loro analizzabilità e attribuisce loro piuttosto una funzione
di contenente.
Secondo me, l'interpretazione dei sogni non
è la via regale verso l'incosciente di gruppo, nel quale
l'attività interpretativa s'appoggerà piuttosto
su metafore e racconti metaforici, ma mi sembra interessante domandarsi
se è possibile comprendere le associazioni che sorgono
e si incrociano durante una seduta di gruppo come si trattasse
di un sogno. E' in rapporto a questa interrogazione, che riguarda
sia la qualità del processo gruppale sia quella dell'ascolto
dell'analista, che presenterò il mio materiale clinico.
Si tratta di un gruppo misto, chiuso, che
comprende sei partecipanti impegnati in questo approccio con motivazioni
di formazione o di trattamento, e che si riunisce una volta alla
settimana durante due anni.La seduta che presenterò si
situa dopo un anno e mezzo, nel periodo di stato del gruppo, prima
che i problemi legati al termine emergano esplicitamente.
In tale contesto, potevo lasciarmi andare
durante le sedute ad un ascolto fluttuante simile a quello che
posso sperimentare nei trattamenti analitici individuali, senza
che mi sia necessario essere molto attento alla mia funzione inquadrante,
contenente e incitante, sia pure provando una certa ansietà
di fronte all'apparizione recente di fenomeni di assenteismo rotatorio
in un gruppo fino allora fedelissimo. La prima seduta di cui tratto
qui si è svolta in un'atmosfera emozionale calma, poco
interattiva, ciascuno apportando in modo apparentemente scucito
aneddoti o immagini sui quali gli altri potevano associare. Una
gran parte del contenuto della seduta si era cancellata nella
mia memoria quando ho voluto trascriverla.
Tre immagini mi restavano l'evocazione della
serie televisiva Missione Impossibile aveva condotto un membro
del gruppo a prendere coscienza della sua incapacità a
rendere felici i suoi genitori; un'altra aveva evocato il ricordo
di sua madre che, senza lamentarsi, prendeva sempre per sé
stessa la prima fetta -secca- di pane prima di distribuirlo alla
sua famiglia; un terzo aveva parlato della recente nascita di
sei gemelli in Francia, del sovraccarico di lavoro che ciò
doveva rappresentare per i genitori. In mezzo a un fuoco di associazioni,
qualcuno aveva finalmente riportato questa ultima situazione a
quella del gruppo-composto ugualmente da sei partecipanti, ciò
che mi aveva permesso di prender coscienza che gli elementi sparsi
portati nella seduta riguardavano la mia posizione materna nel
gruppo, vissuta contemporaneamente come onnipotente e manchevole.
La seduta seguente cominciò con violenti
attacchi contro una partecipante assente. Appoggiandomi sul materiale
della precedente, potei interpretare la preoccupazione del gruppo
di essere al completo e evocare la sua scontentezza nel constatare
che non ero capace di assicurare questa funzione di contenente.
In seguito a questo intervento, numerosi partecipanti evocarono
con molta emozione ricordi d'infanzia legati all'abbandono, alla
negligenza, perfino ai maltrattamenti subiti da genitori incapaci
o cattivi. L'attitudine incoraggiante e compassionevole degli
altri permise l'espressione di contenuti violenti in un'atmosfera
di relativa sicurezza. In fine di seduta, ho potuto evocare la
favola di Pollicino, che mi è sembrata sintetizzare meglio
i movimenti del gruppo riunendo i temi dell'insufficenza dei genitori,
dell'abbandono, della solidarietà dei fratelli, della riparazione
grandiosa. Dopo questa seduta emerse naturalmente la questione
della fine del gruppo, e l'assenteismo rotatorio diminuì
sensibilmente.
Per riassumere questa illustrazione clinica,
ho dunque considerato un po' artificialmente la prima seduta presentata
come un sogno del gruppo, offerto al nostro desiderio di capire
quello che si tramava nell'agire -le assenze - riguardo alla questione
della fine, dell'abbondono, della onnipotenza. Le associazioni
del gruppo a partire da questo materiale ne hanno permesso una
certa analisi , poi la raccolta sotto forma di un racconto metaforico
- la favola di Pollicino - sorto spontaneamente nella mia coscienza
alla seduta seguente.
Per concludere, ritornerò al mio titolo
lasciando sospesa la domanda: se c'è sogno nel gruppo,
sogno del gruppo, chi è il sognatore? I partecipanti del
gruppo mettono in scena il sogno dell'analista nello stesso tempo
che costui è concretizzazione dei sogni del gruppo in una
circolarità senza fine? A Borges l'ultima parola: "Con
sollievo, con umiliazione, con terrore, egli capì che anche
lui era un'apparenza, che un altro stavasognandolo."
BIBLIOGRAFIA
Robert Laffont
L. Borges, Les Ruines Circulaires, in Fictions,
Folio, 1983
R. Roussillon, Logiques et ArchÈologiques
du Cadre Psychanalytique, PUF, 1995
D. Anzieu, Etude psychanalytique des groupes
rÈels, Les Temps Modernes, juillet 1966
J.B. Pontalis, RÍves dans un groupe,
Le Travail Psychanalytique dans les Groupes, 1973
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