| Ci proponiamo di fornire alcuni elementi
di discussione sul tipo di dinamiche che si attivano nei gruppi
esperienziali condotti nella Facoltà di Psicologia dell'Università
di Roma e su come si collochino in questo contesto la comparsa
dei sogni e la loro utilizzazione da parte dei gruppi stessi.
I gruppi esperienziali sono stati introdotti
da diversi anni e costituiscono ormai un utile strumento per avvicinare
gli studenti in modo diretto alle tematiche fondamentali che riguardano
lo studio del gruppo secondo una prospettiva psicodinamica.
La loro conduzione si è andata definendo
a partire dalla pratica ed ha assunto una forma stabile che ci
ha consentito di ottenere una notevole quantità di materiale
raccolto in un setting che gode ormai di una affidabile uniformità.
I gruppi esperienziali, organizzati dalla
Cattedra di Teoria e Tecniche della Dinamica di Gruppo, si ripetono
ogni anno, con una durata di circa quattro mesi.
Hanno una frequenza settimanale e ogni incontro
si protrae per un'ora e trenta minuti.
I partecipanti al gruppo, che aderiscono di
loro iniziativa, sono in numero di circa quindici. Gli incontri
si svolgono nelle aule universitarie e gli studenti si dispongono
in cerchio.
All'inizio del gruppo il conduttore propone
un testo narrativo da leggere.
Al termine degli incontri gli studenti sono
invitati a rielaborare la loro esperienza attraverso la stesura
di una relazione scritta, che, successivamente, sarà oggetto
di discussione con altri conduttori.
Durante lo svolgimento degli incontri i conduttori
dei gruppi si riuniscono regolarmente e mettono in comune le loro
esperienze con l'aiuto di un supervisore esterno all'équipe.
Viene dunque attivata una struttura aperta
in cui circolano pensieri e informazioni che determinano continuamente
una dimensione di condivisione e di "socializzazione" dell'esperienza.
Le persone che partecipano al gruppo hanno
alcuni punti di riferimento che forniscono loro una "griglia"
attraverso la quale organizzare l'esperienza vissuta e con la
quale è facilitato il compito di "conferire un senso" a
quanto accade.
Vediamone alcuni elementi.
Il gruppo ha una durata stabilita, un inizio
e una fine conosciuti dai partecipanti. Uno scopo, non terapeutico,
ma esplicitamente e programmaticamente "esperienziale".
Un conduttore, cioè una persona che,
avendo maturato una competenza relativa alle manifestazioni -
gli "effetti" - dell'inconscio, sia in grado di percepire quanto
avviene nel gruppo e non solo di fornire "interpretazioni", ma
soprattutto di accompagnare e facilitare i processi di comunicazione
e di pensiero, suggerendo immagini che favoriscano la capacità
di auto-rappresentazione del gruppo stesso.
Un testo narrativo in grado di fornire un
modello ordinatore dell'esperienza nonché, dato il carattere
e l'argomento delle opere che vengono scelte, una o più
metafore della vita gruppale.
Il progetto di una relazione scritta finale
che racconti l'esperienza.
La scrittura è un momento di riflessione
e di elaborazione condivise sia perché, molto spesso, è
frutto della collaborazione con qualche altro membro del gruppo,
sia perché esplicitamente destinata ad un "lettore" che
appartiene all'equipe dei conduttori.
Viene chiarito ai partecipanti che il resoconto
sarà scritto nella più completa libertà ma
privilegiando ciò che è stato osservato e lasciando
la discussione dei modelli teorici, oggetto delle lezioni che
sono svolte contemporaneamente, al momento dell'esame vero e proprio.
La relazione può essere usata come
punto di riferimento nel corso dell'interrogazione, ma non è,
per se stessa, oggetto di alcuna valutazione e la lettura che
ne farà il membro dell'equipe sarà unicamente un
momento di riflessione, compiuto da un punto di vista esterno.
Il gruppo esperienziale è dunque collocato
in una cornice istituzionale che ne traccia i confini nello spazio
e nel tempo e ne determina la finalità: la conoscenza tramite
l'esperienza di come si muove la mente in un gruppo che si è
posto il compito di osservare ciò che accade al suo interno.
È implicita in questo metodo, come
cercheremo di chiarire in seguito, l'idea che l'"esperienza" sia
una costruzione e l'esito di un processo elaborativo che implica
elementi di intersoggettività e di comunicabilità.
Peraltro, la relazione finale, come hanno
osservato molti conduttori, si pone anche come un momento di elaborazione
del lutto, un modo di conservare memoria di un percorso che, essendo
a termine, contiene fin dall'inizio l'idea di un'interruzione
prevista ma, allo stesso tempo imposta e irrevocabile.
A questo tipo di organizzazione del gruppo
esperienziale si è da sempre accompagnata, come si è
detto, l'utilizzazione di un testo narrativo, proposto come una
lettura comune per i partecipanti.
Il testo consente una trasposizione degli
accadimenti che si determinano nel gruppo nell'"intreccio modello"
della narrazione e permette di rappresentare, tramite gli elementi
che essa fornisce - siano essi accettati o tenacemente rifiutati
- i vissuti dei partecipanti senza dover necessariamente dire
"io sono", "io penso", "io sento".
È un compito delicato del conduttore
il fare appello a quegli elementi più impersonali, anche
se carichi di valenze affettive, a quelle invarianti individuabili
nei vissuti di tutti, che, ordinandosi secondo una modalità
narrativa, possono dare adito al costituirsi di una "esperienza
formativa". Il gruppo esperienziale può così evitare
di trasformarsi in un gruppo terapeutico.
La presenza di un testo narrativo come elemento
"facilitante" la comunicazione e, soprattutto, l'attivazione di
processi interattivi e dei processi affettivi e cognitivi che
li accompagnano, fa rientrare questo tipo di gruppi nella categoria
a cui è dedicato questo panel: i gruppi con oggetti intermedi.
Come osserva Claudine Vacheret questi oggetti
godono di uno statuto particolare che può essere individuato
secondo i parametri della metapsicologia e che li rende idonei
a svolgere una funzione di mediazione fra parti della mente e
fra processi separati dalle strategie difensive.
Scrive la Vacheret: "L'oggetto all'origine
della mediazione è un oggetto con due versanti: il versante
della materialità e il versante dell'analogia simbolica."
(Vacheret, 1995, p.9)
"È nella misura in cui gli oggetti
(foto, giochi, giocattoli, immagini - in questo caso possiamo
dire anche testi narrativi - sono dispositivi che fanno attivare
l'immaginario, che facilitano l'accesso alle zone intermediarie
e transizionali, propizie agli scambi psichici, ai passaggi dai
fantasmi alle rappresentazioni e alle identificazioni multiple."
(Vacheret, 1995, p.10)
E ancora: "è perché facilita
l'accesso all'immaginario che l'oggetto intermedio favorisce il
gioco delle identificazioni.
L'oggetto nella sua funzione mediatica, fa
attivare l'immaginario, dà impulso alla creatività,
alle produzioni mitopoietiche favorendo l'accesso alle zone inconsce
attraverso il mito e, molto semplicemente, al fantasma." (Vacheret,
1995, p.16)
Queste considerazioni corrispondono pienamente
a quanto viene osservato nel lavoro con i gruppi esperienziali
e mostra immediatamente una connessione con i processi che conducono
ad una espressione attraverso l'attività onirica.
Claudine Vacheret fa poi esplicitamente riferimento
alla funzione degli oggetti culturali come mediatori nelle dinamiche
collettive. "Questi oggetti culturali più o meno investiti
determinano un sentimento di esultanza, quando permettono ai diversi
membri di un gruppo di prendere un'improvvisa coscienza delle
loro somiglianze. I racconti, le leggende, le narrazioni hanno
in primo luogo questa funzione di legame, nella misura in cui
sollecitano l'immaginario individuale e l'immaginario gruppale.
[...] I racconti non si limitano a legare il soggetto
al gruppo a cui appartengono per una durata determinata (stage,
sessione, seminario), lo collegano a tutti i grandi miti dell'umanità
e all'immaginario che veicolano. [...] Questa nozione
è importante perché permette di comprendere che
la dimensione individuale non può essere considerata come
opposta alla dimensione sociale o collettiva, ma che la vita fantasmatica
di un soggetto e il suo funzionamento psichico ha qualche cosa
a che vedere con la gruppalità." (Vacheret, 1995 p.19)
È proprio questa la constatazione vissuta
e sperimentata che il gruppo esperienziale vuole favorire negli
studenti che vi partecipano. L'utilizzazione delle "narrazioni"
è proposta in questo senso e svolge la sua funzione mediatrice
precisamente in questa direzione.
La funzione del testo narrativo non è
quella di essere sempre effettivamente usato dal gruppo, quanto
di far parte dei "miti di fondazione" sulla sua origine, di definire
un oggetto comune su cui sia possibile, ma non necessario né
obbligatorio, fare affidamento come mezzo di espressione e di
mediazione fra le angosce personali ed il gruppo, di costituire
un patrimonio comune di fantasie e un punto di riferimento rassicurante.
Le vicende riportate nel testo e i personaggi
che vi si muovono costituiscono così lo spazio comune in
cui si possono incontrare le fantasie e le angosce degli altri,
l'area intermedia che unisce individuo e gruppo, in cui il rapporto
con tutti i partecipanti, facilitato dalla funzione analogica
e simbolica del racconto, dà origine al sentimento di appartenenza
ad una collettività.
La relazione scritta finale si pone invece
come lo sviluppo, costruito dal gruppo, del modello narrativo
fornito dal testo e si costituisce come una storia, una narrazione,
in cui i partecipanti riconoscono questo sentimento di continuità
fra la prospettiva individuale e quella collettiva.
Abbiamo potuto constatare che le relazioni
finali assumono quasi sempre la forma di una sorta di storia del
gruppo, di un suo processo di integrazione, del progressivo costituirsi
di un suo stile di comunicazione e di regolazione delle interazioni
al suo interno.
Il gruppo è dunque impegnato nella
utilizzazione e nella costruzione di narrazioni.
Le caratteristiche che Bruner individua nelle
narrazioni sono, per il nostro oggetto, estremamente significative.
Bruner ne evidenzia quattro.
(a) Diacronicità narrativa: gli elementi
della narrazione sono disposti e ordinati secondo una successione
temporale.
(b) Stati intenzionali: i personaggi che agiscono
operano in funzione di valori, credenze, desideri, il loro comportamento
è riconducibile a "ragioni" e non a "cause".
(c) Compatibilità ermeneutica: sussiste
una profonda interdipendenza parti-tutto, che riproduce, nella
narrazione, quella che è una delle caratteristiche peculiari
del gruppo stesso.
(d) Accumulazione narrativa: ogni narrazione
è inserita in un patrimonio di tradizioni e di "storie"
che conducono al complesso intreccio di una cultura. (Bruner,
1991, p.22)
Tutti gli elementi che Bruner ha indicato
sono presenti sia nel testo narrativo, che opera come oggetto
di mediazione, sia nelle modalità con cui il gruppo racconta
la sua storia e cooperano al compimento di quel processo di auto-rappresentazione
che consente di cogliere il senso dell'esperienza gruppale.
È interessante considerare come l'appartenenza
di tutti i partecipanti ad un'unica istituzione - l'Università
ed il Corso di Laurea - fornisca al gruppo un serbatoio inesauribile
di immagini, di tradizioni, di linguaggi gruppali, di "leggende
metropolitane" sui professori, gli esami, i colleghi, che vanno
a costituire una vera e propria mitologia in cui la stessa immagine
della psicologia come disciplina finisce per essere coinvolta.
Il tema della vita nella Facoltà, che
qui non possiamo evidentemente approfondire, è una fonte
ancora da studiare per la comprensione delle dinamiche istituzionali
di fondo che accompagnano i processi formativi degli studenti.
In questo senso il gruppo esperienziale si
può considerare un osservatorio privilegiato delle dinamiche
e delle strategie interpersonali che regolano gli incontri con
le diverse aree disciplinari.
Per citare ancora Bruner: "La maggior parte
di ciò che chiamiamo apprendimento culturale consiste precisamente
nel padroneggiare le narrazioni normative attraverso le quali
una cultura è tenuta unita." (Bruner, 1992, p.118)
Quello che Bruner riferisce ad una cultura
in senso ampio può essere, fatte le debite trasformazioni,
riportato alla "cultura" di una specifica istituzione.
Tornando più propriamente alla prospettiva
psicoanalitica, la "categoria" narrativa è da sempre un
elemento integrante della sua metodologia.
Come osserva ad esempio Corrao: "Nella sua
accezione generale il Narrativo comprende ogni produzione discorsiva
(orale o scritta) dialogica, monologica o polilogica, che ordina
e spiega il senso degli eventi che interessano un soggetto ed
il suo mondo, ovvero molti soggetti ed il loro mondo.
Per legittimare psicoanaliticamente queste
asserzioni è necessario qualche accostamento.
Riprendendo Freud (1899b), è facile
attribuire all'Interpretazione dei sogni la qualità ed
i caratteri di un grande testo narrativo che si attualizza indefinitamente
attraverso la sua costruzione multipla, simultanea al dispiegamento
delle sue regole strutturali ed allo svelamento delle procedure
del suo metodo. Appare ancora più interessante assegnare
lo statuto di opere puramente narrative ai due testi freudiani
più fortemente congetturali ed inventivi, Totem e tabù
(1912-13) e L'uomo Mosè e la religione monoteistica (1934-38).
Totem e tabù si propone oggi come la
costruzione finzionale (fantastica) di un grande mito antropologico,
cioè di un racconto originario stratificato, stranamente
coerente con le produzioni dell'immaginario collettivo, osservabili
quando è possibile attivare "il pensiero spontaneo" di
un piccolo gruppo analitico. (Corrao, 1987, p.180)
Affrontando il tema della funzione della narrazione
secondo un'altra prospettiva, la riflessione psicoanalitica contemporanea
ha attribuito alla capacità di ordinare in una narrazione
l'insieme delle proprie esperienze e delle interazioni costitutive
della nostra storia un elemento primario nella costruzione del
sentimento di sé e dell'identità personale.
È significativa a riguardo la posizione
di Stern: " Quando parliamo della narrazione del Sé di
un adulto, diamo per scontate almeno due cose: che esiste una
gamma di esperienze vissute passate e presenti che la persona
può intrecciare in una narrazione coerente; e che esiste
qualcosa come una forma narrativa, un modo di pensare un'esperienza
e di parlarne a un altro. Le narrazioni sono resoconti di cose
avvenute. Generalmente, (ma non sempre), coinvolgono soggetti
agenti che presentano stati emotivi, motivazioni e obiettivi,
che eseguono azioni rivolte a un fine specifico e che a loro volta
comportano conseguenze particolari. Normalmente queste narrazioni
si snodano in sequenze causali e temporali e sono ordinate secondo
prospettive particolari.
Negli adulti diamo per scontata l'esistenza
di una forma narrativa: in una prospettiva evolutiva, invece,
questo non è possibile farlo." Stern, 1998, p.313).
E ancora:
"I bambini appaiono capaci di produrre narrazioni
che includono soggetti agenti, intenzioni, obiettivi, conseguenze,
e sequenze dotate di un inizio, uno svolgimento centrale e una
fine, a partire dai tre o quattro anni circa. La maggior parte
delle teorie sull'argomento suggeriscono che la capacità
narrativa - la forma narrativa - possa di fatto essere una proprietà
emergente della mente così come il linguaggio stesso. Essa
può essere una caratteristica universale dell'organizzazione
dell'esperienza umana e come tale può influenzare fortemente
il modo con cui gli esseri umani percepiscono e comprendono l'esperienza
del Sé una volta acquisita la capacità di pensare
in modo narrativo." (Stern, 1998, p.320)
In analogia con quanto avviene per l'individuo,
la capacità di un gruppo di ordinare in sequenze narrative
la memoria di quanto avviene al suo interno è un momento
centrale dell'acquisizione di consapevolezza che è avvenuta
nei suoi componenti.
In questo senso la narrazione che i partecipanti
al gruppo esperienziale costruiscono e condividono, e che come
vedremo include i sogni, diventa un elemento di estrema importanza
nel processo di "apprendimento dall'esperienza" che il gruppo
compie.
Organizzare la propria storia in una narrazione
è, quindi, come per l'individuo, un elemento fondante il
senso della propria identità, intesa, in questo contesto,
come identità collettiva costituita da elementi comuni.
Nella scoperta e nella condivisione della
consapevolezza dell'esistenza di questa identità, ci aiuta
un'altra modalità narrativa che accompagna le interazioni
che si compiono nel gruppo.
Questa modalità può appartenere
a qualunque partecipante e svolge, come l'oggetto intermedio,
la funzione di collegare vissuti, emozioni, fantasie e processi
di pensiero contribuendo a creare lo "spazio comune del gruppo".
Ci riferiamo a quella che Claudio Neri ha chiamato "narrazione
efficace".
"Alcuni membri del gruppo - scrive - sono
in grado di riferire ad esempio un sogno o un episodio della loro
vita in modo tale che gli altri membri sono portati quasi spontaneamente
ad associare le loro fantasie, sogni, pensieri. L'intero gruppo,
cioè, utilizza il racconto efficace per il lavoro collettivo."
(Neri, 1995, p.154). E prosegue "La possibilità del racconto
efficace di tradursi in elementi del campo è basata sulle
capacità di chi parla di identificare se stesso con il
racconto e di comunicare, quindi, con straordinaria intensità
di parole, in modo autentico e animato, le proprie emozioni e
i propri pensieri." (Neri, 1995, p.155)
All'interno di questa cornice che abbiamo
cercato di delineare, il sogno si colloca come un momento fondamentale
nella creazione di uno spazio comune, nella scoperta che questa
area condivisa si è creata e agisce ormai sui processi
mentali dei partecipanti del gruppo prescindendo dalla consapevolezza
che essi ancora ne hanno.
A poco a poco i sogni cominciano a comparire
nelle comunicazioni che avvengono nel corso delle sedute.
Niente come il sogno ci mette concretamente
di fronte all'esistenza di processi psichici che si muovono in
modo completamente autonomo rispetto alla nostra volontà
cosciente. Non a caso Freud chiamò i sogni la "via regia"
per l'inconscio: non soltanto i loro contenuti ci parlano della
parte inconscia della mente in modo più diretto di altri
processi, ma la loro stessa incontrollabilità ci palesa
l'esistenza in noi di istanze che si muovono autonomamente e plasmano,
secondo le loro inclinazioni, il corso dei nostri pensieri.
Il sogno, come la fantasia, è la dimensione
della vita psichica in cui meno possono comparire condizionamenti
e vincoli esterni, ma dobbiamo tuttavia assistere allo spettacolo
che l'inconscio ha allestito per noi, così come se osservassimo
uno spettacolo pensato e realizzato da altri.
Nessuno può sognare quello che vuole,
neanche in un gruppo.
Anche nel gruppo esperienziale, come per l'individuo,
la comparsa dei sogni fa da elemento di rottura, è l'espressione
più diretta dell'esistenza di processi mentali comuni inconsci
che cominciano a manifestarsi tramite l'attività onirica
di qualcuno.
Sulla base del materiale raccolto nelle relazioni
finali possiamo osservare un fatto estremamente significativo:
i sogni cominciano ad emergere e ad essere raccontati, in un momento
preciso della storia del gruppo che spesso può usarli per
capovolgere una situazione di angoscia o di stallo emotivo.
L'ipotesi da cui possiamo partire è
che il sogno funga da elemento facilitatore in quanto dona uno
"stile narrativo" al gruppo.
L'apparato per poter pensare i pensieri sembra
aver bisogno, oltre che di un contenitore, anche di una forma
stilistica, di una sorta di binario gruppale sul quale far viaggiare
i pensieri e le emozioni di tutti.
Questo è rappresentato molto bene in
una sequenza tratta da una relazione finale.
"Questo rimescolamento emotivo [si fa
riferimento ad alcuni aspetti emotivi emersi durante un incontro]
ha preso forma anche attraverso una serie di sogni, uno dei quali
è stato portato come prodotto scritto, quasi un tentativo
di proporre un ancoraggio comune, una cultura del gruppo, nella
duplice funzione di avere uno strumento di lavoro per pensare,
quasi alternativo al testo proposto, e di fondare una memoria
comune da cui dipendere."
Il gruppo finalmente era riuscito a trovare
un proprio stile comunicativo, attraverso non solo una auto-rappresentazione,
ma anche grazie alla possibilità di far emergere una caratteristica
che accomuni tutti i partecipanti: quella di raccontarsi le esperienze.
Il sogno ha un proprio stile narrativo e,
utilizzando una definizione più specifica, può rientrare
in un genere letterario.
Il sogno riferito da una studentessa ci presenta
questo scenario: "Mi trovavo in un gruppo, un gruppo di bambini,
sembrava una scuola, ma non proprio.
C'era una signora, abbastanza anziana, che
spiegava qualcosa, non so, ed io un po' distratta che andavo qua
e là, ora prestando attenzione alle parole della maestra,
ora appartandomi (c'era una piccola rientranza da un lato della
stanza, con, particolare importante, una grossa finestra aperta
verso l'alto), da li' vedevo gli altri e non ero preoccupata dei
miei comportamenti: ero irrequieta, agitata, desiderosa di fare.
In questo angolo c'era uno di quei contenitori di posters e vi
erano cartoline della mia città, A. ma era una città
a me non nota ed estremamente affascinante. Erano squarci di piazze,
case viste di sguincio, dettagli di palazzi con mattoni visibili
in primo piano di un colore che, pur essendo scuro, era luminoso;
era comunque la luce a dominare. Io ero presa da queste immagini,
molte posso ricordarle benissimo, ricordo che ero affascinata,
quasi stregata.
La classe era molto rumorosa (o numerosa),
io tornavo tra loro, in verità scarsamente interessata,
si trattava di argomenti che già sapevo anche se erano
veramente strani. Per me era tutto così irrilevante a confronto
con quanto avevo provato guardando quelle immagini. Sempre più
persone mi richiamavano, sollecitavano la mia attenzione. Ero
distratta."
Per collegare il sogno all'esperienza vissuta
nel gruppo, soprattutto dal punto di vista narrativo, possiamo
dire che il conduttore aveva proposto un testo che sicuramente
ha funzionato da stimolo alla produzione onirica - una sorta di
residuo diurno comune - Le città invisibili di Italo Calvino.
Subito dopo il sogno il gruppo è uscito
da una situazione di stallo, ha prodotto una buona quantità
di associazioni e soprattutto è riuscito a leggere il testo
narrativo proposto (cosa che fino a quel momento nessuno era riuscito
a fare). Molti gruppi all'inizio hanno difficoltà a leggere
il testo proposto dal conduttore, e questo evidentemente ha poco
o nulla a che fare con l'argomento, quanto con lo stile narrativo
che dà il via all'esperienza.
Il gruppo sente di dover rintracciare un proprio
stile di comunicazione e spesso, dopo sogni così significativi,
il testo narrativo viene ripreso perché adesso è
possibile affrontarlo e per suo tramite sono riorganizzate tracce
di esperienze comuni. Il sogno acquista così un significato
condiviso e determina il senso degli avvenimenti che si verificano
nel gruppo stesso.
Ed è proprio da un'acquisizione di
senso che sorgono le condizioni per il costituirsi dell'esperienza
come una modalità qualificata e non confusa di mettersi
in relazione con quanto accade nel gruppo, e questo è l'obiettivo
primario di quanti partecipano a questa particolare attività
di formazione.
L'esperienza è un processo di elaborazione,
e di "narrazione" che tende a ricondurre gli avvenimenti ad un
ordine di significati, di eventi orientati secondo motivazioni
di varia natura e di vario livello e a cui tutti i partecipanti,
studenti, conduttori e supervisori, possono accedere con gradi
di consapevolezza che si alternano e si modificano nel tempo.
Vorremmo concludere proponendo l'ipotesi che
la comparsa di sogni indichi un momento centrale nell'evoluzione
di un gruppo esperienziale, un'occasione particolarmente viva
e pregnante per entrare in contatto con le dinamiche in atto al
suo interno e che l'inserimento, nelle relazioni finali del contenuto
dei sogni, abbia la funzione di promuovere l'elaborazione di narrazioni
che favoriscono il costituirsi stesso dell'esperienza come situazione
dotata di senso.
Il sogno, nelle diverse modalità in
cui si inserisce nella storia del gruppo, è una delle più
dirette manifestazioni dei processi transpersonali che si sono
messi in moto con la sua costituzione.
Le relazioni finali, costituiscono quindi,
progressivamente una rete di percorsi in cui le scene oniriche
riferite - a volte rinarrate da più persone in relazioni
differenti - rappresentano dei nodi in cui la complessità
dei vissuti individuali ritrova un'unità e un significato
condivisi.
Pur nei limiti che il contesto istituzionale
pone, in termini di tempo, un'esperienza così costruita
stimola molti nostri studenti ad approfondire quell'affascinante
argomento che è la psicologia dei gruppi.
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