Sogno e gruppo 2


COSTELLAZIONI ONIRICHE E CAMPO GRUPPALE
Eugenio Gaburri


Nel contesto di questo lavoro utilizzerò il modello di campo nella prospettiva di Corrao come una funzione primaria del gruppo.
Intendo questa funzione ora come il "medium" della comunicazione intragruppale attraverso il quale si realizza la interazione affettiva dei componenti, (la dinamica gruppale), ora come atmosfera o clima emotivo che permea e intride il gruppo, imponendo una sua propria curvatura all'interazione stessa.
La funzione di campo configura il gruppo come "insiemità"
(2).Il concetto di insiemità, sviluppato da F.Corrao in contrasto dialettico al concetto di "appartenenza" permette di sviluppare l'osservazione di interazioni affettive all'interno di un contesto gruppale dove i "ruoli" dei "membri del gruppo" e del conduttore e le varie "dinamiche" legate al "gioco dei ruoli" si spostano in uno sfondo gestaltico permettendo l'emergenza in primo piano della "funzione" gruppale che si realizza "attraverso" i componenti della insiemità.
Per potersi esprimere, la funzione di campo, comporta un esercizio disciplinato nell'analista della propria "capacità negativa", attraverso questa capacità si sviluppa una attenzione particolare atta a discernere con precisione la sostanziale diversità tra i moti psichici pertinenti agli "investimenti" affettivi e quelli pertinenti all'area della emotività, area piu' arcaica, non iscrivibile in una precisa geometria della mente, vale a dire non ancora tematibili ( per es. all'interno della classica dinamica edipica), e simbolizzati.
Da questo vertice la funzione di campo attiene al proto-simbolico.
Per queste ragioni il modello di campo ha una ricaduta in termini metapsicologici che comporta la riformulazione dell'assetto della metapsicologia tradizionale: il concetto di controtransfert, della neutralità dell'analista, della sublimazione, dell'interpretazione, etc.. vengono collocati in una prospettiva differente. Ma non è su questo tema che ora svilupperò il mio discorso.
Per gli scopi del presente lavoro mi riferiro' al campo come dimensione in cui si producono i "pensieri non ancora pensati" che, se pure sostano al di fuori della mente, orientano la mentalità del gruppo.
Quest postulato radicalizza l'assunto di Bion secondo cui i pensieri, diversamente dalle bugie, godono di una esistenza indipendente dai pensatori.
Mentre le bugie hanno bisogno di essere "costruite" dai pensatori, i pensieri veri possono solo essere "accolti", una volta che si è preparato un terreno favorevole al loro "impianto".
Mi serviro' di una metafora che accosta la configurazione del campo emotivo a un insieme di corpi celesti che costituiscono una galassia.
Nella galassia i pensieri non pensati coabitano, come nell'inconscio, in uno spazio\tempo diverso da quello della nostra esperienza cosciente, anche se non necessariamente amorfo, come sosteneva Freud.
L'insieme galattico ha un carattere agglutinato e sincretico, per usare la terminologia di J. Bleger, i pensieri non pensati, infatti, configurano uno stato emozionale senza possibilità che nessuno di essi abbia risalto.
Di volta in volta, la narrazione onirica, attraverso la funzione di elaborazione gruppale, puo' consentire di cogliere e di stagliare, dall'insieme della galassia, delle "costellazioni" di senso, pertinenti agli eventi emotivi che attraversano l'insieme gruppale e il rapporto individuo-gruppo, in quel momento.
L'elaborazione delle narrazioni oniriche, e la interazione affettiva che le colora, permette di stabilire una sintonia spazio\temporale che rende possibile la evoluzione in "O" e l'introiezione di nuovi pensieri, che trasformano lo stato emotivo.
Come nel sociale
(3)(4) si avvicendano i miti, a segnalare i mutamenti delle circostanze, della cultura e della mentalità di gruppo, l'avvicendarsi dei racconti onirici, nei gruppi terapeutici, segnala gli eventi(5) che producono nuovi significati.
La narrazione onirica contiene una prima approssimazione di senso, crea, modifica o distrugge, nessi e confini che facevano da cornice alla precedente mentalità.
Quando la funzione dell'analista è adeguatamente astinente ma effettivamente in contatto col campo emotivo, a partire dall'evento, si attivano interazioni affettive capaci di ibridare vecchi pensieri.
Da queste ibridazioni si liberano emozioni agglutinate nella mentalità del gruppo, le emozioni disperse possono riaggregarsi liberamente, ed evolvere in "O". Attraverso questi movimenti, l'evento di un sogno raccontato da uno dei componenti, è una potenziale matrice di nuovi spazi di pensabilità per l'insieme del gruppo.
I sogni, dunque, costituiscono una prima traccia del percorso di esplorazione della galassia dei pensieri non pensati.
Dal travaglio del gruppo, attivato dal vertice singolare della narrazione onirica di un componente, emerge una più ampia costellazione di senso funzionale ad accogliere nuovi pensieri presenti nella galassia del campo e prima invisibili, in quanto non osservati. ( In questo senso privilegio i meccanismi di scissione, piuttosto che la rimozione, come meccanismi primari nei gruppi.)
Analogamente alle costellazioni astrali, le costellazioni oniriche sogni ci aiutano a individuare la nostra posizione soggettiva nello spazio e nel tempo, e svolgono una funzione di orientamento che guida il cambiamento del percorso psichico.
Come nella scienza astronomica esiste uno scarto ineludibile tra la costellazione e il nome che le viene attribuito, nel lavoro del gruppo permane un analogo scarto tra la configurazione onirica e la sua "interpretazione".
Il bisogno di attribuire un nome è frutto del bisogno di sapere intrinseco nella natura umana. Dal nome l'uomo ricava la propria posizione, il proprio orientamento nello spazio\tempo, elementi indispensabili per la trasmissione della conoscenza alle generazioni future. Così nelle prime civiltà precolombiane, attraverso la conoscenza rappresentativa più o meno precisa dei moti dei corpi celesti, veniva organizzata la vita sociale e, parallelamente, i miti che la sostenevano.
Ma il nome, l'interpretazione condivisa, si limita a "indicare" analogicamente, e non pretende di equazionarsi con l'oggetto sensibile.
Se pensiamo che gli elementi gamma
(6), come li definisce Corrao, in analogia agli elementi alfa, favoriscono lo sviluppo della elaborazione gruppale, la risposta del gruppo alla narrazione di un sogno attiva nello spazio\tempo gruppale la funzione gamma.
Il sogno dovrà attraversare il campo gruppale come se fosse uno "spettro" che lascia filtrare i percorsi protosimbolici più vantaggiosi rispetto alla trasformazione in "O"; mentre il gruppo si servirà del sogno come "avamposto esplorativo" per saggiare i percorsi più praticabili verso i pensieri non pensati, e prepararsi a contenerli.
Il sogno avvierà nel gruppo una dinamica di scambi congruenti.

Perciò, come già notava Corrao, se il gruppo è inteso come un campo di energie che tendono a propagarsi per espansione, le "dinamiche" che vi si producono ne rappresentano l'epifenomeno; fondare primariamente su tali dinamiche il nostro approccio al sogno nel gruppo, anche se favorisce la crescita di "K", può trasformarsi in una ostruzione per la evoluzione in "O".
Le dinamiche e le relazioni sembrano funzionare come degli sherpa, faticosi mezzi di trasporto di pensieri che attendono di essere pensati. ( Kaes propone un concetto analogo, riferendolo, pero', ai singoli individui.)

Ora occorre chiedersi quale funzione attribuiamo alla soggettività in questo modo di concepire i gruppi.

Una volta deposta la dialettica antitetica che per Freud descrive i rapporti tra individuo e gruppo, non ci esponiamo al rischio di disperdere il confine della soggettività e la valenza di cura?

Assumo che nella dialettica individuo-gruppo l'altro sia, per il soggetto, interlocutore e doppio insieme, straniero e parte integrante del Sè.

Lo scenario gruppale si anima e si caratterizza per l'intreccio di una duplice processualità:

-in un tipo di processualità "l'altro" si costituisce come oggetto di investimento affettivo ambivalente, cioè come interlocutore comunicativo;

- parallelamente, ad un altro livello, la mente individuale, attraverso fenomeni di doppio e di depersonalizzazione, nello scenario gruppale ha la opportunità di ritrovare i nessi con una serie di parti del Sè non elaborate e marginalizzate residui di esperienze fusionali, protoedipiche, traumatiche, ecc.(7)) ma "incarnate" (personificate) da altri componenti del gruppo. E' su questo secondo livello che si realizzano i movimenti emotivi del campo.

Questa complessa processualità connota di ambiguità lo spazio nel quale si animano i rapporti tra il soggetto e il gruppo.

Concepire "l'altro" nel duplice versante, ora di doppio ora di interlocutore genera uno scarto nella organizzazione del mondo e del sé, e da questo scarto si produce un "disagio", relativo alla compattezza della propria identità, (il "nome" con cui ciascuno individua la sua diversità), e, insieme, si producono feconde aperture per una possibile, creativa, trasformazione. (E.Gaburri 1982- Gaburri 1999)(8).

L'oscillazione tra questi poli indica un'area potenziale di crescita e sviluppo individuale.

Peraltro, come sappiamo, in questo scorcio di anni, la nozione di soggetto si è andata modificando sotto la spinta dei rilievi clinici, degli studi sui gruppi e sulle patologie gravi.

Alla classica metafora spaziale per descrivere il Sè, oggi si accosta una metafora temporale, collocando il soggetto nelle sue esperienze, lungo l'arco dell'intera esistenza (Steven Mitchel); recentemente J. Puget ha riproposto la nozione di "Io situazionale", inteso non come entità separata, ma come polo di una continua dialettica con l'ambiente, l'interpersonale e il sociale. Gli apporti di Pichon Riviere e di Bleger sono ripresi per descrivere la mente come composta da aree diverse, di cui una sincretica e agglutinata è sempre presente e pronta a riattivarsi in particolari circostanza interne o esterne. La nozione di apparato pluripsichico di R.Kaes, gli studi sui fenomeni transgenerazionale (R. Kaes, Fainberg, ecc., in Italia per es. F. e A. Meotti); i fantasmi della nursery di Selma Freiberg, per altra via, e con altre concettualizzazioni, arrivano ad analoghe problematizzazioni.

Ritenere che il gruppo abbia un impatto sull'individuo che, per pregnanza, Bion ha accostato a quello del neonato con il seno materno, significa concepire che la nozione di soggetto si embrica con spazi, a vario titolo, transizionali, secondo la definizione di Winnicott, che offuscano le zone di confine tra individuo e gruppo.

Considero che il gruppo ha il potere di supportare la soggettività riconoscendo al singolo la pertinenza che le sue comunicazioni, sogni\messaggi, hanno con gli eventi e coi pensieri dell'insieme gruppale, cioè riconoscendo il singolo come competente ad accogliere le ambiguità che attraversano il campo e promuoverne l'elaborazione comune.

Infatti, il componente del gruppo che racconta un sogno propone un singolare e precipuo vertice osservativo sulle qualità emotive del campo gruppale, individua alcuni punti di repere che possono consentire l'esplorazione di una costellazione di senso che coinvolge tutto il gruppo.

Solo quando il gruppo ignora il vertice comunicativo del sogno e trasforma sia il sogno che il sognatore in "niente cosa" (Gaburri 1998), attestandosi, per il momento, in uno stato psicotico della mente gruppale, il soggetto viene esposto al disconoscimento della sua competenza comunicativa e, dunque, del sè.

Nell' inevitabile andamento oscillatorio tra queste posizioni, il gruppo può, ora arricchirsi, facendo convivere soggetti e punti di vista diversi(9), ora ostacolare la differenziazione, a favore dell'integralismo ideologico o delinquenziale.

Frammenti clinici

Allo scopo di dare una coerenza narrativa alle mie argomentazioni utilizzero' una sequenza clinica di alcuni sogni proposti nel corso delle tre sedute di una settimana di analisi condotta in un gruppo aperto costituito al momento da cinque membri. Accennero' solo molto sommariamente agli elementi delle sedute.

La prima seduta, (lunedì), inizia in un clima conviviale sottolineato da una battuta euforica di Maria: "adesso si potrebbe persino giocare a carte". Ma questo clima viene azzerato quando Rocco racconta due sogni del week-end:

il primo sogno, a ridosso dell'ultima seduta della setttimana precedente, mostra una camerata di orfanotrofio dove il paziente si trova, sdraiato su un lettino di ferro, ci sono molti altri lettini vuoti, l'ambiente è desolato, arriva una donna a salutare il paziente e, quando se ne va, dimentica una borsa a forma di bisaccia. Al risveglio il sognatore collega la forma di questa borsa ad uno scroto.

La notte successiva, precedente alla seduta, Rocco ha sognato di trovarsi in gita al lago con la sua compagna, in una situazione molto strana, lui e la donna confluiscono in un'unica persona, indistinta, progressivamente si verifica la separazione, il corpo di Rocco si distacca dalla compagna e riacquista una sua individualità. L'atto del separarsi sembra realizzarsi per mitosi, come lo sdoppiamento di un essere unicellulare.

Nel sogno Rocco rimane mortificato colpito molto sgradevolmente perchè la sua compagna, invece di mostrare sollievo, sembra non essersi accorta di nulla, irritato decide di andarsi a rifugiare in montagna da solo.

Immediatamente dopo questo racconto nel gruppo si fa un silenzio imbarazzato, che si prolunga per un po'. Il gruppo mostra una reazione di rigetto, ognuno sembra cercare una scappatoia per cambiar discorso, vengono lanciati sguardi all'analista, quasi delegando a lui una bella interpretazione che tolga di mezzo la patata bollente.

Comincio a pensare che il racconto di questi sogni, e la forma brusca con cui sono stati presentati, possano contenere elementi di dolore mentale intollerabile per il gruppo, orientandolo a denegare l'evento e a trasformarlo in "niente cosa"(10), cio' che potrebbe portare a un collasso del campo.

Intervengo allora osservando che: "se il gruppo prima sembrava disposto a giocare a carte, ora sembra che tutti passino la mano, le carte di Rocco rimangono sul tavolo, nessuno va a vederle."

Nicola risponde prontamente: "Mi ha colpito la casa in montagna..." Si anima una vivace discussione sulla montagna, cui tutti partecipano. Velocemente la discussione si organizza in forma dilemmatica tra sostenitori dell'isolamento salvifico e sostenitori dell'isolamento angosciato e degradante.

Si fa strada tra queste due opposte tesi l'idea di un luogo in cui si possa collaborare piacevolmente, ciascuno dedicandosi a compiti diversi, senza bisogno di troppi discorsi.

Interviene Filippo: "Rocco si stacca nel sogno dalla compagna, ma al tempo stesso apre un ponte con lei". Rocco risponde sarcastico: "Filippo ti sei dimenticato della borsa scrotale".

La seduta si conclude con un mio intervento sul fatto che l'angoscia del vuoto dell'orfanotrofio non veniva compensata dalla borsa scrotale, così come l'angoscia evocata dai sogni di Rocco non si placa automaticamente con la prospettiva di riempire la solitudine della montagna con la collaborazione.

 

La seconda seduta (martedì), manca Maria come aveva preannunciato. E' Emma ad aprire la seduta raccontando un sogno: "si trovava in un appartamento in compagnia di 4 persone, due sono la mamma e la nonna, che però hanno la sua età e due sono uomini di età diversa, tra questi personaggi nasce un dibattito per risolvere il problema se far entrare o no uno sconosciuto, potenzialmente pericoloso, che bussa alla porta. A un certo punto la sognatrice "prende in mano la situazione" e va di persona ad aprire la porta: si trova di fronte un personaggio che ha la faccia truce ma non è per niente pericoloso.".

A questo Rocco risponde subito identificandosi con l'estraneo: "però non ti voleva ammazzare".

Sembra che l'esperienza della seduta precedente possa aver consentito a Emma di "prendere in mano la situazione" e di proporre una possibile soluzione al dilemma tra isolamento e aggregazione depersonalizzante

Nel corso della seduta la costellazione emergente si embrica di motivi intergenerazionali: nel sogno Emma convive con la nonna, personaggio odiato, "l'avrei uccisa" dice; Rocco riesce a tollerare l'anziano capoufficio, "l'altro giorno gli ho risposto gentilmente, mentre in genere lo prenderei a calci", ecc..

Riconciliarsi con le passate generazioni, o dare via libera all'impulso di sorpassarle, lasciandosele alle spalle? si chiede Filippo.

A questo clima rasserenato reagisce Nicola raccontando un sogno: "Sono in una strada stretta, sorpasso con rabbia un camion che mi ostacola, finisco in un fosso. I camionisti scendono e io li prego di non parlare del sorpasso, mi vergognerei troppo se lo venissero a sapere i miei figli". Questa narrazione onirica , attivata certamente dal clima che aveva impregnato la seduta in quel momento, si rifà alla precedente seduta dove Nicola si era trovato in scacco rispetto al gruppo essendo il sostenitore della negatività della solitudine della montagna. Ma il sogno svolge anche la funzione di arginare il gruppo che si era lasciato eccessivamente assorbire dal clima del sogno di Emma, rischiando una cristallizzazione polarizzata sul vertice di uno dei componenti.

Intervengo dicendo che mi sembra che Nicola abbia cercato, nel suo sogno, di utilizzare esageratamente la "borsa scrotale" di Rocco per superare il camion gruppo, ma che, poi, anche lui aveva avuto bisogno di mettere d'accordo la sua immagine con quella dei suoi figli e quella dei camionisti, attraverso proporzionate differenziazioni.
La seduta, dopo una serie di interazioni, si conclude con la soddisfazione di Nicola che riafferma l'insiemità, dicendo che lui, finora molto tirchio, ha cominciato a dare denaro a quelli che suonano nella metropolitana.

 

Terza seduta (giovedì), come lunedì il prologo è conviviale con commenti sulla gradevolezza di un vaso di fiori che è nello studio.

Maria racconta di essere riuscita ad aiutare il figlioletto nella soluzione di un problema di matematica solo in virtù della presenza del marito arrivato in quel momento; il marito aveva pero' proposto una soluzione piu' complessa, Maria si arrabbia col lui, "mio marito s'è accorto e c'è rimasto male, mi ha fatto tenerezza...per la prima volta nella vita mi sono sentita più forte di lui...".

Dopo un breve silenzio Rocco racconta un sogno: "Mi trovavo in bilico sul costone di una montagna dentro una barca, no forse una botte tagliata a metà. Ero molto spaventato, bastava un piccolo movimento per precipitare a valle, dove era ancora in atto la guerra tra tedeschi e alleati. Vedo una signora bionda sotto una pensilina sulla cima della montagna, le chiedo aiuto e così riesco a scendere sulla terraferma e mi tranquillizzo. Poi mi ritrovo a Napoli in un ristorante con la mia compagna e altra gente. Io e la mia compagna prendiamo la 500 per raggiungere il mio paese, incrociando un camion la 500 si ribalta, scendo e riesco a raddrizzarla facilmente, constato che non si è fatta quasi niente, e arrivo finalmente a casa dove trovo i parenti che mi aspettavano."

Segue poi una complessa interazione con associazioni ricche e variegate: il camion sorpassato da Nicola, Diogene solo nella botte, Maria sola davanti ai problemi, che si intenerisce per la attenzione del marito, l'aiuto della donna bionda sulla montagna (Maria è bionda), etc.

In fine seduta Emma rievoca la sofferenza di una passata separazione che duole ancora, ma in modo meno amaro, "non mi fa piacere ricordarlo, ma adesso mi sento piu' forte".

Con una battuta, la botte viene associata all'arca di Noè, che consente al gruppo di immaginare un ambiente capace di tollerare le differenze di ciascuno, un'arca che possa contenere anche la piccola, ma valorosa, 500 di Rocco che si ribalta senza danni eccessivi.

Commento

 

Cercherò di offrire un sintetico commento al materiale clinico relativo alle tre sedute.

Purtroppo il passaggio trasformativo dal sogno raccontato alla costellazione onirica prodotta dall'interazione gruppale è troppo ricco, e si appoggia spesso su piccoli dettagli, che mi è stato impossibile riportare.

Mi auguro che il commento offra una maggior chiarezza, nonostante le omissionì del materiale clinico riportato.

I primi sogni sembrano segnalare al gruppo pensieri complessi e penosi che circolano nel campo, essi portano in primo piano indizi di una costellazione possibile di significati, appena individuata per pochi punti, e, inizialmente, affrontata in chiave dilemmatica. Considero che il gruppo stia esplorando il campo come un ambiente, in termini ecologici, per cogliere in che misura esso permetta un lavoro di collaborazione non adattativa al singolo componente, e quanto sia esso stesso modificabile in funzione della crescita mentale e dell'indipendenza specifica di ciascun soggetto.

L'impostazione dilemmatica mi sembra rappresentare un primo modo, semplificato, di esplorazione dell'area proposta.

Il gruppo sembra tastare il terreno per trovare una nota di approccio convincente e condivisa.

I sogni di Rocco (dell'orfanotrofio, della cariocinesi e della fuga in montagna), se osservati individualmente, propongono una condizione di "psicosi di abbandono", stimolata dal week-end, e rimandano all'impotenza e alla fuga.

Il gruppo sembra, con il suo iniziale silenzio, reagire a specchio: sembra isolare Rocco, e rifiutare pertinenza ai suoi sogni rispetto al campo emotivo gruppale, il gruppo, cioè, sembra "non accorgersi", così come la compagna di Rocco nel sogno, del cambiamento in corso.

Secondo la mia esperienza, è usuale, sia nel gruppo che nella situazione duale, osservare questo genere di risposta come reazione al sentimento di impotenza creato dall'intollerabile sofferenza mentale presente in un sogno.

Il gruppo che trasforma in "niente cosa" sogno e sognatore, riesce a sbarazzarsi dell'eccedenza di sofferenza, ma "non si accorge" che si sbarazza del bambino insieme all'acqua sporca.

Ritengo che l'astinenza "attiva e selettiva" dell'analista possa favorire l'evoluzione in "O", anzichè la trasformazione in K del gruppo. Un intervento interpretativo sui sogni, comunque declinato, avrebbe potuto occludere la libera espansione del pensiero, impedendo lo sviluppo di una esperienza emozionale nel gruppo.

L'analista, in questa circostanza, non si lascia adescare dall'invito a "sorpassare il camion", interpretando il sogno come un prodotto individuale, ratificandone, cioè, la non pertinenza al gruppo. Spesso è sufficiente un lieve intervento per lasciar emergere una disponibilità ad accogliere le emozioni del campo.

(L'intervento dell'analista, nel caso clinico proposto, si limita a rilevare un cambiamento dello stato emotivo del campo; collegando il clima conviviale dell'esordio al clima successivo di chiusura emotiva, l'intervento aiuta il gruppo ad "accorgersi" di un mutamento che è possibile esplorare.)

Questa particolare astinenza interpretativa permette "la ricollocazione" del sognatore (Rocco) nel campo, non come individuo bisognoso di "sostegno", ma come "componente" del gruppo con una funzione di avamposto esplorativo.

Il nostro gruppo raccoglie questa occasione e avvia l'interazione, e, utilizzando la "coda" dei sogni di Rocco (la fuga in montagna), ne evidenzia la configurazione dilemmatica tra "differenziazione e isolamento".

Questa configurazione sembra appartenere a un nucleo sintomatico, in questo momento centrale per il gruppo che sembra chiedersi: come si riesce a "partecipare" senza immergersi in una socialità sincretica? come si riesce a differenziarsi senza sentirsi dissolti (o sequestrati) nell'isolamento?

L'avvio della interazione esprime implicitamente il riconoscimento della competenza del sognatore e, insieme, la pertinenza del suo vertice osservativo: i due sogni, ipersaturi di significato, vengono lasciati decantare, mentre sono raccolti pochi "segni", che permettono al gruppo di risognarli, elaborando una nuova costellazione onirica.

Pensieri stranieri e perturbanti, come nel sogno di Emma, vengono immessi al centro dell'elaborazione comune.

E' cosi' possibile aprire la chiave dilemmatica, sfuggire alla dicotomia tra isolamento e socialità sincretica, tra partecipazione e conflitti interpersonali (tedeschi contro alleati), tra identità e ambiente (i conflitti intergenerazionali, la nonna, il capoufficio, i parenti…).

Conclusioni

Nell'avviarmi a concludere il mio intervento vorrei sottolineare alcuni aspetti che considero fondamentali nel trattare la dimensione onirica dei piccoli gruppi terapeutici.

Un primo assunto è che i pensieri nuovi, non ancora pensati, possono diventare accessibili attraverso la realizzazione, l'esperienza e il rilevamento di quella che ho chiamato la costellazione onirica prodotta dal sogno risognato dal gruppo.
Il sognatore assolve la funzione di "avanposto osservativo" per l'insieme gruppale: dal suo vertice, e col suo linguaggio autobiografico, offre al gruppo indizi atti ad individuare una protocostellazione di senso.

La costellazione, che l'esperienza della comune elaborazione renderà pensabile, si costituirà come un punto di repere nella storia del gruppo e nei miti che la caratterizzeranno.

Il sogno risognato avvia il pensiero del gruppo consentendo l'evoluzione in "O", la trasformazione. Cio' che viene introiettato nel piccolo gruppo a conduzione psicoanalitica è questa esperienza di un ambiente "emotivo" capace di modulare le configurazioni delle forze affettive cristallizzate e di svolgere una funzione trasformativa.

Questa realizzazione si attua attraverso una dinamica oscillatoria del campo gruppale consente una alternanza tra: "bisogni" di appartenenza contigui alla socialità sincretica, l'affiliazione e l'identificazione mimetica e "desideri" di una partecipazione differenziata. (L'istanza al cambiamento che ho descritto altrove(11))

In questo contesto la funzione del gruppo alla strutturazione della soggettività si svolge prioritariamente attraverso le esperienze di riconoscimento della "PERTINENZA" dei singolari vertici osservativi rispetto all'insiemità e lascia sullo sfondo le valenze autobiografiche del singolo. Il gruppo "risignifica" la soggettività individuale attraverso il riconoscimento del contributo del singolo "in quanto" comunicazione che concerne, per usare una espressione di Winnicott, il campo comune e contribuisce alla sua evoluzione.

 

 

Un secondo assunto riguarda la responsabilità dell'analista in questo contesto. La funzione dell'analista è certo quella di sviluppare una narrazione che dia senso all'esperienza in atto, ma anche di riuscire a tener desta una particolare "attenzione" (in senso bioniano) che promuova lo sviluppo attraverso l'interazione affettiva dei componenti dei nessi embrionali tra le parti scisse (i doppi) presenti nel gruppo.

L'analista deve spesso astenersi dal saturare le narrazioni oniriche per non porre impedimenti alla elaborazione delle interazioni affettive che andranno a configurare la costellazione onirica gruppale.

In questo senso "l'astinenza interpretativa" è frutto di una severa disciplina dell'analista, egli deve raggiungere la competenza emotiva di lasciarsi coinvolgere in una leggera depersonalizzazione prodotta dal campo emotivo gruppale ma contestualmente di svolgere un delicato monitoraggio delle proprie emozioni "controtransferali" coniugandole continuamente con l'ascolto delle varie interazioni affettive dei componenti del gruppo.

E' da questo esercizio disciplinato che può discendere la consapevolezza dei forti coinvolgimenti inconsci ai quali l'analista si trova esposto nel campo comune.

Questo coinvolgimento agisce silenziosamente e può corrodere la capacità negativa dell'analista distaendolo e trascinandolo passivamente nelle correnti emotive del gruppo; cio' espone l'analista a inconsapevoli collusioni (analoghe ai "bastioni" descritti dai Baranger) che inconsciamente possono ostacolare l'eserienza.

In certe circostanze diventa forte per l'analista una sorta di adescamento "cognitivo" volto a saturare di significato il materiale, soprattutto quando ci si trova in presenza di costrutti onirici, apparentemente agevoli da decodificare secondo la cifra biografica del sognatore.

La consapevolezza del formidabile portato di energie emotive che configura il campo sia come medium comunicativo sia come "ambiente" spazio-temporale che condiziona emotivamente le interazioni affettive, consente all'analista di sviluppare una specifica "attenzione" . Questa attenzione si traduce nella "astinenza interpretativa" e questa apre quelle indispensabili pause di attesa attraverso le quali si sviluppano le interazioni affettive che consentono la progressiva evoluzione autoorganizzativa del gruppo.

Note

(1) Claudio Neri, (1995): "gruppo", Borla editore, Roma

(2) F. Corrao (1995) " Ti Koinon: per una metateoria generale del gruppo a funzione analitica" in " Orme" vol.II Cortina, Milano

(3) Probabilmente nel contesto sociale, i modelli forti che definiscono e sembrano razionalmente essere gli organizzatori di una cultura si appoggiano a una specifica coloritura emotiva, inconsciamente condivisa, che fa da supporto, ma impone cripticamente delle curvature ideologiche tetragone al cambiamento.

(4) Claudio Neri (1998): "Eustokhia e sincronicità" in "Il campo gruppale", Borla Ed. Roma.

(5) F. Corrao (1985): "Il senso dell'analisi. Teoria e prassi dell'evento" in "Orme" vol. II,1998, Cortina, Milano.

(6) F. Corrao (1981) " Struttura poliadica efunzione gamma" ibid.

(7) Corrao aveva già affrontato questa questione appoggiandosi all'idea lacaniana dello specchio, per cui il gruppo attraverso la funzione di insiemità rispecchiante consente una continua ristrutturazione della identità individuale.

(8) E. Gaburri: (1999) "nessi inquietanti. Tra soggettività e culture" in Enigmi della cultura e disagio nella civiltà", Bollati Boringhieri , Torino. - (1986) "dal gemello immaginario al compagno segreto", in "il doppio", a cura di Funari, Ed Cortina, Milano.

(9) R. Kaes ( 1976) " L'apparato pluripsichico: costruzioni del gruppo" Armando, Roma

(10) Per il concetto di "niente cosa" nella dinamica gruppale vedi : Gaburri: "il campo gruppale e la non cosa", in "il campo gruppale", Borla Ed, (1998), Roma.

(11) E.Gaburri,R.Contardi (1993): "paradigma attuale dei fattori inibitori/evolutivi nel gruppo", in "Fattori Terapeutici nei Gruppi", Borla Editore, Roma.

 




 

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