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Quest’articolo riporta la comprensione dell’anoressia
da parte dell’autrice raggiunta attraverso il suo lavoro
clinico e l’utilizzo di concetti junghiani e di concetti
gruppo-analitici. Vengono forniti esempi di lavoro individuale,
familiare e di gruppo, che costituiscono aspetti di un’immagine
globale della fame divoratrice nel contesto di una matrice impoverita.
Parole chiave: Madre Drago, anoressia, vuoto, famiglia, matrice
di gruppo.
Introduzione
Inizio questo lavoro, riflettendo su come un senso di vuoto è
comunicato al terapeuta nel controtransfert, quando si lavora
con pazienti anoressici.
L’esperienza personale di lavoro in un’unità
N.H.S. (National Health Service) per pazienti anoressici che è
durata diversi anni, mi ha consentito di percepire lo stesso senso
di vuoto nelle singole pazienti, nelle loro famiglie e nei gruppi
terapeutici che appartenevano al reparto.
Ho scoperto dopo tale esperienza che anche l’unità
(per pazienti anoressici) sembrava avere un nucleo vuoto nonostante
esso fosse nascosto da una apparenza di pienezza.
In termini gruppo-analitici, il senso globale di vuoto che sperimentai
mi indusse a pensare ad una matrice vuota, simile ad una sorgente
inaridita o ad un grembo che non può generare alcuna vita
perché è morto esso stesso.
Riporto qui un numero di esperienze cliniche che mi hanno consentito
di esplorare e comprendere meglio il senso di vuoto che ho vissuto
attraverso il controtransfert.
Lentamente, allorché ho imparato a riconoscere i bisogni
divoratori che i pazienti anoressici cercano di negare, ho cominciato
a pensare che quei bisogni divoratori creavano un vuoto così
come la loro origine. In termini junghiani questi pensieri evocavano
in me, l’immagine della Madre Drago, una rappresentazione
dell’archetipo della Madre Terribile, era come se la Madre
Drago dominasse il mondo interno dei pazienti anoressici e dei
gruppi ai quali appartenevano, inaridendo la matrice.
Ciò che segue equivale ad un viaggio gruppo-analitico perché
amplia il concetto di vuoto da uno scenario individuale a quello
di gruppo.Il viaggio mi ha lasciato con una concezione dell’anoressia
come un simbolo di una matrice vuota dominata dalla Madre Drago.
Il Vuoto nel Controtransfert
Nel lavorare con pazienti anoressici individualmente o in gruppo,
uno dei sentimenti più forti che ho vissuto attraverso
il controtransfert è quello di vuoto, un vuoto deprimente,
oppressivo, un prosciugamento della vita che comprende tutto.
Questa reazione è particolarmente forte con qualche paziente
anoressico come nel caso di Hilary.
Vedo Hilary, una ventunenne anoressica, in terapia individuale.
.Siamo nella sua stanzetta dove è confinata fino a che
non avrà riacquistato peso sufficiente da esserle concesso
di essere trasferita nel reparto. Hilary è molto magra,
ma non così emaciata come alcune delle altre pazienti.
Quando entro nella sua stanzetta, sento sempre come se un inverno
freddo e scuro scendesse su di me. Hilary è una ragazza
alta, semplice, con gli occhiali affetta da una forma di strabismo.
La sua stanzetta è ordinatissima, completamente vuota di
tutto eccetto delle cose essenziali per la sua vita.Mi fa pensare
alla cella di una monaca ma senza i comforts della religione.
Hilary mi guarda con gli occhi vuoti che non riflettono nulla
e non mostrano alcuna associazione (d’idee).Siede molto
diritta sulla sedia e sembra che non avere aspettative.Mi sento
gelare fino alle ossa.Quando con uno sforzo cerco di pensare a
qualcosa da dire non trovo nulla. La mia mente è vuota
non ho sentimenti tranne una sensazione fisica dominante di sentire
molto, molto freddo.Il vuoto che vivo è sterile, non corrisponde
all’aspettare affinché i venti della creatività
facciano frusciare il loro silenzio. Ciò che sperimento
è il vuoto della morte dove tutto è pesante e gelato
e non è permesso alcun movimento.
Lentamente, e con grande sforzo riesco a sapere la storia di Hilary.
Da bambina, Hilary non era riuscita mai a stabilirsi definitivamente
in nessun luogo, la famiglia a causa del lavoro del padre si trasferiva
frequentemente. Quando da bambina aveva circa due anni ed aveva
appena cominciato a parlare, suo padre fu mandato a lavorare a
Parigi. Hilary fu mandata in un gruppo di gioco locale in cui
non riusciva a capire una parola. Smise completamente di parlare,
perfino a casa stava zitta.
Ritornò in Inghilterra e quando ebbe circa dieci anni divenne
una brillante studentessa, ma i trasferimenti della famiglia continuarono
e di volta in volta Hilary veniva separata dai suoi amici e da
quello che era divenuto il suo ambiente familiare.Nel suo mondo
interno nulla durava, qualsiasi cosa costruisse sotto forma di
relazioni veniva distrutto. Divenne sempre più isolata.
Nel periodo in cui si diplomò in matematica col massimo
dei voti era già anoressica ed aveva imparato a non tradire
alcuna emozione. Riuscì a comunicarmi un senso di vuoto
e futilità totali.
Nel mio controtransfert con pazienti come Hilary, a volte, mi
cullo, in una discesa nel nulla, in una “tomba di silenzio”
(Birksted-Breen 1989, p.32) senza pensieri e senza altri sentimenti.
Altre volte mi rimetto insieme con un sobbalzo e cerco di mantenermi
viva ricollegandomi al mio corpo con un semplice gesto, come strofinarmi
le mani o un banale pensiero come ricordarmi che giorno è.
Dopo le sedute spesso sento di voler fuggire in un mondo saturo
di presenze fisiche e corporee, che esplode di colori, aromi,
odori e rumori nei quali debbo immergermi freneticamente senza
riserve.
Questo stato maniacale della mente spesso mi porta a comportamenti
maniacali quali mangiare e bere eccessivamente, parlare senza
pensare e guidare troppo velocemente e ciò sembra pericoloso.
Questa condizione incontrollata, porta ad uno stato di insopportabile
pienezza di cui sento di dovermi svuotare.
Cercare di dare un senso a queste nostre reazioni vuol dire cercare
di capire ciò che è proiettato in noi terapeuti
dai pazienti.
In un libro molto originale Recalcati (1997) descrive la “passione
per il vuoto” condivisa da entrambi i pazienti anoressici
e bulimici in uno sforzo per sfuggire all’ossessione della
pienezza che affolla le loro menti con immagini evocate da un’avidità
persecutoria. Recalcati, che basa le sue teorie su concetti lacaniani,
sottolinea come, svuotando i loro corpi, questi pazienti esprimono
il vuoto che è centro del loro essere e denunciano come
le cose non riescono a riempire il vuoto di una solitudine illimitata.
Winnicott (1985) riflettendo sulle prime esperienze di questi
pazienti, in particolare sulla loro interazione con la madre,
scrive di “ un vuoto controllato” con il quale essi
cercano di tenere a bada l’“orrore del vuoto”
vissuto nei loro mondi interni.
Madri Divoratrici
Un gran numero delle teorie psicodinamiche sui disturbi alimentari
considera centrale il ruolo della madre Bruch (1978), Sellini
Palazzoli (1974), McDougall (1989), Farrell (1975) e Williams
(1997) fra l’altro sottolineano come la madre della futura
anoressica usi la bambina per i suoi bisogni, proiettando in lei,
la sua stessa impossibilità a reagire, dandole il compito
di contenerla e di darle un senso. Tale madre è come una
bambina lei stessa e chiede una guida genitoriale da parte della
figlia stessa, perché non è stata in grado di sviluppare
dentro di sé un senso sufficiente di comprensione e di
contenimento interiore.
Il tema del contenimento e della sua mancanza nelle madri delle
pazienti con disturbi alimentari è stato molto esplorato,
di recente la Williams (1997) tracciato un ampio quadro partendo
dai concetti della Klein e di Bion per fornire una struttura teorica
alla sua ricca esperienza clinica.
Se invece di essere contenuta una madre richiede il contenimento,
agisce come se volesse alimentarsi con qualsiasi risorsa che abbia
la figlia. Per la bambina questo corrisponderà ad essere
mangiata viva. Per alcune figlie una disperata difesa a questo
attacco può ben essere il rifugiarsi nel proprio vuoto
come alternativa all’essere intrappolati nel vuoto delle
loro madri in quello che Meltzer (1992) chiama “il mondo
del claustrum” nel cui interno non vi è spazio psichico
né spazio condiviso perché non ci sono confini.
È come se tale madre dia alla figlia il compito impossibile
di colmarle il “vuoto illimitato” entro il quale non
vi è “ alcuna fantasia del pene del padre che abbia
un ruolo di miglioramento narcisistico e della libido” (Mc
Dougall, 1989).
Mary Levens (1995) riferisce come per molti pazienti anoressici
“l’unica sensazione che dia loro il senso di essere
reali è quando diventano sufficientemente emanciati da
essere in grado di sentire le loro ossa premere contro la loro
pelle”.
Forse la vista delle loro ossa è per i pazienti anoressici
una prova evidente che i loro corpi hanno eliminato tutto ciò
che è penetrabile, lasciando soltanto gli elementi duri
del corpo aderenti ed inaccessibili. Ecco come questi pazienti
cercano di difendersi dalle loro madri divoratrici.
La Madre Drago
La Madre Drago è la madre divoratrice “par excellence”.
È una delle immagini che rappresenta la Madre Terribile
che nella psicologia junghiana è uno dei due aspetti dell’archetipo
della Grande Madre. Secondo Jung, gli archetipi sono disposizioni
vive ed attive, idee nel senso platonico, che agiscono e continuamente
influenzano i nostri pensieri, sentimenti ed azioni” (CW
8). Gli archetipi appartengono all’inconscio collettivo
il quale poiché contiene “l’eredità
ancestrale delle possibilità della rappresentazione, non
è individuale ma comune a tutti gli uomini, e forse persino
a tutti gli animali, ed è la vera base della psiche individuale”.(ibidem)
La Madre Drago è ai miei occhi il simbolo della madre infinitamente
bisognosa che non può permettere ai figli di andarsene,
perché ha bisogno di loro per la sua stessa sopravvivenza
psichica. La Madre Drago come l’immagine della Madre Terribile
è anche un simbolo dell’inconscio attraverso il quale
lei divora i figli impedendogli di acquisire consapevolezza e
di reclamare una vita separata tutta loro.
Il drago e il serpente marino divoratore sono le forme animali
che la Madre Terribile adotta più spesso ed è con
loro che gli eroi di tutti i tempi lottano per salvare la loro
anima rappresentata dalla “fanciulla innocente” (Gee,
1995)
“Il mostro può essere un drago che vive in una grotta
o un mostro del profondo. Qualche volta l’eroe uccide il
mostro dopo un lungo combattimento; qualche volta è divorato
da un immenso serpente di mare e dopo un periodo nel ventre del
mostro riesce ad uscire con una specie di auto parto cesareo,
o fa vomitare il mostro con un rigurgito di “rinascita”.
Il fallimento nel combattere col mostro vuol dire fallimento di
liberarsi dalla madre: l’eroe langue nel suo ventre per
sempre, ingerito, inghiottito, “assorbito” e la damigella
(l’Anima) non si libera mai dalle grinfie del mostro”
(imprigionata dal complesso della madre, è intrappolata
eternamente nell’inconscio) (Stevens, 1982).
Neumann (1955) ci ricorda che la lotta dell’eroe contro
il drago rappresenta non lo scontro degli uomini contro le donne
ma la lotta di tutti gli esseri umani, ciascuno dotato di aspetti
femminili e maschili, contro il potere dell’inconscio. Tale
lotta è necessaria per giungere a quella che nell’analisi
junghiana è definita “individuazione”. Questa
è perseguita attraverso “la progressiva armonizzazione
e l’integrazione reciproca degli archetipi” (Fiumara,
1983) in relazione l’uno con l’altro e con le loro
manifestazioni nell’inconscio personale. Gli archetipi hanno
bisogno di avere una “relazione dinamica” l’un
con l’altro affinché l’individuazione abbia
luogo. La tirannia della Madre Drago all’interno della patologia
dell’anoressica è un esempio di un nucleo di archetipo
che funziona in modo autonomo e che ostruisce “un equilibrio
reciproco e dinamico assieme ad una crescente differenziazione,
cioè “individuazione” progressiva.(ibidem)
L’Anoressia come Madre Drago
L’anoressia è ad un livello un tentativo estremo
di liberarsi dall’archetipo della Madre Drago che è
stato attivato dalla reale situazione di vita nella quale l’anoressica
si trova, ma anche un mezzo per proteggere la madre esterna dalla
madre divoratrice che l’anoressica ha interiorizzato. Chernin
(1983) ha enfatizzato la terrificante rabbia orale che questi
pazienti possono sperimentare verso le loro madri e ha notato
come l’anoressia consenta che quella rabbia sia espressa
in una forma simbolica, risparmiando la madre. Quando le difese
si riducono, spesso emerge la rabbia nascosta in forma diretta,
del tutto richiedente, come avvenne per Louise, la giovane anoressica
del seguente esempio clinico.
Louise, una paziente anoressica ventitreenne, dopo aver completato
con successo il suo programma come paziente interna era ora una
paziente esterna e un membro del gruppo che conducevo.
Poiché aveva costantemente perso peso, aveva deciso d’accordo
col gruppo e coi suoi genitori di andare a casa da loro, in campagna,
per essere curata, letteralmente per essere alimentata dalla madre
perché era incapace di alimentarsi da sé. Ora era
tornata a Londra ed io l’incontravo con la madre prima del
suo ritorno nel gruppo.
La madre dapprima era sulla difensiva nei miei confronti poiché
era il nostro primo incontro, ma gradualmente si calmò
e mi disse che la settimana era andata bene, lei aveva preparato
tutti i pasti di sua figlia e Louise aveva acquistato peso.
Ma quella stessa mattina, prima che tornassero in macchina a Londra,
lei aveva portato con dieci minuti di ritardo la colazione a letto
alla figlia e questo aveva provocato la rabbia più terribile
nella giovane, che aveva accusato la madre di trascurarla e di
essere insensibile al fatto che i suoi pasti dovevano essere preparati
in tempo.La rabbia di Louise era culminata in ciò che sembrava
una collera monumentale ed infantile.
Mentre ascoltavo, l’immagine che mi venne in mente fu quella
di un infante che richiedeva il seno, e quando il seno non si
materializzava arrivava ad esperire le convulsioni.
Mi chiedevo con le due donne da dove avesse origine la rabbia
di Louise ed incoraggiavo la madre a parlare della sua esperienza
con Louise da bambina.
Ciò che seguì fu una rivelazione che ci toccò
profondamente. Calpestando per la prima volta il territorio sconosciuto
dei ricordi sepolti e dell’inconscio, la madre dissotterrò
un’immagine che era personale ed universale allo stesso
tempo. Infatti era quasi un archetipo nel modo in cui esprimeva
temi così antichi come il genere umano. L’immagine
parlava di innocenza tradita dalla non consapevolezza; parlava
di bocche aperte mai nutrite, di esclusione e di rivalità
fra fratelli e di confusione che induceva alla rabbia ed all’odio.
Mentre la madre parlava, Louise ascoltava in silenzio, totalmente
soggiogata e vigile.
Louise era la maggiore di quattro figli nati a brevi intervalli
l’uno dall’altro perché il padre aveva “
voluto procedere” con la stessa dinamica efficienza con
la quale dirigeva i suoi affari.
Le parole della madre erano accompagnate da un indulgente sorriso
di accettazione e complicità verso il marito, ma mi chiedevo
dei suoi veri sentimenti e come potevano avere influenzato la
sua primogenita.
Louise era l’unica figlia a non essere stata allattata al
seno e la madre non riusciva a ricordare il perché, probabilmente
aveva a che fare con l’allattamento al seno che allora non
era di moda. Lo disse con la massima serietà e di nuovo
fui colpita dal modo come la donna si era avvicinata alla maternità
in uno stato interiore di vuoto apparente, come una “tabula
rasa”che aspettava di essere colmata da altri.
Quando Louise aveva diciotto mesi, era nato il suo primo fratello
e quando lui era al seno la bambina guardava affascinata. Un giorno,
quando era un pò più grande, Louise era come al
solito, al fianco di sua madre mentre stava allattando al seno.
era in silenzio ma quando la madre spostò il bambino da
un seno all’altro lei chiese improvvisamente “avrà
anche il pudding?”
Questa era la prima volta che la madre aveva ricordato quel “buffo”commento,
fatto tanti anni prima. Louise era stata una bambina docile, l’aiutante
della madre, pronta a mettersi da parte ed a permettere ai figli
più piccoli di assumere il ruolo principale. Tuttavia quel
commento “divertente” era collegato attraverso i ricordi
della madre alla rabbia di Louise
Forse Louise aveva dovuto aspettare di avere ventitré anni
e di essere una anoressica in ripresa, per urlare la sua rabbia
alla madre e per chiedere l’allattamento al seno per sé
in modo incondizionato.
La madre cercava in tutti i modi di rassicurare la figlia. La
prossima volta avrebbe portato la colazione in tempo. Sentii che
avevamo cercato di completare il cerchio ora Louise stava tentando
di divorare sua madre che si offriva in sacrificio.
Mentre riflettevo su quella seduta, mi resi conto che ero stata
testimone di un intreccio dove i personaggi cambiavano ma non
i ruoli. Nel passato, la madre aveva sperimentato il ruolo della
madre crudele e deprivante, un’espressione, in termini junghiani
dell’archetipo della Madre Terribile. Nel presente, la madre
stava cercando di essere la madre che tutto dà, e Louise
era divenuta la Madre Divoratrice completamente posseduta dalle
sue necessità.
Niente venne mai risolto perché i personaggi del dramma
erano nella stretta del loro inconscio e della danza mortale “a
deux”, dove due di loro rappresentavano i due aspetti opposti
dell’archetipo della Grande Madre con una rigida separazione
che precludeva l’integrazione ed escludeva altre presenze.
Mi trovai a fantasticare che un uomo sarebbe venuto a reclamare
una madre per lui, restaurando la differenziazione e l’incontro
degli opposti che portano ad una relazione creativa. Senza differenziazione
madre e figlia sembravano pesi morti, immobili all’interno
di uno sterile contesto, una matrice destinata a rimanere vuota.
L’anoressia promette di mutare i pesi morti in “ figure
leggere” (Ripa di Meana, 1995) alimentando la fantasia in
modo che possano volare nel mondo della bellezza e libertà
ascetica, ma non riesce ad appagare questa promessa perché
la madre divoratrice interna continua a tenere in trappola la
figlia.
Tracciare una mappa della fame emotiva: da madre/figlia alla
famiglia ed oltre.
Come gruppo-analisti consideriamo il mondo interno dei pazienti
come una rete di interazioni interne alcune di esse derivano dal
loro mondo personale centrato attorno alla famiglia, altre dai
loro ambienti fisici/sociali/politici, altri ancora da quel comune
pool di simboli universali del genere umano che Foulkes definiva
“la matrice di fondo” e Jung (CW 8) “l’inconscio
collettivo”. Le varie reti si connettono e da questa interazione
deriva “il rivelarsi di capacità centrali alla prima
relazione madre-bambino” (Brown, 1994), dalla quale deriva
il senso del sé bambino. All’interno della prospettiva
gruppo-analitica il vuoto mortale che l’anoressica avverte
attraverso i sintomi, è anche presente nei gruppi ai quali
appartiene, prima di tutto il gruppo famiglia.“Il vuoto
delle pazienti con disturbi alimentari riflette ….la qualità
di un sé impoverito e morente nel contesto dell’inaridimento
della sua atmosfera nutritrice” (Geist, 1989).La famiglia
dei pazienti anoressici sembra mancare “dell’ossigeno
psicologico che mantiene vivo il sé”. (ibidem)
Parte del mio lavoro all’unità (per pazienti anoressici)
includeva il lavoro con le famiglie, ebbi l’opportunità
di incontrare molte famiglie di pazienti anoressici e attraverso
le loro differenze sperimentai un senso simile di vuoto e letalità
connesso alla determinazione di presentare al mondo un’immagine
di normalità e dignità.
La matrice della famiglia sembrava impoverita e nella mia mente
la paragonai ad un campo il cui suolo è estremamente povero
ed ha un gran bisogno di riposo per ridiventare fertile.
Ad ogni modo non è consentito ad essa di riposare, deve
continuare a fornire raccolti sempre più poveri per i mesi
di penuria e durante il processo si esaurisce sempre di più.
Questa realtà, comunque, doveva essere negata ad ogni costo
negando perfino la possibilità di diventarne consapevoli
così come di una conoscenza pubblica. Le difese richieste
per questa operazione facevano esaurire qualsiasi energia che
fosse ancora presente nella famiglia e impedivano ai componenti
di essere più creativi.
L’anoressia con il suo visibile vuoto, minaccia di mostrare
la mancanza di risorse della famiglia che essa prosciuga ancor
più. Allorché si rivela la storia della famiglia
ci si rende conto che la matrice impoverita riflette un conflitto
emotivo che risale alle generazioni precedenti, punteggiato da
avvenimenti sia all’interno che all’esterno della
famiglia esacerbata dalla necessità di nasconderle.
Quando incontrai Mary, aveva ventiquattro anni, ed era a metà
del suo secondo internamento.Era anoressico-bulimica ed aveva
una personalità molto frizzante. Al contrario di Hilary
la sua stanzetta era colorata e caotica e parlava velocemente
e con convinzione dei suoi sentimenti, ma altrettanto facilmente
dimenticava quello che aveva detto e trovava altre parole per
esprimere i suoi stati d’animo sempre mutevoli. Allo stesso
modo alternava una dieta drastica ad una sfrenata alimentazione,
seguita da vomito che la lasciava esausta e con un insopportabile
senso di colpa. Al contrario dei pazienti anoressici più
“puri” come Hilary, Mary si difendeva con meno rigore.
Mostrava la sua confusione ed esternava la sua mancanza di controllo
emotivo. Come Hilary ed altri pazienti anoressici cercava il vuoto
ma il suo era un vuoto confuso tirato fra il desiderio di placare
la sua fame emotiva e la vergogna di essere stata così
ingorda.
Mary veniva da Belfast, la seconda di tre figli e l’unica
“con problemi”. Quando aveva quattro anni suo padre
era morto, un rispettabile notaio, che aveva lasciato la famiglia
con una buona posizione economica. Il padre aveva bevuto molto
in tutta la sua vita come suo padre aveva fatto prima di lui.
La madre di Mary aveva anche lei un padre alcolista e questo sembrava
confermare il modello di uomini deboli e distruttivi presenti
nel copione della famiglia, per generazioni, uomini che invece
di essere fornitori erano stati dissipatori, prosciugando le fonti
emotive della famiglia fino al punto in cui sembrava non fosse
rimasto nulla tranne un grosso buco spalancato, un vuoto che divorava
tutto.
Quando incontrai la madre di Mary e i fratelli per la terapia
familiare, fui colpita dalla loro compostezza che per contrasto
metteva in luce il caos di Mary. Erano tutti belli ed eleganti
e parlavano bene, andavano e venivano da Belfast con grande facilità..
Ricordo che pensavo quanto fosse difficile associare tale famiglia
ad una città in guerra come era Belfast allora. Comunque,
sotto quell’elegante facciata covava un’ostilità
diretta a Mary ed in parte a me che mi lasciava veramente tremante.
Col trascorrere delle sedute divenne chiaro che Mary era il capro
espiatorio perché erano state proiettate in lei le parti
confuse della vita emotiva delle altre persone; in termini junghiani
era divenuta l “ombra” della famiglia così
che la famiglia riusciva a preservare la sua conchiglia lucente
.La Selvini Palazzoli descrive le famiglie dei pazienti anoressici
come dei “ sistemi rigidi emostatici..retti da regole segrete
che sfuggono la luce del giorno e uniscono la famiglia con legami
patologici” (Selvini Palazzoli, 1978).
In questa famiglia il segreto principale si centrava su una relazione
che la madre aveva avuto per molti anni con il miglior amico del
marito, dopo la morte del marito l’amante, che era sposato
con figli, conduceva una doppia vita nella quale Mary era profondamente
coinvolta..Mary divenne la sua preferita, più cara a lui
dei suoi stessi figli. Questo comunque non gli impedì di
scomparire improvvisamente dalla sua vita quando sua moglie scoprì
tutto. Mary allora aveva dieci anni.
Il segreto sembrò il portatore di sentimenti di colpa e
di vergogna così come di rabbia. Era un simbolo di tradimento
e di ritorsione e di un vergognoso stato di penuria che conduceva
all’inganno. La famiglia di Mary aveva acquisito un padre
putativo rubandolo ad un’altra famiglia. Il barbaro crimine
comunque, fu nascosto sotto la proprietà borghese. La condizione
di Mary minacciava di svelare lo stato di penuria emotiva e la
cupidigia che avevano causato l’ingannevole crimine.
Due famiglie che lottavano per il diritto ad un unico padre.
Ciò mi fece pensare alla situazione politica dell’Irlanda
Settentrionale in lotta per il diritto di possedere una terra
grama sfruttata fino all’osso. La situazione politica dell’Irlanda
aveva privato Mary di un contenitore esterno normale, nutriente
e rassicurante.
Il proprio paese spesso rappresenta un archetipo benefico la “grande
madre” ma nel caso di Mary si trattava della malvagia madre
drago, piena di veleno, di conflitto e vuota di nutrimento.
Pensare a Mary all’interno di un contesto che oltrepassava
la famiglia era in linea con la mia prospettiva gruppo-analitica.Considerando
l’individuo all’interno della famiglia e la famiglia
entro una rete più ampia che include il livello sociale
e politico, si può tracciare la mappa della fame emotiva
che attraversa la vita della famiglia lungo le generazioni.Tale
mappa è segnata dalle vendette delle sventure e da tragedie
mentre gli avvenimenti felici sono appena registrati. Nello stesso
modo nel quale quando si è stanchi e depressi un avvenimento
positivo è sopportato piuttosto che essere accolto con
gioia ed è presto dimenticato. La mappa si diversifica
dalla famiglia per includere i molti gruppi che ruotano attorno
ad essa con diverse capacità e con diversi gradi d’influenza,
secondo il modo in cui le loro aree di attività toccano
la vita della famiglia. Alcuni, come i gruppi associati con la
vita scolare sembrano essere particolarmente rilevanti e potenzialmente
capaci di aiutare una famiglia impoverita.Comunque questi gruppi
spesso falliscono nel fornire sostegno, perché essi stessi
sono molto estesi e sotto pressione e le poche risorse che sono
usufruibili vanno inevitabilmente perdute da coloro che, mancano
di una rappresentazione interna di un oggetto nutritivo, non sanno
come riconoscerne o chiederne uno. Morris Nitsun (1996) scrive
sulla “scarsità” delle risorse emotive che
è divenuta particolarmente evidente in certi momenti della
storia.Il nostro tempo, con il suo bramoso sfruttamento del pianeta
e il suo sbadato inseguimento della soddisfazione istantanea può
ben essere uno di quei tempi di “scarsità”
quando la mentalità dell’“anti-gruppo”
è rampante ma si nasconde sotto l’apparenza dell’abbondanza
e dell’attività assordante.
La matrice impoverita oltre la maschera della pienezza
Quando per la prima volta entrai nell’unità N.H.S.
per pazienti anoressici come terapeuta, fui colpita dall’ampiezza
del programma e dall’energia espressa dal sistema. Questo
era un crogiolo di individui e gruppi di tutti i generi che sciamava
attorno in frenetiche attività, nel quale sia le pazienti
che i membri dello staff sembrava fossero spesso dimenticati.
Ciò che era fondamentale era il compito di riempire i corpi
delle pazienti mentre si vuotavano le loro menti dal momento che
le pazienti dovevano essere d’accordo per loro ammissione
di ingrassare e, rinunciavano al loro diritto d’opinione.
Attorno a quest’obiettivo era ballata una danza fissa simile
a quella che avevo già visto fra Louise e sua madre. La
danza aveva una rigida configurazione con ruoli fissi, sebbene
i personaggi che la compivano cambiassero. I ruoli erano quelli
della Madre Drago, dell’Eroe e della Vittima rappresentati
di volta in volta dalle pazienti, le loro famiglie lo staff o
sezioni dello staff e dall’anoressia stessa. A causa della
fissità dei ruoli, non cambiava mai niente a meno che lo
specchio della consapevolezza potesse essere introdotto per liberare
i personaggi dalla morsa dell’inconscio.
Ero preoccupata dal sistema ed avevo la tentazione di andarmene.
La sua filosofia sembrava “ripetere i modelli che avevano
provocato il sintomo in primo luogo e la paziente finiva con l’essere
ingannata, manipolata, blandita o infantilizzata piuttosto che
capita” (Orbach, 1976).Comunque, lasciare a quel punto avrebbe
rappresentato da parte mia una rigida chiusura verso un sistema
che conoscevo appena. Inoltre, ero curiosa ed affascinata dall’energia
del luogo e decisi di restare e di familiarizzare con la sua complessità
che soddisfaceva un’enorme varietà di abilità
e tecniche professionali assieme al compito principale che era
comportamentale. Dato che l’obiettivo principale era quello
comportamentale, c’era spazio per ogni sorta di terapie
psicodinamiche e per tentare nuovi format, per la sperimentazione.
Col passare del tempo scoprii le risorse di creatività
del sistema, dalle quali derivarono diversi cambiamenti positivi
come la creazione del tempo per la supervisione per i conduttori
dei gruppi nei quali ero coinvolta e che descrivo nell’ultima
parte di questo lavoro .L’energia del sistema in parte proveniva
dalla fame delle pazienti, tanto dalla loro fame psicologica quanto
da quella emotiva. In parte derivava dalla determinazione con
la quale negavano la loro fame, dal loro disperato bisogno d’aiuto
e dalla determinazione dello staff di salvarle. Dietro questo
tipo di strategia vi è un inconscio desiderio di negare
una scissione tra lo staff e le pazienti il quale considera le
pazienti malate e lo staff onnipotente. Gli scritti di Elliot
Jacques ed Isabel Menzies fra gli altri ci hanno aiutato a riconoscere
il sistema di difese che entra in gioco nei setting istituzionali.
Sentii che nell’unità non c’era abbastanza
tempo e spazio per la riflessione ed il riconoscimento dei sentimenti.
Lo staff lavorava moltissimo combattendo contro la determinazione
dei pazienti anoressici di difendersi divenendo “isole fortezze”
(CW 16) da cui speravano di essere in grado di “proteggerli
dalla piovra” pronta a divorarli. Lo staff, intrappolato
dalle proiezioni dei pazienti spesso diventava la “piovra”
ed aveva bisogno d’aiuto per pensare e sentire quale via
seguire per uscire dalla trappola. Comunque non era a disposizione
tanto aiuto in un sistema che, malgrado molti messaggi confusi,
aderiva fondamentalmente ad un modello medico tradizionale basatosi
una divisione manichea fra salute e malattia ed un profondo scetticismo
sul potere dell’inconscio. La mancanza di strutture sostenitrici
rendeva difficile allo staff di operare come “un gruppo
di lavoro” (Bion, 1968) e spesso lo trasformava in un “gruppo
in assunto di base” che funzionava in un modo difensivo
ed era incapace di pensare e di sentire liberamente e creativamente.
In termini gruppo-analitici era un gruppo che mancava di “coerenza”
(Pines, 1998) e con segni di “aggregazione” (Hopper,
1997).In termini junghiani era un gruppo posseduto dall’“archetipo
della Madre Drago” l’onnipotente madre Drago che può
dare tutto e portar via tutto lasciando tutti gli altri nella
posizione della vittima. Lo staff doveva riconoscere la sua debolezza
e le sue limitazioni a liberarsi della “Madre Drago”
La “Madre Drago”può vivere con facilità
nella matrice del gruppo perché “ come una rete la
matrice… ha qualità della ragnatela o rete, cioè
può intrappolare ed inghiottire. Il simbolismo qui è
quello del labirinto o il grembo letale della Madre Terribile
che è frequentemente simboleggiata dalla ragnatela con
un ragno al centro.Ciò esprime gli aspetti aggressivi dell’attaccamento
che, come il simbolismo della prigionia, appartiene al personaggio
della strega della madre negativa.(Prodgers, 1990)
Una matrice di gruppo dominata dalla Madre Drago è una
matrice impoverita bruciata.In nessun luogo questo fu più
evidente che nei gruppi con pazienti interne condotti due volte
alla settimana.
Esaltare le connessioni attutite
Nel mio lavoro come supervisore di gruppo ho osservato innumerevoli
gruppi dare il loro contributo alla seduta in silenzio, punteggiato
da risposte in monosillabi a domande artificiali.
È un martedì mattina e da dietro lo specchio bidirezionale
guardo il primo gruppo della settimana giungere lentamente .I
due conduttori dei gruppi: un’infermiera ed uno terapeuta
specializzando arrivano prima. Si seggono ed aspettano.Di tanto
in tanto guardano i loro orologi in silenzio Hilary è la
prima paziente ad arrivare. Arriva sempre in tempo e non parla
mai o quasi mai e quando lo fa è perché qualcuno
le fa una domanda diretta.Comprensibilmente i conduttori sono
intimiditi da Hilary così preferiscono evitarla ed evitare
le sue risposte brevi e sdegnose. Un minuto dopo entra Louise
con Fiona .Louise e Fiona sono buone amiche e sembra che abbiano
parlato e riso assieme, questa è l’ultima seduta
di Louise: ha completato con successo il suo secondo soggiorno
nell’unità ed ora si sta preparando per partire.
Fiona, d’altra parte, ha grosse difficoltà a conformarsi
al programma, e nessuno nell’unità s’aspetta
che finisca il corso, nasconde l’ansia dietro una facciata
di docilità e di falsa serenità. Cinque minuti dopo
entra Caroline, seguita quasi subito da Mary. Caroline è
una versione più dolce di Hilary.sembra meno arcigna e
rigida ma neanche lei parla. Mary, inusualmente, sembra turbata
.Il gruppo ora è al completo e siede in silenzio, i due
conduttori sembrano essere molto lontani, molto staccati. Eve,
l’infermiera appare preoccupata e sembra che stia cercando
in tutti i modi di pensare a qualcosa da dire, Scott, lo specializzando,
sembra leggermente annoiato ed inadeguato, l’unico uomo
nella stanza, è molto grasso. Anche i membri del gruppo
sembrano molto scollegati persino Louise e Fiona hanno perso il
sentimento di “camaraderie”che avevano portato nella
stanza e sembrano estranee fra di loro.
Guardo il gruppo e mi chiedo perché i conduttori non raccolgano
i messaggi del corpo e li usino come un modo per cogliere il significato
dietro il silenzio o perché non parlino del fatto che questo
è l’ultima seduta di Louise.
È facile per me pensare, seduta come sono dietro il mio
schermo sicuro, che mi protegge dalle grinfie della “Madre
Divoratrice”
I minuti trascorrono in un pesante silenzio.Penso che il silenzio
non è del tutto sano per i gruppi di pazienti anoressici,
perché le risucchia nel vuoto in cui esse desiderano ardentemente
trascinare con loro chiunque altro
Nella seduta di supervisione dopo il gruppo cominciammo insieme
a creare uno spazio dove fosse possibile pensare e sentire. Il
riconoscimento dal sistema che i conduttori avevano bisogno d’aiuto
e della mia presenza come supervisore del gruppo, diede allo staff
l’opportunità di riconoscere ciò di cui avevano
bisogno. Furono in grado di cominciare a domandarsi quale era
il ruolo al quale frequentemente aderivano: il ruolo dell’Eroe
che deve liberare le pazienti/vittime dalle grinfie della Madre
Divoratrice/anoressia. Così, lentamente per un lungo periodo
di tempo, i conduttori furono in grado di ricollegarsi con loro
stessi come esseri umani e con i loro sentimenti e bisogni. E
da quel primo punto di contatto ristabilirono un contatto fra
di loro e le pazienti.
Essi si sentivano, sconfitti da una patologia che sembrava sfidare
tutti gli sforzi; sentivano a volte di odiare le pazienti ed si
davano fastidio.Ciascuno voleva liberarsi dall’altro conduttore
soltanto perché era risentito e si sentiva eclissato se
e quando l’altro membro dello staff interveniva nel gruppo.
Lentamente, mentre le supervisioni continuavano, i conduttori
appresero che non dovevano avere tutte le risposte, che potevano
sentirsi confusi e persi e usare i loro sentimenti come un modo
per capire ciò che le pazienti non riuscivano a comunicare
con le parole. Potevano anche esprimersi su come si sentivano.
I gruppi cambiarono, divennero meno opprimenti, meno pesanti.
Invece di permettere ai lunghi terribili silenzi di paralizzare
tutti, ora i conduttori parlavano fra di loro e con le pazienti
con calma. Avevano riflettuto su come si sentivano e se fossero
sorti contrasti fra di loro li avrebbero manifestati. Sentendosi
più a proprio agio, si percepivano in grado di fare attenzione
al linguaggio del corpo ed agli avvenimenti all’interno
dell’unità e della vita di gruppo che i pazienti
ignoravano.
Guardando da dietro lo specchio bidirezionale sentii come se la
matrice del gruppo si stesse svegliando e stesse scoprendo risorse
nascoste che potevano essere attivate per porre fine ad uno stato
di vuoto e sterilità. Le risorse erano rappresentate dalle
connessioni che erano create. Era come se “la ragnatela
della comunicazione e del rapporto” (Foulkes1994) che costituisce
la matrice del gruppo e che sembrava fosse morta, fosse stata
soltanto addormentata. Ora, attraverso brevi connessioni qua e
là era tornata a vivere reintegrando la differenziazione
ed il dialogo.
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