La malattia e il gruppo


Disturbi che si curano reciprocamente nel gruppo - una prospettiva di patologia relazionale
Robi Friedman



 

“Non diversamente da quanto è accaduto nell’ambito individuale, in psicoanalisi anche in questa sfera multipersonale, sovraindividuale, lo studio della patologia si è dimostrato estremamente fertile, aprendo la via alla conoscenza di forze dinamiche inconsce che rimangono altrimenti gelosamente nascoste. Non è pertanto un fatto accidentale che le osservazioni e le scoperte compiute nei gruppi terapeutici rivestano un’importanza particolare. L’analisi di gruppo, così concepita, dovrebbe arrecare un valido contributo a una concezione psicopatologica autenticamente sociale e transpersonale e all’antropologia transculturale” (Foulkes 1964, pp. 13-14 tr. it.).
“Il rendersi conto che la dinamica psichica non è solo un fenomeno interpersonale ma anche transpersonale, è un elemento fondamentale per accostarsi alla psicologia di gruppo: si tratta di un’impostazione radicalmente nuova, che si può afferrare nel migliore dei modi sottoponendosi appunto a una terapia di gruppo” (Foulkes 1964, p. 22 tr. it.).

“In un gruppo di questo tipo si possono incontrare reazioni umane di tutti i generi, normali o anormali, fisiche o psichiche, e qualsiasi forma di psiconevrosi, psicopatia, psicosi e disturbo psicosomatico. Finora tutti questi disturbi sono stati ampiamente studiati dal punto di vista della loro dinamica endopsichica: in questa sede essi possono essere considerati come i diversi aspetti di una rete multipersonale di rapporti da cui dipende in definitiva la malattia del singolo individuo […] Vi è motivo di credere che anche reazioni isolate, come per esempio i sintomi, abbiano un aspetto interpersonale, ed è quindi probabile che l’esperienza ottenuta in questi gruppi serva a chiarire meglio la dinamica psicopatologica individuale” (Foulkes 1964, pp. 79-80 tr. it.).

Introduzione
“In sostanza la corretta applicazione dei concetti di gruppo comporta l’inserimento dell’individuo nella situazione dinamica particolare che abbiamo creato, che agisce al tempo stesso mediante lui e su di lui” (Foulkes 1964, p. 173 tr. it.).
La gruppoanalisi consiste nella trasformazione della sofferenza attraverso un lavoro comprendente sia i vissuti intrapsichici sia gli atteggiamenti interpersonali. Una delle caratteristiche proprie dell’approccio gruppoanalitico sembra corrispondere al pensare in termini di pattern relazionali piuttosto che esclusivamente in termini di dinamiche intrapsichiche. Questo approccio interpersonale sembra essere poco sviluppato soprattutto quando si tratta di specificare distinti criteri di indicazioni terapeutiche per i pazienti al fine di creare un ambiente di cura ottimale . Ai fini di un uso ottimale di una terapia gruppoanalitica e dei relativi vantaggi, a me sembra dannosa sia la mancanza di valide indicazioni che quella dello sviluppo di prospettive relazionali. Senza di esse, lasciando al caso i criteri di inclusione nel gruppo e lasciando al regno dell’esperienza preconscia i benefici terapeutici, il pieno potenziale del gruppo può rimanere inesplorato. Entrambe le difficoltà possono includere gli aspetti di controtransfert dei terapeuti, per es. la sicurezza di sé, l’abilità intuitiva di usare aspetti interpersonali per la salute e la crescita.
Partecipare ad un’analisi di gruppo significa per me “pensare i pensieri”. I pazienti insieme al Terapeuta creano uno spazio che rende le abilità di contenimento nuovamente disponibili. Essi stabiliscono una partnership elaborativa nella quale difficoltà di genere diverse possono successivamente essere elaborate e reciprocamente contenute. Mentre avviene il lavoro di elaborazione il terapeuta (nota 1) può spostarsi da un polo strutturato, che possiederà certe linee guida, ad un polo non strutturato che Foulkes ha descritto come “fiducia nel gruppo” e Bion (1970) ha descritto come “la capacità di dimenticare, l’abilità di non avere memoria e desiderio”. La struttura istruisce su dove guardare mentre la non-struttura facilita i processi emozionali al margine della coscienza. Malgrado la semplificazione, credo che sia la crescente integrazione degli aspetti strutturati e non strutturati che ci aiuta a migliorarci come terapeuti. Questo articolo presenta riflessioni circa le istruzioni che un terapeuta di gruppo segue nel pensare alla patologia e traducendola in interventi di gruppo.
“Il termine ‘relazionale’ presuppone che la diade, il gruppo più piccolo, è indivisibile – che non possiamo più parlare del paziente o del terapeuta come isolato. Allo stesso modo, non possiamo parlare del leader del gruppo come se fosse separato dal suo gruppo (Grotstein 2003). Per me questo significa che tutti coloro che si trovano in contatto diretto parteciperanno all’“azione” e saranno coinvolti (inconsciamente e consciamente) in un processo di influenza reciproca. Può anche voler dire che una “caratteristica [interpersonale] come una presupposizione verrà co-creata, mantenuta ed elaborata inter –soggettivamente attraverso gli oggetti di collegamento” (Billow 2003). Per me il termine “relazionale” è più in linea con il rapporto contenitore – contenuto di Bion (1959, 1962) e con la nozione di Winnicott (1960) che dice che non c’è “nessun bambino senza sua madre” rispetto ad aspetti rivelatori del terapeuta relativi ad un approccio intersoggettivo alla terapia. Questo non significa necessariamente per il terapeuta condividere il suo contro- transfert con i pazienti o adottare una posizione terapeutica non neutra o non- astinente.
I terapeuti di gruppo trattano sia gli aspetti positivi che quelli problematici legati all’eredità psicoanalitica dell’Analisi di Gruppo. Foulkes ed i suoi seguaci si sono impegnati molto nella traduzione e transizione dall’Individuo, la Terapia duale che si accentra su una visione Intrapsichica, al multi personale, allo spazio intersoggettivo della gruppo analisi. Attraverso l’inclusione di un approccio ai Disturbi Relazionali, può essere promossa (nota 2) una nuova visione della patologia e possibilmente un ulteriore sviluppo dell’approccio gruppoanalitico che tratti sia il personale che l’interpersonale.
Quanto è “Relazionale” la Gruppoanalisi?
Un’importante conquista per il terapeuta di gruppo neofita è essere consapevole dei pattern relazionali e gestirli durante la terapia invece di concentrarsi solo sull’individuo. Sebbene in teoria sia accettato che il compito del conduttore in Gruppoanalisi consista soltanto nell’affrontare i rapporti nella Matrice, le nostre spontanee reazioni nella terapia di gruppo sono rivolte ai problemi dell’individuo. Noi trattiamo gli individui come se fossero sistemi chiusi. Invece di considerare l’intera rete di comunicazione, come Risonanza, Rispecchiamento, Amplificazione e Condensazione, i terapeuti “regrediscono” trattando soltanto l’individuo. C’è molto da dire a favore della gestione dell’individuo e degli sforzi di capire e mutare la sua patologia personale. Per esempio, se una persona è eccessivamente coinvolta in attività conflittuali, può essere necessaria l’interpretazione della sua violenza personale o dell’invidia. Ma l’esperienza di molti terapeuti è che spesso le interpretazioni personali rimangano infruttuose, solitamente per una buona ragione: i mutamenti personali abitualmente “si arrendono” prima che vengano riattivati all’interno e all’esterno del gruppo potenti influenze di pattern interpersonali. Questi pattern interpersonali possono essere dati universalmente: sociali o culturali, o possono essersi prevalentemente auto-prodotti come risultato dei processi di identificazione proiettiva (Rafaelsen 1996; Nitsun 1996). Allo stesso modo il concetto di Freud (1912) del transfert come processo relazionale primario è fondamentale per la comprensione della interazione umana trasformativa. La gruppoanalisi ha sviluppato maggiormente le linee guida pratiche fondamentali piuttosto che la promozione della prospettiva interpersonale del terapeuta e potrebbe essere considerata in maniera sempre più relazionale. Nel modo foulkesiano fondamentale di considerare il gruppo come matrice di influenza intersoggettiva, le reazioni di rispecchiamento sono “aspetti del sé riflesso dai membri del gruppo attraverso l’immagine e il comportamento, permettendo l’identificazione e i meccanismi proiettivi, consentendo all’individuo di diventare consapevole di questi elementi finora inconsci” (Kreeger 1991). La Risonanza è “il fenomeno di intensificazione o amplificazione di un tema o conflitto particolare all’interno del gruppo, che è il risultato di una comunicazione in gran parte inconscia fra i suoi membri”. Con il termine “scambio” Foulkes (1948, 1964) ha descritto la condivisione a diversi livelli di profondità, da parte dei membri del gruppo, incluse le problematiche emotivamente più sensibili concernenti il rapporto col sé e con l’ altro. Questo ha contribuito alle “funzioni sostenitrici e socializzanti del gruppo” (Nitsun 1996). La concezione basilare Foulkesiana dell’efficacia terapeutica della gruppoanalisi può essere riassunta nella seguente citazione : “L’effetto terapeutico è intenso, notevole e immediato. Tutto sommato possiamo considerare il gruppo come lo strumento terapeutico più valido a nostra disposizione” (Foulkes 1964, pp. 83-84 tr. it.). Una presenza troppo vicina di altri individui (nota 3) avrà una forte influenza inconscia sull’individuo. “La situazione del gruppo sottolinea l’interazione interna, trasgredisce i limiti dell’individuo, di quello che è di solito considerato interiore, intrapsichico, e mostra che è condiviso da tutti” (Foulkes 1973).
Le reazioni dovute alla Risonanza, al Rispecchiamento ed allo Scambio sono indubbiamente eventi relazionali che promuovono una reciproca elaborazione delle emozioni. Un processo che può essere definito anche come il rapporto (alternativamente) fra contenitore e contenuto (Bion 1959, 1962, 1970). Inizialmente contenimento significa avere la capacità di accettare, di identificarsi con la proiezione, poi di elaborare e trasformare emozioni difficili da metabolizzare in entità operazionali e comunicative che retroagiscono in diversi modi (Ogden 1987; Grotstein 2002).
La Risonanza ed il Rispecchiamento sono processi diretti ed indiretti di contenimento di difficili emozioni. Lo scambio implica alcune fasi digestive. I gruppi analitici, concepiti con confini psichici permeabili, sono relazionali in senso interpersonale ed intersoggettivo-contenitore-contenuto. Questi concetti differenziati possono promuovere un miglior uso delle reazioni di controtransfert, degli aspetti di identificazione proiettiva e perfezionare nel gruppo le funzioni elaborative interpersonali. Così diverrebbe importante sviluppare l’abilità del conduttore di rilevare: chi sta contenendo ed elaborando qualche difficile emozione e per chi ? Chi è immerso nei processi relazionali? Tutto questo può rappresentare una parte cruciale del nostro approccio multi-sfaccettato, segnalanteci che se la nostra attenzione è diretta alle relazioni, possiamo essere in grado di operare con un procedimento che non potremmo rilevare se ci focalizzassimo sulla dinamica individuale. Spostare l’attenzione dall’individuo al gruppo e viceversa può essere soltanto il primo passo di questo processo.
L’attrazione per l’individualità
Sembra che vi siano alcune sufficienti ragioni perché l’interesse sia rivolto sulla patologia individuale. L’individuo è spesso l’entità più facilmente visibile nel gruppo, mentre il gruppo invisibile, i sub – gruppi e i rapporti complicati ed inconsci sono più difficili da discernere. La nostra istruzione conservatrice all’Università ci insegna e trasmette la nosologia individuale. I conduttori dei gruppi, essendo solitamente anche terapeuti individuali, in situazioni stressanti ritengono che siano più facili da individuare le dinamiche intrapersonali consuete (consciamente ed inconsciamente). Dopo tutto, siamo stati abituati ai trattamenti individuali da parte dei medici già dalla nostra infanzia e non incolpiamo di certo gli altri o noi stessi per le nostre sofferenze. Infine è stato Foulkes (1975) ad attrarre la nostra attenzione sulle ragioni che si celano dietro ad una Nosologia centrata sull’individuo, che nasconde il desiderio inconscio (socialmente radicato) di evitare la responsabilità per la patologia degli altri. Cosa accadrebbe se fossimo colpevoli del destino degli outsider sociali, dei capri espiatori, degli insufficienti mentali o delle vittime delle esigenze della società? Riflettere su quanto tempo ci è voluto per accettare l’esistenza del transfert, e quindi per intenderlo come un rapporto intersoggettivo, enfatizza l’importanza di uno sviluppo ulteriore di una prospettiva relazionale reciproca. La gruppoanalisi certamente ha tentato di promuovere questa visione dall’inizio, sia per la terapia così come per l’inquadramento diagnostico. Foulkes (1975, p. 81 tr. it.) pensava che bisognasse trattare i “disturbi nevrotici, come disturbi multipersonali” e continuava (p. 82 tr. it.): “Non è di grande aiuto parlare degli individui in termini di etichette diagnostiche convenzionali e rispondere in questi termini alla questione dell’indicazione e della controindicazione”.

La Patologia ed il Sociale:caratteristiche interpersonali dei disturbi
Adesso vengono presentati alcuni tentativi per descrivere gli aspetti interpersonali dei rapporti di disturbi della personalità con gli altri.
a. Le categorie di Bion del meccanismo contenitore/contenuto
Il sottile tentativo di Bion di categorizzare il modello contenitore/contenuto (Bion 1970) offre una prima prospettiva della psicopatologia che include la qualità del contenimento ed i suoi esiti. L’autore pensava che il rapporto fra contenitore e contenuto poteva essere sano (commensale), regressivo (simbiotico) o perfino distruttivo (parassitario). Billow (2003, 2004) ha riformulato le tre categorie del contenimento di Bion e le ha tradotte in “simbolico”, “legame simbiotico” ed “antilegame”. Commensale è il rapporto con “una brava madre”, una partnership reciproca intersoggettiva del contenimento influenzata da un rapporto abbastanza buono nel quale è raggiunta un’attività simbolica. In un legame “simbiotico”, la relazione contenitore/contenuto è incline ad un legame più regressivo. Una relazione antilegame con un “parassita” distruttivo è una relazione inconscia con un terrorista letale. Aspetti in sviluppo aggiungono un’ulteriore complessità alla prospettiva relazionale. “Il problema psicoanalitico è il problema dello sviluppo e dell’armoniosa risoluzione nel rapporto fra il contenitore e il contenuto ripetuto nell’individuo, nella coppia ed infine nel gruppo (interno ed extra fisico)” (Bion 1970). Mi sembra che piuttosto di una ripetizione vi sia in ogni contesto interpersonale un’unica qualità di crescita da raggiungere. Gli individui attraversano diversi ambienti relazionali transizionali che promuovono le qualità specifiche di maturità personale e sociale: la diade primaria, la coppia, il triangolo, il piccolo gruppo e il grande gruppo. Piper e McCallum (1998) studiando lo sviluppo del rapporto contenitore/contenuto hanno formulato cinque gradi di “qualità della relazione oggettuale”. Queste qualità possono essere considerate come gradi (non esaustivi) della maturità sociale raggiunta. Questa maturità può anche essere dipendente dalla situazione: se sotto stress anche le persone “evolute” regrediscono (apparentemente o latentemente) in fantasie e rapporti diadici. In seguito, quando le crisi acute vengono superate, possono essere instaurate relazioni più evolute. “Può facilmente accadere che un membro singolo di una famiglia si viene a trovare a causa di altri o per un consenso generale, in una situazione particolare, per esempio quella di cattivo “oggetto” o capro espiatorio. Più tardi nella vita, in nuovi scenari, questa persona porterà ormai quel particolare marchio e troverà arduo ripartire e liberarsi della particolare prospettiva dalla quale era stata costretto a vedere il mondo, il suo mondo […]” (Foulkes (1975a). Molti dei vantaggi nascosti e le dinamiche della terapia individuale sono basati su questi aspetti critici iniziali, che debbono essere inclusi nella considerazione dell’indicazione (nota 4) e della selezione per la terapia di gruppo. Una prospettiva diversa è data dalla teoria dell’attaccamento che esamina la connessione tra il tipo di attaccamento e il comportamento: il tipo sicuro è a suo agio nell’intimità e nell’autonomia. Il tipo preoccupato è angosciato nelle relazioni. Il tipo distanziante rifugge l’intimità e si comporta in modo controdipendente e il tipo pauroso evita l’intimità sociale (Brenna et al. 1998).
Disturbi relazionali – Categorie
Cosa è l’essenza della patologia? Vi è un singolo elemento di malattia, es. la reazione individuale ai processi di separazione (Mann 1991 (nota 5)) Esiste una relazione oggettuale sociale, interpersonale o interna? Cercherò di presentare un punto di vista interpersonale integrandolo con altre prospettive. Considero le descrizioni di Agazarian (1994) dei Ruoli di Contenimento un buon punto di partenza per una categorizzazione dei Disturbi Relazionali. La Agazarian descrive un membro del gruppo che si assume il compito di essere il contenitore delle difficoltà emotive del gruppo in ogni fase di sviluppo di quest’ultimo. Ho sostenuto altrove (Friedman 2002, 2004) che il contenimento interpersonale sembra essere parte integrante di uno sviluppo sano e patologico. Per me sognare rappresenta elaborare attraverso una fase iniziale di contenimento autonomo e potrebbe ricevere un contenimento complementare in un secondo momento di sviluppo interpersonale da un contenitore esterno. Il concetto di Ruoli Contenitivi viene ampliato qui per fissare pattern interpersonali che sembrano essere il risultato di un cattivo contenimento (nota 6) nell’interazione intersoggettiva, reciproca conscia ed inconscia. Il grado del cattivo contenimento[3] del rapporto può essere ulteriormente descritto dalla qualità del contenimento di Bion. L’enfasi sta nel fatto che sono Disturbi Relazionali; nuove categorie di Patologia che possono aiutarci a lavorare meglio nella gruppoanalisi (note 7, 8).
1. DISTURBO DA INSUFFICIENZA RELAZIONALE. Un rapporto stabilito e mantenuto in presenza di altri in un’atmosfera predominante di malattia e sofferenza compulsiva di un membro o sottogruppo. Al centro di questa relazione oggettuale vi sono le interazioni fra un potente (sotto) gruppo con un sottogruppo o un individuo depotenziato. Nella comunicazione reciproca implicita ed esplicita la debolezza ed il potere, la malattia e la salute possono poi essere mal utilizzate come criteri interpersonali di inclusione. Le difficoltà relative all’insufficienza del contenimento e alla loro integrazione in esistenti pattern relazionali causano una scissione e una proiezione che indebolisce e rafforza l’identificazione con gli altri, creando così una scissione e relazioni con un oggetto parziale. L’inconscio responsabile della sofferenza ha un ruolo decisivo in questo disturbo, rafforza continuamente le relazioni basate sull’insufficienza supportiva invece di stimolare le competenze. Una patologia simile era di solito definita “il Paziente designato” (Minuchin 1974) adoperata nel contesto dei meccanismi proiettivi ed identificativi nelle relazioni familiari. L’incapacità delle comunità a contenere correttamente le carenze, il dolore intenso e la debolezza può causare disturbi relazionali attraverso la stabilizzazione di due spazi umani in relazione: uno che non può sentire la Sicurezza se c’è debolezza, un altro che impara a non sentirsi al Sicuro se non esibisce le carenze.
2. DISTURBO DA RIFIUTO RELAZIONALE
Questa malattia condivisa è causata dal fallimento dell’ambiente a contenere la violenza. Crea alti gradi di rifiuto assieme ad un capro espiatorio che deve essere vittimizzato. Questo disturbo relazionale include una fissazione a relazioni patologiche che si basano su forti ostilità consce ed inconsce. Queste ostilità sono troppo difficili da contenere e sono agite da membri della società deboli, bisognosi e deviati. L’odio spostato, il rifiuto violento e l’espulsione creano un’atmosfera nella comunità che può culminare nell’esclusione dei soggetti afflitti. Un illusionario Spazio Sicuro di gruppo può essere conquistato negando ai Rifiutati uno spazio sicuro (Kotani 2004; Friedman 2004) proprio. La colpa conscia ed inconscia invece di moderare la relazione ha una parte distruttiva e rifiutante.
3. DISTURBO RELAZIONALE ALTRUISTICO
Una società che ha bisogno del sacrificio spingerà su coloro che non riescono a contenere la separazione dall’eroismo altruista o l’auto-distruzione. Per esercitarsi, la pressione sociale assieme alla volontà dell’individuo possono causare alla fine del processo grandi sofferenze sia all’individuo che a parti della comunità. L’uso del potere e dell’istruzione per promuovere l’altruismo in alcuni e l’abuso egoistico in altri colludono col fallimento, sociale ed individuale, di contenere la separazione e i processi d’autonomia. Se il Sé individuale non possiede il suo Spazio Sicuro nel quale svilupparsi il risultato può essere sia il martirio fisico che psichico dell’individuo. La società si metterà in pericolo attraverso pattern nocivi incluse le tendenze alla over-dipendenza ed all’uso eccessivo della violenza per forzare i devoti.

4. DISTURBO DA ESCLUSIONE RELAZIONALE
Più una comunità interagisce con il fallimento sociale e la delusione attraverso la scissione, la proiezione e l’evacuazione più essa creerà ed escluderà outsider. L’insuccesso nel contenere la devianza causerà gap emotivi e lontananza fisica fra i membri che stanno al centro della società e gli individui sociali marginali. La comunità può determinare l’isolamento usando i meccanismi di marginalità inconscia, creando l’alienazione e la solitudine. In questa patologia relazionale ci sono i membri centrali con uno Spazio Sicuro (spesso una potente maggioranza) che stabiliscono un rapporto d’esclusione con gli outsider. Il rapporto reciproco fra gli esclusori ed i socialmente deboli si manterrà con l’influenza dei processi intersoggettivi che fissano il mal contenimento dell’inclusione. Questo porta all’improduttività sociale, alla sofferenza ed alla attivazione di potenti componenti passivo – aggressivi.
Dalla diagnosi personale all’interpretazione delle relazioni
L’azione terapeutica analitica mette in evidenza lo sviluppo delle forme mature di unione reciproca. Dall’unione autistica a quella simbiotica fino ad una unione più complessa, tutti partecipano alla ripetizione compulsiva di pattern relazionali originari stabiliti, che corrispondono al livello individuale di sviluppo. Il gruppo analitico può fornire abbastanza spazio per un incontro trasformativo, consentendo la crescita verso una relazione (nota 9) più matura. Dal punto di vista dell’intersezione fra sviluppo personale, (cattivo) contenimento interpersonale causanti la violenza sociale e i meccanismi di scissione, i primi due disturbi relazionali descritti possono essere considerati come patologie più regressive, gli ultimi due disturbi come più maturi. La partecipazione dell’individuo al gruppo analitico può avvenire attraverso un processo di sviluppo: dal fatto di essere un membro debole e bisognoso della comunità a forme più avanzate di unione. Un soggetto affetto da Disturbo Relazionale da Rifiuto può crescere se si collega con la compulsione del riattivare il rifiuto e si sposta verso il divenire “soltanto” un membro escluso e marginale della società. L’esclusione è considerata qui più benefica del Rifiuto, e malgrado le difficoltà della marginalizzazione, essere bandito dalla comunità ha una valenza sociale terribile. Sullo stesso piano sentirsi cronicamente debole e malato è peggio di essere un membro in qualche modo passivo della società che si collega al potere principalmente attraverso la proiezione di essa sui suoi eroi. Un secondo aspetto della prospettiva relazionale è il contributo all’organizzazione della “mente” del terapeuta mentre lavora nel setting del gruppo analitico. Le categorie relazionali possono essere usate per indirizzare la cura e la crescita sui processi interpersonali. Come è stato descritto prima gli interventi che accompagnano l’interazione come la risonanza, il rispecchiamento e lo scambio sono tuttora un’ottima istruzione per l’analista di gruppo che li sviluppa per ottenere un cambiamento. L’analista interpreta la partecipazione di tutte le parti (del gruppo) mentre promuove la comprensione dei meccanismi interpersonali reciproci. Focalizzarsi sulla patologia interpersonale può fornire una comprensione complementare degli aspetti relazionali. Così operare con gli individui sarà accompagnato dal riferirsi alla comunicazione intersoggettiva che contribuisce al processo relazionale di patologizzazione o guarigione. Avvicinarsi alla terapia attraverso un focus sulle relazioni per i partecipanti ad un gruppo significherà allora condividere sempre di più quello che loro sentono nelle interazioni rendendo possibile lo sviluppo di un contenimento più maturo delle varie proiezioni.
Esempi
Quattro esempi cercheranno di applicare la comprensione della patologia interpersonale al processo terapeutico. I primi tre danno soltanto un piccolo assaggio dei disturbi relazionali, il quarto è un resoconto più dettagliato di un processo analitico di gruppo. Rivolgersi ai pattern intersoggettivi, né necessariamente al gruppo come - un tutto, né in prospettiva strettamente personalistica, può qualche volta essere un tentativo complesso. Come primo esempio del Disturbo da Insufficienza Relazionale descriverò un gruppo che “consente” ad un partecipante specifico di presentarsi invariabilmente come un essere inferiore e bisognoso. La complessiva reazione positiva del gruppo alla sua manifestazione ossessiva di debolezza e carenza sembra rinforzare la fissazione su un pattern di patologia relazionale. La collaborazione del gruppo con la continua invasione e dominio del suo spazio da parte dei sentimenti della partecipante per la depressiva mancanza dei valori promuove la sua debolezza invece di darle sicurezza per il suo valore. Sembra che la partecipante attragga perfino più proiezioni sui sentimenti scissi di insufficienza sul membro che vuole identificarsi con la debolezza. Affinché il gruppo capisse il processo del trovare sicurezza dalla debolezza è stata essenziale la condivisione delle loro difficoltà. Sembra che la maggioranza dei partecipanti del gruppo potevano raggiungere una certa comprensione del fatto che ponevano la loro debolezza in qualcuno che la accettasse poiché la partecipante (con disturbo da insufficienza relazionale) di solito si sente sicura soltanto se (lei/lui) si sente debole. L’approccio terapeutico relazionale in questo esempio tenta di sfidare, in molti modi, il mutuo accordo inconscio che indica un particolare partecipante come carente mentre gli altri vengono considerati sani. Quello che funzionava era l’interpretazione del gruppo come un tutto, i sottogruppi e gli individui in generale disconoscono la loro terrifica debolezza, mentre allo stesso tempo si rivolgono alla motivazione dell’individuo deviato al costante giocare il ruolo di paziente.
Un esempio del secondo tipo di disturbo relazionale può essere visto in un gruppo in cui un sottogruppo abbastanza numeroso “decideva” che una particolare partecipante stava soltanto falsificando le sue emozioni. Questo suscitò forti tensioni nel gruppo così come la tendenza a scaricarle in modi violenti. I partecipanti avevano difficoltà nel contenere la loro motivazione per espellere ed escludere il “falso”. Sembrava come se lo Spazio Sicuro per un’autentica azione e un’interazione veritiera potesse essere stabilito soltanto attraverso l’acting-out su un capro espiatorio. Questa aggressione precedentemente diretta verso i leader emotivi del gruppo sembrava essere stata parzialmente sostata su un capro espiatorio. Piuttosto che interpretare le motivazioni individuali latenti e distruttive sembrava maggiormente efficiente uno sforzo terapeutico relazionale che interpretasse lo scopo difensivo e di spostamento di tutti i partecipanti assieme alle interazioni derivate ed aggressive che seguivano. Lavorare sulle tendenze violente del gruppo con gli individui nei sottogruppi e la loro difficoltà a contenere la tensione e l’angoscia e l’aggressione conseguente continuò con l’esplorazione del contributo del capro espiatorio al rifiuto del gruppo. In questo esempio, il rifiutato era soprattutto insensibile alle norme del gruppo di comportamento e di aspettativa. Il paziente cominciò con il monopolizzare l’esigenza e la richiesta sia da parte del conduttore che dei partecipanti, divenendo così una figura odiata nel gruppo.
Una “prostituta” altruista esemplifica il terzo disturbo relazionale. T. era una bella donna (nota 10) di più di quaranta anni, alla prima impressione sembrava molto sicura di sé. Tuttavia appariva depressa e se le si chiedeva cosa volesse dalla vita lei avrebbe negato qualsiasi ambizione personale. Il suo unico desiderio era partire, girare il mondo senza responsabilità ed era in completo contrasto con la sua vita attuale, che era piena di quello che sembrava fosse l’identificazione con i suoi molti vincoli. Due dei suoi figli ed altre attività necessitavano sempre di lei. Il marito la definiva “una donatrice”. Soltanto dopo un anno di scambi simili con gli altri membri del gruppo lei iniziò a comprendere la sua mancanza di scelta nel suo pattern di “donare”. Il suo iper-sviluppato detector (segnalatore) per i bisogni che si sviluppavano intorno a lei corrispondeva ad una compulsione a reagire tempestivamente rispetto a qualsiasi insoddisfazione o depressione registrata. Tutto il suo ambiente naturale – figli, amici, e vicini avrebbero accettato come processo più naturale la sua assistenza senza sentirne un gran rimorso. Sembra che un tale genere di rapporto fosse stato stabilito già nell’infanzia – dove ella collaborava nella sua famiglia scissa, nell’assumersi la responsabilità per una sorella malata di mente, al posto della madre che non era disponibile. Nel qui ed ora del gruppo aiutava chiunque ne avesse bisogno e per più di un anno trovava difficile rivolgersi alle sue stesse difficoltà. Se le si chiedeva se avesse un problema aveva il talento di ritornare immediatamente ai problemi degli altri. Ciò veniva fatto apparentemente con il più grande piacere, come se si sentisse al sicuro soltanto nel tentativo di aiutare gli altri. Questo suo atteggiamento era abbastanza sorprendente – era come se rinunciasse a ogni opportunità per elaborare le sue stesse difficoltà senza alcun cattivo sentimento o rancore e senza ferite narcisistiche. La semplice verità era che le sue stesse difficoltà non erano “tenute segrete” dal gruppo, all’inizio non sapeva veramente che osa riguardasse le sue difficoltà, oltre a sentirsi di tanto in tanto depressa. Si trattava piuttosto, come scoprì dopo, del Conosciuto Non pensato (Bollas 1987). Avveniva in maniera non sorprendente, che non si creasse con gli altri un legame vero e maturo. Ciò che somigliava ad un contenimento- commensale all’inizio sembrava in seguito un contenimento regressivo (simbiotico), e la sua situazione non migliorò affatto. I suoi iniziali “cattivi stati d’animo” e sforzi a resistere allo stress sembravano causare un desiderio di evitare relazioni intime con chiunque incluso il marito con cui aveva avuto un legame molto forte fino a qualche tempo prima. Soltanto dopo un anno fu d’accordo con l’ipotesi che il sacrificio del suo Sé non le era utile. Non fu abbastanza importante interpretare la sua individualità, sia attraverso la sua storia che attraverso le cause della sua depressione-. Era come se la traduzione dal progresso individuale nel gruppo all’esterno interpersonale fosse destinata a fallire a causa della forte influenza sociale degli altri sulla sua vita. Accadde qualcosa soltanto quando cominciai a rivolgermi agli aspetti relazionali dell’interazione fra lei e gli altri, ciò fece rivelare un cambiamento. Questo iniziò col sottolineare la ricomparsa della “situazione normale”, lei reimpiegò il suo tempo ad aiutare i membri del gruppo. Una volta che il gruppo cominciò ad accettare che la stavano usando affiorò inoltre che tutti sapevano ma negavano perché la “stavano abusando”. La collusione con il suo Altruismo culminò in una dichiarazione di accettazione che lei era qualcosa di simile alla “madre del gruppo”. Questo sembrava consentire ulteriormente al gruppo di trarre vantaggio del suo “darsi” al fine di soddisfare ripetutamente e compulsivamente le esigenze personali. Il suo altruismo era un sogno divenuto realtà per un gruppo di egoisti. Ma paradossalmente, l’accettazione dell’Egoismo negli altri come un sentimento legittimo da poter scegliere e perfino adottare come un’abilità interpersonale facilitò il suo cambiamento. Questo disturbo ne può curare un altro. Forse questo è ciò che Foulkes (1948, p. 53 tr. it.) intendeva con “La ragione più profonda perché questi pazienti, che chiamiamo per amor di semplicità psiconevrotici, possano rinforzare le reazioni normali l’uno dell’altro e sminuire e correggere le reazioni nevrotiche reciprocamente, è che collettivamente essi costituiscono la vera norma, da cui, individualmente, deviano”
“Insieme”, suggerisce, “possono fare ciò che individualmente non riescono a fare, agendo ognuno come terapeuta dell’altro” (Foulkes 1948, p. 165 tr. it.). Il titolo di “una prostituta altruista” fu dato da D., un paziente nel gruppo, che era uno dei principali contenitori del suo darsi compulsivo. Lei non era in grado di fermare la sua maniera compulsiva di interagire con lui, ed egli si sentiva esasperato dalla sua sempre crescente aspettativa di cambiarlo. Una volta il paziente sentenziò: “Tu prostituta altruista….”. Il paziente richiedeva assistenza indipendente non altruistica, sottolineando sia gli aspetti dei disturbi relazionali che l’apertura di canali di comunicazione diversi che promuovono la guarigione reciproca.
Paranoia ed esclusione nel gruppo
Si unì al gruppo analitico nell’ottobre 1999, N. un tecnico cinquantenne, e vi rimase per cinque anni. Secondo il DSM (il suo caso) può essere descritto come un disturbo di personalità paranoide. Sposato per la seconda volta, aveva una figlia di meno di venti anni dal suo attuale matrimonio, una figlia più adulta nata dal suo primo matrimonio, che fu relativamente breve. John aiutava nell’allevare il figlio della sua seconda moglie da quando il bambino aveva tre anni. Malgrado lavorasse per un’impresa molto potente, aveva conflitti periodici di solito stimolati dalle sue paure di essere rifiutato. Sia la sua invidia dilagante che il sospetto del rifiuto potevano essere scatenati dalla più piccola interazione interpersonale frustrante. Qualsiasi reazione della moglie, dei figli, dei genitori o degli amici (e più tardi del gruppo) poteva essere sperimentata come se non “abbastanza buona” e gli avrebbe causato il vissuto del sentirsi non accettato e sentire distrutti tutti i suoi sforzi per costruirsi uno spazio sicuro (Friedman 2004). La sua auto-presentazione ricorrente era quella di “Scorpione” rifiutato, introducendo così inconsciamente se stesso come un individuo dall’aspetto di crostaceo, incapsulato come Difesa contro la Paura di essere annientato (Hopper 2003). Dimenticava di presentare il suo pungiglione che serviva ai suoi lati meno consci – era pieno di cattivi oggetti interni. Sembrava spesso che il suo conflitto interpersonale era un’esigenza inconscia di tradurre questo mondo interno in una realtà esterna stimolando gli altri a reagire in un modo (aspettato) aggressivo, di rifiuto. Questo processo sarebbe terminato con una serie di proiezioni e provocazioni che avrebbero costituito la relazione paranoide reciproca.
Precipitare nel Disturbo da Carenza Relazionale
Un po’ di tempo dopo che lui giunse al gruppo, sembrava che quasi tutti fossero attivi in un pattern del disturbo da Rifiuto Relazionale. Malgrado le sue difficoltà sociali ammesse apertamente nelle due interviste preliminari al gruppo, non avevo previsto simili difficoltà. La mia supposizione, relativa al fatto che poteva essere contenuto in un gruppo che aveva già lavorato per tre anni ed era considerato abbastanza maturo, era errata. Essendosi sottoposto ad una terapia individuale per più di dodici anni della sua vita, sembrava dapprima un compito gratificante lavorare con lui intra –psichicamente. La sua invidia e la sua gelosia così come le sue proiezioni potevano essere rivolte piuttosto apertamente. Per circa un anno abbiamo lavorato in modo “convenzionale” attratti dalle sue abilità “verticali” sebbene usassimo soltanto pochi interventi relazionali “orizzontali”, per contenere principalmente il rifiuto del gruppo. I primi quindici mesi di terapia furono contrassegnati da un tentativo di muovere il gruppo da una relazione che poteva rifiutare completamente N. ad una connessione che, in qualche modo, conteneva la sua presenza diversa nella società. Il processo di contenimento includeva la leggittimizzazione delle reazioni aggressive del gruppo e la facilitazione della risonanza, del rispecchiamento e dello scambio che potessero impedire l’isolamento di N. Per un brevissimo periodo la relazione con lui prese la forma di un potenziale Disturbo da Carenza Relazionale. Ci vollero più di tre anni affinché il processo relativo alla relazione con lui attraversasse diverse fasi da Disturbo da Rifiuto Relazionale, fino a Disturbo da Esclusione. N. (giugno 2000): “Voglio che mi esprima la sua opinione, mia moglie chiacchierò per ore in cucina con suo figlio. Mi sentii completamente isolato ed iniziai a litigare allo scopo di attirare l’attenzione su di me. Lei investe più su suo figlio che su di me. Le dissi che non potevo sopportarlo e lei mi invitò a indagare la cosa in terapia. In verità lei alluse al fatto che mi considera mentalmente malato”. D. (un single, di solito razionale): “Crede veramente che lei non lo ami perché presta attenzione a suo figlio? Non riesco a credere che chiunque sia sano possa credere a questo”. N: “In realtà penso che mi ama. Ma sono diventato così matto e sospettoso”.
R: “Spesso siedo a tavola con mia moglie e le mie tre figlie e mi sento un completo outsider. A volte biasimo loro piuttosto che biasimare me stesso per il fatto di non partecipare al dialogo. Non ricordo di avere dubitato del loro affetto per me”. Il Conduttore: “La reazione di R. sembra simile ma anche diversa. Quando lei (N.) sente invidia lei la descrive come se sentisse che tutto si spezza e si disintegra”. N. ammise che non poteva sopportare il dubbio di non essere amato. Ciò sembrava all’inizio, come un grande insight, portatore di un potenziale cambiamento. Pensai, sbagliando, che l’elaborazione della sua invidia attraverso il rispecchiamento (che in modo interessante era meno distorto in questa fase rispetto a quando emergeva la risonanza) avendo interpretato la sua reazione catastrofica facesse in modo che egli riuscisse a padroneggiare da solo alcune delle sue proiezioni. Per un po’ il gruppo tentò di gestire l’invidia ed il sospetto di N. trattandoli come malattia. Tutto il gruppo pensava che il suo potenziale break down (esaurimento) e la sua diffidenza potessero essere guariti. Il Disturbo da Insufficienza Relazionale ebbe breve durata ed esistette finché il senso di colpa del gruppo verso N. ebbe come conseguenza una certa responsabilità verso di lui. Le Insufficienze hanno l’abilità di usare la colpa in modo “positivo”, mentre nel Disturbo da Rifiuto Relazionale la colpa ha un esito piuttosto distruttivo. N. (alcuni mesi dopo): “Confesso che non devo soltanto gestire continuamente la mia gelosia verso tutti, qualche volta sento la spinta a distruggere mia moglie ed il mio matrimonio”. Parlava di sua moglie come fosse la causa massima dell’invidia, e del loro matrimonio come di una maledizione perché lo rendeva così bisognoso (dipendente). Malgrado una varietà di interventi ed interpretazioni individuali apparentemente corrette, proseguiva la difficoltà fondamentale a contenere l’invidia e la violenza. Era come se l’insight e l’elaborazione intra-psichica non avessero effetti duraturi e fossero soprattutto vani di fronte alle relazioni reali. Divenne chiaro che malgrado ciò che sembrava una soddisfacente comprensione analitica, non era mutata la sua abilità a trasformare i sentimenti e gli atteggiamenti verso gli altri. In modo alquanto interessante, altri membri del gruppo avrebbero ottenuto più di lui stesso attraverso la sua spontaneità e dai suoi insight, ed essi sarebbero stati in grado di adottare le trasformazioni nella vita reale. Un’importante acquisizione secondaria fu la sua crescente importanza nella rete emozionale del gruppo come risultato dei suoi sforzi e delle norme che fissò rispetto all’aprirsi al gruppo. Considerando i suoi atteggiamenti sospettosi la quota della sua apertura non era chiara. La sua generosità era un primo tentativo per contenere il sospetto o era una formazione reattiva di difesa per gestire la sua rabbia ed il suo odio? Questo era il suo contributo per divenire un Disturbo da Insufficienza Relazionale, un paziente identificato con sintomi definiti rivelati? Il gruppo stesso aveva indubbiamente stabilito negli anni precedenti alla sua venuta un’atmosfera autentica e comunicativa, che probabilmente contribuì ai suoi tentativi. Secondo me dopo circa un anno e mezzo dal suo ingresso al gruppo la considerazione e la costante ricettività del gruppo ebbero grande influenza sulla sua auto-sicurezza.

Attraverso il Disturbo da Rifiuto Relazionale
Ma molto presto le reazioni frustrate di tutti nel percepire gli attacchi iniziarono a causare conflitti fra lui e la maggioranza dei partecipanti. Invece di relazionarsi con lui come insufficiente mentale l’incontro di N. con parte del gruppo fece sì che il rifiuto divenisse il sentimento dominante. Dopo poco, senza che fosse percepita alcuna colpa il desiderio prevalente dei partecipanti fu di bandirlo dal gruppo a causa delle sue assurde accuse. Per più di un anno N. ed il gruppo periodicamente recedevano in episodi di scambio aggressivo a presunto rifiuto, disprezzo o violenza varia. Spesso il gruppo rispondeva difensivamente, a volte mostravano ancora un mix di atteggiamenti: erano responsabili di tentativi per essere “buoni” e convincerlo a credere nella disponibilità del gruppo a tenerlo in considerazione, a volte rivelavano sentimenti di ostilità. Dopo circa 4 mesi che era entrato nel gruppo, N. disse al gruppo (di nuovo) che pensava che avrebbero falsificato il loro “atteggiamento cordiale e liberale al fine di nascondere il loro disprezzo” per lui. D.: “Penso che la gente cerca di piacerti”. R.: “Sei così attaccato ai tuoi sentimenti da vittima che non riesci neanche a vedere quel che sta attorno a te”. I:“Mi sento come R., e ce l’avevo con te, sei proprio impossibile”. Continuò a crescere l’esperienza dei partecipanti di temere sia i suoi attacchi che l’aumento della violenza. Per tutto il primo anno e mezzo cercai di aiutare il gruppo ad elaborare la loro paura di dare a N. feedback sui suoi attacchi invece di rispondere in un modo falso e “maturo” alle sue affermazioni. Ho cercato di elaborare l’incontro emotivo fra N. ed il sottogruppo che più lo rifiutava, coloro che rifiutavano la loro colpa attraverso un rifiuto aggressivo. In verità N. ebbe abbastanza successo nell’influenzare la realtà del gruppo e nel trasformare gli altri per riattualizzare i suoi cattivi oggetti persecutori.
Dalla proiezione e l’essere un capro espiatorio rifiutato alla posizione di Outsider
Ci volle un lungo periodo fino a che il contenimento delle identificazioni con l’aggressione di N. e degli altri partecipanti migliorò al fine di essere in grado di gestire meglio il rifiuto. Ciò aiutò i partecipanti come R. che furono in grado di identificarsi con parte della sua vulnerabilità e delle sue angosce implicite. Il rifiuto di sua moglie fu soltanto un esempio di una reazione universale alle sue proiezioni, un processo interpersonale che doveva essere contenuto in tempo dal gruppo. Ma venne raggiunto uno sviluppo nella relazione fra lui ed il gruppo, perché tre sedute dopo egli sorprese il gruppo con l’accettare, addirittura, il suo odio occasionale verso i figli. Nel gennaio 2001, dopo aver dato informazioni su un’altra delle sue “bizze” (crisi) a casa, a causa dei rapporti di sua moglie con i figli, W. (donna di mezza età): “Dove era la tua empatia nei suoi confronti? Non c’entra qui un’altra faccia della tua invidia?” Dopo W. aggiunse in modo positivo che almeno era autentico e ripensò al fatto che qualcun altro le aveva sottratto molto suo spazio. Pensai che stesse compiendo il passaggio di N. da persona rifiutata ad un estraneo marginale e perfino bizzarro, con aspetti oscuri con i quali qualcuno poteva perfino identificarsi.
Il dialogo seguente che avvenne un anno e mezzo dopo, può offrirci un’altra possibilità per descrivere questo passaggio. N. e D. sono in ritardo di 4 minuti. Dopo mezz’ora N. chiede a R. di essere onesto e di rispondere con sincerità sul perché avesse dato a D. il benvenuto con più calore. D. volle proteggere R. dall’attacco di N. e rispose immediatamente sul fatto che di solito si arrabbiava con D. per due motivi: essere sempre in ritardo e per dimenticare acceso il cellulare. “Tu di solito arrivi in tempo, così mi prendo cura di D. che si sa che è un ritardatario”. N. avvertì quest’affermazione come una reazione coraggiosa che sembra l’abbia aiutato più del tentativo di proteggere “una vittima” dall’aggressione di N. N. commentò: “La tua reazione difensiva mi dice soltanto che hai paura di me e che in seguito mi rifiuterai”. Divenne sempre più chiaro che inconsciamente preferiva provocare coloro che venivano avvertiti meno impauriti da lui e in grado di contenere la sua aggressione proiettata. Fu questa facilitazione di questo genere di contenimento intersoggettivo fra N. e gli altri partecipanti che rese curabile il Disturbo da Rifiuto Relazionale. R. ed i partecipanti più aggressivi stavano, allo stesso tempo, gestendo le loro vulnerabilità attraverso la violenza di N. e i relativi temi terapeutici.
Dall’attacco alla vulnerabilità al capovolgimento dei ruoli
Gli attacchi di N. erano temuti e puniti fino a che non furono compresi come vulnerabilità. Nella stessa estate 2002 N. criticò W. per non essere sincera sulla sua ostilità verso di lui. W., che era venuta al gruppo perché sentiva di mancare della abilità ad esprimere apertamente la sua rabbia verso il marito, fu d’accordo con lui. Desiderava che egli avesse messo più in discussione le sue reazioni di esitamento e poi continuò spiegandone alcune. Quindi aggiunse che si sentiva più assertiva e propendeva ad una situazione da single e pensava di lasciare il gruppo. Conduttore: “Penso che stia dicendo due cose: che lei deve lasciare il gruppo perché ha paura di alcune delle sue reazioni, che si sente più sicura asserendo che avverte N. come simile a suo marito. Sembra che sia meno terrorizzata da N.”. N. è stato l’oggetto transizionale funzionando da contenitore delle sue paure. Con l’eccezione di N., tutti i partecipanti espressero il loro dispiacere sulla sua partenza. N. espresse apertamente l’opinione che era veramente contento di non averla nel gruppo. Descrisse la sua gelosia per il posto che lei aveva nel gruppo – sembrava che fosse un’emozione troppo forte per lui sentirsi bene come lei. Qualche volta si sentiva rifiutato soltanto per il fatto di essere in sua presenza. Paradossalmente, questo doloroso scambio potenziò il sentimento relativo alla possibilità di essere sinceri riguardo alla propria ostilità ed invidia, senza per questo essere necessariamente temuti e rifiutati. In seguito N. continuò a ricordare questa situazione del gruppo per essere stata estremamente utile. Questo era un capovolgimento dei ruoli mentre se ne rappresentava ancora un altro, un’elaborazione maligna della sua paura di essere rifiutato o piuttosto segnava la fine dell’essere stato in una posizione di rifiuto?
C’è poca incertezza nella mia ipotesi che alcuni dei più importanti fattori nella sua crescita interpersonale furono la crescente abilità del gruppo a contenere reciprocamente le proiezioni aggressive. N. fu più aiutato attraverso le interazioni di gestione che includevano l’elaborazione intersoggettiva piuttosto che essere costretto a conformarsi alla cultura del gruppo. Progressivamente le identificazioni elaborate delle sue primitive proiezioni aggressive aiutarono il gruppo probabilmente ed anche me nell’abilità a gestire meglio questi processi. Ancora, elaborare le interazioni consce ed inconsce sembrava essere più efficace di interpretare le dinamiche paranoidi interne. L’interpretazione può intendersi a volte il rifiuto del terapeuta. Dal momento che N. cominciò a sperimentare una rivalità ed un antagonismo meno distruttivi, cominciai ad intervenire di più sui collegamenti fra lui e gli altri partecipanti. Per esempio diressi ripetutamente la reazione emotiva nascosta del gruppo di rabbia ferita e di ritiro verso l’incredulità di N. dell’intenzione del gruppo verso di lui.
L’esperienza delle differenze
Dopo una vacanza estiva uno scambio rese meno evidenti le sue difficoltà a separarsi dal gruppo. Si difese da questi sentimenti ed il risultato su un livello interpersonale attuale fu la svalutazione del gruppo. N. (dopo solo alcuni minuti della seduta): “Penso che il gruppo sia come una prostituta: espello qualcosa in un corpo e malgrado ci si senta meglio dopo non vi è una reale connessione”. Nessuno nel gruppo sembrava avere il desiderio di cogliere la questione e non vi fu alcuna reazione. Ma come accade qualche volta nei gruppi di lavoro il silenzio echeggiò la chiarezza ed una improvvisa coerenza (Pines 1994). Senza dire una parola la difficoltà del rapporto fra lui e gli altri divenne chiara attraverso il contenuto della storia (l’evacuazione in una prostituta) il processo conseguente (che non consentiva connessioni) ed i sentimenti temuti che lo provocavano (paura di annichilimento per la vicinanza e vulnerabilità nella dipendenza interscambiabile). Due sedute dopo si rifece a queste esperienze e fu d’accordo con gli interventi che descrivevano le sue principali difese: invidia distanziante e distruttiva.
La pancia morbida dello scorpione
Per più di due anni nel gruppo, N. si unì agli unici due membri del gruppo presenti per la prima mezz’ora del gruppo. Fu interessante che essi stavano zitti fino a che N. non entrava nella stanza e allora la comunicazione cominciava a fluire. N. divenne consapevole del contributo della sua presenza – un’esperienza esclusiva in un gruppo analitico. I suoi sentimenti crescenti rispetto all’essere significativo nel processo gruppale sembravano incoraggiare la sua risonanza ad un sogno narrato da R. Considero la risonanza verso un materiale carico ed inconscio come i sogni come un’eco che sia tanto una rappresentazione quanto un’elaborazione dell’identificazione con le proiezioni. Allo stesso tempo due elementi si incontrano e sono elaborati: l’aspetto scisso inconscio del sognatore e l’identificazione dell’uditore, la reazione emergente. Così la risonanza stabilisce sia una connessione inconscia tra le parti e dà inizio al contenimento della scissione. R. sognava il suo socio in affari (con il quale in realtà era in costante conflitto) che giaceva ferito sul dorso, con il sangue che sgorgava dal collo. L’uomo immenso (alto), con una pancia enorme, sorrideva in silenzio. Da tutte le possibilità di far risuonare tale sogno, N. riecheggiò l’aspetto morbido della grande pancia, che evidenziava apertamente gli aspetti materni del socio. Da una parte N. aiutava a rivelare un aspetto di R. di un legame affettuoso ed intimo con il socio, dall’altra enfatizzava l’elaborazione di R., attraverso la demonizzazione del suo socio, della gestione del suo odio del suo rifiuto. Fino a questo momento R. riusciva soltanto a scindere la parte molle del suo partner. Mentre sognava R. aveva raggiunto un qualche progresso inconscio essendo capace di collegare le parti scisse buone e cattive del suo sogno. Secondo me aveva fatto questa parte di lavoro intersoggettivo sia per sé, così come per N. (e forse per altri partecipanti del gruppo). Il contributo di N. al lavoro apportò un passo ulteriore nel contenimento di questa scissione ed inoltre contrassegnò una migliore connessione allo sforzo analitico del gruppo. L’interpretazione di N. fu una nuova affermazione del suo atteggiamento mutevole per le migliori qualità dei suoi “cattivi oggetti”. Il suo nuovo genere di incontro inconscio con i suoi genitori introiettati venne ora trasferito nell’ambiente umano. Ciò rese più facile agli altri di avvicinarglisi in un modo meno paranoide e meno bellicoso. Credo perfino che la narrazione del sogno di R. possa essere stata fatta inconsciamente per partecipare allo stabilire da parte di N. un contatto migliore con i suoi “cattivi oggetti”. La seduta successiva M. disse ad N. come questo l’aiutasse a sentire la grande pancia e C. condivise la sua sensazione sul fatto che R. ed N. stavano costruendo un sentimento di unione e partecipazione. Dissi qualcosa sulla crescente volontà di N. di cambiare i ruoli. Poi penso che l’abilità del gruppo di elaborare le loro aggressioni e le paure che N. consciamente provocava, proiettandole inconsciamente, gli consentirono di uscire dal suo ruolo abituale estremamente deviante. Non aveva conservato soltanto il ruolo di capro espiatorio ma divenne un partecipante “quasi” normale, che voleva far risuonare il “ventre soffice” dell’altro.
Ulteriori cambiamenti nella relazione
Dopo questa prima fase piuttosto drammatica, il rapporto del gruppo con N. divenne un legame più stabile e più forte. La condivisione di N. del suo complesso mondo interiore col gruppo gradualmente ebbe meno “ondate” come conseguenza della reciproca accettazione del suo temperamento paranoide. Dopo due anni e mezzo di terapia, le sue verbalizzazioni divennero più organizzate ed egli riferì che i suoi pensieri erano più coerenti. Sembrava che per lui i tre anni circa trascorsi nel gruppo fossero divenuti uno spazio sicuro abbastanza da fargli condividere apertamente i continui tentativi cognitivi ed emotivi per farcela con la percezione distorta della sua realtà interpersonale. Quando consentì agli altri di dare un’occhiata nel suo mondo interno, sembrava continuamente impegnato nell’escludere i pensieri che l’assalivano su altri che lo volevano ferire e rifiutare. Di fronte alla vulnerabilità ed al suo conflitto interno ricevette dagli altri comprensione, un rapporto che segna la transizione ad un Disturbo da Esclusione Relazionale dove c’è un’empatia reciproca nel gruppo ed una certa tolleranza per i sentimenti di colpa. C. a N.: “Sembra che questo sia simile al momento in cui la mia ragazza guarda un altro uomo, ed io non posso fare a meno di temere che mi lascerà”. Ir.: “Penso che avevo la stessa sensazione quando mia sorella mi invidiava. Cominciavo a restringermi e a limitarmi allo scopo di evitare di avere paura della sua collera- Vi era in me un desiderio di scomparire che rimaneva dentro di me per sempre”. Questo rispecchiamento della paura di essere rifiutato o di rifiutare sembra facilitare la comunicazione dell’invidia che sentiva anche allora per i colleghi di lavoro, per sua moglie ed altri membri nel gruppo. Come reazione D. (egli stesso uno scapolo, che non aveva mai avuto una relazione intima) disse: “Non potrei mai sentire questo per mia moglie, ma sento che invidio le persone che in seguito temo”. Altri si unirono ed aggiunsi che pensavo che la varietà delle reazioni rendeva i rapporti fra la gente invidiosa più facili. La reazione di N. comunicava che per l’ennesima volta era d’aiuto la ricorrente legittimazione dell’invidia e della sua parte “demoniaca”. Ma egli aggiunse che le critiche lo aiutavano poiché gli consentivano di sentirle più autentiche ed anche di essere critico, inoltre aveva sempre il bisogno di sentire che qualcuno non fosse completamente dalla sua parte. Questo fu un momento emotivo molto forte nel gruppo; rese più comprensibile l’attrazione di N. per D., che di solito avrebbe espresso la parte del Super IO nell’interazione. Per me significò che una relazione paranoide avrà sempre un oggetto in cui proiettarsi ed evacuare l’aggressione e mi aiutò ad astenermi dallo spingermi in una relazione in cui si manifestano esclusivamente buoni feedback.
Bombe “interne” e bombe “esterne”- Un bomber suicida nelle vicinanze (l’esplosione del bus a Moriahstr).
Il gruppo dovette affrontare lo stress, se non il trauma, quando si riunirono il 5.3.03, un paio di ore dopo che un bomber suicida si era fatto esplodere su un autobus a circa 200 metri dalla clinica. Nell’attacco 18 giovani che ritornavano con l’autobus pubblico dalla scuola furono uccisi e molti altri vennero feriti. La città, già ferita dal terrore, rimase inorridita. All’ora di incontro del gruppo migliaia di persone erano ancora nelle vicinanze dell’autobus bruciato e c’era un enorme blocco del traffico. Il gruppo si riunì senza fare commenti sull’attacco terroristico con più di tre frasi. Era come se il modo locale di dire “la vita doveva continuare” non potesse essere disatteso perfino dal gruppo. Un membro del gruppo mi informò che sarebbe arrivato in ritardo. M., una donna egocentrica con una crisi domestica, racconta al gruppo di una gita con suo marito nel Nord, vicino al confine col Libano. N. giunse quasi mezz’ora dopo, spiegò che “non riuscivo a passare attraverso gli sbarramenti e non ero in grado di trovare un posto nelle vicinanze dove parcheggiare”. Con meraviglia da parte mia usava perfino l’attenzione accentrata su di lui per ampliare la sua invidia per il figlio della moglie: aveva portato a casa per la prima volta una ragazza. Entrambi erano divenuti di grande interesse durante il fine settimana ed N. metteva in atto le sue tensioni dando luogo ad un altro sfogo con lo scopo di lamentarsi della relazione. Sua moglie lo aveva mandato di nuovo al gruppo analitico per risolvere questo problema. Pensai che per N. le bombe interne erano più pericolose del timore esterno ed egli voleva parlarne ed osservare come gli altri ce la facevano con le bombe. Il gruppo discusse dell’invidia, della gelosia e della difficoltà di “prendere” e “dare”. C., una donna di mezza età, condivise con il gruppo la sua reazione emotiva verso la cognata, che nel loro rapporto era sempre dalla parte di chi riceveva. Diventa sempre qualcosa di interiore, concluse, ed io aggiunsi che ella temeva la sua ira contro coloro che prendevano senza dare. Quindi evidenziai che C. ed N. rispecchiavano l’un l’altro sul come farcela con l’aggressione: lui poteva evidenziare qualsiasi piccolo dettaglio, e lei non poteva assolutamente permettersi di arrabbiarsi senza sentirsi immediatamente “cattiva”. Mi domandai a voce alta della difficoltà di parlare del terrore esterno: forse era più facile parlare del terrorista interno? Ma non ero disposto a reagire né quella volta né in seguito. Il gruppo non riparlò mai più di questo avvenimento, malgrado i miei tentativi di trattare la questione di tanto in tanto. Forse in un anno in cui 4 bombe esplosero nella città, i timori delle “ bombe esterne” erano meglio superati con una serie di dinieghi. Soltanto quando riguarda personalmente, il dolore di persone molto vicine fa crollare le difese. Le bombe “interne” sono più difficili da evitare e forse N. era un esempio vivente di tale difesa.
Diventare un outsider – disturbo relazionale da esclusione
Nel piccolo gruppo analitico, l’autentica connessione persona -persona promuove la capacità comunicativa dei membri del gruppo e facilita il “conoscere” tutti i partecipanti “dall’interno”. La conoscenza relazionale implicita che ha luogo da questi “momenti d’incontro” (Stern et al. 1998) consente di fissare la posizione dell’individuo nel gruppo. Sebbene le relazioni intuitive reciproche stabilite siano ricche di potenziale trasformativo, questa complessa “sintonizzazione affettiva” non consente uno sviluppo empatico relazionale illimitato. Due esempi finali di tali “momenti di incontro” (“moments of meeting”) possono descrivere la posizione di outsider di N. Nella sfera emotiva condivisa del gruppo tutti lottavano con le loro ondate di tensioni e di aggressioni al fine di farcela con il dolore narcisistico di N. L’abilità maggiore a contenere l’ira del gruppo e di N. ed i sentimenti in conflitto aiutavano a stabilire un rapporto speciale fra di loro. Aiutavano tutti i membri interessati a verbalizzare la parte corretta e la parte errata del (temperamento) paranoide poiché rifiutato e ferito dal gruppo. Dopo che alcuni condividevano i loro sentimenti aggressivi, incluse le fantasie di vendetta, poteva essere raggiunta una significativa caduta della tensione. Il risultato era una crescente certezza che non ci sarebbe stato rifiuto e capro espiatorio nello spazio sociale, ma ancora un certo grado d’allerta al pericolo insito nella relazione. Un altro esempio fu la durata della separazione da Ir., una donna che era stata nel gruppo sin dall’inizio, e che se ne andò tre anni, dopo che N. era entrato nel gruppo. La percezione (in parte inconscia) di N. della relazione del conduttore con Ir. fu un’esperienza importante per lui. Sentì principalmente che sentivo la mancanza di Ir. e mi preoccupavo per tenerla in mente come un buon oggetto perfino dopo averla perduta. Poi sentì anche che avrei dedicato abbastanza attenzione al gruppo ed avrei fatto uno sforzo per trovare un sostituto adatto. La mia abilità e la capacità degli altri a separarsi da Ir. senza occupare troppo spazio per me e senza “il bisogno di qualcun altro” non era del genere conosciuto da N. La separazione lo lasciava sempre vuoto e desolato. Ma sentiva di non riuscire veramente ad appropriarsi di questo genere di relazioni, sentendosi nel circuito della desolazione, dell’invidia e dei sentimenti di esclusione. Questo lo fece sentire inferiore, fissato nella sua posizione marginale, in relazione alle migliori abilità dell’altro per identificarsi e sentirsi “addentro (collegato)”. I suoi commenti nel considerare il gruppo una prostituta assieme all’affermazione ricorrente che si sentiva freddo (indifferente) verso gli altri approvato soltanto per la sua posizione esterna nel gruppo rappresentavano certamente il suo disturbo relazionale da esclusione e le abilità sociali. L’apertura del gruppo sembrava aiutarlo a sentirsi meno “pazzo nella sua mente” e facilitava l’esperienza dell’empatia con la sua vulnerabilità e ferite collegate, invidia, odio, rifiuto ed aggressione finale (in gran parte passiva). La sua apertura lo aiutò ad essere più “addentro (collegato)” ma i suoi contenuti erano avvertiti dalla maggioranza dei partecipanti come una prova del suo grave disturbo. La posizione di N. nello spazio del gruppo non cambiò mai fino a diventare più centrale. N. continuò ad esistere come un outsider, cancellato definitivamente dalla lista di coloro che avrebbero dovuto essere completamente rifiutati e certamente divenne più vicino di quanto fosse all’inizio. Non era considerato più un paziente del gruppo sebbene perfino coloro che erano inclini ad identificarsi con N. di solito sentivano nello stesso momento un certo tipo di estraniamento. Essi si sarebbero sempre sentiti un po’ imbarazzati di essere nello stesso gruppo con qualcuno così eccentrico e che il benevolo Disturbo da Esclusione Relazionale sembrava la cosa più sana che potesse avere.
Sulla differenza fra il trattamento della paranoia nella terapia individuale e di gruppo
Nella psicoterapia individuale, la possibilità di fornire un valido aiuto dipenderebbe dall’abilità del terapeuta di partecipare come oggetto singolo ad un incontro con il mondo interno paranoie del paziente di tipo tutto o nulla. Spesso non è semplice operare in modo maturo un contenimento dell’identificazione del terapeuta con ciò che viene proiettato. Spesso, l’ “usare” il terapeuta come oggetto ed “attaccarlo” come forma di entrare relazione e valutare la sua sopravvivenza, può innescare un conflitto aperto che richiede un investimento di maggiore energia (Winnicott1962). Nella terapia individuale Il transfert termina spesso col rifiuto dell’oggetto unico e la fine della terapia. Nella terapia di gruppo questo processo può essere più facile a causa della gamma più ampia degli oggetti che partecipano al contenimento delle proiezioni, intanto che viene lasciato spazio per gli aspetti non paranoidi. Con l’intero gruppo è più difficile scindere il rapporto con ciascun individuo allo scopo di rifiutare quelli cattivi. Di solito i cambiamenti nell’abilità dei compagni partecipanti al gruppo di elaborare l’aggressione sarà considerata più autentica di quanto lo siano le reazioni professionali “false”.

Note
1. Sicuramente i pazienti di un gruppo analitico possono esprimere in modo crescente l’abilità a fare questo.
2. Sviluppare indicazioni ottimali per la gruppoanalisi è un concetto collegato con una concezione relazionale della patologica, ma questo tema deve essere ampliato in altra sede.
3. Non soltanto l’onni-presenza del nostro gruppo “interno”
4. È stato sorvolato l’uso terapeutico della categorizzazione ( non soltanto indicativa) di Piper Et al.
5. “ Sono giunto a comprendere che una serie ripetitiva di separazioni e perdite che ogni essere umano sopporta contribuisce alla formazione dell’immagine di che ogni persona si costruisce”.
6. Si tratta esclusivamente di categorie interpersonali? Sembra di no.
7. Ed ancora, aiuta a selezionare la terapia ottimale.
8. Vi sono alcuni precursori nella categorizzazione di Disturbi che possono solo essere descritti interpersonalmente: Follie – a deux ( Bleuleur 1972) e le categorie di Bere “Games People Play”
9. Specialmente i gruppi che prevedono due sedute alla settimana favoriscono un rapporto abbastanza intimo che migliora le interazioni intersoggettive.
10. L’egoismo dell’uomo spesso si rivela in situazioni estreme, dove l’abolizione del Sé ha spesso conseguenze letali.

Traduzione italiana a cura di Francesca N. Vasta

Bibliografia
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