| La funzione terapeutica
del rito nella psicoanalisi di gruppo
e nelle culture tradizionali:convergenze e diversità
E tu, chi sei?
Sono Mamadi, figlio di Diubaté
Da dove vieni?
Dal mio villaggio.
E dove vai?
All’altro villaggio.
Quale altro villaggio?
Cosa importa?
Vado dovunque ci siano degli uomini.
Francis Bebey
Introduzione
Per iniziare vorrei spiegare il motivo del titolo di questa mia
riflessione. Unitas multiplex è un termine usato dal paleoantropologo
Telmo Pievani per dar conto della complessità dello studio
della natura e della diversità umana. L’autore propone
un’originale approfondimento dei temi relativi allo sviluppo
dell’ominazione e della speciazione umana ampiamente studiata
da Luigi Luca Cavalli Sforza (Cavalli Sforza L.L., Menozzi P.,
Piazza A.), che, nella sua ricerca ad ampio raggio, sostiene l’origine
della specie Homo Sapiens da un unico ceppo africano e ne ha poi
seguito i complessi sviluppi analizzando rigorosi parametri di
genetica delle popolazioni. Questa teoria, che non è ovviamente
la sola, ma è ampiamente accreditata, destituisce di credibilità
scientifica lo stesso concetto di razza e descrive la sostanziale
omogeneità genetica accompagnata ad un altrettanto ricca
e complessa diversità attribuibile a fattori culturali,
climatici e ambientali. Pievani sostiene brillantemente: “sta
emergendo una nuovo cifra interpretativa per l’intera evoluzione
umana sulla terra, un’evoluzione contraddistinta dalla metafora
dell’unitas multiplex: la diaspora dei popoli sulla terra
rivela infatti un’unità genetica e antropologica
profonda contestualmente a una notevole diversità delle
culture e delle morfologie umane” (Pievani T., 1998, p.107)
Ho pensato che ispirarmi a questa metafora potesse essere un
buon inizio per affrontare un lavoro sui gruppi dal punto di vista
psicoanalitico e antropologico per via della molteplicità
delle prospettive nel tentativo, allo stesso tempo, di individuare
parametri di unitarietà.. Chi lavora con i gruppi sul piano
terapeutico conosce l’estrema varietà dell’esperienza,
allo stesso tempo l’antropologo che studia riti e le relative
mitologie e cosmologie sa quale sia la loro ricchezza morfologica
a strutturale. Ritengo, però, che siano manifestazioni
diverse, ma che sempre di ‘forme di umanità’
si tratta, per usare un termine caro all’antropologo Francesco
Remotti. (Remotti F., 2000). In questo contesto per lo psicoanalista,
in particolare per quello che lavora con i gruppi, è molto
importante tenere conto di un’approccio antropologico globale
che consideri le più diverse variabili. Francesco Siracusano
a questo proposito ci invita a pensare a quanto sia in errore
lo psicoanalista individuale e di gruppo “se non tiene conto
che il gruppo che sta conducendo è un pezzo di umanità,
qualunque essa sia, che vuole essere trattata come tale ed in
cui ciascun componente vuole essere se stesso nell’umanità”
. (Siracusano F, 2000, p.19)
Questa funzione del gruppo di ricreare le condizioni di una percezione
di unitarietà dell’esperienza a partire dal senso
della molteplicità che è anche, però, disorganizzazione
e destrutturazione è presente nelle più sofisticate
teorizzazioni anche a partire da punti di vista diversi.
René Kaes, ad esempio, attribuisce al gruppo la capacità
di favorire processi di riconoscimento attraverso forme di condivisione
analoghe ai riti di passaggio, esercitando in questo modo una
funzione terapeutica e legando le dimensioni emotive profonde
a nuove possibilità di trasformazione più ricche
e unificanti. Il gruppo “sostiene anche le funzioni terapeutiche:
il gruppo è terapeutico perché è il luogo
della riunificazione interna, il luogo del senso e il luogo del
legame, l’accordo ritrovato tra il sogno e il mito”
(Kaës R., 1999, p.22). Claudio Neri ha elaborato il concetto
di Semiosfera con l’intento di fornire una cornice teorica
adeguata a contenere la complessità dell’esperienza
di gruppo proponendo un modello di organizzazione del senso, che
è specifico della situazione gruppale e comprende diverse
funzioni in una relazione di mutuo scambio, come ‘l’autorappresentazione,
la funzione ?, le catene associative gruppali, la mimesi”
(Neri C., 1995, p 80). Francesco Corrao ha individuato nella funzione
? un aspetto specifico del pensiero di gruppo, nei processi di
elaborazione dal non pensabile al pensabile, come equivalente
della funzione ? di Bion per l’individuo (Corrao F., 1981).
Successivamente ha spostato l’accento sulle configurazioni
del sé nel gruppo definendo il concetto di ipseità
come modalità specifica di convergenza dei sé individuali
in una esperienza condivisa (Corrao F., 1995). Infine ha approfondito
la natura dell’esperienza del gruppo descrivendola come
una Koinonia , concetto che accentua la qualità arricchente
per gli individui di vivere una condizione in-comune, in una relazione
tra vari soggetti “che mette insieme pensieri, emozioni
ecc. dei vari individui costituenti l’insiemità del
gruppo” (Corrao F., 1995 p.197).
E’ interessante a questo riguardo la riflessione di Malcom
Pines per cui il terapeuta di gruppo deve tenere conto della dimensione
allargata. Pines, dalla sua prospettiva foulksiana, integrata
con la psicologia del sé, sostiene: “Il gruppo-analista
è, quindi, aperto ai punti di vista sociologico e antropologico
come anche a quelli della psiche individuale. La realtà
intrapsichica è il riflesso della realtà interpersonale;
il fatto sociale precede quello psicologico” (Pines M.,
1998., p. 99).
Questa ultima prospettiva in particolare sembra la più
vicina ad un certo tipo di ricerca antropologica di impostazione
storico relativistica, anche se non intendo dire che coincida
con essa.
Tornerei, però, alla mia proposta di avvicinarsi al tema
pensando alla metafora dell’unitas multiplex, che, mi pare,
costituisca un buon modello in grado di garantirci sia la varietà
che la coerenza del discorso. Questo va inteso non come metafora
rigida congelata in concezioni predeterminate, ma come un modo
per sentire e percepire il polso della complessità, un
po’ come nel film ‘Il postino’ il personaggio
interpretato da Troisi ascoltava e registrava i suoni della sua
isola per offrirli all’amico poeta.
Con questo spirito ritengo proficuo affrontare le complesse dinamiche
collegate all’interrelazione tra gli elementi afferenti
al contesto sociale del gruppo (anche il piccolo gruppo a funzione
analitica) e le dinamiche ‘intrapsichiche’ gruppali.
Riprendendo il discorso di Malcon Pines, pur concordando con l’importanza
attribuibile al ‘fatto sociale’ penserei piuttosto
più che ad una precedenza del fattore sociologico su quello
psicologico, ad una compresenza ed interazione tra i due aspetti.
Preferisco pensare che il rapporto dell’individuo con il
gruppo e tra gli aspetti psichici profondi della mente di gruppo
e quelli più sociali-relazionali, inerenti al contesto,
siano in una relazione dinamica. Allo stesso modo le molteplici
costruzioni simboliche del gruppo interagiscono dinamicamente
con gli aspetti più ‘genetici’ identificando
in questi degli elementi comuni ampiamente condivisi nelle diverse
forme di umanità, ma soggetti anche a diversificate trasformazioni
culturali.
E’ interessante una notazione di Sergio Bordi che sostiene
che “la soggettività, l’essere soggetti di
stati mentali, è un conseguimento che si sviluppa nel tempo,
in virtù di una congenita attività organizzazionale,
creativa, in quanto anticipatoria di scopi, definibile intenzionale
o di fantasia, preparata a stabilire interazioni con conspecifici
dotati della capacità, acquisita nella loro infanzia, di
sintonizzarsi con quelle che sono le fondamentali attitudini dello
stare al mondo tra umani. E’ l’incontro quello che
accompagna la crescita e che consente alle potenzialità
genetiche di giungere alla dimensione soggettiva che costituisce
l’essere umano” (Bordi S., 2002, p.74)
Aggiungerei che se parliamo di gruppi dobbiamo pensare ad una
soggettività estesa, realizzazione di una complessità
di fattori, che è l’esito di un processo dinamico
in cui ad esempio le varie configurazioni del gruppo come oggetto
sé, tendenti a forme coerenti di esistenza, si relazionino
strettamente agli aspetti più frammentati e molteplici.
Anche la modalità del gruppo in assunto di base come espressione
di una modalità relazionale profonda si integra per Bion
con altre istanze del gruppo: “…il gruppo può
essere considerato come mediatore tra le necessità individuali,
la mentalità di gruppo e la cultura di gruppo” (Bion
W.R., 1961, p. 63).
Spero che questa premessa possa essere utile per affrontare la
complessità delle tematiche relative alla funzione terapeutica
nei gruppi con una particolare attenzione agli aspetti mitico-rituali,
tenendo conto che i fattori contingenti dell’incontro che
realizza un piccolo gruppo a funzione analitica hanno elementi
di similarità, ma anche di differenza da quelli specifici
di un gruppo sociale che mette in atto il suo rito.
Gruppo e rito
Potremmo dire che riunirsi secondo una modalità rituale
è un fatto umano e, forse, anche animale. Si può
trattare di una celebrazione se pensiamo ad una festa, oppure
ad un rito di passaggio nel caso dell’iniziazione, oppure
ad un rituale magico-terapeutico o ad un semplice modo di ritrovarsi
in gruppo.
Il rito è un modo per istituire dei legami, stabilire delle
connessioni; in esso la ripetizione di modelli di comportamento
contiene anche elementi di trasformazione. Victor Turner ci ha
insegnato che il rito è anche una performance un modo di
esprimere e mediare conflitti rappresentandoli, di produrre simboli
ed anche affetti e cognizioni sul simbolo. La funzione rituale
è, a dire di Turner, collegata ad una tendenza del gruppo
a definirsi, in molti momenti della sua vita in modelli di ‘Struttura’
sociale più definiti che, però, tendono a disorganizzarsi
in una dimensione che chiama ‘antistruttura’, caratterizzata
da accentuati elementi di rischio e di precarietà. Alla
‘Struttura’ si oppone la condizione complementare
del ‘Flusso’ esistenziale che attraversa momenti significativi
della vita del gruppo. Il rito è un processo di costruzione
simbolica attraverso il quale vengono rappresentati gli elementi
del ‘dramma sociale’ e gli attori che lo costituiscono:
“Il dramma sociale, come conseguenza di una situazione di
tensioni intrastrutturali, può avere origine da una aperta
e deliberata trasgressione di norme cruciali ai fini delle relazioni
tra le parti; ma può essere conseguenza pure di fenomeni
naturali o fisici che introducono di fatto una anomalia nella
struttura obbligando ad una ridefinizione collettiva della relazione
sociale” (Zadra D.,1972, p.13)
Riprendendo la teorizzazione di Van Gennep, Turner, nell’accentuazione
dei concetti di marginalità e liminarità ha arricchito
l’analisi del rituale di un aspetto di elasticità
dinamica e di una natura creativa. Nello spazio intermedio della
liminarità si rielaborano i costrutti simbolici, affettivi
e cognitivi del gruppo sociale attraverso la riattualizzazione
della dimensione mitica. In questo modo il rito ha una aspetto
importante nella ripetizione che è, allo stesso tempo,
trasformazione. La metafora dell’unitas multiplex sembra
di nuovo adatta a descrivere il contesto del rito, che è
ripetizione e allo stesso tempo rinnovamento, omogeneità
e eterogeneità. Lucilla Ruberti descrive molto bene l’analogo
processo in una nuova prospettiva in psicoanalisi: “La ripetizione
in campo psicoanalitico ha riguardato in genere la resistenza
al cambiamento presente nella psicopatologia, per quanto già
in Freud….l’evento che si ripete aggiunge, nell’oscillazione
di gioco (vicino-lontano) dell’identico e del nuovo, un
gesto dal sapere diverso.
La ripetizione di quel qualcosa di quotidiano che è il
fare, diventa nell’analisi, come ha indicato Soavi un <prezioso
strumento> (Soavi, 1990) che tuttavia non colma semplicemente
una mancanza ma dà corso a nuove immagini”. (Ruberti
L. 2000, p. 12-13)
Il rito perciò mostra un carattere duplice, che consiste
nell’essere in relazione sia con la quotidianità
dell’esistenza, che con la straordinarietà del momento
del rito ed ha anche un rapporto con l’affettività,
come ci ha ricordato Turner. Vito Lattanzi propone un’analogia
descrittiva a partire dal romanzo ‘Il piccolo principe’
di Antoine de Saint-Exupéry (de Saint-Exupéry A.,
1943). La volpe sente la mancanza del piccolo principe da quando
è addomesticata e aspetta il momento del suo ritorno con
in mente il colore d’oro dei suoi capelli: “ <Che
cos’è un rito?> – chiese il Piccolo Principe.
<E’ quello che fa un giorno diverso dagli altri giorni,
un’ora dalle altre ore> – rispose la volpe. Ecco,
il rito marca una differenza nel normale fluire del tempo e schiude
al quotidiano la possibilità del cambiamento di scena;
è un’azione riflessiva che tende sempre ad attualizzare
le circostanze e le contingenze storiche, e che opera destrutturando
e ristrutturando il quotidiano” (Lattanzi V., 2000, p.25)
Aggiungerei che la funzione del rito è anche quella di
una resignificazione della realtà nell’oscillazione
‘Flusso’ e ‘Struttura’ o, in altri termini,
‘ordinario/straordinario’.
Questo discorso ci riconduce al tema della domesticità
degli oggetti affrontato da Claudio Neri nella sua riflessione
sulle apocalissi culturali e psicopatologiche di Ernesto de Martino.
Neri propone di considerare gli aspetti terapeutici del rito collegati
ad una funzione rituale nel gruppo che è quella di ricondurre
elementi di rischio imprevedibili, impensabili, in un ambito di
pensabilità nella dimensione del calore, direi, affettivo
dell’ovvio. Un riferimento al film di Bergman ‘Il
settimo sigillo’ che sembra, a mio avviso, rappresentare
una sorta di rito di iniziazione sui temi della vita e della morte
in quanto alterità, può essere utile per definire
meglio il tema del passaggio dall’ineffabile all’ovvio
non necessariamente espressione di banalità. C’è,
infatti, una scena in cui il cavaliere, che gioca a scacchi con
la morte e che vive una dimensione tormentata per il lutto e la
perdita, nella dimensione di gruppo con i teatranti visionari,
la coppia, il bambino, riscopre il semplice sapore delle fragole.
Questa esperienza sembra costituire qualcosa come un sorta di
rito quotidiano, ma speciale che riconduce l’angoscia esistenziale
o ‘la crisi della presenza’ ad un elemento noto condiviso
in-comune. In questi termini “La messa in scena drammatica,
il mito ed il rito giocano un ruolo essenziale, nel rendere possibili
il positivo attraversamento della crisi della presenza. Vi è
uno stretto rapporto tra la crisi ed un riscatto che si attua
su una base <mitico rituale>. Fuor di ogni esitazione il
rito, unito al mito, possiede una precisa funzione psicoterapeutica”
(Neri, 2000 , p. 134)
Sembra così necessario collegare il mito con il rito. Secondo
Vittorio Lanternari la funzione terapeutica del rito sembra essere
quella di convalidare il senso dell’identità di gruppo,
“ La funzione dei riti è quella di ratificare –
reiterando simbolicamente i momenti e le gesta dei <fondatori>
mitici, fissate nei miti di origine – la realtà del
mondo, dell’uomo, della cultura: in breve riconfermare e
periodicamente convalidare gli elementi della propria identità,
attraverso il recupero delle prime matrici di essa, nel tempo
del mito” (lanternari, V., 1997, p. 228). Questo tema si
collega alla riflessione di Corrao sul rituale. Egli ritiene che
il rito ha una funzione determinante nell’offrire una organizzazione
di senso al flusso passionale e, in questo modo, possiamo aggiungere,
permette un processo di costruzione identitaria. Partendo da questa
constatazione Corrao mette in guarda sul rischio della tendenza
al depauperamento della funzione rituale. La perdita di cui parla
Corrao non è solo relativa ad una caduta di ambiti costitutivi
della significazione e della simbolizzazione, ma anche all’impoverimento
di una funzione, che garantisce l’azione simbolica del rito
come fatto costitutivo e unificante dell’uomo in società
ed in gruppo, allo stesso tempo come fattore, espressione di differenze
culturali, anche radicali. (Corrao F. 1983)
Questa riflessione a partire da Corrao è utile per introdurre
un analisi più specifica nel confronto tra aspetti terapeutici
nel piccolo gruppo a finalità analitica e contesti rituali
nelle culture tradizionali, che siano europee o extraeuropee.
Un primo aspetto riguarda le trasformazioni rituali. Farei l’ipotesi
che, mentre nell’impoverimento della funzione rituale, nei
processi di trasformazione delle società tradizionali,
avviene spesso una terapeuticizzazione del rito, anche a scapito
della funzione di senso e di connessione tra la condizione dell’esperienza
umana, nei suoi molteplici aspetti, e i miti cosmogonici, il gruppo
a funzione analitica nasce spesso da una specifica richiesta terapeutica,
ma gli orizzonti della guarigione prendono la via della formazione
di nuovi simboli e significati, di nuove formulazioni del senso
dell’umanità. In molte realtà rituali, come
accade oggi nel candomblè in Brasile oppure come avveniva
per il tarantismo nella tradizione pugliese in Italia si assiste
ad una maggiore accentuazione degli aspetti terapeutici del rito.
Il candomblè, ad esempio, ha un origine africana; tra gli
yorubà la funzione fondamentale di certi rituali era quella
istituire connessioni simboliche tra i vari aspetti della vita
sociale, la produzione della terra con la propiziazione, il culto
degli antenati ed il pantheon degli dei. Nel passaggio nella cultura
di Bahia il processo di meticciamento e nuovi bisogni sociali
e culturali hanno portato ad attribuire una maggiore importanza
alla funzione terapeutica dei riti di possessione e di trance
(Bastide R., 1972) . Nella nostra cultura, a mio avviso, il gruppo
a funzione analitica nasce al contrario, infatti, da una specifica
richiesta terapeutica all’interno di un concezione ‘medica’..
Il processo psicoanalitico di gruppo, però, avvia un’ampliamento
del senso di appartenenza culturale che permette di accedere a
simboli condivisi e trasformati e, in un certo senso, ad una dimensione
storica che valorizza il contesto gruppale.
Ritmi, tarante e bambini
Approfondirei ora il tema classico del tarantismo riprendendo
il noto studio di Ernesto de Martino, facendolo dialogare con
un’esperienza di un gruppo a funzione analitica di bambini.
Un aspetto comune riguarda la ritualità musicale, che del
rito terapeutico pugliese è parte strutturante, mentre
nel gruppo di bambini sembra costituire un elemento di fluidità
passionale, che si apre a diverse configurazioni gruppali. La
funzione della musica nei due contesti ha aspetti simili significativi,
ma la modalità dell’uso rituale ed il trascinamento
verso specifici orizzonti simbolici è molto diverso.
Ernesto de Martino negli anni 60’ ha portato avanti un’importante
ricerca interdisciplinare di équipe sul tarantismo nel
Salento. Il fenomeno pugliese stava a quell’epoca già
tramontando, ma lo studioso ha approfondito le comparazioni storiche
con rituali nell’antica Grecia, quelle etnologiche con altre
culture e lo sviluppo storico a partire dal medioevo. Il tarantismo
consiste nella credenza che una persona, in genere donna, venga
morsa dal ragno e questo si impossessi dei lei. Il primo morso
avviene sempre nel periodo estivo, in concomitanza con il taglio
e la raccolta del grano quando il contatto con il ragno è
più probabile. Da quel momento ogni anno la crisi dovuta
al morso del ragno si ripete con accentuate manifestazioni di
agitazioni psicomotorie. de Martino evidenzia come il fatto fondamentale
non sia la realtà del morso, quanto la connotazione simbolica
dell’evento, che per questo si ripete nel ‘rimorso’.
La credenza di impossessamento da parte dell’animale viene
inserita nel contesto cattolico del culto di San Paolo, protettore
da questo tipo di eventi, che annuncia il morso del ragno alla
tarantata con visioni e apparizioni in sogno. Il simbolo della
taranta si emancipa, secondo de Martino, dall’elemento naturale
del morso per accedere a quella condizione che l’autore
definisce ‘autonomia del simbolo’. Il rito si svolge
in due momenti. Il primo, il rituale coreutico musicale, si esegue
in casa. Un gruppo di suonatori con strumenti tradizionali intona
una tarantella alla presenza della tarantata, che segue la musica
in stato di trance per giorni, finché la crisi non si risolve
quando viene individuato il ritmo a cui la taranta risponde. Un
secondo momento, più collegato alla liturgia cattolica,
consiste nella visita al santuario in Galatina il giorno della
festa e presenta aspetti di accentuata spettacolarità.
L’opera di de Martino, perciò, colloca il concetto
di autonomia simbolica del simbolo della taranta all’interno
del complesso mitico-rituale del tarantismo. I vari aspetti che
caratterizzano questo contesto rituale: economico, psicologico,
mitico, sociologico, convergono, nella loro complessità,
all’attribuzione al simbolo della taranta di una funzione
simbolica autonoma Questo, secondo più attuali considerazioni,
può essere visto come una definizione del simbolo della
taranta nella sua plurivocalità e polisemia. Ernesto de
Martino ci indica questa via, oltre che riproporre il suo discorso
di base, che riguarda la crisi ‘della presenza’ e
la sua risoluzione nel rito. Mi sembra che sia possibile individuare
un processo, che parte dal ragno come elemento naturale e che
rappresenta non solo tutti quegli aspetti di rischio collegato
al momento critico del ‘trauma vegetale’ della raccolta
del grano, ma anche l’impensabilità e l’ineffabilità
della condizione di vuoto esistenziale ad esso connessa. La raccolta
del grano, infatti provoca quello che nella società contadina
viene chiamato il ‘vuoto vegetale’, a cui è
connesso un senso di colpa per avere spogliato la terra delle
sue risorse, condizione che rende necessario far ricorso a rituali
di riparazione simbolica e di propiziazione.
Vedrei, così, nel simbolo del ragno la raffigurazione del
corpo muto, fino al momento del rito, del gruppo arcaico, qualcosa
che in termini psicoanalitici bioniani potrebbe essere analogo
al protomentale. La tarantata, morsa dal ragno simbolicamente,
può essere vista non solo per gli aspetti che pure de Martino
ha colto relativi all’inibizione di pulsioni sessuali collegati
alla condizione arretrata femminile (de Martino si riferisce anche
non facendone esplicito riferimento ad una teoria delle pulsioni),
ma anche per la sua capacità di evocare nella crisi, manifesta
nel rito della taranta e prima ancora nell’anticipazione
visionaria dell’apparizione di S. Paolo (elemento sincretizzato
sul culto pre-cristiano), la spinta alla comunicazione umana,
intrappolata nella non-umanità del ragno. Il ritmo, attraverso
il rituale coreutico-musicale di gruppo diviene lo strumento,
il sistema di connessioni, che riesce a tradurre in parole, a
nominare, l’identità della taranta ed accompagnare
la costruzione di una nuova soggettività della tarantata
non solo su un piano individuale, ma in una condivisione di gruppo.
Sostiene de Martino: “Questo è nella sua sostanza
il simbolo della taranta come orizzonte mitico-rituale di evocazione,
di configurazione, di deflusso e di risoluzione dei conflitti
psichici irrisoluti che <rimordono> nell’oscurità
dell’inconscio. Nella sua qualità di modello culturale
questo simbolo prospetta un ordine mitico-rituale per comporre
questi conflitti e per reintegrare gli individui del gruppo. Il
simbolo della taranta presta figura all’informe, ritmo e
melodia al silenzio minaccioso, colore all’incolore, in
un’assidua ricerca di passioni articolate e distinte lì
dove si alternano l’agitazione senza orizzonte e la depressione
che isola e chiude: offre una prospettiva per immaginare, ascoltare
e guardare ciò per cui si è senza immaginazione,
sordi, ciechi, e che tuttavia chiede perentoriamente di essere
immaginato, ascoltato, visto”. (de Martino, 1961, p.63)
Insomma l’impossessamento viene vissuto come una forma di
alienazione e attraverso il rito, che inserisce la dimensione
del ritmo, il gruppo può reintegrare l’esistenza
intrappolata del singolo in un orizzonte simbolico e cosmologico,
che è anche e soprattutto una forma di umanità,
cioè una possibilità che una determinata cultura
offre ai suoi membri di riconoscersi in uno specifico orizzonte
culturale. Soprattutto nel passato, prima ancora che l’influenza
del cattolicesimo sul rito fosse predominante e ridimensionasse
tutti quelli aspetti riconducibili ad una religione della natura,
la ricomposizione dell’individuo ‘tarantato’
come ‘persona’ nel rituale di gruppo avveniva attraverso
l’esaltazione della sensorialità legata a elementi
simbolici naturali come acqua, piante, colori, odori : “I
vasi di basilico, di cedrina, di menta e di ruta erano impiegati
durante l’esorcismo come stimolo olfattivo: la tarantata
di tanto in tanto odorava queste piante aromatiche allo stesso
modo come contemplava i colori dei drappi e dei nastri, o si accostava
a questo o quello strumento per entrare con esso in particolare
rapporto” (de Martino, 1961, p. 131)
Questa particolarità è un buon aggancio con l’esperienza
del gruppo di bambini in cui si attiva una relazionalità
corporea attraverso l’attivazione di elementi sensoriali
di cui il gruppo non è soltanto il contenitore, ma anche
il trasformatore, che conduce in un processo simbolico più
raffinato a forme narrative mitico-simboliche. (Baruzzi A., 1981,
Bernabei M., 1990, Lombardozzi A., 1990, Ruberti L., 1990)
Il piccolo gruppo di bambini a funzione analitica è composto
da un numero tra i sette e nove membri, si riunisce per una o
due sedute a settimana condotto da un terapeuta specializzato
nei gruppi e in psicoanalisi infantile. Il setting comporta l’uso
di una stanza attrezzata con materiali di gioco e di simbolizzazione.
I bambini, con diverse problematiche, possono giocare e interagire
tra loro liberamente. Il conduttore si relaziona con il gruppo
cercando di evidenziare e favorire i processi di trasformazione
simbolica delle emozioni attraverso il coinvolgimento nel gioco
condiviso e gli interventi verbali che definiscono e orientano
le dinamiche gruppali.
In un gruppo di bambini che condussi in un paese del Lazio si
presentarono aspetti strettamente collegati alla cultura del grande
gruppo, la pupazza (un grande pupazzo femminile che viene fatto
scoppiare alla fine della festa mariana), la madonnina, le maschere
di carnevale, la strega e così via. La condizione fluida
del gruppo analitico è di per sé destrutturante.
In una prima fase del gruppo, infatti, vengono messi in gioco
i vissuti soggettivi in una dimensione di caotica disorganizzazione,
in cui i processi in corso nei bambini di formazione del sé
e dell’identità individuale si fluidificano nel gruppo
in una condizione per certi versi angosciante e precaria, e in
qualche modo analoga a quella modalità dell’esistenza
sociale che, come abbiamo già indicato, Victor Turner ha
descritto con il ricorso al concetto di antistruttura.
Il lavoro di gruppo ha costituito un processo a partire da questa
condizione di antistruttura destrutturante a nuove forme di strutturazione
simbolica. I bambini nella nuova situazione di gioco e relazionalità
in gruppo con il conduttore adulto sembravano essere disorientati
da una caotica irruzione ‘dionisiaca’ quasi impossessati
dai fantasmi di gruppo, che rappresentavano elementi sensoriali
incongrui. Le figure familiari d’origine si presentavano
al di fuori di una logica consueta acquistando aspetti inquietanti.
Il gioco libero e caotico (Baruzzi A., 1981) iniziò, però,
a strutturarsi nei termini di un ritmo condiviso ritualmente.
I fantasmi del gruppo venivano, non solo esorcizzati, ma ‘addomesticati’
al ritmo di battere di mani di piedi, di suoni evocanti il corpo
sognante del gruppo. I colori, come negli antichi rituali delle
tarantate, gli odori e i fluidi rappresentati da un pongo sciolto
dal calore irrompevano nell’esperienza del gruppo. I fantasmi
da entità irrappresentabili, bianche ed evanescenti, come
a significare il senso di non esistenza del gruppo, diventavano
i segni rossi lasciate da mani che toccano tinte di rosso.
“I fantasmi hanno in questa fase una doppia funzione che
esprime una certa ambivalenza. Da una parte il fantasma rappresenta
l’assenza di emotività del gruppo, il vissuto di
non esistenza del gruppo (il gruppo freddo) dall’altra,
nel momento in cui i fantasmi emergono, si mostrano in tutta la
loro potenza emotiva ed il gruppo può iniziare ad esistere
e a rendersi visibile […] Contro i fantasmi i bambini compiono
una specie di <esorcismo>, girando per la stanza gridando
<viva Maria> […] l grido <viva Maria> tiene
il gruppo unito e integro e contiene sia l’eccessivo calore
prodotto dalle emozioni, sia l’ansia per il rischio di essere
annientati dai <fantasmi freddi>”. (Lombardozzi A.,
1996, p.112)
I fantasmi vengono poi rappresentati in un disegno multiplo e,
allo stesso tempo, unitario come fantasmi (bocca-orecchio-sole-albero),
come a rivivere in un unico corpo palpabile, visibile, ora pensabile.
Si istituiscono, così, importanti connessioni tra diverse
modalità comunicative a partire della possibilità
di condividere un ritmo, che permette di trasformare un rumore
assordante, destrutturante, fino ad accedere alla possibilità
di gridare insieme la parola ‘Viva Maria’, che ha
un significato e si riferisce ad una ‘religione’ comune,
ad una figurazione mitica.
Il gruppo diviene così, a partite dai vissuti di frammentazione,
qualcosa come un importante contenitore o punto di riferimento,
che mantiene e dà forma di relativa coerenza a tutte le
istanze emotive plurime, che l’essere in-comune, la koinonia
genera. Il gruppo diviene in questo contesto il luogo dove vengono
messi in opera processi di riconoscimento riconducibili all’idea
di un oggetto sé, direi di carattere speculare, che permette
di dare ‘corpo’ ed espressione, attraverso una forte
idealizzazione, ai bisogni dei membri singoli che si rispecchiano
nel gruppo nel suo insieme (Kohut H., 1977, 1984, Neri C., 1995).
Questo avviene tramite l’attraversamento della forma rituale,
che traghetta il gruppo verso il ‘racconto efficace’
(Neri C., 1995) in un mito narrato in un disegno, realizzato da
una bambina come voce narrante sul piano visivo del gruppo. Il
disegno rappresenta una bambina-strega che va a recuperare sulla
luna, volando a cavallo di una scopa, la sua mano tagliata. In
questo modo la bambina attraverso il disegno “realizza il
destino del gruppo, o meglio uno dei possibili destini dopo tanta
frammentazione, che è quello di ritrovare o di scoprire
una dimensione integra e, per così dire, più <umana>”.
(Lombardozzi A., 1996, p.117)
Il rito ‘efficace’ perciò riapre all’esistenza
il ‘senso della possibilità’. Francesco Remotti
nella sua analisi sui riti di inziazione, e il gruppo di bambini
ha forti elementi di iniziazione, ha mostrato che un aspetto importante
non è solo quello di istituire il passaggio da uno stato
infantile-adolescenziale alla condizione adulta, ma soprattutto,
nella costituzione più definita dell’identità,
il giovane viene messo di fronte alle varie possibilità
alternative dell’esistenza. Il discorso è: sei così,
ma avresti potuto essere molte altre cose (Remotti F., 2000).
Anche nel gruppo di bambini i membri possono acquisire una nuova
identità mantendo aperte tutte le possibili alterità,
tracciando una rete di connessione tra corpo, mente e cultura
di gruppo. Può, forse riferirsi al gruppo ciò che
per Pievani vale per ogni individuo che “ha dentro di sé,
fin dal livello neurologico, tutte le alterità del mondo:
a ogni individuo spetta la scelta cruciale di connettere e far
coevolvere le molteplici voci che ha dentro di sé”.
( Pievani T., p., 1998, p.124)
Per tornare a pensare ad un confronto tra alcuni aspetti del tarantismo
e il gruppo di bambini si può dire che ciò che unisce
l’istituzione del rito sociale con l’esperienza del
gruppo a funzione analitica è la capacità di riaprire
un mondo congelato al simbolo, al significato ed all’immaginazione.
Questo sembra valere sia per le tarantate o altri soggetti rituali,
che per i bambini o membri adulti in gruppo. Ritengo, invece,
siano diverse le modalità di guarigione che le due diverse
situazioni comportano. Nel rito coreutico-musicale terapeutico
del tarantismo la tarantata, attraverso il contenimento e l’elaborazione
dell’emotività e del disagio, può ricollocarsi
nella condizione sociale e familiare, che è anche all’origine
della sofferenza psichica, in una situazione di maggiore tollerabilità
ed equilibrio. Nel gruppo psicoanalitico di bambini o di adulti
i processi di ristrutturazione del sé operano fratture
e rotture con i contesti identificatori di appartenenza in direzione
di una ‘guarigione’ in quanto trasformazione del mondo
personale e nuova ricollocazione delgruppo originario di appartenenza,
attraverso percorsi caratterizzati dal costituirsi di nuovi linguaggi
cognitivi e affettivi.
Genitori e antenati
Tenterei ora un’altra comparazione tra un rituale africano
studiato da Victor Turner tra i Ndembu e un’esperienza di
un gruppo terapeutico di pazienti adulti.
L’isoma è un rituale molto particolare che riguarda
problemi relativi ad un difetto di fertilità della donna
nella società Ndembu che è una cultura matrilineare
ma virilocale rispetto alla scelta di residenza matrimoniale.
Secondo l’analisi di Turner la credenza tradizionale è
che la compromessa capacità riproduttiva in una donna è
collegata ad elementi conflittuali, che hanno a che fare con il
contrasto tra poteri dovuti alla discendenza con la famiglia della
moglie e la contiguità con il lato maschile nella collocazione
virilocale della stessa. Questo elemento conflittuale trova una
sua forma simbolica nella credenza che sulla donna compromessa
pesi l’ombra dell’antenato, che in diversi personaggi
si presenta come maschile oppure femminile e che è all’origine
di una maledizione agita nei pressi di un ruscello. “Si
ritiene che un parente di linea materna della vittima si sia recato
alla sorgente (kasulu) di un ruscello in prossimità del
villaggio della sua parentela materna e lì abbia lanciato
una maledizione (kumushing’ana) contro di lei. L’effetto
di questa maledizione è stato quello di ‘risvegliare’
(ku-tonisha) un’ombra che faceva parte una volta del culto
Isoma”.. (Turner V., 1966, p. 49) Come accade in tutti i
rituali il processo per Turner riproduce i momenti proposti da
Van Gennep di separazione (la fattura e l’intervento malefico),
margine (definizione di spazi rituali transizionali) e aggregazione
(la ricomposizione del conflitto in termini di una nuova integrazione
nel gruppo). Il nome stesso dell’isoma ha due significati,
uno che riguarda la ‘legatura’, l’altro l’abbandono
del proprio gruppo. In ultima analisi: “L’Isoma è
quindi il manifestarsi di un’ombra che fa sì che
una donna partorisca un figlio morto o fa morire una serie di
bambini piccoli” . (Turner V., 1966, p. 46)
Il rito è molto complesso e rimando per una trattazione
completa al testo di Turner. Si possono qui individuare alcuni
punti essenziali. Il fine del rito è quello di esorcizzare
le influenze maligne dei vivi e dei morti e di conciliare ‘le
parti visibili e invisibili’. La parte centrale del rito
consiste nel passaggio della donna insieme al marito da una buca
‘calda’ (luogo della morte da cui ha origine il maleficio)
attraverso un tunnel scavato verso una buca ‘fredda’
(luogo nuovo della vita). Al freddo della vita e della prolificità
viene associata una gallina bianca, mentre al caldo un gallo rosso
che viene sacrificato. Gli operatori anziani del rito raccolgono
determinate piante medicinali pestate insieme e trattate anch’esse
secondo il sistema binario del freddo e del caldo. Gli sposi passano
più volte dalla buca vecchia a quella nuova e dalla dimensione
del freddo a quella del caldo.
L’isoma, poi, contiene anche importanti elementi che lo
strutturano come un rituale di inziazione, infatti la donna viene
trattata quasi come una novizia e deve poter nascere a nuova vita
nel passaggio dalla buca vecchia della morte alla buca nuova della
vita, per potere accedere alla possibilità di procreare.
E’ necessario, per raggiungere questo scopo attraverso il
processo rituale, mettere la coppia e gli individui che la compongono
nella condizione di liberarsi dell’ombra dell’antenato,
che incombe sul loro destino e che è l’espressione
del dramma sociale e del conflitto tra gli ‘attori’,
protagonisti di questo dramma. In questo modo l’individuo
e il gruppo sociale possono, attraverso il rito, integrare simbolicamente
gli elementi disorganizzanti delle relazioni sociali, familiari
e interpersonali in un nuovo ordine simbolico. In questo contesto
i simboli del rituale costituiscono, secondo Turner: “un
complesso di strumenti evocatori destinati a suscitare, incanalare
e addomesticare emozioni violente, come l’odio, la paura,
l’amore e il dolore. Hanno inoltre una finalizzazione e
un aspetto ‘conativo’. In breve, l’intera persona,
e non esclusivamente il ‘pensiero’ Ndembu, è
coinvolta a livello esistenziale nei problemi di vita e di morte
di cui si occupa l’Isoma” (Turner V., 1966, p. 67)
Ora riporterei l’esperienza di un gruppo terapeutico di
adulti da me condotto per ritrovare, nonostante la differente
situazione, alcune importanti similitudini con i rito sopra riportato.
Non mi riferisco ovviamente ai contenuti specifici del rito, che
pure sono molto importanti, ma penso ad un confronto sul piano
analogico tra la dimensione del rito e il modello di lavoro con
un piccolo gruppo a funzione analitica.
Il gruppo a cui faccio riferimento è un gruppo terapeutico,
si riunisce con frequenza settimanale ed è composto di
sette membri e me stesso come conduttore. Questo assetto è
stato raggiunto da qualche mese al momento della seduta che qui
riporto. Un determinato giorno Anna, in seduta, pone un problema
personale di tale impatto da farle pensare di desistere dalla
sua partecipazione al gruppo. Si trova ad affrontare un problema
familiare che ripropone un suo assodato e problematico rapporto
con le figure genitoriali. E’ figlia di genitori separati.
E’ tempo che non parla con il padre e allo stesso tempo
ha un intricato rapporto con la madre con seri problemi psichici.
L’attuale problema riguarda una disputa sulla spartizione
di una casa di proprietà del padre, che propone un’attribuzione
a lei di almeno una parte del valore dell’appartamento,
vincolata, però, al raggiungimento della laurea, avendo
lei dato tutti gli esami. Anna sembra sfiduciata dal ripetersi
di dinamiche e comportamenti familiari che si ripropongono togliendole
la speranza di un cambiamento. Con questo stato d’animo
esprime la sua stanchezza nel far ricorso alla psicoterapia gettando
sul gruppo un’ombra di pessimismo e di rassegnazione. Sente
che il gruppo può non essere un contenitore sufficientemente
valido per il suo disagio e paventa un’interruzione o, in
alternativa, pensa ad un ricorso ad una psicoterapia individuale.
A questo punto il gruppo si attiva intensamente intorno al problema
di Anna.
Lino propone di non dare risposte, ma di pensare insieme.
Anna racconta i motivi della sua conflittualità con il
padre, che hanno origine nella richiesta del padre che lei non
frequenti una zia paterna con cui ha litigato e riporta anche
i commenti della madre sul potere della sua famiglia, data la
posizione acquisita, di mettere in difficoltà l’ex
marito.
Aldo pensa che lei possa forse tentare di avere un rapporto con
questi genitori.
Anna con rabbia dice di non sentirsi come i suoi genitori che
sente di rifiutare il loro modo di essere.
Laura la invita a fare la sua vita senza dar retta a tutti questi
problemi e fare la sua vita infischiandosene dei soldi e dell’eredità.
Io come conduttore intervengo sottolineando il peso di una coppia
di genitori che sembra fare scoppiare il gruppo.
Rodolfo parla della sua posizione di padre e marito con più
figli e più esperienza e, comprendendo la difficoltà
della situazione di Anna, le fa comunque notare che sarebbe importante
nelle situazione di turbolenza soffermarsi su alcuni risultati
quotidiani nella vita per riuscire ad andare avanti.
Lino sottolinea l’importanza per lui acquisita da un certo
tempo dalla sua famiglia e pensa che sia importante restare fuori
dalla mischia.
A questo punto Anna guarda il conduttore e con impeto chiede di
spiegare il motivo per cui lei vede in Rodolfo suo padre.
Sentendo il rischio di una richiesta individuale al terapeuta
orientata ad attivare un transfert paterno, il cui carattere deficitario
nel gruppo non avrebbe avuto modo di essere affrontato, rispondo
a questa sollecitazione spostando l’attenzione su un piano
gruppale più congruo alla situazione, rilanciando un più
ampio senso di condivisione, di rispecchiamento e proponendo una
possibilità di trasformazione.
Invito, perciò, Anna a considerare il fatto che Rodolfo
esprima un desiderio del gruppo che lei possa laurearsi.
Anna stupita e incredula pensa che io sia stravagante nella mia
risposta.
Lino ricorda che lui si è iscritto, dopo tanti anni, di
nuovo all’università e che questo è un gruppo
che fa laureare.
Rodolfo sorridendo dice che, forse, parlando della laurea di Anna
stiamo parlando della fine dell’adolescenza.
Anna dice che già da tempo vive da sola.
Laura nota che si può vivere da soli senza però
staccarsi dal peso dei genitori.
Aldo dice che nel suo primo intervento voleva proprio dire queste
cose, che i genitori potevano essere visti in un modo diverso
e propone l’idea che forse questo padre di Anna vuole che
lei si laurei e che può anche essere un modo di dimostrare
il suo affetto.
Lino in chiusura del gruppo osserva rivolto ad Anna che aveva
iniziato dicendo che non sapeva se seguitare il gruppo e usciva
con l’idea di laurearsi.
Ora, come in un rito, il gruppo propone ad un membro, Anna, un
processo di resignificazione delle immagini dei genitori in un'altra
prospettiva anche con un senso iniziatico nel prospettare l’uscita
dall’adolescenza. Quello che è importante è
che il gruppo precedentemente sembrava impantanarsi in immagini
di coppie genitoriali. Proponendo, anche attraverso l’intervento
del conduttore, la eventualità ed il desiderio della laurea
di Anna il gruppo sembra volersi liberare ritualmente dall’ombra,
in un senso analogo all’isoma , dei genitori di Anna che
nella dimensione gruppale possono essere assimilati agli antenati.
In questo contesto nella dimensione terapeutica il gruppo si fa
carico di un problema individuale fortemente destrutturante per
il gruppo nel suo complesso, proponendo una nuova aggregazione.
Una situazione questa che sembra molto attinente al concetto di
commuting proposto da Claudio Neri: “Nell’ambito della
analisi di gruppo, abbiamo adottato il termine inglese di commuting,
per indicare tale rapporto tra individuo e comunità…Con
riferimento al piccolo gruppo a finalità analitica, il
commuting indica il movimento oscillatorio tra la sfera dell’individuo
e il campo del gruppo. In psicoterapia di gruppo, un problema
dell’individuo può essere affrontato efficacemente,
soltanto dopo che esso sia stato trasformato, attraverso il commuting,
in un elemento del campo comune, quando cioè si è
trasformato in una configurazione che coinvolge il gruppo come
tutto”. (Neri C., 1999, p. 136-137)
Il gruppo degli dei
Tenterei ora di dialogare con il tema intorno a cui ruota la
riflessione sul ‘gruppo degli dei’. Con questa definizione
credo ci si possa riferire alla possibilità di legare il
termine ‘gruppo’ con la dimensione plurale del sostantivo
‘dei’, che sta, infatti, a rappresentare un pantheon
di divinità. Sia nei rituali tradizionali di possessione
e di trance, che nelle esperienze di psicoanalisi di gruppo il
‘soggetto gruppo’ costituisce il suo orizzonte simbolico,
mettendo in atto processi di riconoscimento e di appartenenza
dando spazio ad una molteplicità di identificazioni e raffigurazioni.
Ciò costituisce un buono spunto per dare una forma di nuovo
alla proposta dell’unitas multiplex, come metafora della
possibilità di mettere in relazione situazioni differenti
in modo dinamico, sperimentando le possibili connessioni ed assimilazioni,
senza perdere il senso della differenza. E’ interessante
il confronto tra il ‘vertice’ della psicoanalisi e
la concezione ‘tradizionale’, che avviene nell’intervista
a Balbino da parte di Claudio Neri, quando vuole conoscere l’opinione
del primo riguardo alla concezione psicoanalitica sul sogno. Balbino,
al di là di ogni compiacimento, sollecita l’attenzione
alla sua ‘teoria’ tradizionale del sogno come premonizione
e sembra collocare l’esperienza del sogno nell’area
che Kaes ha definito come il ‘secondo ombelico del sogno’
(Kaës R., 2002). Kaes propone l’esistenza di un aspetto
profondo dell’esperienza onirica come luogo della condivisione
sociale e di raffigurazioni sociali inconsce. Da da una parte,
perciò, riscontriamo una netta differenziazione da parte
di Balbino rispetto alla concezione pscicoanalitica del sogno
collegata al desiderio. Se ci poniamo, invece, nel punto di vista
esteso del sogno come spazio condiviso, possiamo trovare delle
convergenze con lui. Balbino, infatti, parla di un’esperienza
onirica, che avviene con l’intermediazione dell’Orixà,
che, però, nel momento del sogno non è presente
nel sognatore, ma ha lasciato una sua traccia, un segno, come
a rappresentare il rapporto con un mondo, che non riguarda solo
il soggetto sognante, ma tutto il suo gruppo sociale di appartenenza.
Questo aspetto mi fa riflettere sul commento di Kaes stesso sull’intervista
in quanto sostiene che nella contesto tradizionale di credenze,
che Balbino esprime, la concezione del sogno sembra subordinata
alla ‘cultura’ della trance. Non è facile dare
una risposta a questo problema; mi sembra, però, che la
trance è un termine che definisce un’esperienza con
molteplici sfaccettature. Soprattutto è molto complesso
il rapporto, che non è sempre necessario, con la possessione.
Infatti se la possessione può essere collocata anche su
un versante più ‘individuale’, nella trance
è sempre dominante la dimensione di gruppo. Il soggetto
in trance si trova in uno stato particolare, indotto spesso dalla
suggestione del contesto rituale, in cui avvengono importanti
trasformazioni della persona. Cercando di tradurre ciò
in termini psicoanalitici si potrebbe dire che la condizione della
trance è in qualche modo assimilabile al costituirsi di
una area transizionale, come spazio intermedio, una dimensione
in cui da una parte entrano in gioco processi ‘creativi’
soggettivi e, allo stesso tempo, si costituisce un luogo di negoziazione
tra l’individuo e il gruppo. La situazione di sofferenza
e di crisi dell’individuo nelle società tradizionali
sembra essere quasi una precondizione, che produce lo stato di
trance, congiuntamente alla realizzazione di uno spazio rituale
sociale di condivisione nel quale prende corpo la rappresentazione
di un gruppo di figure mitiche, che nei diversi contesti si presentano
come santi e tarantole, Orixà, antenati e così via.
Il tema della possessione poi, a mio avviso, ci pone su un importante
crinale in cui si collocano le convergenze, ma anche le differenze
tra l’approccio psicoanalitico al gruppo e l’approccio
rituale, per così dire tradizionale. Nelle analisi dei
principali studiosi antropologi e storici delle religioni, infatti,
sembra predominante un’interpretazione del rituali di possessione,
a partire dal tarantismo per arrivare ai riti africani e a quelli
afro-brasiliani sincretici come il candomblè, oppure il
vodhu haitiano, la santeria cubana, come forme sia di espressione
della protesta, ma soprattutto di imbrigliamento in un codice
normativo e di controllo dell’inquietudine. Per far questo
le società tradizionali, oggi in grande trasformazione
con dinamiche che sappiamo, anche per la cronaca, estremamente
conflittuali, devono far ricorso a un pantheon di divinità
che comporta usi, costumi e sistemi simbolici e di pensiero.
Ora in un certo senso nella psicoanalisi di gruppo il mito, il
rito, i vissuti di inquietudine, ma anche di trasformazione a
cui rimandano, ritengo debbano essere affrontati facendo ricorso
sia ad una pluralità, quasi un ‘pantheon’,
di teorie psicoanalitiche, che al loro intersecarsi con altri
ambiti della ricerca sociale e scientifica. Nell’analisi,
poi, dei contesti culturali e nel loro raffronto con le esperienze
psicoanalitiche non faremmo giustizia né alla psicoanalisi,
né alle culture tradizionali, se le appiattissimo l’una
sull’altra. Penso che una particolarità di un approccio
psicoanalitico specifico riguardi la capacità e la possibilità
di collegare l’esperienza della conoscenza con il senso
della speranza e della libertà. Queste dimensioni sono
presenti nell’insegnamento di Corrao, che tanto ci ha sollecitato
a valutare l’importanza della considerazione del sapere
in psicoanalisi come un campo in estensione, secondo il modello
bioniano della sonda.
In questa prospettiva Corrao sembra cogliere, nell’irrompere
della dimensione dionisiaca, che lo stesso de Martino nella sua
analisi storico-religiosa e Lapassade in quella più sociologica
hanno approfondito e riferito ai riti di trance e possessione,
un elemento di libertà che, diventa anche di rischio se
non trova una forma espressiva in un sistema simbolico e di esperienza:
“La vicenda di Dioniso […] è sin dall’inizio
strettamente collegata ad una dimensione gruppale. Dioniso è
un Dio collettivo, pubblico, sociale: egli è inseparabile
dal suo tìaso, dai satiri, dalle menadi, come all’inizio
della vita era inseparabile dai Cureti e dai Coribanti. Probabilmente
la dimensione della divinità coincide con la dimensione
collettiva, nella misura in cui questa è capace di generare
immagini che costituiscono il trascendente e l’ultramondano,
attraverso l’esperienza vissuta del transpersonale e del
relazionale; attraverso il contatto con il grande potere delle
forze trans-soggettive” (Corrao F. 1992, p. 51)
Corrao, perciò, nel sollecitare l’attenzione alla
dimensione sociale del dionisiaco evidenzia l’importante
funzione del mito e del rito nelle relazioni di gruppo e nelle
loro trasformazioni.
Ora quello che può venire di buono da un approccio multiplo
pluridisciplinare è quello di lasciare spazio a diverse
possibilità interpretative, che permettano di cogliere
e approfondire la complessità dei fenomeni sociali e delle
dinamiche psichiche ad essi connesse. Come abbiamo visto Corrao
sembra cogliere nella dimensione gruppale dionisiaca una potenza
generativa di immagini, che riguardano a ben vedere una qualche
forma di ‘alterità’. Proporrei allora, come
estensione di questa riflessione, un interessante approfondimento
di Roberto Beneduce che nel suo studio sulla possessione e la
trance in Africa propone una dimensione allargata, che riguarda
non solo il ‘trans-soggettivo, ma il trans-culturale in
cui “… il rapporto tra culti di possessione, mito
e storia… sembra emergere con forza particolare e induce
a considerare la relazione tra culti di possessione e strategia
sociale sotto un aspetto particolare: L’azione di ricordare,
di riprodurre una memoria condivisa… Sembra che gli agenti
della possessione costituiscano in molti casi come i tramiti privilegiati
attraverso i quali la storia s’innesta sulla cosmogonia
e sui miti di un popolo, offrendo i ponti attraverso i quali può
essere simbolizzato il rapporto con altre società e altri
gruppi umani, con altre religioni: ma se quella storia trova così
agevolmente posto tra i miti è perché si tratta
di una storia particolare, che concerne appunto il contatto con
l’alterità, con un Altro culturale, che si afferma
attraverso peculiari rapporti di forza che sconvolge pre-esistenti
gerarchie di potere, che spesso è dominio e volontà
di colonizzare i corpi e la mente” (Beneduce R,, p. 196-97)
Quello che Beneduce ci propone è la considerazione di quanto
i fenomeni della possessione, della trance e della ritualità
ad essi connessi siano lo specchio del rapporto tra il soggetto
e la sua cultura di gruppo e tra le differenti culture, che si
pongono l’una con l’altra in una relazione reciproca
di identità/alterità (Remotti F., 1998). Questa
concezione sembra essere molto vicina allo spirito di quello che
intendo dire riferendomi alla metafora dell’ unitas multiplex,
che significa fondamentalmente poter considerare i problemi della
società e dei gruppi umani, da un punto di vista planetario,
senza rinunciare a mantenere lo sguardo anche alle differenti
condizioni specifiche.
Conclusioni
Vorrei concludere sottolineando che se vogliamo considerare l’importanza,
per la psicoanalisi di gruppo e per le teorie psicoanalitiche
in generale, di una riflessione sull’approccio antropologico
allo studio delle terapie magico-religiose tradizionali dovremmo
evitare, a mio avviso, di esasperare le dicotomie e tentare un
approccio unitario, nel senso che dobbiamo anche pensare che,
seppur diversi, siamo parte dell’umanità e che i
processi culturali interagiscono costitutivamente in modo contingente
con le dimensioni bioevolutive a livello sociale. Non tutto è
cultura e non tutto è genetica.
Sul piano delle teorie sui gruppi e il rito possiamo, ad esempio,
accogliere l’importante suggestione di Lévi-Strauss
nel famoso saggio sull’efficacia simbolica, nel quale descrive
un rituale terapeutico per facilitare un parto difficile. Lo sciamano
narra e canta una storia mitica collocando i personaggi protagonisti
all’interno dell’utero della donna come se fossero
ostacoli da rimuovere conducendo ad un buon esito di tutta l’operazione.
Avviene così un processo di costruzione di un simbolo mitico
efficace attraverso il rito, in cui il corpo individuale acquisisce
un linguaggio che lo rende corpo simbolico del gruppo sociale.
(Lévi Strauss C., 1967)
Questo ultimo riferimento è importante in chiusura del
nostro discorso se messo in relazione alla riflessione di Corrao
sul mito ricordando, però, che, a mio avviso, anche da
un’attenta lettura della sua opera, si può evincere
che il mito senza il rito è lettera morta. Claudio Neri
sottolinea l’originale uso da parte di Corrao del mitologhema,
‘unità minima significante di un mito’, nel
suo isolarlo dal contesto istituzionale canonico per reinventare
gli elementi del mito. “Tale operazione di ‘de-saturazione’
consente di impiegarli in modo efficace nel contesto dell’analisi
di gruppo” (Neri C., 1998, p. XV). I mitologhemi sembrano
essere gli elementi di base di reintegrazione nei momenti di crisi
dell’individuo, del gruppo nella ricostituzione di orizzonti
culturali condivisi. Dice Corrao, a questo riguardo: “Considero
che i mitologemi siano <elementi> costitutivi di ogni struttura
e campo mitico, e proprio questi elementi si possono prestare
a una rivitalizzazione e a una resignificazione, simile a quella
che si opera nella stanza d’analisi, individuale e di gruppo”.
(Corrao F., 1992, p. 28)
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