Sogno e gruppo 2

SOGNI IN UNA SEDUTA DI GRUPPO; LA NARRAZIONE DEL SOGNO COME STRUMENTO DI CRESCITA DI UN'INDIVIDUALITA' EMERGENTE
A. M. Celli


INTRODUZIONE

Questo lavoro si propone di formulare alcune riflessioni sull'utilizzo del sogno come strumento di monitoraggio del percorso individuale e gruppale dei pazienti in un breve arco di sedute di un gruppo terapeutico.

Nella parte introduttiva verrano presi in considerazione concetti, di derivazione neurofisiologica, relativi ai fenomeni osservabili durante la fase REM del sonno ed al possibile significato, dal punto di vista biologico ed evoluzionistico, del sonno REM. Si proporranno quindi, rimanendo all'interno di un campo epistemico legato all'idea di una mente individuale osservabile ed isolabile dal contesto, alcune idee relative al valore dell'esperienza sogno.

Si introdurerà poi un'idea di collettività, non come campo epistemico alternativo ed opposto ad ipotesi riduzioniste, quanto in un difficile ma, a parere della scrivente, utile sforzo di definire un'implicazione reciproca tra significazioni concettuali diverse che sempre di più sembrano necessarie ai fini di una riflessione sul lavoro clinico.

Verrà infine presentato il materiale clinico e la discussione relativa ad esso.

 

ALCUNI CONCETTI DI SFONDO

 

Sono trascorsi ormai quasi cinquant'anni da quando Aserinsky e Kleitman osservarono per la prima volta periodi di movimenti oculari rapidi coniugati nel sonno, ed avanzarono l'ipotesi che essi fossero correlati con l'esperienza psicologica del sognare.

E' oggi noto che è al pattern elettroencefalografico caratteristico del sonno REM che più frequentemente si correla, nei risvegli effettuati in ambito sperimentale nei laboratori di ricerca sul sonno, l'esperienza psicologica che noi definiamo sogno.

A lungo ha dominato una confusione concettale circa tali livelli, molto diversi, di osservazione e rappresentazione, livelli che tuttavia si implicano e si embricano a vicenda.

E' noto che il sonno REM si trova maggiormente rappresentato negli individui più giovani, non solo nella specie umana. Il neonato umano trascorre infatti circa un terzo della sua giornata e metà del sonno, in stato REM o meglio in sonno attivo; tale percentuale è destinata a ridursi progressivamente con la maturazione.

E' stato proposto (Roffwarg et Al., 1966) che nel periodo perinatale, a partire dalla trentunesima settimana gestazionale, la stimolazione endogena afferente nel periodo REM, assista la maturazione e la differenziazione di aree chiave del sistema nervoso centrale, quali quelle di alcuni centri corticali a funzione più evoluta, in assenza di stimoli esterni.

E' stato così ipotizzato che anche nell'adulto una delle funzioni della fase REM potrebbe essere di contrastare quella tendenza all'abbassamento del tono cerebrale che avviene nel sonno; il sonno REM sarebbe allora anche una sorta di periodico ristoro della capacità dell'individuo di rispondere agli stimoli del mondo esterno, una sorta di ginnastica che, quando la stimolazione sensoriale si fa carente, il nostro cervello attua per mantenerci pronti ad un'eventuale azione.

In un frammento del 500 a.C., attribuito ad Eraclito di Efeso si legge: "... unico e comune è il mondo per coloro che son desti, mentre nel sonno ciascuno si rinchiude in un mondo suo proprio e particolare". Fin dai tempi antichi, dunque, ci si interroga sul senso di questo ritiro in sé stessi, che periodicamente ha luogo nelle ore notturne.

Jouvet nel 1978 ha ipotizzato che nella cornice creata dal sonno paradosso si realizzi una riprogrammazione, ciclica, che avverrebbe secondo linee geneticamente preprogrammate, per la quale fattori ereditari ed ambientali si mescolano ed interagiscono liberamente (Mancia,1980; 1987), favorendo il rinforzo del patrimonio posseduto, un patrimonio dunque in evoluzione.

Le osservazioni di numerosi ricercatori sembrano convergere su questa ipotesi; Seligman et al. ricordano che il correlato fisiologico del sogno origina in strutture cerebrali non plastiche ed ascende verso strutture più plastiche o, come ha scritto lo stesso Jouvet: "il sogno sembra essere il luogo in cui la filogenesi influenza l'apprendimento" (1980).

Proseguendo su tale linea, possiamo aggiungere che il sogno in ambito neurofisiologico è stato considerato fin dai primi studi una forma di pensiero che permette la libera sperimentazione di soluzioni creative a problemi emozionali, in uno stato di coscienza in cui il materiale immagazzinato in memoria è più accessibile, il raffronto tra esperienze passate ed attuali facilitato, le associazioni più fluide, il criterio di accettabilità sociale meno rigido (Breger, 1967).

Il sonno REM viene da alcuni considerato (Gabel, 1987) intimamente implicato nell'elaborazione dell'informazione, con una modalità diversa da quella della veglia, più adattiva, flessibile e creativa.

Un altro punto che mi sembra meritare una sottolineatura è il seguente; a fronte degli studi neurofisiologici che hanno considerato il sogno espressione di relativa attivazione dell'emisfero destro (attività visuospaziale ed attivazione delle aree parieto-occipitali destre) c'é il modello proposto da D. Foulkes (1982), secondo cui nel periodo REM le aree frontali dell'emisfero sinistro medierebbero l'elemento narrativo, basilare e portante nella produzione del sogno, mentre l'aspetto visivo, legato perlopiù al lavoro dell'emisfero destro, sarebbe più esterno e superficiale, così come nel modello di Freud la struttura manifesta è soprattutto un epifenomeno del contenuto latente (Humphrey e Zangwill, 1951).

I meccanismi mentali coinvolti nel sogno e nella veglia sarebbero quindi gli stessi (Cathala et al., 1983), ma nel sogno la riduzione delle afferenze esterocettive ed il dissolvimento dei riferimenti alla realtà esterna permetterebbe un libero rimescolarsi di più attitudini; il sogno probabilmente dipende allora da un insieme di abilità percettive, visive, mnesiche, verbali, coniugate tra loro.

A supporto di tale veduta possiamo ricordare che nei pazienti neurologici con lesioni parietali, è notevole il difetto di organizzazione spaziale nel resoconto del sogno; negli afasici, perdita del sogno e disfunzione del linguaggio nella veglia possono derivare dal danno di un sistema comune (Epstein et al., 1983). Infatti i difetti del linguaggio, quando presenti, sono spesso correlati ad un'incidenza relativamente alta di alterazioni visuopercettive (Murri et al, 1982; 1984).

D.Foulkes propone (1982) che alla base del sogno vi sia quindi un'attivazione di tipo linguistico-proposizionale: una simulazione percettiva multimodale conduce a vari elementi, magari bizzarri, integrati tra loro grazie ad una performance cognitiva complessa e spesso originale e creativa; anche altri autori hanno sottolineato come tale compito cognitivo sia sostenuto dalla funzione linguistica. (Antrobus J.,1983)

Sempre in ambito cognitivista altri studi hanno affrontato un altro problema, centrale per costruire ipotesi cliniche, cioé quello dell'attivazione differenziale della memoria nei vari stadi ipnici; esso ha a che vedere con l'accesso nel sonno ad esperienze ormai lontane nel tempo, apparentemente dimenticate e con il ben noto problema della natura del "danno" della memoria episodica nei pazienti gravi.

Koukkou et al. (1983), dopo un riesame attento di numerosi lavori, utilizzando sia evidenze psicofisiologiche che dati psicologico-clinici, propongono che la fase REM del sonno sia un momento privilegiato di funzionamento cerebrale, perché l'emisfero sinistro e quello destro lavorerebbero, in tale periodo, per così dire di concerto. In altri termini, durante il sonno REM, la coerenza interemisferica, desunta da registrazioni elettroencefalografiche, è più alta e ciò significherebbe che può esservi un'accesso a materiale mnesico connesso con esperienze infantili precoci e prevalentemente legato, immagazzinato diremmo, all'emisfero destro. Tali esperienze nella fase REM divengono accessibili al lavoro dell'emisfero sinistro, dominante nell'età adulta e perlopiù connesso con funzioni linguistico-analitiche; così, esperienze infantili precoci diverrebbero utilizzabili per un'elaborazione linguistica e verbale.

Tali studi di campo cognitivista sulla memoria e sulla possibilità che nello stadio REM si riacceda in modo per così dire "ricreativo" al passato ontogenetico ma anche al passato filogenetico, hanno grande importanza perché sembrano indicare che grazie all'esperienza psicologica denominata sogno, l'individuo possa rifondare quel senso di sé in termini di continuità storica, emozionale ed anche narrativa.

Il naturale isolamento del sogno rispetto all'esperienza quotidiana può costituire, secondo alcuni neurofisiologici (Hunt, 1982), un'angolatura originale e particolarmente utile nello studio dell'attività della mente; se si accetta questa ipotesi, la variabile dipendente sogno potrebbe essere studiata in molteplici situazioni, anche nel setting psicoterapico, e tale modalità potrebbe sostituire efficacemente uno studio sperimentale in cui venga controllata la variabile indipendente, cioé l'ambiente in cui il soggetto dorme e in cui, una volta risvegliato, narra i sogni.

Il setting psicoanalitico classico è stato ed é senza dubbio uno degli ambiti più consolidati in cui viene compiuto uno studio approfondito e protratto nel tempo della variabile psicologica sogno.

Ma che accade della propensione degli umani a sognare all'interno del setting psicoterapico di gruppo, così denso di stimoli e così impregnato di elementi non riconducibili ad un'epistemologia monadica della mente? Come questi modelli ed interpretazioni provenienti da un campo concettuale così distante, possono influenzare ed eventualmente giovare al lavoro nel gruppo terapeutico?

Sulla scia di questi richiami agli studi neurofisiologici vorrei qui introdurre un possibile nesso che può consentire a mio avviso tale transizione verso il materiale clinico tratto da sedute di psicoterapia di gruppo.

In un interessante lavoro S. Manghi (1995) sottolinea la necessità di superare la concezione di un'opposizione intrinseca tra l'idea di individuale e l'idea di collettivo; per l'autore, il problema non è infatti di rinunciare alle spiegazioni individualistiche in favore di quelle collettivistiche, ma piuttosto di ripensare in termini relazionali, non dualistici, la nostra idea di individuo, la nostra idea di collettività e la nostra idea del nesso tra le due.

Manghi, utilizzando il pensiero di M. Douglas, sottolinea ancora come la dimensione collettiva sia costitutiva dell'agire, del pensare, dell'esserci umano. Ciò non implica però la rinuncia a qualsiasi idea di soggetto, ma piuttosto una definizione di soggetto in termini di costitutiva incompiutezza.

Complementarità, differenza, interdipendenza sono allora parole che specificano ulteriormente ciò che si vuole intendere con incompiutezza; essa è anche quella predisposizione e potenzialità dell'individuo a "saturare" la propria incompiuta Umwelt, il mondo-ambiente che è lo scenario della nostra vita, producendo e trasformando l'ambiente stesso mediante la simbolizzazione (D.Napolitani, 1995).

Ma una simile operazione non richiede un subordinarsi adattivo dell'individuo ad imperativi ed a linguaggi precostituiti, al contrario ciò suppone la presenza attiva di un soggetto autonomo che produce simboli e racconti.

Altro concetto importante cui Manghi fa riferimento, è quello di mindscape o panorama mentale, ecosistemico secondo Maruyama (1963, cit. in Manghi S., op. cit.).

Chi opera in professioni socialmente designate come di aiuto, è chiamato per Manghi ad un triplice ordine di responsabilità.

Vi è innanzitutto la responsabilità che richiede coerenza tra modelli teorici di riferimento ed azioni o interpretazioni; la seconda responsabilità è invece quella per cui occorre che ciascun operatore rifletta continuamente sul rapporto tra i modelli teorici e le proprie personali idee ed emozioni.

Ma c'è un terzo tipo di responsabilità, specifico del mindscape chiamato da Maruyama "ecosistemico"; esso ha implicazioni sia etiche che metodologiche, e riguarda la connessione tra il singolo operatore e l'ambiente in cui agisce. Si richiede allora anche coerenza verso i più ampi processi relazionali, dei quali i modelli teorico-epistemologici, così come le idee e le emozioni personali del singolo, rimangono un segmento parziale. Questo segmento parziale, costituito dai modelli e dalle idee ed emozioni del singolo, è quindi aperto ad evoluzioni e conseguenze mai del tutto prevedibili, per via della connessione con l'ambiente di cui il singolo stesso è parte.

All'interno di questa terza responsabilità, chi opera diviene così consapevole che il proprio "fare", è anche un "farsi", interattivo e sociale, potremmo dire relazionale.

Questa responsabilità, appunto relazionale, che si combina con le altre responsabilità, non può che essere affidata, nel pensiero di Manghi, all' "estetica" delle relazioni, estetica nel senso di G.Bateson ("By aesthetic I mean responsive to the pattern which connects"), sensibilità alla forma "danzante" delle relazioni, apertura e disponibilita verso i messaggi , le informazioni, i feed-back ambientali, senza tuttavia rinunciare alle proprie specifiche idee ed ai propri punti di riferimento teorici.

Sul piano metodologico, i precisi criteri cui l'estetica delle relazioni fa riferimento sono da un lato l'autoriflessività, che non è solo introspezione, né solo attenzione agli aspetti cognitivi, ma che è anche intessuta di estetiche "raisons du coeur", dall'altro la curiosità disinteressata, che consente di avvicinare il punto di vista dell'altro, senza intenti manipolatori.

Il sogno nella seduta di gruppo mi è qui apparso come un elemento per molti versi originale e privilegiato dell'interconnessione reciproca tra individuo e gruppo, e di tale funzione di "pensiero di gruppo" (C.Neri, 1995) o "interpensante" (S.Manghi, op. cit.) che può attivarsi nel gruppo stesso. In questo senso ho qui preferito porre l'accento soprattutto su quanto detto dai partecipanti, dai pazienti, lasciando in ombra i miei interventi come conduttore.

Il sogno mi sembra una possibile espressione di un movimento circolare o forse ricorsivo, che visualizzo come sistolico e diastolico, per cui ciascuno si chiude in sé per poi di nuovo aprirsi, e così di seguito. La narrazione del sogno svela allora la sua natura di atto autoriflessivo, dunque intrinsecamente relazionale (D.Napolitani, op. cit.).

L'ipotesi su cui ho qui lavorato è appunto che lo sfondo e la trama linguistica e narrativa, che si crea in gruppo, strutturino una loro precisa dimensione estetica che facilita anche nei membri inizialmente meno dotati il dispiegarsi di una capacità espressiva autonoma, che viene vissuta e sentita congeniale e propria

 

 

MATERIALE CLINICO E DISCUSSIONE

 

Il materiale esaminato è relativo ad un gruppo psicoterapico che si tiene con cadenza settimanale presso un ambulatorio del Dipartimento di Salute Mentale della ASL RM/B.

Il gruppo attualmente è formato da sei membri, tre di sesso maschile e altrettanti di sesso femminile, più la conduttrice, le sedute durano un'ora e trenta.

I partecipanti, di età compresa tra i venticinque ed i trentacinque anni, sono pazienti con diagnosi psichiatriche che implicano diversi livelli di gravità.

La regolarità della frequenza delle sedute è molto buona, ma per un lungo periodo di tempo è sembrata più supportata da un investimento fiducioso sul leader che da un alto tasso di coesione interna tra i membri del gruppo.

Fa da corollario a questa affermazione lo sforzo da me fatto in questi anni per mantenere la possibilità di condurre il gruppo terapeutico, proteggendo uno spazio che sentivo vitale e importante rispetto ad altri compiti istituzionali; spesso avevo la fantasia di proteggere una piccola ma preziosa enclave, senza grandi contatti con quanto mi circondava; eppure ricevevo segnali convincenti che in questo luogo persone inserite con diagnosi psichiatriche gravi portavano avanti un loro disegno di crescita personale, non disgiunta da una consapevolezza del legame con le altre persone e con l'ambiente.

Farò ora riferimento ad alcune sedute che si sono svolte in un periodo di circa tre mesi; questo breve arco di tempo mi è sembrato fornire un'immagine sufficientemente rappresentativa della tipologia e modalità del lavoro che il gruppo stesso svolge. In particolare la narrazione dei sogni che ho scelto e selezionato, mi è parsa costituire, sulla scia del pensiero di Freud (1900), una sorta di "giornale" di informazione, che deve uscire, che contiene veri e propri articoli di fondo; questo giornale e questi articoli, al'interno della situazione gruppale, permettono di seguire il percorso individuale di ciascuno nell'intreccio con i fatti collettivi.

In una seduta, il cui inizio avverto come incerto, ambiguo e faticoso, diverse persone del gruppo fanno riferimento a sogni in cui si è in un ascensore che sale, ma che conclude la propria corsa con un salto nel vuoto, oppure su scenari di desolazione e catastrofe. Dall'esterno della stanza in cui ci troviamo vengono in quel momento le voci forti della strada: le urla dei ragazzini della borgata che giocano a pallone . Nei diversi interventi prende gradualmente forma l'idea di un ambiente sociale e familiare difficile, che schiaccia oppure che non vede, ed in cui ci si sente soverchiati. Le varie persone dicono che bisogna lottare molto per affermarsi.

Poco tempo dopo è Luca, un ragazzo brillante, appassionato di cinema, ma sofferente per una grave sintomatologia agorafobica ed in notevole difficoltà nel rapporto con gli anziani genitori, che lui sente troppo apprensivi e possessivi, a riferire nel corso della stessa seduta, due sogni: nel primo, lui ed un amico giocano, come bambini, mentre brucia il bosco in cui si trovano; pensano che la cosa non li riguardi e continuano a giocare.

Nel secondo sogno Luca è in un quartiere rissoso, in periferia; anche stavolta si trova in compagnia di un amico; entrambi subiscono varie richieste, da altri ragazzi, e non riescono a dire di no; alla fine sono uccisi, ma continuano ad aleggiare come fantasmi, correndo però il rischio di sparire totalmente. Si direbbe che in questi sogni Luca si preoccupi di sottolineare che l'ambiente che l'ambiente è presente e che non si può non considerare la presenza degli altri, anche quando si cerca di ignorarla o si ha ragione di temerla come pericolosa o minacciosa (R. Gordon, 1995).

Nella seduta successiva è Chiara a narrare un sogno interessante.

Chiara è una giovane donna, la cui famiglia vive al Sud; fatica molto ad inserirsi, a tutti i livelli, nella città anche se vi abita ormai da tempo. Anche in gruppo è spesso isolata, come stretta nei propri vissuti persecutori e fragilissima; sembra interpretare una voce dissonante, che fatica a trovare dei raccordi e stride nel lavoro comune. Gli interventi sono perlopiù verbalmente poveri, sentiti dagli altri come privi di reale intenzionalità comunicativa; è come se lei vivesse, dal punto di vista dell'investimento emotivo, in un mondo di fantasie, dove ci sono grandi amori e grandi realizzazioni, per poi scontrarsi duramente con le difficoltà quotidiane ed alternare così brevi momenti di esaltazione con lunghi periodi di disperazione.

Nel sogno di Chiara è presente un ragazzo che le piace molto ma da cui non è ricambiata; lui nella vita fa l'insegnante, mentre nel sogno è "un dottore, specializzato nella cura della solitudine". Lei dice "di non aver bisogno di questo tipo di cura", ma una ragazza sua coetanea, che vive nel paese d'origine e sta sempre chiusa in casa, potrebbe aver bisogno di lui.

Alla fine della seduta, che si è svolta in un clima spesso acceso, la tensione sembra sciogliersi e Chiara a fatica si separa dal gruppo, sostenuta in questo da un'altra partecipante. Dice che le sembra terribile andare via, per un'intera settimana, rimanendo sola con la paura di un mondo sentito ostile.

Nella seduta successiva il clima è influenzato dal rientro in gruppo di Valeria, dopo una lunga assenza ed un'ospedalizzazione per una ricaduta del disturbo schizofrenico di cui soffre; Chiara ha nuovamente sognato di A., il ragazzo che le piace: lo baciava ma lui si trasformava nel fratello maggiore; al termine del sogno, però, lei ed il fratello guardano, attraverso due televisori diversi, due programmi differenti.

Anche Riccardo, un giovane molto introverso, spesso angosciato e triste, notevolmente dotato sul piano intellettivo, narra in questa stessa seduta un sogno: bacia un amico; entrambi sono vestiti e non si sentono in imbarazzo nei confronti di una terza persona che entra nella stanza e che loro salutano; poi la scena cambia e lui torna a scuola, facendo un passo a ritroso nel tempo; è contento di vedere che è in corso un'occupazione con autogestione, ma che il tutto si svolge "in maniera molto più ordinata che ai suoi tempi, senza che ciò venga imposto dall'alto".

Gli interventi successivi mi sembrano indicare che il gruppo lavora in questo momento su molte idee ed i "giornalisti", cioè coloro che hanno narrato i propri sogni, sono le persone che più si fanno carico di elaborare queste idee, facendo riferimento anche a specifiche memorie personali.

Viene sottolineata, ad esempio, attraverso uno dei sogni, la necessità che la solitudine sia considerata e curata come una vera e propria malattia, ma anche come un evento collettivo, un periodo nella storia familare; oppure che trovare una persona specifica cui rivolgersi è indispensabile per rivisitare quelle parti del passato che sentiamo più controverse ed irrisolte. Il sogno di Chiara in cui lei bacia il ragazzo che le piace, che si trasforma nel fratello (con cui non ha un buon rapporto) sembra ripercorrere tra l'altro la condizione di estremo isolamento sociale in cui Chiara ha spesso detto di essere effettivamente vissuta assieme alla famiglia di origine, quando la sua unica possibilità di accedere a relazioni interpersonali si verificava nella famiglia, con un elevato rischio di un danno psicologicco irreversibile, per via di un tale elevatissimo livello di invischiamento relazionale.

Nella sedute successive è Valeria, la giovane rientrata in gruppo dopo un'assenza di alcuni mesi, a raccontare alcuni sogni.

Nel primo di questi la seduta si svolge a casa della conduttrice, anziché al Centro di Salute Mentale e lei è attenta a cogliere eventuali differenze, ma le cose "procedono come sempre".

Successivamente riferisce alcuni momenti di un sogno, ritiene infatti si tratti solo di frammenti di una scena più globale: il padre, morto da qualche tempo, le appare ubriaco, tra altri anziani del quartiere; lei è angosciata nel vederlo, ma soprattutto non vuole che la nipotina di pochi anni venga a sapere che il nonno, quando era ancora in vita, beveva.

In un terzo sogno Valeria è in un parco pieno di gente, ma isolata rispetto agli altri; poi parla con una ragazza appena conosciuta, senza sentirsi tesa, e questo le dà una sensazione positiva di calma.

La paziente sembra così rientrare, con gradualità nello spazio del gruppo: dapprima sembra accertarsi che sì, questo è proprio il luogo in cui già in passato ha lavorato ed in cui si sono avuti nel frattempo alcuni cambiamenti; lei ora si accinge a riprendervi il proprio posto. Ripercorre così vicende personali del passato, dolorose, che tuttora la turbano, che sembra ricordare e rendere presenti in vista di un loro superamento, dunque per poi dimenticarle; infine, si guarda intorno, ed anche lei sembra considerare con più attenzione l'ambiente umano che ci circonda tutti e che è sfondo e sostanza in cui è inscritta la possibilità di strutturare una relazione più personalizzata.

Poche settimane più tardi, in un'altra seduta, Chiara entra in un episodio di restringimento crepuscolare del campo di coscienza, come già era accaduto agli inizi della sua esperienza in gruppo; mantiene per quasi tutta la seduta una postura rigida, rimanendo piegata su se stessa con gli occhi chiusi; gli altri appaiono angosciati, anche perché lei è in quel momento iperpresente ma al tempo stesso sembra irraggiungibile e inaccessibile. Gradualmente nel gruppo gli interventi di ognuno costruiscono l'idea di una forte individualità, cui mancano ancora i mezzi per esprimere qui, in questo momento, rendendone partecipi gli altri, la rappresentazione di sé in cui si riconosce; sembra inoltre disprezzare possibilità di minor livello; qualcuno dei partecipanti dice: "Aut Caesar aut nullus".

Nella seduta successiva Chiara riferirà questo sogno: è in un ufficio postale; anziché incollare i francobolli che ha comprato sulle buste delle lettere che deve spedire, li attacca sul vetro divisorio; sa che in questo modo le lettere non potranno arrivare alla destinazione prevista ma, aggiunge, per lei questo serve ad evidenziare la presenza del vetro.

Anche Riccardo, in questa stessa seduta narra un sogno, che collega a quello di Chiara: cammina sulle mani, ma speditamente. Luca invece dice che ha sognato che era circondato da delitti efferati ed era ritenuto da tutti un orribile criminale; solo lui sapeva di essere innnocente.

In questo caso il giornale del gruppo mi sembra parlare della necessità di alcuni di accentuare le differenze rispetto agli altri, per giungere ad una definizione di sé, arrivando anche a fornire un autoritratto grottesco, espressionistico diremmo; sembra ci si interroghi sulla possibilità che sentimenti di distanza, sorpresa, spavento, addirittura orrore, si intreccino e facciano la loro comparsa sulla scena, in un percorso in cui si definisce se stessi in rapporto ad un contesto abitato da persone, e ci si scambiano frammenti di storie personali, correndo il rischio di "contaminare" un'originaria innocenza.

Valeria, che è forse la persona che più tende a "muoversi" in gruppo cercando l'armonia piuttosto che lo scontro e sottolineando i punti di contatto con gli altri, anziché le differenze, narra in un'altra seduta un sogno, in cui una ragazza è identica a lei, nella voce e nell'aspetto; lei invece prende le sembianze di una terza giovane donna, amica della prima; si sente così svuotata, perché l'altra sa tutto di lei, ma anche alleggerita di ogni angoscia.

Commenta il sogno dicendo che pensa sia un modo di prepararsi a confidare cose intime di sé.

Successivamente, Chiara in una stessa seduta riferisce due sogni: nel primo un'amica la opprime invitandola pressantemente a parlare, lei si rifugia nel letto in una posizione di immobilità; l'amica è ansiosa, lei no. In un altro sogno vive in un quartiere periferico, particolarmente turbolento; è condotta nella gabbia di un giaguaro che "l'afferra" ad un polso; lei rimane calma, sviene solo quando vede l'espressione di terrore sul viso di un terzo personaggio che è pure nella gabbia. Anche in questo caso sembra delinearsi come un possibile compito e scenario del gruppo, quello di una metabolizzazione preliminare, attraverso altre persone, dei vissuti più rifiutatati, perché indigesti ed angoscianti o, se si preferisce, di una scomposizione di tali vissuti nei più basilari elementi costitutivi.

Questi sogni sembrano offrire una comune ed agevole chiave di lettura: ci sono emozioni, pensieri, sentimenti, per esempio un intenso terrore, una forte frustrazione accompagnata da rabbia, che possono essere comunicati e condivisi meglio se il messaggio è scambiato tra almeno tre persone, e non si rivolge dunque ad un solo interlocutore.

Questa sembra essere una condizione preliminare per compiere quello smontaggio progressivo di precedenti pattern individuali insoddisfacenti e non adattivi, un processo accuratamente descritto in letteratura (C.Neri, op.cit.).

Tale smontaggio e decostruzione di aspetti di sé nella seduta di gruppo, comportano risvolti ansiogeni e dolorosi sentimenti di svuotamento, estraneità, espropriazione, cui può affiancarsi in modo naturale, l'esperienza dell'accessibilità e del calore della presenza e dei volti di altri.

CONCLUSIONI

Ho voluto fornire alcune linee di un percorso che è stato dei pazienti del gruppo psicoterapico, ma anche mio come conduttrice di questo gruppo, entro lo specifico ambiente di un Dipartimento di Salute mentale di Roma.

Parte della mia identità professionale, di psichiatra, ha avuto un'indubbia influenza sul mio lavoro come psicoterapeuta; ho quindi cercato di chiarire alcune delle possibili modalità con cui ciò può essere avvenuto. Ad esempio credo emerga dal testo con una certa chiarezza che tendo a fare una valutazione diagnostica precisa, in una fase iniziale, quando ho di fronte una persona che a me si rivolge nel ruolo di "esperto"; cerco però di essere attenta a considerare tale categorizzazione in modo non chiuso, non dunque all'interno di una reificazione, ma mantenendo il mio focus percettivo verso molti possibili sviluppi.

L'immersione nel gruppo facilita la possibilità di dimenticare in parte le diagnosi e di cominciare a considerare me stessa e gli altri soprattutto come un "noi" al lavoro.

La narrazione dei sogni mi sembra recare una traccia significativa di come l'immersione in questa trama intersoggettiva, che continuo a considerare la nostra condizione di essere al mondo, e che nel gruppo è viva, visibile, udibile, presente, conduca o faciliti la possibilità di riaccedere a memorie anche remote e personalissime, in un percorso che progressivamente tende verso un'apertura sempre maggiore.

Le memorie personali, raggiunte insieme ad un altro, ad un compagno di percorso, sembrano riaffacciarsi sulla scena come alleggerite e meno persecutorie, divengono ricordi, meno pervasivi e più circoscritti; questo può far nascere nell'individuo un desiderio genuino di gettare uno sguardo più attento all'ambiente, che allora meno sembra acquisire nitidezza. Se si è in una storia che ci coinvolge e ci cattura, che appartiene al singolo ma non solo a lui/lei, può avvenire una colonizzazione reciproca e benigna delle menti e possono prendere forma nuove esperienze e più originali possibilità di rappresentarle.

 

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