| INTRODUZIONE
Questo lavoro si propone di formulare alcune
riflessioni sull'utilizzo del sogno come strumento di monitoraggio
del percorso individuale e gruppale dei pazienti in un breve arco
di sedute di un gruppo terapeutico.
Nella parte introduttiva verrano presi in
considerazione concetti, di derivazione neurofisiologica, relativi
ai fenomeni osservabili durante la fase REM del sonno ed al possibile
significato, dal punto di vista biologico ed evoluzionistico,
del sonno REM. Si proporranno quindi, rimanendo all'interno di
un campo epistemico legato all'idea di una mente individuale osservabile
ed isolabile dal contesto, alcune idee relative al valore dell'esperienza
sogno.
Si introdurerà poi un'idea di collettività,
non come campo epistemico alternativo ed opposto ad ipotesi riduzioniste,
quanto in un difficile ma, a parere della scrivente, utile sforzo
di definire un'implicazione reciproca tra significazioni concettuali
diverse che sempre di più sembrano necessarie ai fini di
una riflessione sul lavoro clinico.
Verrà infine presentato il materiale
clinico e la discussione relativa ad esso.
ALCUNI CONCETTI DI SFONDO
Sono trascorsi ormai quasi cinquant'anni da
quando Aserinsky e Kleitman osservarono per la prima volta periodi
di movimenti oculari rapidi coniugati nel sonno, ed avanzarono
l'ipotesi che essi fossero correlati con l'esperienza psicologica
del sognare.
E' oggi noto che è al pattern elettroencefalografico
caratteristico del sonno REM che più frequentemente si
correla, nei risvegli effettuati in ambito sperimentale nei laboratori
di ricerca sul sonno, l'esperienza psicologica che noi definiamo
sogno.
A lungo ha dominato una confusione concettale
circa tali livelli, molto diversi, di osservazione e rappresentazione,
livelli che tuttavia si implicano e si embricano a vicenda.
E' noto che il sonno REM si trova maggiormente
rappresentato negli individui più giovani, non solo nella
specie umana. Il neonato umano trascorre infatti circa un terzo
della sua giornata e metà del sonno, in stato REM o meglio
in sonno attivo; tale percentuale è destinata a ridursi
progressivamente con la maturazione.
E' stato proposto (Roffwarg et Al., 1966)
che nel periodo perinatale, a partire dalla trentunesima settimana
gestazionale, la stimolazione endogena afferente nel periodo REM,
assista la maturazione e la differenziazione di aree chiave del
sistema nervoso centrale, quali quelle di alcuni centri corticali
a funzione più evoluta, in assenza di stimoli esterni.
E' stato così ipotizzato che anche
nell'adulto una delle funzioni della fase REM potrebbe essere
di contrastare quella tendenza all'abbassamento del tono cerebrale
che avviene nel sonno; il sonno REM sarebbe allora anche una sorta
di periodico ristoro della capacità dell'individuo di rispondere
agli stimoli del mondo esterno, una sorta di ginnastica che, quando
la stimolazione sensoriale si fa carente, il nostro cervello attua
per mantenerci pronti ad un'eventuale azione.
In un frammento del 500 a.C., attribuito ad
Eraclito di Efeso si legge: "... unico e comune è il mondo
per coloro che son desti, mentre nel sonno ciascuno si rinchiude
in un mondo suo proprio e particolare". Fin dai tempi antichi,
dunque, ci si interroga sul senso di questo ritiro in sé
stessi, che periodicamente ha luogo nelle ore notturne.
Jouvet nel 1978 ha ipotizzato che nella cornice
creata dal sonno paradosso si realizzi una riprogrammazione, ciclica,
che avverrebbe secondo linee geneticamente preprogrammate, per
la quale fattori ereditari ed ambientali si mescolano ed interagiscono
liberamente (Mancia,1980; 1987), favorendo il rinforzo del patrimonio
posseduto, un patrimonio dunque in evoluzione.
Le osservazioni di numerosi ricercatori sembrano
convergere su questa ipotesi; Seligman et al. ricordano che il
correlato fisiologico del sogno origina in strutture cerebrali
non plastiche ed ascende verso strutture più plastiche
o, come ha scritto lo stesso Jouvet: "il sogno sembra essere il
luogo in cui la filogenesi influenza l'apprendimento" (1980).
Proseguendo su tale linea, possiamo aggiungere
che il sogno in ambito neurofisiologico è stato considerato
fin dai primi studi una forma di pensiero che permette la libera
sperimentazione di soluzioni creative a problemi emozionali, in
uno stato di coscienza in cui il materiale immagazzinato in memoria
è più accessibile, il raffronto tra esperienze passate
ed attuali facilitato, le associazioni più fluide, il criterio
di accettabilità sociale meno rigido (Breger, 1967).
Il sonno REM viene da alcuni considerato (Gabel,
1987) intimamente implicato nell'elaborazione dell'informazione,
con una modalità diversa da quella della veglia, più
adattiva, flessibile e creativa.
Un altro punto che mi sembra meritare una
sottolineatura è il seguente; a fronte degli studi neurofisiologici
che hanno considerato il sogno espressione di relativa attivazione
dell'emisfero destro (attività visuospaziale ed attivazione
delle aree parieto-occipitali destre) c'é il modello proposto
da D. Foulkes (1982), secondo cui nel periodo REM le aree frontali
dell'emisfero sinistro medierebbero l'elemento narrativo, basilare
e portante nella produzione del sogno, mentre l'aspetto visivo,
legato perlopiù al lavoro dell'emisfero destro, sarebbe
più esterno e superficiale, così come nel modello
di Freud la struttura manifesta è soprattutto un epifenomeno
del contenuto latente (Humphrey e Zangwill, 1951).
I meccanismi mentali coinvolti nel sogno e
nella veglia sarebbero quindi gli stessi (Cathala et al., 1983),
ma nel sogno la riduzione delle afferenze esterocettive ed il
dissolvimento dei riferimenti alla realtà esterna permetterebbe
un libero rimescolarsi di più attitudini; il sogno probabilmente
dipende allora da un insieme di abilità percettive, visive,
mnesiche, verbali, coniugate tra loro.
A supporto di tale veduta possiamo ricordare
che nei pazienti neurologici con lesioni parietali, è notevole
il difetto di organizzazione spaziale nel resoconto del sogno;
negli afasici, perdita del sogno e disfunzione del linguaggio
nella veglia possono derivare dal danno di un sistema comune (Epstein
et al., 1983). Infatti i difetti del linguaggio, quando presenti,
sono spesso correlati ad un'incidenza relativamente alta di alterazioni
visuopercettive (Murri et al, 1982; 1984).
D.Foulkes propone (1982) che alla base del
sogno vi sia quindi un'attivazione di tipo linguistico-proposizionale:
una simulazione percettiva multimodale conduce a vari elementi,
magari bizzarri, integrati tra loro grazie ad una performance
cognitiva complessa e spesso originale e creativa; anche altri
autori hanno sottolineato come tale compito cognitivo sia sostenuto
dalla funzione linguistica. (Antrobus J.,1983)
Sempre in ambito cognitivista altri studi
hanno affrontato un altro problema, centrale per costruire ipotesi
cliniche, cioé quello dell'attivazione differenziale della
memoria nei vari stadi ipnici; esso ha a che vedere con l'accesso
nel sonno ad esperienze ormai lontane nel tempo, apparentemente
dimenticate e con il ben noto problema della natura del "danno"
della memoria episodica nei pazienti gravi.
Koukkou et al. (1983), dopo un riesame attento
di numerosi lavori, utilizzando sia evidenze psicofisiologiche
che dati psicologico-clinici, propongono che la fase REM del sonno
sia un momento privilegiato di funzionamento cerebrale, perché
l'emisfero sinistro e quello destro lavorerebbero, in tale periodo,
per così dire di concerto. In altri termini, durante il
sonno REM, la coerenza interemisferica, desunta da registrazioni
elettroencefalografiche, è più alta e ciò
significherebbe che può esservi un'accesso a materiale
mnesico connesso con esperienze infantili precoci e prevalentemente
legato, immagazzinato diremmo, all'emisfero destro. Tali esperienze
nella fase REM divengono accessibili al lavoro dell'emisfero sinistro,
dominante nell'età adulta e perlopiù connesso con
funzioni linguistico-analitiche; così, esperienze infantili
precoci diverrebbero utilizzabili per un'elaborazione linguistica
e verbale.
Tali studi di campo cognitivista sulla memoria
e sulla possibilità che nello stadio REM si riacceda in
modo per così dire "ricreativo" al passato ontogenetico
ma anche al passato filogenetico, hanno grande importanza perché
sembrano indicare che grazie all'esperienza psicologica denominata
sogno, l'individuo possa rifondare quel senso di sé in
termini di continuità storica, emozionale ed anche narrativa.
Il naturale isolamento del sogno rispetto
all'esperienza quotidiana può costituire, secondo alcuni
neurofisiologici (Hunt, 1982), un'angolatura originale e particolarmente
utile nello studio dell'attività della mente; se si accetta
questa ipotesi, la variabile dipendente sogno potrebbe essere
studiata in molteplici situazioni, anche nel setting psicoterapico,
e tale modalità potrebbe sostituire efficacemente uno studio
sperimentale in cui venga controllata la variabile indipendente,
cioé l'ambiente in cui il soggetto dorme e in cui, una
volta risvegliato, narra i sogni.
Il setting psicoanalitico classico è
stato ed é senza dubbio uno degli ambiti più consolidati
in cui viene compiuto uno studio approfondito e protratto nel
tempo della variabile psicologica sogno.
Ma che accade della propensione degli umani
a sognare all'interno del setting psicoterapico di gruppo, così
denso di stimoli e così impregnato di elementi non riconducibili
ad un'epistemologia monadica della mente? Come questi modelli
ed interpretazioni provenienti da un campo concettuale così
distante, possono influenzare ed eventualmente giovare al lavoro
nel gruppo terapeutico?
Sulla scia di questi richiami agli studi neurofisiologici
vorrei qui introdurre un possibile nesso che può consentire
a mio avviso tale transizione verso il materiale clinico tratto
da sedute di psicoterapia di gruppo.
In un interessante lavoro S. Manghi (1995)
sottolinea la necessità di superare la concezione di un'opposizione
intrinseca tra l'idea di individuale e l'idea di collettivo; per
l'autore, il problema non è infatti di rinunciare alle
spiegazioni individualistiche in favore di quelle collettivistiche,
ma piuttosto di ripensare in termini relazionali, non dualistici,
la nostra idea di individuo, la nostra idea di collettività
e la nostra idea del nesso tra le due.
Manghi, utilizzando il pensiero di M. Douglas,
sottolinea ancora come la dimensione collettiva sia costitutiva
dell'agire, del pensare, dell'esserci umano. Ciò non implica
però la rinuncia a qualsiasi idea di soggetto, ma piuttosto
una definizione di soggetto in termini di costitutiva incompiutezza.
Complementarità, differenza, interdipendenza
sono allora parole che specificano ulteriormente ciò che
si vuole intendere con incompiutezza; essa è anche quella
predisposizione e potenzialità dell'individuo a "saturare"
la propria incompiuta Umwelt, il mondo-ambiente che è lo
scenario della nostra vita, producendo e trasformando l'ambiente
stesso mediante la simbolizzazione (D.Napolitani, 1995).
Ma una simile operazione non richiede un subordinarsi
adattivo dell'individuo ad imperativi ed a linguaggi precostituiti,
al contrario ciò suppone la presenza attiva di un soggetto
autonomo che produce simboli e racconti.
Altro concetto importante cui Manghi fa riferimento,
è quello di mindscape o panorama mentale, ecosistemico
secondo Maruyama (1963, cit. in Manghi S., op. cit.).
Chi opera in professioni socialmente designate
come di aiuto, è chiamato per Manghi ad un triplice ordine
di responsabilità.
Vi è innanzitutto la responsabilità
che richiede coerenza tra modelli teorici di riferimento ed azioni
o interpretazioni; la seconda responsabilità è invece
quella per cui occorre che ciascun operatore rifletta continuamente
sul rapporto tra i modelli teorici e le proprie personali idee
ed emozioni.
Ma c'è un terzo tipo di responsabilità,
specifico del mindscape chiamato da Maruyama "ecosistemico"; esso
ha implicazioni sia etiche che metodologiche, e riguarda la connessione
tra il singolo operatore e l'ambiente in cui agisce. Si richiede
allora anche coerenza verso i più ampi processi relazionali,
dei quali i modelli teorico-epistemologici, così come le
idee e le emozioni personali del singolo, rimangono un segmento
parziale. Questo segmento parziale, costituito dai modelli e dalle
idee ed emozioni del singolo, è quindi aperto ad evoluzioni
e conseguenze mai del tutto prevedibili, per via della connessione
con l'ambiente di cui il singolo stesso è parte.
All'interno di questa terza responsabilità,
chi opera diviene così consapevole che il proprio "fare",
è anche un "farsi", interattivo e sociale, potremmo dire
relazionale.
Questa responsabilità, appunto relazionale,
che si combina con le altre responsabilità, non può
che essere affidata, nel pensiero di Manghi, all' "estetica" delle
relazioni, estetica nel senso di G.Bateson ("By aesthetic I mean
responsive to the pattern which connects"), sensibilità
alla forma "danzante" delle relazioni, apertura e disponibilita
verso i messaggi , le informazioni, i feed-back ambientali, senza
tuttavia rinunciare alle proprie specifiche idee ed ai propri
punti di riferimento teorici.
Sul piano metodologico, i precisi criteri
cui l'estetica delle relazioni fa riferimento sono da un lato
l'autoriflessività, che non è solo introspezione,
né solo attenzione agli aspetti cognitivi, ma che è
anche intessuta di estetiche "raisons du coeur", dall'altro la
curiosità disinteressata, che consente di avvicinare il
punto di vista dell'altro, senza intenti manipolatori.
Il sogno nella seduta di gruppo mi è
qui apparso come un elemento per molti versi originale e privilegiato
dell'interconnessione reciproca tra individuo e gruppo, e di tale
funzione di "pensiero di gruppo" (C.Neri, 1995) o "interpensante"
(S.Manghi, op. cit.) che può attivarsi nel gruppo stesso.
In questo senso ho qui preferito porre l'accento soprattutto su
quanto detto dai partecipanti, dai pazienti, lasciando in ombra
i miei interventi come conduttore.
Il sogno mi sembra una possibile espressione
di un movimento circolare o forse ricorsivo, che visualizzo come
sistolico e diastolico, per cui ciascuno si chiude in sé
per poi di nuovo aprirsi, e così di seguito. La narrazione
del sogno svela allora la sua natura di atto autoriflessivo, dunque
intrinsecamente relazionale (D.Napolitani, op. cit.).
L'ipotesi su cui ho qui lavorato è
appunto che lo sfondo e la trama linguistica e narrativa, che
si crea in gruppo, strutturino una loro precisa dimensione estetica
che facilita anche nei membri inizialmente meno dotati il dispiegarsi
di una capacità espressiva autonoma, che viene vissuta
e sentita congeniale e propria
MATERIALE CLINICO E DISCUSSIONE
Il materiale esaminato è relativo ad
un gruppo psicoterapico che si tiene con cadenza settimanale presso
un ambulatorio del Dipartimento di Salute Mentale della ASL RM/B.
Il gruppo attualmente è formato da
sei membri, tre di sesso maschile e altrettanti di sesso femminile,
più la conduttrice, le sedute durano un'ora e trenta.
I partecipanti, di età compresa tra
i venticinque ed i trentacinque anni, sono pazienti con diagnosi
psichiatriche che implicano diversi livelli di gravità.
La regolarità della frequenza delle
sedute è molto buona, ma per un lungo periodo di tempo
è sembrata più supportata da un investimento fiducioso
sul leader che da un alto tasso di coesione interna tra i membri
del gruppo.
Fa da corollario a questa affermazione lo
sforzo da me fatto in questi anni per mantenere la possibilità
di condurre il gruppo terapeutico, proteggendo uno spazio che
sentivo vitale e importante rispetto ad altri compiti istituzionali;
spesso avevo la fantasia di proteggere una piccola ma preziosa
enclave, senza grandi contatti con quanto mi circondava; eppure
ricevevo segnali convincenti che in questo luogo persone inserite
con diagnosi psichiatriche gravi portavano avanti un loro disegno
di crescita personale, non disgiunta da una consapevolezza del
legame con le altre persone e con l'ambiente.
Farò ora riferimento ad alcune sedute
che si sono svolte in un periodo di circa tre mesi; questo breve
arco di tempo mi è sembrato fornire un'immagine sufficientemente
rappresentativa della tipologia e modalità del lavoro che
il gruppo stesso svolge. In particolare la narrazione dei sogni
che ho scelto e selezionato, mi è parsa costituire, sulla
scia del pensiero di Freud (1900), una sorta di "giornale" di
informazione, che deve uscire, che contiene veri e propri articoli
di fondo; questo giornale e questi articoli, al'interno della
situazione gruppale, permettono di seguire il percorso individuale
di ciascuno nell'intreccio con i fatti collettivi.
In una seduta, il cui inizio avverto come
incerto, ambiguo e faticoso, diverse persone del gruppo fanno
riferimento a sogni in cui si è in un ascensore che sale,
ma che conclude la propria corsa con un salto nel vuoto, oppure
su scenari di desolazione e catastrofe. Dall'esterno della stanza
in cui ci troviamo vengono in quel momento le voci forti della
strada: le urla dei ragazzini della borgata che giocano a pallone
. Nei diversi interventi prende gradualmente forma l'idea di un
ambiente sociale e familiare difficile, che schiaccia oppure che
non vede, ed in cui ci si sente soverchiati. Le varie persone
dicono che bisogna lottare molto per affermarsi.
Poco tempo dopo è Luca, un ragazzo
brillante, appassionato di cinema, ma sofferente per una grave
sintomatologia agorafobica ed in notevole difficoltà nel
rapporto con gli anziani genitori, che lui sente troppo apprensivi
e possessivi, a riferire nel corso della stessa seduta, due sogni:
nel primo, lui ed un amico giocano, come bambini, mentre brucia
il bosco in cui si trovano; pensano che la cosa non li riguardi
e continuano a giocare.
Nel secondo sogno Luca è in un quartiere
rissoso, in periferia; anche stavolta si trova in compagnia di
un amico; entrambi subiscono varie richieste, da altri ragazzi,
e non riescono a dire di no; alla fine sono uccisi, ma continuano
ad aleggiare come fantasmi, correndo però il rischio di
sparire totalmente. Si direbbe che in questi sogni Luca si preoccupi
di sottolineare che l'ambiente che l'ambiente è presente
e che non si può non considerare la presenza degli altri,
anche quando si cerca di ignorarla o si ha ragione di temerla
come pericolosa o minacciosa (R. Gordon, 1995).
Nella seduta successiva è Chiara a
narrare un sogno interessante.
Chiara è una giovane donna, la cui
famiglia vive al Sud; fatica molto ad inserirsi, a tutti i livelli,
nella città anche se vi abita ormai da tempo. Anche in
gruppo è spesso isolata, come stretta nei propri vissuti
persecutori e fragilissima; sembra interpretare una voce dissonante,
che fatica a trovare dei raccordi e stride nel lavoro comune.
Gli interventi sono perlopiù verbalmente poveri, sentiti
dagli altri come privi di reale intenzionalità comunicativa;
è come se lei vivesse, dal punto di vista dell'investimento
emotivo, in un mondo di fantasie, dove ci sono grandi amori e
grandi realizzazioni, per poi scontrarsi duramente con le difficoltà
quotidiane ed alternare così brevi momenti di esaltazione
con lunghi periodi di disperazione.
Nel sogno di Chiara è presente un ragazzo
che le piace molto ma da cui non è ricambiata; lui nella
vita fa l'insegnante, mentre nel sogno è "un dottore, specializzato
nella cura della solitudine". Lei dice "di non aver bisogno di
questo tipo di cura", ma una ragazza sua coetanea, che vive nel
paese d'origine e sta sempre chiusa in casa, potrebbe aver bisogno
di lui.
Alla fine della seduta, che si è svolta
in un clima spesso acceso, la tensione sembra sciogliersi e Chiara
a fatica si separa dal gruppo, sostenuta in questo da un'altra
partecipante. Dice che le sembra terribile andare via, per un'intera
settimana, rimanendo sola con la paura di un mondo sentito ostile.
Nella seduta successiva il clima è
influenzato dal rientro in gruppo di Valeria, dopo una lunga assenza
ed un'ospedalizzazione per una ricaduta del disturbo schizofrenico
di cui soffre; Chiara ha nuovamente sognato di A., il ragazzo
che le piace: lo baciava ma lui si trasformava nel fratello maggiore;
al termine del sogno, però, lei ed il fratello guardano,
attraverso due televisori diversi, due programmi differenti.
Anche Riccardo, un giovane molto introverso,
spesso angosciato e triste, notevolmente dotato sul piano intellettivo,
narra in questa stessa seduta un sogno: bacia un amico; entrambi
sono vestiti e non si sentono in imbarazzo nei confronti di una
terza persona che entra nella stanza e che loro salutano; poi
la scena cambia e lui torna a scuola, facendo un passo a ritroso
nel tempo; è contento di vedere che è in corso un'occupazione
con autogestione, ma che il tutto si svolge "in maniera molto
più ordinata che ai suoi tempi, senza che ciò venga
imposto dall'alto".
Gli interventi successivi mi sembrano indicare
che il gruppo lavora in questo momento su molte idee ed i "giornalisti",
cioè coloro che hanno narrato i propri sogni, sono le persone
che più si fanno carico di elaborare queste idee, facendo
riferimento anche a specifiche memorie personali.
Viene sottolineata, ad esempio, attraverso
uno dei sogni, la necessità che la solitudine sia considerata
e curata come una vera e propria malattia, ma anche come un evento
collettivo, un periodo nella storia familare; oppure che trovare
una persona specifica cui rivolgersi è indispensabile per
rivisitare quelle parti del passato che sentiamo più controverse
ed irrisolte. Il sogno di Chiara in cui lei bacia il ragazzo che
le piace, che si trasforma nel fratello (con cui non ha un buon
rapporto) sembra ripercorrere tra l'altro la condizione di estremo
isolamento sociale in cui Chiara ha spesso detto di essere effettivamente
vissuta assieme alla famiglia di origine, quando la sua unica
possibilità di accedere a relazioni interpersonali si verificava
nella famiglia, con un elevato rischio di un danno psicologicco
irreversibile, per via di un tale elevatissimo livello di invischiamento
relazionale.
Nella sedute successive è Valeria,
la giovane rientrata in gruppo dopo un'assenza di alcuni mesi,
a raccontare alcuni sogni.
Nel primo di questi la seduta si svolge a
casa della conduttrice, anziché al Centro di Salute Mentale
e lei è attenta a cogliere eventuali differenze, ma le
cose "procedono come sempre".
Successivamente riferisce alcuni momenti di
un sogno, ritiene infatti si tratti solo di frammenti di una scena
più globale: il padre, morto da qualche tempo, le appare
ubriaco, tra altri anziani del quartiere; lei è angosciata
nel vederlo, ma soprattutto non vuole che la nipotina di pochi
anni venga a sapere che il nonno, quando era ancora in vita, beveva.
In un terzo sogno Valeria è in un parco
pieno di gente, ma isolata rispetto agli altri; poi parla con
una ragazza appena conosciuta, senza sentirsi tesa, e questo le
dà una sensazione positiva di calma.
La paziente sembra così rientrare,
con gradualità nello spazio del gruppo: dapprima sembra
accertarsi che sì, questo è proprio il luogo in
cui già in passato ha lavorato ed in cui si sono avuti
nel frattempo alcuni cambiamenti; lei ora si accinge a riprendervi
il proprio posto. Ripercorre così vicende personali del
passato, dolorose, che tuttora la turbano, che sembra ricordare
e rendere presenti in vista di un loro superamento, dunque per
poi dimenticarle; infine, si guarda intorno, ed anche lei sembra
considerare con più attenzione l'ambiente umano che ci
circonda tutti e che è sfondo e sostanza in cui è
inscritta la possibilità di strutturare una relazione più
personalizzata.
Poche settimane più tardi, in un'altra
seduta, Chiara entra in un episodio di restringimento crepuscolare
del campo di coscienza, come già era accaduto agli inizi
della sua esperienza in gruppo; mantiene per quasi tutta la seduta
una postura rigida, rimanendo piegata su se stessa con gli occhi
chiusi; gli altri appaiono angosciati, anche perché lei
è in quel momento iperpresente ma al tempo stesso sembra
irraggiungibile e inaccessibile. Gradualmente nel gruppo gli interventi
di ognuno costruiscono l'idea di una forte individualità,
cui mancano ancora i mezzi per esprimere qui, in questo momento,
rendendone partecipi gli altri, la rappresentazione di sé
in cui si riconosce; sembra inoltre disprezzare possibilità
di minor livello; qualcuno dei partecipanti dice: "Aut Caesar
aut nullus".
Nella seduta successiva Chiara riferirà
questo sogno: è in un ufficio postale; anziché incollare
i francobolli che ha comprato sulle buste delle lettere che deve
spedire, li attacca sul vetro divisorio; sa che in questo modo
le lettere non potranno arrivare alla destinazione prevista ma,
aggiunge, per lei questo serve ad evidenziare la presenza del
vetro.
Anche Riccardo, in questa stessa seduta narra
un sogno, che collega a quello di Chiara: cammina sulle mani,
ma speditamente. Luca invece dice che ha sognato che era circondato
da delitti efferati ed era ritenuto da tutti un orribile criminale;
solo lui sapeva di essere innnocente.
In questo caso il giornale del gruppo mi sembra
parlare della necessità di alcuni di accentuare le differenze
rispetto agli altri, per giungere ad una definizione di sé,
arrivando anche a fornire un autoritratto grottesco, espressionistico
diremmo; sembra ci si interroghi sulla possibilità che
sentimenti di distanza, sorpresa, spavento, addirittura orrore,
si intreccino e facciano la loro comparsa sulla scena, in un percorso
in cui si definisce se stessi in rapporto ad un contesto abitato
da persone, e ci si scambiano frammenti di storie personali, correndo
il rischio di "contaminare" un'originaria innocenza.
Valeria, che è forse la persona che
più tende a "muoversi" in gruppo cercando l'armonia piuttosto
che lo scontro e sottolineando i punti di contatto con gli altri,
anziché le differenze, narra in un'altra seduta un sogno,
in cui una ragazza è identica a lei, nella voce e nell'aspetto;
lei invece prende le sembianze di una terza giovane donna, amica
della prima; si sente così svuotata, perché l'altra
sa tutto di lei, ma anche alleggerita di ogni angoscia.
Commenta il sogno dicendo che pensa sia un
modo di prepararsi a confidare cose intime di sé.
Successivamente, Chiara in una stessa seduta
riferisce due sogni: nel primo un'amica la opprime invitandola
pressantemente a parlare, lei si rifugia nel letto in una posizione
di immobilità; l'amica è ansiosa, lei no. In un
altro sogno vive in un quartiere periferico, particolarmente turbolento;
è condotta nella gabbia di un giaguaro che "l'afferra"
ad un polso; lei rimane calma, sviene solo quando vede l'espressione
di terrore sul viso di un terzo personaggio che è pure
nella gabbia. Anche in questo caso sembra delinearsi come un possibile
compito e scenario del gruppo, quello di una metabolizzazione
preliminare, attraverso altre persone, dei vissuti più
rifiutatati, perché indigesti ed angoscianti o, se si preferisce,
di una scomposizione di tali vissuti nei più basilari elementi
costitutivi.
Questi sogni sembrano offrire una comune ed
agevole chiave di lettura: ci sono emozioni, pensieri, sentimenti,
per esempio un intenso terrore, una forte frustrazione accompagnata
da rabbia, che possono essere comunicati e condivisi meglio se
il messaggio è scambiato tra almeno tre persone, e non
si rivolge dunque ad un solo interlocutore.
Questa sembra essere una condizione preliminare
per compiere quello smontaggio progressivo di precedenti pattern
individuali insoddisfacenti e non adattivi, un processo accuratamente
descritto in letteratura (C.Neri, op.cit.).
Tale smontaggio e decostruzione di aspetti
di sé nella seduta di gruppo, comportano risvolti ansiogeni
e dolorosi sentimenti di svuotamento, estraneità, espropriazione,
cui può affiancarsi in modo naturale, l'esperienza dell'accessibilità
e del calore della presenza e dei volti di altri.
CONCLUSIONI
Ho voluto fornire alcune linee di un percorso
che è stato dei pazienti del gruppo psicoterapico, ma anche
mio come conduttrice di questo gruppo, entro lo specifico ambiente
di un Dipartimento di Salute mentale di Roma.
Parte della mia identità professionale,
di psichiatra, ha avuto un'indubbia influenza sul mio lavoro come
psicoterapeuta; ho quindi cercato di chiarire alcune delle possibili
modalità con cui ciò può essere avvenuto.
Ad esempio credo emerga dal testo con una certa chiarezza che
tendo a fare una valutazione diagnostica precisa, in una fase
iniziale, quando ho di fronte una persona che a me si rivolge
nel ruolo di "esperto"; cerco però di essere attenta a
considerare tale categorizzazione in modo non chiuso, non dunque
all'interno di una reificazione, ma mantenendo il mio focus percettivo
verso molti possibili sviluppi.
L'immersione nel gruppo facilita la possibilità
di dimenticare in parte le diagnosi e di cominciare a considerare
me stessa e gli altri soprattutto come un "noi" al lavoro.
La narrazione dei sogni mi sembra recare una
traccia significativa di come l'immersione in questa trama intersoggettiva,
che continuo a considerare la nostra condizione di essere al mondo,
e che nel gruppo è viva, visibile, udibile, presente, conduca
o faciliti la possibilità di riaccedere a memorie anche
remote e personalissime, in un percorso che progressivamente tende
verso un'apertura sempre maggiore.
Le memorie personali, raggiunte insieme ad
un altro, ad un compagno di percorso, sembrano riaffacciarsi sulla
scena come alleggerite e meno persecutorie, divengono ricordi,
meno pervasivi e più circoscritti; questo può far
nascere nell'individuo un desiderio genuino di gettare uno sguardo
più attento all'ambiente, che allora meno sembra acquisire
nitidezza. Se si è in una storia che ci coinvolge e ci
cattura, che appartiene al singolo ma non solo a lui/lei, può
avvenire una colonizzazione reciproca e benigna delle menti e
possono prendere forma nuove esperienze e più originali
possibilità di rappresentarle.
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