Verità e evoluzione in "O" nell'opera di Bion

"Uomo aperto", "Homo clausus" e il "quinto assunto di base": concezioni-ponte fra tradizione bioniana e foulkesiana
di Joshua Lavie


1. Introduzione

 

La scoperta, a opera di Gordon Lawrence, Alastair Bain e Laurence Gould (1996), della "meità" [ Me-ness ] - il quinto assunto di base nella tradizione bioniana/tavistockiana, riguardante la condizione psichica degli individui nei gruppi - e la teoria socio-psicologica dell' homo clausus (uomo chiuso, isolato) di Norbert Elias (1939) - il principio fondamentale nella tradizione gruppoanalitica foulkesiana, concernente la condizione socio-psicologica ( habitus ) degli individui (e dei pazienti) nelle società contemporanee - rappresentano concetti gemellari che descrivono il medesimo fenomeno, e sono in grado finalmente di colmare il divario e il dissenso tra tradizione bioniana e foulkesiana, superando quindi la disputa, ormai trita e desueta, tra queste due teorie e prassi. Entrambi i concetti descrivono, rispettivamente, l' esperienza e l' immagine di sé dell'uomo contemporaneo, visto come in un contenitore sigillato, separato dagli altri esseri umani; un'immagine e un'esperienza che controllano l'"inconscio individuale e sociale" dell'uomo contemporaneo, indicando quindi il bisogno impellente della terapia e del lavoro di gruppo nella nostra cultura, che accorda alla disciplina la sua giustificazione di base.

Proseguendo su questa scia, possiamo compiere un passo ulteriore e affermare che W.R. Bion e S.H. Foulkes hanno cercato di raggiungere lo stesso scopo, pur muovendo da direzioni diverse (per quanto complementari). Possiamo paragonare Foulkes e Bion a due minatori impegnati a scavare una galleria sotto un fiume, partendo da sponde opposte. Tradizionalmente, Foulkes e i suoi seguaci hanno cercato di risolvere l'immagine di sé difensiva, il comportamento e la patologia degli individui privi di un'esistenza relazionale e collettiva ("uomo chiuso", "Io senza un noi"), laddove Bion e i suoi seguaci hanno cercato di risolvere l'esperienza di sé difensiva, il comportamento e la patologia dei gruppi che assumono il controllo sugli individui e sopprimono la loro individualità ( gruppi in assunto di base ). È notevole che essi si "incontrino" a metà del percorso, orientandosi verso un'immagine di sé alternativa, quella dell'"uomo aperto", che lavora e comunica all'interno di spazi e reti dinamiche feconde che Bion chiamava "gruppo di lavoro" e Foulkes indicava come "matrice comune". La questione cruciale, in entrambe le tradizioni, consisteva nel trovare il modo di accordare pieno spazio, parimenti, all'unicità di ogni individuo appartenente al gruppo e all'unicità di ogni gruppo composto da individui unici.

La differenza principale tra i due risiede nel modo in cui hanno cercato di raggiungere il loro obiettivo. Bion ha cercato di svelare le dinamiche difensive inconsce del gruppo che impediscono il lavoro di gruppo e la partecipazione responsabile degli individui, mentre Foulkes si è impegnato a smascherare le dinamiche difensive inconsce dell'individuo che ostacolano la comunicazione libera e la crescita e guarigione della persona.

 

2. Peculiarità del quinto assunto di base (meità) in confronto agli altri quattro

 

Gordon Lawrence, Alastair Bain e Laurence Gould (1996) hanno introdotto un nuovo assunto di base, in aggiunta ai quattro già esistenti. Essi hanno approfondito l'ab di meità come fenomeno culturale, ponendolo a confronto con i tre assunti di base di Bion (abD, abA/F e abA [1]) e con un quarto, di unità [ One-ness , abU], introdotto da Pierre Turquet. Lawrence, Bain e Gould (1996) scrivono: "Come opposto a quello di unità, proponiamo un altro ab che enfatizza la separatezza, che non tollera l'idea del 'noi'. Per dirlo molto chiaramente: l'ab di 'meità' equivale all'ab di non-unità".

La loro ipotesi di lavoro è che l'abM sia "un assunto di base tacito e inconscio in cui il gruppo è chiamato a essere un non-gruppo, ovvero non è reale. La sola realtà da considerare è quella dell'individuo. In questa cultura dell'egoismo, gli individui sembrano interessarsi esclusivamente ai propri confini personali, che ritengono di dover proteggere da ogni incursione da parte degli altri. La natura delle transazioni è strumentale, perché non c'è spazio per l'affettività, potenzialmente pericolosa dato che non si può mai sapere dove portano i sentimenti".

Al fine di considerare il quinto assunto di base come ponte tra la tradizione bioniana/tavistockiana e quella foulkesiana/gruppoanalitica, dobbiamo distinguerlo dagli altri quattro.

Lawrence, Bain e Gould (1996) scrivono:

 

La principale differenza tra l' abM e gli altri gruppi in ab è che nel primo caso è il gruppo ad essere invisibile e inconoscibile mentre negli altri è l'individuo ad esserlo . Nelle culture degli abD (dipendenza), abA/F (attacco/fuga), abA (accoppiamento) e abU (unità) l'individuo si perde al loro interno . Nella cultura dell'abM (meità) l'angoscia pervadente è data dal fatto che l'individuo si perderà nel gruppo se mai quest'ultimo sorgesse. Mentre i gruppi in ab in generale sono sistemi inconsci di difesa contro l'ansia data dall'esperienza e dalla verifica delle realtà in una dimensione W (lavoro), una cultura basata sull'abM è un sistema inconscio di difesa sia contro l'esperienza W sia contro gli altri ab".

 

Possiamo sintetizzare queste considerazioni in una breve formula:

 

Primi quattro assunti di base = si "perdono" gli individui

Quinto assunto di base = si "perde" il gruppo

 

3. La meità: finalmente... un assunto di base gruppoanalitico!

 

Lo stimolo personale che mi ha spinto a scrivere questo articolo deriva da due fonti. La prima risiede nella lettura approfondita delle idee e intuizioni di Norbert Elias, che si colloca alle origini della teoria e della prassi gruppoanalitica; ho scritto, dibattuto e discusso su questi temi approfonditamente (Lavie, 2005a; Dalal, 2005; Lavie, 2005b; Hopper, 2006). Il secondo stimolo viene dalle intuizioni di Gordon Lawrence, Alastair Bain e Laurence Gould che ho illustrato in precedenza, in particolare da una conversazione personale che ho avuto con Gordon Lawrence nel corso di un seminario sul social dreaming tenutosi in Israele nel 2005. Gordon mi ha detto di essere stato allievo di Norbert Elias, negli anni Sessanta, presso il dipartimento di sociologia della Leicester University. Ha aggiunto che l'influenza delle idee e intuizioni di Elias sul suo pensiero è stata enorme, ricordando con una punta di nostalgia e di umorismo che Elias iniziava quasi ogni lezione dicendo: "La vita è come il football, imprevedibile e piena di sorprese; la vittoria dipende dall'interdipendenza, dall'apertura e dalla lealtà reciproca dei giocatori". Questa massima sintetizzava in poche parole tutta la teoria di Elias!

Se è così, la conversazione personale avuta con Gordon Lawrence, insieme alle mie letture interdisciplinari, mi hanno dato la rara opportunità di avanzare l'ipotesi che il quinto assunto di base è un fenomeno che può finalmente, dopo cinquant'anni di dispute, creare un collegamento stabile tra questa tradizione e la tradizione gruppoanalitica foulkesiana. In passato, per quanto ne sappia, negli scritti di gruppoanalisi non era mai stato riconosciuto il ruolo del concetto fondamentale di homo clausus (o, meglio, homo clausus habitus ) di Elias come principio di base nelle dinamiche di gruppo in generale, e come pietra miliare nella teoria e nella prassi gruppoanalitica.

Questo punto merita un'ulteriore specificazione. È noto che la psicoterapia gruppoanalitica trae la sua giustificazione clinica e funzionale dalle idee e dalle scoperte sulla natura sociale dell'uomo; l'argomento fondamentale è più o meno il seguente: se la condizione di base dell'uomo è sociale, dovremmo allora trattare i suoi disturbi in condizioni sociali, per esempio in gruppi. Ciò è certamente vero, ma manca qualcosa! Quest'affermazione è troppo generica e non sufficientemente precisa. Abbiamo bisogno di ulteriori argomentazioni, perché, se si parte da questa tesi generale, chi ci vieta di affrontare la natura sociale dei pazienti anche in una terapia individuale? Non sarebbe necessaria una specifica situazione di gruppo.

Pertanto, l'asserzione più specifica riguarda la tendenza dell'uomo contemporaneo a negare la sua natura sociale, a disconoscere la sua interdipendenza di base con gli altri esseri umani, a idealizzare eccessivamente la sua natura di individuo unico e separato a scapito della sua natura intrinsecamente comunicativa e relazionale. L'enfasi va posta sui meccanismi di diniego, disconoscimento e idealizzazione. Questa inconscia immagine di sé, del tutto radicata e pervasiva, dell' homo clausus andrebbe controbilanciata in una specifica situazione, per esempio in una situazione di gruppo, che contribuisca a modificarla e a sostituirla con un'altra immagine ed esperienza condivisa, quella di homini aperti (persone aperte agli altri che collaborano nel gruppo di lavoro e comunicano all'interno della matrice comune ).

 

4. L'"inconscio sociale" di Foulkes: un concetto gruppoanalitico che include la "meità" di Lawrence e l'"habitus" [2] e l'"homo clausus" di Elias

 

In un seminario tenutosi presso l'Hebrew University di Gerusalemme nel 1966, Foulkes illustrava la sua concezione di base sull' inconscio sociale , additando il diniego della natura sociale dell'uomo e il suo attaccamento ansioso alla propria individualità come uno degli elementi cardine della teoria della gruppoanalisi e della sua nozione di inconscio sociale .

 

Foulkes (1968) scrive:

 

Esiste una considerevole resistenza contro una tale prospettiva, secondo cui l'Io e il Super-Io, lo stesso nucleo della personalità, sarebbero condizionati dalla società, fino a quando non diventa reale e concreta nella nostra vita quotidiana e nel nostro lavoro! L'uomo contemporaneo si aggrappa ansiosamente alla propria individualità e identità, e del tutto erroneamente presume che queste siano minacciate da tali considerazioni, anziché rendersi conto che sono minacciate, al contrario, dal divario esistente, nella nostra cultura, tra il gruppo e gli individui che ne fanno parte . Questa trasmissione si compie di generazione in generazione e riflette un processo inconscio. L'individuo tende a rimanere inconsapevole di tutto ciò e si difende bene dal riconoscerlo. Ho chiamato questo fenomeno inconscio sociale . L'Io non può vedere se stesso, proprio come non possiamo vedere i nostri occhi, se non allo specchio".

 

Al riguardo, possiamo osservare:

 

1. Che Foulkes ha adottato i concetti di Elias di habitus e homo clausus / homines aperti , ridefinendoli in termini psicoanalitici.

2. Che, post factum , verrebbe da dire che Foulkes stesse anticipando il quinto assunto di base. Rileggiamo perciò insieme i testi di Foulkes e Lawrence, ponendoli a confronto, nel tentativo di cogliere le analogie esistenti e stabilire se vi siano le condizioni di un incontro tra le due tradizioni.

 

Foulkes (1968) scrive:

 

Esiste una considerevole resistenza contro una tale prospettiva, secondo cui l'Io e il Super-Io, lo stesso nucleo della personalità, sarebbero condizionati dalla società... L'uomo contemporaneo si aggrappa ansiosamente alla sua individualità e identità... L'individuo tende a rimanere inconsapevole di tutto ciò in prima persona e si difende bene dal riconoscerlo. Ho chiamato questo fenomeno inconscio sociale (corsivo mio).

 

Lawrence, Bain e Gould (1996) scrivono:

 

La meità è un assunto di base tacito e inconscio in cui il gruppo è chiamato a essere un non-gruppo, ovvero non è reale . La sola realtà da considerare è quella dell'individuo . In questa cultura dell'egoismo, gli individui sembrano interessarsi esclusivamente ai propri confini personali, che ritengono di dover proteggere da ogni incursione da parte degli altri (corsivo mio).

 

5. L'eredità di Elias come collegamento tra "individuo isolato" nella tradizione gruppoanalitica/foulkesiana e "meità" nella tradizione bioniana/tavistockiana

 

Lawrence, Bain e Gould (1996) scrivono:

 

L'abM (il quinto assunto di base) ha radici sociali e intellettuali, che hanno finito per giustificare questa particolare posizione psichica, in termini eliasiani l' habitus .

 

Possiamo notare qui che, in modo alquanto sorprendente, Gordon Lawrence e collaboratori riconducono, per la prima volta, un termine tipicamente psicosociale (vedi nota 2) all'interno del discorso bioniano/tavistockiano sulle dinamiche di gruppo. Il termine habitus è, detto in altre parole (in termini gruppoanalitici), l' inconscio sociale ancorato all' inconscio personale di ciascun individuo. Sono abbastanza convinto che Foulkes conoscesse la nozione di habitus , e tuttavia egli ha preferito ricorrere a un concetto più psicoanalitico e gruppoanalitico come quello di inconscio sociale .

Lawrence e coll. (1996) proseguono presentando le teorie e le intuizioni di Elias in modo assai preciso, come nessun testo sulla terapia di gruppo aveva mai fatto in passato:

 

Le radici intellettuali (della meità, J.L.) si trovano nella nostra esperienza diretta delle società contemporanee, come abbiamo tentato di indicare. Ci sono, tuttavia, ragioni più profonde che sono parte del tessuto emergente delle società del ventesimo secolo. A partire da Platone attraverso Cartesio, Leibniz, Locke, Hume, Kant, Husserl e Popper c'è stata una discussione continua e circolare intorno all'individuo e alla società; intorno all'individuo come soggetto di conoscenza e ai modi in cui quell'individuo conosce gli oggetti dell'ambiente esterno. Questo punto di vista solipsistico veicola l'immagine di un individuo che è dentro un contenitore chiuso dal quale guarda il mondo degli altri individui, ognuno con la propria mente, cercando di indovinare ciò che è contenuto nelle menti chiuse degli altri. Norbert Elias chiama questo concetto homo clausus . Elias rifiuta questo concetto di Io isolato , che egli chiama "l'io senza un noi" ( weless I's ) (Elias, 1987, p. 266) e, a partire dalla sua concettualizzazione, propone quello di homines aperti (persone aperte), legati insieme con varie modalità e in gradi diversi.

 

Foulkes e Anthony, nel loro monumentale classico L'approccio psicoanalitico alla psicoterapia di gruppo (1957, edizione rivista 1973), indagano le origini dei concetti di base della psicoterapia di gruppo, partendo proprio dalle radici culturali dell' individuo isolato :

 

In tempi recenti, fin dalla fine del Rinascimento, in una società che privilegia la proprietà individuale e la competizione, è nata l'idea della persona come individuo isolato. Egli si confronta con la società, il mondo, come se questi fossero qualcosa di esterno. La filosofia di Cartesio prende le mosse da questa premessa e la sua stretta giustapposizione soggetto-oggetto è ancora responsabile di numerosi pseudo-problemi del nostro tempo. Eppure, è davanti agli occhi di tutti che l'individuo è precondizionato nel profondo dalla società anche prima di nascere, e viene condizionato in maniera vitale dal gruppo in cui matura. Questo riguarda persino la sua eredità genetica, e ancor di più la sua psicologia, in quanto esse si sviluppano nell'interazione tra lui, gli oggetti e le persone. Le idee di chi scrive sulle relazioni profonde tra l'individuo e la società o il gruppo cui appartiene sono state stimolate dai suoi contatti con sociologi quali il rimpianto Franz Borkenau, e in particolare dal suo stretto scambio di idee, che dura da diversi anni, con Norbert Elias.

 

È davvero sorprendente registrare una tale convergenza tra i due testi, scritti da autori diversi, in periodi diversi e partendo da presupposti chiaramente diversi! Ritengo che questa similitudine sia dovuta all'influenza fondamentale che ha avuto su di essi la sociologia multidisciplinare di Elias, che integra fatti sociali, psicologici e storici.

Dobbiamo tenere a mente che Norbert Elias non si è limitato a esercitare un'influenza intellettuale su Foulkes e sull'establishment psicoanalitico e gruppoanalitico, ma è stato a tutti gli effetti membro fondatore della società gruppoanalitica, nel 1953, insieme a S.H. Foulkes. Nel corso della sua intera esistenza, Elias si è battuto contro la diffusa convinzione che gli individui posseggano un'innata conoscenza o innate categorie riguardanti percezione e linguaggio, e contro la credenza che sviluppino la loro individualità "dall'interno". Al contrario, egli sosteneva che, nel normale processo di maturazione, gli individui apprendessero ogni cosa dal loro contesto ambientale, determinato storicamente; e che, per esempio, l'individuazione si compiesse attraverso la socializzazione (Lavie, 2005).

Lawrence, Bain e Gould (1996) citano anche il biografo di Elias, Stephen Mennel, uno degli esponenti più autorevoli della sociologia eliasiana. Mennel (1992) scrive:

 

Elias, nel suo Il processo di civilizzazione (1987), analizza il rapporto tra i cambiamenti nella struttura delle relazioni umane nelle società e i cambiamenti concomitanti nella struttura della personalità, come parte del processo societario. L'immagine dell' homo clausus , tuttavia, è un'immagine persistente perché si accorda con l'esperienza di sé e risale ai tempi del Rinascimento. L'homo clausus dei filosofi è solo una manifestazione di questo modo di fare esperienza di sé: il contenitore sigillato nel quale noi percepiamo noi stessi è chiuso con le lastre di ferro dei sistemi civilizzati di autocontrollo forgiati in un processo di lungo termine.

 

6. Le intuizioni e le teorie di Elias: un fondamento intellettuale e concreto nell'evoluzione della psicoterapia di gruppo nel ventesimo secolo

 

Lawrence, Bain e Gould (1996) lavorano sull'" immagine eliasiana del contenitore sigillato che ingabbia la mente individuale, come tema che ha permeato la letteratura del ventesimo secolo " (corsivo mio). Walt Whitman, per esempio, glorifica questa immagine sotto forma di "principio di individualità". Lawrence e collaboratori affermano che il ventesimo secolo è stato il secolo della celebrazione dell'autorealizzazione personale, perché si è ritenuto che soltanto l'individuo potesse decidere il proprio destino, da solo, e che da questo isolamento dipendesse la sua angoscia esistenziale. Essi proseguono osservando che il teatro dell'assurdo esplora un aspetto di quest'angoscia, che si riflette nell'incapacità di comunicare.

Vorrei sviluppare ulteriormente queste considerazioni e confrontarle con la profonda influenza che hanno avuto su Foulkes i pionieri del teatro dell'assurdo: Anton Cechov e Luigi Pirandello. Foulkes ha scritto molto sul suo amore per il teatro, in particolare per gli autori del ventesimo secolo, che hanno affrontato i temi della solitudine dell'individuo nelle società contemporanee e della sua incapacità di comunicare. Foulkes ha adottato la modalità teatrale della comunicazione per associazioni che caratterizza il teatro dell'assurdo e le sue rappresentazioni, trasformandole da ostacoli a punti di forza (Lavie, 2004). La crescente capacità degli individui in gruppoanalisi di esprimere le loro angosce esistenziali e i sintomi psicopatologici che li isolano sempre più - dapprima secondo modalità associative assurde e non-comunicative e, col tempo, in modo sempre più coerente e funzionale alla comunicazione - è un elemento fondamentale della prassi e della cura gruppoanalitica.

Notiamo qui un altro significativo legame tra le due tradizioni, la bioniana/tavistockiana e la foulkesiana/gruppoanalitica. Nella tradizione bioniana cerchiamo di liberare le persone dalla morsa del quinto assunto di base, la meità, facendo in modo che agiscano in un gruppo di lavoro collaborativo, laddove nella tradizione gruppoanalitica tendiamo a favorire una matrice di comunicazione gruppoanalitica, che contribuisca a tirare fuori le persone dal loro isolamento esistenziale e dalla morsa dei loro sintomi che le rendono sempre più isolate. Per riassumere, possiamo affermare che entrambe le tradizioni si battono contro l'eccessiva enfasi sull'"Io" e sul Me/Mi, e contro l'esclusione del "Noi".

 

7. Sintesi e conclusioni: un nuovo sguardo sul genio di Foulkes e Bion e sulle vicende personali da cui è dipesa la loro eredità

 

Come ho sostenuto all'inizio di questo articolo, Bion e Foulkes hanno cercato di raggiungere lo stesso obiettivo, pur muovendo da direzioni diverse (per quanto complementari). Ritengo di dover mostrare in questo articolo come entrambi abbiano cercato di promuovere la partecipazione di singoli esseri umani in gruppi e lo sviluppo della loro unicità e della loro responsabilità personale, e nello stesso tempo lo sviluppo del loro senso di comunità e di responsabilità sociale.

Bion , da un lato, era attento alla potenza distruttiva dei gruppi e alle potenzialità costruttive dell'individualità . Egli si prefissò di palesare queste forze distruttive insite in gruppi, masse e società ("gruppi in assunto di base") e di favorire la nascita del gruppo di lavoro, che esplora e studia in modo comunicativo queste forze distruttive; un processo che dà luogo a gruppi formati da individui relazionali e creativi .

Foulkes , d'altro canto, era attento alla forze distruttive presenti negli individui e nelle potenzialità costruttive dei gruppi e delle collettività . Egli si prefissò di svelare le forze distruttive riconducibili all'iper-individualismo degli uomini (che si manifesta, di riflesso, in risposte psicopatologiche e nella posizione isolata assunta nel gruppo) e di favorire lo sviluppo della matrice di gruppo terapeutica, in cui i partecipanti esplorano e studiano la loro distruttività; un processo che dà luogo, anche in questo caso, a gruppi formati da individui relazionali e creativi .

Si afferma spesso, forse in modo superficiale, che Bion si sia interessato principalmente ai gruppi e che Foulkes si sia invece interessato soprattutto agli individui. Ciò non è esatto. Entrambi erano interessati ai gruppi così come agli individui. Anche se appartenevano alla stessa generazione - una generazione che poeti e storici hanno indicato come "generazione perduta" - i due erano di formazione diversa e avevano vissuto esperienze personali diverse. Questa compresenza di analogie e differenze ha generato un duplice livello di confronto tra Foulkes e Bion: a un livello superficiale, possiamo vederli in contrapposizione, ma a un livello più profondo possiamo notare una complementarità tra i due. [3]

Wilfred Bion è stato influenzato profondamente dagli effetti distruttivi delle masse sugli individui. Egli (1982, 1987) visse tali conseguenze da militare di combattimento in quell'ecatombe che fu la Prima guerra mondiale, soprattutto sul fronte della "Linea Maginot". Bion, come altri intellettuali appartenenti al mondo democratico occidentale, rimase sgomento di fronte alla potenza distruttiva dei gruppi, perciò li considerò essenzialmente come masse, tralasciando le loro potenzialità costruttive. Lawrence, Alastair e Gould (1996), scrivono al riguardo:

 

il principio intorno al quale la cultura e la letteratura moderniste si sono modellate è stato il principio dell'esclusione delle masse, la sconfitta del loro potere, la deprivazione della loro capacità di leggere e scrivere, la negazione della loro umanità. Ciò che questo sforzo intellettuale non seppe riconoscere fu che le masse non esistono. La massa, cioè, è una metafora per l'inconoscibile e l'invisibile. Non possiamo vedere le masse. Le folle possono essere viste, ma la massa è la folla nel suo aspetto metafisico - la somma di tutte le folle possibili - che può assumere forma concettuale solo come metafora. La metafora della massa ha una funzione di autoaffermazione dell'individuo perché trasforma le persone in un conglomerato. Nega loro quell'individualità che noi ascriviamo a noi stessi e alle persone che conosciamo.

 

Pertanto, in questo clima culturale, Bion si prefissava di smascherare le forze distruttive inconsce insite nei gruppi che negano l'individualità della persona.

S.H. Foulkes è stato profondamente influenzato dalle conseguenze distruttive del fascismo e del nazismo, che strappavano brutalmente le persone dalle loro comunità d'origine, e nel contempo negavano la loro individualità a vantaggio della figura del leader totalitario. Foulkes, da giovane, sperimentò la condizione di rifugiato politico, quando, nel 1933, fu costretto a fuggire dalla Germania nazista, e si sentì sradicato dalle sue radici e dalla sua comunità d'origine, in cerca di un nuovo Paese, di nuove radici e di una nuova identità personale. Fu in questi frangenti che Foulkes si propose di rivelare le potenzialità costruttive inconsce inerenti ai gruppi; forze che facilitano allo stesso tempo il senso di comunità e di individualità degli uomini. Pertanto, se facciamo coesistere il genio di Foulkes e quello di Bion, possiamo disporre di un approccio complementare all'essere umano, in quanto individuo e nella sua appartenenza a gruppi.

 

8. Uno sguardo al futuro: la nascita di un nuovo paradigma che prende il posto dei concetti reificati di "individuo" o di "gruppo" in quanto tali verso la nozione più realistica e lungimirante di "gruppi formati da individui relazionali"

 

In una delle mie recenti pubblicazioni (Lavie, 2005b), ho avanzato l'ipotesi che i progressi di Elias nel campo delle scienze sociali abbiano dato origine a un nuovo paradigma interdisciplinare, che affronta entrambi i termini dell'equazione: l 'individuo e il gruppo, intesi come concetti reificati. Nel tentativo di dimostrare l'esistenza di questo nuovo paradigma riporto la seguente citazione, tratta da un classico di Elias, Che cos'è la sociologia ? (1978):

Sfogliando i manuali di sociologia si possono notare numerosi termini tecnici che danno l'impressione di riferirsi a oggetti isolati e immobili; tuttavia, a un'analisi più attenta, essi fanno riferimento a persone che sono o sono state in continuo movimento e in continua relazione con gli altri. ... Lo stesso concetto di società presenta questo carattere di oggetto isolato, in stato inattivo. Analoghe considerazioni valgono per il concetto di individuo. Di conseguenza, ci sentiamo continuamente portati a fare distinzioni concettuali del tutto insensate, come quella tra "individuo" e "società", come se "l'individuo" e "la società" fossero due entità separate, al pari di tavoli e sedie, o pentole e padelle... A un altro livello di consapevolezza si può però intuire perfettamente che le società sono composte da individui, e che gli individui possono mostrare le qualità distintive umane - linguaggio, pensiero e amore - solo all'interno e per mezzo di relazioni con altre persone, ovvero all'interno di "società".

 

Leggendo questo passo esplicito e istruttivo, diventa subito chiaro perché le teorie e le scoperte interdisciplinari (psico-socio-storico-culturali) di Norbert Elias siano diventate l'anello mancante, l'elemento di intermediazione, tra la tradizione foulkesiana/gruppoanalitica e quella bioniana/tavistockiana.

Ci sono voluti quasi quarantacinque anni perché la tradizione bioniana/tavistockiana riconoscesse il ruolo fondamentale che Norbert Elias ebbe nel 1953, quando si unì a Foulkes e ad altri professionisti nella fondazione della Società gruppoanalitica. Negli ultimi dieci anni, autori di entrambe le tradizioni hanno sottolineato il contributo decisivo del pensiero di Elias alla psicoterapia di gruppo in generale e alla gruppoanalisi in particolare (Lawrence, Bain, Gould, 1996; Dalal, 1998, Pines, 2002; Stacey, 2003; Lavie, 2005).

Così, a conti fatti, possiamo considerare Norbert Elias e Gordon Lawrence come possibili figure di raccordo fra tradizione bioniana e foulkesiana. Possiamo inoltre ricavare da ciò un'importante lezione: che non importa da dove si parte, importa dove si cerca di arrivare. Bion e Foulkes hanno cercato di raggiungere lo stesso obiettivo pur muovendosi, nel loro lavoro, su terreni differenti. Perciò, che ci siamo formati e abbiamo iniziato a operare all'interno della tradizione bioniana o all'interno della tradizione foulkesiana, ci troviamo ora tutti sullo stesso piano: tutti noi cerchiamo di dare spazio al senso di comunità dell'essere umano ovvero alla sua peculiare individualità; in altri termini, vediamo gli esseri umani come individui relazionali, che formano gruppi durante la loro vita personale e nel corso delle generazioni.

Pertanto, in conclusione, vorrei invitare a cambiare il nostro modo convenzionale di pensare, e ad adottare un atteggiamento più realistico e lungimirante, che possiamo sintetizzare come segue:

 

Non esistono "individui isolati" in quanto tali

Non esistono "gruppi come totalità" in quanto tali

Esistono solo "gruppi formati da individui relazionali"


Note

Ab di Dipendenza, ab di Attacco-Fuga e ab di Accoppiamento (NdT).

Proporrei qui due definizioni di habitus : (1) L' habitus introdotto da Marcel Mause nel senso di "tecniche corporee" (techniques du corps) e in seguito elaborato da Norbert Elias negli anni Trenta. L' habitus talvolta può essere considerato in rapporto a quegli aspetti della cultura che sono ancorati al corpo ovvero agli usi quotidiani di individui, gruppi, società e nazioni , includendo la totalità di abitudini apprese, abilità corporee, stili, gusti e altre conoscenze non verbali che potrebbe essere "date per scontate" in un particolare gruppo. (2) Il concetto di habitus o abitudine si riferisce alla "disposizione duratura e generalizzata che pervade le azioni della persona in un intero contesto di vita o, in casi estremi, in tutta la sua vita - nel qual caso il termine indica più in generale l'indole, la disposizione e il temperamento della persona" (da Wikipedia).

Hinshelwood (1999) si pone una domanda provocatoria: "Quanto era foulkesiano Bion?". La mia tesi è Bion non fosse foulkesiano!... E che Foulkes non fosse bioniano! I due erano molto diversi, seppur in qualche modo complementari!

Sommario

In questo lavoro ho cercato di creare un ponte per superare la rottura fra la tradizione foulkesiana e quella bioniana rivedendo la vecchia disputa fra le due posizioni teoriche e cliniche.

L'ipotesi principale di questo articolo è che Bion e Foulkes hanno cercato di raggiungere lo stesso fine, anche se provenivano da direzioni diverse e complementari. La metafora che viene usata è quella di Bion e Foulkes come due minatori che scavano un tunnel sotto un fiume, partendo da sponde opposte. Bion e i suoi seguaci hanno provato a superare le patologie del gruppo che controllano quelle individuali abolendone la soggettività (gruppi in assunto di base), mentre Foulkes e i suoi seguaci hanno cercato di superare le patologie di individui privi di esistenza relazionale e comunitaria (‘uomo chiuso'; ‘noi è meno di Io.'). In ordine a questo tentativo di superare la separazione fra le due tradizioni ho sviluppato la concettualizzazione di ‘Meità' proposta da Gordon Lawrence (1996), il quinto assunto di base nell'ambito della tradizione bioniana/tavistockiana, che concerne la condizione psichica degli individui all'interno del gruppo, e la teoria socio-psicologica di Norbert Elias (1939) dell'Homo clausus' (‘uomo chiuso'), assunto di base fondamentale nella gruppo-analisi foulkesiana che riguarda la condizione socio-psicologica degli individui (e pazienti) nelle società moderne.

Parole chiave: Homo-clausus; Meità; individui isolati; individui relazionali; gruppo di lavoro; Matrice-comune.

Bibliografia

Bion W. R. (1982) "La lunga attesa". In Autobiografia 1897-1919. Astrolabio-Ubaldini, Roma 1986 .

Dalal F. (1998) Taking the Group Seriously. Jessica Kingsley Publishers, Londra.

Dalal F. (2005) 'Response to Article by Joshua Lavie'. In Group Analysis 38(4): [536-557].

Elias N. ([1939] 2000) Il processo di civilizzazione. Il Mulino, Bologna, 1988

Elias N. (1978) What Is Sociology? Blackwell. Oxford.

Elias N. ([1987] 1991) La società degli individui . Il Mulino, Bologna 1990.

Foulkes S. H. and Anthony, E. J. ([1957] 1975 ) L'approccio psicoanalitico alla psicoterapia di gruppo. Edizioni Universitarie Romane. 1998

Foulkes, S. H. ([1968] 2003) 'New Psychoanalytic Contributions to Interpersonal Dynamics:Theoretical Considerations and Applications. In Therapeutic Group Analysis: First Publication', Mikbatz: The Israeli Journal of Group Psychotherapy 8(1): [79-88].

Hinshelwood R. D. (1999) 'How Foulksian was Bion?'. In Group Analysis 32(4): [469-488].

Hopper E. (2006) 'The Relational Perspective in Psychoanalysis and Group Analysis: A Comment on the Exchange between Dalal and Lavie concerning 'The Lost Roots of the Theory of Group Analysis: "Taking Interrelational Individuals Seriously"! by Joshua Lavie ( Group Analysis, December 2005)'. In Group Analysis 39(3): [421-431].

Lavie J. (2004) 'The Spontaneous Discourse and the Naked Truth in the plays of Chechov. In Memory of Elizabeth Foulkes' Mikbatz: The Israeli Journal of Group Psychotherapy 9(2): [107-109.]

Lavie J. (2005a) The Lost Roots of the Theory of Group Analysis: "Taking Interrelational Individuals Seriously"!' In Group analysis 38(4): [519-535].

Lavie J. (2005b) 'Reply to Farhad Dalal's Response'. In Group analysis 38(4): [546-556].

Lawrence W. G., Bain A. and Gould, L. (1996) 'The Fifth Basic Assumption'. In Free Associations 6(1): [28-55].

Mennell S. (1992) Norbert Elias: An Introduction. Blackwell, Oxford.

Pines M. (2002) 'The Coherency of Group Analysis'. In Group analysis 35(1): [13-26].

Stacey R. D. (2003) Complexity and Group Processes: A radically social understanding of Individuals. Brunner-Routledge, Hove and New York .

 

 

Joshua Lavie, M .A. è Senior Clinical Psychologist e dirige il 'Forum Institute for Psychotherapy' - www.psyforum.org - a Tel-Aviv, Israele. È membro fondatore del Israeli Institute of Group analysis, dove insegna. Lavora in setting individuale, con i gruppi analitici, con gruppi per le patologie alimentari.

 

36 David Remez st., Tel-Aviv, Israel, 62192.

E-mails: laviej@netvision.net.il ; psyforum@netvision.net.il

Traduzione dall'inglese di Diego Sarracino

. 

Funzione Gamma copyright © 2005 -Designed by Walter Iacobelli