Verità e evoluzione in "O" nell'opera di Bion

Omogeneità della protomente
di Stefania Marinelli


L'esperienza di Bion a Northfield con un reparto omogeneo

 

Bion iniziò a studiare il gruppo e a descriverlo come un organismo unitario, rappresentandolo come corpo dotato di pelle delimitante e contenente, di propri organi e di una mente metabolica e pensante - proprio in presenza di un gruppo "omogeneo", nell'ospedale di Northfield, dove conduceva in qualità di psichiatra dell'esercito inglese, insieme a Foulkes una esperienza di riordino di un reparto per malati di nevrosi di guerra.

Si può chiedersi in fondo quali fossero i pensieri e le considerazioni che Bion aveva fatto su quella realtà: se potesse avere avuto una importanza specifica per lui il fatto di ordinare e orientare verso un'organizzazione di tipo sociale un reparto di malati che vivevano tutti in comune una condizione importante, come l'ammalarsi psichico e il doversi ritirare dal fronte di guerra.

Alcune caratteristiche condivise dai malati - come la disciplina militare, la tendenza alla realizzazione e alla lotta, la paura del nemico e l'ansia di fare una prestazione all'altezza del mandato sociale, l'abitudine a formare un corpo unico compatto per fare fronte comune contro un nemico minaccioso, secondo il fine collettivo di liberare le nazioni oppresse dalla minaccia (nazista) e la speranza che ne nascesse un rinnovato slancio verso scambi liberi - (queste caratteristiche) avranno aiutato Bion probabilmente a fare diverse valutazioni.

Le sue riflessioni vertevano sull'ipotesi che quelle condizioni avessero un significato psichico profondo e accomunante e che potessero essere riattualizzate al fine di enuclearlo e rielaborarlo, orientando verso un fine condiviso il riordino del reparto e il focus essenziale della cura in gruppo (anche se come Bion indica in Esperienze , egli rifiutava, a fronte delle aspettative diffuse nel gruppo di cui era stato eletto curante, l'idea di essere portatore di una cura).

Dunque (mi sto domandando) il pensare un gruppo sulla base delle sue comunanze di superficie, per pensarlo in relazione con le comunanze e le indistinzioni dei correlati profondi, potrebbe aiutare l'analista a discriminare uno degli elementi principali del processo di cura e analisi di quel gruppo.

Probabilmente qui, nell'ambito del nostro tema relativo alla nozione di omogeneità e di mente omogenea, non si tratta solo della teoria degli assunti di base come configurazione di fondo, che Bion ideò per rappresentare e categorizzare quei funzionamenti somatopsichici meglio corrispondenti ai livelli primitivi della messa in azione che la mente primordiale stimola in presenza del gruppo. Ma si tratta anche in generale di pensare come in presenza di gruppi omogenei (per condizione apparente, transitoria, superficiale, o invece profonda, - cfr. Marinelli in Gruppi omogenei , 2004) sia possibile accedere a sintesi maggiori delle concatenazioni fenomenologiche del gruppo (delle fasi evolutive, dei rituali, delle mitologie ecc) se le si pone in relazione costantemente con l'evoluzione dei contenuti della comunanza profonda - i sentimenti, le rappresentazioni, le memorie, i pensieri. Presumibilmente privilegiando tale elemento si potrebbe individuare una serie minore di assunti di base specifici di ogni gruppo, i cui contenuti e funzionamenti afferiscono agli assunti di base maggiori però anche tenderebbero a introdurre posizioni ed elementi specifici e preferenziali: tali elementi reiterati e specializzati avrebbero la funzione di rifornire identità e continuità al gruppo, con il fine di definire e conservare nel tempo il quadro di ciò che rischia di essere abbandonato a favore del cambiamento evolutivo. L'inevitabile svincolo del gruppo dal suo stesso patrimonio identitario farà sentire infatti il cambiamento (della comunanza omogenea) come una grave perdita, come una paurosa minaccia, d'altra parte agognata.

 

La nozione di omogeneità

 

A cominciare da questo campo di ricerca, è utile ripensare la nozione di omogeneità. Per fare questo è necessario usare tre punti di vista:

a) Un punto di vista è basato sulla nomenclatura e l'etimologia e prende in considerazione la definizione corrente del termine, la sua definizione specifica ed etimologica, vista in relazione all'uso di diversi ambiti.

b) Il secondo è il punto di vista storico, derivato dalla letteratura che ha preso in esame l'omogeneità, l'elemento indifferenziato della mente e lo studio dei suoi funzionamenti. Questo punto di vista esamina l'idea promossa da Freud di esplorare la relazione inconscia individuale con la "massa omogenea" inconscia del gruppo sociale e la successiva trasformazione di tale idea operata da Bion e Foulkes.

c) Il terzo punto di vista concerne la verticalità, cioè la dimensione profonda della sonda psicoanalitica che esplora l'inconscio a diversi livelli del sistema-mente-primordiale e delle sue origini indistinte.

Quest'ultimo punto di vista coinvolge l'idea della psicoanalisi descritta non come contenitore, ma come sonda dinamica che esplora l'inconscio con un funzionamento che la rigenera e non la contiene. «Il campo psichico presenta la seguente caratteristica: esso non può essere contenuto nell'ambito della trama della teo ­ ria psicoanalitica. Dobbiamo dire che questo è un segno dei difetti della teoria o che è un segno del fatto che gli psicoanalisti non comprendono che la psicoanalisi non può essere contenuta permanentemente nell'ambito delle defi ­ nizioni di cui essi si servono? Sarebbe giusto osservare che la psicoanalisi non può «contenere» il campo psichico per ­ chè non è un «contenitore», ma una «sonda» (Bion 1970).

"Ciò vuol dire che qualunque prodotto del pensiero che utilizziamo nel processo analitico, da quelli più vicini all'esperienza (fila C), a quelli più sofisticati ( à fila H), pur avendo senz'altro la funzione di "contenere" e veicolare elementi di conoscenza già data (il già noto), dovrebbe essere usato preferibilmente come strumento per sondare l'ignoto (il non ancora conosciuto )" (A.Bruni, citato in V.Nanni, 2006).

L'uso di questa prospettiva, orientata a definire l'omogeneità dell'inconscio, comporterebbe l'esigenza di mettere in discussione la definizione stessa di inconscio e la relazione esistente fra mente inconscia, coscienza e funzione alfa. Avvertiti da Bion, in questa sede possiamo ribadire che la sonda psicoanalitica lanciata nell'omogeneità temporo-spaziale del sistema inconscio non svolge una funzione di conoscere ma di "essere" (all'unisono) un frammento di quel sistema, venendo così ad acquisire alcune possibilità di generare altri sistemi inconsci, altro spazio e tempo e nuovi funzionamenti (vedi l'idea di sogno come produttore di inconscio in Bion 1992, ripresa da altri autori, cfr. Meotti et al. in Letture bioniane , 1987). Potremmo sottolineare qui che il sistema omogeneo, nel senso del caos primordiale e della indistinzione arcaica altro non è se non un'ipotesi di lavoro che prende in considerazione alcuni dati obiettivi, come la conoscenza seppure parziale dei funzionamenti del cervello e delle sue relazioni attive fra parti differenziate e indifferenziate, e la nozione psicoanalitica di inconscio, per usarli in una rappresentazione dinamica e modellizzare il lavoro analitico.

Se l'inconscio è omogeneo esso può avere un solo correlato che è il dis-omogeneo, cioè la stessa qualità rovesciata e lo stesso modo di funzionamento. Ma se l'inconscio omogeneo è assunto come produttore di altri possibili inconsci per il tramite della funzione alfa, allora probabilmente il metabolismo dell'elemento omogeneo potrebbe produrre un elemento non-omogeneo-con, generando e separando dalla massa indistinta non un elemento statico e obiettivo ma una funzione nuova.

La trattazione di questo tema comporterebbe un'estensione in campi teorici che non è possibile esaurire e l'ho evocata per rappresentare la profondità dello sfondo sul quale la figura dell'elemento omogeneo può delinearsi e la possibilità di individuare tale elemento non come astratto (l'omogeneità) ma invece delimitabile e attivo, o come funzione.

Mi propongo ora di esaminare brevemente alcuni ambiti nei quali la nozione di omogeneità prende diversi significati, per primo la sua definizione e derivazione etimologica; poi la nozione storica; e infine l'indicazione di alcuni modelli che nell'ambito della teoria psicoanalitica vi fanno riferimento diretto o indiretto.

 

 

Il dizionario etimologico Zanichelli riporta il suffisso omo- come "primo elemento di termini scientifici e tecnici per segnalare una qualche somiglianza di forma, di natura o di provenienza" a cui seguono le definizioni di omocromìa , omofonia , omogeneità , omografia , omologare , omonimia , omoritmia , omosessualità , omotonia , omozigosi . In particolare è considerato homogenès , "dello stesso genere (génos), assunto nel linguaggio medioevale (homogeneum) assieme al suo der. homogeneitate" e omogeneo , "dello stesso genere, specie o natura (av. 1563. G.B.Gelli), costituito da elementi tra loro affini e uniformi", con riferimento anche al femm. pl. omogenìe , (av.1535, Leone Ebreo), e questo sembra fare un forte riferimento ad elementi connessi con la radice greca (gignomai) che indica la generazione, la stirpe (geno ? )

Anche altri Dizionari, come il Devoto e il Cortellazzo Zolli si attengono all'idea della condizione "legata all'assure della stessa specie, natura, dello stesso genere". Forse più attinente per le sue specificazioni la voce dal <De Mauro>: nel significato comune che è del medesimo genere o carattere, della medesima specie o natura rispetto a qualcos'altro;che non si differenzia sostanzialmente da altri elementi con cui costituisce un tutto uniforme: elementi , materiali , colori omogenei / costituito da parti o elementi affini per qualità e proprietà o, anche, ben armonizzati tra loro: un insieme , un complesso o ; costituito da elementi distribuiti o mescolati in modo uniforme: miscuglio , impasto o .

In senso estensivo, omogeneo di un gruppo di persone, costitutito da individui con caratteristiche etniche, sociali, culturali, ecc.simili: una classe affiatata e omogenea .

Nel significato tecnico-specialistico:

di un corpo o di un insieme di corpi, che presenta nelle sue parti proprietà chimiche o fisiche uniformi.

Nel significato tecnico-specialistico di simboli matematici, aventi grado o dimensioni uniformi .

Ma anche la stessa struttura, e poi similare, analogo uniforme .

 

 

 

La nozione storica di omogeneità

 

La nozione di omogeneità comparve nella letteratura psicoanalitica quando Freud, come poi molti dopo di lui, sentì l'esigenza di ampliare il modello della

relazione analitica dall'assetto duale al gruppo sociale. Il modello, basato sulla teoria di un sistema topico della mente individuale, avrebbe potuto essere esteso ad un soggetto collettivo e alla relazione fra le sue componenti?

Al tempo in cui Freud la concepiva, tale ricerca corrispondeva a varie esigenze (Neri 1995) sia di ordine interno, rispetto al nascente corpo dottrinario della psicoanalisi, sia relative alla possibilità di conferire a quest'ultimo una capacità di essere condiviso dai discepoli e tramandato come sistema teorico complesso e suscettibile di modificazioni e apporti. Furono quindi prese in considerazione le concettualizzazioni che la psicologia sociale, (stimolata dai grandi mutamenti economici e organizzativi) andava formulando; e altre teorie provenienti da ambiti di studio antropologici, sociologici e dalle scoperte rivoluzionarie della fisica (Lewin 1936).

Il termine "omogeneo" in queste prime ricerche a carattere obiettivo indica soprattutto la tendenza a descrivere il fenomeno sociale e collettivo e i suoi funzionamenti come qualcosa che corrisponde ad una "massa" omogenea, distinta dal soggetto singolo e dal suo modo di funzionare in quanto priva di capacità razionali e tendente all'esaltazione emotiva (Freud 1921), al contagio veloce (Le Bon 1985) e all'identificazione con un capo che la diriga e le dia coesione (Freud ibidem ).

 

La nozione di omogeneità in relazione con l'idea di matrice

 

Nelle due concettualizzazioni più significative che Foulkes utilizzò per descrivere alcuni funzionamenti del gruppo, la matrice e la rete, vi è soprattutto un apporto relativo alla possibilità di coniugare un andamento verticale e uno orizzontale della comunicazione sociale. La matrice rifornisce di contenuti originari, a diversi livelli degli scambi ideativi e della fantasia inconscia, le occasioni elaborative del gruppo, mentre la rete li diffonde, li rifrange, li rispecchia, li amplifica o li restringe al livello degli scambi relazionali e dell'incontro fra "valenze" dei singoli (il termine è usato da Bion).

L'omogeneità della matrice nel piccolo gruppo analitico è connessa con la funzione di progettare stadi evolutivi in grado di organizzare processi differenzianti.

 

La relazione omogeneo-disomogeneo e la sua relazione con il processo di separazione-individuazione

 

Nel campo della psicoanalisi classica e dello studio della mente individuale, se assumiamo il vertice del processo separativo così come ci viene descritto da Margareth Mahler l'idea di omogeneità apparterrebbe al campo degli elementi che fanno parte della massa biologica indistinta da cui si è originato il sistema madre-bambino. Il processo di tale sistema tenderebbe ad evolvere verso stadi successivi in cui le due componenti si differenziano progressivamente, transitando da assetti reversibili e indistinti, immersi nel disordine e sostenuti dall'attesa tollerante del sistema diade in evoluzione, ad altri basati sulla stabilizzazione e l'individuazione, e su una certa distanza di sicurezza rispetto ai sistemi reversibili dell'inconscio. Secondo questo quadro i ritorni regressivi e le fasi di oscillazione sarebbero necessari al completamento della spinta maturativa di questo processo.

 

Omogeneità e oggetto transizionale

 

Una considerazione ulteriore utile alla nozione di omogeneità riguarda le qualità dell'oggetto transizionale concepito da Winnicott: esso non è né omogeneo con la madre né con il bambino, contiene le esigenze di entrambi ma non appartiene al sistema materno né a quello embrionale e maturativo del figlio, bensì si pone come terzo creato e creativo rispetto ai due che vi partecipano. L'oggetto transizionale è concepito dal desiderio difensivo del bambino nei confronti della propria impotenza e angoscia di solitudine ed è sostenuto dalla madre che lo individua o lo sogna o lo intuisce come un elemento di transito che la unisce al mondo indistinto del figlio (e al proprio, mediante l'dentificazione regressiva) attraverso una mediazione: questa mediazione è irradiata dal desiderio condiviso di accrescere l'esperienza del legame e della partecipazione, che si complessizza (e si semplifica) man mano che si differenzia. Tale oggetto contiene l'incapacità del bambino a concepire il reale come del tutto distinto (disomogeneo) dal sé immaturo ed è investito dalla sua capacità di sostituire la quota più inaccessibile di tale esperienza con elementi del desiderio soggettivo di partecipazione creativa. Questo desiderio di intervento attivo è prodotto dai processi di elaborazione del bisogno. L'infante fa in modo che la realtà (del suo bisogno e della sua distanza dal reale che potrebbe provvedervi) non lo annienti con la sua rivelazione totale e non lo abbandoni ad una separatezza inadeguata, priva di attività e a rischio di annientamento; se anche la madre condividerà il bisogno di modulare il vuoto derivante dalla dipendenza, potrà accogliere la richiesta del bambino di rappresentarsi come partecipe, mediante il bisogno, alla realtà della sua soddisfazione, e di produrre una illusione creativa come se egli fosse la madre che provvede o la fonte stessa della soddisfazione.

Vista da questo angolo prospettico l'esperienza di essere omogenei con il tempo del bisogno diviene un elemento che contiene la concezione della realtà che lo precede e di quella che lo segue e che consente il transito dall'ansia della dipendenza alla gestione attiva e ordinata in sequenza del dipendere, che contiene anche l'esperienza dell'attività, la possibilità di riconoscere la propria distinzione e quindi l'elaborabilità delle ansie e delle rappresentazioni connesse con gli stati del dipendere e dell'essere soli.

Si potrebbe dire che l'essere omogeneo o disomogeneo con, non sia uno stato ma un divenire, una condizione attiva di trasformazione degli elementi che ne fanno parte. Probabilmente questa dimensione intermedia e creativa descritta da Winnicott somiglia alla possibilità di creare un intervallo fra due nozioni e due posizioni entrambe necessarie al soggetto che compie l'esperienza ed è usata per differire l'impatto che, vieppiù se è immaturo e molto dipendente, per lui si crea nell'incontro con il diverso da sé, con l'oggetto, con l'altro soggetto. Winnicott parla perfino di "penetrazione furtiva" per descrivere come l'ingresso di un soggetto in uno spazio crei intolleranza e espulsione fisiologiche e quindi possa avvenire solo mediante penetrazioni furtive, delimitate e pronte al mutamento di direzione e alla ritirata. L'incontro di ciò che è continuo, contiguo, prossimo, omogeneo con, non crea traumi; invece l'incontro con il disomogeneo può avvenire solo mediante accorgimenti, in un'area differita e protetta, creata in uno spaziotempo illusorio ma anche esistente, fra due realtà entrambe accertabili. L'esperienza, l'evoluzione, prima di poggiare su basi certe e stabili le nuove acquisizioni, transita per una regione creata soggettivamente, nella quale però sono contenute nozioni adeguate circa le qualità dell'esperienza stessa. L'oggetto transizionale contiene qualità reali dell'ambiente, che sono state immaginate o esperite in modi indiretti e parziali e la cognizione di tali qualità aumenta man mano che diminuisce il bisogno dell'intervallo illusionale e il differimento di un incontro pieno con l'oggetto. Tale processualità è continua e in un certo senso costante, anche se il suo nucleo principale si esaurisce nel tempo fisiologico dell'immaturità e dell'indeterminazione soggettiva.

Così potremmo dire, usando la prospettiva dell'oggetto transizionale, che il soggetto indistinto (o la quota di indistinzione di un soggetto differenziato), portatore di omogeneità immatura, prima di incontrare la disomogeneità l'ha presagita, ha intuito le sue caratteristiche. Soprattutto egli ha fatto la fondamentale esperienza di poter ricorrere all'illusione come un uso, come attesa e intervallo e non come un falso o una bugia o una difesa inadeguata, tanto che, nelle condizioni in cui l'incontro con la disomogeneità tenda a creare rottura e trauma, possa nuovamente farvi ritorno usandone le risorse e la protezione. L'intervallo che il soggetto "transizionale" crea fra omogeneo e disomogeneo, fra la rappresentazione nota e certa di sé e quella nuova o sconosciuta, o fra un sé più accettabile e un altro intollerabile, sarà diventato un intervallo non temporo-spaziale, ma un luogo della mente, una sua posizione, un versante elaborativo, in una parola una funzione, capace di produrre tempo e spazio nuovi per l'evoluzione dell'esperienza e la maturazione delle rappresentazioni di sé.

 

 

mente omogenea, protomente, sistema

 

L'uso che Bion ha fatto della nozione di omogeneità e indifferenziazione mette in campo varie dimensioni della sua ricerca e della sua teoresi, in particolare il mutamento da lui creato estendendo al gruppo i concetti freudiani relativi all'inconscio individuale e alla coppia analitica, e trasformando infine i concetti stessi, pur non portandoli a deragliare in un binario alternativo. Questo è stato l'incontro fra l'omogeneo e il disomogeneo che una mente geniale ha saputo sostenere.

In un certo senso, trasformando la concezione freudiana del gruppo come massa omogenea non dotata di capacità evolutiva né tanto meno pensante, e dominata dal capo-padre, come è presentata in Psicologia delle masse e analisi dell'Io , Bion sembra piuttosto collegarsi all'altra opera sociale di Freud, Totem e Tabu , sviluppando piuttosto l'idea dell'Orda come comunità primitiva che trasforma con un atto incorporativo (l'uccisione del padre da parte dei fratelli e l'assunzione dei suoi poteri) le sue basi sociali e morali, fondando la convivenza organizzata e regolamentata.

 

Il modo con il quale Bion ha descritto l'inconscio del gruppo contiene la descrizione di Freud ed è contenuta in essa, e allo stesso tempo mette in opera un sistema di pensieri nuovo: quello dell'elemento protomentale, degli assunti di base del gruppo e quello di sistema protomentale, nel quale gli assunti di base e la mentalità del gruppo sono radicati. Anche in Freud l'inconscio ha caratteristiche che sono comprese nell'idea di protomente, ma descrivendo un sistema che sta alla base del funzionamento del gruppo, e che non segue l'idea della massa omogeneizzata dalla mancanza di mente, contagiata dalle emozioni e attivata in modo del tutto dipendente dall'ideale del capo, Bion ha ridescritto anche l'inconscio individuale in termini sociali (non nei termini collettivi e archetipici) di sistemi le cui orbite interagiscono e si compenetrano, creando oggetti frattali le cui dimensioni sono accessibili da differenti sistemi e con molteplici intersezioni, compresenti e simultanee.

Lo studio della mente primitiva di cui Bion si è occupato proprio a partire dalla concezione del gruppo come soggetto unitario non solo gli ha consentito di evolvere alcune concezioni relative alla mente singola, - soprattutto quella di identificazione proiettiva e quella di "posizione" e di reciprocità delle posizioni - mettendolo nella condizione di avvicinare la mente psicotica con un modello che la contiene e la trasforma; ma anche lo ha aiutato a concepire l'individuo (inconscio) come collocato in un sistema polidimensionale basato mediante la "valenza" (Bion 1961) sullo scambio con altri sistemi, omogenei nella sostanza ma resi diversi nel tempo e nello spazio dal lavoro della funzione alfa.

Questo edificio teorico-clinico, che considera il transito e l'oscillazione dai piani della omogeneità regressiva e arcaica a quelli dell'individuazione disomogenea sembra avere, fra l'altro, il fascino particolare di non essere costruito con strutture e divisioni rigide, perché vi è stata introdotta una concezione spaziotemporale di tipo sistemico, in modo tale che abitando l'edificio negli scantinati oppure potendo accedere al panorama più alto, ad ogni piano si riproduce un sistema che contiene il contatto con gli altri. Questo aspetto introduce l'idea di uno sviluppo del tempo e dello spazio psichico in cui prevalgono la complessità e la simultaneità e viene così valorizzata una operazionalità analitica qui e ora come atto non temporo-sequenziale, come è prevalente in Freud, o invece lineare-spaziale, come nella concezione del mondo interno kleiniano, e neppure come atto collegato alla dimensione della verticalità intrapsichica in contrasto con quella orizzontale e relazionale, bensì come atto unitario e unico, a enne dimensioni.

L' atto analitico in Bion è connesso con il suo oggetto (la trasformazione, e il legame con essere in O) mediante un funzionamento che tiene entrambi, soggetto e oggetto, o analista e analizzando, in sospensione, in transito, in modo tale che la loro reciproca trasformazione continui ad autorigenerarsi come processo.

Nonostante questa qualità fosse interna al sistema freudiano, si può dire che Bion l'abbia vista e qualificata in modo tale da renderla del tutto specifica e adatta a superare il problema posto da Freud dell'incapacità del paziente psicotico di fare la relazione terapeutica.

 

L'omogeneità nella relazione contenitore-contenuto di Bion

 

Abbiamo messo in relazione l'omogeneità con la sonda psicoanalitica, e abbiamo prospettato la relazione fra i due termini secondo un funzionamento reciproco e dinamico, che tende a trasformare la relazione.

Considereremo ora la nozione di omogeneità in relazione con la concettualizzazione contenitore-contenuto di Bion e faremo alcune osservazioni preliminari. E' importante pensare la configurazione contenitore-contenuto sia come funzione sia come relazione, in modo tale che possa esservi rappresentato, quando e se avviene, il passaggio dall'immobilità (omogenea) al movimento (disomogeneo) e il modo di funzionamento del passaggio. Paradossalmente si potrebbe avere un legame di contenimento fra un soggetto e il suo oggetto che potrebbe evolvere in uno spazio-tempo dato, a seconda dei fattori di cui è funzione, senza sviluppare una reale trasformazione né dei due termini della relazione né della relazione, o sviluppando una trasformazione involutiva.

Immaginiamo ora diverse qualità della configurazione:

A. La funzione contenitore-contenuto può essere applicata o pensata a diversi piani di funzionamento del gruppo - o della relazione analitica, o della relazione madre-bambino. La relazione è un oggetto suscettibile di evoluzione e quindi di trasformazione in legame di conoscenza (K) e in legame di conoscenza della verità ultima, in quanto essere all'unisono con (O).

B. L'omogeneità dei due termini della funzione contenitore e contenuto è una funzione della relazione stessa, che resta costante.

C. Se uno dei due termini muta per condizione, assetto, posizione o qualità sollecita corrispettivamente l'altro a mutare in relazione con l'avvenuto cambiamento oppure muta esso stesso per restare partecipe della relazione e della funzione.

D. Possiamo ipotizzare che se il mutamento di uno dei due partecipanti alla relazione contenitore-contenuto è tale che esorbiti dalla relazione stessa, allora essa dovrà incontrare un "cambiamento catastrofico". Infatti il posto e la funzione occupati da tale relazione o diverranno vuoti o saranno occupati da altre funzioni e la relazione contenitore-contenuto configurata in precedenza e successivamente sospesa resterà alla ricerca di un nuovo spazio e funzione in cui configurarsi. Oppure la sua evoluzione sarà stata sintetizzata dalla configurazione di contenitore-contenuto nuova, che sarà stata integrata con la produzione di un nuovo spazio in cui collocarsi.

E. In tal senso possiamo dire che l'essere omogeneo con, detto di una coppia di elementi che appartengono alla relazione contenitore-contenuto, contiene al suo interno una omeostasi dinamica, e quindi una possibilità di oscillazione evolutiva

F. È' possibile affermare che in ogni relazione contenitore-contenuto vi sia una quota di omogeneità? E cioè che nessun elemento, anche quelli più evoluti nelle coordinate della griglia proposta da Bion, sia tale se non perché è pensato e pensabile in relazione alla funzione contenitore-contenuto e alla sua quota inconscia intrasformabile.

G. Cioè si può affermare che un elemento psichico più evoluto rispetto ad un altro contenga una maggiore quantità e qualità di processi di oscillazione e di cambiamenti (catastrofici) in relazione ad una omogeneità iniziale o originaria, che continua anche ai livelli più alti dell'evoluzione a far parte del sistema e della funzione stessa

H. L'omogeneità a sua volta fungerebbe da elemento statico o tendente all'omeostasi, solo se messa in relazione con l'oggetto tendente al cambiamento (disomogeneo) e l'oggetto (il contenitore o il contenuto) tendente al cambiamento trarrebbe la sua qualità evolutiva restando in relazione con la spinta omeostatica omogenea e con entrambi i termini della relazione

Per meglio comprendere l'aspetto esperienziale degli elementi enunciati è possibile pensare alla clinica, individuale o dei gruppi, oltre che allo sviluppo della relazione di madre e figlio, Ma anche è utile pensare al gruppo sociale: un esempio importante possiamo trarlo dal gruppo sociale al quale apparteniamo.

Possiamo descrivere per esempio come il processo di oscillazione fra gruppo che si difende dall'evoluzione operando secondo l'assunto di base, e gruppo che affronta realmente la trasformazione, possa produrre o l' irrigidimento nella difesa e nella bugia (Bion 1977) oppure la maturazione della sua competenza e capacità evolutiva. In termini di relazione contenitore-contenuto possiamo dire che il moderno contenitore-società-millenarista con il suo contenuto-tecnologia, alle prese con un processo evolutivo, si sta comportando come un contenitore falso e rigido che tende a sostituirsi all'esperienza di reale trasformazione, continuamente annullandola, rinviandola o alterandola, a favore della creazione difensiva di sistemi globali, autoritari, depersonalizzanti e iperconcreti, di ideali illusori e appagamenti virtuali. Valga per tutti gli altri l'esempio dell'evoluzione o involuzione della sessualità, che sempre più risulta divisa fra un costume tendenzialmente libero all'apparenza, che invece è controfobico e una immaturità profonda e distruttiva (Gaburri 1992) di natura fobica, collegata a problematiche di fragilità identitaria, di vuoto e dipendenza, con sviluppo di condotte violente e tendenza all'azione. In un certo senso si potrebbe parlare di relazione contenitore-contenuto invertita (Bruni 2002), con un meno davanti, che non produce sviluppo ma regresso e patologia.

 

Note sull'interpretazione

 

Prima di qualificare il senso che Bion attribuisce al lavoro dell'interpretazione psicoanalitica, ritengo utile fornire alcuni elementi comuni per definirla. Tradizionalmente e anche considerando gli sviluppi successivi a Freud, l'interpretazione può avere qualità e funzioni diverse. Prenderemo in considerazione alcuni aspetti del lavoro interpretante, riferendoci anche a teorizzazioni e a modelli tecnici differenti, comunemente accettati nella pratica clinica.

L'interpretazione psicoanalitica durante il lavoro della seduta può presentare vari aspetti. Ne considereremo quattro, per i quali l'interpretazione può avere una funzione:

a) interlocutoria , cioè tendente a facilitare l'attesa di altri sviluppi; a fluidificare uno stato emotivo che ostacola la comunicazione; a rifornire la mente dell'analizzando e la relazione di lavoro di nozioni mancanti in quel momento e ritenute utili o indispensabili per il proseguimento del lavoro. Una interpretazione interlocutoria che abbia anche una intonazione per esempio"didascalica" o "pedagogica", tale che non impegna la mente dell'analizzando in un accesso profondo, può da lui essere usata ad esempio per porre un confine ritenuto utile per far fronte ad un timore; o può riuscire a stimolare, mediante una funzione rispecchiante e definitoria, la spinta a ricercare ancora e può rassicurare sulla possibilità che entrambi i partecipanti della relazione siano attivi e che i mezzi cognitivi siano utili, ecc. Se vi sarà la possibilità nel metabolismo mentale dell'analista di trattenere in una parte della mente (e della sua visione binoculare) gli elementi (interpretanti) che non reputa di introdurre nel campo attuale di lavoro verbalizzandoli, allora si potrebbe ipotizzare che la sua comunicazione interlocutoria potrebbe svolgere funzioni non tendenti direttamente verso l'evoluzione in O ma pur sempre orientate alla direzione di kappa. In questo senso, l'oscillazione verso kappa dovrebbe essere non saturante e tale da non impedire l'oscillazione successiva o simultanea verso O.

b) di condivisione : l'interpretazione è tale che il paziente coglie nell'oggetto dell'interpretazione un elemento di sostegno e rassicurazione o anche di doppio ascolto o ascolto ausiliario (Jannakoulas 1975) del contenuto da elaborare. A volte l'analizzando può fare meglio, o soltanto in questa condizione, l'accesso ad un oggetto psichico che gli è precluso se si sente singolo o troppo solo.

c) trasformativa. L'interpretazione può essere trasformativa o di un singolo oggetto psichico preso in esame in quel momento, mediante un'attivazione transferale; o trasformativa di una condizione psichica o emotiva reputata propedeutica ad una successiva trasformazione o serie di trasformazioni; oppure ancora essa può essere trasformativa di una condizione (di resistenza o passività) dell'analizzando e mirata a generare in lui il desiderio di intervenire attivamente, dopo essersi sentito compreso nell'aspetto che lo tratteneva o lo ostacolava

d) silenziosa : in questo caso l'interpretazione può essere priva di parole in quanto è pensata in termini compiuti e comunicabili solo all'interno del sistema di pensieri dell'analista ma non è veicolata con parole; oppure essa è espressa con singoli interventi vocali senza parole (Soavi 1989), per sottolineare con segnali sonori espressioni emotive, presenti nel paziente o nella relazione in un dato momento, che rivestono un particolare significato e sono collegate con oggetti affettivi che la condivisione, discreta, aiuta a rievocare, condividere, riempire, elaborare ecc.

 

In Bion l'interpretazione è sempre descritta come trasformativa in quanto tendente a transitare dal sistema della conoscenza kappa al sistema O, cioè "essere" all'unisono con la verità ultima, piuttosto che interagire con. Quando i contenuti mentali dell'analista e le scale del suo lavoro come contenitore analitico scorrono simultaneamente lungo le due coordinate della Griglia (1963), lo stato mentale da cui l'interpretazione è generata è ancorato al sistema "senza memoria, senza desiderio, senza comprensione". Tale stato mentale è connesso con la funzione alfa ed è adatto a generare e incontrare il sogno. Esso ricerca le valenze con cui legarsi per sviluppare nuovo lavoro da immettere nel processo trasformativo e metabolico. Transitando per tale stato sognante e metabolico, la concezione che potrebbe presentarsi o formarsi per incontrare una preconcezione che non sapeva di essere lì (nella mente dell'analsta o nella relazione analitica) ma è pronta ad attivarsi per l'incontro con essa, non ha qualità di saturazione, bensì consente di fare una realizzazione che contiene nuovi processi trasformativi. Poi il sistema riparte.

Sarebbe a questo punto interessante immaginare un'altra griglia, nella quale le trasformazioni delle due coordinate fossero a loro volta messe in relazione con le trasformazioni operate nel passaggio dallo stato di quiete (della mente dell'analista, e dello stato della relazione analitica) allo stato di attività e aumento dell'attività, verso l'evoluzione (oppure inversamente, verso una caduta regressiva, una interruzione o un ostacolo imprevisto) (De Toffoli 2000).

Il fatto che Bion tratti l'interpretazione come sonda dinamica consente al singolo analista di collocare la sua attività mentale e il suo registro interpretante nel punto in cui reputa di farlo in un momento dato, senza pensare di esaurire la sua funzione. Inoltre l'idea di sonda mette in campo quella di tendenza all'insaturazione e alla non personificazione (Gaburri 1992) o "personificabilità" della mente che la usa.

 

 

Bibliografia

 

Bion W.R.(1977), Il cambiamento catastrofico. Loescher, Torino 1981

Bion W.R. (1992) Cogitations. Armando, Roma 1996

Bion W.R.(1961) Esperienze nei gruppi. , Armando, Roma 1971

Bion W.R.(1963) Gli elementi della psicoanalisi. Armando, Roma 1983

Bion W.R.(1970) Attenzione e Interpretazione. Armando, Roma 1973

Bruni A.(2002) Relazione contenitore-contenuto invertita. Relazione presentata al convegno mondiale dell'IPA, Nizza

De Toffoli C.(2000) L'analista e i suoi pazienti: un campo psichico transpersonale. In Rivista di Psicoanalisi , 46, 2

Freud S. (1912-13). Totem und Tabu. OSF VII

Freud S. (1921) Psicologia delle masse e analisi dell'Io. OSF IX

Gaburri E. (1992) Emozioni, Affetti, Personificazioni. In Rivista di Psicoanalisi, XXXVIII, 2

Jannakoulas A. (1975) Seminario di formazione per i corsi ASNE . Neuro Psichiatria Infantile, Roma

Le Bon G. (1985) Psicologia delle folle. Longanesi, Milano 1970

Lewin K.(1936) Principi di psicologia topologica . Firenze, O.S. 1961

Marinelli S. (2004) Funzioni dell'omogeneità, in Gruppi Omogenei , di AA.VV., Borla, Roma

Meotti A.(1987) Appunti su funzione alfa, dolore sensoriale, dolore mentale, pensiero. In C. Neri, A.Correale, P.Fadda (a cura di) Letture bioniane . Borla, Roma

Nanni V.(2006), Intervista con A.Bruni per la ricerca di laurea sul tema "Il valore del mito e della narrazione mitologica nella psicoanalisi gruppale"

Neri C. (1995) Gruppo. Borla, Roma

Soavi G.C.(1989) Sono pensieri le emozioni? In Gruppo e funzione analitica , X, 1

Winnicott D.W.(1965) Sviluppo affettivo e ambiente. Armando, Roma 1970

 

 

Sommario

 

Considerando all'inizio la natura omogenea del gruppo (dei traumatizzati di guerra nell'ospedale di Northfield) che portò Bion a studiare il funzionamento del gruppo e l'apporto della mente sociale e primitiva ai processi cognitivi e all'evoluzione psichica, il contributo prende in esame dapprima la nozione etimologica e storica di omogeneità , e la confronta successivamente con i principali modelli psicoanalitici che l'hanno inclusa nell'ambito della trattazione teorica come un elemento significativo dell'apparato psichico. Tale dimensione (dell'indistinzione) è infine prospettata come un funzionamento che contiene il suo reciproco (la spinta oscillatoria verso l'individuazione), e tende a comportarsi nel dispositivo psicoanalitico come "sonda" (Bion 1970), mediante la cui attività l'esplorazione dell'oggetto sconosciuto, la conoscenza dell'oggetto e la nascita dell'oggetto ignoto, che esplora ed è esplorato, sono all'unisono.

 

 

 

Stefania Marinelli. Professore Associato di Psicologia Clinica e Elementi di Psicoterpia di Gruppo, Facoltà di Psicologia, L'Aquila.

Membro della European Psychoanalytic in the Public Sector (EFPP)

Presidente di ARGO, Associazione per la Ricerca sul Gruppo Omogeneo

 

Via Lucio Afranio n.10

00136 Roma

 

E-mail: stefaniamarinelli@fastwebnet.it

 

. 

Funzione Gamma copyright © 2005 -Designed by Walter Iacobelli