Come è stato recentemente sottolineato,
Roger Bastide, il grande etnologo, diceva tutto quello che conosceva,
conscio di sapere poco, mentre il suo allievo ed amico Pierre
Verger, senza smentite colui che sapeva molto, taceva troppo
spesso.
E, come ha scritto Théodore Monod nella prefazione a
Les Dieux d'Afrique, Pierre Verger non dice tutto e non mostra
tutto perché è anche un saggio, ma ci consegna
abbastanza… un inquietante colpo di sonda in pieno mistero
umano.
premessa
Gli Orisha sono gli dei degli Yorouba in Africa (Nigeria, Dahomey
oggi Benin, Togo), dei che dalla loro terra di origine si sono
diffusi con il traffico degli schiavi in Brasile e nelle Antille.
Agli Orisha, gli dei degli Yorouba in Africa e nel Nuovo Mondo,
Pierre Verger dedicò venticinque anni fa (1981, Editora
Corrupio Ltda, Bahia; 1982, Editions A.M. Metailie, Paris) una
fondamentale opera di analisi, summa dei suoi primi lavori (1)
di ricerca etnologica e di documentazione fotografica, dedicandola
con el carino y amor de Fatumbi a Lydia Cabrera, hija predilecta
de Yemaya.
Questo contributo, basato sulle ricerche di
Pierre Fatumbi Verger, vuole rispondere ai seguenti interrogativi:
• chi sono gli Yorouba
• il traffico degli schiavi ed il sincretismo
• il panteon degli Orisha ed i loro archetipi.
chi sono gli Yorouba
Per Yorouba si intende oggi, secondo S.O. Biobaku (1973) un
gruppo linguistico di molti milioni di persone, uniti oltre
che dalla stessa lingua anche da una comune cultura e da tradizioni
che hanno origine nella città di Ife (Nigeria).
Secondo altri studiosi, in particolare J.O. Igue e K.A. Obayemi,
si trattava di una civiltà di villaggio e non di città,
in cui ciascun gruppo si sentiva Ijebu, Ife, Ijesa, Ega, Ondo,
ecc., prima di sentirsi Yorouba. Solo con il gruppo Odoudoua
si ebbe la concentrazione dei piccoli agglomerai nella città
di Ife e la successiva fondazione di altri centri in regioni
molto lontane (Dahomey e Togo centrali) da parte dei discendenti
di Odoudoua.
il traffico degli schiavi ed il sincretismo
Attraverso il traffico degli schiavi dalle più diverse
zone dell'Africa verso il Nuovo Mondo, si determinò un
miscuglio di prigionieri che non parlavano la stessa lingua,
con abitudini di vita differenti e con distinte religioni.
Attraverso relazioni privilegiate tra taluni paesi americani
e determinati luoghi dell'Africa, Bahia registrò nel
XVI secolo una presenza di negri bantou che determinarono una
influenza sul vocabolario brasiliano, seguiti da un arrivo più
massiccio di Africani da regioni popolate da Dahomeani-gege
e da Yorouba-nago i cui rituali di adorazione degli dei sembrano
essere stati di modello per le etnie già istallate a
Bahia.
Le navi hanno trasportato per trecentocinquanta anni non solo
il corpo degli schiavi ma anche la loro personalità,
i loro modo di essere e di comportarsi e le loro credenze.
Le convinzioni religiose degli schiavi furono messe a dura prova
al loro arrivo nel nuovo mondo, dove vennero obbligatoriamente
battezzati per la salvezza della loro anima, piegandosi così
alle dottrine religiose dei loro padroni.
Quegli stessi santi, che avevano protetto gli interessi dei
negrieri e la vita di una parte dei negri trasportati, in seguito
protessero gli schiavi e li aiutarono a mistificare i loro padroni,
ad ingannarli ed a depistarli sulla natura delle danze che la
domenica erano autorizzati a fare.
I padroni, vedendo gli schiavi danzare e cantare secondo i loro
propri costumi, pensavano che si trattasse del divertimento
di negri nostalgici ma non sapevano che, in realtà, nel
corso di quelle riunioni cantavano preghiere e lodi verso i
loro orisha, i loro vodoun, i loro oriki (lodi tradizionali).
Non si sa in quale momento esatto il sincretismo si sia potuto
sviluppare. Sembra che si sia fondato in generale sui particolari
delle immagini religiose che in certi particolari potevano essere
accostate ad alcune caratteristiche degli dei africani.
Secondo Nina Rodrigues alla fine del XIX secolo i negri consideravano
i loro orisha ed i santi cattolici eguali ma separati. Pur sembrando
convertiti al cattolicesimo praticavano i loro culti al riparo
da influenze esterne. Inoltre, essendo ancora frequenti le relazioni
tra la costa dell'Africa e Bahia, questo permetteva la reimportazione
di credenze e pratiche che potevano essere state dimenticate
o modificate.
il panteon degli Orisha ed i loro archetipi
Secondo L. Frobenius, citato da Pierre Fatumbi Verger, la religione
degli Yorouba, come si presenta nel 1910, e' diventata uniforme
solo gradualmente e questa uniformità è il risultato
di adattamenti e di mescolanze progressive di credenze venute
da differenti direzioni.
Commentando settant'anni dopo Frobenius, Verger afferma che
continua sempre a mancare un panteon degli orisha ben gerarchizzato
unico ed identico in tutti i punti del territorio detto yorouba.
Le variazioni locali indicano che taluni orisha che occupano
una posizione dominante in alcuni luoghi sono totalmente sconosciuti
altrove, concludendo che di fronte a questa estrema diversità
ed a queste numerose variazioni di coesistenza tra gli orisha,
non si può non restare scettici nei confronti di alcune
concezioni teogoniche troppo sistematicamente strutturate.
Per Verger, la religione degli orisha è legata alla nozione
di famiglia. Una famiglia allargata, derivante da un comune
antenato, che ingloba i vivi ed i morti. L'orisha sarebbe in
linea di principio un antenato divinizzato, che già da
vivo era stato capace di controllare un certo numero di forze
della natura, come il tuono, il vento, le acque dolci e salate,
o di esercitare alcune attività come la caccia, il lavoro
dei metalli, la conoscenza delle virtù e l'utilizzazione
delle piante. Il potere dell'antenato-orisha avrebbe la facoltà,
dopo la sua morte, di trasmettersi ad un suo discendente nel
corso di una trance di possessione.
Il passaggio dalla vita terrestre alla condizione di orisha
di questi esseri eccezionali possessori di un potere potente
avveniva in genere in un momento di passione e di frenesia di
cui le leggende conservano il ricordo.
Questi antenati divinizzati non sarebbero morti di morte naturale…ma
avrebbero subito una mutazione, una metamorfosi, una trasformazione
in quei momenti di crisi emozionali provocate dalla collera,
dalla stizza, dal rimpianto e da altri sentimenti veementi.
L'orisha è una forza pura, immateriale che non può
rendersi manifesta agli esseri umani se non prendendo possesso
di uno di loro…chiamato elegun… che diventa il veicolo
che permette all'orisha di ritornare in terra per ricevere i
segni del rispetto dei discendenti che lo hanno evocato.
L'orisha, antenato divinizzato, è un bene della famiglia,
trasmesso spesso attraverso la linea paterna. Le donne della
linea partecipano alle cerimonie e possono diventare elegun
dell'orisha paterno, ma se sono sposate è l'orisha della
famiglia del marito che diventa quello dei loro figli…Esse
sono in una posizione marginale nella loro famiglia acquisita,
sono ammesse come procreatrici di figli ma non sono mai veramente
integrate nella loro nuova casa.
Mentre in Africa ogni orisha in origine è legato ad una
città o ad un territorio, quando fu trasportato in Brasile
l'orisha prese un carattere individuale, legato alla sorte dello
schiavo trasportato e tagliato da ogni relazione con il suo
gruppo di origine.
La qualità delle relazioni tra l'orisha ed un individuo
è dunque differente in Africa e nel Nuovo Mondo.
In Africa lo svolgimento delle cerimonie di adorazione dell'orisha
è assicurato da sacerdoti designati al culto… in
Brasile, al contrario, ciascuno deve farsi carico delle minuziose
esigenze dell'orisha.
Inoltre, in ciascun terreiro de candomble, ultimo luogo dove
le regole del sapervivere regnano sovrane, molteplici orisha
personali sono riuniti attorno all'orisha del terreiro, simbolo
del raggruppamento intorno all'orisha di origine di ciò
che la diaspora ha disperso.
Secondo Gisele Cossard, se si esaminano gli iniziati raggruppandoli
per orisha, si può constatare che essi possiedono spesso
dei tratti comuni, tanto sul piano fisico che su quello psichico.
I corpi sembrano portare, più o meno profondamente a
seconda degli individui, l'impronta delle forze mentali e psichiche
che li animano.
OLÓDÙMARÈ, Dio Supremo
Al di sopra degli orisha regna un Dio Superiore, Olodumare,
dio lontano, inaccessibile, indifferente alle preghiere ed alla
sorte degli uomini. È al di la della comprensione umana,
né morale né giusto, galleggia al di sopra di
queste contingenze. Non gli si rivolge alcun culto. Ha creato
gli orisha per governare e supervisionare il mondo. È
ad essi che gli uomini devono rivolgere le loro preghiere e
fare le loro offerte.
Olodumare, tuttavia, accetta di dirimere i contrasti che possono
svilupparsi tra orisha.
ÉSHOU
L'archetipo di Eshou è molto diffuso nella nostra società
in cui proliferano persone dal carattere ambivalente, insieme
buone e cattive, ma con una inclinazione verso la cattiveria,
l'irragionevolezza, l'oscenità, la depravazione e la
corruzione; persone che hanno l'arte di ispirare la fiducia
e di abusarne, ma che hanno in contropartita la capacità
di comprendere in modo intelligente i problemi altrui e di dare
consigli avveduti, e questo con uno zelo pari alla speranza
di essere ricompensati. Le elucubrazioni intellettuali ingannevoli
e gli intrighi politici gli si addicono particolarmente e sono
per loro garanzie molto sicure di successo nella vita.
OGOUN
L'archetipo di Ogoun è quello di persone violente, rissose,
impulsive che non perdonano le offese di cui sono state vittime.
Perseguono con energia le loro azioni e non si scoraggiano facilmente.
Nei momenti difficili trionfano, là dove chiunque altro
avrebbe abbandonato la partita e perso ogni speranza. Sono di
carattere mutevole passando dal furioso accesso di collera al
più piacevole dei comportamenti. Sono impetuosi e sfarzosi
e rischiano spesso di urtare gli altri a causa di una certa
mancanza di discrezione quando fanno loro un favore, ma la franchezza
e la sincerità delle loro intenzioni rendono difficile
portare loro rancore.
OSHOSSI
L'archetipo di Oshossi è quello di persone vive, veloci,
sempre in allerta ed in movimento. Sono pieni di iniziative
e sul piede di nuove scoperte o di nuove attività. Hanno
senso di responsabilità e della cura da dedicare alla
loro famiglia, generosi, ospitali ed amanti del buon ordine,
ma amano esageratamente cambiare di residenza e trovare nuove
forme di esistenza, a detrimento qualche volta di una vita familiare
armonica e calma.
OSSANYIN
E' l'archetipo di persone con un carattere equilibrato, capaci
di conservare il controllo dei loro sentimenti ed emozioni.
Non lasciano intervenire le loro simpatie o antipatie nelle
loro decisioni o influenzare le loro opinioni su persone o avvenimenti.
La loro straordinaria riserva di energia creativa e di resistenza
passiva li aiuta a raggiungere gli obiettivi che si sono fissati.
Non hanno una concezione ristretta ed un senso convenzionale
della morale e della giustizia. I loro giudizi sul valore delle
persone e delle cose sono meno fondati sulla nozione di bene
e di male che su quella di efficacia.
SHANGO
É l'archetipo di persone volitive, energiche, altezzose
e coscienti del proprio rango, reale o supposto. Possono essere
dei grandi signori e cortesi ma non tollerano la minima contraddizione
ed in questi casi sono capaci di lasciarsi andare a delle violente
crisi di collera. Sono sensibili al fascino delle persone dell'altro
sesso e si comportano con tatto e piacevolezza nelle riunioni
sociali, ma se si innervosiscono un poco oltrepassano facilmente
i limiti della decenza. Il senso sviluppato che hanno della
loro dignità e dei loro doveri li fanno comportare con
un misto di severità e di benevolenza, a seconda dell'umore
del momento, ma in generale sanno conservare un profondo e costante
sentimento di giustizia.
OYA-YÁNSÀN
E' l'archetipo di donne audaci, potenti ed autoritarie. Possono
essere in alcune circostanze fedeli e di una lealtà assoluta,
ma in altri momenti, se sono ostacolate nei loro progetti o
azioni, sono capaci di lasciarsi andare a manifestazioni della
collera più estrema. Il loro temperamento sensuale e
voluttuoso le trascina in avventure amorose extra coniugali
multiple e frequenti, senza ritegno e decenza e senza che questo
le impedisca di essere gelose di quelli che esse stesse tradiscono
così ampiamente.
OSHOUN
E' l'archetipo di donne graziose ed eleganti, con la passione
dei gioielli, dei profumi e dei vestiti costosi. Esse sono il
simbolo della bellezza e del fascino femminile voluttuoso e
sensuale, ma in modo più riservato di Oya. Si sforzano
di non urtare mai l'opinione pubblica alla quale attribuiscono
una grande importanza. Sotto la loro apparenza graziosa e seducente
nascondono una volontà molto forte ed un gran desiderio
di scalata sociale.
OBÀ
E' l'archetipo di donne valorose ed incomprese; le loro tendenze
un poco virile le fanno orientare verso un femminismo attivo,
la loro attitudine militante ed aggressiva essendo una conseguenza
delle esperienze sentimentali sfortunate ed amare da loro vissute.
I loro insuccessi in amore sono spesso la conseguenza di una
gelosia un poco torbida. Ma esse trovano generalmente delle
compensazioni alle frustrazioni subite, in un successo materiale
in cui la loro avidità di guadagno e l'attenzione che
esse dedicano a non perdere niente dei loro beni diventano delle
garanzie di successo.
YEMAYA
La descrizione di questo archetipo lo prendo in prestito da
Lydia Cabrera, figlia proprio di Yemaja e sicuramente una delle
più competenti in materia.
‘Le figlie di Yemaja sono volitive, forti, scrupolose,
altere e qualche volta impetuose ed arroganti; hanno il senso
della gerarchia, si fanno rispettare e sono giuste ma formaliste;
mettono alla prova le amicizie che ricevono; tardano molto tempo
a perdonare una offesa e se perdonano non lo dimenticano mai.
Esse condividono le preoccupazioni altrui, sono materne e coscienziose.
Senza avere la civetteria di Oshoun, amano il lusso, le stoffe
blu e sontuose, i gioielli costosi. Tendono alla magnificenza,
anche se le risorse della vita quotidiana non permettono loro
un tale fasto’.
OSHOUMARÉ
È l'archetipo di persone che desiderano essere ricchi.
Sono pazienti e perseveranti nelle loro azioni e mettono tutto
in opera per raggiungere il loro scopo. La loro tendenza alla
duplicità può essere attribuita alla natura androgina
del loro dio. Con il successo, diventano facilmente orgogliosi
e pomposi e amano ostentare il loro recente splendore. Non mancano
tuttavia di una certa generosità e non rifiutano di tendere
una mano in soccorso di quanti sono nell'indigenza.
OBALOUAYÉ
È l'archetipo di quanti a tendenza masochista amano esibire
sofferenze ed avversità da cui provano segretamente una
soddisfazione che essi sono incapaci di avvertire quando la
vita è clemente con loro. Possono raggiungere livelli
materiali invidiabili fino ad una vera prosperità ed
un bel giorno respingono questi vantaggi sulla spinta di scrupoli
immaginari. Al loro attivo va considerato che sono capaci di
consacrarsi al benessere degli altri e che in certe circostanze
fanno astrazione completa dei loro interessi ed esigenze vitali.
NANAN BOUROUKOU
È l'archetipo di quanti agiscono con calma, benevolenza,
dignità e gentilezza. Sono lenti nel compimento dei loro
lavori, avendo sempre l'aria di avere l'eternità a loro
disposizione per concludere i loro compiti. Amano i bambini
e li educano forse con eccessiva dolcezza e mansuetudine, perché
hanno la tendenza a comportarsi con l'indulgenza dei nonni.
Agiscono con padronanza e maestosità. Le loro reazioni
molto equilibrate e la pertinenza delle loro decisioni li mantengono
sempre sulla strada della saggezza e della giustizia.
OSHALA
L'archetipo di Oshala è quello di persone tranquille
e degne di fiducia, calme, rispettabili e riservate, dotate
di una fortissima e irremovibile volontà che niente può
influenzare. In alcune circostanze non modificano i loro piani
e progetti, anche malgrado i consigli contrari e ragionevoli
che li mettono in guardia nei confronti delle possibili conseguenze
dei loro atti, sapendo tuttavia accettare senza lamentarsi le
conseguenze amare e spiacevoli.
Òrìsánlà (il Grande Orisha) o Obàtálá
(il re dal costume bianco) occupa la posizione unica ed incontrastata
di Orisha più importante, il più elevato tra tutti
gli dei Yorouba. Fu il primo ad essere creato da Olódùmarè,
il Dio Supremo che lo incaricò di creare il mondo con
il potere di suggerire e di realizzare.
UN RICORDO DI PIERRE FATUMBI VERGER
Per De Martino Levy-Bruhl fu importantissimo, ma al tempo stesso
ne criticò l’idea che all’origine della civiltà
ci fosse un inizio del pensare che non fosse governato dal pensare.
(Gennaro Sasso, intervista ad Antonio Gnoli, La Repubblica,
16 giugno 2002, pag. 29)
Ho conosciuto Fatumbi in Dahomey, oggi République du
Benin, nel 1966.
Ero un giovane sociologo italiano da poco laureato nell’Università
di Roma e coordinavo come esperto del Fondo Europeo per lo Sviluppo
tutti gli studi preliminari per l’elaborazione di un progetto
di sviluppo di un’area di 40.000 ettari nella regione
di Agonvy (Dahomey meridionale): ricerche statistiche, agro-alimentari,
sull’impiego del tempo, sanitarie, ecc.
Andavo avanti e indietro tra Itchedè, dove abitavo in
una stazione agricola dell’IRASHO e le due capitali del
Dahomey, Cotonou e Porto Novo, la prima più occidentale,
con la Presidenza della Repubblica, l’aeroporto, gli alberghi
ed i ristoranti, la seconda più africana e tradizionale.
Un giorno nella mia casa di Itchedè,
una villetta coloniale all’interno di una piantagione
sperimentale di palme da olio, circondata dalle villette degli
agronomi belgi scappati dal Congo, venne a trovarmi un gentile
signore francese, Pierre Verger; aveva allora circa 65 anni
ed io ne avevo appena compiuti 23, potevo essere suo figlio,
ma anche suo nipote: un’aria gentile, mi parlava del suo
lavoro di etnologo, delle sue ricerche, dei suoi libri, delle
sue foto e soprattutto mi chiedeva del mio lavoro, delle ragioni
della mia presenza in Dahomey, a Itchedè in particolare,
del senso finale dei tanto magnificati investimenti europei
allo sviluppo.
Ricordo questo brano di conversazione:
io- i bambini muoiono molto presto, hanno poche chances di vita,
con il nostro intervento potranno mangiare in modo più
equilibrato, essere curati con le medicine giuste da personale
medico locale, vivere in condizioni più umane, ecc.
pv- e poi comunque tutti moriranno, questo è il nostro
destino.
Io- si’, certo, ma un destino può essere comunque
governato, soprattutto lo sviluppo economico-sociale può
contribuire..
pv- può solo contribuire a distruggere l’equilibrio
su cui poggiano queste società, travolgendo tradizioni,
costumi, religiosità, sconvolgendo alla radice le comunità
tradizionali.
Ogni volta che discutevo con Pierre Verger rimanevo
impressionato dalla calma, dalla dolcezza con la quale elaborava
i suoi pensieri e dalle sentenze di condanna che ricevevano
le mie azioni: era gentile ma fermo, assolutamente rigido nella
difesa di un mondo al quale aveva consacrato tutto se stesso,
fino a diventare Fatumbi.
Sono passati, da allora, quasi quarantanni,
la Comunità Europea ha finanziato il progetto Agonvy,
che stato realizzato: un oleificio, 7.000 ettari di piantagioni
a palma da olio e 7.000 ettari per culture alimentari, quattro
villaggi, un ospedale, scuole, strade, ponti, ecc.
Ma lo sviluppo creato da queste nuove condizioni che cosa ha
determinato? La profezia di Fatumbi si è avverata? Il
suo pessimismo intellettuale, maturato in anni di ricerca sul
terreno, ha trovato una conferma nello sviluppo degli avvenimenti
oppure era il suo un amore romantico e decadente verso uomini,
donne, gruppi etnici che per il solo fatto di essere stati toccati
dal suo sguardo dovevano essere protetti in eterno, come un
mondo infantile, dalle lusinghe dello sguardo altrui?
Questo è il problema, la sfida che Fatumbi ha lasciato
a Pierre Verger e che noi dobbiamo raccogliere e trasmettere
a chi verrà dopo di noi, amare l’oggetto della
nostra ricerca, fino a farla diventare un soggetto vivente.
Questo dobbiamo a Fatumbi, avendo da non molto celebrato il
centenario della nascita di Pierre Verger.
Di Pierre Fatumbi Verger ci rimane il suo straordinario
lavoro intellettuale ed organizzativo, i suoi libri, le sue
fotografie e la Fondazione a Bahia in Brasile, ci rimane sopra
ogni cosa quella ricerca sul campo, nei villaggi d'Africa e
dell'America centrale, e negli archivi, una ricerca diacronica,
sincronica e multimediale (le migliaia di fotografie che ci
narrano di Orisha e di fedeli, da una parte e dall'altra dell'oceano,
documentando così oltre tre secoli di traffico degli
schiavi e gettando un ponte tra culture e religioni lontane
nelle distanze ma vicine nell'ispirazione e nelle radici).
Soprattutto di Pierre Fatumbi Verger ci resteranno le pagine
memorabili e struggenti con le quali ci narra di navi, battelli,
piroscafi con nomi di santi e degli sforzi di milioni di esseri
umani, donne ed uomini, per conservare la loro identità
attraverso la fedeltà ai propri dei, anche attraverso
l'adesione a nuove religioni ed la loro rielaborazione, premessa
per quel sincretismo di cui Pierre Fatumbi Verger fu figlio
ed insieme cantore di un mondo solidale di uomini e di orisha.
Martin Heidegger, nel 1934 nelle lezioni estive
a Friburgo, affermò:
Se poniamo la domanda sull'essenza della storia ci viene opposta
l'obiezione che la nostra affermazione secondo cui la storia
sarebbe il tratto caratterizzante dell'uomo è arbitraria.
Eppure anche i negri sono uomini, ma non hanno una storia. E
c'è perfino una storia degli animali e delle piante,
antica migliaia di anni e certo più antica di tutta la
storia dell'uomo. E non solo la vita ha una storia, bensì
la Terra intera, come dimostra la geologia.
Ciò dunque significa: 1) anche in ambiti extraumani c'è
una storia; 2) all'interno dell'ambito umano può mancare
la storia.
Chiamato alla storia dal traffico degli schiavi
e dalle virtù del sincretismo, del mimetismo e del meticciato,
questo mondo di uomini e di orisha, grazie ai lavori di Pierre
Fatumbi Verger, è parte della comunità umana e
della sua storia e non più mero capitolo di un trattato
di etnologia o di geologia, con buona pace del filosofo germanico
Martin Heidegger.