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Questo lavoro nasce dalla mia esperienza d'incontro con le emozioni ignoranti degli adolescenti, quelle dei ragazzi che vedo in consultazione e in gruppo da oltre quindici anni nelle scuole superiori.
Utilizzo questo termine, e mozioni ignoranti , che riecheggia il titolo del film del regista turco Oizpeck , Le fate Ignoranti , per alludere a quelle emozioni che non riescono a trovare una narrazione in grado di contenerle. Mettendo l'aggettivo "ignorante" accanto al termine emozione voglio evidenziare "quanto sia difficile leggere le emozioni adolescenziali quando non sono in sintonia con i contesti d'accettazione condivisa ",quando ci si presentano come pervicacemente "ignoranti",rispetto ai nostri clichè di adulti ,abituati a rapportarci con emozioni in grado d'esser raccontate.Quando l'impatto è con emozioni poco addomesticate ed educate rispetto ai nostri canoni narratologici il rischio che corriamo è di "sconfermarle e disconoscerle" (M.Valvo,F.De Bei,2004).Se lo facciamo è perché è solo all'interno di un contesto di comunicazione e di relazione tra adulto-terapeuta ed adolescente che le emozioni si possono esprimere.Quando questo contesto si va co-costruendo nella situazione terapeutica,come in quella educativa o amicale le emozioni non restano più quegli stati emotivi "ignoranti" che siamo abituati a veder tradursi,irriflessivamente, nelle "messe in atto"( enactment ) adolescenziali.Possono invece diventare le espressioni emotivamente ricche di un sé narrativo adolescenziale (J.Palombo, 2002),di un sé coeso dell'adolescente in grado di raccontare se stesso e la propria storia,riuscendo a star in contatto con le proprie emozioni.Questo processo in adolescenti meno fortunati e/o fortemente problematici può non maturare mai o, se si comincia a delineare, può deragliare dando luogo a narrazioni di sé distorte o rigide in cui le emozioni non riescono a sciogliersi in una trama narrativa coerente
Questi adolescenti non ci riescono soprattutto perché le loro emozioni sono emozioni ignorate. E' questa loro caratteristica a renderle poi anche emozioni ignoranti. Chi le ignora non è però solo il soggetto in adolescenza, che ne è attraversato, ma anche chi vive intorno a lui.E' questo altro da sè che, qualora riuscisse a non ignorarle ,potrebbe aiutar chi le vive a portare le proprie emozioni ad emersione nella relazione attraverso una loro espressione narrativa.Per questo ho scelto di definirle usando l'aggettivo ignoranti, che avverto come un aggettivo ad alta valenza relazionale.A ignorare l'emozione in una relazione,soprattutto quando si tratta di relazione terapeutica,si è infatti sempre in due .E' quando un ragazzo si sente ignorato dal terapeuta nell'emozioni che vive che lo lascia solo ,così come il terapeuta ha lasciato solo lui, con la sensazione,assolutamente reciproca, che le sue emozioni ci siano ,ma siano rozze e indecifrabili.Nel mio esempio clinico v'accorgerete che ci sono molti di questi momenti di distonia relazionale con le emozioni dell'adolescente di cui vi parlo,Silvio,che prova costantemente a non far ignorare almeno da me quel che è, forse , ancor ignoto a lui.
Nel mio lavoro con gli adolescenti utilizzo preferenzialmente il gruppo per dare un spazio relazionale d'espressione e trasformazione, in modalità che a volte riescono, ad esser modalità narrative, alle emozioni quasi sempre ignorate e il più delle volte ignoranti dei ragazzi che vedo nelle scuole ad alto tasso di dispersione della periferia e e dell' hinterland romano.Sono nella fascia 14 -15 anni e arrivano ai miei gruppi,che durano da inizio anno scolastico a giugno e in cui posson tornare l'anno successivo,dopo due-tre incontri in counselling a cui hanno deciso autonomamente di partecipare.Decidere di prenotarsi per un un colloquio è un primo momento in cui questi ragazzi passano dal fare qualcosa di sé(ad esempio far in modo di mettersi in situazioni di rischio sociale o scolastico)al pensare su di sé( pensar che parlare con questa persona che si è presentata in classe a proporre un colloquio possa esser loro utile) .La partecipazione all'incontro è un primo momento in cui possono anche dire,dire di sé ,a una persona che si occupa professionalmente di loro .
Vorrei adesso proporvi un mio percorso per accostarmi agli "stili di vita improntati all'irriflessività"degli adolescenti.
Il percorso che vi propongo parte dall'accostamento tra la storia di un adolescente transitato per un mio gruppo e quella di due adolescenti protagonisti di due opere letterarie di un giovane scrittore italiano,Andrea Carraro giunto alla notorietà con un romanzo "Il Branco" , da cui Marco Risi ha tratto un film con al centro uno stupro di gruppo fatto da adolescenti.
Accanto a Silvio venuto a un mio gruppo perché non riusciva a frenare il suo impulso a "fare a botte" , metterò il Tonino,calciatore mancato e patricida riuscito,del romanzo L ' Erba cattiva di Carraro(A.Carraro,1996) e il Germano,attentatore mancato alla serenità dei bambini di un parco giochi e sognatore riuscito del suo racconto L'Altalena (A.Carraro,2003).
Metterò in contrapposizione i tre diversi esiti ,quello infausto del Tonino del romanzo,e quelli più o meno fausti, del Germano del racconto e del Silvio del mio gruppo(il destino di Tonino si compie con un patricidio e un suicidio mascherato da incidente,quello di Germano vede concludersi quel che a noi pare un impulso suicidario in una semplice ammaccatura di ginocchio, quello di Silvio si consuma nel passaggio dal suo fallimento come calciatore alla prospettiva d'allenare un cuginetto al calcio).Utilizzerò questa contrapposizione tra le sorti di personaggi romanzeschi e reali per metter meglio a fuoco un'ipotesi.Quest'ipotesi,che può anche venir considerata come una teoria del cambiamento in adolescenza,è applicabile a tutti i ragazzi in questa fascia d'età,non solo quelli che si mettono a rischio compiendo gesti poco o nulla mentalizzati,ma anche quelli che non ci sembrano correrne troppi . Introdurrò la mia ipotesi partendo da un apologo norvegese. Questa storiella offre una prospettiva in cui inquadrare il sogno infranto di Tonino,quello realizzato di Germano e quello spezzato e trasformato in un sogno diverso di Silvio,il ragazzo del mio gruppo. L'apologo parla d'un ragazzino di Bergen che , in un ambiente triste,squallido e degradato, veniva sorpreso, intento a cercar di costruirsi una macchina con quattro assi di legno ,da un compunto signore ,che non ce la faceva a tenersi dal provar ad infrangere quell'improbabile tentativo di trasformare quelle tavole di legno in qualcosa d'utilizzabile secondo il suo metro d' adulto:"Non diventerà mai una Ford",fu il suo lapidario commento . Ma subito si beccò la risposta del
Ragazzino:"L'importante nella vita è avere un sogno e il mio è di comprarmi una Ford!" (B.Freegard,2004).L'ipotesi che vi vorrei proporre è anche la mia personale bussola per orientare a una prospettiva di cambiamento il mio lavoro con gli adolescenti.In questo senso,ve la propongo come una mia provvisoria teoria del cambiamento in adolescenza.
Sostengo che gli adolescenti si salvano ,nel senso letterale del termine salvarsi la vita ,la loro vita di persone che possono permettersi di vivere ,se hanno un sogno ,se questo sogno hanno la fortuna di non vederselo spezzare dagli adulti,e soprattutto se ,quando un loro sogno per qualche motivo s'infrange ,riescono a trovarsene un altro.Quel che conta,in quest'ipotesi, non è la specificità e la fissità del sogno quanto la capacità di sognare (S.Biferale ,2004),e di coltivare dei sogni ,sapendosi spostare da un sogno ad un altro,arrivando così a maturare una certa dose di fiducia che uno dei propri sogni,non è importante quale,prima o poi si realizzerà.La possibilità di avere dei sogni viene negli adolescenti prima di quella dell' avere fede o fiducia ,fiducia nella possibilità del realizzarsi di tali sogni.Questa fiducia per un adolescente verrà dopo .Proporrei anzi di considerare quest'acquisizione come uno dei tratti che marcano il passaggio dalla giovinezza all'età adulta nel senso proposto da Conrad: "Si procede.E il tempo,anche lui procede-finchè davanti non si scorge una Linea d'ombra ,la quale avverte che anche la regione della prima giovinezza dev'essere lasciata alle spalle"(J.Conrad,1917).Claudio Neri ,nel proporre una concezione dell' aver fede che s'avvicina abbastanza a quella dell' aver fiducia ,ne parla come di una" fede nella bontà della vita",fede come "effetto di una serie d'esperienze ,ed anche come risultato di numerose occasioni nelle quali si ha avuto fiducia in qualcuno o qualcosa ricevendo risposte coerenti con le aspettative o le necessità" (C.Neri ,2005) .
Gli adolescenti quando riescono ad acchiappare un sogno e a tenerselo per un po',almeno per il tempo di riuscir a farsene riscaldare,non si pongono il problema della loro compiuta realizzazione(di come comprarsi la Ford ).Il loro aver fiducia sembra ristretto a una fede incrollabile nel riconoscersi il diritto di poter passare da un sogno a un altro sogno.Mettendo ,nel titolo,accanto al termine sogno l'aggettivo "in transito" ho cercato di dare questo senso del trans-itare , dell'avere il coraggio e la voglia di passare attraverso un sogno ,ma anche del sentire quel sogno tran -sé- unte, quindi,per sua natura,fuggevole,ma anche riflesso di uno stato di passaggio del proprio sé.
Mi sono andato convincendo che la fissità su un sogno ,il crederci troppo,il rimanerci impigliati è proprio di quegli adolescenti a cui è toccata in sorte una vita così povera,ristretta ,misera e indigente da dover legare ,come accade al Tonino del romanzo di Carraro, a un solo e unico sogno,fisso e immutabile,la propria capacità di temporanea sopravvivenza nel mondo abitato dagli adulti.
Qual'era il sogno a cui era irriducibilmente proteso il Tonino dell' Erba Cattiva ?Giocare a calcio in una squadra importante .C'era quasi arrivato.Ma quando si lascia sfuggire col padre Umberto(che anche lui avrebbe voluto fare il calciatore da giovane ed è invece finito alcolizzato )che verranno a visionarlo due osservatori di una squadra importante,fa precipitare la decisione paterna di trovargli un lavoro.Quel padre,agendo così,induce il presidente della squadretta di Tonino a non far venire più gli osservatori,tanto lui non metterebbe comunque la firma per autorizzare l'ingaggio del figlio minorenne.E' questo padre qui a venir ucciso da Tonino dopo che ha appena saputo dell' ennesimo pestaggio della madre attuato dal genitore ubriaco.Credo che Tonino forse non l'avrebbe fatto se non avesse sentito di non aver più niente da perdere dopo quella decisione del padre sulla sua vita,che se non cambiava apparentemente il corso della sua vita,cambiava però irrevocabilmente il corso dei suoi sogni sulla propria vita.Quando ,saputo che la madre aveva chiamato la polizia, Tonino si mette a scappare con le scarpe di gomma liscia su un dirupo innevato da cui precipita e muore, con i poliziotti alle calcagna,lo fa consapevole di non aver più niente da perdere.Prima di tutto questo c'era comunque stata la brusca rottura del sogno sportivo di Tonino,spazzato via da un grumo di resipiscenza del padre, che aveva avuto bisogno di risentirsi in possesso di un'autorità paterna persa da tempo, quando s'era messo a dire che "se Tonino vuol smettere di studiare "lui non ha niente in contrario "però allora va a lavorare". Con queste parole quel padre vorrebbe riscattare la propria vita di fallito,impedendo però al tempo stesso al figlio d'acchiappare il suo sogno,quel sogno che lui ha perso tanto tempo fa.E il patron della sua squadretta a dare a Tonino la motivazione del perché dovrà mettersi il cuore in pace : "Sei stato sfortunato..se capitavi in un'altra famiglia chissà dove arrivavi col talento che ti ritrovi".
Non farsi infrangere un sogno dagli adulti sembra essere , nel mondo di questi ragazzi ,solo una questione di fortuna ,di fato . Sono nati nella famiglia sbagliata .Per questo i loro sogni non possono aver libero corso nel mondo degli adulti.
Il Germano del racconto " L'Altalena " ci viene presentato mentre coltiva un sogno orribile. Assieme ai suoi tre amici di sballo vorrebbe rovinare un sogno infantile,quello di librarsi in altalena sempre più in alto, e vorrebbe farlo sbullonando l'altalena del parco giochi e preparandosi ad assistere al tonfo di ragazzini ignari con le sue imprevedibili conseguenze.Uno scherzo sadico il suo,che potrebbe finir non troppo male o trasformarsi in tragedia. A questo quartetto di sballati hanno rubato l'infanzia e adesso sono loro che sentono il bisogno di rubarla ad altri bambini.Ma qualcosa si mette di traverso al progetto : il materializzarsi di una sfida tra i quattro adolescenti che nasce dentro la sfida all'infanzia,faranno una specie di roulette russa (ognuno andrà per due minuti sull'altalena sbullonata per vedere a chi tocca di finire col culo per terra). Solo che Germano si fa prender la mano dal suo sogno.Il sogno è d'aggrapparsi come un Tarzan adolescente al ramo di un albero che ha davanti quando l'altalena sganciandosi lo proietterà nel vuoto."Se spingevate tutti ci arrivavo",dirà poi,addossando ai compagni la responsabilità della mancata realizzazione del suo rischioso sogno.Quando le stanghe dell'altalena si staccano e il corpo di Germano "vola via lontano, proiettandosi in un lungo arco da meteora su tutto lo spiazzo e schiantandosi contro lo scivolo azzurro sul lato opposto del parco" al posto di Germano "c'è un corpo di fantoccio buttato a terra".Viene da immaginarsi che ci sia anche un corpo morto ,privo di vita,invece Carraro ci dice che "al posto di Germano" c'è anche "una maschera da folle che sorride".Anche se Germano da una motivazione di realtà al suo comportamento("mi volevo aggrappà al ramo.Se spingevate tutti forse ci arrivavo.")quando abbozza quell' inspiegabile sorriso a me appare indotto a farlo perché forse è ancora tutto dentro un suo sogno,quello che,anche se non realizzato appieno,gli è però riuscito di sfiorare.Germano è tornato in contatto con la sua infanzia spezzata, quella stessa che voleva spezzare ai bambini dell'altalena.Ritornando d'improvviso un bambino col suo sogno Germano s'è salvato da un tentativo di suicidio mascherato da sfida(così si presenta a una riflessione adulta la sua irriflessiva richiesta di venir spinto sempre più in alto).Il suo sogno infantile,riaffiorato in quel suo corpo d'adolescente, ha salvato i bambini di quel parco e ha salvato lui che "si tocca più volte un ginocchio dolorante", mormorando"niente di rotto,meglio così.ci ho avuto culo" .
Vorrei adesso accostare i sogni di Tonino e Germano,a quello di Silvio il ragazzo di un gruppo da me condotto, che si svolge settimanalmente con una media di 12 ragazzi,in maggioranza tra i 14 e i 15 anni,provenienti da classi diverse, per un'ora e mezzo in orario scolastico in un istituto professionale ad alto tasso di dispersione scolastica della periferia sud di Roma. Silvio era al suo secondo anno di gruppo .C'era venuto per farsi aiutare a frenare il suo impulso,irrefrenabile nel primo anno di gruppo,scomparso nel secondo,a farsi trascinare in risse violente,in genere .Anche Silvio,come Tonino,aveva il sogno di diventare calciatore. Era una promessa fino a 3 anni fa quando un banale incidente l'aveva fermato e con lui aveva fermato quel suo sogno. Negli ultimi tempi aveva cominciato, tra molti dubbi e conflitti ad accarezzare un altro sogno, quello televisivo. L'occasione per crederci gli era venuta dall'avere come lontano cugino,quel Costantino che già all'epoca furoreggiava tra gli adolescenti in Buona Domenica di Costanzo, e che i ragazzi del mio gruppo seguivano appassionatamente. La domenica successiva a uno dei nostri incontri Silvio doveva andare ad assistere al programma e se Costantino l'avesse chiamato in causa s'era detto anche disposto a intervenire in video. Due anni fa, ci aveva fatto sapere, era stato proprio Costanzo a dirgli, mentre andava ad accompagnare un'altra cugina dalla De Filippi,che poteva diventare qualcuno perché lui non seguiva una moda particolare.."tu-gli aveva dato atto-sei un personaggio proprio tuo".Silvio però aveva anche paura della celebrità."Se divento famoso-ragionava ad alta voce con il gruppo -e ho i soldi poi non c'ho più sfizi da levamme? Poi non posso più fa' la vita che faccio mo'..se io faccio per esempio la vita mia come fa Berlusconi,dopo mi romperei le palle perché voglio il Ferrari e mi faccio il Ferrari. non c'hai più sogni . non c'hai più niente ,quello che vuoi ce l'hai "(corsivo mio).
Silvio diffidava anche del dover recitare un copione come faceva il cugino Costantino da Costanzo: "mio cugino-rifletteva ad alta voce- non è così nella vita,non ha la fidanzata fissa,è uno che le ragazze le lascia e le prende". Silvio non era come lui, non pareva come lui disponibile a farsi manipolare la vita per aderire a un personaggio televisivo. Alla mia domanda al gruppo se ci sarebbero andati a raccontare la loro vita in pubblico lui rispondeva deciso che no la sua vita non l'avrebbe raccontata,"piuttosto mentirei e me farei dar i soldi". Silvio,spinto dal suo bisogno di trovare elementi d'identificazione con i destini di persone famose,faceva in quell'incontro la proposta di fare un minuto di silenzio in ricordo di Gabriella Ferri,morta pochi giorni prima.Si chiese poi commosso come mai "tutte le persone della terra che c'hanno i soldi ,come Pantani e Gabriella Ferri,..le persone importanti che c'hanno tutto ,si vanno ad ammazzà". A rispondergli era Sara :"se tu c'hai i soldi ma non c'hai qualcuno accanto che ti vuole bene è inutile!"
A Silvio quella notazione di Sara faceva replicar ch'era una stupidaggine trovare il motivo dei suicidi nel fatto che "nessuno je vole bene" e citava l'esempio dei calciatori che "ce l'anno invece chi je vole bene!Un giocatore-asseriva con tono quasi di commozione- ce l'ha più vicino lui de persone che je vojono bene che tutti noi messi insieme". Quest'affermazione svelava anche una componente decisiva tra quelle che avevano suscitato in lui il sogno del calcio:il bisogno ,così frequente negli adolescenti ,di sapersi circondati dall'amore di tante persone che con la loro disponibilità a dar qualcosa d'importante per loro,financo la vita,fan sentire che per loro esistono e che la loro esistenza ha un senso per quelle persone:"Totti-notò Silvio-se vedono che lo stanno a ficca' sotto in mezzo a 'na strada.chiunque lo va a salva', primo pe' salva' na' vita e secondo perché tu diventi famoso salvando una persona ..o no?". Nel dubbio rivolto a me, l'adulto presente nella stanza(diventi famoso o no?)c'era tutta l'incertezza e il conflitto di Silvio tra il diventare famoso per interposta persona(Totti o il cugino Costantino di Buona Domenica )o l' arrivarci per una strada sua, continuando a coltivare un suo sogno personale.L'idea di un adolescente come Silvio è però che un gioco, fatto per il gusto di giocare ,possa far diventare prima di tutto amati e solo poi ricchi e famosi.
:"Noi- diceva-pe' fa' i soldi dobbiamo lavora', svejacce alle 6 di mattina.quelli invece si divertono a gioca' a pallone..pur'io sarei capace.tornano a casa e si trovano 10 miliardi". Quando Alessio gli faceva osservare che "quello non è un lavoro .è un gioco"e io che era "un gioco diventato poi lavoro", Silvio s'identificava immediatamente con quella prospettiva:"Tipo io che dall'altro ieri vado in pista a fa' ciclismo". Spiegava però subito perché il ciclismo non poteva diventare il suo sogno. Nel motivarcelo svelava il risvolto della sua personale storia d'adolescente ,attraversata da un sogno infranto:"io -ci disse- il ciclista lo faccio per divertimento.Non lo potrei fa' in modo serio perché c'ho un problema al ginocchio sinistro e alla spalla destra!Come non potrei fare calcio ,è per questo che ho smesso de gioca' a pallone .che io a gioca' a pallone se continuavo c'avevo davvero un futuro! ..Al ginocchio c'ho il menisco rovinato e alla spalla c'ho la lussazione!"Gli era successo per un banale fallaccio su di lui. Il nonno, presidente di una squadretta collegata alla Roma,l'avrebbe potuto far operare dall'ortopedico dei giallorossi. "Però mi sono rifiutato-ci sorprendeva Silvio -perché c'ho avuto paura ". Nella mia razionalità d'adulto che,non riesce a creder fino in fondo ai sogni adolescenziali e che ignora l'emozione di fondo che gli viene portata, obiettai a Silvio che magari non aveva rifiutato solo per la paura ma forse anche perché nella vita non gli andava troppo di fare il calciatore. Quando aggiunse che "gli era successo a 13 anni" mi strappò il commento che a 13 anni "uno non vuole fare il giocatore nella vita e quindi non si fa un'operazione rischiosa".Nel rispondermi Silvio non si fece fuorviare dalla mia considerazione da adulto,da adulto che aveva poco vissuto la propria adolescenza :"io adesso la posso pure fa'(intendendo lui diciassettenne )ma io che a 13 anni me vengono a di''tu te devi opera''la prima volta ho detto ok poi un mesetto prima ho parlato co mi' padre e ho detto "papà io lo faccio più in là...poi quando me sò deciso de fa l'operazione m'è uscita la spalla in palestra e m'han detto che me dovevo opera' tutto insieme spalla e ginocchio "
"E tu-commentai -hai detto no"
"No! E cor cazzo", replicò lui .
"A me -aggiungeva -i medici m'hanno detto che non dovrei fa' niente!Dovrei solo cammina'..
"Però-insistetti,ignorando l'emozione di blocco totale che mi voleva comunicare-tutto questo non è una condanna a vita.è una condanna solo rispetto alla possibilità di diventare calciatore o ciclista".
"Io-fu l'accorata risposta- ho giocato a pallone un sacco d'anni.ho cominciato a sei anni.Fatte er conto?Quant'è?
"E' tanto -lo calcolai per lui -da 6 a 14 fanno 8 anni "
"Che poi-continuava preso dai suoi ricordi-manco c'avevo 6 anni!Se comincia a 6 anni,ma io siccome c'avevo mi nonno ,presidente di una squadra,me sembra che ho cominciato a 5 anni dar calci al pallone!Ero il più piccolo della squadra..Quando c'avevo 12 gia'annavo a allenamme a Trigoria(il campo d'allenamento della Roma, ndr ).ce chiamavano pe' la partita..poi è successa sta cosa al ginocchio e nun me la so sentita ..ma no perché non volevo diventa'.perché c'ho paura"(il passaggio al tempo presente fa capire quanto sia ancora presente quella paura)" .
La mia esigenza di chiedergli "se era dell'operazione che aveva avuto paura"si rivelò utile perchè permise a Silvio di rivelare il vero motivo di quella paura :"No - rispose - e che me dovevano fa' l'anestesia totale.Io a 12 anni posso pensà 'magari nun me sveio più. Già quando m'hanno solo addormentato la spalla gridavo che volevo resta' colla spalla de fori per tutta la vita".
Dopo quest'ammissione di fragilità, così contraddittoria rispetto alla sua esibita onnipotenza adolescenziale e alla propensione al rischio di chi, per un intero anno, aveva solo potuto raccontarci dell'ennesima rissa, Silvio potè anche confidare dove era andato, momentaneamente, a spostarsi il suo sogno.Lo fece mostrandosi persona in grado di vivere i sogni per interposta persona, non più però nella persona del lontano cugino famoso,Costantino, ma in quella d'un cuginetto.
"Poi c'è mi' cugino - si mise all'improvviso a raccontare - c'ha 10 anni ..io j'ho fatto per un periodo l'allenatore..gli facevo il secondo". Immediatamente però si corresse e precisò che non gli faceva il secondo "gli faceva il primo". In questa correzione c'era tutta la convinzione di Silvio che il primo e il più importante in una squadra è l'allenatore e che anche a soli 17 anni si può convertire nel sogno d' allenare un altro quello di giocare in prima persona la propria partita.
Forse per aggrapparmi anch'io a quel nuovo sogno gli feci notare che ,messo com'era adesso, poteva "fare l'allenatore ma non il calciatore".
Quella mia osservazione dette la stura a un flusso di pensieri e sensazioni:"Mo' - ci disse - mi' cugino è proprio forte.è fortissimo!Lui fa impressione! C'ha 10 anni ed è più alto di me!Può darsi pure che sfonderà.se nun te se sfonda qualcosa!E' sempre così eh!Quando stai pe' sfonda' succede sempre qualcosa!Io pe' 'na partita .e quella partita manco la dovevo gioca'!"
Parlare di quel bambino l'aveva riportato al suo trauma di pre-adolescente che quel giorno per la prima volta aveva avuto la possibilità d'elaborare,attraverso una narrazione di sè e delle sue emozioni in quell'incontro di gruppo,in cui si mostrava capace di far venir fuori il suo sé narrativo (J.Palombo,2002)adolescenziale e di trasformare le " emozioni ignoranti "che l'avevan portato a far a botte in emozioni narrabili e ,di fatto, narrate al gruppo in cui l'adolescente Silvio era inserito.
"Si vede che hai.. ", provai a cominciar a rispondergli .
"..Quel momento m'è rimasto impresso", disse, interrompendomi ,e continando come da un sogno.
Per alleviare quella pena che sentivo incombere, fortissima ,su tutto il gruppo parlai dei giocatori famosi che per la forza della loro motivazione avevano potuto tornare a giocare.
Silvio mi spiazzò con la sua osservazione: "loro però erano già famosi".
Gli chiesi se voleva dire che "quando uno non è già famoso non ha tutta questa motivazione perché non è detto che uno come te possa diventare un Del Piero?"
Meritai di prendermi tutta la sua risposta che dimostrava quant'autostima avesse ancora Silvio:"Moh non eh per montamme la testa.ma per come giocavo io a 12 anni ..io adesso Del Piero me lo magnavo e me lo ricacavo e me lo ribagnavo 'n'artra vorta!"
Gli chiesi se c'era qualcuno che a 12 anni gliel'aveva detto che era proprio così.
Al suo rispondermi con sicurezza che quel qualcuno "c'era.c'era " non potei far a meno di ribattergli che se davvero era così bravo allora avrebbero dovuto segnalarlo a una società importante.
"A me - raccontò - me' so venuti a fa' un provino quelli del Palermo"e aggiunse che ogni volta che venivano a fa' i provini .lui stava sempre in mezzo a quelli da visionare "moh -aggiunse -po' esse pure perché ero er nipote der presidente però nella nostra squadra eravamo sempre quei quattro là.Poi io e n'artro c'abbiamo avuto lo stesso problema .degli altri due uno che c'ha l età mia adesso gioca colla Primavera!"
Riflettei a voce alta con loro che quando succede un incidente del genere a 13 anni i genitori,se veramente vogliono avere un figlio calciatore ,hanno ancora una certa influenza su di lui che lo può convincere a ridimensionare la paura dell'operazione.
Enrico mi zittì per lui "Po' esse pure che ce stanno genitori che non cacano il cazzo, che non vogliono forzare la scelta del proprio figlio!".
"Loro-gli fece eco Silvio-non m'hanno detto 'operate pe' forza' e manco 'non te operà'.m'han detto :'se voi un consiglio operate!Però fallo se sei consapevole dell'operazione e di quello che ti fanno".
Poi -aggiunse -è na' cosa mia se ho deciso de fallo o no !Ho deciso de non fallo e basta!"
Anche se con queste parole Silvio sembrava avesse voluto chiudere definitivamente il discorso mi sentii di chiedergli se si fosse poi pentito di quella scelta fatta a 13 anni.Disse di si :"m'ho-aggiunse-m'anno detto che me devo opera' pe' forza.quindi a sapello prima!"
Gli domandai se dopo l'operazione si sarebbe rimesso a fare tutto l'allenamento necessario per tornare a giocare a livello agonistico.
"Forse si-fu la sua laconica risposta-ma so anche consapevole che c'è meno possibilità che divento calciatore".
"Perché-la buttai lì- sei troppo grande ormai", "Si" ammise , con un velo di tristezza che fece scappare anche a me un amaro commento:"so' passati gli anni tuoi!",mormorai, quasi tra me e me .
Sembrò assurdo anche a me nel dirlo ma a 17 anni il sogno di Silvio doveva già spostarsi dall' immaginario in cui era nato,quello calcistico, anche se non per questo veniva meno. E non solo e non tanto perché già c'era un cuginetto decenne allenato da lui pronto a raccoglierlo e incarnarlo,quanto perchè un ragazzo come Silvio, a differenza del Tonino del romanzo di Carraro,grazie anche a quei suoi genitori,al contesto socio-culturale che ha intorno,ma soprattutto grazie alla sua capacità di non ignorar più le sue emozioni, è in grado di mantener viva la sua capacità di sognare e si mostra in grado di transitare in nuovi sogni all'infrangersi di quelli dell'infanzia e della prima adolescenza.
Quel mio intervento volto a rispecchiare la convinzione di Silvio che i suoi anni da calciatore fossero passati non fu provocato dall'emergere di una spinta identificatoria con Silvio ,attuata attraverso la condivisione empatica di un suo vissuto ,ma nacque piuttosto dall'esigenza di dar empaticamente voce e sostegno alla funzione oggetto-sé (in questo caso un oggetto- sé di rispecchiamento )che il gruppo stava svolgendo in quel momento per Silvio e che in generale ogni gruppo con un adulto terapeuta ritengo svolga per i suoi membri adolescenti .Con funzione oggetto-sé intendo alludere a quella funzione interna all'individuo che viene attivata da un oggetto poco o scarsamente differenziato dal proprio sé che può essere ricoperta da una persona ma anche da un gruppo(C.Neri 1995 ) .Attivando questa funzione non stavo operando per sottrarre a Silvio il suo sogno esplicitandogli che non era più sognabile a 17 anni .Stavo piuttosto sostenendo empaticamente ,assieme al gruppo che stava funzionando come oggettò- sé di Silvio ,la capacità tran- sé -unte del suo sé narrativo, quella che lo metteva in grado di evolvere dal sogno d'un età(i quindic'anni) a quello d'un'altra età(i diciassette) in cui ci poteva rappresentare se stesso ,con il suo sogno, in quel bambino-cugino.
Quella che mi sono proposto di trasmettervi con questo racconto a un gruppo delle emozioni di un adolescente è la sensazione che il sogno di Silvio sia un sogno non solo destinato a continuare ma anche capace di evolversi.E' la possibilità d'avere e coltivare questo tipo di sogni a consentire a ragazzi come Silvio di uscire dall'irriflessività di messe in atto coatte( passare a vie di fatto con i coetanei) e dalla impossibilità d'aver contatto con le proprie emozioni, " ignorate ",da lui e dal suo contesto di vita ,e per questo ignoranti ,a una capacità di giocare con loro e filtrarle ,riuscendo così a trasmetterle in una narrazione condivisa ai compagni di gruppo.
ABSTRACT
Lo scritto mostra come il gruppo con adolescenti possa esser utilizzato per fornire un spazio relazionale d'espressione e trasformazione, in modalità che riescono a diventare ,in casi come quelli descritti, modalità narrative , alle emozioni quasi sempre ignorate e il più delle volte ignoranti(nel senso di non in grado d'esser raccontate ) di ragazzi di una scuola ad alto tasso di dispersione della periferia romana.La trama narrativa viene individuata, nell'ambito della relazione del gruppo di adolescenti, come il sensore in grado di regolare la possibilità di traghettare e dotare di senso le emozioni ignorate-ignoranti verso la comunicazione all'interno del gruppo dei pari e verso il mondo adulto.Vengono messe a confronto le trasformazioni narrative ,a forte valenza terapeutica,delle emozioni ignoranti di Silvio ,un adolescente di un gruppo condotto in una scuola,legate al suo sognoin trasformazione (diventare calciatore)con quelle legate ai sogni infranti dei protagonisti di due opere letterarie di un giovane narratore italiano, Andrea Carraro,il Tonino del romanzo L'Erba Cattiva ,e il Germano del racconto L'Altalena.
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Neri C.(199 ), Gruppo ,Borla,Roma,199 .
Neri C.(2005)What is the function of faith and trust in psychoanalysis? International Journal Psychoanalysis 2005,86.
Palombo J(2002),La Crisi dell'adolescenza:Kohut e oltre,lavoro letto alla giornata di Studio Isipsè,7-8 dicembre 2002.
MARCO BERNABEI
Psicoanalista Isipsé (Istituto di training in psicoanalisi relazionale e psicologia del sé)Presidente Grid (Gruppo Intervento Dispersione scolastica e Disagio Giovanile)
Via Nomentana 175,00161, Roma
Per Kohut l'oggetto sé è una funzione interna all'individuo che si sviluppa e mantiene attraverso il costante rapporto con un oggetto del mondo esterno che ha la capacità d'alimentarlo(Kohut H.,1984).L'oggetto del mondo esterno che fornisce alimento alla "funzione oggetto sé " può essere,secondo Neri,oltre che una persona un gruppo(Neri C,1995).
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