1) roots vs routes
La musica è soundscape: è panorama sonoro multiplo
che miscela le diaspore timbriche, strumentali e, in generale, musicali
secondo moduli non più legati alle mitologie delle radici
(roots), bensì all’attraversamento degli itinerari
(routes)
In un recente concerto in Italia, così risponde ad una domanda
DJ Pandit G degli Asian Dub Foundation, elaboratore angloindiano
di Chandrasonic:
"Non ci è mai interessata la convenzionale definizione
di world music band, né il ruolo di capofila del banghra
style. Sono tutte forzature. Quando mi si chiede del retaggio tradizionale
che mi porto dietro dall'India sorrido. Innanzitutto l'India è
un continente e non è possibile unificarne le diverse tradizioni.
E se proprio devo dirti qual è la mia tradizione, allora
non esito a ripetere che la mia tradizione è la tecnologia"
(in Corzani).
Il transito dalle roots alle routes (Clifford) “sente”
la svolta dislocante del sincretismo tecnologico (syn-tech) lungo
le nuove espressività performative. Il syn-tech è
dislocante e diasporico. Per questo scorre liquido e eXterminato:
senza termine, interminabile, inafferrabile. Le diaspore syn-tech
gemmano transculture.
I performers di nuovi soundscape sono sperimentatori che anticipano
le nuove sensibilità non solo all’interno dei territori
musicali, ma anche al di fuori nelle de-territorializzazioni metropolitane:
le interzone dell’ibrido, del sincretico. Spesso sono molto
più avanti anche rispetto alla elaborazione di visualscape:
i panorami visuali che riescono a intrecciare codici provenienti
da spazi diversi. Solo in qualche occasione – come vedremo
alla fine – è possibile percepire intrecci tra questi
due panorami (soundscape e visualscape) verso nuove estetiche del
“farsi vedere”, del “farsi sguardo”, “farsi
occhio” che vede e che sente (Canevacci, 1994).
A partire da queste premesse, vorrei dislocare il concetto di multicultura
dalla sua diffusione semplificatoria, coscienzialistica, una sorta
di sommatoria tranquillizzante tra diversità culturali da
far convivere armonicamente. Così non è: gli innesti
tra culture, anziché pacificazione, diffondono conflitto
e innovazione che coinvolgono e smuovono le prospettive legate a
sincretismi, ibridi, acculturazioni.
2) quilombo
Il sincretismo metropolitano si presenta per me come un concetto
liquido per capire la trasformazione che sta avvenendo nel processo
di globalizzazione e localizzazione che coinvolge e travolge i
tradizionali modi di produrre cultura, consumo, comunicazione.
Tale parola - che permette di indirizzare un disordine comunicativo
lungo correnti creative, decentrate, aperte - spesso si traveste
con sinonimi più eleganti o più conflittuali, come
pastiche, patchwork, marronizzazione, ibrido, mélange,
mulattismo, acculturazione: tutti concetti legati alla cosiddetta
contaminazione.
Tale sincretismo dissolve e trasforma il rapporto tra livelli
stranieri e familiari, tra modelli culturali d'élite e
di massa, tra stili locali e globali, tra prospettive naturali
e tecnologiche. Esso presenta uno scenario linguistico in cui
la banalità delle opposizioni binarie (il dualismo come
pensiero congelato) retrocede ad un passato noioso da archiviare.
Dopo il suo uso filosofico-religioso denigrativo di pensiero superficiale,
il sincretismo è stato ripreso dalla nuova antropologia
per sperimentare il mutamento in nome di una comunicazione che
si può definire xenofila – desideri alieni, piacere
alterati, amori stranieri. Il sincretismo è un concetto
che riplasma i codici, è un mix che ricombina le differenze
etniche e le assume come una ricchezza nel loro disordinato assemblaggio.
Il successo delle prospettive sincretiche si deve ad alcune tematiche
antropologiche che scorrono e confliggono su molti territori della
contemporaneità, grazie alle mutazioni del suo più
tradizionale concetto disciplinare: la cultura. Quest'ultima non
è più vista come qualcosa di unitario, che compatta
e lega tra loro individui, sessi, gruppi, classi, etnie: bensì
ora è qualcosa di molto più plurale, decentrato,
frammentato, conflittuale.
Il sincretismo a lungo è stato abbinato ai fenomeni religiosi,
per cui ancora adesso sincretismo e religione vengono associati;
purtuttavia, da tempo si è andato affermando un processo
che ha inserito le modulazioni sincretiche nella ricerca culturale.
I sincretismi culturali sono l'oggetto del nostro discorso. Essi
sgorgano, indisciplinati e incoerenti, da ogni piega della contemporaneità
post-sociale (la metropoli comunicazionale): per sovvertirla o,
almeno, stupirla, a volte per confonderla o persino semplificarla,
ma anche e soprattutto per modificarla.
Ho incontrato il sincretismo culturale la prima volta in Brasile,
dove sono nati i quilombos: spazi liberati da chi rifiutava la
condizione di schiavitù e si armava contro il padrone.
L'azione produttiva verso il quilombo era la fuga, la non accettazione
di un ordine culturale imposto. Quilombo come fuga nella foresta,
dove le tante e tra loro diverse etnie africane si autogovernano
contro lo Stato brasiliano dei fazendeiros e accolgono caboclos,
meticci, indios, nativi, ex prostitute bianche, ladri da ogni
parte del mondo; quilombos come fuga nelle periferie, dove nuovi
quartieri/favela si oppongono al governo del centro della città.
Il quilombo produce eterotopie: spazi altri, spazi alterati vissuti
in modo liberazionista e miscelato.
Dal quilombo nasce anche la marronizzazione. Marronizzazione non
ha nulla a che vedere con i colori: essa non significa stemperare
il nero verso il bianco o, al contrario, scurire il bianco. Marronizzazione
è una scelta politico-comunicativa di fondare attraverso
la fuga uno spazio di libertà autogovernato. Un quilombo,
appunto. E la libertà di questo quilombo marronizzato è
una libertà non tanto religiosa, quanto cultural-comunicativa.
Una libertà non più ristretta agli afrobrasiliani,
nati in libertà o in schiavitù, ma che si estende
a tutti quegli esseri umani - dai diversi colori - che sanno vedere
in questa fuga un atto che dona anche a loro la possibilità
di diventare liberi, anche senza essere stati schiavi. Come anche
la grande filosofia ha compreso (almeno in Hegel), in condizioni
di schiavitù non è tanto lo schiavo ad essere tale,
quanto il suo padrone.
Nei quilombos iniziò un torrente genetico di miscelazioni
cromosomiche che modificò radicalmente le proporzioni bio-culturali
nella vita quotidiana. Si diffuse il mulattismo: guarda caso,
una marronizzazione cromatica, non solo inter-etnica, quanto trans-culturale.
Un mulattismo culturale, una comunicazione mulatta dalle sfaccettature
multiple.
E il Brasile, paese noto come terra dei contrasti e delle avanguardie
antropofagiche, è diventato un vero laboratorio in progress
di quanto il futuro/presente ci sta già riservando: l'attraversamento
dai sincretismi religiosi ai sincretismi culturali.
Attraversamenti metropolitani trans-culturali, trans-etnici, trans-comunicativi.
3) marronizzazione
Nel suo testo critico contro gli eterni ritorni delle autenticità
e delle origini, James Clifford si scontra con l'impossibilità
di tradurre in inglese la parola (citata in francese) "marrone"
e le sue derivazioni, tra cui il verbo marronizzare, e come questo
comporti un dilemma irrisolvibile per le attuali traduzioni non
solo linguistiche quanto anche politiche negli Stati Uniti.
Alla voce maroon, l'Oxford Dictionary spiega: "wild person",
dallo spagnolo cimarron – e da tale parola che il poeta
caraibico Aimé Césaire conia il verbo marronizzare
nel poema Marronnerons-nous. Proprio questo verbo, dice Clifford,
è intraducibile in inglese, in quanto letteralmente significherebbe
abbandonare una persona su uno scoglio o un naufrago. Ecco perché‚
"the verb is still without translation" (1984:179).
Questo bisticcio linguistico - derivato da un termine ambiguo
come "marrone - maroon" - non rinchiude alcuna volontà
di proclamare una colorazione generale monocromatica: tipo "marronizziamoci
tutti". Tale traduzione conseguirebbe il massimo tradimento
e, anzi, costituirebbe anche l'estremo morte di ogni possible
sincretismo: una uniforme marronizzazione, infatti, non avrebbe
più alcunché di miscelabile né di dislocabile.
Così il progetto sincretico si rovescerebbe nel suo contrario.
L'avversario delle ibridazioni, fautore di autenticità
originarie e archetipiche, vede nello slogan "marronizzazione"
l'incubo che le forze nemiche vorrebbero imporre sotto il marchio
dell'utopia. Per chi, viceversa, vuole affermare le infinite possibilità
sincretiche, le sue dispersioni multiple, i suoi aggiustamenti
plurali, interpretare e tradurre correttamente questa parola diventa
una questione decisiva.
Nel cercare una soluzione al problema, Clifford ricorre di nuovo
al vocabolario: "The source in old Spanish: cima, or 'mountain-top'
(thus a place of escape), leading to the later cimarron, 'wild',
'runaway"' (ibidem). Da qui si evince che "maroon"
è lo "schiavo che fugge" e non un colore che
livella. Eppure, continua Clifford ancora insoddisfatto, "Césaire's
marroner invokes escape and something more", per cui, e così
conclude il suo saggio, "we still need a verb 'marroner"'
(181).
Purtuttavia, in Italia dove invece esiste il termine “marronizzare”,
si rischiano confusioni ancora più gravi e quindi si deve
fare un diverso sforzo di traduzione che non sia segnato da assonanze
(maroon = marrone) che sarebbero per l’appunto il massimo
dei tradimenti.
"Contro la marronizzazione della società": questo
slogan naziskin – che si legge in alcuni muri di Roma, specie
vicino alle fermate delle metro - sembra chiedere di preservare
il colore "bianco". Ma, come detto, marronizzare non
significa la produzione di una tinta omogenea per tutti, che ci
renderebbe indistinti attraverso incroci multietnici. Tutti uguali
perchè tutti marroni. Questa parodia cromosomica verso
un temuto ingrigimento generale vuole bloccare le infinite variazioni
che si possono realizzare tra possibili scale cromatiche.
Purtuttavia qui vorrei affermare come la matrice caraibica della
parola (cimarron = marronizzare) sottintenda una dichiarazione
di fuga, il chiamarsi fuori da un ordine culturale che imprime
il marchio di fissità indelebile, ruoli identitari ascritti
a vita, cittadini senza cittadinanza. Allora: marronizzare la
politica si può tradurre come fuga da questo tipo di politica
che impedisce ogni cambiamento. Marronizzare la cultura significa
fuga da una cultura che rifiuta le miscele delle differenze (non
solo etniche ma anche stili di vita, visioni del mondo, sensibilità
estetiche): sospinge l'abbandono di un ordine culturale fatto
a misura dell'immobilismo psichico e lavorativo, familiare e politico,
estetico e estatico.
Marronizzazione - marroner (fr.) - cimarron (sp.) - maroon (in.)
- marrone (it.) - è fuga da ogni vincolo e pregiudizio
etnico, è corsa pidgin dentro e fuori le reti web (web-pidgin),
è incrocio di ruoli e identità in movimento. E’
un ibrido che corre. E' metropoli che scorre ...
4) ibrido
Vorrei ora sottolineare come ibrido e sincretico non siano concetti
identici. Ibrido ha due matrici: una genetica e l'altra mitologica.
Per la prima, i prodotti ibridi sono sterili, risultato di incroci
non riproduttivi tra specie diverse, che tra loro non "figliano"
e quindi, non hanno valore specie per quelle società basate
su un’etica procreazionista (pastori, agricoltori stanziali,
monoteisti); per l'altra matrice, le figure ibride attestano il
pericolo di una regressione verso incroci animali e umani (la
sfinge, le arpie, le chimere come montaggio, cut up mitico), in
cui la coesistenza di tratti perturbanti sottolinea un terrore
atavico di cadere in preda delle potenze irrazionali, in cui il
mito stravolge la purezza della ragione basata sul principio di
identità.
Assemblando queste due matrici, il concetto di ibrido si configura
come sterile e regressivo, non riproduttivo né generativo
quanto irrazionale e pauroso. "Sei un ibrido" a lungo
ha rappresentato un'ingiuria contro qualcuno, un'offesa che proclamava
la genialità e legittimità della purezza - e la
sua parallela ossessione e condanna per l'impuro. Né carne
né pesce. Horror.
Delle due l'una: a lungo questa proposizione ha costituito la
premessa per compiere scelte basate sulla razionalità strumentale.
Forche caudine di una logica basata sul pensiero dualista. Rimanere
fuori tali premesse ha significato cadere nelle trappole dell'aporia.
Trappola mortale per il logos, che deve ristabilire subito il
suo ordine .
Mentre sincretico, come in parte abbiamo già visto, è
stato abbinato dalla “grande” filosofia ufficiale
ad accostamenti superficiali tra pensieri differenti ("religione"
cattolica + "animismo" africano), miscele frammentate
di "parti" concettuali tra loro incompatibili. Di conseguenza
entrambi i concetti attestano il rischio - per un’alleanza
tra purezza e logica - di sterili superficialità o di sterilità
superficiali. Ma ora, contro questa tradizione delle "logiche
pure", l'ibrido e il sincretico sottolineano le possibili
coabitazioni tra codici diversi e la liberazioni di nuovi significati
possibili a lungo imprigionati (e accentrati) dentro quella ferrea
chiarezza del pensiero mono-identitario. E' questa impura profondità
della superficie che viene qui rivendicata come produttiva.
La liberazione dei decentramenti e dei dislocamenti possibili
grazie alle xenofilie logiche …
Una cosa mi pare sempre più evidente: l'ibrido - da categoria
piena di giudizi di valore negativi - si sta realizzando come
qualcosa multi-prospettico, multi-narrativo e multi-sequenziale
che può essere rivendicato anche con orgoglio dalle differenze
etnico-culturali. In questo senso, non più solo in Brasile
tra le miscelazioni genetiche e le miscelazioni culturali si producono
ulteriori multiformi sfaccettature ibride attraverso cui arricchirsi
reciprocamente. Per questo l'uso del concetto di etnia contrapposto
a quello di "razza" - così ottocentesco, monolitico,
sintetico, biologicamente predeterminato - esprime meglio gli
incroci coevolutivi tra genetica e cultura, e si afferma proprio
grazie a questo tipo di esperienze storiche.
Da tale incontro - plurale e incrociato, instabile e mobile -
di trame etnoculturali è emerso un senso nuovo e plurale
per il sincretismo e l'ibrido. Il godimento delle differenze e
delle aporie.
5) antropofagie
Sempre il Brasile, da paese che i classificatori - ossessionati
a dare il proprio ordine alle cose e al mondo - continuano a definire
come appartenente ad un mondo "terzo", mi si schiarì
come molto più frastagliato, che forniva modelli che andavano
capito meglio e che anticipavano itinerari insospettabili e imprendibili.
Scoprii anche che le avanguardie brasiliane paulistane più
sensibili al rinnovamento estetico e politico si erano definite
(e continuavano ad esserlo) come antropofagiche: antropofagia
come un'arte del deglutire l'altro - ad esempio la cultura occidentale
- che doveva essere praticata in modo da incorporare nelle proprie
sensibilità fisiologiche o filologiche solo certi sapori
e certe proteine.
Improvvisamente l'antropofagia non era più una fame "selvaggia"
o "simbolica" di carne umana: ma un appetito metropolitano,
mirato, sensibile e delicato, teso a scegliere le parti corporali
più saporite per "rimasticare" e per "digerire"
in modo creativo l'altro. L'opposto di un ingurgitare famelico,
indifferenziato o indigesto. I sapori, i colori, le parti del
corpo che venivano imbandite per essere incorporate erano scelte
sulla base di strategie culinarie estetico-politiche. Gli antropofagi
modernisti diventavano così degli artisti basati su una
estetica della selettività, che si "scambiavano"
i sapori delle carni. Cioè di valori mixed, di un mutamento
non invasivo, ma contrattato e anche "vomitato" con
l'altro esterno.
L'antropofago non è un "primitivo" che divora
qualsiasi pezzo di carne, bensì un interprete che sceglie
di assumere solo alcune parti dell'altro. Da questo sapiente deglutire
nasce Macunaìma - un eroe sincretico e "senza alcun
carattere" di un Brasile metropolitano ed etnico, "misturando
mitos e sacanagens, etnografias e invencionices, semanticas e
galamatias" (Ribeiro, 1988) - grazie a Màrio de Andrade,
cittadino della grande São Paulo, metropoli polifonica,
sperimentatore d'avanguardia e militante (1928).
Nel Brasile si è diffuso al massimo il fenomeno dei sincretismi
religiosi. Miti, riti, divinità, cosmogonie, filosofie
di origine africana si travestivano da forme cattoliche per rendere
accettabile un patto implicito di coesistenza sancito dalle parti
contendenti. La svolta finale è avvenuta recentemente,
alla metà del 1994, quando la religione cattolica ha riconosciuto
ufficialmente il rango di religione a quei culti africani prima
definiti sprezzantemente ed eurocentricamente stregonerie, magie,
animismi, superstizioni, paganesimi eccetera. Infine, si è
capito che le condizioni storiche del camuffamento sincretico-religioso
non c'erano più. Il candomblè - religione afrobrasiliana
- poteva essere praticato come una qualsiasi altra religione,
senza doversi per forza mettere un belletto cattolico. Non era
più animista. Da allora è religione tra le religioni.
Grande fu quindi la mia sorpresa (e anche la mia felicità)
quando nel 1996 una mãe de santo, ovvero una sacerdotessa
del candomblè ha così risposto con fare sprezzante
ad una mia domanda su una divinità di origine africana
da me accostata ad un santo cattolico: "Ma questo è
un sincretismo!".
Come dire: il sincretismo è stato un compromesso del passato
- carico di sottomissioni politiche e culturali - che deve essere
annullato per affermare la legittimità dell'interpretazione
autonoma di una religione "altra": di una costruzione
tutta afrobrasiliana verso una religione di origine africana.
In quell'orgoglioso disprezzo, il sincretismo religioso mi ha
chiarito l'urgenza di un suo de profundis, per legittimare il
passaggio verso un candomblè come religione con uno status
ufficiale: mentre i sincretismi, liberati nelle irregolarità
nei loro movimenti diasporici, si possono dirigere verso la cultura
e la comunicazione.
6) web-pidgin
Anche l'acculturazione rientra nell'ambito del sincretismo. Con
questo termine si delinea il cambiamento culturale in conseguenza
del contatto tra due (o più) culture. L'acculturazione
indica l'espansione vincente che si irradia da un centro verso
un insieme differenziato di periferie; un centro che può
espandersi sia militarmente che elettronicamente. Ma che può
sviluppare anche un processo inverso...
Dall'acculturazione nasce il contemporaneo uso del concetto di
globalizzazione, con cui si può intendere non solo quel
processo attraverso cui le culture indigene sono costrette a modernizzarsi,
ma anche - al contrario - quel fluire disordinante e creativo
in cui è la cosiddetta modernità a indigenizzarsi.
Finalmente è la purezza dell'Occidente che si indigenizza.
E' la nuova metropoli comunicativa che si fa ibrida .
Il sincretismo comunicativo si può affermare perché
le persone non accettano automaticamente gli elementi nuovi venuti
dall'esterno (acculturativi in senso monodirezionale), bensì
selezionano, modificano e ricombinano codici e narrazioni che
si sviluppano nel flusso del contatto culturale.
E' un processo di modifiche e assemblaggi decisivo che permette
di passare da un'idea omologante dei processi culturali - che
produrrebbe solo la cosiddetta westernalization - ad un modello
multisfaccettato che seleziona, confligge e trasforma non solo
le periferie povere o sottomesse, ma anche il cuore che sta al
centro del potere. In tal modo, la stessa nozione eurocentrica
di "centro" versus "periferia" è messa
in discussione, non ha un valore tassonomico (etico-politico)
assoluto. La stessa tassononomia - come arma linguistica del potere
che classifica, crolla. Si afferma il principio che molte periferie
abitano nel centro e che molti centri convivono nelle periferie.
La comunicazione metropolitana produce dappertuttità.
Se l'acculturazione può essere coercitiva o volontaria,
guidata o spontanea, imitativa o intimidativa, il sincretismo
diventa un risultato di contatti interculturali e interlinguistici,
che per questo diffonde un dialetto pidgin, una creolizzazione
linguistica che contamina anche il web: un web-pidgin. Un contagio
culturale, un virus comunicativo che diffonde una continua ricombimazione
di concetti e sintassi.
Capire il nuovo techno-sincretismo è decisivo per capire
il processo di cambiamento, di innovazione, di contrattazione
con un mondo globalizzante relativistico e pluralistico, in cui
modernità e tradizione si sincretizzano continuamente,
alcune opere d'arte si possono classificare come "true fakes"
e certi orientamenti sessuali sono caratterizzati come "male
lesbian"
Il sincretismo pidgin come processo e come risultato coinvolge
tutti i livelli dei sistemi socioculturali di tipo volontario
e coercitivo, esplicito e implicito, innovativo e rinnovativo.
Esso riguarda quei transiti tra elementi culturali nativi e alieni
che portano a modificazioni, giustapposizioni e reinterpretazioni
che di volta in volta possono includere contraddizioni, anomalie,
ambiguità, paradossi e errori.
Aporie logiche e diaspore linguistiche.
Il sincretismo comunicazionale come esce dall'acculturazione non
è la sintesi di tratti compatibili, ma la coesistenza o
giustapposizione di elementi considerati incompatibili o concettualmente
illegittimi. Grazie alla coesistenza di contraddizioni logiche,
il sincretismo si può definire come un processo di mixare
il compatibile e di intrecciare l'incompatibile.
- a) mixare il compatibile: il mix sincretico dei tratti culturali
compatibili con una determinata cultura attesta la scelta di una
crisi delle acculturazioni solo violente e privative. Il contatto
culturale si caratterizza dalla reinterpretazione attiva, dalla
ricombinazione spiazzante, dalla rivitalizzazione mobile. Il sincretismo
non è un eclettismo senza concetto o un pragmatismo senza
scrupoli, con buona pace di filosofi o antropologi puristi e incontaminati.
Al contrario, il sincretismo si appassiona delle cose triviali,
secondarie, aliene: esso include sia il replacement che il displacement.
Nel primo caso, si sostituisce una parzialità familiare
con un'altra estranea; nel secondo, si ottiene di disorientare
il soggetto, di dislocarlo dal suo ordine spaziale (e concettuale)
normale.
b) intrecciare l'incompatibile: qui c'è lo sforzo di sfidare
il mutamento non in modo predatorio, ma decentrato. Qui si accetta
di giocare con il non-compatibile e, se possibile o se piacevole,
di incorporarlo, sentendosi felici grazie all'avvento dell'incompatibile,
dell'alieno. Il processo in cui l' incompatibile si trasfigura
in qualcosa che si può accettare all'interno dei miei spazi
deve essere dolorosamente dolce.
Il sincretismo così scopre una segreta alleanza con l'ossimoro:
una follia (oxy) del linguaggio che mette in disordine i confini
delle parole rinchiuse nel vocabolario per dare nuovi sensi alle
cose. L'ossimoro e il sincretismo sono figli di logiche illegittime,
di arti asimmetriche, di transiti virali. La dinamica del mutamento
culturale, anziché dirigersi verso intolleranti universalismi,
si indigenizza e si relativizza. Collage, montage, pastiche: è
così che il sincretismo penetra - tramite l'etnicità
- nel logos, nell'etica, nell'estetica.
Quando il sincretismo diventa qualcosa di sintetico, allora vuol
dire che il processo storico-culturale (e politico) di cui era
portatore si è rovesciato nel suo contrario ed è
stato legittimato come oggetto tranquillo, pacato, ragionevole,
da collocare in bella mostra nel salotto buono.
Il sincretismo comunicativo decentra gli incroci possibili del
mutamento culturale e i modi ibridi in cui tale mutamento si realizza
sia nelle culture occidentali, sia nelle culture native. Anziché
piatta omologazione, l'attuale fase può sviluppare una
tensione forte, decentrata e conflittuale tra mondializzazione
e localizzazione: ovvero tra processi di unificazione culturale
e pressioni antropofagiche aliene (o "periferiche")
che decontestualizzano, rimasticano, rigenerano.
Lungo le correnti dei mediascape - i panorami techno-mediatici
- i messaggi veicolati direttamente non sono unilineari né
producono piatte omologazioni, come a lungo si è pensato
anche all'interno del pensiero critico. Le capacità di
decodifica dello spettatore mondializzato sono forti, il suo collocarsi
nelle trame narrative può affermare un gioco semiotico
decentrato attraverso interpretazioni non solo contrattate, ma
anche conflittuali. La nozione di polisemia del messaggio vuol
dire che un medesimo telefilm, ad esempio, può essere letto
e interpretato in modi profondamente diversi nei vari contesti
socioculturali.
La comunicazione mediatica è contrattata tra due soggetti
che partecipano all'evento: il testo e lo spettatore. L'io narrante
e l'io ascoltante. Questi non è più un essere amorfo
e passivo, cui si possono riempire gli sguardi con ogni visione,
ma è sempre più attivo e mobile. La comunicazione
non viaggia in una direzione sola dall'emittente al ricevente,
ma è bidirezionale, tendenzialmente interattiva e interfacciabile.
Tutto ciò può spiegare l'attuale intreccio - confuso,
multilineare, opaco - di accese mondializzazioni e altrettanto
accese localizzazioni: tra tecnologie che "parlano"
ideologicamente, plot televisivi che "si solidificano"
finanziariamente, etnicità che "si attraggono"
mediaticamente, eccetera. All'interno di questi gorghi fluttuanti
e plurali di panorami glocal emerge con forza la produzione, la
diffusione e il consumo di sincretismi culturali. Tale nuova prospettiva,
frutto di reciproche contaminazioni tra global e local, è
stata coniata proprio per cercare di afferrare la complessità
dei processi attuali. In essa è stato incorporato il senso
irrequieto del sincretismo. Il sincretismo è glocal. Un
territorio segnato dagli attraversamenti tra correnti opposte
e spesso mescolate, fatte di temperature, colori e sapori diversi.
Un territorio extraterritoriale e extralocale.
Contro le passivizzazioni e gli isolazionismi, si affermano atteggiamenti
produttivisti e conflittuali. Questo saggio desidera aprire verso
l'enorme produzione sincretica, per rifiutare il doppio inganno
di chi vede in ogni contaminazione il frutto ineluttabile di una
società multietnica ovvero la simmetrica minaccia da parte
di mondi alieni contro una identità rivendicata come immobile.
Il sincretismo culturale non è il bene (tanto meno il male)
adeguato ai tempi attuali, né la soluzione finalmente trovata
per aggiustare l'incontro-scontro tra gruppi etnici diversi. Contro
la potenza lineare della dialettica storica universalizzante,
il sincretismo è una proposta ossimoro, un progetto ubiquo,
un modello decentrato, un testo-collage, un quilombo dislocato,
un montaggio incompatibile, un digital collage, un logos illegittimo,
un contatto indigenizzato, un viaggio antropofagico, un patchwork
marronizzato, un techno-pidgin.
La filosofia l'ha declassato in nome di una ragione lucida e razionale.
La religione l'ha sottomesso in nome di una verità rivelata
ecumenica. Il potere l'ha fatto recitare come comparsa di un copione
inattaccabile e inamovibile.
Ora il sincretismo si ripresenta come uno "spettro"
che rifiuta le sintesi filosofiche, i dogmi religiosi, i primati
nazionali. E divora, rimastica, assorbe e vomita i rifiuti seriali
e il trash riciclato dalle varie mondo-culture.
Un mondo globalizzato è anche un mondo sincretizzato....
7) diaspora
La diaspora è una parola segnata dallo sradicamento violento,
dal dominio etnocentrico ed eurocentrico, quindi dalla perdita.
Ma, fuori della sua origina storica, diaspora può diventare
un concetto liquido se usato contro la sterilità di una
condizione immobile, contro la miseria di un ruolo e di uno status
finalmente raggiunto che ci accompagna per tutta la vita come
un'impronta digitale. Invisibile e oppressiva. La diaspora può
essere una scelta, forse anche una necessità desiderante
verso il transito, lo sconfinamento. Diaspora contro i confini.
Diaspora come desiderio di modificarsi negli spazi altri, negli
spazi altrui, tra psico-geografie mobili. Diaspora contro l'ordine
monologico tutto-razionalizzato, tutto-illuminato; contro le riprese
irrazionalistiche misticheggianti e per moltiplicare i punti di
vista spaziali, per traslocare dalla tradizione ripetitiva.
La diaspora naviga nei mutamenti decentrati delle culture native
e nelle techno-ibridazioni delle culture metropolitane: tra mediascape,
soundscape, bodyscape.
La diaspora liquida, disconnettendosi dalle diaspore storiche
caratterizzate da deportazioni etniche, può muovere in
modo imprevedibile il senso della parola di origine greca: un
inseminare qua e là, un fecondare dispersivo, un disseminare
disordinato. Questa nuova diaspora - dalla forzosa migrazione
che ha costretto milioni di esseri umani a diventare alieni in
terre sconosciute - offre un disordine seminale ricco dove ogni
concetto si può deglutire secondo i propri gusti e essere
rifecondato. E disseminato.
E' la diaspora che ha favorito i sincretismi comunicativi, le
ibridazioni visionarie, i meticciati alterati. La diaspora è
la matrice di ogni sincretismo. La diaspora sincretica sblocca
l'opposizione sterile tra una dialettica sintetica di stampo positivo
e una dialettica negativa gelata nel suo rifiuto a misurarsi e
a misturarsi con le sporcizie metropolitane, con i rifiuti seriali,
con i cascami mediatici, con le periferie etniche.
La diaspora liquida è alleata del trasloco. Il traslocare
non coinvolge solo mobili e suppellettili: esso stravolge l'ordine
percettivo delle cose e, in tal modo disordinante, anche del proprio
sè. Nel trasloco si afferma il desiderio di non ripetere
l'ordine domestico, l'ordine di mobili addomesticati e perciò
fissi, fissati, mobili-fissazioni: trasloco contro l'ordine domestico,
contro la sua stantìa normalità, contro la sua prevista
solidità.
Nel traslocare delle cose (visioni-del-mondo o concetti quotidiani)
e nel traslocarsi del soggetto (salotti metafisici o camere da
letto), la diaspora si fa liquida e calda. Si commuove.
Un film diasporico, aporetico, marronizzato, ibrido, sincretico,
glocal, antropofagico, un multiplo film-pidgin, è Ghost
Dog di Jarmush.
Un afro-americano ha sussunto i codici samurai: "The way
of the samurai is death. ... Every day, without fail, one should
consider himself as dead. This is the substance of the way of
the samurai."
"Questa è la quotidianità assurda e iperreale
di un Whitaker - misantropo cane fantasma - in un’altalena
esistenziale tra sogno e risveglio sul tetto di un mondo apocalittico
fatto di freaks, conflitti interetnici tra poveri, gangs, mafiosi
italiani decrepiti e zoppi per i quali presta servizio di assassino.
Il suo colore è il nero, accettato e riconosciuto nella
sua fantasma-gorìa nichilista dal rosso e dal blue, quindi
da codici crips e bloods che appaiono e scompaiono; saluti di
gangs agli angoli delle strade e rappate nei desolanti giardini
della ghost-metropoli" (Alter8 Macarone Palmieri).
Jarmush con questo film marronizza ogni codice, lo mette in fuga
e lo incolla a ogni altro codice frammentato a suo piacimento:
anche per queso in lui c'è piacere visivo, c'è desiderio
panoramatico che si dilunga nei corpi ibridi della metropoli.
BIBLIOGRAFIA
Alter8 Macarone Palmieri, F.
2000 Ghost Dog - Cani impuri mordono, in "Avatar - Antropologia
e Comunicazione", n. 1, Roma, Castelvecchi
Andrade de M.
1928 Macunaìma. Gli eroi senza carattere, Milano, Adelphi,
1970
Clifford, J.
1984 I frutti puri impazziscono, Torino, Bollati Boringhieri
1999 Strade. Viaggio e traduzione alla fine del XX secolo, Torino,
Bollati Boringhieri
Canevacci, M.
1994 Antropologia della comunicazione visuale, Genova, Costa&Nolan
1999 Culture eXtreme, Roma Meltemi
2000 Sincretismi (nuova edizione), Genova, Costa&Nolan
Corzani, V.
The Battle of Rome, intervista a Pandit G, in Il Manifesto 19.2.2000
Ribeiro, D.
1988 Liminar: Macunaìma, Florianopolis, Coleção
Arquivos, UFSC.
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