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un viaggiatore
che si era perduto in un paese dove nessuno parla la sua lingua
e non sa dove andare si sente smarrito, solo e senza aiuto. Ma
ecco che improvvisamente incontra un tale che parla la sua lingua
..
torna un po' di vita, un po' di voglia di continuare a combattere
.Essere
pazzi è come uno di quegli incubi in cui si cerca di chiamare
aiuto ma non viene fuori la voce. Oppure la voce esce ma non c'è
nessuno che senta o capisca. E non ci si può svegliare
da questo incubo se non c'è qualcuno che sente ed aiuta
a svegliarsi(1).
Il gruppo da cui traggo
questi spunti di riflessione, si riunisce in un servizio psichiatrico
ospedaliero ed è composto da "pazienti gravi" ricoverati
per fase acuta della loro patologia.
Definito con una felice
immagine di alcuni studenti universitari "il gruppo che non c'è",
si costituisce volta per volta con la partecipazione dei pazienti
presenti quel giorno. Questo non vuol dire che la singola persona
partecipi ad un'unica seduta, ma che la dimissione di qualcuno
o l'ingresso di nuovi pazienti modifica costantemente la composizione
del gruppo.
Come nel racconto
de Le Mille e Una Notte o nel Decamerone il senso dell'esperienza
può essere racchiuso in ciascuna novella, questo gruppo
condensa il suo tempo nel tempo di una seduta, mentre il senso
della continuità e della complessità sono espressi
dalla cadenza ripetitiva degli incontri, anche se i narratori
variano, si intrecciano, e, a distanza di tempo, si ripresentano.
Davanti alla proposta
di parlare di Sogno e Gruppo ho riletto i resoconti di tre anni
di lavoro ed ho ritrovato deliri, racconti molto forti, emozioni
concrete, vissuti corporei, scene di attacco all'istituzione,
dolore, fatuità, allucinazioni, frammenti dissociati di
un discorso, confabulazioni
.
ma non sogni.
Ho ritrovato anche
la gran fatica mentale che provavo la maggior parte delle volte,
gli ostacoli sempre in agguato alla costruzione di un senso, le
sensazioni di avere un corpo pesante e del piombo nella testa,
le pressioni del gruppo dei colleghi a non consentire troppi "voli
pindarici", la paura degli infermieri per le emozioni sensuali
che il gruppo poteva scatenare, gli inviti a rispondere sul piano
di realtà e la certezza che di realtà materiale
ce ne fosse in eccesso.
Ed ancora, il particolare
contesto ospedaliero, il mandato istituzionale relativo ad rapida
risoluzione sintomatica della crisi, mi sembravano non favorire
la percorribilità, l'attraversamento di zone psicotiche
della mente.
Fra paziente e ospedale
esiste, a mio avviso, una particolare fantasia di contatto di
cui tenere conto: la presunta disponibilità di accudimento
dell'istituzione e il bisogno di ripiegamento della persona sofferente.
Questo pone spesso
la mente dei pazienti in un ulteriore blocco fra regressione e
persecutorietà (blocco Ps * D), espresso in gruppo attraverso
vissuti di inguaribilità e angosce di divoramento, deliri
megalomanici e chiusure autistiche.
La mia attenzione,
per molto tempo prima ed anche in corso d'opera, è stata
concentrata sulla possibilità di creare lo spazio fisico
e mentale entro cui il gruppo potesse esistere e sapesse di esistere:
la partecipazione dei pazienti agli incontri è sempre stata
volontaria, faceva "parte della cura" ma non c'era obbligo di
cura; volta per volta venivano da me invitati alla seduta, ma
ne discutevano anche fra loro, chiedendo ed offrendo spiegazioni,
trasmettendosi in qualche modo il senso e le regole dell'esperienza.
Anche l'orario della
seduta teneva conto della vita ospedaliera: iniziava subito dopo
la fine della visita dei parenti e chiudeva i suoi lavori quando
il rumore dei carrelli avvertiva che la cena era servita; questo
ci consentiva un timing naturale e meno imposto dall'orologio,
ci permetteva di estraniarci da quanto avveniva all'esterno, potendo
contare anche sul setting istituzionale per riavvicinarci.
Nella mia mente lo
spazio del gruppo si è sempre assimilato ad una zona d'ombra
nella quale stemperare gli eccessi di "visibilità" legati
alla vita ospedaliera, ponendo, comunque, il setting di gruppo
- parafrasando Malinowsky - alla massima distanza possibile dall'ultimo
uomo bianco.
Una zona nella quale
fosse possibile tanto preservare l'intimità dell'esperienza,
quanto far sentire i pazienti protetti dalle conseguenze di quello
che avviene al suo interno (gli avvenimenti gruppali non si tradurranno
in una modifica della terapia farmacologica, né allungheranno
o ridurranno i tempi di degenza, non saranno oggetto di comunicazione
ai parenti, etc.).
Allo stesso tempo,
si è cercato di creare uno spazio gruppale che potesse
farsi carico della possibilità dei singoli pazienti di
accedere all'esperienza: il fatto di pensare di poter entrare
ed uscire dalla stanza, ad esempio, mi è sembrato importante
per persone che, almeno in certe fasi, non riescono ad entrare
in contatto con gli altri se non con un movimento dentro-fuori,
toccata e fuga, o con un lento avvicinamento e che una rigidità
strutturale del setting avrebbe escluso fin dall'inizio; o anche
con la funzione di rappresentare un sistema di regolazione della
pressione interna: molti pazienti non possono permettersi di accedere
ad emozioni particolarmente forti perché le vivrebbero
come un'ulteriore perdita della propria capacità di controllo.
La presenza di un nuovo
gruppo ad ogni seduta, oltre a delimitare evidentemente la possibilità
dei singoli e del gruppo stesso di operare trasformazioni significative,
ha introdotto nella stanza una particolare qualità del
tempo: un tempo senza cronologia, che si restringeva e contemporaneamente
si accelerava, spesso oltre limiti tollerabili.
Questo elemento implacabile,
la "materialità" delle narrazioni dei pazienti, i ricordi
appiattiti affettivamente o vissuti come attuali, l'irruzione
di agiti, la seduttività delle storie narrate, mi hanno
fatto spesso sperimentare l'impossibilità di raccontare
e vivere emozioni "come se", di trovare nella mia mente una rappresentazione
comunicabile della scena gruppale, di trovare un linguaggio e
un pensiero che non fossero troppo distanti dal mondo allucinatorio
in cui eravamo immersi.
Forse perché
le favole si raccontano ai bambini prima di addormentarsi, forse
perché rappresentano un bagaglio narrativo molto "visionario",
nel quale l'indifferenziato esiste e l'impossibile è narrabile,
spesso ci sono venute in aiuto per dare un senso a quanto emergeva
in seduta, pur conservando uno stile, una musicalità di
racconto non dissonante dal delirio.
L'universalità
di alcuni elementi del racconto, il loro attingere ad eventi psichici
primordiali ci ha permesso di dare profondità e prospettiva
ad emozioni unidimensionali, di rimettere in movimento, anche
se per pochi momenti, il tempo cronico, di offrire un allargamento
di senso variamente fruibile, di collocarsi, in modo tollerabile
e non terrifico, sul piano del rappresentabile e del simbolico.
Voglio riportare a
questo punto un breve spunto clinico che ritengo ben si presti
a sostanziare queste mie riflessioni:
Nel corridoio che conduce
alla stanza del gruppo si incontrano gli uomini e le donne (provengono
da ali diverse del reparto); una signorasi è messa i guanti
bianchi "ho le mani rovinate dalle ortiche" e ha sul braccio la
borsetta. Si chiedono fra loro se farà freddo nel posto
dove stanno andando, se è il caso che si vestano di più,
se serve il cappotto
. Alcuni prendono posto, altri gironzolano
un po' prima di sedersi; per ultimo entra un uomo (quando i pazienti
erano stati invitati a partecipare all'incontro, C. - ricoverato
da poche ore in grave stato delirante - dormiva e non sembrava
aver sentito; gli infermieri mi riferiranno poi cheall'ora del
gruppo si è alzato, è andato in medicheria ed ha
dichiarato "mi aspettano per una riunione, dove devo andare?")
Qualche riflessione
conclusiva sulla possibilità autorappresentativa di un
gruppo di psicotici:
· fin dal primo
incontro, i pazienti mi sembrano rispondere a questa mia idea
bizzarra di pensarli gruppo, facendo ricorso a funzioni adulte
dell'Io [
mi aspettano per una riunione
] e
cominciando ad autorappresentarsi il gruppo come un paese sconosciuto
di cui non si conosce né la temperatura, né gli
usi e costumi, ma verso il quale si va ben vestiti (i guanti e
la borsetta).
· come luogo in
cui prendersi cura di sé e degli altri: la "visita" tutti
insieme si configura come un'autovisita (autorappresentazione
della propria malattia); contemporaneamente rende visibili anche
gli altri con i loro linguaggi incomprensibili.
· come campo gruppale
dove le antinomie possono coesistere.
Forse il "gruppo che
non c'è" riesce a mettere in scena - a rappresentare -
il gruppo sognato dal terapeuta.
(1) Joan, in "L'obbligo
di prendersi cura", Convegno Internazionale, Roma , maggio 1999
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