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Il
gruppo degli dei tra psicoterapia di gruppo e antropologia |
Il Rosso e il Nero : Un
Esperimento Pratico per Pensare al Rito
Michael Houseman
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Per poter esplorare l’atto
rituale in se (“in se stesso e per se stesso” come
consiglia Lèvi-Strauss 1971:598), ho sottoposto alcuni
partecipanti di un seminario, ed altri studenti, ad un rito di
iniziazione maschile di mia invenzione: Il Rosso e il Nero. Propongo
di descrivere questo rito e, nel fare ciò, di suggerire
alcuni aspetti ricorrenti dell’azione rituale e, specificatamente,
dei rituali d’iniziazione (maschile).
Introduzione
Questo esperimento è stato progettato per illustrare
e dare sostegno ad alcune idee sviluppate altrove in connessione
ad un particolare approccio “relazionale” all’analisi
della performance rituale (cf. Houseman and Severi 1998; Houseman
1993, 2000, 2002, 2003 a). Secondo questo approccio, il rito
viene considerato una rappresentazione dei rapporti: tra i partecipanti
umani ma anche collegato ad una rete di legami interpersonali,
con altre entità non umane come ad esempio: spiriti,
dei, antenati, animali, oggetti, formule liturgiche e via dicendo.
Dato che questi rapporti vengono rappresentati, e non semplicemente
citati, non sono connessioni metaforiche o logiche tra categorie
o termini astratti, ma esperienze personali sostenute da eventi
intenzionali ed emotivamente guidati. Nonostante ciò,
i rapporti che le persone rappresentano nel rito sono inusuali
sotto vari aspetti. Primo, perché portano insieme in
una singola sequenza di azioni caratteristiche tratte da una
grande varietà di domini (sussistenza, il ciclo vitale,
parentela, altri eventi cerimoniali, ecc.), rapporti rituali
riallacciano questi elementi disparati come i componenti interdipendenti
di una nuova totalità esperenziata, la performance rituale
in se stessa. Dunque, non sono soltanto molto evocativi ma anche
eccezionalmente integrativi. Secondo, i rapporti rituali tipicamente
implicano ciò che Carlo Severi ed io (1998) abbiamo chiamato
“condensazione rituale”, cioè, la rappresentazione
simultanea di modi nominalmente contrari di relazione: le affermazioni
di identità sono allo stesso tempo testimonianze di differenza,
dimostrazioni di autorità sono anche dimostrazioni di
subordinazione, la presenza di altre persone o di altri esseri
viene a tutt’uno confermata e negata, i segreti vengono
simultaneamente mascherati e svelati, e via dicendo. Per quanto
le performance rituali incorporino tali situazioni singolari,
sono riconoscibili e distinte dall’interazione quotidiano:
non possono essere pienamente considerate in termini di intenzionalità
ordinarie e modelli di rapporto. Terzo, queste performance che
sembrerebbero anomale, presumibilmente hanno significato (le
conseguenze pragmatiche e le qualità affettive dell’esperienza
rituale, qui hanno un ruolo importante), sono sorrette da un
grado di auto-referenza, e ciò conferisce ad esse una
notevole misura di indiscutibile autorità. Appaiono come
ripetizioni necessarie piuttosto che invenzioni arbitrarie.
La ritualizzazione può, quindi, essere concepita come
un processo di ricontestualizzazione il cui carattere “privilegiato”
(Bell 1992) deriva dalla combinazione di queste tre proprietà:
è basato sull’esperienza, altamente integrativo,
e per via della associazione sistematica di comuni modi antitetici
di relazione, difficile da definire mediante termini differenti
dalla sua stessa messa in atto.
Questa prospettiva porta a un numero di problemi complessi dei
quali uno solo desidero approfondire in questa sede, quello
dell’efficacia dei rituali. Io concepisco l’efficacia
rituale come riferentesi alla produzione, susseguente ed oltre
la performance rituale stessa, di aspetti di discorso e comportamento
che presuppongono la relazione messa in atto nel corso dell’esecuzione
rituale. L’occorrenza di tali aspetti del discorso e dell’azione
possono essere presi come una misura dell’impegno dei
partecipanti alla realtà delle relazioni rituali che
essi mettono in atto. L’azione rituale, se è efficace,
influisce irreversibilmente in maniera percettibile sul corso
ordinario: prima e dopo non sono la stessa cosa. Da questo punto
di vista, la ritualizzazione è affar serio; la sua efficacia
alquanto differente dalla gratificazione che risulta dal giocare
(osservare) ad un gioco o dall’osservare (o dal partecipare
ad) uno spettacolo. La mia ipotesi di lavoro è che questa
distintiva efficacia derivi, soprattutto, ne dal simbolismo
del rito, ne dalle sue conseguenze pragmatiche, ne infine dalle
sue qualità di performance, ma dalla vera messa in atto
delle relazioni sociali che la sua performance implica. La mia
intenzione era quindi di disegnare un rituale che consistesse
essenzialmente, se non solamente, in un particolare pattern
di interazione: Il Rosso e Il Nero non appartiene ad alcuna
riconoscibile cultura tradizionale, mette in gioco quasi nessun
simbolismo esplicito, le sue “credenze” sottostanti
sono perlopiù assurde, le sue qualità sceniche
sono minime e poca, se alcuna, funzione sociale le può
essere attribuita.
Io dovrei dire adesso che buona parte di ciò che tratterò
non è stato precedentemente pensato. Le “caratteristiche
del progetto” (Handelman 1998) del Rosso e Il Nero, basate
su anni di studio sul rito di iniziazione maschile, si svilupparono
più o meno in una maniera ampiamente intuitiva. Miravo
a qualcosa il più semplice possibile, ed allo stesso
tempo, le cui emergenti proprietà di auto-legittimazione
catturassero ciò che io sentivo essere l’essenza
dell’iniziazione: un processo discriminativo, che conferisce
identità, i cui fini (gli iniziati) sono i mezzi della
sua stessa reiterazione (cf. Zempléni 1991). In sostanza
ho cercato di coinvolgere i partecipanti in una esperienza interattiva
innegabile ma pursì difficile da concettualizzare, il
cui apparente punto d’inizio arbitrario (la differenza
tra maschio e femmina) diviene, per loro, un’irrifiutabile,
discriminazione naturale definita nei termini di questa esperienza
e la distinzione convenzionale (tra iniziati ed i non iniziati)
che porta con se (cf. Bourdieu 1986). Evidenza dell’efficacia
del Rosso e Nero come rituale veniva cercata nella ricorrenza
di successivi discorsi e comportamenti tra i partecipanti in
questo processo di ridefinizione paradossale. Mentre sembrava
troppo aspettarsi il perdurare dell’impegno da parte dei
partecipanti, ero interessato a notare se poteva essere accertato
il più piccolo effetto in questa direzione. Per esempio,
ero particolarmente in cerca di azioni spontanee e di discorsi
implicanti che, se le donne non avevano accesso ai misteri del
Rosso e del Nero, questo non era perché esse non erano
iniziate, ma perché erano donne. Una tale asserzione
è abbastanza vera all’interno del contesto del
rituale da me ideato: solo gli uomini sono iniziati. Ciò
che io sto suggerendo, comunque, e che l’efficacia di
questo (come qualunque) rituale risiede precisamente nel fatto
che, come risultato della sua performance, affermazioni come
queste sono applicate oltre il quadro del rituale per essere
soprattutto considerate come proposizioni non riguardanti il
rituale ma il mondo.
Preparazione
I partecipanti vengono preavvertiti (di solito una settimana
prima) che saranno sottoposti ad un rito di iniziazione. A loro
viene comunicato che mentre gli uomini saranno sottoposti al
rituale, anche le donne parteciperanno; infatti la partecipazione
di tutti i membri, a loro viene detto, è essenziale perché
il rito “funzioni”. Spesso aggiungo che potrebbero
esservi alcuni studenti hanno già partecipato al Rosso
e Nero e saranno quindi in grado di guidare i nuovi arrivati
attraverso esso; se tali persone non sono presenti, spiego ai
nuovi arrivati che sarò io a dare le istruzioni.
Il giorno in cui avviene il rito, appendo una tenda attraverso
uno degli angoli della stanza nelle vicinanze di dove avrà
luogo maggior parte dell’azione. Apro la classe o seminario
introducendo il rituale. Anche se inizialmente non dico mai
di essere l’inventore del Rosso e Nero, il mio resoconto
iniziale rende questo ovvio. Scrivendo IL ROSSO ED IL NERO sulle
lavagna bianca, spiego che è infatti un rito americano,
ma di origini franco-belghe (anche se non più praticato
in Francia o in Belgio). Spiego che si possono incontrare molti
riferimenti a questo rito nella cultura francofona: Stendhal
(la maggior parte di studenti francesi ha letto o sentito parlare
del suo romanzo Il Rosso e il Nero), Jacques Brel (un vocalista
popolare belga che canta del rosso e il nero) e la Société
Génerale (una banca francese che ha scelto come logo
due rettangoli rossi e neri) sono proposti come esempi. Questa
fonte franco- belga spiega il motivo per cui la lingua che viene
utilizzata durante il rito è il francese e non l’inglese.
Concludo che una volta iniziato il rito solo la lingua francese
sarà parlato (comunque sia, si parla sempre francese
durante le mie lezioni).
Uno dei problemi posti da questo esperimento è il framing:
è molto difficile legare un quadro rituale o un contesto
ad un posto. Il punto di partenza di questo esercizio è
implicitamente una situazione di gioco (“giochiamo a fare
un rito”). Comunque, se i partecipanti si sottopongono
al Rosso ed il Nero con l’idea che stanno semplicemente
giocando o simulando, la performance si svolgerà ma perderà
la sua efficacia come rito: nessuno si aspetta che abbia qualsiasi
impatto reale sulla vita ordinaria. Allora, il mio problema
è: come rendere abbastanza “serio” Il Rosso
e il Nero? La mia autorità nelle vesti di insegnante
o docente può essere di aiuto, ma solo fino ad un certo
punto, considerando che gli studenti sono consapevoli della
natura sperimentale di questa iniziativa. In altre parole sono
in qualche modo legato: se non prendo sul serio Il Rosso e il
Nero non lo prenderanno sul serio nemmeno i partecipanti, ma
se io lo prendo sul serio, loro non mi prendono seriamente,
allora diventa un altro tipo di gioco.
La soluzione che ho adottato è quella di trattare le
proposizioni ridicole con una gravità simulata, sottolineando
la natura giocosa di questa impresa per via di una doppia negazione.
Propongo un esperimento rituale piuttosto che un'esperienza
rituale. In altre parole invece di simulare una performance
rituale vera, faccio finta di simularne una falsa. In questo
modo, il mio obiettivo è di minare il l'aspetto del gioco
dall'interno, creando le regole e le convenzioni la cui esistenza
è presupposta da qualsiasi riconoscimento di un attività
come istanza di gioco, apertamente confusiva, ed idealmente
sia costituiva che auto contraddittoria (cf. Houseman e Severi
1998). Attraverso questo tipo implicito di quadro–sfida,
cerco di stabilire il carattere eccezionale di questo impegno
ma nel frattempo mantengo la sua entità non chiara: bisogna
partecipare al Il Rosso ed il Nero per capire di quale attività
si tratta. Quindi, la mia spiegazione trasparentemente ridicola
del rito come essente americano, ma con origini franco–belghe
è associata in modo falso con alcuni riferimenti culturali
veri e con la mia innegabile identità di americano trapiantato
in Francia, quest’ultima legata alla mia autorità
di insegnante o docente. La presunta origine francofona del
rito mi permette di introdurre l’imperativo insensato
di dover parlare in francese durante la performance. Dunque,
per introdurre tutte queste chiacchiere, scrivo sulla lavagna
bianca IL ROSSO ED IL NERO. Essendo altezzosamente pedante,
questo (come i riferimenti a Stendhal, Brel, e la Société
Générale) è allo stesso tempo fuorviante,
perché, come vedremo, uno dei segreti del rituale gioca
sull’omonimia approssimativa delle parole francesi et
(ed) ed est (è): scrivendo il nome del rito in inglese
(giustificato dal fatto che è un rituale americano),
stabilisco et (ed) come la predefinita, naturale interpretazione
di questa frase quando detta in francese.
Chiedendo agli uomini di lasciare la stanza, dò istruzioni,
prima alle donne e poi agli uomini che stanno all'esterno, su
come svolere il rituale. Alle donne spiego che devono rimanere
sedute assieme ad un lato della stanza. Gli uomini saranno portati
uno ad uno e gli sarà detto di sedere ad una tavola rivolta
verso le donne sull'altro lato della stanza, a circa cinque
o sei metri di distanza; io stesso, líniziatore, mi siederò
a questa stessa tavola rivolto verso il novizio (con le spalle
alle donne). Le donne devono rimanere in silenzio mentre il
novizio viene portato dentro. Comunque, una volta seduto, possono
cominciare a borbottare tra loro (possono dire tutto ciò
che vogliono), abbastanza rumorosamente da far sí che
non sentano ciò che sto dicendo al novizio. È
importante, dico loro, che non sentano ciò che viene
detto, ma è anche importante che facciano particolare
attenzione a ciò che fa il novizio, poiché così
facendo presteranno supporto al novizio mentre partecipa al
rito. Dico alle donne che ad un certo punto il novizio urlerà.
Quando questo accadrà dovranno interrompere il brusio
ed acclamare il novizio o (in alcuni casi) sospirare molto forte
con sollievo. Finalmente, dico loro che il novizio annuncerà
ad alta voce “Le rouge et le noir” (il rosso ed
il nero) e loro dovranno rispondere, ad ugual volume, “Oui,
le rouge et le noir” (si, il rosso ed il nero).
Agli uomini spiego che verranno portati dentro uno alla volta.
Mentre ciascuno va a prendere parte al rituale, coloro che aspettano
di essere chiamati dovranno stare nel corridoio. Poiché
la porta rimarrà parzialmente aperta, saranno in grado
di sentire ciò che accade; comunque, non dovranno guardare,
poiché questo andrebbe a sottrarsi dal rituale. Spesso
dico loro che comunque non vi è nulla da vedere. In fine,
spiego loro che dovranno fare ciò che dirò loro
di fare, o il rituale non “funzionerà” bene.
Allo scopo preparare la base per l'impegno dei partecipanti
alle realtà del rituale che metteranno in atto, io non
fornisco ne ai novizi ne alle donne una descrizione del processo
di iniziazione nella sua interezza, ma dò solo abbastanza
informazioni perché possano adeguatamente assumere i
rispettivi ruoli. Nel prevenire da parte dei partecipanti la
concettualizzazione del rituale in modo scollegato, li incoraggio
a farne diretta esperienza mediante l'adozione di particolari
punti di vista nei riguardi di ciascun'altro all'interno del
contesto della sua performance. Allo stesso tempo, le mie istruzioni
mirano a promuovere una sfumata unione delle loro azioni così
che possa aver luogo una globale dinamica relazionale. Dunque
la comprensione da parte dei partecipanti del rito come una
distinta totalità non viene fornita in anticipo ma progressivamente
costruita da loro stessi in una maniera personalmente motivata;
deriva dalle loro stesse percezioni e comportamenti come dettato
dalle loro interazioni coordinate.
Dedico più tempo alle donne alle quali dò più
responsabilità di quanta ne dia ai novizi. Quest'ultimi,
lasciati per la maggior parte all'oscuro, sono resi chiaramente
dipendenti da ciò che io, l'iniziatore, dirò loro
di fare, mentre le donne, che sono più informate di ciò
che accadrà, sono quantomeno obbligate, in quanto esterne,
a prendere spunto dal novizio. Questo crea un’interessante
tensione che agisce come un’implicita spinta per la performance
del rituale: da un lato, le donne possono presupporre che i
novizi (che sembrano mantenere un segreto) siano stati forniti
di informazioni privilegiate, mentre in realtà non lo
sono stati; dall’altro lato, i novizi, nonostante sappiano
che le donne sono il gruppo apparentemente escluso, non possono
essere sicuri che esse non sappiano più di quanto il
loro comportamento non lasci intendere. L'implicita difficoltà
in questa situazione è rafforzata sin dall’inizio
del rito, dal fatto che le donne saranno in grado di vedere
ma non di sentire ciò che accade alla tavola all’altro
capo della stanza, mentre i novizi che attendono all’esterno
vedranno le donne confabulare non sapendo che ruolo ricoprono.
Questa tensione è ulteriormente accentuata dalle silenziose
negoziazioni che invariabilmente hanno luogo sia tra i novizi
che attendono per quanto concerne l’ordine in cui dovranno
essere iniziati, sia tra le donne a riguardo di quanto correttamente
stiano seguendo le istruzioni. In fine, è da notare come
questa tensione immediatamente crolli quando si verifichi la
benché minima comunicazione visiva tra le donne ed i
novizi in attesa (in un’infelice occasione che diminuì
significativamente la solennità del rito, vi era una
porta di vetro che portava al corridoio così che alcuni
novizi furono in grado di vedere che le donne si erano accorte
che i novizi potevano vederle).
Le ultime due volte che ho organizzato Il Rosso ed il Nero,
dopo aver dato istruzioni, ho invitato gli uomini a tornare
dentro la stanza per partecipare con le donne ad un esercizio
preparatorio. Dopo aver fatto sedere tutti, chiedo ai partecipanti
di mettere le loro mani sul tavolo di fronte a loro e di chiudere
gli occhi, per rilassarsi e mettersi a proprio agio. Faccio
questo esercizio assieme a loro. Chiedo loro (dicendo che alcune
persone trovano più facile mettere la testa su un lato)
di fare un piccolo, pietoso, suono lamentoso, ad un volume che
solo loro stesse riescano a sentire. Dopo circa trenta secondi,
dico loro di mantenere gli occhi chiusi e le mani sul tavolo
ma di alzare la testa ed aprire la bocca il più possibile.
“Più aperta”, dico, “Più aperta
di così!”, “Ancora di più!”.
Quindi dico loro di tenere gli occhi chiusi e pretendere di
avere le mani bloccate al tavolo e che, per quanto provino,
non sono in grado di muoverle. Dopo un minuto. Dico loro che
hanno ancora le mani bloccate sul tavolo ma che possono aprire
gli occhi. Un minuto più tardi, dico che possono muovere
le mani. In fine, dico loro che l’esercizio è terminato.
Questo esercizio preliminare è utile poiché pone
le basi per ciò che sotto molti aspetti è l’essenza
dell’esperienza rituale. I partecipanti si ritrovano personalmente
coinvolti in azioni corporee prescritte ed emozionalmente cariche,
il cui significato esatto resta quantomeno oscuro. La supposizione
pragmatica che intuitivamente governa l’interazione ordinaria
– azioni all’esterno esprimono sentimenti ed intenzioni
private – viene rovesciata: nello svolgimento di questo
esercizio preparatorio, è il comportamento stipulato
del partecipante che diventa la molla dell’esperienza
individuale. L’esatta natura dei sentimenti indotti dal
doversi piangere addosso, l’aprire la propria bocca in
maniera forzata, comportarsi come se si avesse le proprie mani
bloccate sul tavolo e via dicendo, è irrilevante, e rimane,
si potrebbe supporre, largamente una funzione della personalità
di ciascun partecipante. In effetti, l’esercizio, nel
chiamare in gioco un ampio raggio di possibili emozioni (auto-compassione,
frustrazione, stress, sollievo), è disegnato per lasciare
una discreta quantità di margine per il coinvolgimento
individuale così che ciascun partecipante faccia propria
questa esperienza collettivamente imposta (cosa dovrei star
provando? Esattamente come dovrei star piagnucolando? Quando
esattamente dovrei chiudere la bocca e così via). Curiosamente,
molti partecipanti utilizzano questo esercizio per dare un senso
a ciò che segue. I novizi speculano su questa scia mentre
aspettano nel corridoio, ed un certo numero di loro ammettono
dopo che si aspettavano che il rituale fosse in qualche maniera
legato all’esercizio (alcuni partecipanti, per esempio,
svolsero l’intero rituale con le proprie mani sul tavolo
che gli stava di fronte). Qui nuovamente, allo stesso modo di
come ciò che è cruciale non siano gli specifici
stati affettivi che possono derivare dagli agiti del partecipante
ma il fatto che i loro atti siano investiti con sentimenti personali
ed intenzionalità (l'animosità è la ben
venuta, l’indifferenza non lo è), cosa sembra essere
importante, per quanto concerne l’impegno dei partecipanti
al rito, non è tanto la precisa interpretazione che possono
dare dei propri comportamenti quanto la loro supposizione che
questi comportamenti siano rilevanti.
Performance
Una volta finito l’esercizio preparativo, invito gli
uomini e le donne a prendere le loro rispettive posizioni così
che il rituale possa aver inizio. Mentre le persone vanno al
loro posto, pongo fianco a fianco una scatola nera ed una scatola
rossa sul tavolo al lato opposto della stanza rispetto a dove
le donne sono sedute. Le scatole sono sufficientemente alte
perché il novizio, quando seduto al tavolo rivolto verso
le donne (la scatola nera è alla sinistra del novizio),
non possa vedere che cosa contengano. Un panno bianco copre
l’area del tavolo tra la sedia che sarà occupata
dal novizio e le scatole, e su questo panno si trova un cartoncino
bianco sul quale poso i miei occhiali. Quando tutti sono in
silenzio, mi alzo, mi giro e dico loro che il rituale avrà
ora inizio.
Vado verso il corridoio ed invito l’uomo più vicino
al corridoio ad entrare (quando un uomo iniziato, cioè,
qualcuno che è già passato attraverso Il Rosso
ed il Nero, è presente, lo istruisco perché faccia
questo per me). Indico al novizio che si dovrà sedere
al tavolo sulla sedia rivolta verso le donne ed io mi metterò
seduto rivolto verso lui. Le donne iniziano il loro lamentio.
Mantenendo il più possibile un contatto oculare, do il
benvenuto al novizio ad Il Rosso ed il Nero. Lo informo che
gli chiederò di mettere la mano sinistra nella scatola
nera. Sentirà qualcosa nella scatola. Comunque, qualsiasi
cosa senta, la sua faccia dovrà rimanere totalmente impassibile.
Mentre fa questo, continuo a dirgli, dovrà leggere a
se stesso ciò che è scritto sul cartoncino posto
di fronte a lui (in lettere maiuscole: LE ROUGE ET LE NOIR [il
rosso ed il nero]). Tolgo i miei occhiali dal cartoncino e gli
dico di mettere la mano sinistra nella scatola nera. “Senti
qualcosa?” Chiedo. “Continua a cercare nella scatola.
Senti qualcosa ora?” Il novizio, mantenendo la sua faccia
inalterata, risponde affermativamente (perché in effetti,
sul fondo della scatola, percepisce qualcosa di liquido e leggermente
viscido). A questo punto gli dico che prima di cominciare la
lezione o seminario ho copiosamente sputato nella scatola e
che è il mio sputo che ora sta toccando. Lui si sforza
di non mostrare il disgusto. Mentre il novizio tira fuori la
mano dalla scatola (spesso pulendola sul panno bianco che copre
il tavolo), giro il cartoncino e nuovamente vi pongo sopra i
miei occhiali. Dico al novizio che gli chiederò di mettere
la mano destra nella scatola rossa e che potrebbe dover acchiappare
ciò che contiene (come se ci fosse qualcosa di vivo nella
scatola). Questo potrebbe fargli un po’ di male, gli spiego,
ma solo un poco (all’interno della scatola rossa c’è
una piccola pianta di cactus). Comunque, appena tocca il contenuto
della scatola, dovrà immediatamente urlare ad alta voce.
In fine, mentre fa questo, deve leggere a se stesso ciò
che è scritto sul retro del cartoncino (ora si legge:
LE ROUGE EST LE NOIR [il rosso è il nero]). Tolgo i miei
occhiali dal cartellino e dico a lui di mettere la mano destra
nella scatola rossa. Quando il novizio sente il pungere della
pianta (alcuni novizi la afferrano fermamente mentre altri la
sfiorano appena), urla in preda a dolore. Le donne lo acclamano
o ad alta voce sospirano di sollievo. Una volta terminato, ad
alta voce chiedo al novizio di proclamare il mistero del rituale,
indicandogli con gli occhi il cartoncino che gli sta di fronte.
Lui annuncia: “Le rouge est le noir” al che le donne,
come istruite, rispondono “Oui, le rouge et le noir”.
Quindi stringo la mano del novizio, mi congratulo con lui per
aver superato Il Rosso ed il Nero e lo invito a ritirarsi all’angolo
della stanza coperto dalle tende, dicendogli di rivolgersi verso
il muro e di non guardare da dietro le tende.
Il prossimo novizio viene fatto entrare e lo svolgimento comincia
da capo. Quando l’ultimo ha terminato e tutti i novizi
sono dietro le tende nell’angolo, chiedo loro di uscire
e, volgendomi anche verso le donne, di gridare un’altra
volta il “mistero” del rituale: Le rouge est le
noir. Le donne, al mio cenno, rispondono ancora una volta: “Oui,
le rouge et le noir”. In fine chiedo a tutti di gridar
un ultima volta : “Le rouge est/et le noir”. Indico
che il rituale è ora terminato e che prenderemo una pausa
di cinque minuti.
Uno dei miei scopi nel progettare questo rituale era il coinvolgere
i partecipanti in comportamenti convenzionalizzati in cui atteggiamenti
e relazioni contrarie diventassero inestricabilmente combinati.
Quindi, le azioni che i partecipanti sono portati a compiere
sono concettualmente incerte; sono facilmente riconoscibili
come distinte da quelle di tutti i giorni e difficili da definire
in termini che non siano la loro stessa messa in atto. Pescando
da dei tratti ricorrenti dell’iniziazione maschile (cf.
Cohen 1964), le donne sono poste in una situazione comunicativa
paradossale: è perché interagiscono con gli uomini
(sono consapevoli che quest’ultimo sente i loro bisbigli)
che sono da essi tagliate fuori (il confabulare non permette
loro di sentire cosa l’iniziatore e i novizi stanno dicendo).
Questa posizione ambigua richiede un ulteriore sforzo in quanto
sono le donne da sole che devono determinare, dal cambiamento
del livello del rumore attorno al tavolo, quanto forte deve
essere il loro vociare. Durante il rito, si guardano spesso,
controllando l’appropriatezza della rispettiva produzione
di rumore (coloro che hanno preso parte ad una precedente performance
impostano il tono). Inoltre, dato che le donne sono state istruite
a far particolare attenzione al comportamento del novizio, il
dover costantemente mugugnare diventa per loro estremamente
tedioso. Quindi, le loro esternazioni sono rapidamente ridotte
ad una concatenazione di sillabe senza senso, che si fonde in
una sorta di risonanza verbale prodotta collettivamente che
spontaneamente acquisisce una qualità semi-musicale.
I novizi sono inoltre posti in una situazione contraddittoria
riguardo alle donne che li stanno osservando. Devono alternamente
mostrare significativamente meno o significativamente più
di quanto effettivamente sentono: mentre devono clandestinamente
nascondere il proprio disgusto nell’apprendere che hanno
manipolato il mio sputo nella scatola nera, devono apertamente
esagerare il dolore derivato dal leggero tocco dato al cactus
nella scatola rossa. Incapaci di camuffare la propria ansia
riguardo le prove che vanno affrontando, devono allo stesso
tempo dissimulare l’inganno di questa avversità
dal carattere relativamente innocuo. Il segreto rivelato ai
novizi (il contenuto delle scatole) è sconcertantemente
futile, e questo fatto, tanto quanto la natura del contenuto
delle scatole, è il segreto a cui sono legati. C’è
ovviamente un ulteriore livello di segretezza di cui i novizi
devono simultaneamente tener conto e nascondere alle donne:
contrariamente a ciò che i non iniziati possano pensare,
essi in realtà non sanno cosa le scatole contengano.
Riguardo alla scatola nera sanno solo ciò che io gli
dico (riguardo a questo mento: non è sputo ma un po’
di albume d’uovo mischiato con acqua); riguardo alla scatola
rossa possono solo far supposizioni in base ad una fugace sensazione
tattile (suggerisco che potrebbe esserci qualcosa di vivo nella
scatola ma anche questo non è interamente vero). Quindi,
un discreto numero di novizi, una volta terminata la loro iniziazione,
cercano di guardare dentro le scatole; ovviamente non permetto
questo. In tal modo, la rivelazione di sapere privilegiato,
iniziatorio, è allo stesso tempo un atto di mascheramento
sia per i novizi nei riguardi delle donne che per l’iniziatore
nei confronti dei novizi stessi. In fine, incremento lo stato
eccitato e disorientato dei novizi chiedendoli di fare diverse
cose contemporaneamente: mettere la mano nella scatola, reagire
in maniera forzata a ciò che sentono, leggere il cartoncino
di fronte a loro ed ascoltare ciò che dico loro, tutto
questo con il costantemente mutante mormorio delle donne sullo
sfondo. Con sorrisi fissi e nervosi o facce senza espressione,
fissano saldamente i miei occhi per tutto il tempo. È
in effetti essenziale che la prova dei novizi, nonostante di
breve durata, si presenti sia complessa che con un certo grado
di sfida: non solo le donne devono essere in grado di credere
che qualcosa di non evidente a cui loro non hanno accesso stia
accadendo, ma i novizi stessi dovranno essere messi in condizione
di pensare che hanno raggiunto qualcosa che, mentre rimane parzialmente
misteriosa anche per loro, è senza dubbio pretenziosa
e (quindi) significativa.
Questo sistematico confluire di rivelazione e dissimulazione,
uno dei punti cardine del processo di iniziazione, è
anche messo in atto ad un ulteriore livello dalla formula liturgica
da cui il rituale prende il nome. Questo segreto addizionale,
rivelato ai novizi quando viene fatto loro leggere il fronte
ed il retro del cartoncino, è che “Il rosso ed
il nero” (le rouge et le noir) è in realtà,
od inoltre, “Il rosso è il nero” (le rouge
est le noir). A differenza dell’enigma sul contenuto delle
scatole, questo segreto è reso completamente accessibile
ai novizi. Comunque, ancora una volta, il gioco di parole in
questione è straziantemente irrilevante; è in
relazione solamente con il rito e non ha alcun altro valore.
Infatti, il contenuto effettivo di questo segreto e di minor
significato rispetto al modello relazionale implicato dalle
sue comunicazioni. Essendo stato rivelato ai novizi, questo
segreto viene poi comunicato alle donne da ciascun novizio quando,
alla fine della propria iniziazione, ad alta voce gli chiedo,
indicando il cartoncino sul tavolo, di declamare il “mistero”
centrale del rito. Poiché est ed et sono più o
meno omonimi, questa rivelazione è allo stesso tempo
la ragione prima di questa dissimulazione: mentre i novizi annunciano
apertamente “Le rouge est le noir”, le donne, che
come i novizi, sono state mal informate prima dell’inizio
del rituale, non possono far altro che comprendere Le rouge
et le noir.
I segreti che vengono rivelati nel corso del Il Rosso ed il
Nero, come gran parte se non tutti i misteri iniziatori, sono
calibrati per essere parzialmente inaccessibili e/o fortemente
futili ed, allo stesso tempo, altamente significativi per le
configurazioni interattive che la loro trasmissione attiva.
Il contenuto sostantivo di questi segreti – cosa le scatole
contengono, le parole scambiate tra l’iniziatore ed il
novizio, le varie interpretazioni concesse dall’espressione
“le rouge et/est le noir” hanno poca importanza
in e per se stesse. Essi costituiscono soprattutto dei tangibili
se non inintelligibili indici per l’esperienza iniziatica
ed i pattern discriminativi di relazione che i partecipanti
sono portati a svolgere. In altre parole, questi segreti non
tanto contengono un singolo messaggio quanto danno vita ad uno
speciale contesto. Più specificatamente, i partecipanti
si trovano presi, simultaneamente, in due modalità di
dissimulazione molto differenti: in una, la segretezza è
apertamente ammessa (es. le donne vengono rese consapevoli di
non sapere cosa si trova nelle scatole), nell’altra, è
furtivamente nascosto (es. le donne rimangono all’oscuro
dell’omonimia “ed”/“è”
e che i novizi in realtà non sanno cosa le scatole contengano).
Come ho sostenuto per l’iniziazione in generale (Houseman
1993), è l’articolazione sistematica di questi
due modi contrari di segretezza che fornisce il terreno privilegiato
per quello che può essere chiamato il “lavoro”
rituale del Il Rosso ed il Nero (Houseman and Severi 1998):
da un lato, la designazione di particolari agenti (i novizi,
l’iniziatore ed i non iniziati, ma anche, potenzialmente,
le scatole, il cartoncino, etc.), e dall’altro lato, l’emergere
di un specifico idioma nel quale le relazioni tra questi agenti
possono essere espresse (simbolismo).
La condensazione rituale del mascheramento dichiarato e la velata
dissimulazione dà vita ad un distinto campo o contesto
di comunicazione, in cui ogni rivelazione sembra generare la
supposizione di ulteriori livelli di segretezza, ed anche gli
atti più banali possono accompagnare nuovi significati
segreti e parzialmente indefiniti (cf. Barth 1975). Due punti,
comunque, meritano essere analizzati. Primo, questo distinto
campo o contesto prende vita non come risultato di operazioni
astratte, ma attraverso l’intenzionale ed emotivamente
guidata, esperienza corporea offerta dalle azioni stesse del
rituale: lo sconforto dei novizi, la loro negata o esagerata
espressione dei sentimenti, i loro ambivalenti vis-à-vis
con le donne, la frustrazione e la forzata complicità
di quest'ultime, e così via, tutto questo gioca un ruolo
essenziale. Secondo, nonostante queste esperienze siano folgoranti
in se stesse, esse sono principalmente significanti in quanto
contribuiscono ad una dinamica globale in cui la partecipazione
dei diversi gruppi è mutuamente rinforzante. In altre
parole, non sono tanto i piccoli dettagli del comportamento
ad essere importanti quanto la configurazione relazionale di
cui questi comportamenti formano una parte. È questo
ordine superiore di integrazione interattiva che permette alla
performance del rituale di assorbire “errori” d'esecuzione
senza corrompersi, e di accomodare considerevoli variazioni
personali (e storiche).
Uno degli aspetti più interessanti di questo esperimento,
come mostrato nella discussione successiva, era come i novizi
e le donne percepissero l'interazione coordinata. Mentre attendevano
nel corridoio all'esterno, maggior parte dei novizi percepisce
il confabulare delle donne come minaccioso o lamentoso, impressione
accentuata quando, a seguito del grande silenzio che accoglie
il novizio quando viene accompagnato nella stanza, le donne
cominciano la loro produzione di rumore non appena egli si siede.
Mentre alcuni novizi hanno successivamente riportato che erano
confusi su quale espressione dovessero assumere di fronte alle
donne, molti hanno ammesso che mentre stavano seduti al tavolo,
erano talmente concentrati sulle mie istruzioni da risultare
in buona parte non consapevoli del vocio delle donne. Tutti
rimanevano colpiti nel sentirle collettivamente sospirare o
acclamarli quando urlavano per il finto dolore. Dopo un ulteriore
momento di tensione e disorientamento quando le donne cadono
d'improvviso nel silenzio (questo non è stato programmato
da parte mia), il novizio si rivolge direttamente alle donne,
sfidandole dicendo ad alta voce (come io dico loro) il mistero
centrale del rito: “Le rouge est le noir”, a cui
le donne collettivamente rispondono “Oui, le rouge et
le noir”. Dopo questo finale mascheramento vis-à-vis
con le donne, il novizio viene invitato a star in silenzio dietro
le tende nell'angolo della stanza ed a seguire le iniziazioni
dei novizi restanti con il solo udito. I primi novizi che vanno
dietro le tende invariabilmente stabiliscono il tono emotivo
per coloro che arriveranno successivamente. Comunque, qualunque
sia la maniera di porsi che sceglieranno – in alcune performance
è impressionante il grado di solennità, altre
risultano più disimpegnate -, maggior parte dei novizi
hanno poi riferito che questo periodo di reclusione collettiva
risulta essere un momento rilassante e spensierato in cui spesso
si congratulano e viene dato il benvenuto ai nuovi arrivati
nel gruppo. In maniera significativa, quasi tutti sono d'accordo
che durante questo periodo il bisbiglio delle donne viene percepito
come interessato e supportivo (dopo una performance un novizio
ha ringraziato le donne per il loro incoraggiamento, mentre
altre hanno commentato sul sentimento di sollievo). In fine,
quando i novizi emergono trionfalmente da dietro le tende per
rivolgersi alle donne e dichiarare assieme “le rouge est
le noir” al quale le donne possono solo che rispondere
“oui, le rouge et le noir”, l'ansia dei novizi riguardo
le donne ed il rituale stesso è svanita, per essere rimpiazzata
con uno spavaldo atteggiamento di auto-consapevolezza e di compiacimento
collettivo (“da quel momento in poi, io sono una persona
diversa” fece notare un uomo).
In contrasto, le donne, mentre facevano esperienza del loro
mugugnare come allo stesso tempo o (per alcune) alternativamente
intimidatorio ed incoraggiante, sostenevano di non essere consapevoli
dei cambiamenti degli atteggiamenti dei novizi riguardo alla
loro produzione di rumore. La maggior parte, successivamente
ha ammesso, era semplicemente annoiata e, come ho menzionato,
ha passato buona parte del tempo consultandosi silenziosamente
con le altre. Questa sensazione di noia, comunque, non deve
essere confusa con l'indifferenza, in quanto risultò
nascondere qualcosa di più complesso, una sorta di passiva
o puramente reattiva eccitazione risultante, sembrerebbe, dalla
loro situazione paradossale. Quindi, una scoperta rilevante
che emerse nelle discussioni successive fu che quasi tutte le
donne, nonostante fossero, da quanto loro stesse ammisero, estremamente
interessate a ciò che stava accadendo con le scatole
sul tavolo all'altro capo della stanza, non cercarono di scoprire
che cosa contenessero o cosa stava accadendo; una donna era
esitante anche semplicemente nel guardare il tavolo, mentre
buona parte delle donne dissero di aver prestato particolare
attenzione agli occhi ed alla faccia del novizio più
che alle sue azioni. In altre parole, mentre orchestrano esplicitamente
il loro comportamento in accordo con le azioni dell'iniziatore
e dei novizi – iniziando, fermando e modulando i loro
brusii al momento giusto, sospirando (o acclamando) e rispondendo
al giusto tempo – le donne egualmente con attenzione negavano
a loro stesse la possibilità di acquisire il sapere che
sentivano non avere il diritto di possedere. (Questo era particolarmente
vero per quelle donne che partecipavano al rituale per la seconda
volta; la loro preoccupazione principale era di svolgere appropriatamente
il ruolo che le era stato assegnato.) Curiosamente, la cosa
a cui le donne posero particolare e continua attenzione era
il gruppo di neo-iniziati parzialmente nascosti dietro le tende
nell'angolo. I novizi che erano già passati per il processo
di iniziazione erano in qualche modo più facili, per
le donne, da spiare e speculare sopra, nonostante questa crescente
grande, dissimulata, massa vivente che emergeva dal processo
d'iniziazione – una sorta di entità iniziatrice
in se stessa – era, in parte, prodotta da loro stesse.
Dal punto di vista delle donne, è quindi in un'armonia
affettiva quasi perfetta che, alla fine del rito, gli uomini
e le donne fronteggiano l'un l'altro ed urlano assieme “le
rouge est/et le noir”.
Risultati
Dopo cinque minuti, durante i quali metto via le scatole ed
il panno bianco e rimetto il tavolo e le sedie nella loro posizione
usuale, chiedo a tutti di tornare e sedersi. Per iniziare la
discussione, chiedo loro di scrivere su un pezzo di carta (che
dopo mi consegneranno), se sono maschi o femmine e di indicare
di cosa e con chi hanno parlato durante la pausa.
Spesso questo dà risultati interessanti. Non solo i
partecipanti tendono, almeno inizialmente, a formare durante
la pausa gruppi divisi per sesso (una donna scrisse: “ora
che sono iniziati, non parlano con noi”), ma fanno spesso
riferimento a se stessi o agli altri in base ai loro ruoli nel
rituale (“novizi” vs. “donne” o “iniziati”
vs. “non iniziati”). Un discreto numero di persone,
nonostante il mio annuncio che Il Rosso ed il Nero fosse terminato,
si chiesero ad alta voce se il rituale stesse ancora in svolgimento.
Invariabilmente, alcune delle donne domandano agli uomini (gli
uomini non chiedono mai nulla alle donne!): “Com'era?”,
“Era veramente doloroso?”, “Cosa contengono
le scatole?”, “Che cosa vi ha detto Houseman?”
e così via. Quasi sempre, tali domande incontravano un
offuscamento o un rifiuto a rispondere. Le risposte consuete
erano “Non possiamo dirlo poiché siamo iniziati”
o “Non posso dirtelo perché sei una donna”.
Lasciate che fornisca alcuni esempi. Diverse donne domandarono
ad un uomo se lui si sentisse differente in quanto era stato
iniziato e se avesse sofferto molto, ricevendo un “Sì”
come risposta ad entrambe le domande. Una donna chiese ad un
uomo se avesse veramente provato dolore o se avesse urlato perché
gli era stato detto. “Certo che ho provato dolore, lui
replicò, altrimenti non avrei urlato”. “Cos'era?”
chiese lei. “Non è dato alle donne di sapere”,
lui rispose. Un uomo, a cui veniva domandato cosa l'iniziatore
gli avesse detto di fare, rispose “metti prima una mano
nella scatola rossa e dopo nella scatola nera”, senza
quindi rivelare alcunché (anche se si sbagliò
sull'ordine delle scatole). Un altro, per giustificare il suo
rifiuto, dichiarò “Per le donne è stato
facile, noi ce lo siamo guadagnato. Noi uomini abbiamo pagato
il prezzo”. Un altro ancora disse “Ho detto alle
donne che non erano in grado di capire ciò che era successo
poiché sono donne”. Un uomo riportò una
discussione avuta con due donne ed altri due uomini in cui quest'ultimi
dichiararono che “noi non diremo il segreto anche se sappiamo
che lo sanno tutti”. Una donna descrisse la seguente conversazione
tra un gruppo di donne ed un gruppo di uomini: “Vi sentite
cambiati?”, “Sì, sappiamo cose che voi non
saprete mai.”, “Questo è vero, noi siamo
donne”. In maniera simile, una donna, parlando di un gruppo
di donne che si rivolgeva ad un uomo iniziato scrisse, “Noi
non gli chiedemmo di descrivere il rituale, noi donne che non
avevamo accesso a questo tipo di segreto”. Una donna sentì
un'altra donna chiedere ad un uomo cosa vi fosse all'interno
delle scatole; alla tacita risposta dell'uomo, lei replicò
“Gli uomini hanno i loro segreti, e le donne hanno i loro
segreti”. Alcune donne si lamentarono che anche loro dovevano
avere la loro iniziazione. Vi erano anche alcuni resoconti veramente
intriganti ed eccezionali. Una donna scrisse “Ho parlato
con un uomo iniziato, chiedendogli se fosse veramente cambiato.
Lui ha detto di sì, ma io non gli ho creduto”,
mentre un uomo scrisse che parlando in un gruppo misto, chiese
che niente del rito venisse rivelato, facendo presente che la
punizione per ciò sarebbe stata l'amputazione della mano.
Un uomo precedentemente iniziato disse ad un gruppo di nuovi
iniziati “che il rituale può essere molto più
duro”, ed un altro uomo disse ad un gruppo di donne che
vi era un serpente nella scatola rossa.
Due volte, a seguito della performance, uno degli uomini rivelò
che c'era dello sputo nella scatola. Comunque, in un caso (in
cui l'uomo precedette la sua dichiarazione dicendo che “sono
successe cose soprannaturali ed i novizi sono stati umiliati”),
questo causò una grande protesta da parte degli altri
uomini che, in base ai loro resoconti, si sentirono traditi
e gli dissero di star zitto (uno di loro scrisse che quel tale
aveva effettivamente rivelato il segreto, e che “nel fare
ciò si è dimostrato un cattivo iniziato e che
noi [gli altri uomini] lo picchieremo dopo la lezione”).
Nell'altra istanza, le donne ascoltarono ma alcune di loro scrissero
che non credettero a ciò che l'uomo aveva detto loro,
o più correttamente, con credettero che ciò poteva
essere tutta la verità (questo nonostante che quando
uno degli uomini rivelò tale segreto, un altro uomo che
partecipava alla discussione disse di essere ora rassicurato,
poiché lui stesso si domandava cosa la scatola veramente
contenesse). Alcuni resoconti rivelarono che un numero di uomini,
parlando tra loro, si domandavano se avessero svolto correttamente
la performance e se fossero state dette a tutti le stesse cose;
nessuno di loro, comunque, rivelò agli altri ciò
che gli era stato detto.
Secondo un certo numero di resoconti, alcune donne rimproverarono
alcuni uomini per aver svolto delle performance inadeguate:
non avevano urlato abbastanza forte. Una donna, parlando con
un uomo il quale sbagliando aveva urlato mentre metteva la mano
nella scatola nera, osservò “tu sei l'unico che
non è neanche in grado di essere appropriatamente iniziato”.
Durante una performance in cui vi era una grande quantità
di uomini, solamente alcuni di loro furono chiamati dentro per
essere iniziati. Gli altri, che avevano atteso per tutto il
tempo nell'ingresso, chiesero ai partecipanti iniziati di renderli
consapevoli del segreto, ma senza successo. Sorprendentemente,
molte donne presero parte in questa perpetuata esclusione. Per
esempio, una donna chiese a un gruppo di questi novizi non iniziati
se non si sentissero frustrati dal non essere stati iniziati,
come si evince dallo scritto di un uomo: “io sono ancora
un novizio e durante la pausa ho parlato con una donna la quale
mi ha detto che non sarei mai stato un uomo. Lei non mi ha detto
nulla sull'iniziazione. Uno degli iniziati con cui ho parlato
mi ha spiegato che hanno dovuto mettere la mano prima in acqua
e dopo in qualcosa di doloroso”. Ad un novizio non iniziato,
che rimarcava a diverse donne “il lato sadico del rituale
poiché loro applaudivano al dolore degli uomini”,
venne detto, “tu non crescerai mai”. Un altro novizio
non iniziato scrisse che “io non ho parlato agli iniziati
ma ho ascoltato con molta attenzione”.
Non tutti i resoconti che mi vengono consegnati sono rivelatori
(alcuni indicano come i partecipanti si sono parlati riguardo
qualcosa che non fosse il rituale, mentre diversi affermano
semplicemente “ho parlato con un uomo/donna”). Comunque,
i resoconti che riportano di scambi riguardanti Il Rosso ed
il Nero sono chiaramente orientati nella stessa (aspettata)
direzione. I segreti sono mantenuti e l'esistenza di misteri
incomunicabili sono attivamente implicati. Ulteriormente, questo
è spesso fatto in maniera che la supposizione di autorità
degli iniziati e la mancanza di comprensione dei non iniziati
viene sorretta dalla collusione tra entrambi i sessi. In fine,
un numero consistente di resoconti attesta che il sapere segreto
deve essere giustamente negato alle donne semplicemente in quanto
esse sono donne.
Come ho suggerito nell'introduzione, reazioni come queste sono
più degne di nota di quanto possa inizialmente apparire.
I partecipanti possono non avere una chiara idea dell'esatta
natura del rito o di ciò che esso “dice”
riguardo agli uomini ed alle donne, più di quanto loro
non la abbiano riguardo a ciò che “dice”,
per esempio, sul rosso ed il nero. Comunque, interpretazioni
precise riguardo questi argomenti, io affermerei, sono irrilevanti,
facoltative e largamente ideosincratiche. Più significative
sono le maniere in cui le relazioni discriminatorie agite nel
contesto altamente peculiare, artificialmente costruito che
è la performance del rituale, sembrano prendere una vita
propria. Sembrano acquisire la naturalizzata, auto-manifesta
qualità che è la caratteristica dell'interazione
quotidiana.
La performance rituale fornisce ai partecipanti un'esperienza
eccezionale dove linguaggio e comportamento consonanti con la
configurazione relazionale realizzata nel corso di questa performance
può essere più facilmente accettata. I partecipanti
agiscono e parlano in una tal maniera che implica (per loro
stessi e per gli altri) che, per esempio, segretezza, sofferenza,
costrizione, silenzio, sapere e qualità maschili da un
lato, ed in modo complementare, esclusione, minaccia, preoccupazione,
produzione di rumore, ignoranza e qualità femminili dall'altro,
non sono in relazione in una maniera esterna e contingente ma
in una interna ed essenziale. A questo riguardo, la logica interattiva
che governa le conversazioni durante la pausa (come viene rivelato
nelle discussioni susseguenti), è altamente significativa.
Non è che le donne costantemente tormentano il nuovo
iniziato al punto che quest'ultimo viene forzato o a rifiutare
i loro approcci o a concedere loro lembi di informazione. Ma
anzi, i nuovi iniziati si pavoneggiano in tal modo da invitare
le domande delle donne, precisamente in modo da poterle poi
respingere. Sono meno le donne ad essere animate da un bisogno
pressante di sapere, di quanto non siano gli uomini di sollecitare
prova dell'ignoranza frustrata delle donne. In effetti, ciò
che per gli uomini era un atto di esclusione posto al centro
della loro posizione distintiva, era, per un discreto numero
di donne, una complicità tollerante nei confronti del
bisogno apparente dei nuovi iniziati di far mostra di loro segreti
insignificanti. In altre parole, Il Rosso ed il Nero sembra
incoraggiare i partecipanti maschi e femmine a definire in maniera
interdipendente le loro identità sessuali, cioè,
in relazione all'altro nei termini della loro rispettiva esperienza
rituale. In tal modo, le azioni e parole dei partecipanti al
di fuori dell'intelaiatura del rito narra la storia del loro
impegno non verso “credenze” astratte, ma verso
la realtà delle relazioni che mettono in atto ritualmente.
In termini di efficacia, io sospetto che uno non possa onestamente
attendersi altro da qualsivoglia evento cerimoniale.
Lasciate che provi ad essere il più chiaro possibile
a questo riguardo. Il Rosso ed il Nero, come i rituali in generale,
non crea alcunché ex nihilo: relazioni ineque tra uomini
e donne nella cultura occidentale moderna sono tanto una premessa
che un risultato della loro performance. Comunque, ciò
che questo rito fa è prestare nuova vita alla discriminazione
sessuale immergendola nell'idioma dell'esperienza largamente
irrifiutabile ma difficile da definire che viene resa disponibile
dalla performance cerimoniale. Certe affermazioni o comportamenti
che, in circostanze ordinarie, possono apparire inaccettabili
o bizzarri per quasi tutti i partecipanti – rivendicazioni
esplicite che gli uomini sono intrinsecamente superiori alle
donne – diventano, come risultato della partecipazione
ad Il Rosso ed il Nero, più facili da dire o fare per
tutti gli interessati. In alcuni casi, queste asserzioni o atti
discriminativi erano intrapresi, almeno parzialmente, per scherzo:
Il Rosso ed il Nero autorizzava i partecipanti – che erano
per la maggior parte studenti di antropologia – a “giocare”
ad essere iniziati e non iniziati. Comunque, tale giocosità,
che ha luogo anche nelle reali iniziazioni, non sottrae in alcun
modo dai reali effetti di questi comportamenti: antagonismo
sessuale, solidarietà maschile, complicità femminile
auto-censurante, atteggiamento prevenuto verso persone non partecipanti
al rito e così via. In altre parole, i discorsi e la
condotta discriminatoria favorita dalla partecipazione alla
performance, una volta detta e fatta, acquisisce una realtà
comunicativa in se stessa, ancorata nella esperienza rituale
stessa: per poter realmente comprendere come tali asserzioni
ed azioni siano possibili, dunque... bisogna passare attraverso
Il Rosso ed il Nero. Concordante con questo punto di vista,
quindi, la performance rituale fa meno piuttosto che più.
Comunque, come modo distintivo di trasmissione culturale, ciò
che fa è immensamente significativo: impacchetta valori
ed idee ricorrenti nella forma di messe in atto personalmente
investite, altamente memorabili, auto-referenziali.
Discussione
Il Rosso ed il Nero svolge anche uno scopo pedagogico. Dunque,
una volta raccolti gli scritti dei partecipanti, inizio una
discussione generale del rito. Questa invariabilmente prende
allo stesso tempo diverse direzioni. Cercherò di toccare
determinati temi che si aprono ad argomenti più generali
riguardanti alcune implicazioni delle azioni rituali.
Una sorprendente caratteristica, già menzionata, è
la facilità con cui la performance è in grado
di accomodare errori e variazioni. Un uomo, per esempio, urlò
quando mise la mano nella scatola nera, mentre un altro, avendo
capito che doveva esprimere le sue emozioni quando toccava il
mio sputo, fece un forte suono di disgusto. Alcuni uomini effettivamente
agguantarono la pianta di cactus nella scatola rossa in modo
tale che dovetti dir loro varie volte di lasciarla cadere prima
che la lasciassero. Un discreto numero di uomini rivelarono
durante la discussione che non si erano resi conto che “Il
Rosso è il Nero” era scritto sul retro del cartoncino,
mentre alcuni di loro ammisero che erano talmente nervosi che
non si ricordarono neanche ciò che avevo detto loro.
Certamente, vi è una varietà considerevole nelle
maniere in cui i singoli novizi e le singole donne si comportano:
alcuni uomini urlano in maniera più convincente di altri,
alcune donne si applicano più di altre nei loro bisbigli
e così via. Vi è, uno deve immaginare, un limite
alla deviazione dal protocollo stabilito che la performance
può sopportare. Comunque, sono rimasto sorpreso da quanto
poco tali differenze potessero disturbare il rituale o diminuire
la sua apparente efficacia. Questo si deve, io suppongo, almeno
in parte, al fatto che le performance rituali sono meno basate
su una sequenza ordinata di comportamenti (es. un copione) che
orientate verso la generazione di pattern interattivi le cui
qualità sistemiche tendono a sovrapporsi alle irregolarità
individuali che inevitabilmente hanno luogo. Dunque, per esempio,
è interessante osservare a che livello l'attenzione dei
novizi e delle donne dipenda da ciascun altro. Durante una performance,
le donne, invece di mugugnare tra se stesse, iniziarono a parlare
l'un l'altra a bassa voce riguardo questo o quell'altro. La
concentrazione degli uomini fu immediatamente infranta: cominciarono
a guardare le donne invece di guardare me e la performance prese
le sembianze di un gioco o di uno spettacolo.
Allo stesso modo, la discussione rivela inoltre che la performance
rituale di successo sembra basarsi meno su una convergenza delle
disposizioni e motivazioni dei partecipanti di quanto si basi
sulla coordinazione sistemica delle loro azioni manifeste in
accordo con questi pattern relazionali esterni. Non solo i singoli
novizi e le singole donne hanno differenze molto piccole riguardo
le emozioni di ciò che stanno compiendo, ma le loro interpretazioni
di ciò che ciascun altro sta provando sono spesso ampiamente
erronee. Quindi, ad esempio, là dove i novizi sentivano
le donne essere alternativamente lamentose, minacciose, supportive
e liberatorie, le donne erano per la maggior parte perplesse
ed annoiate. Questo non toglie alcunché dall'efficacia
del rituale.
Una considerevole variabilità caratterizza inoltre l'interpretazione
simbolica del rito da parte dei partecipanti. Ricordiamoci che
ho cercato di ridurre al minimo il simbolismo manifesto del
rito. Comunque, per un certo numero dei partecipanti, poiché
essi presumono che le loro e le altrui azioni posseggano un
significato, certi aspetti della performance diventano oggetto
di speculazioni ermeneutiche. Morte e sangue sono a volte evocate
rispettivamente in connessione con il nero ed il rosso, una
persona dichiarando che questi colori erano particolarmente
salienti, culturalmente significativi al punto che, se le scatole
fossero state blu e gialle ad esempio, il rituale non avrebbe
“funzionato” così bene. Durante la pausa,
una donna chiese ad un novizio “che frase ha pronunciato
l'iniziatore quando hai messo la mano nella [dolorosa] scatola
rossa? Ti ha detto 'È la donna', vero?”, mentre
diversi uomini si ponevano domande sulla differenza strutturale
tra liquido e viscido (scatola nera) da un lato, ed asciutto
e pungente (scatola rossa) dall'altro. In fine, più interessante
secondo me, una donna che partecipava per la seconda volta scrisse
che “Mentre stavo mormorando, ho notato tutto ciò
che era rosso o nero nella stanza, la maniera in cui Houseman
era vestito ma anche il fatto che avevo una cartella rossa e
due penne rosse ed una penna nera”. A mio parere, questo
ultimo resoconto illustra perfettamente come il simbolismo rituale,
un idioma ad ampio raggio piuttosto che un preciso codice, funziona
veramente: non significando un messaggio speciale ma indicando
un contesto privilegiato.
Le principali caratteristiche simboliche del Il Rosso ed il
Nero sono semplicemente ciò che è dato ai partecipanti
di sperimentare: la complementarità antagonista degli
uomini e donne, l'associazione del rosso e nero, l'interdipendenza
del sapere nascosto e dichiarato, la giustapposizione di silenzio
e produzione di rumore e così via. Ciò che rende
queste caratteristiche “simboliche” non è
l'esistenza di particolari, ben definiti, significati nascosti,
ma il fatto che esse diventano i veicoli autoreferenziali per
designare il sistema di relazioni messe in atto nel corso del
rito e l'effetto che tale sistema di relazioni implica. La maggior
parte dei partecipanti, specialmente i novizi, sentono che l'essere
passati attraverso Il Rosso ed il Nero fa una differenza, ma
hanno difficoltà ad esprimere esattamente cosa questa
differenza sia. Quegli aspetti del rituale che permettono loro
di riferirvisi in parole ed azioni prima di ricadere attraverso
il tributo onorato nel tempo nell'efficacia dell'iniziazione
- “devi sperimentarlo per capirlo” - costituiscono
il simbolismo del rito.
Da questo punto di vista, la qualità simbolica più
saliente del Il Rosso ed il Nero, la sua “trappola del
pensiero” più persuasiva (Smith 1979), è
senza dubbio il pattern di segretezza che genera. Forse non
sorprendentemente, i partecipanti sono riluttanti a parlare
di tali argomenti ed, a dire il vero, lo sono anch'io. Quindi,
piuttosto che schiettamente esporre i vari inganni che il rituale
comporta, faccio qualcosa di abbastanza differente. Mentre rivelo
alcuni segreti (come l'omonimia “ed”/”è”
o la supposta presenza di sputo nella scatola nera), suggerisco
l'esistenza di altro (come la presenza di qualcos'altro oltre
lo sputo nella scatola nera o il contenuto della scatola rossa),
e nello svelare questi ulteriori segreti, sottintendo l'esistenza
di ulteriori livelli di dissimulazione ancora da esser resi
noti (come le mie istruzioni ai novizi o ciò che succede
nell'angolo nascosto dalle tende). Questo processo di “render
segreto” (Zempléni 1976) spesso implica un mio
giocare contro i partecipanti e simultaneamente uomini contro
le donne. Ad esempio, nel mezzo di una discussione su un tema
completamente differente, avendo precedentemente svelato che,
contrariamente a ciò che i novizi erano portati a credere,
non vi era sputo nella scatola, a volte dichiaro che adesso
rivelerò il “vero” segreto del rituale, che
solo gli uomini saranno in grado di comprendere. Mostro allora
ai partecipanti un uovo per alcuni secondi prima di rimettermelo
in tasca. Alcuni degli uomini, che hanno fatto esperienza della
viscosità di ciò che sta nella scatola nera, mostrano
segni di comprensione (ma non dicono nulla), mentre le donne,
che non hanno avuto questa esperienza, non fanno la connessione
(ma sembrano consapevoli di non sapere qualcosa). Nell'allestire
differenti, maggiormente oscuri livelli di segretezza in questo
modo, segreti riguardo segreti riguardo segreti, il mio scopo,
come si presenta quando fornisco antefatti palesemente contraffatti
per Il Rosso ed il Nero prima che il rito abbia inizio, è
di introdurre un livello di confusione nella mente dei partecipanti.
All'inizio dell'esperimento, questa confusione, come ho detto,
viene introdotta allo scopo di minare il setting di “gioco”
che corre il pericolo di prendere il sopravvento. Comunque,
la mistificazione che istigo alla fine dell'esperimento ha completamente
un altro scopo. I riti d'iniziazione tipicamente comportano
un lungo processo dove i nuovi iniziati sono progressivamente
riportati alle loro vite normali, varie proibizioni e misure
prescrittive, ad esempio, persistono a lungo dopo che il rito
stesso è terminato. Allo stesso modo, io allo stesso
tempo compongo e diluisco gli aspetti segreti del Il Rosso ed
il Nero allo scopo di tirar fuori la struttura rituale il più
possibile. Nel riprodurre, sotto la guisa della spiegazione
imparata, il pattern interattivo messo in atto nel corso della
performance rituale, cerco di estendere, il più gradualmente
e delicatamente possibile, alcune caratteristiche essenziali
del contesto del rituale nel reame dell'interazione di tutti
i giorni, quindi sostenendo l'efficacia del rito il più
possibile. Quindi, tengo sempre almeno un segreto per me stesso:
per esempio, non dico mai ai partecipanti che l'uovo che mostro
loro è falso.
(Auto-)Riflessioni
Mantenendoci all'interno del tono da confessionale
della sezione precedente, vorrei concludere questo resoconto
considerando brevemente l'efficacia rituale di questo esperimento
per lo sperimentatore. Questa non è mera auto-indulgenza
ma solleva una domanda raramente presa in considerazione nello
studio dei riti d'iniziazione: cosa rende efficace il rito per
l'iniziatore? Evocare la forza della “tradizione”
sembra implorare la domanda ed in ogni caso sembra poco applicarsi
a questa istanza. Come ho suggerito, gli aspetti interattivi
del Il Rosso ed il Nero possono aiutare a considerare come questa
performance acquisisca un singolare significato per i novizi
e per le donne, nessuno dei quali ha pieno accesso a ciò
che accade. Comunque, la situazione è sicuramente differente
per l'iniziatore il quale possiede tutte le carte. In altre
parole, cosa può essere che mi previene, in quanto iniziatore,
dal fare esperienza del Il Rosso ed il Nero come di un caso
di schietta confusione o di intimidazione, una innocua manipolazione
di altri nel nome di una giusta causa (teoria antropologica)?
Come viene rivelato dal modo in cui successivamente discuto
i segreti del rituale, sono reticente ad un completo ridimensionamento
del Il Rosso ed il Nero. Perché dovrebbe essere così?
Altrove (2002) ho sostenuto che per gli officianti, l'efficacia
rituale dell'iniziazione (e delle azioni rituali in generale)
deriva essenzialmente non dal maneggiamento interattivo delle
persone partecipanti, come nel caso dei novizi e delle donne
non iniziate, ma dalla manipolazione delle non-persone: oggetti,
incantesimi, animali e cose simili. Tali operazioni manipolative,
che ho chiamato “simulazioni” come opposto alle
“dissimulazioni” che coinvolgono la coordinazione
delle azioni di altri partecipanti, agiscono nel costruire,
nella mente degli officianti (e di altri), una relazione circolare
tra le azioni rituali che svolgono e la loro attitudine a svolgerle.
Queste operazioni, io suggerisco, in cui rappresentazione e
casualità sono tipicamente fatte convergere (cf. Boyer
1990), molto spesso hanno luogo in preparazione o susseguentemente
alla performance del rito stesso, che è, ad un ulteriore
distanza dalla esperienza del rito degli altri partecipanti.
Sembra a me che qualcosa lungo queste linee accada nel Il Rosso
ed il Nero. Come ha osservato uno studente, l'enorme importanza
attribuita all'inganno “ed”/“è”,
dato che questo supposto mistero supremo viene colto solo da
alcuni dei novizi (le donne, ovviamente, sono per principio
inconsapevoli che questo mistero esista), è in se stesso
degno di nota. È forse non a caso che il mio interesse
generale sia su ciò che è l'unica esplicita caratteristica
liturgica della performance. Confesso che, forse in maniera
perversa, l'ignoranza di molti dei novizi riguardo questo segreto
tende a giustificare piuttosto che invalidare il mio interesse,
in quanto mi sono convinto che bisogna essere iniziati diverse
volte per poter veramente comprendere di cosa tratti il rito.
Allo stesso modo e forse più ovvio, è l'attenzione
che pongo nel cercare di usare sempre lo stesso materiale: le
stesse scatole, lo stesso panno bianco (che stiro con attenzione
la notte precedente), la stessa pianta di cactus e così
via. Quando, per esempio, nel ritirarmi in bagno per preparare
il rituale, noto le tracce asciutte dell'albume dell'uovo dalla
performance precedente sul fondo della scatola nera, trovo questo
stranamente rassicurante. Trovo inoltre opportuno essere interamente
vestito in rosso e nero il giorno della performance (non sono
solo in questo: una donna che era già passata attraverso
il rituale si presentò anche lei in rosso e nero). In
fine, mi metto sempre un paio di mutande nere. Ora, questo ultimo
elemento è particolarmente degno di attenzione. Non vi
è dubbio che il fare ciò mi stuzzica poiché
questo diventa un ulteriore livello di segretezza di cui nessuno
(a parte tu, gentile lettore) è a conoscenza. Comunque,
ciò che è soprattutto degno di essere enfatizzato
di questi privati elementi preparatori, in special modo le mutande
nere, è che, dalla prospettiva degli altri partecipanti,
essi sono totalmente superflui. Se Il Rosso ed il Nero viene
considerato avere una qualunque efficacia rituale, questa è
senza dubbio non legata al colore delle mie mutande. Sono costretto
a concludere che se io mi sottopongo a questi preparativi, è
perché essi rendono il rituale più efficace per
me, per l'iniziatore. Specificatamente, è precisamente
poiché questi comportamenti preparatori sono così
superflui dal punto di vista degli altri partecipanti, e quindi
non riducibili ad un caso di dissimulazione artificialmente
indotta, che per me, il rituale e il mio ruolo nello stesso
acquistano un significato (in qualche maniera oscuro) aggiuntivo:
è ciò che rende me, e non loro, l'iniziatore.
Le mie mutande sono diventate la tangibile pietra miliare per
il mio stesso impegno nella convinzione che qualcosa di “serio”
sta accadendo.
Ora, io non “credo”, neanche per un secondo, che
Il Rosso ed il Nero sia un vero rito d'iniziazione o che io
sia un vero officiante di un rituale, ciò nonostante,
facendo queste cose come le ho fatte in precedenza – in
retrospettiva, mi sembra che anche le prime volte che le ho
fatte, abbia pensato che avrei dovuto già farle in precedenza
(cf. Casajus 1993) – mi sento di dover mantenere ciò
che il rituale (e non l'esperimento) riguarda. Sembrano semplicemente
giuste. O meglio, come suggeriscono le performance passate,
sembrano funzionare.
In breve, ho il sospetto che come lo sciamano riluttante di
Lévi-Strauss (1958), a forza di organizzare questo maledetto
Rosso ed il Nero, mi sono dato la zappa sui piedi.
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