Pochi giorni fa ancora una persona mi ha chiesto molto seriamente
se Pierre Verger esistesse realmente o se si trattasse di un’altra
invenzione bahiana. Chissà, magari poteva essere il tentativo
di spiegare il sincretismo della nostra cultura rappresentata non
più da una divinità, ma da un essere umano.
Nato in Francia da una famiglia aristocratica, cittadino del mondo,
fotografo dei confini del mondo, da Pechino a l’Avana, giovane
avventuriero nel cammino della conoscenza e delle emozioni.
Poi, dottore in scienze nel Centre de Recherches Scientifiques in
Francia al lato di Roger Bastide, un saggio.
In Africa chi vuole avere sue notizie deve chiedere di Fatumbi,
titolo che gli diedero gli ialorixás e i babalaôs e
che lui incorporò al suo nome, poiché la personalità
del professore e del ricercatore, l’uomo dell’Università
e del libro, era divenuta più ricca di umanesimo e lui divenne
l’uomo anche, o soprattutto, del peji, della camarinha, della
roda-de-feita. In Africa insegnò e apprese non solo la rotta
completa delle navi negriere, ma anche il tragitto del mistero.
Divenne feiticeiro: Pierre Fatumbi Verger.
Nel terreiro di Axé Opô Afonjá l’indimenticabile
Mãe Senhora seduta nel suo trono da regina, lo proclamò
Ojuobá, gli occhi di Xangó, colui che tutto osserva
e tutto sa. Nelle case di santo di Bahia divenne una figura familiare,
il maestro di tutti noi, uguale a ognuno di noi nel rispetto e nella
cordialità delle vibrazioni degli atabaques.
Professore, ricercatore, fotografo, scrittore, a Bahia lui è
Pierre Fatumbi Verger Ojuobà.
A Bahia si completò il sincretismo della conoscenza e della
vita. La mistura del francese di via Cardinal Le moine di Parigi,
con l’africano di Dakar, Porto Novo, Oyò, diede vita
ad un bahiano definitivo e unico, a colui che è così
straordinario da apparire un’invenzione.
No, non si tratta di un’invenzione perché lui esiste,
lavora, scrive, gira il mondo. Sicuramente é feiticeiro.
Questo non si può nascondere o negare. La stessa Mãe
Senhora aveva l’abitudine di dire a Zélia, con un sorriso
amichevole:”Attenta con Verger, lui è feiticeiro, ha
dei poteri!”. Si, lui ha dei poteri, conosce le cose.
Jorge Amado
Peji: santuario del candomblé
Camarinha: stanza molto riservata del candomblé dove rimangono
le novizie nel periodo di iniziazione.
Roda-de- feita: roda di filhas-de-santo che hanno completato l’iniziazione
e possono ora realizzare tutti i riti del candomblé.
Prefazione di Pierre Fatumbi Verger al libro “EWE’”
Ho appreso molto rapidamente a non fare domande inutili, forse
per timidezza o per mancanza di curiosità o ancora per
causa di una certa difficoltà nel comprendere il significato
delle spiegazioni che mi venivano date. Avevo anche una tendenza
a non interessarmi di cose che durante la mia infanzia sembravano
appassionare il mio circolo familiare: il rapimento di Mona Lisa,
l’inondazione di Parigi nel 1910, il naufragio del Titanic,
fatti dati come sensazionali che figuravano tra le grandi questioni
d’Europa. Questa differenza congeniale non era la qualità
più grande richiesta ad un ricercatore, ma la fortuna fece
di me un direttore di ricerche al Centre de la Recherche Scientifique
di Parigi!
Sembra paradossale il fatto che questa mancanza di curiosità
possa aver contribuito alla pubblicazione di una mia opera sull’uso
medicinale e magico delle piante tra gli iorubàs.
In effetti la mia reale e non premeditata discrezione rispetto
al sapere preservato dai divini babalãos e curandeiros
onisegun fu il motivo che mi ha condotto al successo in questo
campo.
Ebbi l’opportunità di poter fare numerosi viaggi
alternati tra Africa e Brasile a partire dal 1948. Questo mi aiutò
ad avere una certa accoglienza favorevole in alcuni terreiros
di candomblé a Bahia e la mia integrazione tra i praticanti
delle religioni tradizionali dell’Africa. Interessava sia
gli uni che gli altri il fatto che io frequentassi certi ambienti
senza mai fare domande indiscrete e che portassi notizie su quello
che succedeva dall’altro lato dell’Atlantico.
Riuscii a mostrare in Africa delle tavolette con campioni di piante
brasiliane conosciute nell’ambiente del candomblé
con denominazioni nagô-iorubà, il che facilitava
la costituzione di tavolette di erbario di queste stesse piante
in Africa, cosi’ come di numerosi altri usi per trabalhos
medicinali e magici di amici miei iorubà.
La mia iniziazione come babalão nella città di Keto,
oggi nella Repubblica del Benin, Africa Occidentale, avvenne nel
1953. Essa facilitò e ufficializzò le mie ricerche
anche perché conoscere l’uso delle piante per la
preparazione di ricette, rimedi e trabalhos tradizionali costituirono
per me non solo un diritto, ma un obbligo. Le piante mi venivano
consegnate da miei confratelli babalãos accompagnate dai
loro nomi iorubàs e da frasi corte chiamate ofò,
che enunciano, in termini molte volte poetici, le loro qualità
.
All’inizio m’incuriosì molto l’aspetto
letterario dell’insieme di questi ofò. Nel 1967 avevo
già raccolto varie migliaia di queste formule e, grazie
all’iniziativa di Ulli Beier e del professor Akinjogbin,
l’Institute of African Storie dell’Università
di Ifé pubblicò ottanta di questi corti poemi in
un libro, Awon ewé Osanyn (Le foglie medicinali degli iorubàs).
Nel corso della raccolta delle piante pensai per molto tempo che
i miei colleghi babalãos si stessero prendendo gioco di
me perché in diverse occasioni ricevetti mostre di una
stessa pianta con nomi iorubàs differenti. Ma venne il
momento in cui compresi che le corte frasi ofò che definivano
l’azione della pianta in questione, presentavano un verbo
generalmente monosillabico che figurava nel nome della pianta,
la qual cosa serviva a ricordarlo. Inoltre compresi che questo
“verbo attuante” dell’incantamento pronunciato
era anche una delle sillabe del nome della pianta utilizzata.
In questo modo, se la sillaba necessaria per la realizzazione
di un trabalho o di un’azione non figurava nel nome della
pianta, quest’ultimo veniva sostituito da un altro nome
dove la sillaba (verbo attuante) fosse presente e, di conseguenza,
alla stessa pianta veniva dato un altro nome.
Scoprire l’esistenza del verbo attuante all’interno
del nome delle piante e negli ofò fu per me come l’Eureka
di Archimede. Il presente libro è un estratto di tutto
ciò che i miei maestri e confratelli babalãos ebbero
la buona volontà di insegnarmi durante i numerosi anni
in cui vissi in Africa.
Introduzione al libro “Ewe’” di Pierre Fatumbi
Verger
Questa ricerca fu realizzata in Africa, in un universo culturale
basato sull’oralità ove l’importanza dei valori
di trasmissione orale è completamente differente da quelli
di una civiltà basata sulla scrittura.
Lo studio fu fatto principalmente tra babalaôs che nella
comunità iorubà fanno la divinazione secondo un
sistema denominato Ifà, basato su 256 segni chiamati odus,
sotto i quali vengono classificati i rimedi tradizionali e i trabalhos
presenti in questa pubblicazione.
Questi 256 odu Ifà sono segni doppi derivati da 16 segni
semplici che sono pari sia per sé stessi per formare cioè
i 16 odus primari, sia con ognuno degli altri 16 segni semplici
per formare i 240 secondari.
Il primo di questi odus secondari, risultato dall’associazione
dei due primi segni semplici ogbé e òyékù,
si chiama ogbé alàmùulù, “ogbè-signore-della
varietà” o “ogbè-signore-della-diversità”.
Durante la preparazione di una formula il babalaô stabilisce
un legame tra il rimedio e il segno di Ifà, e quest’ultimo
viene disegnato sulla terra, ìyèròsùn.
Il legame avviene attraverso vincoli verbali tra il nome della
pianta, il nome dell’azione medicinale o magica che ci si
aspetta da lei e l’odu, segno di Ifà nel quale è
classificata.
Questi vincoli verbali sono essenziali perché aiutano il
babalaô a memorizzare le nozioni e le conoscenze trasmesse
oralmente che assumono così un carattere collettivo e non
individuale.
La trasmissione orale della conoscenza è considerata nella
tradizione iorubà come il veicolo dell’axé,
il potere, la forza delle parole che permane senza effetto in
un testo scritto. Le parole perché possano agire hanno
bisogno di essere pronunciate. La conoscenza trasmessa oralmente
ha il valore di iniziazione attraverso il verbo attuante, una
iniziazione che non esiste a livello mentale di comprensione,
ma nella dinamica del comportamento. E’ basata più
sui riflessi che sulla razionalità, riflessi indotti da
impulsi originati dal fondamento culturale della società.
La conoscenza è trasmessa dal babalaô all’omo
awo, dal maestro al discepolo, attraverso delle corte sentenze
basate sul ritmo della respirazione. Ripetute costantemente, diventano
stereotipi verbali che si trasformano in definizioni accettate
con facilità.
Secondo Jean Pierre Vernant, la stessa cosa accadeva tra gli antichi
greci, le cui regole di composizione poetica richiedevano la conoscenza
prima di una tecnica di dizione che impiegava espressioni tradizionali,
composte di schemi di parole già stabilite. Anche gli antichi
cinesi secondo Marcel Granet possedevano una letteratura che si
basava su espressioni convenzionali. Anche gli artisti più
originali quando volevano provare o spiegare, narrare o descrivere,
usavano storie stereotipate prese in prestito dalla saggezza popolare.
L’uso delle espressioni stereotipate non significava che
pensassero in modo primitivo, ma che la forma corretta di esprimere
le idee era quella di inserirle in formule conosciute dalle quali
esse prendevano tutta la forza di influenza.
CLASSIFICAZIONE
Diventava indispensabile anche la conoscenza dei nomi scientifici
delle piante, ragione per la quale raccogliemmo esemplari li sottoponemmo
a vari enti, come il dipartimento di botanica dell’IFAN
a Dakar, l’erbario del Dipartimento Florestale di Ibadan,
il professor Portère del laboratorio etnobotanico del Museo
di Storia Naturale di Parigi e, finalmente, il professore H.M.
Burkill del Royal Botanical Gardens di Kew, Londra. Quest’ultimo,
sentendosi attratto dall’umore di alcune delle formule di
impiego delle piante pubblicate nel libro Awon ewé Osanyìn,
le incluse nell’opera Useful plants of West Tropical Africa,
della quale due dei cinque volumi previsti, furono già
pubblicati. Arrivammo alla conclusione che i 3.529 nomi iorubàs
corrispondono a 1.086 nomi scientifici. Le ragioni di questa discrepanza
si devono alla differenza di criteri di classificazione utilizzati
dagli iorubàs e dai botanici occidentali. Ma conoscere
i nomi scientifici delle piante usate dagli iorubàs non
è sufficiente per riconoscerne la loro ricchezza. Non abbiamo
fatto esperimenti per comprovare la loro efficienza, ma siamo
sicuri che una ricerca sui loro effetti medicinali darebbe indicazioni
utili sul loro valore farmacologico.
Non è questa la meta di questa pubblicazione che ha uno
scopo etnologico e non medico. Qui diciamo solo quali sono le
piante usate nella farmacopea iorubà e per quale tipo di
lavoro medicinale o magico vengono impiegate. Le loro virtù
e il valore medicinale non sono facili da individuare, visto che
raramente una ricetta fa uso di un’unica pianta . In generale,
ogni prescrizione comporta da tre a sei piante diverse. Una sola
pianta forse può essere paragonata alla lettera di una
parola: da sola non ha significato, associata alle altre contribuisce
a dare il significato della parola.
Raccogliemmo migliaia di ricette, ne selezionammo 447 che furono
distribuite in sei categorie:
a) 219 ricette di uso medicinale (oògùn) nel concetto
della medicina occidentale
b) 31 ricette relative alla gravidanza e alla nascita (ìbimo)
c) 33 ricette relative all’adorazione delle divinità
iorubàs (orixà)
d) 91 ricette di uso benefico (àwùre)
e) 32 ricette di uso malefico (àbìlù)
f) 41 ricette di protezione contro quelle di uso malefico (ìdaàbòbò)
Non è facile classificare tutte le ricette per categoria.
Per esempio un afòràn perché riesca a far
superare alle persone un processo nel tribunale è un àwùre
per una delle parti, ma allo stesso tempo un àbìlù
per un’altra.
E’ anche difficile tracciare una linea di demarcazione tra
i lavori definiti di conoscenza scientifica e pratica magica.
Questo dipende dall’importanza data in una cultura tradizionalmente
orale come quella iorubà, all’incantamento ofò,
pronunciato nel momento di preparazione o applicazione di diverse
ricette medicinali, oògun.
Se per la medicina occidentale i fattori principali sono la conoscenza
del nome scientifico delle piante usate e le loro caratteristiche
farmacologiche, nelle società tradizionali è essenziale
la conoscenza degli ofò, incantamenti trasmessi oralmente.
In essi incontriamo la definizione dell’azione sperata di
ognuna delle piante che entrano a far parte della ricetta.
Esistono varie piante la cui presenza, a prima vista, sembra avere
solo un carattere simbolico, ma che, in realtà, ha valore
terapeutico. Questo è il caso di due piante acquatiche,
ojù orò (Pistia Stratiotes, Aracae, la lattuga d’acqua)
e òsìbàtà (Nymphea Lotus, Nymphaceae,
o loto) che nei loro ofò evocano l’idea di superiorità
e denominazione.
Per molto tempo credemmo che queste due piante fossero usate solo
per ragioni simboliche, ma recentemente abbiamo letto in un articolo
scritto dal professor Jean Marie Pelte che nell’osìbàtà
si trovano elementi sedativi.
A prima vista è difficile percepire nelle ricette qual
è la parte magica (che più rispettosamente dovremo
chiamare axé, potere) e quali sono le virtù verificabili
di queste piante. Dobbiamo ricordare che nella lingua iorubà
molte volte esiste una relazione diretta tra i nomi delle piante
e le loro qualità e sarebbe importante sapere se hanno
ricevuto tali nomi per le virtù o per determinate caratteristiche
a loro attribuite, come fosse un tipo di gioco di parole ( o più
rispettosamente, ofò).
Questi incantamenti-giochi di parole hanno una grande importanza
nelle civiltà di tradizione orale. Quando vengono pronunciati
in orazioni solenni possono essere considerate come definizioni
e spesso costituiscono le basi sulle quali è costruito
il raziocinio. Servono anche come conclusione e prova finale nelle
storie trasmesse di generazione in generazione dai babalaôs:
esprimono allo stesso tempo il punto di vista della cultura iorubà
e il senso comune del suo popolo.
Nel caso del nostro studio è importante sapere se l’interpretazione
corrisponde alla realtà e se le qualità attribuite
alle piante si basano sulle loro vere virtù. Come abbiamo
detto prima, lasciamo
agli specialisti lo studio della validità delle nostre
supposizioni e noi pensiamo ad enumerare le
foglie utilizzate dai babalaôs e curatori fornendo, inoltre,
alcuni dettagli sulla preparazione dei vari ingredienti così
come sul testo degli incantamenti da essi pronunciati durante
il rito.
Negli incantamenti i nomi delle foglie sono accompagnati da due
o tre linee che descrivono le loro qualità in quel particolare
caso. A una certa foglia possono essere attribuite virtù
differenti a seconda della sua associazione con altre foglie,
visto che esse entrano nella composizione di diverse preparazioni
medicinali.
Nonostante la diversità di qualità delle foglie
a seconda delle varie associazioni, esiste una certa costanza
nel loro simbolismo.
Sappiamo per esempio che tra le foglie ce ne sono quattro conosciute
come awon ado ewé méerin, le quattro foglie maschili,
per il loro lavoro malefico: ewé inà (Urera Manii,
Urticaceae), ewé aàràgbà (Bridelia
atroviridis, Euphorbiaceae), ewé èsìsì
funfun (Tragia Benthami, Euphorbiaceae), ewé olòyin
(Striga asiatica, Scrophulariaceae); e quattro altre che sono
antidoto di bontà: ewé òdùndùn
(Kalanchoe crenata, Crassuluceae, la foglia-della-costa), ewé
tètè (Amaranthus hibridus subsp. Incurvatus, Amaranthaceae),
ewé rinrin (Pereromia Pellucida, Piperaceae, il jabuti-membeca)
e ewé ikùpèrò (Dichrocephala integrifolia,
Compositae)
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