Sogno e gruppo 2

Il sogno e le patologie gravi in gruppo
……ovvero il gruppo come potenziale dimensione onirica quando non è possibile sognare.
Luisa de Bellis


"…un viaggiatore che si era perduto in un paese dove nessuno parla la sua lingua e non sa dove andare si sente smarrito, solo e senza aiuto. Ma ecco che improvvisamente incontra un tale che parla la sua lingua….. torna un po' di vita, un po' di voglia di continuare a combattere…….Essere pazzi è come uno di quegli incubi in cui si cerca di chiamare aiuto ma non viene fuori la voce. Oppure la voce esce ma non c'è nessuno che senta o capisca. E non ci si può svegliare da questo incubo se non c'è qualcuno che sente ed aiuta a svegliarsi(1).

Il gruppo da cui traggo questi spunti di riflessione, si riunisce in un servizio psichiatrico ospedaliero ed è composto da "pazienti gravi" ricoverati per fase acuta della loro patologia.

Definito con una felice immagine di alcuni studenti universitari "il gruppo che non c'è", si costituisce volta per volta con la partecipazione dei pazienti presenti quel giorno. Questo non vuol dire che la singola persona partecipi ad un'unica seduta, ma che la dimissione di qualcuno o l'ingresso di nuovi pazienti modifica costantemente la composizione del gruppo.

Come nel racconto de Le Mille e Una Notte o nel Decamerone il senso dell'esperienza può essere racchiuso in ciascuna novella, questo gruppo condensa il suo tempo nel tempo di una seduta, mentre il senso della continuità e della complessità sono espressi dalla cadenza ripetitiva degli incontri, anche se i narratori variano, si intrecciano, e, a distanza di tempo, si ripresentano.

Davanti alla proposta di parlare di Sogno e Gruppo ho riletto i resoconti di tre anni di lavoro ed ho ritrovato deliri, racconti molto forti, emozioni concrete, vissuti corporei, scene di attacco all'istituzione, dolore, fatuità, allucinazioni, frammenti dissociati di un discorso, confabulazioni ….

… ma non sogni.

Ho ritrovato anche la gran fatica mentale che provavo la maggior parte delle volte, gli ostacoli sempre in agguato alla costruzione di un senso, le sensazioni di avere un corpo pesante e del piombo nella testa, le pressioni del gruppo dei colleghi a non consentire troppi "voli pindarici", la paura degli infermieri per le emozioni sensuali che il gruppo poteva scatenare, gli inviti a rispondere sul piano di realtà e la certezza che di realtà materiale ce ne fosse in eccesso.

 

Ed ancora, il particolare contesto ospedaliero, il mandato istituzionale relativo ad rapida risoluzione sintomatica della crisi, mi sembravano non favorire la percorribilità, l'attraversamento di zone psicotiche della mente.

Fra paziente e ospedale esiste, a mio avviso, una particolare fantasia di contatto di cui tenere conto: la presunta disponibilità di accudimento dell'istituzione e il bisogno di ripiegamento della persona sofferente.

Questo pone spesso la mente dei pazienti in un ulteriore blocco fra regressione e persecutorietà (blocco Ps * D), espresso in gruppo attraverso vissuti di inguaribilità e angosce di divoramento, deliri megalomanici e chiusure autistiche.

 

La mia attenzione, per molto tempo prima ed anche in corso d'opera, è stata concentrata sulla possibilità di creare lo spazio fisico e mentale entro cui il gruppo potesse esistere e sapesse di esistere: la partecipazione dei pazienti agli incontri è sempre stata volontaria, faceva "parte della cura" ma non c'era obbligo di cura; volta per volta venivano da me invitati alla seduta, ma ne discutevano anche fra loro, chiedendo ed offrendo spiegazioni, trasmettendosi in qualche modo il senso e le regole dell'esperienza.

Anche l'orario della seduta teneva conto della vita ospedaliera: iniziava subito dopo la fine della visita dei parenti e chiudeva i suoi lavori quando il rumore dei carrelli avvertiva che la cena era servita; questo ci consentiva un timing naturale e meno imposto dall'orologio, ci permetteva di estraniarci da quanto avveniva all'esterno, potendo contare anche sul setting istituzionale per riavvicinarci.

Nella mia mente lo spazio del gruppo si è sempre assimilato ad una zona d'ombra nella quale stemperare gli eccessi di "visibilità" legati alla vita ospedaliera, ponendo, comunque, il setting di gruppo - parafrasando Malinowsky - alla massima distanza possibile dall'ultimo uomo bianco.

Una zona nella quale fosse possibile tanto preservare l'intimità dell'esperienza, quanto far sentire i pazienti protetti dalle conseguenze di quello che avviene al suo interno (gli avvenimenti gruppali non si tradurranno in una modifica della terapia farmacologica, né allungheranno o ridurranno i tempi di degenza, non saranno oggetto di comunicazione ai parenti, etc.).

Allo stesso tempo, si è cercato di creare uno spazio gruppale che potesse farsi carico della possibilità dei singoli pazienti di accedere all'esperienza: il fatto di pensare di poter entrare ed uscire dalla stanza, ad esempio, mi è sembrato importante per persone che, almeno in certe fasi, non riescono ad entrare in contatto con gli altri se non con un movimento dentro-fuori, toccata e fuga, o con un lento avvicinamento e che una rigidità strutturale del setting avrebbe escluso fin dall'inizio; o anche con la funzione di rappresentare un sistema di regolazione della pressione interna: molti pazienti non possono permettersi di accedere ad emozioni particolarmente forti perché le vivrebbero come un'ulteriore perdita della propria capacità di controllo.

 

La presenza di un nuovo gruppo ad ogni seduta, oltre a delimitare evidentemente la possibilità dei singoli e del gruppo stesso di operare trasformazioni significative, ha introdotto nella stanza una particolare qualità del tempo: un tempo senza cronologia, che si restringeva e contemporaneamente si accelerava, spesso oltre limiti tollerabili.

Questo elemento implacabile, la "materialità" delle narrazioni dei pazienti, i ricordi appiattiti affettivamente o vissuti come attuali, l'irruzione di agiti, la seduttività delle storie narrate, mi hanno fatto spesso sperimentare l'impossibilità di raccontare e vivere emozioni "come se", di trovare nella mia mente una rappresentazione comunicabile della scena gruppale, di trovare un linguaggio e un pensiero che non fossero troppo distanti dal mondo allucinatorio in cui eravamo immersi.

 

Forse perché le favole si raccontano ai bambini prima di addormentarsi, forse perché rappresentano un bagaglio narrativo molto "visionario", nel quale l'indifferenziato esiste e l'impossibile è narrabile, spesso ci sono venute in aiuto per dare un senso a quanto emergeva in seduta, pur conservando uno stile, una musicalità di racconto non dissonante dal delirio.

L'universalità di alcuni elementi del racconto, il loro attingere ad eventi psichici primordiali ci ha permesso di dare profondità e prospettiva ad emozioni unidimensionali, di rimettere in movimento, anche se per pochi momenti, il tempo cronico, di offrire un allargamento di senso variamente fruibile, di collocarsi, in modo tollerabile e non terrifico, sul piano del rappresentabile e del simbolico.

 

Voglio riportare a questo punto un breve spunto clinico che ritengo ben si presti a sostanziare queste mie riflessioni:

 

Nel corridoio che conduce alla stanza del gruppo si incontrano gli uomini e le donne (provengono da ali diverse del reparto); una signorasi è messa i guanti bianchi "ho le mani rovinate dalle ortiche" e ha sul braccio la borsetta. Si chiedono fra loro se farà freddo nel posto dove stanno andando, se è il caso che si vestano di più, se serve il cappotto…. Alcuni prendono posto, altri gironzolano un po' prima di sedersi; per ultimo entra un uomo (quando i pazienti erano stati invitati a partecipare all'incontro, C. - ricoverato da poche ore in grave stato delirante - dormiva e non sembrava aver sentito; gli infermieri mi riferiranno poi cheall'ora del gruppo si è alzato, è andato in medicheria ed ha dichiarato "mi aspettano per una riunione, dove devo andare?")

 

 

 

Qualche riflessione conclusiva sulla possibilità autorappresentativa di un gruppo di psicotici:

 

· fin dal primo incontro, i pazienti mi sembrano rispondere a questa mia idea bizzarra di pensarli gruppo, facendo ricorso a funzioni adulte dell'Io […mi aspettano per una riunione…] e cominciando ad autorappresentarsi il gruppo come un paese sconosciuto di cui non si conosce né la temperatura, né gli usi e costumi, ma verso il quale si va ben vestiti (i guanti e la borsetta).

· come luogo in cui prendersi cura di sé e degli altri: la "visita" tutti insieme si configura come un'autovisita (autorappresentazione della propria malattia); contemporaneamente rende visibili anche gli altri con i loro linguaggi incomprensibili.

· come campo gruppale dove le antinomie possono coesistere.

 

Forse il "gruppo che non c'è" riesce a mettere in scena - a rappresentare - il gruppo sognato dal terapeuta.

 

(1) Joan, in "L'obbligo di prendersi cura", Convegno Internazionale, Roma , maggio 1999


 

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