Sogno e gruppo 2

GRUPPO ESPERIENZIALE E SOGNO
Paolo Cruciani e Sergio Stagnitta


Ci proponiamo di fornire alcuni elementi di discussione sul tipo di dinamiche che si attivano nei gruppi esperienziali condotti nella Facoltà di Psicologia dell'Università di Roma e su come si collochino in questo contesto la comparsa dei sogni e la loro utilizzazione da parte dei gruppi stessi.

I gruppi esperienziali sono stati introdotti da diversi anni e costituiscono ormai un utile strumento per avvicinare gli studenti in modo diretto alle tematiche fondamentali che riguardano lo studio del gruppo secondo una prospettiva psicodinamica.

La loro conduzione si è andata definendo a partire dalla pratica ed ha assunto una forma stabile che ci ha consentito di ottenere una notevole quantità di materiale raccolto in un setting che gode ormai di una affidabile uniformità.

I gruppi esperienziali, organizzati dalla Cattedra di Teoria e Tecniche della Dinamica di Gruppo, si ripetono ogni anno, con una durata di circa quattro mesi.

Hanno una frequenza settimanale e ogni incontro si protrae per un'ora e trenta minuti.

I partecipanti al gruppo, che aderiscono di loro iniziativa, sono in numero di circa quindici. Gli incontri si svolgono nelle aule universitarie e gli studenti si dispongono in cerchio.

All'inizio del gruppo il conduttore propone un testo narrativo da leggere.

Al termine degli incontri gli studenti sono invitati a rielaborare la loro esperienza attraverso la stesura di una relazione scritta, che, successivamente, sarà oggetto di discussione con altri conduttori.

Durante lo svolgimento degli incontri i conduttori dei gruppi si riuniscono regolarmente e mettono in comune le loro esperienze con l'aiuto di un supervisore esterno all'équipe.

Viene dunque attivata una struttura aperta in cui circolano pensieri e informazioni che determinano continuamente una dimensione di condivisione e di "socializzazione" dell'esperienza.

Le persone che partecipano al gruppo hanno alcuni punti di riferimento che forniscono loro una "griglia" attraverso la quale organizzare l'esperienza vissuta e con la quale è facilitato il compito di "conferire un senso" a quanto accade.

Vediamone alcuni elementi.

Il gruppo ha una durata stabilita, un inizio e una fine conosciuti dai partecipanti. Uno scopo, non terapeutico, ma esplicitamente e programmaticamente "esperienziale".

Un conduttore, cioè una persona che, avendo maturato una competenza relativa alle manifestazioni - gli "effetti" - dell'inconscio, sia in grado di percepire quanto avviene nel gruppo e non solo di fornire "interpretazioni", ma soprattutto di accompagnare e facilitare i processi di comunicazione e di pensiero, suggerendo immagini che favoriscano la capacità di auto-rappresentazione del gruppo stesso.

Un testo narrativo in grado di fornire un modello ordinatore dell'esperienza nonché, dato il carattere e l'argomento delle opere che vengono scelte, una o più metafore della vita gruppale.

Il progetto di una relazione scritta finale che racconti l'esperienza.

La scrittura è un momento di riflessione e di elaborazione condivise sia perché, molto spesso, è frutto della collaborazione con qualche altro membro del gruppo, sia perché esplicitamente destinata ad un "lettore" che appartiene all'equipe dei conduttori.

Viene chiarito ai partecipanti che il resoconto sarà scritto nella più completa libertà ma privilegiando ciò che è stato osservato e lasciando la discussione dei modelli teorici, oggetto delle lezioni che sono svolte contemporaneamente, al momento dell'esame vero e proprio.

La relazione può essere usata come punto di riferimento nel corso dell'interrogazione, ma non è, per se stessa, oggetto di alcuna valutazione e la lettura che ne farà il membro dell'equipe sarà unicamente un momento di riflessione, compiuto da un punto di vista esterno.

Il gruppo esperienziale è dunque collocato in una cornice istituzionale che ne traccia i confini nello spazio e nel tempo e ne determina la finalità: la conoscenza tramite l'esperienza di come si muove la mente in un gruppo che si è posto il compito di osservare ciò che accade al suo interno.

È implicita in questo metodo, come cercheremo di chiarire in seguito, l'idea che l'"esperienza" sia una costruzione e l'esito di un processo elaborativo che implica elementi di intersoggettività e di comunicabilità.

Peraltro, la relazione finale, come hanno osservato molti conduttori, si pone anche come un momento di elaborazione del lutto, un modo di conservare memoria di un percorso che, essendo a termine, contiene fin dall'inizio l'idea di un'interruzione prevista ma, allo stesso tempo imposta e irrevocabile.

A questo tipo di organizzazione del gruppo esperienziale si è da sempre accompagnata, come si è detto, l'utilizzazione di un testo narrativo, proposto come una lettura comune per i partecipanti.

Il testo consente una trasposizione degli accadimenti che si determinano nel gruppo nell'"intreccio modello" della narrazione e permette di rappresentare, tramite gli elementi che essa fornisce - siano essi accettati o tenacemente rifiutati - i vissuti dei partecipanti senza dover necessariamente dire "io sono", "io penso", "io sento".

È un compito delicato del conduttore il fare appello a quegli elementi più impersonali, anche se carichi di valenze affettive, a quelle invarianti individuabili nei vissuti di tutti, che, ordinandosi secondo una modalità narrativa, possono dare adito al costituirsi di una "esperienza formativa". Il gruppo esperienziale può così evitare di trasformarsi in un gruppo terapeutico.

La presenza di un testo narrativo come elemento "facilitante" la comunicazione e, soprattutto, l'attivazione di processi interattivi e dei processi affettivi e cognitivi che li accompagnano, fa rientrare questo tipo di gruppi nella categoria a cui è dedicato questo panel: i gruppi con oggetti intermedi.

Come osserva Claudine Vacheret questi oggetti godono di uno statuto particolare che può essere individuato secondo i parametri della metapsicologia e che li rende idonei a svolgere una funzione di mediazione fra parti della mente e fra processi separati dalle strategie difensive.

Scrive la Vacheret: "L'oggetto all'origine della mediazione è un oggetto con due versanti: il versante della materialità e il versante dell'analogia simbolica." (Vacheret, 1995, p.9)

"È nella misura in cui gli oggetti (foto, giochi, giocattoli, immagini - in questo caso possiamo dire anche testi narrativi - sono dispositivi che fanno attivare l'immaginario, che facilitano l'accesso alle zone intermediarie e transizionali, propizie agli scambi psichici, ai passaggi dai fantasmi alle rappresentazioni e alle identificazioni multiple." (Vacheret, 1995, p.10)

E ancora: "è perché facilita l'accesso all'immaginario che l'oggetto intermedio favorisce il gioco delle identificazioni.

L'oggetto nella sua funzione mediatica, fa attivare l'immaginario, dà impulso alla creatività, alle produzioni mitopoietiche favorendo l'accesso alle zone inconsce attraverso il mito e, molto semplicemente, al fantasma." (Vacheret, 1995, p.16)

Queste considerazioni corrispondono pienamente a quanto viene osservato nel lavoro con i gruppi esperienziali e mostra immediatamente una connessione con i processi che conducono ad una espressione attraverso l'attività onirica.

Claudine Vacheret fa poi esplicitamente riferimento alla funzione degli oggetti culturali come mediatori nelle dinamiche collettive. "Questi oggetti culturali più o meno investiti determinano un sentimento di esultanza, quando permettono ai diversi membri di un gruppo di prendere un'improvvisa coscienza delle loro somiglianze. I racconti, le leggende, le narrazioni hanno in primo luogo questa funzione di legame, nella misura in cui sollecitano l'immaginario individuale e l'immaginario gruppale. [...] I racconti non si limitano a legare il soggetto al gruppo a cui appartengono per una durata determinata (stage, sessione, seminario), lo collegano a tutti i grandi miti dell'umanità e all'immaginario che veicolano. [...] Questa nozione è importante perché permette di comprendere che la dimensione individuale non può essere considerata come opposta alla dimensione sociale o collettiva, ma che la vita fantasmatica di un soggetto e il suo funzionamento psichico ha qualche cosa a che vedere con la gruppalità." (Vacheret, 1995 p.19)

È proprio questa la constatazione vissuta e sperimentata che il gruppo esperienziale vuole favorire negli studenti che vi partecipano. L'utilizzazione delle "narrazioni" è proposta in questo senso e svolge la sua funzione mediatrice precisamente in questa direzione.

La funzione del testo narrativo non è quella di essere sempre effettivamente usato dal gruppo, quanto di far parte dei "miti di fondazione" sulla sua origine, di definire un oggetto comune su cui sia possibile, ma non necessario né obbligatorio, fare affidamento come mezzo di espressione e di mediazione fra le angosce personali ed il gruppo, di costituire un patrimonio comune di fantasie e un punto di riferimento rassicurante.

Le vicende riportate nel testo e i personaggi che vi si muovono costituiscono così lo spazio comune in cui si possono incontrare le fantasie e le angosce degli altri, l'area intermedia che unisce individuo e gruppo, in cui il rapporto con tutti i partecipanti, facilitato dalla funzione analogica e simbolica del racconto, dà origine al sentimento di appartenenza ad una collettività.

La relazione scritta finale si pone invece come lo sviluppo, costruito dal gruppo, del modello narrativo fornito dal testo e si costituisce come una storia, una narrazione, in cui i partecipanti riconoscono questo sentimento di continuità fra la prospettiva individuale e quella collettiva.

Abbiamo potuto constatare che le relazioni finali assumono quasi sempre la forma di una sorta di storia del gruppo, di un suo processo di integrazione, del progressivo costituirsi di un suo stile di comunicazione e di regolazione delle interazioni al suo interno.

Il gruppo è dunque impegnato nella utilizzazione e nella costruzione di narrazioni.

Le caratteristiche che Bruner individua nelle narrazioni sono, per il nostro oggetto, estremamente significative.

Bruner ne evidenzia quattro.

(a) Diacronicità narrativa: gli elementi della narrazione sono disposti e ordinati secondo una successione temporale.

(b) Stati intenzionali: i personaggi che agiscono operano in funzione di valori, credenze, desideri, il loro comportamento è riconducibile a "ragioni" e non a "cause".

(c) Compatibilità ermeneutica: sussiste una profonda interdipendenza parti-tutto, che riproduce, nella narrazione, quella che è una delle caratteristiche peculiari del gruppo stesso.

(d) Accumulazione narrativa: ogni narrazione è inserita in un patrimonio di tradizioni e di "storie" che conducono al complesso intreccio di una cultura. (Bruner, 1991, p.22)

Tutti gli elementi che Bruner ha indicato sono presenti sia nel testo narrativo, che opera come oggetto di mediazione, sia nelle modalità con cui il gruppo racconta la sua storia e cooperano al compimento di quel processo di auto-rappresentazione che consente di cogliere il senso dell'esperienza gruppale.

È interessante considerare come l'appartenenza di tutti i partecipanti ad un'unica istituzione - l'Università ed il Corso di Laurea - fornisca al gruppo un serbatoio inesauribile di immagini, di tradizioni, di linguaggi gruppali, di "leggende metropolitane" sui professori, gli esami, i colleghi, che vanno a costituire una vera e propria mitologia in cui la stessa immagine della psicologia come disciplina finisce per essere coinvolta.

Il tema della vita nella Facoltà, che qui non possiamo evidentemente approfondire, è una fonte ancora da studiare per la comprensione delle dinamiche istituzionali di fondo che accompagnano i processi formativi degli studenti.

In questo senso il gruppo esperienziale si può considerare un osservatorio privilegiato delle dinamiche e delle strategie interpersonali che regolano gli incontri con le diverse aree disciplinari.

Per citare ancora Bruner: "La maggior parte di ciò che chiamiamo apprendimento culturale consiste precisamente nel padroneggiare le narrazioni normative attraverso le quali una cultura è tenuta unita." (Bruner, 1992, p.118)

Quello che Bruner riferisce ad una cultura in senso ampio può essere, fatte le debite trasformazioni, riportato alla "cultura" di una specifica istituzione.

Tornando più propriamente alla prospettiva psicoanalitica, la "categoria" narrativa è da sempre un elemento integrante della sua metodologia.

Come osserva ad esempio Corrao: "Nella sua accezione generale il Narrativo comprende ogni produzione discorsiva (orale o scritta) dialogica, monologica o polilogica, che ordina e spiega il senso degli eventi che interessano un soggetto ed il suo mondo, ovvero molti soggetti ed il loro mondo.

Per legittimare psicoanaliticamente queste asserzioni è necessario qualche accostamento.

Riprendendo Freud (1899b), è facile attribuire all'Interpretazione dei sogni la qualità ed i caratteri di un grande testo narrativo che si attualizza indefinitamente attraverso la sua costruzione multipla, simultanea al dispiegamento delle sue regole strutturali ed allo svelamento delle procedure del suo metodo. Appare ancora più interessante assegnare lo statuto di opere puramente narrative ai due testi freudiani più fortemente congetturali ed inventivi, Totem e tabù (1912-13) e L'uomo Mosè e la religione monoteistica (1934-38).

Totem e tabù si propone oggi come la costruzione finzionale (fantastica) di un grande mito antropologico, cioè di un racconto originario stratificato, stranamente coerente con le produzioni dell'immaginario collettivo, osservabili quando è possibile attivare "il pensiero spontaneo" di un piccolo gruppo analitico. (Corrao, 1987, p.180)

Affrontando il tema della funzione della narrazione secondo un'altra prospettiva, la riflessione psicoanalitica contemporanea ha attribuito alla capacità di ordinare in una narrazione l'insieme delle proprie esperienze e delle interazioni costitutive della nostra storia un elemento primario nella costruzione del sentimento di sé e dell'identità personale.

È significativa a riguardo la posizione di Stern: " Quando parliamo della narrazione del Sé di un adulto, diamo per scontate almeno due cose: che esiste una gamma di esperienze vissute passate e presenti che la persona può intrecciare in una narrazione coerente; e che esiste qualcosa come una forma narrativa, un modo di pensare un'esperienza e di parlarne a un altro. Le narrazioni sono resoconti di cose avvenute. Generalmente, (ma non sempre), coinvolgono soggetti agenti che presentano stati emotivi, motivazioni e obiettivi, che eseguono azioni rivolte a un fine specifico e che a loro volta comportano conseguenze particolari. Normalmente queste narrazioni si snodano in sequenze causali e temporali e sono ordinate secondo prospettive particolari.

Negli adulti diamo per scontata l'esistenza di una forma narrativa: in una prospettiva evolutiva, invece, questo non è possibile farlo." Stern, 1998, p.313).

E ancora:

"I bambini appaiono capaci di produrre narrazioni che includono soggetti agenti, intenzioni, obiettivi, conseguenze, e sequenze dotate di un inizio, uno svolgimento centrale e una fine, a partire dai tre o quattro anni circa. La maggior parte delle teorie sull'argomento suggeriscono che la capacità narrativa - la forma narrativa - possa di fatto essere una proprietà emergente della mente così come il linguaggio stesso. Essa può essere una caratteristica universale dell'organizzazione dell'esperienza umana e come tale può influenzare fortemente il modo con cui gli esseri umani percepiscono e comprendono l'esperienza del Sé una volta acquisita la capacità di pensare in modo narrativo." (Stern, 1998, p.320)

In analogia con quanto avviene per l'individuo, la capacità di un gruppo di ordinare in sequenze narrative la memoria di quanto avviene al suo interno è un momento centrale dell'acquisizione di consapevolezza che è avvenuta nei suoi componenti.

In questo senso la narrazione che i partecipanti al gruppo esperienziale costruiscono e condividono, e che come vedremo include i sogni, diventa un elemento di estrema importanza nel processo di "apprendimento dall'esperienza" che il gruppo compie.

Organizzare la propria storia in una narrazione è, quindi, come per l'individuo, un elemento fondante il senso della propria identità, intesa, in questo contesto, come identità collettiva costituita da elementi comuni.

Nella scoperta e nella condivisione della consapevolezza dell'esistenza di questa identità, ci aiuta un'altra modalità narrativa che accompagna le interazioni che si compiono nel gruppo.

Questa modalità può appartenere a qualunque partecipante e svolge, come l'oggetto intermedio, la funzione di collegare vissuti, emozioni, fantasie e processi di pensiero contribuendo a creare lo "spazio comune del gruppo". Ci riferiamo a quella che Claudio Neri ha chiamato "narrazione efficace".

"Alcuni membri del gruppo - scrive - sono in grado di riferire ad esempio un sogno o un episodio della loro vita in modo tale che gli altri membri sono portati quasi spontaneamente ad associare le loro fantasie, sogni, pensieri. L'intero gruppo, cioè, utilizza il racconto efficace per il lavoro collettivo." (Neri, 1995, p.154). E prosegue "La possibilità del racconto efficace di tradursi in elementi del campo è basata sulle capacità di chi parla di identificare se stesso con il racconto e di comunicare, quindi, con straordinaria intensità di parole, in modo autentico e animato, le proprie emozioni e i propri pensieri." (Neri, 1995, p.155)

All'interno di questa cornice che abbiamo cercato di delineare, il sogno si colloca come un momento fondamentale nella creazione di uno spazio comune, nella scoperta che questa area condivisa si è creata e agisce ormai sui processi mentali dei partecipanti del gruppo prescindendo dalla consapevolezza che essi ancora ne hanno.

A poco a poco i sogni cominciano a comparire nelle comunicazioni che avvengono nel corso delle sedute.

Niente come il sogno ci mette concretamente di fronte all'esistenza di processi psichici che si muovono in modo completamente autonomo rispetto alla nostra volontà cosciente. Non a caso Freud chiamò i sogni la "via regia" per l'inconscio: non soltanto i loro contenuti ci parlano della parte inconscia della mente in modo più diretto di altri processi, ma la loro stessa incontrollabilità ci palesa l'esistenza in noi di istanze che si muovono autonomamente e plasmano, secondo le loro inclinazioni, il corso dei nostri pensieri.

Il sogno, come la fantasia, è la dimensione della vita psichica in cui meno possono comparire condizionamenti e vincoli esterni, ma dobbiamo tuttavia assistere allo spettacolo che l'inconscio ha allestito per noi, così come se osservassimo uno spettacolo pensato e realizzato da altri.

Nessuno può sognare quello che vuole, neanche in un gruppo.

Anche nel gruppo esperienziale, come per l'individuo, la comparsa dei sogni fa da elemento di rottura, è l'espressione più diretta dell'esistenza di processi mentali comuni inconsci che cominciano a manifestarsi tramite l'attività onirica di qualcuno.

Sulla base del materiale raccolto nelle relazioni finali possiamo osservare un fatto estremamente significativo: i sogni cominciano ad emergere e ad essere raccontati, in un momento preciso della storia del gruppo che spesso può usarli per capovolgere una situazione di angoscia o di stallo emotivo.

L'ipotesi da cui possiamo partire è che il sogno funga da elemento facilitatore in quanto dona uno "stile narrativo" al gruppo.

L'apparato per poter pensare i pensieri sembra aver bisogno, oltre che di un contenitore, anche di una forma stilistica, di una sorta di binario gruppale sul quale far viaggiare i pensieri e le emozioni di tutti.

Questo è rappresentato molto bene in una sequenza tratta da una relazione finale.

"Questo rimescolamento emotivo [si fa riferimento ad alcuni aspetti emotivi emersi durante un incontro] ha preso forma anche attraverso una serie di sogni, uno dei quali è stato portato come prodotto scritto, quasi un tentativo di proporre un ancoraggio comune, una cultura del gruppo, nella duplice funzione di avere uno strumento di lavoro per pensare, quasi alternativo al testo proposto, e di fondare una memoria comune da cui dipendere."

Il gruppo finalmente era riuscito a trovare un proprio stile comunicativo, attraverso non solo una auto-rappresentazione, ma anche grazie alla possibilità di far emergere una caratteristica che accomuni tutti i partecipanti: quella di raccontarsi le esperienze.

Il sogno ha un proprio stile narrativo e, utilizzando una definizione più specifica, può rientrare in un genere letterario.

Il sogno riferito da una studentessa ci presenta questo scenario: "Mi trovavo in un gruppo, un gruppo di bambini, sembrava una scuola, ma non proprio.

C'era una signora, abbastanza anziana, che spiegava qualcosa, non so, ed io un po' distratta che andavo qua e là, ora prestando attenzione alle parole della maestra, ora appartandomi (c'era una piccola rientranza da un lato della stanza, con, particolare importante, una grossa finestra aperta verso l'alto), da li' vedevo gli altri e non ero preoccupata dei miei comportamenti: ero irrequieta, agitata, desiderosa di fare. In questo angolo c'era uno di quei contenitori di posters e vi erano cartoline della mia città, A. ma era una città a me non nota ed estremamente affascinante. Erano squarci di piazze, case viste di sguincio, dettagli di palazzi con mattoni visibili in primo piano di un colore che, pur essendo scuro, era luminoso; era comunque la luce a dominare. Io ero presa da queste immagini, molte posso ricordarle benissimo, ricordo che ero affascinata, quasi stregata.

La classe era molto rumorosa (o numerosa), io tornavo tra loro, in verità scarsamente interessata, si trattava di argomenti che già sapevo anche se erano veramente strani. Per me era tutto così irrilevante a confronto con quanto avevo provato guardando quelle immagini. Sempre più persone mi richiamavano, sollecitavano la mia attenzione. Ero distratta."

Per collegare il sogno all'esperienza vissuta nel gruppo, soprattutto dal punto di vista narrativo, possiamo dire che il conduttore aveva proposto un testo che sicuramente ha funzionato da stimolo alla produzione onirica - una sorta di residuo diurno comune - Le città invisibili di Italo Calvino.

Subito dopo il sogno il gruppo è uscito da una situazione di stallo, ha prodotto una buona quantità di associazioni e soprattutto è riuscito a leggere il testo narrativo proposto (cosa che fino a quel momento nessuno era riuscito a fare). Molti gruppi all'inizio hanno difficoltà a leggere il testo proposto dal conduttore, e questo evidentemente ha poco o nulla a che fare con l'argomento, quanto con lo stile narrativo che dà il via all'esperienza.

Il gruppo sente di dover rintracciare un proprio stile di comunicazione e spesso, dopo sogni così significativi, il testo narrativo viene ripreso perché adesso è possibile affrontarlo e per suo tramite sono riorganizzate tracce di esperienze comuni. Il sogno acquista così un significato condiviso e determina il senso degli avvenimenti che si verificano nel gruppo stesso.

Ed è proprio da un'acquisizione di senso che sorgono le condizioni per il costituirsi dell'esperienza come una modalità qualificata e non confusa di mettersi in relazione con quanto accade nel gruppo, e questo è l'obiettivo primario di quanti partecipano a questa particolare attività di formazione.

L'esperienza è un processo di elaborazione, e di "narrazione" che tende a ricondurre gli avvenimenti ad un ordine di significati, di eventi orientati secondo motivazioni di varia natura e di vario livello e a cui tutti i partecipanti, studenti, conduttori e supervisori, possono accedere con gradi di consapevolezza che si alternano e si modificano nel tempo.

Vorremmo concludere proponendo l'ipotesi che la comparsa di sogni indichi un momento centrale nell'evoluzione di un gruppo esperienziale, un'occasione particolarmente viva e pregnante per entrare in contatto con le dinamiche in atto al suo interno e che l'inserimento, nelle relazioni finali del contenuto dei sogni, abbia la funzione di promuovere l'elaborazione di narrazioni che favoriscono il costituirsi stesso dell'esperienza come situazione dotata di senso.

Il sogno, nelle diverse modalità in cui si inserisce nella storia del gruppo, è una delle più dirette manifestazioni dei processi transpersonali che si sono messi in moto con la sua costituzione.

Le relazioni finali, costituiscono quindi, progressivamente una rete di percorsi in cui le scene oniriche riferite - a volte rinarrate da più persone in relazioni differenti - rappresentano dei nodi in cui la complessità dei vissuti individuali ritrova un'unità e un significato condivisi.

Pur nei limiti che il contesto istituzionale pone, in termini di tempo, un'esperienza così costruita stimola molti nostri studenti ad approfondire quell'affascinante argomento che è la psicologia dei gruppi.

BIBLIOGRAFIA

AMMANITI, M. e STERN, D. (a cura di) (1991) Rappresentazioni e narrazioni, Bari, Laterza.

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CORRAO, F. (1983c) Il gruppo esperienziale: fondamenti epi-stemologici in Orme, vol. II, Milano, Cortina, 1998.

CORRAO, F. (1987b) Il narrativo come categoria psicoanali-tica, in Orme, vol. I, Milano Cortina, 1998.

NERI, C. (1995). Gruppo, Roma, Borla.

VACHERET, C. (1995) Les Theories de l'intermediaire et la mediation dans le groupe.(Inedito).

 




 

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