| La verità è solitamente invocata da chi detiene il potere politico, religioso o culturale, da chi ha molti privilegi e vuole mantenerli. Chi non appartiene all' establishment ne parla più raramente ed i costi per lui sono diversi.
Parlare di verità, dunque, può essere retorico o addirittura mistificatorio. Tuttavia non posso fare a meno di constatare che vi è una spontanea ed universale necessità di farsi un'opinione su se stessi e sulla situazione in cui si vive ed interrogarsi se questa sia vera. (cfr. Ogden 2003, p. 596)
Cercherò dunque di dire come intendo la funzione della verità e dell'autenticità nel lavoro analitico.
Nella prima parte del lavoro, presenterò la nozione di verità in Bion. Questa nozione è centrale nella sua opera ed egli ne dà una lettura innovativa, sia rispetto alla tradizione filosofica, sia rispetto a quella psicoanalitica. Nella seconda parte, parlerò della mia ricezione del pensiero di Bion ed espliciterò il mio punto di vista rispetto a quello che egli sostiene.
L 'influenza dell'ambiente protestante: la verità come sollievo durevole
Inizierò la presentazione della nozione di verità in Bion con una citazione di un pensatore inglese, Samuel Johnson (che Bion non ha citato, ma che avrebbe potuto citare). Questo brano fornisce una prima idea di come viene vissuta la verità nell'ambiente protestante, in cui Bion è cresciuto . Bion appartiene infatti ad una famiglia ugonotta trapiantata in Inghilterra dalla Francia, al tempo delle guerre di religione. Samuel Johnson scrive:
"Io non so se vedere la vita così com'è ci darà molto sollievo, ma il sollievo che può essere tratto dalla verità, se ve ne è uno, è solido e durevole; quello che può derivarci dalla falsità, a mio avviso, deve essere, come quello da cui trae origine, ingannevole e fuggitivo.» [1]
Johnson contrappone nettamente verità ( truth ) e falsità ( error ). Egli, inoltre, mette in risalto il legame tra "verità" e "sollievo" (sollievo morale, spirituale, ma anche sollievo psichico). La verità - egli dice - ha una capacità di sostenere, di dare sollievo durevole ( a durable consolation ). È , in effetti, un'esperienza che tutti abbiamo fatto: nel momento in cui ci troviamo di fronte ad una verità (alle cose così come sono), per quanto la situazione possa essere penosa, avvertiamo più facilmente che in qualche modo potremo affrontarla, se non risolverla. Se invece, la situazione viene presentata con tratti incerti e sfuggenti, si aggiunge alla difficoltà del momento qualche cosa di imprendibile. Non riusciamo a capire che cosa veramente stia succedendo. Avvertiamo di stare su un terreno che può franare.
Falsità e bugia
Samuel Johnson, come abbiamo visto, contrappone verità e falsità. Per indicare quest'ultima, egli impiega un termine carico di senso morale error. La radice di questo termine, infatti, è quella di "errare", uscire dalla giusta strada.
Per parte sua, Bion differenzia ciò che è falso (in quanto non corrispondente alla verità) e ciò che è menzognero (in quanto prodotto di una volontà di nascondere la verità). Ciò che Bion definisce "menzognero" può essere accostato alla falsità ( error ) di cui parla Johnson. Bion (1977) scrive:
«[Bisogna distinguere] tra l'inadeguatezza dell'essere umano, tanto l'analista quanto l'analizzando, il quale non può essere del tutto sicuro della propria capacità di essere consapevole della "verità" e la falsità e il bugiardo. Il bugiardo, infatti, deve essere certo di conoscere la verità per sapere di non incontrarla per puro caso» [2]
La bugia ha elevati costi per il bugiardo: richiede infatti un enorme dispendio di energie per essere tenuta in piedi, continuamente aggiornata e resa credibile. Al contrario se si accetta di correre il rischio della verità, tali energie vengono rese disponibili. La verità è un azzardo, ma amplia l'orizzonte della realtà e dà senso a ciò che viviamo.
La bugia ha elevati costi anche per le persone che stanno intorno ai bugiardi ed a maggior ragione per i bambini che crescono in un ambiente bugiardo.
Lavorando con pazienti gravi è possibile rendersi conto che vi è una differenza tra quelli che hanno subito nell'infanzia traumi che possono essere stati anche continui e importanti, ma ai quali la famiglia non ha cercato di nascondere la verità, e quelli nei quali al trauma è stato aggiunto anche un surplus di bugie e falsificazione. Quelli cioè che sono cresciuti in una famiglia che creava bugie intorno ad una situazione che già di per sé era dolorosa e penalizzante. Il lavoro psicoterapeutico con questi ultimi è molto più difficile ed i risultati sono più incerti. È come se questi pazienti fossero stati attratti in un sistema falsificante ed avessero quindi difficoltà a capire ciò che sta succedendo loro.
È come se la mancanza di verità nell'ambiente avesse un effetto deprimente sulla resilienza. Resilienza è l'energia che consente all'individuo di non scoraggiarsi, di non lasciarsi abbattere. Primo Levi, che ha vissuto la terribile esperienza del campo di concentramento, afferma che questa la resilienza è collegata con l'avere fede in qualcosa, qualunque cosa essa sia ciò in cui si ha fede. Io penso che non sia possibile raggiungere un'autentica fede in qualcosa, se non vi è verità; perché tutto si presenta come incerto, mutevole, interscambiabile.
Melanie Klein, Bion ed altri psicoanalisti hanno discusso se sia possibile fare un'analisi con un paziente che mente e si sono domandati quale metodologia e tecniche si sarebbero potute usare in questi casi. Lascerò, però, la questione aperta perché desidero procedere nell'esposizione delle idee centrali di Bion a proposito della verità.
Ancoraggio metafisico: la verità ed "O"
Nel pensiero teologico e filosofico esistono numerose concezioni dell'idea. Una definizione classica è di Tommaso d'Aquino (1266-1273):
«Si definisce la verità come conformità dell'intelletto (del pensiero) e del reale. Conoscere questa conformità corrisponde dunque a conoscere la verità.» [3]
Cartesio ha sviluppato questa concezione:
«La ragione non ci dice che ciò che noi vediamo e immaginiamo sia corrispondente al vero, ma ci dice che tutte le nostre idee e nozioni debbono avere qualche fondamento nella verità; perché altrimenti non sarebbe Dio - che è in tutto veritiero e perfetto - ad averle messe dentro di noi, se non fosse così.» «[...] Ho preso dunque questo come regola: le cose che noi concepiamo in modo chiaro e distinto sono tutte vere [.].» [4]
Anche secondo Bion (1970), vi è una corrispondenza tra la verità è la realtà. Più precisamente vi è una corrispondenza tra la verità e la realtà ultima. La verità la realtà ultima coincidono con "O".
«[.] O rappresenta la verità assoluta di qualsiasi oggetto» [5]
Definizione di "O"
Il collegamento della verità con la realtà ultima, con Dio, è consueto nel pensiero teologico ed in grande parte della tradizione filosofica. Nel discorso di Bion relativo alla verità, vi sono però due caratteristiche innovative (Gargani,1996, pp. 16-25):
la verità è " ciò che evolve ", è " il non concluso ";
la verità ha " un potere trasformativo" ed " un carattere performativo" .
La prima delle due caratteristiche può essere chiarita, fornendo una più dettagliata definizione di "O" ed accostando "O" alla nozione di Inconscio.
La nozione di "O" di Bion può essere accostata al concetto di "cosa in sé" di Kant.
«Nella filosofia kantiana la cosa-in-sé rappresenta l'inconoscibile, ciò che rimane per definizione al di là della conoscenza dei fenomeni. Tale conoscenza è suscettibile di progredire, ma impossibilitata ad attingere il fondamento stesso del reale, la cosa-in-sé appunto.» (N. Dazzi 1987, pagg. 406 - 13)
"O", però, non è soltanto inattingibile, è anche evolutivo, cioè ha una spontanea capacità di evolvere e di manifestarsi). "O", e quindi la verità, per Bion, la verità sono "ciò che evolve", sono "il non concluso".
Vi sono quindi dei legami tra il concetto di "O" e il concetto kantiano di "cosa in sé", ma anche grandi differenze perché la "cosa in sé" di Kant è statica, mentre "O" si evolve. "O" è dinamico, ha una forza intrinseca, che investe la nostra vita.
Bion prevede la possibilità che O possa evolvere anche in forme molto diverse tra loro. "O", la verità è una, le forme evolute della verità sono molteplici. Con la lettera "O", Bion indica "la divinità che contiene in sé tutte le distinzioni ancora non sviluppate" (Neri, 1993, pp. 54-7). L'immagine è quella di un Ente in evoluzione che si manifesta in un panteon complesso come quello della religione Indù.
Io preferisco pensare - diversamente da Bion - che non esista un'unica verità, ma diverse verità. Queste verità contraddittorie possono costruire - come in un romanzo - un percorso di verità. Esiste la verità di Isotta e quella di Tristano. L'una è sostenuta dall'altra. Esse portano ad un'evoluzione della verità quando sono in relazione ed anche in conflitto tra loro.
"O", verità ed inconscio
È possibile stabilire delle distinzioni, ma anche dei nessi tra verità, "O" e l'idea di inconscio rimosso. [6]
Jacques Lacan (1957, p. 3) scrive a questo proposito:
«In psicoanalisi, la rimozione non è rimozione di una cosa, ma della verità. Cosa succede quando si rimuove la verità ? L'intera storia della tirannia è là per darci la risposta: si esprime altrove, in un altro registro, in un linguaggio cifrato, clandestino.
Ebbene! È esattamente ciò che accade con la coscienza: la verità, rimossa, persisterà ma trasposta in un altro linguaggio, il linguaggio nevrotico.
È più o meno a questo punto che non si può più dire che è il soggetto a parlare, ma si deve dire piuttosto "Esso" (cioè Es) parla, Es continua a parlare; e quel che succede è decifrabile per intero nella maniera in cui è decifrabile, vale a dire non senza difficoltà, una scrittura perduta.
La verità non stata annientata, non è caduta in un abisso; è là, offerta, presente, ma diventata "incosciente".
Il soggetto che ha rimosso la verità non la governa più, non è più al centro del suo discorso: le cose continuano a funzionare da sole e il discorso si articola, ma fuori del soggetto. E questo luogo, questo fuori del soggetto è precisamente quello che viene chiamato inconscio . » [7]
L'inconscio è al di là della consapevolezza, ma comunque è attivo, determina la nostra vita. Può evolvere e farci evolvere quando ci mettiamo in rapporto con esso.
Freud e i criteri di verità della psicoanalisi
Desidero affrontare lo stesso tema da un'angolatura un po' differente.
Ogni disciplina, che si vuole ispirare ad un approccio scientifico deve elaborare i propri criteri di verità, che debbono essere verificati, riconosciuti e discussi. I criteri di verità della fisica o della chimica non sono gli stessi di quelli della psicoanalisi o di quelli della psicologia cognitiva. Freud in "Costruzioni in analisi" si pone il problema dei criteri di verità in analisi, più precisamente prende in esame un aspetto particolare ed insieme centrale della questione: come definire i criteri di verità di ciò che l'analista dice durante la seduta. Il discorso di Freud (1937 p. 541, p. 545, p. 546, p. 548 e p. 545bis) è interessante e merita di essere esposto estesamente.
«Un degnissimo studioso, cui ho sempre attribuito il grande merito di aver reso giustizia alla psicoanalisi in un'epoca in cui la maggior parte degli altri studiosi si sottraevano a quest'obbligo, ha espresso però una volta, nei confronti della nostra tecnica analitica, un'opinione che è parimenti oltraggiosa e ingiusta. Egli ha detto che quando prospettiamo a un paziente le nostre interpretazioni, ci comportiamo con lui secondo il famigerato principio: Heads I win, tails you lose ["Testa vinco io, croce perdi tu."]. È come dire che se il paziente è d'accordo con noi, va tutto bene; se invece ci contraddice, essendo questo solo un segno della sua resistenza, ci dà ragione lo stesso. In questa maniera riusciamo sempre ad averla vinta noi su quel povero diavolo che stiamo analizzando, quale che sia il suo atteggiamento nei confronti delle nostre congetture».
L'affermazione oltraggiosa e ingiusta del degnissimo studioso di cui parla Freud pone degli interrogativi sulle garanzie di verità date dallo strumento principe della psicoanalisi, l'interpretazione. Freud ne è consapevole:
«E a questo punto, si pone prima di tutto l'interrogativo seguente: quali garanzie abbiamo [.] di non andare fuori strada [.]?».
La risposta - dice Freud - non viene dal consenso esplicito e consapevole del paziente:
«È vero che non assumiamo un "no" dell'analizzando [alle nostre interpretazioni] in tutto il suo valore; ma altrettanto poco valore diamo a un suo "si"».
Non è possibile definire criteri di verità specifici della parola dell'analista considerando ciò che è cosciente, ossia la risposta che viene dalla ragione, dal fatto che il paziente è convinto razionalmente di ciò che l'analista gli dice. L'unico criterio di verità da seguire è quello che di vedere se una certa interpretazione determina o meno un'evoluzione, provoca una situazione emotiva diversa da quella che preesisteva in seduta, porta alla produzione e presentazione di altri materiali. I criteri di verità della interpretazione psicoanalitica, dunque, non sono quindi fondati su ciò che è razionale e conscio, ma sulla risposta dell'inconscio. È la risposta che l'analista riceve dal paziente in termini di libere associazioni e di sviluppo della situazione analitica. (Cfr. anche Ogden 2003, p. 597)
«La conferma indiretta [si realizza] mediante associazioni [.]».
«[.] affiora del nuovo materiale che consente [.] e addirittura in alcuni casi abbiamo l'impressione - per dirla con Polonio - di aver preso un carpione di verità proprio con un'esca di falsità».
Possiamo forse esprimere il discorso di Freud, nei termini di Bion, dicendo che la verità dell'operato dell'analista porta ad un'evoluzione in "O" che si realizza nella situazione analitica.
Il carattere performativo della verità
Prenderò adesso in esame la seconda caratteristica innovative della concezione della verità di Bion, cui ho fatto cenno nelle pagine precedenti: la verità ha " un potere trasformativo" ed " un carattere performativo" .
La teoria linguistica classica contrappone la funzione " performativa " di un atto linguistico (ovvero il parlare come agire), alla funzione " constativa " (ovvero il parlare come asserire: la semplice asserzione). È diverso asserire qualcosa (constatare qualcosa), dal dire qualcosa che è come un'azione (dire qualcosa che fa cambiare chi parla e chi ascolta).
La nozione di " performativo " deve però essere anche differenziata da quella di " ostensivo ", cioè dell'atto linguistico come mostrare "ecco qui!!", "ecco presente davanti a voi!!". L'ostensivo ha più a che vedere con la testimonianza; il performativo con la trasformazione.
La verità - secondo Bion - è capace di operare delle performance , quindi è performativa . [8]L'analisi stessa diviene allora un "processo veritativo".
L'analisi come processo veritativo
Mi accosterò a questa nozione per gradi, parlando prima di tutto del timore che suscita il presentarsi della possibilità che l'analisi possa essere un processo veritativo?
Più volte, mi è successo che una persona sia venuta a consultarmi, dicendo più o meno: "Va tutto bene, solo che dovrei studiare, laurearmi, non drogarmi ...". Talora chi mi parlava era un genitore o un coniuge del futuro paziente ed allora il discorso suonava: "Giovanni è una persona capace, valida, soltanto che non riesce a laurearsi, non drogarsi". Ho percepito questi discorsi come se mi venisse detto che si sarebbe dovuto cambiare o togliere qualcosa, lasciando pero tutto il resto immutato, cioè la persona e la situazione familiare e relazionale. Ciò che l'analisi può fare è esattamente l'opposto: può aiutare qualcuno a diventare se stesso.
Intendo dire - più precisamente - che l'analisa può aiutare una persona a liberarsi o trasformare (almeno in parte) l'angoscia e l'ansia che opprimono e limitano la sua vita. Angoscia ed ansia coprono il dolore per ciò che è andato perduto, ciò in cui si è sbagliato, ciò che è stato guastato e rovinato. L'analisi può poi aiutare la persona a trovare meccanismi e meno auto-lesivi e limitanti per fare fronte al dolore. Si crea allora un po' di spazio nel quale il paziente può esprimersi più spontaneamente e manifestare le proprie buone e cattive capacità e la sua creatività. Il paziente prova a diventare un po' più se stesso e l'analista lo sostiene in questa avventura.
Devo aggiungere non è affatto sicuro che "diventare se stesso" incontrerà un grande successo di pubblico. Anzi potrà non piacere ai genitori del paziente, alla moglie ed alle persone che lo circondano. Forse, addirittura, potrà non piacere neanche a lui, al paziente.
Un mio paziente, ad esempio, dopo alcuni anni di analisi, aveva iniziato a diventare più assertivo e persino un po' aggressivo. Questo cambiamento non piaceva molto alle persone intorno a lui. Inizialmente, anche lui non era molto contento e mi ha detto che preferiva come era prima, cioè una persona accomodante e un "amicone". Successivamente, però, si è reso conto che quando la sua relazione con qualcuno era davvero importante, l'amico che si era momentaneamente distanziato da lui cercava di ristabilire un rapporto con lui come era diventato e si accorgeva della presenza di un'atmosfera di autenticità che dava più vita ai loro rapporti. Il mio paziente era diventato più diretto. C'erano meno mediazioni.
Il " processo veritativo " riguarda il divenire della verità; riguarda il divenire delle persone (l'analista e l'analizzando) che si impegnano nella ricerca della verità: noi diventiamo la verità, non la deteniamo. Un processo attraverso il quale una persona diventa se stessa, chiunque egli sia. Di nuovo risuona qui, in Bion, una formulazione di Freud:
«Wo Es war soll Ich werden».
Formulazione che è utile leggere nella traduzione del testo tedesco preparata da Lacan:
"Dov'era Es, diviene Io".
L'Io non è una nuova costruzione, ma ha la stessa natura dell'Es.
Come si traducono queste concezioni nel lavoro analitico?
Come impedire che queste idee rimangano soltanto una visione di fondo, un'istanza etica? Come portarle nella pratica clinica?
Risponde Bion:
«Dire esattamente ciò che si pensa, in quel momento della seduta, operando soltanto quegli aggiustamenti che permettono al paziente (o ai membri di un gruppo) una migliore fruizione della comunicazione.»
Lo psicoanalista - o il terapista di gruppo - deve dire esattamente ciò che pensa. Ho avuto la fortuna di partecipare a workshops condotti da Bion ed ho direttamente sperimentato, in due occasioni, che cosa egli intendeva con l'espressione "dire esattamente ciò che si pensa". La prima fu quando gli posi una domanda sugli assunti di base. Chiesi a Bion se era possibile ipotizzare che a un certo punto del lavoro in un gruppo gli assunti di base (accoppiamento, attacco-fuga, dipendenza) prendessero il sopravvento e nello stesso tempo evolvessero così tanto da esercitare una positiva influenza. Bion mi rispose che forse, in un determinato momento, "i surrenalici" ("i surrenalici" - con riferimento alle ghiandole che secernono l'adrenalina - è un'espressione immaginifica di Bion per parlare dell'assunto di base dell'attacco-fuga, poiché egli amava impiegare un linguaggio ricco di immagini e al contempo scientifico) avrebbero potuto assumere il potere. Questo avrebbe potuto determinare la fine della razza umana. Ciò non aveva però grande importanza perché a quel punto altri sarebbero subentrati per fare proseguire la vita sulla terra: probabilmente insetti, forse le formiche.
È stata una risposta per me un po' scioccante. Sono rimasto confuso e mi sono sentito anche colpevole di avere posto una domanda, che evidentemente doveva essere molto stupida per suscitare una risposta di quel tipo. Desidero precisare che Bion era un uomo dal fisico e dall'atteggiamento imponenti. Egli era molto diretto e sincero, ma non rispondeva mai ad una domanda in modo supponente o con un'aria di superiorità. Egli rispondeva in quel modo perché pensava che bisognava dire la verità e che era un suo preciso dovere dirla, in quanto persona che era responsabile dello sviluppo del gruppo.
Dopo essermi ripreso, alcuni giorni dopo, nel corso di un'altra riunione del workshop gli posi un'altra domanda, non ricordo quale fosse, ma ricordo che era una domanda esposta in una forma molto complessa ed elaborata. Ci aveva riflettuto molto e gli esposi in dettaglio il mio pensiero. Bion rispose facendo riferimento al Titanic: questo grande transatlantico era la costruzione più straordinaria che la mente umana avesse mai progettato, ma aveva incontrato un fatto (un iceberg) ed era affondata! La mia costruzione, il mio desiderio di mostrami, di piacere e compiacere Bion, aveva incontrato un fatto (la sua sincerità adamantina) e colò a picco.
La verità ad ogni costo
Secondo Bion, la verità è il motore di ogni sano sviluppo mentale, è cibo per la mente:
«[.] un sano sviluppo mentale sembra dipendere dalla verità come l'organismo vivente dipende dal cibo, se la verità manca, la personalità si deteriora.» (Bion 1965, p. . ) [9]
È compito dell'analista di dire la verità anche se questo suo modo di comportarsi può produrre nel paziente uno shock . Ciò che l'analista dice gli può arrivare del tutto inaspettato. Per il paziente può risultare difficile credere che l'analista non lo stia provocando. Egli può pensare che l'analista stia dicendo cose eccessive.
Io penso che questi problemi debbano essere tenuti nel dovuto conto e sono d'accordo con López-Corvo (2002, p.7) quando scrive:
«Cercare, ad ogni costo, la verità incorruttibile, tuttavia non è senza conseguenze negative, ha una sua violenza». [10]
Bion stesso però ha scritto un articolo interessante sull'arroganza di Edipo. Egli afferma che Edipo, quando cerca la verità ad ogni costo, mettendo alle strette Tiresia, diviene arrogante.
Questo è un punto nodale: la verità non può essere posseduta né dall'analista, né dal paziente. La verità non può essere estratta o imposta a nessuno e tentomeno ad una persona che viene in cerca di aiuto. La verità non può essere data. Si può solo cercare di diventare verità. Quando pretendiamo che qualcuno ci dica la verità, ci dimostriamo arroganti e l'arroganza conduce alla violenza.
Arrogante è chi pensa di potere estrarre la verità da una persona, senza tenere nella dovuta e necessaria considerazione le esigenze, la sensibilità, i limiti, i diritti, la verità di quella persona, che si trova in quella data situazione o relazione.
L'interlocutore
Questa ricerca - in certi momenti - porta a reclutare un interlocutore reale o fantasmatico.
Uno scrittore giapponese, Inoue Yasushi (1949, pp. 21) spiega in modo efficace ciò che sto dicendo ne Il fucile da caccia . Josuke - il protagonista del romanzo di Yasushi - si è riconosciuto in una poesia che lo scrittore aveva pubblicato in una piccola rivista. Josuke ritiene che lo scrittore lo abbia visto mentre camminava da solo in montagna e lo abbia poi ritratto nella poesia. Gli invia, quindi, un biglietto, insieme a tre lettere che ha ricevute dalle tre persone affettivamente più importanti della sua vita. Nel biglietto, Josuke scrive:
«[.] ho qui tre lettere a me indirizzate. Ero già deciso a bruciarle quando, leggendo la Sua [.] poesia, ho per così dire fatto la Sua conoscenza, e tutt'a un tratto mi è venuto in mente di farle leggere a Lei. [.] Vorrei che sapesse com'è quel luogo che i miei occhi hanno visto e che Lei [, nell Sua poesia,] ha definito "il bianco alveo di un fiume".
L'uomo è una [.] creatura, che dopotutto aspira a essere conosciuta da qualcuno. Non avevo mai sentito questo bisogno prima, ma nello scoprire che esiste una persona come Lei, che ha avuto la bontà di mostrare nei miei confronti uno speciale interesse, ho provato il desiderio che Lei sapesse tutto.»
È un quasi insostenibile sentimento interiore di solitudine ciò che spinge Josuke a scrivere a Yasushi. La solitudine interiore è però l'altra faccia del non essere stato veramente in profondo contato e non essere stato intimamente conosciuto da nessuno. Josuke, dunque, vorrebbe che "qualcuno" lo conoscesse e scoprisse se è capace soltanto di ferire ed uccidere con il fucile dal quale non si separa mai o anche di amare.
Verità ed empatia
In francese, c'è una bellissima espressione: "Vi sono ragioni del cuore che la ragione non sempre conosce". Questa espressione contrappone "il linguaggio del cuore" al "linguaggio della ragione". Considerando soltanto la verità di ciò che si presenta nella seduta, e non tenendo in conto la verità della sensibilità del paziente, l'analista può essere fortemente impegnato in uno sforzo di verità, ma allo stesso tempo tradire la verità del cuore, dei sentimenti, della sensibilità del paziente.
La questione, dunque, è che spazio dare, alla "verità del cuore", accanto alla "verità delle cose così come sono" (alla verità come motore, come ciò che evolve).
Se non vi è verità in analisi, se nella situazione terapeutica non vi è un clima di autenticità, se non si respira sincerità, ciò che viene detto suona piatto, non è capace di stabilire un vero contatto affettivo e di conoscenza. Se però l'analista non si riesce a farsi carico realmente della condizione emotiva ed affettiva della persona che è in rapporto con lui, dicendo la verità causerà una ferita.
Come mettere in rapporto il processo veritativo ed empatia? La parola empatia è la traduzione del termine tedesco Einfülung , che compare nei testi di Freud. La parola Einfülung è stata usata inizialmente nell'ambito della critica dell'arte ispirata dal movimento romantico per indicare una specifica modalità di guardare un quadro o un'opera d'arte. Einfülung implica guardare e vedere con un moto di identificazione con il quadro che si osserva, lasciando (momentaneamente) sullo sfondo l'esame delle sue caratteristiche formali, tecniche ed estetiche.
In ambito psicoanalitico, Il termine "empatia" è stato arricchito di significato psicoanalitico da Heinz Kohut (1971):
"un contributo specifico della psicoanalisi è l'aver trasformato l'empatia intuitiva degli artisti e dei poeti nello strumento d'osservazione di un ricercatore scientifico addestrato".
Kohut - parlando dell'empatia come "strumento d'osservazione di un ricercatore scientifico addestrato" - vuole sottolineare come empatia non significa semplicemente mettersi nei panni degli altri, degli altri. Empatia, anzi, vuole dire, avvertire i sentimenti degli altri, il loro modo di sentire, rimanendo se stessi.
Desidero mettere in evidenza almeno un altro tratto della nozione di empatia, che è particolarmente importante: la non neutralità. Presenterò questo carattere raccontando un episodio che mi riguarda.
Una volta portai un amico, Giuliano Briganti - un famoso storico dell'arte ed un critico noto particolarmente per la sua conoscenza dell'arte barocca italiana - a vedere alcuni quadri, la cui attribuzione risultava problematica. Mi disse immediatamente che con ogni probabilità l'autore era. e pronunciò un nome di un pittore minore, che non conoscevo e che adesso non ricordo. Gli chiesi come avesse fatto a riconoscerlo così di colpo. Briganti rispose: "È come incontrare un amico, quando lo incontri, lo riconosci".
Empatia - a mio avviso - è la capacità di scoprire i sentimenti dell'altro, guardandolo con un occho d'amico. Vale a dire: sentento e scoprendo gli elementi positivi, che vi sono nel suo vissuto e comportamento.
Bion forse avrebbe detto: "la psicoanalisi può aiutarti soltanto a diventare te stesso. Non so se questo piacerà a te stesso e non so se piacerà agli altri." Kohut, probabilmente, si sarebbe invece espresso: "la psicoanalisi può aiutarti a diventare te stesso. Io sono molto entusiasta di ciò che stai diventando e sono abbastanza sicuro che anche tu potrai piacere a te stesso."
Note
«Whether to see our life as it is will give us much consolation, I know not; but the consolation which is drawn from truth, if any there be, is solid and durable; that which may derive from error must be, like its original, fallacious and fugitive.»
«The false statement being related more to the inadequacy of the human being, analyst or analysand alike, who cannot feel confident in his ability to be aware of the 'truth', and the liar who has to be certain of his knowledge of the truth in order to be sure that he will not blunder into it by accident» (cfr. Bion, 1977, [per l'edizione inglese, p. 5])
Tommaso d'Aquino, Somma teologica, 1266-1273, I, quest. 16, art. 2. La traduzione è mia.
René Descartes, Discorso sul metodo (4 ° parte). La traduzione è mia.
La traduzione è mia. « [.] O represents the absolute truth of any object.» (Bion, 1970, per l'edizione inglese, p. 30 e p. 117)
«L'inconscio in senso proprio, freudiano, non può essere che il rimosso, [.].» «[.] l'inconscio [.] che, per la sua alterità, diventa veramente "qualche cosa in noi", un "corpo estraneo interno", un "Es".» (Laplanche, 2004, p. . e p. 14)
La traduzione è mia. « Or en psychanalyse le refoulement n'est pas le refoulement d'une chose, c'est le refoulement d'une vérité. Qu'est-ce qui se passe lorsqu'on veut refouler une vérité ? Toute l'histoire de la tyrannie est là pour vous donner la réponse: elle s'exprime ailleurs, dans un autre registre. en langage chiffré, clandestin. Eh bien! c'est exactement ce qui se produit avec la conscience: la vérité, refoulée, va persister mais transposée dans un autre langage, le langage névrotique. À ceci près qu'on n'est plus capable de dire à ce moment-là quel est le sujet qui parle, mais que «ça» parle, que «ça» continue à parler; et ce qui se passe est déchiffrable entièrement à la façon dont est déchiffrable, c'est-à-dire non sans difficulté, une écriture perdue. La vérité n'a pas été anéantie, elle n'est pas tombée dans un gouffre, elle est là, offerte, présente, mais devenue « inconsciente ». Le sujet qui a refoulé la vérité ne gouverne plus, il n'est plus au centre de son discours : les choses continuent à fonctionner toutes seules et le discours à s'articuler, mais en dehors du sujet. Et ce lieu, cet en-dehors du sujet c'est strictement ce qu'on appelle l'inconscient. » (Lacan 1957, p.3)
L'idea di performance può essere utilmente collegata alla nozione di "forza", se usiamo questa parola nel senso che le viene usualmente dato dalle discipline umanistiche, riferendosi cioè all'influenza che ogni esperienza vissuta può esercitare sulle esperienze successive. Un ricordo, ad esempio, ha "forza" nella misura in cui riesce ad interessare la nostra attuale esperienza ed azioni. (cfr. Turner, 1986) Questo senso della nozione di "forza" non è contradditorio con quello che la nozione ha in fisica.
«[.] healthy mental growth seems to depend on truth as the living organism depends on food. If it is lacking or deficient the personality deteriorates» (Bion 1965, [per l'edizione inglese, p. 38])
«[.] the search of incorruptible truth at all costs. However, truth has its consequences, its violence [.].» (López-Corvo, 2002, p. 7)
Bibliografia
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Claudio Neri. Psicoanalista con funzioni didattiche (training and supervising psychoanalyst) della Società Psicoanalitica Italiana (SPI) e dell'International Psychoanalytic Association (IPA). È membro di The International Association of Group Psychotherapy (IAGP) e del London Institute of Group Analysis. Professore ordinario presso L'Università "La Sapienza" di Roma; Visiting Professor presso L'Université "Lumière Lyon 2°" e "Descartes Paris 5°".
Abstract
La verità - secondo Bion - ha carattere performativo; è capace cioè di operare trasformazioni. L'analisi è un processo veritativo che aiuta il paziente a divenire se stesso. Perché tale trasformazione si realizzi positivamente la ricerca della verità deve essere temperata e guidata dall'empatia. Il concetto di empatia è stato originariamente impiegato nell'ambito della critica dell'arte per indicare un approccio caratterizzato dal "guardare e vedere con un moto di identificazione". Il terapista partecipa al processo veritativo analitico con partecipazione personale e benevolenza.
Key words
Verità - Trasformazione - Carattere performativo - Processo veritativo - Fattori terapeutici - Empatia - Bion
Via Cavalier D'Arpino 26, 00197. Roma
Email: neric@iol.it
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