| “Qualunque sia
la fede che professano,
tutti i poeti in quanto tali,
sono politeisti”
Auden
“Un uomo onesto è un uomo mescolato”
Montaigne
La nota canzone Acquarello del cantautore brasiliano Toquinho
che recita così: “Sopra un foglio di carta lo vedi
chi viaggia in un treno… sono tre buoni amici che mangiano
e parlano piano… da un’america all’altra è
uno scherzo ci vuole un secondo… basta fare un bel cerchio
ed ecco che hai tutto il mondo…” attiene ad un clima
di incontro su un progetto di lavoro e di ricerca.
In una terrazza romana, mentre dal mondo dell’informazione
piovevano notizie drammatiche di conflitti ideologici, interetnici,
‘di civiltà’, come qualcuno pretende dire,
si sono incontrati in una cena estiva gli autori di questa introduzione:
il tono era quello della pacatezza, dello scambio e della curiosità
per il pensiero dell’altro.
Lo spunto della riflessione è stato di tipo autobiografico:
il racconto di Enzo Scotto Lavina della sua conoscenza personale
con Pierre Fatumbi Verger in Africa negli anni 60’, ricordo
suscitato dalla ricorrenza del centenario della nascita del noto
etnologo e fotografo francese.
Si è così pensato di costruire un numero di Funzione
Gamma, rivista telematica dell’Università La Sapienza
di Roma, a partire da una riflessione sui temi e le realtà
culturali affrontate da Pierre Verger, che sono oggi di grande
attualità.
Di qui il discorso si è orientato sulla natura della scelta
di Pierre Verger di lavorare in Brasile, invitato da Jorge Amado.
L’amicizia con il noto scrittore è documentata nel
contributo di Antonella Rita Roscilli, presente nel numero, su
Zelia Gattai, moglie di Amado e scrittrice a sua volta, che fornisce
importanti notizie sulla biografia e la personalità di
Verger.
In Brasile Pierre Verger è entrato in contatto con la cultura
popolare autoctona, in particolare a San Salvador de Bahia, che
non solo ha osservato come etno-fotografo, ma che ha acquisito
soprattutto nella sua componente africana e sincretistica, come
testimonia l’attribuzione del nome Fatumbi.
Enzo Scotto Lavina ha curato nel numero l’edizione italiana
degli archetipi elaborati da Pierre Fatumbi Verger per Il gruppo
degli dei yorouba, con una breve introduzione storica e un ricordo
personale del grande studioso conosciuto in Dahomey nel 1966,
oggi repubblica del Benin.
La nostra riflessione ci ha portato a considerare quanto in epoca
di scontri tra varie forme di integralismo può essere utile
analizzare quei contesti culturali che, pur nella drammaticità
dei conflitti storico-sociali che li caratterizzano, hanno potuto
condurre o ‘inventare’ strategie culturali in grado
di dinamicizzare e rappresentare il ‘dramma sociale’
nel senso che gli ha attribuito Victor Turner,,antropologo britannico,
nelle sue accurate analisi sul rito.
Per Turner, infatti, il rituale ha l’importante funzione
di integrare le istanze conflittuali del gruppo sociale, particolarmente
intense in momenti di trasformazione che evidenziano gli aspetti
precari dell’esistenza, in una performance rappresentativa
(Turner V., 1966).
La riflessione di Turner ci avvicina anche a concetti più
noti agli studiosi italiani come quello demartiniano di crisi
della presenza, qualcosa di simile ad una perdita delle coordinate
dell’identità culturale che ‘decontestualizza’,
(destoricizza, direbbe de Martino) il soggetto, ponendolo transitoriamente
al di fuori di una dimensione culturale condivisa, nelle situazioni
drammatiche dell’esistenza. Crisi che trova una modalità
di risoluzione nella riattivazione da parte del gruppo sociale
di un processo di significazione e di contenimento attraverso
la rappresentazione drammatica e sacrale del rito magico-religioso.
A questo riguardo sostiene de Martino: “Infatti il semplice
crollo della presenza, la indiscriminata coinonia, lo scatenarsi
di impulsi incontrollati, rappresentano solo uno dei poli del
dramma magico: l’altro polo è costituito dal momento
del riscatto della presenza che vuole esserci al mondo”
(de Martino E., 1973, pp. 73-74).
La realtà del Brasile e delle sue culture multiple ci
è sembrata molto adatta a cogliere il senso profondo della
capacità sociale di ibridazione e meticciamento di forme
religiose e culturali. Il carattere di queste relazioni tra gruppi
ci ha portato a pensare che la natura fortemente politeistica
ed ‘elastica’ dei fenomeni religiosi sia importante
in contrasto con quella estremamente rigida che hanno assunto
nei diversi contesti storici, ed anche attualmente, i monoteismi.
A questo riguardo Francesco Remotti ha sottolineato la maggiore
apertura del politeismo allo scambio con l’altro, mentre
il monoteismo preferisce definizioni dure dell’identità.
Per quest’autore “…il politeismo – così
connessionista, possibilista e pluralista… - non sarebbe
niente male per la ‘modernità’ e la voglia
di ‘modernizzazione’” (Remotti F., 1996, p.
43).
Ci è sembrato, allora, attinente a questa tematica denominare
il numero ‘Il gruppo degli dei, tra antropologia e psicoterapia
di gruppo” per poter meglio definire in questo modo un’area
comune e complessa dove i fenomeni dinamici e polivalenti relativi
al gruppo a funzione analitica ed ai rituali tradizionali potessero
essere confrontati proficuamente.
A questo punto della riflessione il gruppo di lavoro si è
allargato con la partecipazione di Ginevra De Bellis, inglese
di origine italiana, oggi in Italia per completare gli studi in
psicologia e per questo interessata alla ricerca sulla funzione
del sogno considerata in chiave antropologica e psicodinamica.
Ginevra, preziosa per la sua conoscenza dell’inglese, ha
segnalato al gruppo l’importante intervista-dialogo del
1996 tra Pierre Fatumbi Verger e Gilberto Gil, quest’ultimo
grande musicista e oggi ministro della cultura del Brasile, pubblicata
nel numero, proponendo altresì un contributo approfondito
riguardante i risultati della sua ricerca .
La formazione in campo antropologico di Alfredo Lombardozzi ha,
poi, ispirato l’incontro con Vittorio Lanternari, uno tra
i maggiori etnologi e storici della religione in Italia.
Con lui il nostro gruppo ha organizzato un’intervista sul
suo ultimo libro ‘Ecoantropologia’, (Lanternari V.,
2003) che sarà pubblicata in un successivo numero di Funzione
Gamma. Alcuni temi dell’intervista e del libro hanno, comunque,
contribuito ad allargare la riflessione sui fenomeni del gruppo
e sulle analogie e differenze con i contesti terapeutici tradizionali.
Questi temi sono stati discussi anche con Massimo Canevacci,
antropologo che si è occupato del Brasile e di tematiche
sulla comunicazione culturale, il quale partecipa con un suo contributo
al numero e che ha messo in evidenza anche gli aspetti contraddittori
e conflittuali dei processi sincretistici.
Alfredo Lombardozzi ha scritto per il numero un lavoro che tenta
una sintesi ed una riflessione sulle analogie e differenze tra
i contesti terapeutici del piccolo gruppo a funzione analitica
e i rituali tradizionali. Questa riflessione è importante
in quanto ha l’intento di mettere a confronto non solo le
teorie antropologiche e di psicoanalisi di gruppo, ma anche le
rispettive pratiche nella ricerca e nella clinica.
L’idea del numero ha poi trovato una sua forma più
concreta e definita grazie all’incontro di Claudio Neri
a San Salvador di Bahia con Balbino Daniel de Paula, capo del
terriero Ax ê Opò Aganju, ovvero pai de santo, colui
che si fa intermediario tra la figura divina del santo e le persone
che richiedono un intervento di cura e che è investito
anche di poteri divinatori. Il terreiro costituisce lo spazio
fisico dove si svolgono i riti del Candomblè, cerimonia
di lontana origine africana sincretizzata con elementi del cristianesimo
e che oggi alcune personalità tendono a riportare agli
aspetti originali valorizzandoli. Il Candomblè, va, però,
anche distinto da altri costumi di tipo tradizionale presenti
in area culturale brasiliana, ed anche centro-americana, come
il voodo e l’Umbanda, che si divide in macuba bianca e nera,
che costituiscono risposte di tipo sociale differenti nella complessa
realtà brasiliana, ma che afferiscono, comunque, al contesto
dei culti magico-religiosi.
La posizione di Verger rispetto a questa realtà ed ai fenomeni
ad essa relativi non era solamente di approfondimento ed analisi
scientifica, ma di partecipazione attiva a tal punto da avere
attribuita la funzione di Ogan, cioè a dire, di consigliere
laico del terriero, maturando negli anni uno stretto rapporto
di scambio con quella cultura e anche personalmente con Balbino.
L’intervista di Claudio Neri a Balbino, pensata e condotta
in forma dialogica, è importante in quanto non solo fornisce
alcune significative informazioni sul rito terapeutico ma, soprattutto,
perché mostra il confronto-incontro tra due modalità
culturali di pensare, ad esempio riguardo la funzione dei sogni
nelle relazioni umane e le possibilità interpretative.
L’incontro sembra costruirsi sul un filo sottilmente umoristico,
quell’umorismo che aiuta ad accettare l’altro e superare
non solo le ‘differenze’, ma anche le ‘diffidenze’,
che ben conosciamo nella pratica psicoanalitica ed è tutt’altro
dall’ironia liquidatoria.
Un incontro è questo che permette anche di mantenere le
‘differenze’, ma scambiandosi le ‘forme mentali’
di differenti ‘saperi’: insomma un contesto di ‘meticciato’
che, a dire di François Laplantine “è un processo
senza fine di bricolage”. Questo autore riflette sulla tendenza
rischiosa all’eccesso da parte dell’identità
differenzialista “… che non supporta per nulla la
mescolanza e il meticciato, la contraddizione e il cambiamento.
Essa cerca di isolare dei fenomeni allo stato puro, non meticciati,
per esempio puramente biologici, puramente psicologici, puramente
economici. Una tale concezione sottrattiva dell’identità,
che conduce alla negazione del carattere composto, composito e
polifonico degli esseri e delle culture, è costruita a
partire da una funzione mutilante: quella dell’individuo
che per restare <corretto> dovrebbe riassorbire la propria
duplicità, triplicità, ecc…” (Laplantine
F., 1999, p. 42).
Temi questi che hanno, per chi si interessa di psicoanalisi di
gruppo, una risonanza, che evoca il pensiero di Francesco Corrao
il quale più volte ha sottolineato le complesse logiche
dei processi gruppali, caratterizzati da una forma di comunicazione,
che ampia il campo del significato verso la dimensione della polisemia.
Descrivendo le modalità del pensiero di gruppo Corrao sostiene
che: “L’uso della struttura analogica del discorso
e l’uso della struttura metaforologica può essere
definito come il tentativo di mettere in attività un pensiero
multiplo, un pensiero multifocale, plurifocale o polivalente,
per cui in gruppo quello che abitualmente consideriamo un detto
cretino ha lo stesso valore di un detto intelligente” (Corrao
F., 1995, p. 205)
Sembra molto attinente questo genere di sguardo proprio rispetto
alla necessità, nell’incontro con contesti culturali
diversi, di rimettere in discussione i propri schemi di comprensione.
Gli importanti temi trattati nella suggestiva intervista a Balbino
sono ripresi nel numero nell’interessante commento di Réné
Kaës, che ci aiuta a riflettere alle tematiche oniriche in
diversi contesti culturali. Kaes invita a considerare i diversi
contesti interpretativi del sogno nella cultura tradizionale e
nella teoria psicoanalitica. A suo avviso Balbino inserisce il
sogno ed il sognare nella concezione più generale della
trance e di conseguenza nella sua funzione di premonizione nella
rete dei rapporti sociali nella complessa realtà brasiliana.
Il lavoro di Emilio Rodigue Incontro con Santo Mestre Didi è
molto significativo e allarga il campo della riflessione mettendo
in relazione l’esperienza soggettiva dell’incontro
con l’altro attraverso il confronto tra sistemi di credenze.
Riflessione incentivata anche dal ricco e suggestivo contributo
di Michael Hauseman ‘Il rosso e il nero: un esperimento
pratico per pensare al rito’, che ci invita a valutare le
dinamiche di un processo rituale per così dire in ‘vivo’.
La riflessione sui temi di base del numero (identità,
meticciato, politeismo) è molto importante per lo sviluppo
della psicoterapia di gruppo ad orientamento psicoanalitico in
quanto aiuta a rivolgere lo sguardo verso le figure, per così
dire ‘sociali’, della ‘differenza’.
Questo riguarda in particolare la ‘differenza’ che
si evince, come abbiamo accennato prima, dall’incontro con
l’Altro in termini di cultura diversa, che in forma analoga,
anche se non identica, ritroviamo in vari aspetti del gruppo analitico.
Ciò avviene, ad esempio, quando il gruppo si trova ad elaborare
elementi significativi di discrepanza, ovvero percepisce se stesso
come ‘diverso’ dall’Altro esterno, oppure nei
momenti in cui la forte disomogeneità dei vissuti dei diversi
membri richiede che il gruppo ritrovi o scopra un discorso comune
e condiviso, che assume spesso la consistenza dell’esperienza
del rito e la forma della narrazione mitica. E’ importante
sottolineare questo tipo di processualità in quanto Freud
stesso aveva affrontato temi attinenti, giungendo, però,
a conclusioni pessimistiche, parlando di narcisismo delle piccole
differenze.
Sembra attinente riportare la riflessione di Sudir Kakar, psicoanalista
indiano interessato agli aspetti terapeutici dei rituali tradizionali
della sua cultura: “Ma, forse, ogni cultura al mondo è
una sorta di specchio magico per le altre. A volte sembra un comune
pezzo di vetro vestito d’argento sul fondo, che riflette
fedelmente i profili, le superfici e i dettagli dei nostri volti
familiari. Altre volte mostra volti oscuri e minacciosi, potenti
manifestazioni dei nostri Io ripudiati, che credevamo non esistessero
più” (Kakar S., 1989, p. 18).
Le parole di Kakar ci fanno riflettere, appunto, sul tema fondamentale
del rapporto del complesso rapporto tra culture diverse e dei
processi di rispecchiamento tra le ‘alterità’.
E’ importante, per chi opera nel campo della psicoterapia
psicoanalitica di gruppo, confrontarsi con le modalità
sociali messe in atto attraverso l’istituzione culturale
del rito ed i suoi fondamenti mitologici al fine di risolvere
le inevitabili crisi destrutturanti l’identità a
livello individuale e di gruppo. La sofferenza psichica e la malattia
in generale, ad esempio, sono tra gli aspetti dell’esistenza
che più necessitano di un passaggio da una dimensione individuale
ad una gruppale, che sul piano sociale di realizza nell’attivazione
del processo rituale e nel piccolo gruppo analitico in una modalità
di incontro e dialogo nel setting, che favorisce lo scambio emotivo
e lo sviluppo di un pensiero più ampio e profondo, che
pone l’individuo e il gruppo nel complesso in un insieme
condiviso di significati, metafore, mitologie e logiche polivalenti.
Forse si potrebbe accogliere l’invito che Mauro Ceruti
propone in un suo recente lavoro ad approfondire il dialogo transculturale.
Sostiene Ceruti: “Ma il potenziale creativo di questa opportunità
che è data all’umanità contemporanea viene
a dipendere in modo essenziale dalla nostra capacità di
ascolto, dalla nostra capacità di staccarsi [dai …]
modelli orientati dalla contrapposizione tra verità e errore
per immergerci in uno spazio multidimensionale di dialogo, simile
a un tessuto multicolore i cui fili si intrecciano, o simile a
un’articolata costruzione musicale i cui temi si rincorrono
e riecheggiano” (Ceruti M., 2004, p. 23).
Lo spirito del numero, perciò, è quello di costituire
un ‘progetto’ di pensiero di cui è forse solo
un iniziale e limitato movimento, un suggerimento ad aprirsi a
nuove possibilità di sviluppo. Alla origine, il pensiero
multidimensionale, multiplo e polifonico è politeista,
è ritorno degli dei nel pensiero.
See, they return; ah, see the
tentative
Movements, and the slow feet,
The trouble in the pace and the
uncertain
Wavering!
See, they return, one, and by one,
With fear, as half-awakened;
As if the snow should hesitate
And murmur in the wind,
and half turn back […]
Ezra Pound
Bibliografia
Ceruti M., Tra scienza, mito e spiritualità: contaminazioni
tra le esperienze umane, in Psiche, 1-2004, pp. 13-24
Corrao F., (1995) Ti koinon: per una metateoria generale del gruppo
a funzione analitica, in Orme vol.2, Cortina, Milano, 1998
de Martino Ernesto (1973), Il mondo magico, Boringhieri, Torino,
(2003)
Kakar S., (1989), Sesso e amore in India, Pratiche ed., Parma,
1995
Lanternari V., Ecoantropologia, Dall’ingerenza ecologica
alla svolta etico-
Culturale, Dedalo, Bari, 2003
Laplantine F., (1999), Identità e Métissage, umani
al di là delle apparenze, elèuthera, Milano, 2004
Pound, E. (1912). Ripostes. In Poems and Translations. Library
of America. 2003
Remotti F., Contro l’identità, Laterza, bari, 1996
Turner V., Il processo rituale, Morcelliana, Brescia, 1972
|